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"La mazzetta riunisce il Lombardo-Veneto", di Alberto Statera

l regno Lombardo-Veneto si è ricomposto duecento anni dopo. Nel nome della corruzione e del malaffare. L’Expo di Milano e, a ruota, il Mose di Venezia. Negli antichi confini del regno asburgico le due più grandi opere d’Italia, quelle che dovevano garantirci il rispetto e l’ammirazione del mondo intero, si saldano in un sistema criminale degno di Al Capone.
IL GANGSTER era spesso citato da Piergiorgio Baita, ex capo della Mantovani, la società che rappresenta il giunto di collegamento tra le grassazioni veneziane e quelle milanesi. “Puoi fare molta più strada — proclamava spesso l’ingegnere citando il ‘Scarface Al’ — con una parola gentile e una pistola, che non con una parola gentile e basta”. La Mantovani di parole gentili e di ricchi omaggi monetari coniugati con le armi da fuoco ne ha distribuiti continuamente: vuoi per garantirsi con un ribasso d’asta del 40 per cento la costruzione della cosiddetta “piastra” dell’Expo — ormai grande evento salvifico sempre più a rischio, se ne saranno espulsi i corruttori — vuoi per ottenere la leadership eterna negli appalti del Mose, le faraoniche paratie delle bocche di porto veneziane, il cui costo da quando sono cominciati i lavori dieci anni fa è lievitato da 1,8 a 5,6 miliardi di euro.
Altro che il Ponte sullo Stretto di Messina, per fortuna ormai obliterato dopo la lunga stagione criminal-megalomane del berlusconismo. Grandi opere, grandi abbuffate. Ma questa, a giudicare dai numeri degli inquisiti (100) e degli arrestati (35), è davvero la madre di tutte le abbuffate della storia recente d’Italia, capace di far impallidire come un giochino da minorenni la Tangentopoli del 1992.
A scorrere i nomi degli uomini e delle donne seduti da anni, secondo i magistrati, intorno al tavolo delle libagioni, si visualizza quasi l’intero album di famiglia del “Sistema
Galan”, che per tre lustri da governatore ha dominato nell’ex Vandea veneta con un apparato affaristico imperiale. “Il Nordest sono io”, proclamò in un libro-intervista autobiografico Giancarlo Galan verso la fine del mandato che da Venezia lo portò con Berlusconi al governo nazionale. Appena eletto in Veneto, per la sua gaglioffa simpatia da venditore di spot pubblicitari fu alternativamente soprannominato “Banal Grande” o “Colosso di Godi”, per via della sua statura e per la propensione agli ozi e ai piaceri della vita (donne, pesca, oca in onto e rovinassi). Poi divenne immantinente il “Doge”, omaggiato dalla corte regale seduta attorno al grande tavolo delle spartizioni: nomine, appalti nei lavori pubblici, nella sanità, in ogni attività nella quale girasse denaro pubblico. Tutti sapevano tutto del malaffare nel regno del Nordest, raccontato in centinaia di articoli di giornale e in alcuni libri, ma nessuno aveva il coraggio di ripeterlo apertamente. Salvo, una volta, Massimo Calearo, ex falco degli industriali vicentini eletto deputato nelle liste del Pd di Valter Veltroni (un errore che all’ex segretario non sarà mai perdonato) e poi accasatosi con Scilipoti, che ci confessò: ”Sugli appalti in regione lavorano tutti appassionatamente”. Tutti chi? Già esisteva un acronimo complicato sui capibanda: “SMAG”. Dove S stava per Sartori, M per Meneguzzo, Mantovani e Mazzacurati, A per Altieri e G, naturalmente, per Galan. Tolto Vittorio Altieri, progettista del regno nel frattempo deceduto, tutti insieme appassionatamente sono finiti ieri nell’inchiesta Mose. Roberto Meneguzzo è il fondatore della Palladio Finanziaria, celebrato dall’informazione economica compiacente come titolare del nuovo “Salotto buono” della finanza veneta e addirittura come “Cuccia del Nordest” da quando ha messo becco nelle grandi partite Generali e Fonsai; la Mantovani sapete già chi è: è la società mangia-appalti del Lombardo-Veneto. Il suo ex capo Baita è già finito in galera mesi fa, ha parlato tanto e ha patteggiato una prima condanna; Giovanni Mazzacurati, padre del bravo regista Carlo, da poco scomparso, è — secondo i magistrati — il “Grande burattinaio” delle tangenti sul Mose come presidente del Consorzio Venezia Nuova fino all’arresto dell’anno scorso. Spiace assai per la memoria di Carlo che favori siano stati elargiti anche a lui, grande promessa del cinema italiano. A piede libero, con il parlamentare Galan, è Amalia Sartori, detta Lia, che Berlusconi presentò in piazza a Vicenza come il futuro sindaco “con le palle” e che invece, trombata, approdò al parlamento europeo, dove ancora siede per un mese. Poi anche “Madame Richelieu”, come la chiamano il macellaio e il salumiere che la servono sotto il suo palazzo vicino alla basilica palladiana di Vicenza, potrà subire l’onta della prigione, dove rifletterà sul suo stesso libro intitolato “In politica da protagonista: manuale ad uso delle donne”. Destino che toccherà a Galan, se la Camera dei deputati non negherà l’arresto. Lui smentisce di aver mai preso soldi. Come al solito. Ma, per cominciare, dovrà spiegare magari chi ha realizzato i milionari lavori di ristrutturazione della sua trecentesca villa Rodella di Cinto Euganeo e la provenienza del denaro che gli girava l’assessore Renato Chisso, antica gloria del partito socialista. Mentre il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni, eletto col Partito Democratico, dovrà raccontare dei 450 mila euro che i magistrati lo accusano di aver incassato in contanti direttamente dalle mani di Mazzacurati e di un suo collaboratore. Impresa ardua per l’erede della tradizione etica dell’amministrativista Feliciano Benvenuti e successore di Massimo Cacciari, che per di più dal 2010 non ha dato preclare prove.
Alla “M” del vecchio acronimo SMAG, in verità mancano ancora alcuni nomi. A cominciare dalla reclusa Claudia Minutillo, ex segretaria privata di Galan, detta la “Dogaressa” o la “Dark lady”, poi diventata amministratrice della Fondiaria Infrastrutture, allocata a San Marino, e amministratore delegato dell’Adria Infrastrutture del solito gruppo Mantovani, incaricata secondo i magistrati di ripulire il denaro sporco. E poi quello di Altero Matteoli, ex ministro delle Infrastrutture e gran pezzo nel “Partito unico degli affari”, tra l’altro protettore politico di Patrizio Cuccioletta, ex presidente del Magistrato alle acque di Venezia.
Le storie da raccontare per spiegare la grande retata di ieri sono infinite e quasi tutte, purtroppo, segnalate da anni nell’indifferenza generale dei pubblici poteri, se non della magistratura che vi lavora da almeno tre anni. Ad esempio quella di Mauro Scaramuzza, arrestato per i contatti con la cosca mafiosa di Gioacchino La Rocca. Responsabile dei cantieri della Fip di Selvazzano di Dentro, di cui è proprietaria la Mantovani di Romeo Chiarotto che ha ricomprato anche le quote di Piergiorgio Baita, ebbe il suo momento di celebrità quando Matteoli con Galan battezzò le nuove cerniere del Mose: 161 ingranaggi da 34 tonnellate l’uno. Ma “l’orgoglio dell’Italia”, come rivendicarono i due politici al soldo, pare fosse alquanto fragile. Il consigliere berlusconiano Giovanni Toti, insieme ad altri, si è affrettato ieri di prima mattina, poverino, a strepitare contro i “giustizialisti”. Ma stavolta, come nell’inchiesta sull’Expo, oltre alle intercettazioni telefoniche c’è una messe di riprese video, il grande film autoprodotto della corruzione nazionale, che probabilmente non lascerà scampo agli accusati. Le telecamere per svelare lo scandalo Expo erano piazzate in grandi alberghi. Soprattutto il “Baglioni”, il “Nazionale”, l’”Esedra”, l’”Inghilterra” di Roma e il “Palace” e il “Michelangelo” di Milano. Ora siamo andati oltre le cinque stelle per il Modulo Sperimentale Elettromeccanico (Mose), al “de Russie” di Roma e al “Monaco” di Venezia. Non si accorse delle telecamere l’ex vice comandante generale della Guardia di Finanza Emilio Spaziante, che pare sia stato immortalato in “cinemascope” nel super-hotel romano con il prodigo Mazzacurati senior.
Così il “mostro” del Mose, come lo chiama Massimo Cacciari, stavolta probabilmente se li ingoierà tutti, documentando per immagini che chi più può più ruba. Così fan tutti quando si aprono le porte alla criminalità diffusa con i “lavori emergenziali”.

