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"4 giugno 1944: 70 anni fa le truppe americane del Generale Clark entrarono in città tra gli applausi della gente in festa", di Bruno Gravagnuolo

Pochi lo sanno, ma tra le immagini storiche della Liberazione di Roma del 4 giugno 1944, ve ne sono moltissime legate a un celebre film del dopoguerra: Vacanze Romane, di Wilder. Quello con Audrey Hepburn e Gregory Peck sulla Vespa in giro per la città. Wilder girò, per conto dell’esercito americano metri e metri di pellicola, in parte usate per i cinegiornali Usa, e in parte come taccuino per un film su Roma. Perché il dettaglio? Ci è capitato di vederle di recente, e sono a colori. Irreali rispetto a quelle festose e mitologiche, ma pur sempre drammatiche in bianco e nero, che abbiamo immagazzinato in memoria con le note di Glenn Miller. Lo strano di quelle sequenze estive e colorate è che sono normali e quotidiane. Tranquille. Senza enfasi. Certo gioiose, ma per così dire «turistiche».

Era quello che la propaganda Usa voleva fare vedere in Usa, dopo le ingenti perdite di Anzio, Nettuno, Salerno e soprattutto Cassino. Vedete, sembrava dire il raffinato regista: tutto bello e «easy», come in gita e la gente ci ama. Senza deliri o tragedie alle spalle. E infatti la gente appare ben vestita e posa volentieri in carrozzella o attorno ai carrarmati, a Piazza Venezia, Via del Babuino, Via del Corso, Piazza di Spagna, con l’immancabile «glamour» di Trinità dei Monti?

Vere o false quelle immagini della Liberazione e di quel giorno, nonché dei giorni successivi? Risposta: tutte e due le cose. Sì, perché il dramma di Roma città aperta, prima di quel 4 giugno ha due facce. C’è una città rastrellata e impoverita. Razziata, torturata nascosta e combattente. E una città più normale e indifferente. Più «zona grigia» per dirla con una famosa ed equivoca espressione dello storico Renzo De Felice (equivoca perché «grigio» non significava stare a metà tra le parti, ma tifare in silenzio per la Liberazione). Infatti si andava a cinema e a ballare, al Pincio e ai caffè. E la sera prima dell’arrivo degli americani al Teatro dell’Opera – dalla parte del Tevere in mano ai tedeschi – si alzava il sipario sul Ballo in Maschera. Con Beniamino Gigli a cantare Addio diletta America, per ironia della sorte poche ore prime dell’ingresso americano. Insomma c’era una Roma che si faceva i fatti suoi, sperando di passare indenne tra gli eventi. E una Roma corrusca e più simile al linguaggio filmico a venire di Rossellini e Lizzani: Roma città aperta e Il Gobbo del Quarticciolo. In questa seconda e più vera Roma ci sono tante cose prima dello sbarco su gomma trionfale.

Le bande armate ai Castelli, sulla Tuscolana e la Casilina. I gap, i sabotaggi e gli attentati come quello clamoroso all’Adriano. E quello ancor più famoso e tragico di Via Rasella. Che in realtà, tecnicamente non fu un mero attentato fatto al riparo. Bensì un’azione militare vera e propria: bomba e poi sedici partigiani a sparare sul nemico, con armi leggere e lancio di ordigni da mortaio Brixia, con miccia e senza percussore. Ci voleva fegato, altro che sicari nascosti che non si consegnarono al bando per liberare i 335 ostaggi (menzogna ancora oggi ripetuta a destra dintorni: la sentenza fu eseguita prima di venire annunciata). E ci voleva un’organizazzione radicata e preparata per agire in quel modo. Oltretutto non contro pacifici boscaioli altoatesini, ma contro aggueriti e feroci «SS Bozen». Appartenenti a un reggimento che si sarebbe macchiato di stragi in Istria e nel Bellunese, ed addestrati a fucilare e rastrellare. Poi c’erano i trotzskisti di Bandiera Rossa, forti a San Lorenzo e in frange del proletariato romano, temuti dal Pci e dal Cln. Che però ebbero sempre in mano il controllo politico e militare delle operazioni che vi furono. Del resto erano proprio gli angloamericani, bloccati sul fronte di Nettuno, a chiedere azioni militari in città. Benché poi la parte monarchica del Cln – pensiamo all’eroico Cordero di Montezemolo – fosse chiamata al contempo a temporeggiare coi tedeschi a Roma, agendo come supporto logistico alla Resistenza al nord. Pr favorirne l’evacuazione senza spargimento di sangue. Come attesta l’incontro in Vaticano del 10 maggio di Karl Wolff, comandante SS con Pio XII, affinché non ci fosse la difesa ad oltranza di Roma da parte tedesca. E quell’incontro era un ponte diplomatico tra tedeschi e Allen Dulles,nresponsabile del governo Usa in Europa. Un ponte gettato, forse all’insaputa di Hitler, da Himmler.

