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«Nessuna alleanza. Sfidiamo la Lega sul federalismo». Intervista a Pier Luigi Bersani, di Benedetta Ravizza

«Ricordo che sono stato io, negli ultimi mesi, a sollevare il tema di una Lega che dice Roma ladrona e poi vota le leggi per i quattro ladroni di Roma; io ho fatto scrivere i manifesti “Slegati”; io ho fatto votare contro un decreto sulla fiscalità comunale che mette patrimoniali sulle piccole imprese e non c`entra niente col federalismo; io ho detto che il 17 marzo si festeggia»
Nessuna tattica o «appeasament», pacificazione. L`intervista alla «Padania» è piuttosto «una linea». Tradotto dal gergo bersaniano «una sfida alla Lega, di fronte al tramonto dei berlusconismo». È lo stesso segretario nazionale del Pd a spiegarlo, dopo aver letto su «L`Eco» di giovedì il commento dei vicedirettore Franco Cattaneo. «Noi non vogliamo l`alleanza con la Lega, né tanto meno rincorrerla – dice Pier Luigi Bersani -. Però se stacca la spina al governo Berlusconi, garantiamo di essere pronti a portare fino in fondo il federalismo. La nostra è la posizione combattiva di un partito autonomista che su questi temi non si accoda a nessuno».

L`intervista al giornale del Carroccio, però, sembrava più un occhiolino che una frustata.
«In realtà è una sfida, l`annuncio di una battaglia. Siamo partiti alternativi, con piattaforme diverse. Non intendiamo fare sconti alla Lega».

Ma ultimamente siete sembrati più soft.
«Ricordo che sono stato io, negli ultimi mesi, a sollevare il tema di una Lega che dice Roma ladrona e poi vota le leggi per i quattro ladroni di Roma; io ho fatto scrivere i manifesti “Slegati”; io ho fatto votare contro un decreto sulla fiscalità comunale che mette patrimoniali sulle piccole imprese e non c`entra niente col federalismo; io ho detto che il 17 marzo si festeggia».

Quindi qual è il messaggio lanciato alla Lega?
«Che se tiene attaccata la spina al governo Berlusconi in nome del federalismo, non accettiamo questo alibi. Non vengano a raccontare che per fare il federalismo bisogna tenere su il miliardario».

L`alleanza Lega-Berlusconi è al capolinea?
«La Lega, che sa che i tempi di Berlusconi si accorciano, vuol portare a casa una bandiera purchessia, ma in quella bandiera, fin qui, non c`è il federalismo. Berlusconi, disinteressato ai federalismo, vuole tenere agganciata la Lega per fare approvare il processo breve e passare la nottata».

Quindi mettete il dito tra moglie e marito.
«Noi denunciamo questa cosa e diciamo: non c`è ragione di nascondersi dietro il federalismo se si vuole tenere in vita Berlusconi».

E tendete la mano sul federalismo.
«Il Partito democratico, a profonde radici autonomistiche, garantisce che, anche senza Berlusconi, la discussione per portare a esito il federalismo ci sarà, naturalmente nel confronto tra piattaforme diverse, ma tra partiti, pur alternativi, che hanno a cuore un assetto autonomistico».

Qual è la vostra idea di federalismo?
«Siamo federalisti prima di loro: noi abbiamo fatto l`articolo 119 della Costituzione, noi siamo per un`Italia delle autonomie, e per noi l`autonomia è il modo più efficiente di tenere insieme il Paese e arrivare a comuni standard di servizi. Le culture che sono alla base dei Pd hanno inventato tutto ciò che c`è delle politiche locali. La Lega, invece, ha inventato solo le ronde che si sono perse nel bosco. È nell`essenza del Pd una battaglia per un federalismo che unisce. Noi siamo pronti a discutere».

L`obiettivo è quindi mandare a casa Berlusconi?
«Il Paese ha bisogno di un passo indietro di Berlusconi, è un`esigenza. Basta guardare i giornali dei mondo, l`impossibilità ad affrontare un qualsiasi problema reale di questo Paese, che è in una drammatica emergenza. Chi tiene su Berlusconi si prende una responsabilità enorme».

Siete alle elezioni
«Le chiedo anche subito».

Alleati con la Lega?
«Non sto chiedendo alleanze alla Lega. L`alleanza la chiedo a tutte le forze che oggi sono all`opposizione, su una base programmatica, per costruire una nuova Repubblica. Alla Lega dico che sul federalismo noi ci siamo. Non sono mai stato d`accordo con chi aveva la puzza sotto il naso nei suoi confronti, la riconosco come forza popolare e autonomista, però deve tornare al punto di partenza, uscire dalle sue ambiguità».

Questi discorsi non rischiano di disorientare l`elettorato del Pd?
«Sono convinto che il mio elettorato, soprattutto al Nord dove c`è la Lega, capisce quello che sto dicendo, che è una posizione combattiva di un partito autonomista».

Sull`immigrazione, però, è sembrato un po` troppo buonista nei confronti della Lega.
«Non direi mai che decine di migliaia di elettori della Lega, a Bergamo come a Treviso, sono razzisti, né lo direi del ministro Maroni. Metto in guardia però da un certo “localismo difensivo” e dall`idea “ciascuno a casa sua” seminati dalla Lega, perché possono incoraggiare pulsioni anche razziste. Siamo critici sui- le politiche dell`immigrazione e per noi un bambino figlio di immigrati che nasce in Italia è italiano».

E nel Pd la sua posizione sulla Lega come è stata presa?
«In prima battuta c`è stato qualche fraintendimento, e su Face- book si sono scatenate le reazioni. Però devo dire che a cominciare dai nostri amministratori del Nord ho avuto solo convinta adesione».

Il sindaco di Firenze Matteo Renzi, sulla «Stampa», non sembrava così convinto.
«Renzi lo dò per saputo. Se dico A, lui dice B».

