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Il governo deve «metterci la faccia», di Vittorio Emiliani

Stavolta, per usare una espressione cara al Premier, “il governo ci deve mettere la faccia”. Dopo lo scandalo dell’Expo 2015 e quello, dai contorni ancora più terrificanti, del Mose, delle «grandi opere» quali fabbriche di tangenti per politici singoli e a gruppi, sedi di spartizione della torta fra le imprese «protette» e di moltiplicazione di costi per i soliti contribuenti, non c’è tempo da perdere.

Né basterà un solo decreto per quanto incisivo e impegnativo: occorrerà spendere ogni energia nella sua immediata e non diluita applicazione in sede parlamentare e poi amministrativa. Norme anti-corruzione (preventive soprattutto e, per la repressione, più incisive) e riforma della giustizia devono, più che mai, essere i punti-cardine di una azione di governo che voglia tirare fuori il Paese dal pantano morale, politico ed economico nel quale è stato e si è cacciato nell’ultimo ventennio. Questi scandali, dall’eco planetaria, hanno fatto male all’Italia ben più del bicameralismo “alla pari” o della lentocrazia.

La reazione a Tangentopoli si concretizzò in quella legge Merloni del 1994 che doveva ridare chiarezza e rigore alla materia fangosa e opaca dell’edilizia e dei grandi lavori. Ma il 1994 segna una data precisa nel calendario politico: l’entrata in campo di Berlusconi. E subito dopo la buona legge Merloni, accusata di «rigidità», comincia a essere ammorbidita, devitalizzata, stravolta. Tutti i difetti strutturali del Mose e del suo general contractor denunciati dallo stesso sindaco di Venezia Massimo Cacciari vengono immessi nella cosiddetta legge obiettivo Berlusconi-Lunardi, col sostegno, diciamolo, delle maggiori imprese. Nel 2002, come ha notato l’urbanista Paolo Berdini, «ancora peggio fecero i decreti attuativi» varati in funzione di una Protezione civile diventata onnipresente e onnipotente. Tutti i maggiori appalti vengono assegnati con metodi discrezionali e con essi anche quelli minori, visto che i Comuni possono appaltare «a trattativa semplificata – senza una vera gara di evidenza pubblica – lavori di importo fino a 500mila euro». Tanto che nel 2011 l’inascoltata Autorità di Vigilanza sui pubblici contratti (Anpc) denuncia che il 28 per cento degli appalti pubblici è stato espletato «senza gara» per ben 28 miliardi di euro. E nel marzo scorso, poco prima che esploda il bubbone-Expo 2015, il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi propone di riportare quell’Autorità “dentro” il suo Ministero…
Il motto in voga è snellire, sburocratizzare, semplificare. D’accordo, ma i controlli strategici dell’Autorità anti-corruzione, delle Soprintendenze, della Corte dei Conti (che, pensate, non può intervenire «senza preavviso») non vanno vissuti e additati come momenti di fastidiosa «burocrazia». Seguiamo allora quanto dice dell’Italia la Commissione europea a proposito di corruzione e anti-corruzione. Dice in sostanza che la legge Severino del novembre 2012 (ieri) «lascia irrisolta una serie di problemi», con le prescrizioni troppo brevi volute da Berlusconi, con la cancellazione penale del falso in bilancio (idem) e dell’autoriciclaggio, senza norme serie sul voto di scambio. «Il nuovo testo frammenta inoltre le disposizioni penali sulla concussione e sulla corruzione» creando zone grigie.

La Corte dei conti valuta a 60 miliardi il valore della corruzione italiana, con una incidenza secca «su un’economia già colpita dalle conseguenze della crisi economica» e con costi indiretti «stimati attorno al 40% dei costi d’appalto». Del resto l’economia sommersa vale il 21,2% del Pil.
In questa selva opaca si stringono i rapporti fra corruzione e criminalità organizzata la quale non la promuove, ma viene attratta e interviene nella fase di attuazione delle opere. E meno male che la Consulta ha dichiarato incostituzionali sia il lodo Alfano che la legge del 2010 sul «legittimo impedimento». Nonostante ciò, la prescrizione abbreviata «è un problema serio», anzi serissimo: Trasparency International ci dice che nel 2007-2008 i procedimenti penali estinti per scadenza di termini sono stati in Italia pari al 10-11 per cento contro lo 0,1-2 appena nel resto dell’Unione. E il rischio di prescrizione aumenta grazie alla lentezza della macchina della giustizia e il timore di pene severe, magari severissime diventa assai debole. Né fa paura, sinora, la Commissione per la Valutazione, la Trasparenza e l’Integrità delle pubbliche amministrazioni (Civit). I conflitti di interesse di ministri, sottosegretari, governatori, ecc. corrono. I controlli restano deboli. Né vengono protetti i cittadini che denunciano casi sospetti di corruzione nella pubblica amministrazione. Poi c’è una assai sostanziosa corruzione fra privati anch’essa favorita da norme inadeguate. Mentre la disciplina sul conflitto di interesse e sui finanziamenti ai partiti rimane «insoddisfacente».

Quindi non flagelliamoci per questi nuovi maxi-scandali perché dal Mose – reso impermeabile a ogni critica – non venivano certo profumi delicati. Prendiamo serissimamente tutti – soggetti pubblici e soggetti privati – la lezione senza gettare la croce soltanto sulla «casta» o sulla «burocrazia», ma affrontando da oggi, in Parlamento, i nodi strategici individuati anche a livello internazionale, varando cioè misure preventive, oltre che repressive, rapide ed efficaci e non pensando che il pur bravo e integerrimo magistrato Raffaele Cantone faccia “o’ miracolo”. Il governo «ci deve mettere la faccia». Anche se la presenza di Alfano e di Lupi al suo interno e di Berlusconi e C. nella maggioranza “per le riforme” unite all’impotenza politico-parlamentare del Movimento 5 Stelle mi suscitano più di qualche ansia.