La Repubblica 05.06.14

"Resistere è un dovere", da L'Unità

Di nuovo la grande opera o grandecambiale a scadenza fissa e poi corrotti e corruttori, un sindaco, un ex presidente regionale e parlamentare di Forza Italia, un assessore regionale, un consigliere regionale, magistrati delle acque, un generale a riposo, finanzieri, imprenditori, conti all’estero, campagne elettorali pagate con soldi che transitano da una tasca all’altra, dieci venti trenta trentacinque arrestati, una retata.

Di nuovo. L’osceno spettacolo si ripete e pare la copia di quanto avevamo visto pochi giorni fa, un mese fa, un anno fa. Si può percorrere così di tangente in tangente tutta la storia d’Italia. Il sentimento è lo sconforto, il sentimento è l’amarezza, al punto che al contrario di un tempo quando alla punizione esemplare (alla «gogna mediatica») e allo sdegno popolare si sperava dovesse succedere la catarsi di un Paese intero, ora viene da coltivare l’illusione che sia tutto falso, che abbiano sbagliato i magi- strati, che siano caduti in un colossale abbaglio, che tutti gli inquisiti siano innocenti, giusto per poter dire che non tutto è perduto, che almeno il Mose salvatore dalle acque ha risparmiato se stesso dal malaffare.

Purtroppo, se non questo, mille altri episodi ci costringono a considerare la questione morale al centro dell’esistenza o della sopravvivenza di questo paese. Però l’aveva detto Enrico Berlinguer trentaquattro anni fa, a una Direzione del Pci: «La questione morale è divenuta oggi la questione più importante». Aveva capito e ci aveva ammonito, come ci avrebbero ammonito i giudici che svelarono Tangentopoli, come prima avrebbero dovuto metterci in guardia lo scandalo dei petroli, quello dei mono- poli di stato, quello della Lockheed. Dopo tanti avvertimenti, dopo tante pro- messe e tanti annunci senza conseguenze, la sfiducia è ovvia fino alla resa. Forse ci si deve rassegnare, forse è questo lo stato naturale ed eterno di un Paese come l’Italia, un Paese che, nel genere criminale, conta altri primati tra mafia, ‘ndrangheta, camorra, lavoro sommerso, evasione fiscale, un Paese che s’allarma, si sdegna, che mostra i cappi in Parlamento, che proclama per sé, ma non sa rinunciare alla furbizia quotidiana, perché sa di poter rimediare una giustificazione. Bettino Craxi ci spiegò che il finanziamento illecito ai partiti era una necessità. Ci risparmiò l’ipocrisia, ma durante il suo governo non diede mai un segno, mai un provvedimento che scongiurasse quella “necessità”. Sicuramente non sarebbe bastato. Certo non ci hanno aiutato leggi come quelle ispirate dal pregiudicato Silvio Berlusconi per annacquare, derubricare, prescrivere, non giovano i condoni a scadenza fissa.