Ce la dà la ricetta dello «spiedino padano»?
«Quella è una metafora nata a una Festa della Lega, dove a 50 metri dal dibattito c`era la griglia. Il messaggio di fondo è: la Lega, che nasce negli anni `80 come partito autonomista, antiburocratico e anticorruzione, come si è ridotto? A sostenere Palazzo Grazioli a Roma e una persona che mette in mano a una minorenne 187 mila euro in due mesi, al netto di regali e gioielli?».

da L’Eco di Bergamo

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Il Pd vuole il federalismo sul serio. E la Lega?
Il Segretario del PD, Pier Luigi Bersani, ha rilasciato una lunga intervista a La Padania, aprendo direttamente con la Lega il confronto sul tema del federalismo, individuando nei leghisti l’unica componente del governo a cui interessa davvero il federalismo. Nella sede lombarda del Partito Democratico, ha detto ai giornalisti dell’organo ufficiale della Lega Nord: “Impegno me e il mio Partito a portare avanti il processo federalista, dialogando con la Lega. Quali che siano gli sviluppi politici. Guardiamo oltre Berlusconi ma salviamo la prospettiva autonomista”.

Il Pd in sostanza vuole rimettere in moto la politica per il bene del Paese. “Noi siamo seriamente interessati a discutere di federalismo, lo siamo da sempre, e sappiamo di cosa parliamo, mentre il PdL in questo momento è impegnato a risolvere i problemi personali del premier, bloccando l’Italia”, ha ribadito in una nota la senatrice Anna Finocchiaro, Presidente del gruppo Pd a Palazzo Madama.

Secondo il deputato del Pd Luciano Pizzetti, Capogruppo Commissione Bicamerale per le Questioni Regionali, “l’intervista di Bersani a La Padania alza il livello della sfida politica per il rinnovamento della Repubblica e toglie ogni rimasuglio di alibi alla Lega”. “Noi siamo federalisti –ha detto – il Pd vuole il federalismo. La nuova Repubblica non potrà che essere federale”.

“Adesso vogliamo sentire dalla Lega un no chiaro al voto di fiducia sul federalismo”, ha affermato Francesco Boccia, deputato Pd e componente della Bicamerale per l’attuazione del federalismo. Boccia ha spiegato che “ dopo le aperture del Segretario Bersani e dopo i mesi di lavoro comune, ci aspettiamo questo passo chiaro e netto da parte di Bossi e Calderoli”.
Ha spiegato chiaramente il deputato e tesoriere del Pd, Antonio Misiani, quanto il Pd abbia nel proprio dna il rispetto per l’autonomia dei territori e lo ha dimostrato formulando proposte serie e concrete sul federalismo.

Emanuele Fiano, deputato del Partito Democratico ha aggiunto: “Se la Lega vuole un federalismo vero, però e non solo mettere una bandierina vuota e priva di contenuto, su una serie di norme che rischiano di essere perfino dannose per i territori del Nord, deve aprirsi al confronto con noi”.

“Il Carroccio è di fronte a un bivio. Si accontenta di essere il partito dei “nuovi russi, dei boiardi di Stato, subalterno alla logica berlusconiana del Padrun cumanda, caval trota? Il Pd ha scelto”, ha sottolineato il deputato democratico Daniele Marantelli. “La sfida di Bersani priva la Lega di ogni alibi, tarpando le ali a tutti i conservatorismi che si annidano nella politica italiana”.

Il Responsabile Enti locali del Pd, Davide Zoggia ha ribadito come “Bondi dovrebbe ricordare che la modifica al titolo V° della Costituzione, su cui si sono collegati prima la legge delega 43 del 2009 e adesso i decreti attuativi sul federalismo, sia il frutto del lavoro del centrosinistra. Anche nel merito dei decreti- ha concluso Zoggia – l’ atteggiamento del Pd è sempre stato coerente, un atteggiamento cioè di chi la riforma la vuol fare davvero per migliorare la vita degli italiani”.

Non vi è, quindi, nessuna strumentalità nel ragionamento che Pier Luigi Bersani ha proposto alla Lega, perché se questa forza vuole davvero ammodernare lo Stato rispettando la Costituzione deve sapere che il Pd è pronto a sedersi al tavolo per discutere nel merito su come salvare l’Italia da una situazione divenuta insostenibile.

da www.partitodemocratico.it pubblicato il 16 febbraio 2011

Milleproroghe, anche Modena tra gli atenei colpiti

L’Università di Modena e Reggio rischia il blocco del turn over nonostante le spese di personale non superino il 50 per cento del bilancio consolidato.
L’on. Manuela Ghizzoni del Pd denuncia la mancata proroga per gli atenei dello sconto nel calcolo delle spese di personale rispetto ai trasferimenti dello Stato. Ecco la sua dichiarazione.

«Siamo al paradosso: nel decreto Milleproroghe manca una proroga, importantissima, quella che riguarda lo sconto nel calcolo delle spese di personale degli atenei rispetto alle risorse trasferite dallo Stato. Questo vuol dire, in soldoni, che quasi la metà degli Atenei supereranno la soglia del 90 per cento del fondo di finanziamento ordinario utilizzato per spese di personale, e subiranno pertanto il blocco del turn-over con conseguenze gravi per l’offerta formativa e per l’attività di ricerca.

Tra gli atenei colpiti c’è anche quello di Modena e Reggio. Nonostante sia in ottime posizioni nelle classifiche sulla qualità didattica e scientifica rischia lo “splafonamento” delle spese; non per incapacità programmatoria o attitudine allo sperpero, ma perché si allarga sempre di più la forbice tra spese fisse obbligatorie (quali ad esempio gli stipendi) e stanziamenti dello Stato che progressivamente diminuiscono: il fondo di finanziamento ordinario é stato tagliato in due anni di circa 500 milioni di euro.

Come é stato ricordato recentemente dal Magnifico Rettore Tomasi all’apertura dell’anno accademico, rispetto al bilancio consolidato le spese di personale dell’università di Modena e Reggio non superano il 50 per cento, a dimostrazione della buona capacità di attrarre risorse non statali. Pertanto, la scelta del governo penalizza proprio quegli Atenei più dinamici nel recuperare risorse da privati e dai bandi regionali ed europei, poiché ne impedisce l’utilizzo per attivare contratti di ricerca a tempo determinato (quelli tenacemente voluti dalla Gelmini per sostituire il ruolo dei ricercatori, posto ad esaurimento). Cosí stanno le cose: pertanto, il Governo ci risparmi la vuota retorica dell’impegno in favore del merito e delle opportunità per i giovani» .

www.pdmodena.it

«Insegnare in trasferta sarà un miraggio per i docenti precari. L’esecutivo mette mano al sistema delle supplenze», di e.r.