L’Unità 06.06.14

"Ma il muro del malaffare sta crollando", di Luigi La Spina

Prima, lo sconcerto, per la ripetitività, quasi settimanale, con la quale esplodono in Italia clamorosi casi di corruzione politica. Poi, l’indignazione per il pervasivo dilagare di un malaffare da cui non sembra essere escluso nessun centro di potere, nazionale o locale, e che contagia l’intero arco dei partiti. Infine, la sfiducia per il dover constatare, ancora una volta, come proclami di assoluta severità, leggi che prescrivono rigorosi controlli, regolamenti amministrativi che impongono onerose e lunghe trafile burocratiche continuino a lasciare, ai ladri di soldi pubblici, mani sostanzialmente libere di delinquere.

Sono questi i sentimenti con cui l’opinione pubblica segue la catena di scandali che le cronache giudiziarie, da ogni parte d’Italia, rivelano. La coincidenza temporale con cui la magistratura riesce a intervenire per far fronte al fenomeno della corruzione politica e para-politica nel nostro Paese, però, dovrebbe indurre a una riflessione, preoccupata sì, ma forse non del tutto priva di qualche speranza.

Sembra sgretolarsi, infatti, quel muro di complicità, di interessi, di protezioni, di omertà che ha permesso a un ceto di politici, alti burocrati, vertici finanziari e bancari, giudici di corti amministrative e contabili, membri di autorità indipendenti, con una manovalanza di collaudati procacciatori d’affari, di costituire «cupole» di potere delinquenziale, inossidabili rispetto a qualsiasi cambiamento governativo e inscalfibili da qualunque controllo di legalità. Da decenni, questi centri di malaffare hanno dominato e imposto la loro volontà su tutte le opere pubbliche avviate in molte città e in varie regioni del nostro territorio.

Gli esempi sono illuminanti, basta partire dalla capitale, dalla rete della cosiddetta cricca «Balducci e Anemone», rivelata dalle indagini sullo scandalo della ricostruzione dopo il terremoto dell’Aquila. Si può proseguire dalla signoria esercitata dalla Carige e dal suo dominus assoluto, Giovanni Berneschi, sulla Liguria, con l’appoggio dei fratelli Scajola e da quella del Monte dei Paschi su Siena, sotto il ferreo controllo della sinistra storica, padrona in quella città. Si può continuare con l’ex governatore del Veneto, il forzista Giancarlo Galan, per ben tre volte a capo della Regione, dotato di una tale consapevolezza di sé, del suo potere e di una tale impudicizia politica da intitolare, senza alcuna autoironia, una sua autobiografia, uscita nel 2008, «Il Nordest sono io». Per arrivare alla rete affaristica che aveva costituito l’ex presidente della provincia di Milano, il Pd Filippo Penati, svelata dalle inchieste che l’hanno costretto all’abbandono della vita politica. Infine, come summa esemplificatoria del sistema corruttivo politico che ha dominato l’Italia negli ultimi decenni, si deve citare il caso dello scandalo Expo, dove la persistenza di personaggi come Greganti e Frigerio al centro del malaffare lombardo rappresenta, del tutto plasticamente, la granitica invulnerabilità di tali «cupole» del potere delinquenziale.

È probabile, allora, che l’incalzante smantellamento di queste capitali della corruzione politica, nazionale e locale, a cui stiamo assistendo, da parte delle inchieste giudiziarie di queste settimane, sia frutto di una certa rottura dei patti di complicità che legavano i suoi reggitori. Delazioni, confessioni, ammissioni aprono improvvisi varchi in quel muro di impenetrabilità che finora aveva resistito all’intervento della magistratura, forse proprio perché è cominciato un rinnovamento di ceto politico, sia a sinistra, sia a destra che fa venir meno le garanzie di protezione da parte della tradizionale classe politica. Una classe politica, quella della cosiddetta «Seconda Repubblica», tanto, a parole, impegnata in una guerra permanente tra i due schieramenti, quanto, nei fatti, legata a complicità trasversali occulte, in un costume di malaffare dilagante che coinvolge anche la società civile in pesanti responsabilità.

Un giro d’orizzonte nell’Italia di questi vent’anni vede a Roma, a Milano, a Genova, a Siena, nel Veneto come in Campania o come in Sicilia, una casta di ceto politico sempre legata agli stessi personaggi che, magari, si alternano sulle principali poltrone di potere, ma che, anche dopo le periodiche sconfitte elettorali, non escono mai dalla scena pubblica e, soprattutto, mai dal sottogoverno affaristico e clientelare. Si direbbe una complicità politico-generazionale che si avvale di una esperta rete di collaborazioni, attive o soltanto omissive, nei ministeri, nella comunità bancaria e finanziaria, tra i vertici delle forze dell’ordine, nelle alte magistrature civili, penali, contabili e amministrative. È possibile che in tale rete di relazioni, fondate su una lunga consuetudine di amicizie interessate allo scambio di favori e di denaro e, quindi, tesa alla ostinata conservazione dei privilegi corporativi, si sia diffusa la consapevolezza di un cambio di stagione ormai inevitabile e imminente. E sia partito, come sempre succede, il disperato «si salvi chi può».