Che si debba reagire rischia di essere la volontà di una minoranza virtuosa, oltre i fragori occasionali e inconcludenti. Quanto s’è conquistato altrove (tra pedagogia dell’onestà e dura repressione della disonestà) sembra irraggiungibile da noi. Servirebbe una scossa, grado massimo della scala Mercalli, che scardinasse e cancellasse nella rivoluzione una cultura lassista e “perdonista”, egoista ed edonista, senza doveri e senza coscienza di sé, un rivolgimento che rimettesse al centro la persona al posto del denaro, dell’esibizione, dell’apparenza, del palcoscenico. Troppo? Forse si dovrebbe nutrire un’ambizione simile come un dovere morale.

Il governo in carica, giovane e orgoglioso, cominci dal rilievo che potrebbe porre nelle sue parole alla «questione morale», continui con atti legislativi, che colpiscano duramente e che attribuiscano mezzi adeguati a chi ha il compito di indagare e perseguire, perché le inchieste si facciano, perché i tribunali giungano rapidamente a sentenze, perché le condanne siano pesanti, perché corruttori ed evasori fiscali “paghino” davvero. Una “campagna” come fossimo in guerra? Una “campagna” così per il suo significato di pace e civiltà dovrebbe chiamare in causa i cittadini e per la sua dimensione non solo morale ma anche economica dovrebbe chiama- re in causa, e non per generiche responsabilità, l’universo imprenditoriale, quel mondo che chiede agevolazioni fiscali, regole meno rigide, una burocrazia che non ostacoli, che pretende giustamente riforme, ma che non sa o non vuole riformare se stesso: nella teoria delle tangenti, quelle di vent’anni fa o quelle di Expo o quelle del Mose, di mezzo, inevitabilmente, nella veste del corruttore o del concusso, ci sta l’imprenditore. Qualcuno ha reagito alla mafia, qualcuno per questo atto di coraggio e di civismo, ci ha rimesso negli affari e ci ha rimesso pure la vita. Un modesto imprenditore delle pulizie diede il via, dal Pio Albergo Trivulzio di Milano, all’inchiesta di Mani Pulite. A Milano come a Venezia pare di avvertire solo connivenza. Non sono vecchie solo le facce dei politici e dei trafficanti, facce già viste sono anche quelle di chi semina cemento all’Expo o sul Mose. Speriamo di sbagliarci, che qualcuno ricominci a denunciare, che Confindustria trovi modo di denunciare l’illegalità o le pretese di illegalità, se davvero crede, come dice, nell’innovazione, nella concorrenza, nel futuro insomma. Quale futuro si può costruire a colpi di tangente?

La speranza è che una comunità di nuovo solidale provi a dimostrare che anche in Italia “si può fare”, Grandi Opere o Piccole Opere, senza la tassa in più della tangente (a Torino, per le Olimpiadi della neve, sindaco Chiamparino, e non lo ricorda mai nessuno, ci si riuscì).

L’Unità 05.06.14

Taddei: "Faremo le riforme, non ci sarà alcuna stangata", di Stefano Feltri

Avete visto? Non ci hanno chiesto la manovra correttiva”. Il responsabile Economia del Pd, l`economista Filippo Taddei, è molto positivo sulle raccomandazioni all`Italia arrivate ieri dalla Commissione europea. Anche se da Bruxelles arriva il suggerimento di fare “sforzi aggiuntivi” nel 2014 per ridurre il debito dello 0,6 per cento del Pil.

Professor Taddei, la Commissione è molto meno ottimista di voi sui conti pubblici, il governo sostiene che si sbaglia. Ma che ragioni ci sono per fidarsi più di Matteo Renzi che di Olli Rehn?

“La Commissione ha l`obbligo di essere cauta, applica un modello di previsione uguale per tutti i Paesi ma non è detto che sia più preciso del nostro. Ma se non vi fidate delle previsioni di crescita del Pil fatte dal Tesoro, guardate quella di Prometeia, di Bankitalia, del Fmi”.

Quindi possiamo essere sicuri al cento per cento che in autunno non ci sarà nessun intervento correttivo?

“Nessuna manovra aggiuntiva, se ci dovesse essere bisogno di una correzione c`è la legge di Stabilità. Quando avremo i dati sui primi tre trimestri del 2014 disporremo informazioni molto più precise di oggi. Le previsioni della Commissione si basano sui dati del Pil 2013. Se avessero registrato un grosso scostamento, ci avrebbero chiesto subito una manovra correttiva. Invece si limitano a suggerirci che forse, con molti condizionali, ci potrebbe essere bisogno di un aggiustamento”.

Quello dei conti pubblici è il primo campo in cui si misura la nuova forza europea del premier?

“Nulla sarebbe più sbagliato che usare le previsioni come misura del peso politico. Quello su cui si misura la carica del governo è la determinazione ad andare avanti e adottare misure concrete”.

Il governo recepirà l`indicazione di Bruxelles di aumentare la tassazione su immobili e consumi per sgravare il lavoro?

“L`attività del governo è molto più ambiziosa di così: non ci limitiamo a spostare la pressione fiscale da una voce all`altra, noi la riduciamo intervenendo sull`aggregato della spesa”.

La Commissione suggerisce di alzare le aliquote Iva oggi agevolate, quelle al 4 e al 10 per cento.

“Sarà oggetto di dibattito nella legge delega, ma non ci sarà alcun aumento della tassazione quest`anno”.

Il documento della Commissione ribadisce la necessità di una copertura strutturale se si vuole mantenere il bonus degli 80 euro.