In questa tenaglia, dopo il fallimento della difesa di Roma a Porta San Paolo, la Resistenza romana fa quel che può. Aggredendo i tedeschi, anche con azioni spettacolari, e salvando e nascondendo ebrei e perseguitati. C’è la liberazione rocambolesca a Regina Coeli di Saragat con Pertini e Vassalli, la liberazione di ebrei dai vagoni piombati al Tiburtino, gli scontri armati in periferia e al centro. E poi le catture e le torture a Via Tasso e alla Pensione Jaccarino, o a Palazzo Barschi. Con le bande di torturatori fascisti: Pollastrini, Bardi, Franquinet, Koch. E l’uccisione prima di Eugenio Colorni e poi di Bruno Buozzi a Forte Bravetta. Preceduta dal sacrificio, tra i 335 delle Ardeatine, di Pilo Albertelli. Quindi popolo e intellettuali, militanti e fiancheggiatori: persino doppiogiochisti del Cln infiltrati tra finanzieri, impiegati e carabinieri. Altrimenti come avrebbero potuto nascondersi e sopravviverre le centinaia di migliaia di «clandestini» e sfollati, ospitati in conventi, soffitte e cantine? Erano più di 500 mila dopo il 1943, con documenti e identità false. Tornarono a veder le stelle anzi il sole il 4 giugno. Dopo avere sentito dalla radio alleata una strana parola. Non era «pronto america me senti» di Sordi, ma «Elefante». Come quelli di Annibale, ma non più cavalcati da nemici di Roma.

L’Unità 04.06.15

"Serve un colpo di reni, Renzi vuole il jobs act entro luglio" di Francesco Losardo

Pesante dato Istat sul primo trimestre: il tasso dei senza lavoro è del 13,6 per cento. Il governo vuole estendere il bonus di 80 euro alle famiglie numerose, cercasi coperture. Estensione del bonus di 80 euro al mese alle famiglie numerose monoreddito, per cui il governo è in caccia di 60-70 milioni per le coperture. Ma nel giorno dei cupi dati dell’Istat sulla disoccupazione in Italia nel primo trimestre 2014 – 13,6 per cento, in crescita di 0,8 punti percentuali rispetto allo stesso periodo del 2013 – l’altra notizia, che correda l’impegno del governo a procedere speditamente sui fronti della riforma del fisco e della pubblica amministrazione, è il colpo di reni della maggioranza in senato dov’è incardinato il Jobs Act, la turbina del decreto lavoro Renzi-Poletti.

Il Jobs Act, cioè la rivoluzione del sistema di tutele sociali saldata al pacchetto di disposizioni per il riordino e la semplificazione dei rapporti di lavoro, potrebbe approdare nell’aula del senato il 24 giugno per essere poi trasmesso alla camera che lo varerebbe entro luglio. Trattandosi di un disegno di legge delega, il governo dovrebbe attenderne l’approvazione prima di porre mano ai decreti attuativi. A quanto pare però la drammaticità della situazione occupazionale avrebbe suggerito di avviare fin d’ora la predisposizione di bozze dei decreti, a partire da quello più complesso sotto il profilo tecnico-giuridico: la delega sugli ammortizzatori sociali che disegna un sistema sociale assicurativo universale senza maggiori oneri per la finanza pubblica.

Con un’accelerazione rispetto alla tabella di marcia prevista, la commissione lavoro completerà oggi il calendario delle audizioni. Subito dopo si aprirà la discussione, termine per la presentazione degli emendamenti una settimana. Obiettivo, secondo l’auspicio del presidente Sacconi, trasmettere il Jobs Act all’aula l’ultima settimana di giugno, due-tre settimane prima del previsto. Nessuno teme ostacoli sull’iter del disegno di legge nell’aula del senato, che dispone di tutti gli strumenti per fronteggiare possibili rischi di ostruzionismo.

Rispetto ai dati sulla disoccupazione «il nostro obiettivo è procedere per produrre il cambio di segno a fine anno», ha detto ieri il ministro del lavoro Giuliano Poletti convinto che il numero dei senza lavoro risenta «degli esiti riferiti al trimestre in cui il Pil è sceso dello 0,1 per cento». Occorrono «scelte straordinarie», ripete Renzi impegnato nel pressing europeo – oggi il premier è a Bruxelles per partecipare al G7 – per una fase di politiche economiche espansive.