La Stampa 06.06.14

"Guardie, ladri e finanzieri", di Alberto Statera

Guardie e ladri che si rincorrono sotto lo stesso tetto,
come in un vaudeville all’italiana interpretato da Totò e Aldo Fabrizi. Va in scena in tutti gli ultimi scandali, dal Mose all’Expo, fino all’Unipol. Popolati da quelli che una volta si chiamavano con la maiuscola Servitori dello Stato: pubblici ufficiali, magistrati e quasi sempre anche da finanzieri, nel senso non di gnomi della finanza, ma di ufficiali della Guardia di Finanza. L’uomo che fa onore a uno dei simboli del corpo rappresentante un grifone, metà aquila e metà leone (cioè saggezza e forza), è stato segnalato ieri dal “Sole-24Ore”: si chiama Renzo Nisi. È il colonnello che quattro anni fa fece la prima verifica al Consorzio Venezia Nuova, l’inizio della fine. Trasferito a Roma, non è stato lui mercoledì a portare via in manette Emilio Spaziante, suo mega-superiore, fino a pochi mesi fa comandante generale in seconda del corpo. Il generale ladro — secondo l’accusa — ha intascato 500 mila euro, prima tranche dei due milioni e mezzo promessi dal presidente del Mose Giovanni Mazzacurati per «influire in senso favorevole sulle verifiche fiscali e sui procedimenti penali aperti nei confronti del Consorzio Venezia Nuova».
Come ha fatto uno come Spaziante, che aveva un curriculum tutt’altro che puro come un giglio, a scalare i massimi vertici del corpo? Questo paese, si sa, ha la memoria corta, ma a qualcuno deve essere rimasta impressa l’indimenticabile intercettazione della telefonata dell’ottobre 2009 a Silvio Berlusconi di Valter Lavitola, che sponsorizzava la promozione del generale. E il presidente del Consiglio, che pure avrebbe preferito il generale Michele Adinolfi, amico stretto e “fonte” di notizie riservate del faccendiere pregiudicato Luigi Bisignani, rispondeva all’altro faccendiere ricattatore: «E allora lo devo chiamare. Gli fissiamo un appuntamento». Insomma, obbedisco. Il generale in carriera, che era stato anche nei Servizi segreti, aveva anche altri sponsor. Soprattutto Marco Milanese, ex finanziere, poi deputato Pdl pluriinquisito, capo operativo del “Cerchio magico” del ministro Giulio Tremonti, cui pagava persino l’affitto dell’appartamento condiviso dai due amici a Roma.
Toh, a chi è andata una parte della tangente Mose pagata da Mazzacurati a Spaziante? Proprio a Marco Milanese, che del resto si occupava al ministero, oltre che delle nomine negli enti pubblici di conserva con Gianni Letta, anche di sbloccare al Cipe i fondi per il Mose. Le operazioni sono quasi sempre mediate da Roberto Meneguzzo, il finanziere (questa volta proprio uno gnomo della finanza) titolare della Palladio Finanziaria, che si candidava a “salottino buono” della finanza del Nordest. Figuratevi un po’ i salottini cattivi. Il generale Spaziante si presenta nell’ufficio di Meneguzzo a Milano l’8 settembre 2010 per ricevere parte dei soldi e in sua presenza chiama per quattro volte il comandante del nucleo della Guardia di Finanza di Venezia, che stava svolgendo le ispezioni al Consorzio, per dimostrare quanto lui contasse.
Sono passati un po’ di anni, ma il Cerchio magico Tremonti-Milanese è vivo e lotta insieme a loro. Dalla Laguna veneta — udite, udite — al porto di Ostia. Se ne occupano l’avvocato Dario Romagnoli dello studio Tremonti, ex finanziere (della Guardia di Finanza), e il solito generale Spaziante. Il presidente del porto turistico Mauro Balini, legato secondo i magistrati all’ex banda della Magliana, vuole 100 milioni per ampliare il bacino. E che fa? Chiede al suo amico generale Spaziante di procurargli un documento che lui provvederà a falsificare. Il generale, sull’attenti, esegue e il 4 ottobre 2012 consegna il documento. Un narcotrafficante internazionale lo trasforma in falso. E una volta taroccato, l’atto viene consegnato all’Agenzia delle Entrate, l’ente che può destinare un bene demaniale ai privati. Qui entra in scena Romagnoli, l’avvocato dello studio Tremonti, l’intermediario che deve favorire il finanziamento dell’Unipol. Con l’inseparabile generale, l’11 dicembre si reca a Bologna, ma le notizie dell’Unipol non sono buone. Così la coppia — secondo le carte dell’antimafia — chiama in aiuto Tremonti in persona. All’inizio del 2013 ci sono già i soldi e il socio: “Italia Navigando”, partecipata da “Sviluppo Italia” e quindi dal Tesoro.
Ne vedremo delle belle, a quanto si può desumere da un trafiletto pubblicato ieri sul “Corriere della Sera” circa una possibile fuga di notizie nel marzo 2013 tra Milano e Bologna ai danni dell’inchiesta milanese sui derivati dell’Unipol. «Romagnoli — ha scritto Luigi Ferrarella — riferisce all’ex ministro Tremonti cosa gli è stato raccontato su una guerra intestina a Consob sui valori dei derivati Unipol». Tremonti risponde: «Intanto avvertiamo anche Vegas (presidente della Consob, ndr), proviamo a dirglielo».
Abbiamo appena visto come all’Agenzia delle Entrate, secondo gli investigatori, circolino persino documenti taroccati da malfattori. E proprio in queste ore il presidente del Consiglio Matteo Renzi è alle prese con la sostituzione di Attilio Befera al vertice di quella fondamentale Agenzia. Una delle partite forse più rischiose tra le tante che si appresta a giocare dopo i primi tre mesi di governo in una struttura statale dove la Guardia di Finanza ha decine di suoi ex ufficiali, più di qualcuno raccomandato purtroppo da Marco Milanese quando faceva il bello e il cattivo tempo al ministero dell’Economia sotto l’ala di Tremonti. Tre delle sette direzioni sono comandate da ex ufficiali delle Fiamme Gialle. Ben 376 dirigenti sono entrati senza concorso. Il vicario di Befera Marco Di Capua, è oggi il candidato più quotato alla nomina a numero uno e a quel che si dice quella candidatura ha prodotto tensioni tra il premier, che dubita, e il ministro Piercarlo Padoan. Anche Di Capua, il cui fratello Andrea è caporeparto dei Servizi segreti, è un ex ufficiale della Finanza, ma soprattutto è considerato molto amico di Milanese, di Spaziante e del Cerchio magico tremontiano, destinato ormai a difendersi negli scandali che quasi quotidianamente vengono alla luce dopo la lunga notte del berlusconismo, nonostante l’allure dell’intellettuale che l’ex ministro tenta di darsi.
Di Vincenzo Visco, ex ministro delle Finanze, si può dire ciò che si vuole, ma quando nel 2006 si scagliò contro Milanese, Di Capua e la lobby dei finanzieri affaristi e tangentari, venendone poi stritolato, mise tutti sull’avviso. Sono passati quasi dieci anni e gli stessi nomi si rincorrono nella giostra delle promozioni e di alcuni degli scandali quotidiani.
Non si possono più fare errori all’Agenzia delle Entrate, come nelle nomine negli alti vertici delle agenzie statali. Anche se, come diceva Michel de Montaigne, è dubbio che l’uomo onesto possa trovare un posto adeguato in un mondo che mette l’utile al di sopra di ogni cosa.