Nel decreto Milleproroghe approvato in prima lettura al Senato si elimina la migrazione dei docenti

Insegnare in trasferta sarà un miraggio per i docenti precari. L’esecutivo mette mano al sistema delle supplenze. Nel decreto Milleproroghe approvato in prima lettura al Senato si elimina la migrazione dei docenti. A partire dal prossimo anno scolastico «l’inserimento nella prima fascia (supplenze brevi ndr) delle graduatorie di istituto è consentito esclusivamente a coloro che sono inseriti nelle graduatorie ad esaurimento della provincia in cui ha sede l’istituzione scolastica richiesta». In sostanza chi è inserito nella graduatoria di Salerno non può insegnare a Napoli o a Benevento o a Caserta ma non può neanche sperare in un posto a Roma, a Milano o a Venezia o a qualsiasi altra città. La condizione di precario per una manciata di mesi di insegnamento la si può solo esercitare nella regione di residenza. Una vera e propria inaspettata batosta. L’esercito di precari conta nella sola Campania più di 32mila persone. Le supplenze brevi (i dati si riferiscono al luglio scorso) vedono coinvolti poco più di 600 docenti. Complessivamente sono più di 230mila, un elenco infinito se si pensa che molti docenti attendono da anni e anni il passaggio a docenti di ruolo. Cosa accadrà l’anno prossimo? I sindacati di categoria studiano il comma approvato. La sentenza della Corte Costituzionale sulle graduatorie ha imposto al Miur di mettere mano al sistema. Ma si aspettava solo il congelamento delle graduatorie (fino al 31 agosto 2012) per poter mettere mano alla nuova disciplina legislativa sul reclutamento dei docenti senza ulteriori sorprese. E invece la novità. E la scelta che i docenti saranno costretti a fare. Già. Il meccanismo è il seguente: chi è iscritto nella graduatoria ad esaurimento di una provincia non può, in attesa della chiamata, iscriversi nelle graduatorie d’istituto di un altra provincia per avere una supplenza breve. Deve aspettare la chiamata e basta. Sul piede di guerra i sindacati. La Flc-Cgil annuncia battaglia. «Vogliono aumentare – spiega il segretario generale Mimmo Pantaleo – il livello di conflittualità tra i precari anche all’interno di una stessa regione». È un emendamento – aggiunge Pantaleo – che «discrimina il Mezzogiorno e produce ulteriori divisioni, così non si può andare avanti, la questione va risolta in un tavolo politico, chiederemo al ministro un incontro, l’esecutivo deve risolvere la situazione». L’anno prossimo – tiene a precisare il segretario della Flc-scuola – ci sarà il caos, con i tagli prevista non verrà garantito il servizio difficilmente potrà essere garantito. Critico anche Rino Di Meglio segretario della Gilda. «Trovo bizzarro il Milleproroghe – spiega – da un lato si congelano le graduatorie dopo la sentenza della Corte costituzionale, dall’altro si introduce la mobilità coatta, la norma preclude una migrazione». Il ministro – aggiunge – dovrà dettare norme secondarie per attuare quanto deciso. C’è chi prevede una valanga di ricorsi anche perchè il comma approvato ieri (proposto dalla Lega) viene letto dai più come un sistema per evitare che i docenti provenienti dal Sud possano insegnare al Nord. Il Milleproroghe deve essere approvato entro la fine del mese. Difficilmente potranno essere introdotte delle modifiche. Al ministero dell’Istruzione stanno studiando come rivedere il sistema delle graduatorie alla luce della sentenza della Corte Costituzionale (giunta dopo il ricorso promosso da 15 mila precari) per evitare una nuova pericolosa ondata di ricorsi.

da Il Mattino

"Quote rosa per legge nei cda? Sì, sono una spinta al talento. No, vanno conquistate sul campo", di Monica D'Ascenzo e Elena David

Perché le quote se siamo brave? È la domanda che si fanno le giovani laureate con il massimo dei voti, le professioniste affermate, le manager alla guida di grandi aziende. Se le prime devono ancora trovare una risposta, le altre, che ogni giorni provano a sfondare il tetto di cristallo, l’hanno già trovata. Tanto è vero che secondo un sondaggio l’80% delle manager italiane si dice a favore della legge che introduce le quote di genere nei consigli di amministrazione. Certo, con qualche sfumatura. Ci sono le convinte della prima ora e le meritocratiche pentite.

No ai regali dal principe (di Elena David)

A tutte piacerebbe arrivare solo per merito, eppure se quel tetto di cristallo non si sfonda diventa inevitabile un’affermative action che rompa lo status quo. Un’azione positiva prevista dall’articolo 3 della Costituzione e confermata da sentenze della Suprema Corte. E prevista a livello europeo, dopo la risoluzione del 2010 che esortava gli stati membri della Ue a «promuovere una presenza più equilibrata tra donne e uomini nei posti di responsabilità delle imprese». Tanto è vero che in Europa si sta andando in quella direzione: in Norvegia (2006), Spagna (2007) e Francia (2011) le quote del 40% riservate al genere meno rappresentato sono già una realtà. In Gran Bretagna il governo ha dato mandato a un consulente di studiare le soluzioni per colmare il gap e le quote sono un’ipotesi, così come in Germania se le aziende non incrementeranno volontariamente il numero di donne nei cda.