«Ci aspettiamo un accordo su misure concrete pro-crescita durante il nostro semestre di presidenza Ue», annuncia il ministro dell’economia Padoan ricevuto da Renzi che ha voluto fare un punto anche sulla delega fiscale. «Siamo di fronte ad un bivio: vivacchiare o accelerare la crescita», dice Padoan. «Occorrono riforme strutturali e il governo è impegnato a farle. Riforme che vanno viste nel loro insieme e vanno implementate». Riforme che, sul versante Jobs Act, si traducono in regole semplici e certe rispetto a quelle che hanno accelerato la distruzione di posti di lavoro.

da Europa Quotidiano 04.06.14

"Rai e politica: il momento del coraggio", di Stefano Balassone

La Rai si sente a nudo perchè per la prima volta dacchè esiste, il governo in carica ne rovescia, come si usa dire oggi, la «narrazione». Così il presidio del «pluralismo» viene letto come stanca eredità di lontane lottizzazioni; la presenza «territoriale» è commistione con il notabilato delle caste politiche locali; la sfida a Mediaset come una semplice ammuina dentro la oggettiva consociazione del duopolio.

E ancora: le «torri» come un patrimonio sì, ma sottratto al mercato (del resto non c’è Servizio Pubblico che abbia torri proprie) per non turbare il parallelo business di Mediaset (e non solo di Mediaset); il finanziamento di fiction come una spartizione a spese della qualità, tant’è che i prodotti all’estero non si vendono.

È per caso ingiusto e infondato questo rovesciamento della narrazione Rai? No, non è affatto infondato e chi lavora in Rai, ognuno per la sua parte, lo sa o dovrebbe saperlo, dal giornalista dell’ennesima testata al funzionario che appone il visto all’ennesimo contratto. La maniera brusca con cui il governo ha posto la questione «150 milioni» ha avuto di sicuro il merito di far esplodere, qui ed ora, il tema vero che incredibilmente veniva nascosto sotto il tappeto della retorica aziendalista e di mestiere: quello del «vuoto di senso» in cui la Rai si è venuta a trovare, nel pieno di una strutturale crisi della pubblicità e mentre l’evasione dal canone, già altissima e senza paragoni all’estero, aumenta (altro che «lotta all’evasione» che oggi sembra un appello a rincorrere i buoi che sciamano tumultuosamente dalla stalla).

Crisi di «senso» e crisi dei ricavi hanno scavato un vuoto strategico, che può essere affrontato solo con una rapida e profonda rottura della continuità editoriale e organizzativa. Quanto rapida e quanto profonda? Mai abbastanza, diremmo, perché il tempo non lavora a favore. E veniamo allo sciopero, la cui proclamazione è parsa un atto «contro» e non un passo «per». Dove il contro, condito di pareri legali, era rivolto alla questione delle torri e delle sedi regionali, come se si trattasse di difendere le casematte attaccate dal nemico, anzi- ché uscirne di slancio per essere i primi a porre all’azionista i problemi di fondo che abbiamo sommariamente quanto ansiosamente ricordato.

Ora pare che il nodo strategico stia arrivando al pettine, tanto che l’anticipo del rinnovo della Concessione, che ancora pochi mesi fa, perduti nelle favole del canone frammentato in mille bolle blu (altro che ruolo centrale della Rai) nessuno, lavoratore o sigla sindacale (per non parlare del governo), nominava, appare una mossa obbligata. Per l’urgenza dei problemi, non per rabbonire o dare contentini.

E da qui inizia la sfida sui contenuti. Perché per rifondare il rapporto col Paese, a cui si chiede di pagare l’esistenza del Servizio Pubblico come si fa negli altri Paesi europei, sarà necessaria una enorme quantità di coraggio e di lucidità. Da parte della politica, perché serve una legge, che quindi dovrà essere votata dai parlamentari nonostante che molti di essi siano legati alla Rai e/o al duopolio attuale; una legge che, per l’oggi e per il futuro, stacchi le loro stesse mani dall’azienda.

Ma anche da parte dell’azienda, intesa come l’insieme di chi ci lavora, perché nel momento in cui smetterà di essere appesa alla politica dovrà mettere i piedi per terra: altri muscoli coinvolti, altro modo di guardare al mondo, altre priorità, altra organizzazione. E le riorganizzazioni, anche quelle condotte con la mano più delicata, se sono vere non sono mai del tutto indolori. Certo, se mai ci si arrivasse, potrebbero essere finalmente i dolori del parto, e non quelli, attuali, dell’artrite deformante.