“Siamo tutti d`accordo e su questo si valuterà davvero il governo, se saremo in grado di adottare quei risparmi di spesa che abbiamo promesso. Per l`anno in corso non c`è discussione, le risorse le abbiamo già recuperate, per il 2015 servono 11 miliardi di risparmi necessari per finanziare la riduzione dell`Irpef, 3 ce li abbiamo ne mancano 8”.

E riformerete la riforma Fornero del Lavoro, se necessario?

“La Commissione arriva un po` in ritardo. La legge Fornero ha al suo interno la valutazione della riforma stessa”.

Siete pronti a intervenire ancora?

“Assolutamente sì, la Commissione ci invita a fare quello che è disposto nel disegno di legge delega sul lavoro: aumentare gli standard sociali di protezione per chi perde il lavoro, occuparci di dualità del mercato del lavoro e coordinare le politiche attive”.

Il fatto Quotidiano 04.06.14

"Liberarsi dall’abbraccio del passato", di Francesco Manacorda

A volte, troppo spesso, ritornano. Ritornano dalle cronache degli Anni 90, come è accaduto per la coppia bipartisan Greganti-Frigerio indagata per le tangenti legate all’Expo 2015, e come è successo anche ieri per alcune figure coinvolte nella nuova inchiesta per corruzione sul Mose, il sistema che dovrebbe difendere Venezia dall’acqua alta, ma che pare averla esposta anche alle correnti tangentizie. Ritornano per affermare un insopportabile teorema – ossia che in Italia i grandi eventi facciano spesso rima con grandi tangenti – per incrinare la nostra immagine all’estero, che di certo uscirà ancora più ammaccata da questa vicenda che coinvolge una città unica al mondo, ma anche per ricordarci che c’è un abbraccio mortale della Prima Repubblica dal quale bisogna liberarsi al più presto.

Si può discutere a lungo di quanto l’ambiente che scopriamo di nuovo in questi mesi – purtroppo solo grazie alle inchieste della magistratura e non alla presenza di anticorpi nel sistema dei controlli interni – sia simile o diverso da quello della Tangentopoli degli Anni 90.

È vero, come sottolineano in molti, che vent’anni fa ci trovavamo più spesso in presenza di collettori di tangenti da convogliare poi ai partiti, mentre adesso il quadro è quello di un sistema tangentizio in «franchising» nel quale i vecchi ufficiali pagatori di partito si sono trasformati in indefiniti, ma evidentemente funzionali intermediari d’affari per imprese pronte a utilizzare i loro servizi.

Ma al di là di queste differenze evidenti resta il fatto che il fallimento della Seconda Repubblica, quella che si sarebbe dovuta sviluppare proprio dalle ceneri del sistema dei partiti crollato nel ’92, si può attribuire anche ad alcune caratteristiche sostanziali e negative della Prima Repubblica che sono andate via via peggiorando nei decenni trascorsi dalla Liberazione e che portavano verso il declino di Tangentopoli. Un’eredità fatta di pratiche clientelari e spesso corruttive, di incapacità di un’azione riformatrice e al contrario di sottomissione a un sistema paralizzante di veti incrociati che nasceva da rapporti in buona parte consociativi ha segnato – sotto il peso della crisi finanziaria ed economica – la fine di un sistema incapace appunto di cambiare.

Se una Terza Repubblica caratterizzata dall’affermazione personale di Renzi, ma anche da forti sentimenti di antipolitica – che anche ieri hanno trovato nutrimento nella rappresentazione del connubio tra affari e politica in Veneto – vuole avere la speranza di farcela, deve liberarsi da questo lungo abbraccio del passato. Il premier, che gioca la sua partita in conflitto e al tempo stesso sospinto proprio dai sentimenti diffusi di sfiducia nella classe politica tradizionale, ha già annunciato di voler scardinare alcuni elementi fondanti di questa eredità indesiderata, a partire appunto dal sistema di veti incrociati che ha bloccato molte riforme possibili negli ultimi anni.

Perché la politica possa riformarsi e riguadagnare consensi deve andare a fondo anche nel rapporto con il mondo degli affari. Non si tratta solo di condannare, come è ovvio, comportamenti illeciti sanzionabili dalla magistratura. Né di reintrodurre, come pure sarebbe assai auspicabile, una disciplina sul falso in bilancio più severa di quell’unicum planetario passato in epoca Berlusconi. E non basteranno nemmeno figure come quelle del Commissario anticorruzione previsto proprio per l’Expo. La battaglia contro la burocrazia che il premier considera uno dei punti fondamentali del suo programma può servire a snellire i processi decisionali, ma anche a non offrire troppo potere discrezionale a chi concede permessi e licenze, ad evitare che nella giungla di norme e regolamenti ci sia chi si offre a pagamento per trovare il percorso migliore e chi accetti quell’offerta. Lo chiedono quasi in contemporanea, ed è significativo, il presidente della Confindustria Giorgio Squinzi – che prende atto della gravità della situazione annunciando che nella sua associazione non c’è spazio per i corruttori – e il Procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio. Processi decisionali trasparenti, pubblicità di tutti gli atti, procedure il più possibile standard sono anch’essi un modo per sfuggire all’abbraccio mortale del passato.