Ma perché è tanto importante che le donne entrino nella stanza dei bottoni? È solo una questione di potere? In realtà bisogna guardarla da un altro punto di vista. Studi internazionali hanno dimostrato come la presenza di donne nei cda migliora le performance delle aziende. Ora uno studio di McKinsey-Cerved dimostra come sia vero anche in Italia. Le società italiane, quotate e non quotate, con almeno il 20% di donne nel top management hanno ottenuto nel triennio 2007-2009 una redditività superiore a quelle che hanno meno del 20% di presenza femminile: +9% a livello di redditività sul capitale (roe), +37% come redditività sugli investimenti (roi) e +18% della redditività delle attività aziendali (roa). Le performance sono addirittura migliori se l’amministratore delegato della società è donna: +33% del roe rispetto al totale del campione, +73% del roi e +31% del roa.
Vuol dire che le donne sono più brave degli uomini? Certamente no. La squadra che ottiene i risultati migliori è quella che unisce un mix di competenze, talenti ed esperienze. Tanto è vero che a livello europeo il 90% dei top manager donna e il 62% degli uomini sono convinti che un team di vertice con un numero significativo di donne riesce a produrre migliori risultati economici. E gli investitori iniziano a prestare attenzione anche a questa variabile come dimostrano gli studi degli analisti di Société Générale, Credit Suisse e Goldman Sachs, che indicano nelle società con una presenza femminile nel top management quelle in cui investire in Borsa.

In particolare in un report di SocGen le società sono state divise in “Best in class women on board index” e in “No women on board index” e i grandi gruppi italiani sono finiti tutti nel secondo gruppo, quelli degli investimenti meno consigliati. Certo la presenza di donne è solo una variabile e anche contenuta, ma se inizia ad essere importante nella scelta degli investimenti, forse è ora di porsi il problema e di riportare in Europa le aziende quotate italiane. Non è un caso, infatti, se amministratori delegati di gruppi importanti si sono schierati a favore delle quote di genere da Franco Bernabé (Telecom Italia) a Fulvio Conti (Enel), da Corrado Passera (Intesa Sanpaolo) a Federico Ghizzoni (Unicredit), da Rodolfo De Benedetti (Cir) a Flavio Cattaneo (Terna).

Parafrasando Anna Maria Tarantola, Vice direttore generale della Banca d’Italia, «con le quote non stiamo facendo un favore alle donne, ma al Paese, che non può permettersi di avere il 50% dei talenti inutilizzato».

Il Sole 24 Ore 18.02.11

L´Italia vista dagli Usa "Con il premier Berlusconi il Paese è ormai in declino", di Fabio Bogo

Nelle carte di WikiLeaks scandali e incapacità: “Dobbiamo usarlo”. Quattromila cables riservati filtrati dall´ambasciata Usa a Roma, oltre 30 mila pagine di documenti finora segreti che raccontano l´Italia e i suoi protagonisti dal punto di vista critico e sferzante del suo più importante alleato. E molti di questi con un denominatore comune: il declino del ruolo internazionale dell´Italia è strettamente legato all´immagine di Silvio Berlusconi, l´uomo che la guida e la condiziona dal 1994, l´anno della sua discesa in campo. Dal 2002 al 2010 parlano ambasciatori, segretari di Stato, diplomatici di alto livello, politici di primo piano. Tutte comunicazioni rigorosamente classificate. Tutte rigorosamente destinate a restare riservate. Tutte, adesso, contenute nei cables che WikiLeaks ha ottenuto e che l´Espresso, in collaborazione con Repubblica, comincia da oggi a pubblicare.

UN PREMIER CHE OFFENDE TUTTI
“Il premier Silvio Berlusconi con le sue frequenti gaffes e la scelta sbagliata delle parole” ha offeso nel corso del suo mandato “quasi ogni categoria di cittadino italiano e ogni leader politico europeo”, mentre “la sua volontà di mettere gli interessi personali al di sopra di quelli dello Stato ha leso la reputazione del Paese in Europa ed ha dato sfortunatamente un tono comico al prestigio dell´Italia in molte branche del governo degli Stati Uniti”.
E´ il febbraio del 2009 quando Ronald Spogli, ambasciatore americano in Italia nominato dal Presidente George W. Bush, si congeda dal suo mandato e scrive al nuovo segretario di Stato Hillary Clinton un memoriale intitolato “What can we ask from a a strong allied” (Cosa possiamo chiedere ad un forte alleato), classificato come Confidential e che ha un sapore profetico. Non è ancora esploso lo scandalo di Noemi Letizia, non è apparsa all´orizzonte la escort Patrizia D´Addario, non c´è ancora traccia dei festini di Arcore, né delle accuse di sfruttamento della prostituzione minorile con la marocchina Ruby, né delle pressioni sulla questura di Milano per procurarsi il silenzio della vittima. Le leggi ad personam proposte per tutelare il primo ministro dalle conseguenze dei processi in corso non sono state ancora respinte e non ha raggiunto l´apice il violento conflitto con la magistratura. Ma ad inizio 2009 il premier, visto dagli Usa, è già un uomo debole, prigioniero dei suoi conflitti di interesse e dell´evidenza internazionale dei suoi abusi di potere. Quindi bisognoso dell´aiuto americano per legittimarsi sul piano interno e estero e come tale disponibile, quando richiesto, a comportarsi come “il migliore alleato”. Berlusconi insomma non è nelle condizioni di dire alcun “no” a chi lo sostiene. Una sorta di ostaggio, che accetta volentieri tutte le richieste in termini di impegno militare e politico negli scacchieri strategici che vanno dall´Afghanistan alla ricollocazione dei prigionieri di Guantanamo, dalle basi sul territorio italiano alle sanzioni all´Iran. Un prezzo che finora non si sapeva di aver pagato.