La Repubblica 06.06.14

"L’Italia delle cricche", di Gad Lerner

Nella lotta contro la corruzione dilagante, il governo rischia di apparire sopraffatto e disorientato. Come se, al di là dei proclami, fosse privo dell’attrezzatura politica necessaria. Neanche la trionfale vittoria elettorale del 25 maggio riesce a cancellare questo senso d’impotenza di fronte a un fenomeno che ha oltrepassato ogni cupa immaginazione. Matteo Renzi deve smentire il dubbio che la rottamazione si applichi solo ai suoi concorrenti diretti, in una logica di mera sostituzione, mentre in giro si continua a rubare. Da segretario del Pd è chiamato a debellare senza reticenze i gruppi d’interesse economico-affaristico che hanno trovato protezione nelle strutture territoriali del suo partito. Ma come capo del governo gli tocca chiedersi se in un frangente così drammatico, di fronte a un sistema che si rivela marcio, Alfano al Viminale e Lupi alle Infrastrutture siano gli uomini giusti al posto giusto. Dopo gli arresti di Venezia, i due esponenti del Ncd, di cui è risaputa la familiarità con alcuni responsabili degli scandali, hanno ripetuto solo che «i lavori delle grandi opere devono continuare». Fatichiamo a immaginarceli protagonisti della necessaria opera di risanamento.
«Le regole ci sono, il problema sono i ladri», dice Renzi. Ma se l’illegalità è divenuta prassi nell’assegnazione delle opere pubbliche, approfittando di deroghe ai meccanismi di controllo, ciò si deve alle continue incertezze normative che l’opinione pubblica e gli stessi imprenditori hanno percepito come volontà politica lassista. Ieri Massimo Giannini ha elencato una sequenza di provvedimenti annunciati e mai varati, nonché di cavillosi dietrofront, da cui si deduce che la lotta alla corruzione non è mai divenuta una priorità dell’azione di governo. Al contrario, lo scandalo del Mose di Venezia rivela che grandi aziende titolari di commesse pubbliche sono in grado di assoldare sindaci, assessori, ex ministri e ufficiali della Guardia di finanza, per sottometterli alle loro convenienze. Lo Stato al servizio degli affari, in una logica perversa di distorsione del mercato che non solo umilia la democrazia, ma reca danni irreparabili alla nostra economia.
Il ricatto non ha fine neanche quando la magistratura scoperchia il malaffare. Perché ora subentra la logica del fatto compiuto: non si possono lasciare i lavori a metà. Dopo il danno, la beffa. Se la Maltauro si è aggiudicata con la frode gli appalti per le aree di servizio (67 milioni) e le vie d’acqua (42 milioni) dell’Expo di Milano, chi mai oserà estrometterla? In fondo è solo la capofila, ci sono altre aziende coinvolte nei cantieri… Quanto alle dighe mobili della laguna di Venezia, già realizzate all’80%, stessa storia, nessuno è in grado di sostituire la Mantovani.
Ma proprio questo è il punto, come giustamente sottolinea il commissario anticorruzione Raffaele Cantone: «Nessuno deve poter ottenere vantaggio dalla propria attività delittuosa ». Le tangenti distribuite sono spiccioli rispetto ai profitti che Maltauro e Mantovani, ma anche Manutencoop e altre imprese, otterranno grazie alla corruzione dei faccendieri e dei politici amici.
Qui può intervenire un governo intenzionato a ripristinare le regole di mercato. Chi ha danneggiato i concorrenti sfuggendo al rischio imprenditoriale, chi ha scelto la scorciatoia di un tanto a te e un tanto a me, chi ha turlupinato le istituzioni con le formule magiche del project financing e del main contractor, ricavando fondi neri con le sovrafatturazioni, deve subire la revoca degli appalti. Lo ha chiesto a Milano il sindaco Pisapia, ricordando che queste aziende per lavorare avevano sottoscritto con la Prefettura un protocollo di legalità che le impegnava a «denunciare ogni illecita richiesta di denaro formulata prima della gara o nel corso dell’esecuzione dei lavori». Pena «la possibilità di revoca degli affidamenti o di risoluzione del contratto ». Parole inequivocabili, alle quali ora devono seguire i fatti: se è inevitabile, le maestranze degli imprendia
tori rei confessi continuino pure a lavorare sotto commissariamento; purché sia loro espropriato ogni profitto
illecito.
Lunedì si riuniscono in assemblea a Milano gli imprenditori di Assolombarda. C’è da augurarsi che il loro presidente Gianfelice Rocca sia il primo esigerlo. Ma è inutile farsi illusioni: se l’andazzo delle deroghe alle procedure di controllo sulle grandi opere ha proliferato fino a incancrenire il sistema, ciò si deve a una legittimazione venuta dall’alto. Forse la classe politica riteneva che in tempi di crisi economica la briglia sciolta potesse facilitare le imprese; o forse più realisticamente suoi esponenti vi hanno colto l’occasione per arricchimenti facili. Fatto sta che il risultato è sotto gli occhi di tutti.
La lotta alla corruzione in Italia non può essere delegata a singoli specialisti, mentre i ministri si occupano delle riforme. Siamo diventati il paese delle cricche e delle cupole che, insieme alle mafie, si sostituiscono alle istituzioni nel governo del territorio. Per scoperchiarle, Renzi dovrà mettersi alla testa di una mobilitazione civile; facendo saltare molti compromessi di potere che fin qui parevano avvantaggiarlo.