La Stampa 05.06.14

"Le parole per riscrivere il paese", di Ilvo Diamanti

Abbimo tentato di tracciare una mappa delle parole utili a “riscrivere il Paese”. Per echeggiare il titolo della Repubblica delle Idee, che si apre oggi a Napoli. Parole estratte dai discorsi pubblici e dai dialoghi della vita quotidiana. Dalla comunicazione dei media e dal linguaggio comune. Le abbiamo sottoposte alla valutazione dei cittadini, intervistati attraverso un sondaggio condotto da Demos-Coop. Ne abbiamo ricavato una rappresentazione interessante. Anche se i sondaggi non godono di buona fama, in questi tempi. Tuttavia, chi li considera non degli oracoli, ma strumenti per cogliere gli atteggiamenti del (e nel) presente, ne può trarre indicazioni — a mio avviso — utili. Circa i riferimenti della società e le parole per dirli. Il che, in parte, è lo stesso. Ne esce una raffigurazione, per molti versi, coerente con le attese. Ma, comunque, significativa. Perché supera il perimetro dello stereotipo.
Se partiamo dal “fondo”, la regione della mappa in basso, a sinistra, dove si concentrano le parole che combinano un sentimento ostile con una previsione negativa, circa l’importanza futura, incontriamo subito Berlusconi, accanto a Grillo e agli ultras (del tifo). Parole “gridate”. Come i loro protagonisti. Spinti ai margini, ma tutt’altro che marginali. Al contrario. Perché dividono.
Descrivono un “Paese in curva”, nel calcio come in politica. Dove la maglia e la fedeltà servono a marcare i confini contro gli altri. I bianconeri e i nerazzurri. Rossoneri e giallorossi. Comunisti e berlusconiani. Da mandare tutti quantia Vaffa… Appena più in su, incontriamo le “parole di ieri”. Indicano soggetti senza futuro, oltre che deprecabili e deprecati. Ma, si sa, i sentimenti, spesso, colorano anche le previsioni… Le “parole di ieri”, comunque, hanno una specifica connotazione “politica”. Associano i partiti ai politici. Ma richiamano anche alcuni progetti di riforma. Il presidenzialismo e lo stesso federalismo. Ieri professato da tutti. A parole (appunto). Oggi non piace e non ha futuro. O forse: non ha futuro perché non piace più. D’altronde, la stessa Lega preferisce agitare la bandiera della (in)sicurezza, piuttosto di quella padana. Lo stesso “declino” spinge, nelle parole di ieri, lo Stato (mai come oggi, un participio passato). Ma anche l’Euro, “svalutato” anche rispetto all’Europa. Perché è una moneta senza Stato.
Colpisce, semmai, che in questo settore del campo finiscano anche le manifestazioni e la protesta. Le manifestazioni di protesta. In fondo: la partecipazione. Ma ciò suggerisce che la critica verso la politica e le istituzioni non produca (e non si traduca in) mobilitazione e indignazione attiva, come in altri Paesi. Ma, piuttosto, distacco e disgusto politico. “Gridato”.
Così, il presente è affidato a Renzi. Unico soggetto politico che ottenga un giudizio positivo, anche in prospettiva. Ciò avviene anche perché risponde alla domanda — diffusa — di un “leader forte”. Renzi. Tra le parole del nostro tempo, è posizionato, non a caso, accanto ai media “tradizionali”: giornali, radio. E soprattutto la Tv. Perché restano determinanti per comunicare in modo “personale”. E per costruire il consenso. Insieme, vecchi e nuovi media, disegnano una “democrazia ibrida”. Che insegue il mito della democrazia diretta, attraverso la rete. Ma riproduce, al tempo stesso, i riti del governo rappresentativo, al tempo della personalizzazione. La democrazia del pubblico, che si sviluppa, soprattutto, attraverso la televisione.
In alto a destra, infine, c’è il lessico del futuro. Le parole che evocano un orizzonte atteso. I valori condivisi e le speranze diffuse. Ma anche le domande più urgenti — e insolute. Premiare il merito, combattere la disoccupazione, prima di tutto. Ma anche l’evasione fiscale. Tutelare l’ambiente, valorizzare le energie rinnovabili. Promuovere la crescita economica e gli imprenditori. Lavorare per il bene comune. Potrebbe apparire la lista dei desideri inarrivabili. Dei buoni sentimenti, che è facile invocare, assai meno realizzare. Però, è interessante e, comunque, importante che continuino
ad essere evocati e invocati. Come la democrazia e il popolo — sovrano, che ne è il fondamento. E come i giovani. Segno di un futuro che fugge. Letteralmente. E ci lascia sempre più soli e più vecchi. E sempre più delusi.
In cima, come l’anno scorso, è Papa Francesco. Riferimento condiviso da tutti. Perché, più di tutti, ha saputo trovare “parole” in grado di orientare il linguaggio del nostro sconcerto quotidiano. Per dire, senza vergogna e senza violenza, cose tanto comuni quanto eccezionali, nella loro normalità. Perché, per riscrivere il Paese, non occorrono parole nuove, diverse dal passato. Servono parole “credibili”. Che, per essere tali, però, debbono essere pronunciate — e testimoniate — da persone credibili. Da soggetti e istituzioni credibili. In modo credibile. Ma proprio qui sta il problema, raffigurato bene da questa mappa. Che rende evidente la distanza fra le parole della democrazia e del cambiamento, eternamente proiettate verso il futuro. E gli attori che le dovrebbero recitare e tradurre: imprigionati nelle parole di ieri. Oppure specializzati nell’agitare i sentimenti e, ancor più, i ri-sentimenti. Impegnati a dare volto e voce, anzi, grida, alla delusione e alla rabbia. Con l’esito di moltiplicare la delusione e la rabbia. Facendo apparire i valori, i luoghi e le persone che evocano il futuro: parole senza tempo. In-attuali. E inattuate.