L´IMMAGINE DI UN PAESE IN DECLINO
“Il lento ma costante declino economico dell´Italia – scrive l´ambasciatore Spogli – compromette la sua capacità di svolgere un ruolo nell´arena internazionale. La sua leadership spesso manca di una visione strategica. Le sue istituzioni non sono ancora sviluppate come dovrebbero essere in un moderno paese europeo. La riluttanza o l´incapacità dei leader italiani a contrastare molti dei problemi che affliggono la società, come un sistema economico non competitivo, l´obsolescenza delle infrastrutture, il debito pubblico crescente, la corruzione endemica, hanno dato tra i partner l´impressione di una governance inefficiente e irresponsabile. Il primo ministro Silvio Berlusconi è il simbolo di questa immagine”. Spiega Spogli: gaffes e preminenza per gli interessi personali, assieme “al frequente uso delle istituzioni pubbliche per conquistare vantaggi elettorali sui suoi avversari politici, la sua preferenza per soluzioni a breve termine hanno danneggiato la reputazione dell´Italia in Europa”. Un´immagine che Berlusconi tenta di rivitalizzare con iniziative che lasciano perplessi gli Usa. L´Italia – annota Spogli – “fa molti sforzi, alcuni seri altri meno, per mantenere una posizione di rilevanza e influenza”. Come quando “si propone nel ruolo di grande mediatore delle crisi mondiali, un ruolo autoconferitosi che alcuni politici, specialmente il premier Silvio Berlusconi, pensano possa conferire grande visibilità senza praticamente spendere alcunchè”. O come quando, senza alcun coordinamento, ritiene di avere i titoli per “mediare tra la Russia e l´Occidente, impegnarsi con Hamas e Hezbollah, stabilire nuovi canali di negoziato con l´Iran, espandere l´agenda del G8 con mandati al di là di ogni riconoscimento”.
Insomma, una politica assolutamente velleitaria. Con costernazione Spogli prende atto che in una puntata di “Porta Porta” Berlusconi annuncia il ritiro dall´Iraq: svegliati in piena notte i generali Usa a Baghdad e mandata la trascrizione della puntata tv al Pentagono. Esterrefatto l´ambasciatore registra che mentre Israele bombarda Gaza il Cavaliere rilancia l´idea del tutto estemporanea di costruirvi alberghi e resort, annunciando che potrebbe “trovare investitori”. Allibito informa Washington che il premier ha una sua strategia per la Siria, visto che l´allora moglie Veronica “ha conosciuto la consorte di Assad a Damasco”, e dice: “Dovremmo coinvolgerla…”
Ma a Washington sono pragmatici. Si deve abbandonare un alleato pasticcione, in declino economico e inviso alle cancellerie europee per idiosincrasia politica?. “No – scrive Spogli alla Clinton – non dobbiamo. Dobbiamo anzi riconoscere che un impegno di lungo termine con l´Italia e i suoi leader politici ci darà importanti dividendi strategici adesso e in futuro”

IL DIVIDENDO DI WASHINGTON
Cosa può incassare l´America da questo governo? Spogli è esplicito. “L´Italia ci permetterà di consolidare i progressi fatti faticosamente nei Balcani negli ultimi vent´anni, le loro forze armate continueranno a giocare un ruolo importante nelle operazioni di peacekeeping in Libano e in Afghanistan, e, infine, il territorio italiano sarà strategico per l´Africom (United States African Command)”, l´organismo costituito nel 2008 dalla Difesa Usa per coordinare gli interventi militari in Africa: comando a Stoccarda, ma bombardieri di stanza a Vicenza, nella base Dal Molin, e portaerei della VI flotta a Napoli. ” Se useremo una forte pressione – sostiene inoltre Spogli – l´Italia eserciterà la sua influenza economica in Iran per mandare a Teheran un chiaro segnale che potrebbe influire sulla loro politica di sviluppo nucleare”. E anche sul fronte del terrorismo Washington sa che Roma spalancherà le sue porte. Già nel febbraio 2009 Spogli avverte infatti che l´Italia si sta diligentemente preparando ad esaudire “quelle che ritengono saranno tra le nostre prime richieste, il farsi carico della custodia di alcuni detenuti nella prigione di Guantanamo (il ministro Frattini ufficializzerà la decisione 4 mesi dopo, ndr.) e un maggiore sforzo militare in Afghanistan (l´Italia sorprenderà gli Usa aggiungendo altri 1200 soldati ad Herat, portando il contingente schierato ad un totale di 4200 uomini).
L´unica vera preoccupazione è il rapporto tra Roma e Mosca, tra Berlusconi e Putin. Gli Usa vogliono controbilanciare la crescente influenza russa sul fronte dell´energia, e notano con disappunto che “l´Italia, sfortunatamente, invece la favorisce”. Sui rapporti tra Berlusconi e Putin il punto di vista americano è noto. L´ambasciata Usa anche dopo la sostituzione di Spogli con David Thorne è in allarme e agisce su più fronti. Stimola il ritorno al nucleare, interviene sul governo per spezzare l´asse con Mosca e suggerisce: “dobbiamo far capire a Berlusconi che ha una relazione personale con noi e dobbiamo assecondare la sua convinzione di essere uno statista esperto”. Ma l´operazione non è facile, il legame del cavaliere con “il suo amico Vladimir” è solida e ha radici misteriose. tanto misteriose da indurre Hillary Clinton nel gennaio 2010 a chiedere alle rappresentanze diplomatiche interessate di indagare sulle “possibili relazioni e investimenti personali che legano Putin e Berlusconi e che possono influenzare la politica energetica dei due paesi”, e di svelare ” i rapporti tra l´amministratore delegato dell´Eni Paolo Scaroni, i top manager dell´Eni e i membri del governo italiano, specialmente il premier e il ministro degli esteri Frattini”. Gli americani si troveranno davanti ad un muro: in un cable un diplomatico italiano spiega che “tutto avviene direttamente tra Berlusconi e Putin”.
UN PREZZO IRRISORIO DA PAGARE
Pasticciona e in difficoltà, l´Italia chiede aiuto agli Usa quando si accorge che l´organizzazione del G8 a L´Aquila comincia a fare acqua. Gli americani se ne sono già accorti, e una serie di cables descrivono la tensione nell´ambasciata di Roma: il flop può tramutarsi in una debacle per Berlusconi, già colpito dalle prime rivelazioni sugli scandali sessuali. Scatta il soccorso all´utile alleato: “Berlusconi – annotano – ha bisogno di mostrarsi un leader credibile a livello internazionale per ripulire la sua immagine, e ci sarà tremenda attenzione” al trattamento che riceverà dagli altri capi di stato e di governo. Obama acconsente e in Abruzzo il presidente “abbronzato” è gentile e comprensivo. Il vertice è un successo, il Cavaliere è salvo, l´opposizione politica è sconfitta