La Repubblica 06.06.14

"La pagella al docente", di Mila Spicola

Scrive la signora Europa che in Italia “L’insegnamento è una professione caratterizzata da un percorso di carriera unico e attualmente da prospettive limitate di sviluppo professionale. La diversificazione della carriera dei docenti, la cui progressione deve essere meglio correlata al merito e alle competenze, associata ad una valutazione generalizzata del sistema educativo, potrebbero tradursi in migliori risultati della scuola”.

Da sottolineare “potrebbero”. Cerchiamo di mettere ordine due materie incandescenti: la diversificazione della carriera e la valutazione dei docenti. Possibilmente correlati all’obiettivo principale: che qualunque azione si traduca in migliori risultati per la scuola. Partiamo dalla diversificazione della carriera, intanto a prescindere dalla progressione. Il lavoro del docente è, cosa che dovrebbe entrare in una aggiornata narrazione aderente alla realtà – chiamiamola story telling che fa più presa – uno dei lavori più usuranti esistenti oggi. Non esistono dati generali perché nessuno si azzarda a fare un monitoraggio della salute fisica e psichica dei docenti (nonostante il testo unico sulla salute dei lavoratori lo renda obbligatorio per ogni categoria del pubblico e del privato) ma tutti sappiamo e nessuno lo dice a voce alta, che, dopo 20 anni di insegnamento, la possibilità di ammalarsi di burn out (letteralmente cervello bruciato, causato da logormanento fisico psichico) non è più una possibilità ma una quasi certezza. Attenzione, non sia un terrorismo psicologico il mio: il burn out si previene in modo semplice. Il punto è che non solo oggi non si previene, ma nemmeno si diagnostica e meno che mai si cura. Tranne nei casi estremi e patologici di evidente traveggola del docente o morsicamento del braccio di un alunno. Sommiamo questo dato a un altro dato: l’età media degli insegnanti italiani è la più alta del mondo. Oltre i 50 prima della legge Fornero, censita al 2010. Altro dato: l’87% dei docenti è donna. Oltre i 50 anni i fenomeni depressivi connessi alla menopausa e le neplastie connesse allo stress sono frequenti. Colleghiamo i dati non alla valutazione del docente per dare esito alle crociate legittime del cittadino elettore e pagante le tasse (ok, non sempre pagante, ma certamente giudicante, in modalità inversamente proporzionale), bensì alla finalità espressa dalla signora Europa e cioè il “miglioramento del sistema educativo”.

Correliamo i dati di cui sopra alla parola diversificazione carriera: prima che un premio, in base ai dati di sopra, risulterebbe una necessità. Non si può insegnare 20 anni di fila facendo solo quello senza mettere in campo uno dei dati di cui sopra e compromettere il “potrebbero” e “in migliori risultati”. Senza scomodare premi o altro o avanzamenti, un sistema serio potrebbe ad esempio pensare che ogni 5 o 6 anni di insegnamento ci sia un anno di servizio a scuola, fuori dalle classi, organizzato e per progettato, in cui un docente possa occuparsi in modo sereno e potenziato di funzioni aggiuntive, possa occuparsi di aggiornamento dei colleghi, previo il proprio (e dio sa quanto l’aggiornamento sia oggi un punto interrogativo disegnato nell’aria) e di tutta una serie di funzioni necessarie e sufficienti (supplenze, funzioni a supporto della presidenza, viaggi, programmazioni, attività aggiuntive,..e via dicendo)per assicurare esattamente quei “migliori risultati della scuola”. Ottieni uno stormo di piccioni con una fava. I costi in più sarebbero compensati dai risparmi nella spesa sanitaria e dai miglioramenti dell’organizzazione e dunque degli esiti delle scuole. Non vi piace la proposta? Troviamone un’altra.

Questo era un esempio di diversificazione di carriera non collegato ad avanzamento, diversificazione che è necessaria per tutti i docenti, non per alcuni sì ed altri no. Ma noi siamo innamorati delle pagelle e dunque, per “motivare” dobbiamo inserire la parolina valutazione e progressione. Certo, possiamo farlo, legittimo e possibile. Ma è per premiare il cittadino elettore di cui sopra, non per migliorare il sistema. Non lo dico io, ma lo dice la comparazione dei sistemi d’istruzione. Laddove la valutazione del miglioramento di un sistema d’istruzione si è legata alla valutazione dei docenti, spendendo tra l’altro barcate di dollari (vedi i due programmi statunitensi dell’era Bush e di Obama I) non si è avuto nessun miglioramento del sistema (a parte qualche miglioramento nello stipendio di qualche docente), bensì il contrario: tassi di rendimento medi calati e dispersione alle stelle. Negli Stati Uniti oggi abbiamo un dato di dispersione variabile tra il 50 e il 60% (non ci battiamo il petto per il nostro 20/24 %). Chiunque voglia approfondire il come e il perché si prenda l’ultimo pregevole studio della Fondazione Agnelli sul tema. Ma non credo che il cittadino elettore di cui sopra si convincerà e dunque introdurremo comunque la valutazione dei docenti per dire poi, tra 20 anni circa (i cicli dell’istruzione son lunghi, dunque stiano sereni i ministri attuali, tanto che gli frega? Sbroglieranno la matassa tra 20 anni) che non abbiamo avuto miglioramenti. Oppure ne avremo avuti, ma per altri accidenti, certo non per questo. Adesso si tratta di capire come differenziare gli stupendi degli insegnanti.