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Le ricette del Nobel Spence “Flessibilità e leader giovani la vostra ripresa parte da qui”, di EUGENIO OCCORSIO
«CON la velocità delle trasformazioni tecnologiche, la parola d’ordine è: flessibilità. Quella che manca in Italia ». Michael Spence, classe 1943, economista della New York University, premio Nobel 2001, ama e conosce l’Italia. Ospite a Napoli della Repubblica delle Idee, domani dialogherà con Giuseppe Recchi, presidente di Telecom, e Giovanni Castellucci, numero uno di Autostrade, sulla “ripresa al rallentatore” del nostro Paese e sui rimedi. Appuntamento alle ore 12, al Teatrino di Corte di Palazzo Reale.
A quale flessibilità si riferisce: quella del lavoro, dei modelli produttivi, o di cambiare in base al mercato?
«A tutte. La mia proposta è che si insedi un comitato presso la presidenza del Consiglio, fatto di economisti, sindacalisti, imprenditori, politici, sociologi e psicologi. Per individuare con rapidità i cambiamenti in corso e i trend del futuro prossimo, sul mercato domestico e internazionale, per concentrare gli sforzi in quella direzione. Le risorse pubbliche sono poche, è essenziale indirizzarle dove servono investimenti, infrastrutture. In pochi Paesi esiste una struttura del genere, oggi i più rapidi nell’identificare le potenzialità a livello mondiale sono i cinesi».
E in America?
«Anche lì le infrastrutture sono carenti e la tecnologia viaggia così veloce che non si riesce a tenerne il passo. Altrettanto i capitali. Il lavoro meno, e infatti la disoccupazione resta alta. Però l’America ha una “antirigidità” innata, un’idiosincrasia verso la burocrazia, un sistema universitario formidabile a vocazione internazionale, una predisposizione al cambiamento».
I cambiamenti tecnologici più importanti vengono da lì: il software, l’e-commerce.
«La rivoluzione tecnologica crea opportunità per chiunque voglia agganciare la ripresa. La catena del valore mondiale ha creato una “atomizzazione”: servizi legati a conoscenze, capacità tecnica, informazione e comunicazione che non richiedono la prossimità fisico-geografica. Tutto sta nell’identificare in quale segmento della catena collocarsi. Per l’Italia non c’è più solo la tradizionale leadership in settori come moda e design».
L’America ha lo status di superpotenza finanziaria oltre che politica.
«L’avere amministrazione e banca centrale che funzionano in sinergia è importante, l’Europa invece è divisa e con una Bce esitante. Ma è più importante la leadership politica, Paese per Paese. Servono leader giovani, pieni di energia, non legati a vecchi schemi di potere, decisi a cambiare. È la condizione che avete adesso: sta a voi non sprecare l’occasione ».