CONDANNATI ALL´INSTABILITA´
Gli americani capiscono dunque che con Berlusconi dovranno conviverci. A lungo. E sfruttarne le debolezze, che utilitaristicamente diventeranno per Washington preziose cambiali in bianco, da riscuotere all´occorrenza. Ne sono consci già prima delle elezioni del 2008, che – dopo la caduta della litigiosa coalizione guidata da Romano Prodi – riporteranno a Palazzo Chigi il Cavaliere, vittorioso su Walter Veltroni. “Se vince Veltroni la situazione sarà eccellente – scrivono da Roma a Washington – se ritorna Berlusconi sarà molto eccellente”. Ne sono ancora più convinti dopo il G8 de L´Aquila. Non apprezzano la magistratura, definita “una casta inefficiente e autoreferenziale”, priva di controllo e che condiziona la vita politica; non credono nei dissidenti della maggioranza; giudicano il Pd disorganizzato. E anche quando la Corte Costituzionale boccia il lodo Alfano non si preoccupano: Berlusconi resisterà. Temono invece gli effetti sul Paese dello scontro con il presidente Napolitano. Il Presidente è visto come una figura assolutamente cruciale per la stabilità del Paese, è stimato e seguito. Il Quirinale non si tocca, è un assoluto punto di riferimento. “Gli attacchi a una figura molto rispettata potrebbero essere presi male da molti italiani e determinare più ampie divisioni tra le due istituzioni”.
È uno scenario preoccupante, ma che porta anche dei vantaggi. Il premier infatti “per difendersi dai processi si dovrà distrarre dal lavorare per il popolo italiano”. Ma ci sono altri referenti pronti a lavorare per gli Usa. I ministri Frattini e La Russa, ad esempio, vengono definiti particolarmente ansiosi di collaborare. Mentre ad Arcore continuano i festini, il business può proseguire.

La Repubblica 18.02.11

"Rubygate, una sfida per i cattolici democratici", di Ruggero Orfei

Volendo uscire dalla polemica, ormai separata, anche se non superata, sui risvolti di faccende personali del presidente del consiglio e dei suoi amici, non è facile ridurre a struttura l’insieme delle notizie concernenti le ultime vicende di cronaca politica. L’intrigo politico e morale rimane in un insieme di dibattiti, anche remoti, che riguardano l’assetto – se si può dire così – di costume degli italiani e dell’intero paese.
Il comportamento di Silvio Berlusconi non è questione degli ultimi mesi. Certi suoi atteggiamenti hanno suscitato sensazioni non sempre plausibili e gradevoli anche tra coloro che politicamente sostengono la politica del Pdl. Il problema nasce dall’importanza del personaggio, protagonista della politica nazionale, i costumi e la rilevanza dei problemi che si pongono non come questioni di condotta privata ma di vita pubblica.
Si tratta di un quadro di vari avvenimenti che vanno molto oltre le questioni giudiziarie che hanno un loro percorso, con possibili esiti diversi e imprevedibili, per imboccare quello dei principi più generali.
Tra questi il più importante è il rapporto che deve avere un capo politico, un sovrano, un presidente con la sua condotta personale privata.
Lo sforzo iniziale di separare i due ambiti non ha fatto che aggravare le cose, perché ha spinto ad approfondire un tema che pareva calato in una ipocrita ovvietà.
Quando ci fu il primo caso di escort o personaggi assimilabili, il primo tentativo fu spezzato dallo stesso pontefice che, ricevendo i consiglieri della fondazione De Gasperi, ripetutamente insistette sulla esemplarità dello statista trentino proprio nella rispondenza tra della sua vita privata con quella pubblica. Si notò allora una certa crisi di impostazione generale perché alcuni prelati e alcuni esponenti politici cattolici già si erano mossi sulla linea “separatista” dei due ambiti di presenza personale di ciascuno.
Poi, più recentemente, in un brevissimo scritto di padre Enzo Bianchi su Famiglia cristiana, prima di Natale, richiamava l’attenzione sul problema senza fare riferimenti alla cronaca. Il priore di Bose ricordava che san Giovanni Battista era stato decapitato da Erode per aver richiesto al tetrarca una condotta morale “personale” e “privata”, e non a una questione di indirizzo politico.
Nelle ultime settimane l’argomento ha trovato un’improvvisa e fertile diffusione, imponendosi anche ai cattolici giustificazionisti ad ogni costo del “principe “.
La questione generale si è così allargata moltissimo, perché ricevendo i cattolici messaggi insistenti di coerenza sui principi non negoziabili, limitati in genere alla bioetica, adesso si trovano a che fare con una prassi di comportamenti morali neppure negoziabili, almeno come principi. Nelle apologie del presidente si è insinuato spesso il principio dell’incoerenza col quale si è cercato di collocare apertamente anche quello ormai screditato della separazione tra vita morale e vita politica.
La questione diventa più importante se si tiene presente l’esortazione insistente del magistero della Chiesa sulla partecipazione dei cristiani all’attività politica.
Questo significa un ritorno di attualità della politica dei cristiani, “cristianamente ispirata” che non è una formula, ma la base di una scelta che non impedisce intese politiche con chi cristiano non è, ma che suppone uno schieramento etico di grande rilievo e responsabilità.
Ha alla base la coerenza tra la vita morale privata e quella pubblica.
Insomma pare che la crisi attuale, in apparenza solo di costume e limitata, abbia aperto anche uno schieramento “di scuola” che sta tormentando i fedeli nelle parrocchie che spesso non trovano guide adeguate.
Un compito comunque si impone per i cattolici democratici che si sentono legati ancora a un messaggio che se è politicamente deperito, culturalmente e teologicamente è ancora imponente. Si potrebbe discuterne di più e meglio.

da Europa Quotidiano 18.02.11

"Un sistema paternalistico e datato non aiuta chi ha davvero bisogno", di Chiara Saraceno