Mi giunge voce che la differenziazione dello stipendio potrebbe correlarsi alle funzioni aggiuntive assegnate all’insegnante e al tempo passato a scuola oltre l’orario di insegnamento. In modo da avere criteri obiettivi e non discrezionali. Mi pare cosa santa e giusta. Però mi vien da fare il mio esempio – solo perché è quello che conosco meglio – per anni, ho rifiutato funzioni aggiuntive (che tra l’altro sono retribuite), per avere più tempo per lo studio e per seguire le classi e i miei alunni. Sul tempo trascorso a scuola: avessi avuto un pc e un angoletto dove lavorare credo che sarebbe stata necessaria una brandina in effetti e l’apertura della scuola alla domenica, per quantificare il lavoro svolto a scuola. Poi qualcuno però dovrebbe spiegarmi meglio se, visto che io insegno arte, la visita di mostre, i viaggi d’arte e la fruizione di altro bene o attività culturale, come non so, la lettura di saggi d’arte e la pubblicazione lo la ricerca in quell’ambito, valgono come “tempo professionale che contribuisce alla valutazione dell’insegnante” o no. Nel mio caso 9 classi e 250 alunni circa. Mi sembrano più che sufficienti come funzioni aggiuntive visto che di ciascuno di loro pretendo verifiche scritte e da me pretendo tempo adeguato da dedicare a ciascuno di loro. “Ok prof, ma in qualche modo ti devo valutare”. Poniamo come indicatore le prove Invalsi? Dei miei allievi, nemmeno il più “somaro” nelle competenze misurate dalle Invalsi, che non sono la mia materia, è mai uscito dalla scuola media senza saper riconoscere un ordine classico e senza conoscere la differenza tra una cattedrale gotica e una chiesa a pianta centrale rinascimentale e senza essersi interrogato sul perché quella di Magritte non fosse una pipa. Ragazzini che oggi fanno i meccanici hanno appese nell’officina immagini della Cappella degli Scrovegni invece di calendari di signorine in bikini. Ragazzi che comunque non hanno raggiunto esiti eccellenti nelle splendide competenze di base rilevate dalle prove Invalsi sanno riprodurre e discutere sulla forma del Teatro Massimo di Palermo piuttosto che della Scala di Milano e comunque mi risulta che addirittura leggano romanzi. Cosa che il cittadino elettore di cui sopra ha smesso di fare da decenni. Ovviamente magari è un demerito per alcuni, preferire appesa alle pareti la Cappella degli Scrovegni piuttosto che le trasparenze di Rihanna, chè sempre di bellezze trattasi, ma per me continua a essere una grande fonte di soddisfazione che quei ragazzi diano un minimo di collocamento e di articolazione cosciente nella loro anima all’idea di bellezza. Questo per dire cosa? Che son troppo brava? Per carità, bravi loro.

Facciamo anche il caso della mitica prof di greco severissima di quel liceo là, quella che su 26 allievi ne boccia 20, che insegna il greco allo stesso modo identico della sua insegnante di greco, che non ha mai ritenuto utile nè proficuo aggiornarsi o mettere in dubbio quel metodo, e che ritiene che 6 alunni su 26 bravissimi e 20 bocciati è un buon segno di severità e bravura di prof, che ha almeno 4 funzioni aggiuntive e che trascorre a scuola tutte le giornate. Guai poi a sussurrarle che è ua tipica docente gentiliana da liceo perchè vi risponderà: “noi licei siamo l’eccellenza, nelle prove invalsi i nostri allievi sono i migliori”. Preciseremmo alcuni che i suoi allievi sono i migliori già all’ingresso, figurarsi poi i sopravvissuti. Secondo voi è una “brava docente”? Secondo quel tipo di valutazione, sì. Ottima docente, ma, se l’obiettivo di tale valutazione è il miglioramento del sistema d’istruzione, tale valutazione avrebbe fallito nell’intento: che è aumentare i livelli di rendimento medi degli studenti italiani, non cacciarli, bocciarli, selezionarli, ma formarli e recuperarli. Secondo le richieste sociali e della signora Europa, ma anche secondo la mia personalissima opinione, quella è una pessima docente. Ma se gli indicatori non vengono ben predisposti rimarrà quell’ “ottima e severa docente del tempo che fu”. Assolutamente inutile oggi. Quando il fine è diminuire i divari di rendimento e aumentare i livelli di successo scolastico del maggior numero di studenti, oltre che, of course, potenziare i bravi.

E così via potremmo verificare che non funziona a valutare il collega lavativo. E poi lavativo in cosa? In classe? Nelle attività aggiuntive? Nel tempo trascorso a scuola?

Pagelle e voti e merito per alcuni (il cittadino di cui sopra) son l’obiettivo, per altri il mezzo. Per altri ancora, ad esempio la Finlandia, sistema d’istruzione migliore al mondo, le valutazioni sono assolutamente ininfluenti se l’obiettivo è il “miglioramento del sistema educativo”. Ok e allora qual è il mezzo? Un sistema formativo e selettivo dei docenti completamente nuovo, serio, efficiente ed efficace e un’organizzazione del lavoro, civile e ben strutturata, che permetta (qualcuno vuol dire obblighi?) ai docenti di essere degli studiosi e dei ricercatori, durante tutta la carriera, non degli impiegati. Magari con dei meccanismi tipo quello appena descritto. Poi, se qualcuno vuol introdurre queste premialità connesse alla valutazione, e connesse alle attività di cui sopra, visto che lo chiede la signora Europa, lo faccia pure.