La Repubblica 05.06.14

"La grande ipocrisia", di Massimo Giannini

Cos’altro deve succedere, per convincere la politica a muovere un passo concreto, tangibile e inequivocabile, contro la corruzione che torna a minare le basi della convivenza civile e della concorrenza economica? Quante altre retate devono accadere, per spingere il governo e il Parlamento a ripristinare con un atto definitivo, responsabile ed efficace, il principio di legalità di cui in questi anni di fango hanno fatto strame tutti, ministri e sottosegretari, amministratori centrali e cacicchi locali?
Tutt’altro che oziose (o capziose), di fronte all’acqua lurida che tracima dal Mose, dove proprio la politica si è definitivamente messa «a libro paga», esigendo quello che i magistrati chiamano «lo stipendio di corruzione».
Da Tangentopoli e Mani Pulite in poi, e per un infinito ventennio di malaffare pubblico e privato, non solo si è fatto assai poco. Ma quel poco che si è fatto lo si è fatto assai male. Grandi proclami, piccoli compromessi. Leggi-feticcio, da dare in pasto al popolo bue. E poi appalti in deroga a volontà, per lucrare fondi neri. Non solo in epoca berlusconiana, che sappiamo straordinariamente nefasta sul piano etico. Anche in tempi più recenti, che speravamo finalmente proficui sul piano della ricostruzione morale e della legislazione penale.
Così non è stato. Così non è ancora. E al presidente del Consiglio Renzi, che meritoriamente dichiara di voler «cambiare verso» all’Italia anche dal punto di vista della giustizia e che opportunamente si accinge a dare più poteri al commissario anti-corruzione Cantone, non è inutile ricordare quanto è accaduto e quanto sta ancora accadendo. Al di là degli annunci, che pure servono a scuotere la coscienza di un Paese disabituato al meglio e assuefatto al peggio, ma che da soli non bastano a consolidare nell’opinione pubblica la percezione di un vero cambiamento. Da troppo tempo — interrotti solo dai blitz dei pm sulle infinite cricche tricolori, dal terremoto dell’Aquila al G8 della Maddalena, dai mondiali di nuoto al sacco di Carige, dall’Expo milanese al Mose veneziano — abbiamo ascoltato alti lai e asciugato lacrime di coccodrillo. Ma nulla è cambiato, nei codici e nelle norme di contrasto. C’è come l’accidiosa consapevolezza che la corruzione, con i suoi 60 e passa miliardi di «fatturato» l’anno, rappresenti una parte essenziale e forse irrinunciabile del Pil nazionale. Così l’establishment, politico ed economico, celebra a ogni nuovo arresto la Grande Ipocrisia. Interviste sdegnate, riunioni d’emergenza. Poi più nulla. O leggi fatte male, a volte col legittimo sospetto che le si vogliano esattamente così, per convenienza bipartisan.
LA LEGGE SEVERINO OCCASIONE MANCATA
Non parliamo, stavolta, dei misfatti compiuti da Berlusconi premier. Sono tristemente noti. Diamo dunque per acquisite le 12 leggi ad personam azzardate dall’ex Cavaliere sulla giustizia. La colossale occasione, miseramente mancata, è stata la legge Severino, approvata dal governo Monti nel novembre 2012. Insieme a qualcosa di buono (le nuove norme sulla decadenza e l’incandidabilità, che costano allo stesso Berlusconi condannato il seggio al Senato) la legge «spacchetta» inopinatamente il reato di concussione, riducendo i reati (e dunque i tempi di prescrizione) per l’ipotesi meno grave (ma infinitamente più frequente) dell’«induzione ». L’anomalia viene segnalata dai magistrati, rilevata dal “Sole 24 Ore” e da “Repubblica”, che ne chiede conto al ministro Guardasigilli consegnandole 250 mila firme raccolte a favore di una «seria legge contro la corruzione». Ma non c’è niente da fare. La legge passa così com’è, con la benedizione trasversalissima delle appena nate Larghe Intese: «tecnici» montiani, Pd e Pdl votano compatti, alla Camera: 480 favorevoli, solo 19 contrari, il Parlamento approva.
Di lì nascono tutti i guai successivi. Berlusconi userà i benefici derivanti dal caos normativo innescato dalla legge Severino nel processo Ruby. La stessa cosa farà Filippo Panati nel processo Falck. Un caos che nel frattempo viene autorevolmente certificato. A febbraio di quest’anno tocca alla Ue, nel suo rapporto sulla corruzione, evidenziare la lunga «serie di problemi irrisolti» lasciati dalla legge Severino (prescrizione, falso in bilancio, autoriciclaggio, voto di scambio) e stigmatizzare «gli effetti della frammentazione del reato di concussione». Il 15 marzo tocca invece alla Corte di Cassazione denunciare per sentenza i danni causati da quella legge all’esercizio della giurisdizione, e chiedere a governo e Parlamento di porvi rimedio al più presto.
I SEGNALI CONTRADDITTORI DEL PARLAMENTO
La richiesta cade nel vuoto. Mentre cominciano a scoppiare i nuovi scandali, governo e Parlamento non solo non raccolgono l’invito. Ma si muovono lanciando al Paese segnali contraddittori, su tutti i fronti che riguardano lo Stato di diritto. Due esempi, ma clamorosi perché passati sotto silenzio. Il 28 gennaio 2014 il governo Letta approva il decreto legge numero 4, «disposizioni urgenti in materia di emersione e rientro dei capitali detenuti all’estero». È la cosiddetta «voluntary disclosure», in voga in altri Paesi dell’Unione. Ma da noi viene allentata oltre misura. Al Senato il testo originario viene modificato, le imposte dovute sui capitali rientrati vengono dimezzate e i reati di frode «con altri artifici», oltre alla omessa o infedele dichiarazione, vengono depenalizzati. Di fatto, quasi un colpo di spugna, che alla fine non passa solo perché la Camera il 19 marzo decide di stralciare queste norme e di farle confluire in un ddl che sarà presentato in futuro.
Per uno scampato pericolo, un disastro compiuto. Il 17 maggio è entrata in vigore la legge numero 67, che introduce la possibilità di chiedere l’affidamento in prova ai servizi sociali nei procedimenti per delitti economicofinanziari con pene fino a 4 anni di detenzione. In questi casi, su richiesta del soggetto incriminato, si sospende il processo e si avvia un percorso di servizio e risarcimento, di durata massima 2 anni, al termine del quale il reato si estingue. Nella lista dei delitti per i quali si può ottenere il beneficio ci sono l’omessa dichiarazione dei redditi, la truffa, il falso in bilancio e persino il furto. Questo sì, a tutti gli effetti, ha le fattezze di un «colpo di spugna», studiato proprio per i reati dei «colletti bianchi». Il Parlamento approva unanime la legge, il 2 aprile scorso, nell’indifferenza dei più.
IL GOVERNO RENZI LA GRANDE SPERANZA
Mentre riesplodono le nuove e vecchie Tangentopoli, che vedono il potere politico alternativamente vittima e a volte carnefice di quello economico, il Parlamento invia dunque questi strani segnali di fumo al Paese. Delinquere non è poi così compromettente. Alla fine si può scendere a patti. Di fronte a tanto cinismo consociativo, la Grande Speranza si chiama Matteo Renzi. Solo lui può spazzare via la Grande Ipocrisia chiamata lotta alla corruzione. Ma le prime mosse del premier non sono confortanti. Nel discorso sulla fiducia alle Camere, il 22 febbraio, il nuovo presidente del Consiglio non dice una parola sul tema della legalità e delle strategie di contrasto al malaffare. Un silenzio che assorda, e che spinge Roberto Saviano a scrivere una lettera aperta al premier, su “Repubblica” del 28 febbraio. Renzi raccoglie la sollecitazione, e il giorno dopo annuncia dal salotto di Fabio Fazio, a «Che tempo che fa», la nomina di Raffaele Cantone alla guida dell’Autorità anti-corruzione, nata un anno prima e mai formata.
È un primo indizio, che sembra rassicurante. Ma le mosse successive, purtroppo, non sembrano trasformarlo nella prova che tutti aspettiamo. La vicenda del Documento di Economia e Finanza, non aiuta a capire qual è la vera strategia del governo. Il Consiglio dei ministri, riunito a Palazzo Chigi, approva il Def l’8 aprile. Renzi ne illustra le linee guida, con le solite slide. Il giorno dopo, sul suo sito, il ministero dell’Economia pubblica il testo integrale. A pagina 27 del Piano Nazionale delle Riforme, compare un ricco capitolo dedicato alla giustizia: «Asset reale per lo sviluppo del Paese», è il titolo. Pier Carlo Padoan, dai tempi dell’Ocse, ha bastonato duramente l’Italia, proprio per i ritardi sulla corruzione. Per questo, nel Def, il ministro scrive parole chiarissime, non solo sulla giustizia civile e amministrativa, ma proprio sulla lotta alla corruzione: occorre «rivedere la disciplina del processo penale, con particolare riferimento all’istituto della prescrizione, ferma restando l’esigenza di assicurare la certezza e ragionevolezza dei tempi». Più avanti: «Introduzione dei reati di autoriciclaggio e autoimpiego, anche rafforzando il 41 bis». E infine: «È necessario affrontare in modo incisivo il rapporto tra gruppi di interesse e istituzioni e disciplinare i conflitti di interesse e rafforzare la normativa penale del falso in bilancio».
LO STRANO CASO DEL DEF DEPOTENZIATO
Finalmente una dichiarazione programmatica impegnativa. Il segno che «cambiare si può». Ma sei giorni dopo, quando il Def arriva alle Camere per l’avvio dell’iter parlamentare, il testo è sorprendentemente cambiato. Il capitolo Giustizia rimane, alle pagine 29 e 30, e poi a pagina 63, nel capitolo II.10 intitolato «Una giustizia più efficiente». Si parla di tutto, dalla riforma della giustizia civile al sovraffollamento carcerario, dalle leggi già varate sul voto di scambio a quelle contenute nella Severino. Si propone la «mediazione obbligatoria» e la «depenalizzazione dei reati minori», la «difesa dei soggetti più deboli» e la «tutela dei minori ». Ma per quanto li si cerchi, i paragrafi sulle modifiche al processo penale, dalla prescrizione all’autoriciclaggio, dall’autoimpiego al falso in bilancio, non ci sono più. Chi e perché le ha cancellate? Una spiegazione possibile, anche se parziale, la forniscono gli atti parlamentari. Il 16 aprile, durante il dibattito in Commissione Giustizia della Camera, i deputati Cinquestelle almeno per una volta fanno bene il loro mestiere. Alfonso Bonafede «ritiene che sia estremamente grave che nella formulazione presentata alle Camere del Def in data 9 aprile 2014 venga fatto espressamente riferimento all’esigenza di affrontare definitivamente entro giugno 2014 il problema dei tempi di prescrizione e che ieri, martedì 15 aprile, dopo che nella serata di lunedì 14 aprile il presidente del Consiglio si sia incontrato con Silvio Berlusconi, sia pervenuta alle Camere una «errata corrige» da parte della presidenza del Consiglio, nella quale è stato cancellato ogni riferimento alla questione della prescrizione».
La risposta di Donatella Ferranti, presidente della Commissione, arriva di lì a poco: «Le correzioni apportate con l’errata corrige — replica l’esponente del Pd — erano state in realtà segnalate dagli uffici del Ministero della Giustizia alla Presidenza del Consiglio la scorsa settimana». Dunque, non sarebbe stato il premier a «depotenziare» il testo, e meno che mai l’avrebbe fatto dopo l’incontro di due ore, a Palazzo Chigi, con l’ex Cavaliere. Possiamo credere alla ricostruzione della Ferranti. Ma l’anomalia resta. E se a «sbianchettare» i paragrafi sul programmato giro di vite per la prescrizione, l’autoriciclaggio e il falso in bilancio è stato il ministro Orlando, e non Renzi, che differenza fa? Di nuovo: che segnale si vuol mandare al Paese?
LE PROSSIME TAPPE DEL CRONOPROGRAMMA
Siamo all’oggi. La gigantesca metastasi delle mazzette, che si propaga da Milano a Venezia nel corpo malato dell’«operosa Padania», obbliga il governo a fare qualcosa, subito. Orlando ha preso tempo sui vari provvedimenti già all’esame del Parlamento da più di un anno (dal testo della Commissione Fiorella sulla prescrizione alle diverse proposte sul falso in bilancio). Ha rinviato tutto a un più organico disegno di legge anti-corruzione, originariamente previsto entro l’estate e ora forse anticipato alla prossima settimana. Ma nel frattempo deve battere un colpo, almeno sulla promessa attribuzione dei pieni poteri a Cantone e magari anche sull’autoriciclaggio. Se ci riuscirà, al Consiglio dei ministri di domani, sarà tanto di guadagnato. Ma di fronte alla nuova Questione Morale, che torna a devastare drammaticamente il Paese e a sporcarne irrimediabilmente l’immagine, non basta più la narrazione riformista. Serve l’azione riformatrice. Chiara e severa, senza concessioni e senza ambiguità. Anche così si difende la memoria di Enrico Berlinguer dagli iconoclasti pentastellati.