Le novità introdotte nel milleproroghe non intervengono sui criteri ancora troppo restrittivi dell´età e della cittadinanza. Nel decreto Milleproroghe ha trovato posto anche la conferma della social card, ovvero di una carta acquisti per un importo di 40 euro mensili, destinata a anziani ultrasessantacinquenni e bambini sotto i tre anni che si trovano al di sotto di una determinata soglia di reddito famigliare e sono cittadini italiani. Molti osservatori avevano a suo tempo segnalato che il doppio vincolo della età e della cittadinanza avrebbe escluso dal beneficio, per altro di importo troppo basso per fare davvero differenza, la grande maggioranza dei poveri, oltre ad esporre l´Italia (per l´esclusione degli stranieri legalmente residenti) al rischio di una procedura di infrazione da parte dell´Unione Europea. La povertà, in Italia, è infatti concentrata, oltre che tra gli anziani, nelle famiglie con tre o più figli minori, a prescindere dalla età di questi ultimi. Senza contare che un bambino non diventa meno povero per il fatto di compiere tre anni. Uno strumento, quindi, doppiamente limitato: nell´importo e nella platea dei potenziali beneficiari.
Il risultato paradossale della seconda limitazione è che il fondo destinato alla social card è rimasto largamente non speso, nonostante l´incidenza della povertà continui ad essere consistente: 5% circa delle famiglie italiane se si parla di povertà assoluta, l´11% se si parla di povertà relativa.
Nel riconfermare la social card ed il suo importo, utilizzando i fondi non spesi, il decreto milleproroghe introduce tuttavia due novità “sperimentali”. La prima, più importante, è l´affidamento, nei comuni sopra i 250.000 abitanti, della sua erogazione agli “enti caritativi” (sic). E´ escluso l´Inps. E i comuni sono solo chiamati ad individuare gli enti caritativi e ad integrarne le prestazioni, con un paradossale rovesciamento del rapporto tra pubblico e terzo settore. Una scelta sorprendente da parte di un governo che si dichiara federalista. Non solo, la definizione ottocentesca di “enti caritativi” chiaramente individua una fattispecie ristretta di soggetti, per lo più esclusivamente di matrice religiosa (cattolica). Il risultato è che viene così negata, anche nel linguaggio, ogni idea che dare sostegno ai poveri sia un obbligo civico di solidarietà e riceverlo un diritto. Diviene un atto discrezionale e paternalistico, che legittima l´ente erogatore (privato) mentre squalifica il beneficiario. La seconda novità, in astratto positiva, è che viene rimandata ad un futuro decreto l´individuazione delle caratteristiche, auspicabilmente meno restrittive in termini di età e cittadinanza, che devono avere i potenziali beneficiari. Non è chiaro tuttavia perché un eventuale allargamento della platea debba riguardare solo i comuni sopra i 250.000 abitanti e i beneficiari della social card erogata dagli “enti caritativi”.
A fronte di questa scelta politica fortemente problematica, appare invece di grande interesse la proposta – idealmente “bipartisan” – delle ACLI, presentata in questi giorni, di sperimentazione di una “Carta acquisti” che copra, almeno in parte, la differenza tra soglia di povertà assoluta e reddito disponibile, tenendo conto del costo della vita nelle varie aree del paese. Titolare dell´erogazione sarebbe l´INPS. Come avvenne nella sperimentazione del RMI, questa misura dovrebbe essere accompagnata da servizi di accompagnamento e integrazione sociale, sotto la responsabilità dei comuni singoli o associati e con la collaborazione sia dei Centri per l´impiego che delle varie associazioni di terzo settore che operano nel capo della inclusione sociale. Si può discutere dell´immagine paternalistica sottostante lo strumento carta acquisti al posto dell´erogazione diretta di denaro. I poveri sono sempre soggetti al sospetto di essere incapaci di spendere bene il poco denaro che hanno. Tuttavia è apprezzabile un modello di politica di sostegno al reddito dei poveri a responsabilità pubblica, con criteri universalistici e non categoriali o discrezionali, che coinvolga tutti gli attori locali rilevanti, e che miri non ad erogare carità, ma a sviluppare competenze e diritti insieme a responsabilità.

La Repubblica 18.02.11

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“La beffa della social card torna con pochi fondi e sarà gestita dai privati”, di Roberto Mania

Solo 750 mila beneficiari, il governo tenta il rilancio. Poveri ma esclusi dalla social card. I poveri più poveri senza fissa dimora, i poveri immigrati perché non cittadini italiani, i nuovi poveri giovani e precari. Poveri. La social card è stata l´unica misura contro la povertà realizzata dal governo ma ha fallito il bersaglio. Ha portato un beneficio a non più del 3-4 per cento delle famiglie, lasciando fuori la stragrande maggioranza di chi ne avrebbe avuto bisogno. L´emendamento inserito nel cosiddetto Milleproroghe, decreto omnibus che ha rilanciato la social card anche in versione privatista con l´entrata in campo degli enti «caritativi» impegnati nel volontariato, ne è l´implicita conferma. La social card non ha funzionato mentre l´Italia – come ha scritto Marco Revelli nel suo “Poveri, noi” – continua a essere «un Paese strutturalmente fragile, fortemente esposto al rischio diffuso di deprivazione, con sacche di povertà superiori alla maggior parte dei nostri partner europei». Abbiamo otto milioni di persone in condizione di povertà relativa e più di tre milioni in povertà assoluta. In tutto quasi quattro milioni di famiglie povere. In poco più di due anni sono stati 750 mila coloro che hanno utilizzato la carta acquisti. Più al sud che al nord. Ma in quel numero del ministero dell´Economia c´è anche chi ha comprato con la carta una sola volta. Dunque sono molto meno le persone che la usano costantemente, 4-500 mila. Perché basta che cambi uno dei requisiti (l´età, per esempio) per non averne più diritto. Eppure il governo stimava in 1,3 milioni i potenziali beneficiari della carta prepagata. Perché è andata così? Perché si è scelta la social card anziché uno strumento di sostegno diretto al reddito come accade in Europa? Perché i più poveri sono rimasti esclusi? Perché, ora, si apre all´ingresso dei privati? E quali privati?