Dico solo che sugli indicatori di valutazione dei docenti c’è in corso in tutto il mondo una diatriba che non è solo italiana. Per una volta potrebbe essere l’Italia, sul modello finlandese, o trovandone un altro efficace, a dire all’Europa che è bene studiarci su un pochino comparando e approfondendo ciò che accade altrove, oltre il ditino alzato del cittadino elettore. Non che costui non abbia la sua legittima parola, ma almeno per spiegargli come è meglio che si spendano i suoi soldi. Per le cose che funzionano.

Molti concordano nel dire che il mezzo più efficace per migliorare un sistema d’istruzione è formare bene i docenti (cosa che in Italia difetta), selezionarli bene (e su questo stendiamo veli pietosi) e aggiornarli, o meglio, dargli modo di studiare, obbligatoriamente e tutti, lungo tutto l’arco della carriera (ehm..ehm..). Sommiamo a questo il turn over.

Con tutto sto parlar di merito e di competenze si dimentica sempre che il pesce puzza dalla testa. Il processo appena accennato ad oggi non ha nessuna valutazione e nessun controllo. A parte l’evidenza delle inefficienze e dei disastri. Eppure è la prima e necessaria azione da compiersi prima di mettere mano a tutte le altre.

L’Unità 05.06.14

"Chiuse 120mila fabbriche, persi un milione di posti", da L'Unità

Il bilancio è da dopoguerra: 120mila aziende chiuse e un milione di posti di lavoro persi. Per il momento l’Italia figura ancora tra i Paesi che compongono il G8. Ma, dopo essere scivolata all’ultimo posto della classifica, infine superata dall’India e anche dal Brasile, si trova in una posizione molto meno confortevole di qualche anno fa. Certo era un altro mondo quello del 1975, quando fece il suo ingresso tra i grandi in qualità di sesta economia della Terra, ed in continua espansione. Ma sembra passata un’era anche dal non lontano 2008, prima che scoppiasse la crisi globale, quando ancora vantava il quinto piazzamento in classifica e poteva guardare dall’alto in basso anche la Corea del Sud.
Ora non è più così. Il rapporto sugli scenari industriali appena diffuso dal Centro studi di Confindustria ha confermato il sorpasso degli indiani e dei carioca, e non solo a causa della «fisiologica avanzata degli emergenti», ma anche di un arretramento produttivo «accentuato da demeriti domestici». Non stupiscono i tentativi di rassicurazione del medesimo rapporto, secondo cui l’ottavo posto «in sè rimane un ottimo piazzamento», soprattutto se si considera che il nostro Paese è solo 23esimo per grandezza demografica. Manon si possono nemmeno dimenticare le previsioni meno ottimistiche circolate nei mesi scorsi, che rischiavano di vedere l’Italia già oggi fuori dal club del G8 o addirittura fuori dai primi dieci produttori mondiali entro il 2018 (a favore di Canada e Spagna).
LA PERDITA DIPRODUZIONE
Il dato davvero allarmante, a prescindere dalle offese all’orgoglio nazionale (sui gradini più alti del podio, del resto, anche nel 2013 si è confermata la terna Cina, Stati Uniti, Giappone, con la Germania sempre quarta, seguita da Corea del Sud e India), resta però il costo in termini manifatturieri ed occupazionali in cui si è tradotto questo progressivo arretramento. Mentre i volumi mondiali di produzione industriale sono cresciuti del 36% tra il 2000 e il 2013, l’Italia si trova «in netta controtendenza» con una diminuzione del 25,5%. «Fa peggio proprio dove gli altri vanno meglio» si legge nello studio di viale dell’Astronomia. Una situazione che ha portato il presidente Giorgio Squinzi a parlare di «dati tragici», ma senza nessuna concessione al vittimismo, facile tentazione del Belpaese. «Non siamo vittime di un destino crudele e ineluttabile, siamo noi che possiamo e dobbiamo costruire il nostro futuro» ha puntualizzato il leader degli industriali, avvertendo però che serve «un salto di mentalità, una svolta chiara e decisa, e mi pare che si stiano creando le condizioni per tale svolta». Tenendo sempre a mente la direzione da intraprendere, con il lavoro come «priorità assoluta», Squinzi si è detto «sicuro che ce la possiamo fare». O meglio, «ce la dobbiamo fare».
Le conseguenze, in caso contrario, potrebbero farsi più pesanti di quanto siano già oggi che la «massiccia erosione della base produttiva» ha portato alla chiusura di oltre 100mila fabbriche con la distruzione di quasi un milione di posti di lavoro tra il 2001 e il 2011, a cui vanno aggiunte le perdite del biennio successivo, ovvero «altri 160mila occupati e 20mila imprese» che sono sparite dal nostro tessuto produttivo. Complessivamente, dunque, «nel 2007-2013 la produzione è scesa del5%medio annuo, una contrazione che non ha riscontro negli altri più grandi Paesi manifatturieri». Le cause del tracollo sono fin troppo note, «il calo della domanda interna, l’asfissia del credito, l’aumento del costo del lavoro slegato dalla produttività, e la redditività che ha toccato nuovi minimi», a cui vanno aggiunti anche «i condizionamenti europei». Vale a dire, «le politiche fiscali restrittive » e «il paradosso di un euro che si apprezza, specialmente nei confronti delle valute di molte economie emergenti, e frena così il driver delle esportazioni ».
Così, mentre la produzione manifatturiera mondiale «ha ripreso a crescere », rilevano gli economisti di Confindustria, «arranca l’Europa» e soprattutto arranca l’Italia, «tra tutte le grandi economie industriali quella più in difficoltà». Ragioni d’ottimismo restano, però, «una forte capacità di competere» e i «segnali di cambiamento delle strategie delle imprese » per reagire al credit crunch senza ridurre gli investimenti.