La Repubblica 04.06.14

Sisma e alluvione, presentati emendamenti Pd al decreto Modena

Oggi pomeriggio alle 17.00 scadeva il termine per la presentazione degli emendamenti. I rilevanti danni conseguenti alla tromba d’aria e alla grandinata del 30 aprile scorso e i mutui accesi per pagare le tasse nelle zone colpite dal sisma sono tra le questioni raccolte in altrettanti emendamenti presentati dai deputati modenesi del Pd Davide Baruffi e Manuela Ghizzoni al cosiddetto decreto Modena. Verranno esaminati dalle Commissioni e dall’Aula già a partire dai primi giorni della prossima settimana.

Scadeva oggi alle ore 17.00 il termine ultimo per la presentazione alla Camera dei deputati di emendamenti al dl 74, il cosiddetto decreto Modena che ha previsto misure urgenti per le zone alluvionate dell’Emilia-Romagna. I deputati modenesi del Pd Davide Baruffi e Manuela Ghizzoni hanno trasformato in altrettanti emendamenti le richieste che, in queste settimane, erano arrivate dai sindaci e dalle associazioni di categorie delle zone colpite dal sisma prima e da successivi eventi atmosferici estremi. “Quelle stesse richieste – spiegano Baruffi e Ghizzoni – le avevamo già rappresentante, insieme ai primi cittadini, nell’incontro tenutosi a Medolla, il 17 maggio, con il presidente del Consiglio Matteo Renzi”. Tra le questioni trasformate in emendamenti ci sono i rilevanti danni conseguenti alla tromba d’aria e alla grandinata del 30 aprile scorso e i mutui accesi per pagare le tasse nelle zone colpite dal sisma. “Gli emendamenti presentati oggi – concludono Baruffi e Ghizzoni – saranno esaminati dalle Commissioni e dall’Aula nei primi giorni della prossima settimana. Come sempre, vigileremo a tutela degli interessi di zone colpite in successione da eventi così numerosi e gravi”.