LE ESCLUSIONI
La social card non è stata pensata per tutti. Intanto ha tagliato fuori gli stranieri per quanto residenti e, in molti casi, poveri. La social card è solo per gli italiani, mentre la quota di stranieri che ha perso il lavoro a causa della lunga crisi globale è costantemente in crescita. Lo dicono le tabelle dell´ultimo “Rapporto sulle politiche contro la povertà e l´esclusione sociale” consegnato al governo prima dell´estate: nel 2007 gli stranieri senza lavoro erano il 9,3 per cento del totale, sono passati al 13,5 per cento nel 2008 e al 16,6 per cento nel 2009. A Torino ogni cento nuovi iscritti nelle liste di mobilità 37 sono stranieri. Ma sono fuori dalla social card. Fuori come i giovani con lavoro instabile e senza figli con meno di tre anni. Perché a parte i requisiti di reddito (tra questi non superare i 6.300 euro annui circa o gli 8.300 se pensionato e tanti altri vincoli) per la social card si deve essere o over 65 oppure under 3. L´Italia, appunto, non è un Paese per giovani. I quali, però, sono sempre più poveri: gli under 34 erano il 4,6 per cento del totale, oggi sono saliti al 4,8 per cento; e la classe di età compresa tra i 35 e i 44 anni è passata dal 5 al 5,6 per cento. È una metamorfosi sociale, accelerata dalla recessione, che il governo sembra non aver visto. «Hanno pensato solo a una ristretta tipologia di famiglia, a una parte dei pensionati, ma non ai giovani. Per loro i giovani non sono poveri», sostiene Stefania Trombetti, responsabile del Sistema servizi della Cgil. Nemmeno la Cisl, questa volta, è d´accordo con il governo. Pietro Cerrito, segretario confederale: «La reintroduzione della social card è una misura sbagliata, perché ha la pretesa di intervenire a favore dei pensionati poveri. Ma dietro c´è invece l´idea culturale e politica secondo al quale bisogna combattere solo la povertà assoluta, mentre si diffonde e cresce l´impoverimento di chi riceve pensioni medio-basse».

LE LOBBY
E forse c´è anche questo dietro l´emendamento voluto dal titolare del Lavoro, Maurizio Sacconi, e presentato dal senatore del Pdl Maurizio Castro, strettissimo collaboratore del ministro, e che negli anni Novanta guidò le relazioni industriali alla Electrolux proponendo forme ardite di partecipazione sindacale introducendo per primo anche il job on call, il lavoro a chiamata. Ma qual è l´obiettivo della modifica voluta da Sacconi? Quali sono le lobby che si vogliono favorire? Di certo c´è un elemento ideologico. C´è la versione italiana della Big society che teorizza il premier conservatore inglese David Cameron. C´è l´idea di un welfare state leggero post-fordista e molto privato che, in fondo, echeggia le parole d´ordine dell´annuale meeting riminese di “Comunione e Liberazione” con il suo esercito di volontari, la sua rete, e gli intrecci con il business cooperativo delle mense e dei servizi alle persone. Gli individui anziché lo Stato, che hanno sedotto pubblicamente Giulio Tremonti come Maurizio Sacconi, un tempo socialisti ora ciellini d´adozione. «È la sussidiarietà classica: più società, meno Stato», spiega Castro. Per questo si vuole affidare anche agli enti «caritativi» un pezzo della gestione della social card. Saranno loro, una volta selezionati (entro trenta giorni dall´approvazione arriverà un decreto del ministero del Lavoro), a individuare i soggetti davvero bisognosi. Un esame empirico, sul territorio. Senza i soggetti pubblici. Ma chi controllerà? Quale sarà, se ci sarà, il ruolo dei Comuni? Ci sono 50 milioni aggiuntivi a disposizione (per la social card ce ne sono ancora 550 da spendere mentre ne sono stati spesi 500), per una prima sperimentazione in una decina di città con più di 250 mila abitanti. «Perché – dice ancora Castro – il “centro” ha per sua natura un approccio giuridico-burocratico. Il “centro” non vede i poveri, i suburbi, i quartieri degradati». Ecco: l´implicita ammissione di un semi-fallimento. Perché, appunto, i clochard la social card, con la sua carica di 40 euro mensili più 20 per chi utilizza il gas naturale, non l´hanno mai vista, né chiesta. La vedranno attraverso i privati? E i giovani precari saranno inclusi? O resteranno invisibili?

IL MODELLO
Ma cosa pensano i potenziali «enti caritativi»? La Caritas per esempio. Attacca il vicedirettore Francesco Marsico: «La Caritas non ha mai chiesto una modifica di questo tipo». Non l´ha mai chiesto perché non la condivide. Marsico: «Il problema della social card è che esclude una larga fetta di famiglie povere e la sperimentazione decisa dal governo non risolve questa criticità di fondo. Anzi, ne aggiunge altre. Perché pone il problema del rispetto del principio costituzionale di equità sia per ciò che riguarda i soggetti destinatari, sia sul versante dei soggetti erogatori». Non è questo che vuole la Caritas.
Il modello social card, comunque, si sta diffondendo lungo la Penisola. Ci sono Regioni, Province e Comuni che hanno deciso di integrare la carta. L´ha deciso il Friuli (120 euro a bimestre), la Provincia di Latina (40 euro), i Comuni di Alessandria (80 euro), di Susegana (40 euro), di Cassola (80 euro), di Grado (80 euro ma solo per i bimbi sotto i tre anni). È una strada.
Cristiano Gori, docente di politiche sociali alla Cattolica di Milano, coordinatore della proposte delle Acli per una diversa social card, ha un approccio pragmatico. Ricorda, per esempio, che aver aumentato il reddito delle famiglie che hanno ottenuto la carta di circa l´8 per cento non è poca cosa. Ma non basta. Perché la social card tremontiana-sacconiana non può dare di più. Neanche nella versione privatista. «Serve uno strumento universalistico – dice Gori – . Una misura base per tutta la popolazione in condizioni di povertà assoluta. Non è più una questione di risorse perché rimangono quasi 500 milioni». Propone una carta prepagata per tutte le famiglie povere, che sia estesa agli stranieri, che preveda 129 euro al mese destinati a salire nelle zone dove il costo della vita è superiore, che dia accesso anche ai servizi alla persona e non solo agli acquisti alimentari, che, infine, attribuisca un ruolo ai Comuni. Un´altra strada alla social card. E per tutti i poveri.

La Repubblica 18.02.11