L’Unità 05.06.14

"Se Farage e Le Pen arrivano da noi", di Claudio Sardo

Ci ha provato Beppe Grillo ad arrampicarsi sugli specchi, spiegando che l’alleanza con Nigel Farage è poco più di una scelta «tecnica». Come prendere un taxi a Strasburgo. Senza taxi, cioè senza entrare in un gruppo strutturato, non si ottengono incarichi nelle commissioni, non si ha accesso ai finanziamenti, non si dispone di segreterie professionalizzate. Insomma, non si tocca palla nell’Europarlamento. Il problema è che scegliere un gruppo anziché un altro è una decisione politica di primaria grandezza, destinata a incidere e a mutare la natura stessa dei Cinquestelle. Lo hanno capito bene i contestatori di Grillo, oggi numerosi all’interno del movimento, come lo ha capito chi lo spalleggia, a partire da Roberto Casaleggio. Che piaccia o meno, le opzioni europee sono sempre più parte della politica nazionale. Basti pensare al recentissimo rapporto della Commissione: se Matteo Renzi non avesse ottenuto il 40% dei voti, la pagella di Bruxelles sarebbe stata più severa per il suo governo e i conti con gli investitori esteri assai più problematici. Del resto anche chi, come Farage, intende portare il suo Paese fuori dall’Unione, sa che deve giocarsi la partita britannico-europea su tutti gli scacchieri istituzionali.

Nasce da qui l’imbarazzata e tardiva lettera di Grillo ai Verdi europei. Probabilmente è una manovra diversiva, e non una marcia indietro. Con Farage le pratiche per il «matrimonio di convenienza» sono già molto avanti. Ma la protesta interna ai Cinquestelle preoccupa il capo e rende incerto il sondaggio in rete. Farage è populista e nazionalista. Nessun dubbio che sia di destra. Semmai si può discutere se Grillo, con quel suo disprezzo per i corpi intermedi e per la democrazia rappresentativa, non sia ancora peggio di Farage, cioè più incline a una visione autoritaria. In ogni caso, benché sia stato accuratamente nascosto agli elettori, la coppia Grillo-Casaleggio cercava quell’approdo. In campagna elettorale avevamo chiesto trasparenza al M5S. Non ci hanno risposto e ora sappiamo il perché: temevano di perdere voti.

Ma la questione avrà conseguenze su tutta la politica nazionale, non solo sul M5S. La principale differenza tra Farage e i Verdi sta, infatti, proprio nella considerazione delle istituzioni dell’Unione. Non è vero che Farage è più congeniale ai Cinquestelle perché consentirà loro maggiore libertà di manovra in Parlamento. C’è un’altra più solida ragione: Farage non ha alcun interesse per la disciplina del gruppo, perché contesta in radice la democrazia europea. Per lui la democrazia è solo nazionale. A Strasburgo non ci sono vincoli di mandato (che Casaleggio vorrebbe imporre orwellianamente nel nostro Paese), dunque ovunque andranno i deputati grillini saranno liberi di votare come meglio credono. Il gruppo dei Verdi però lavora a modo suo per la democrazia europea, e dunque per la costruzione di partiti europei. Ritiene – con sintonie e affinità nelle componenti più europeiste dei popolari, dei socialisti, dei liberali – che le istituzioni comunitarie siano la leva più robusta da usare contro le tecnocrazie, la prevalenza del metodo intergovernativo e, dunque, la linea dell’austerità. Ma questo è l’opposto di ciò che pensa Grillo. Al pari di Farage, anche Grillo agita il mito nazionalista come protezione dai mercati. Altro che matrimonio di convenienza. È un indirizzo politico-strategico cruciale. Siamo davanti alla drammatica illusione di chi si oppone alle politiche economiche sbagliate dell’Europa, pensando che l’errore stia nell’idea di Europa anziché nelle politiche.

Da parte di Renzi, non ci possono essere dubbi che farà di tutto per correggere la rotta europea. È nel suo interesse, è nell’interesse dell’Italia. Certo, può sbagliare. Può non avere la forza o non trovare gli alleati sufficienti per rompere gli incastri e lo status quo. Ma giocherà la partita, sapendo che è decisiva. Non difendere l’Europa che c’è. Ma cambiare l’Europa per salvarla. Per questo una scelta radicalmente anti-europea di Grillo peserà, eccome. I Cinquestelle sono entrati in crisi, ma non è ragionevole immaginare che la loro parabola si chiuda in tempi rapidi. E, in parallelo alla deriva di Grillo, assistiamo anche alla rincorsa della Lega da parte di Forza Italia (cominciata con l’adesione ai referendum di Matteo Salvini). La Lega è partner di Marine Le Pen e diventerà sempre più organica a quel progetto, almeno fino a quando il Front National sarà così influente sulla scena francese. Anche per ragioni elettorali, Berlusconi sarà portato più a seguire Salvini che ad ascoltare Alfano.

Questo condiziona lo stesso quadro parlamentare. Per procedere nelle innovazioni e nelle riforme, Renzi dovrà sempre più liberare l’azione del suo governo e della sua maggioranza da ogni ipoteca di Berlusconi e di Grillo. Il Nuovo centrodestra è stato fin qui un alleato affidabile: lo ha dimostrato pure nel difficile passaggio dal governo Letta al governo Renzi. Ma occorre guardare al futuro per stabilizzare la legislatura. Non si possono riproporre le coalizioni coatte del Porcellum: questa è la prima, necessaria modifica da fare all’Italicum. Se Alfano fosse obbligato a sottomettersi di nuovo a Berlusconi, anche il governo sarebbe limitato. La politica dell’attenzione va poi applicata anche a sinistra, aprendo un dialogo con le forze che sono disponibili a un confronto e con chi si è ribellato all’autoritarismo grillino. Non si tratta di mutare la maggioranza, ma di allargare l’area del confronto sulle riforme importante. Ha fatto bene Nichi Vendola a incontrare sia Tsipras che Schulz. Vuole giocare un ruolo di raccordo in funzione anti-austerità. È una risposta politica molto forte a chi vuole scegliere Farage. È interesse del governo, e del Paese, non isolarla.

L’Unità 05.06.14