L’Unità 04.06.14

"Mai così tanti senza lavoro tra i giovani si sale al 46% giù anche i contratti precari", di Luisa Grion

È sempre più dramma disoccupazione: il 46% dei giovani è senza lavoro. Le nuove stime sono ai livelli del 1977. Diminuiscono anche i contratti per i precari. Caustico il commento di Confindustria: «Strisciamo sul fondo». L’Europa è a rischio deflazione. Il ministro Poletti: «Aiuti alle imprese e basta con i vincoli da Bruxelles. Per creare nuovi posti serve fiducia e noi abbiamo bisogno di investimenti pubblici e privati ». Bonus Irpef anche alle famiglie numerose. Nel decreto previsto il ritorno della rateizzazione delle cartelle Equitalia.
Tre milioni e mezzo d’italiani a spasso, in cerca di un lavoro che non trovano, e un tasso di disoccupazione da record che vola al 13,6 per cento e che fra i giovani raggiunge l’imbarazzante vetta del 46. Ecco gli ultimi dati Istat sul mercato del lavoro nei primi tre mesi dell’anno: una sequenza di numeri mai così negativi da trentasette anni a questa parte (l’istituto di statistica fa partire le serie storiche dal 1977) che segnala una sempre più netta spaccatura nel Paese.
Fra Nord e Sud, infatti, il divario continua ad allargarsi: guardando ai dati grezzi (quindi non ancora depurati dai giorni di mancato lavoro) l’Istat fa notare che nel primo trimestre dell’anno la disoccupazione giovanile — i 739 mila ragazzi fra i 15 e 24 anni che non hanno un lavoro pur cercandolo — è arrivata al 46 per cento (stabile rispetto al precedente trimestre), ma quel dato — pur se da «ripulire» — nel Mezzogiorno vola al 60,9 per cento (se invece si considerano le cifre destagionalizzate riferite ad aprile, abbiamo una disoccupazione generale del 12,6 e una giovanile del 43,3).
Cifre allarmanti, lo dicono tutti. Dal presidente di Confindustria Giorgio Squinzi — che parla di un livello «veramente preoccupante» e assicura che «stiamo strisciando sul fondo» — ai sindacati, che fanno notare l’aumento delle diseguaglianze (Cgil), invitano a rilanciare gli investimenti piuttosto che a modificare le norme sul lavoro (Cisl) e concludono che il 2014 non sarà l’anno della svolta (Uil). Né migliora il quadro il fatto che il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan abbia precisato che «la crescita è molto debole».
Dietro ai tassi record c’è l’aumento degli scoraggiati, che sfiorano i 2 milioni e dei neet (i giovani under 30 che non studiano, non lavorano, non fanno formazione): ormai 2 milioni e 442 mila, in crescita del 4,8 per cento rispetto allo scorso anno. Il Paese, dunque, è fermo e sarà importante capire, dalle prossime rilevazioni, se il decreto del lavoro firmato dal ministro Poletti avrà smosso qualcosa.
Dai dati disponibili va detto che risultano in calo sia i contratti a tempo indeterminato (fra il primo trimestre 2014 e lo stesso periodo del 2013 sono 169 mila in meno, in calo dell’1,4 per cento) che quelli a termine (66 mila in meno, in calo del 3,1), cui va ad aggiungersi la contrazione delle collaborazioni (meno 21 mila, in calo del 5,5 per cento).
In questo quadro, il rimbalzo della produzione industriale segnalato dal Centro studi Confindustria — a maggio data all’1,2 per cento in crescita rispetto allo stesso mese del 2013 — non può bastare a risollevare gli animi. Né è positivo il rischio deflazione che continua a volteggiare sull’Eurozona: secondo le prime stime Eurostat sul mese di maggio il costo della vita, nei 18 paesi dell’area, continua a diminuire (0,5 su base annua rispetto allo 0,7 di aprile).
L’andamento dei prezzi — complice il debito pubblico e privato di molti Paesi, i consumi fermi e il credito bancario ancora intasato — viaggia così da mesi a meno della metà dell’obiettivo vicino al 2 per cento fissato dallo statuto della Banca centrale europea.
In attesa di conoscere le decisioni in proposito della Bce, le associazioni dei consumatori Adusbef e Federconsumatori chiedono un «piano straordinario per il lavoro», per contrastare livelli «spaventosi». Confindustria, con il presidente Squinzi rilancia: anche per lui «serve un piano straordinario, come nel dopoguerra».

La Repubblica 04.06.14

"Il patto con gli elettori vale più delle prescrizioni di Bruxelles", da L'Unità

Bocciatura scongiurata. Il governo valorizza il bicchiere mezzo pieno e guarda avanti, alla nuova Commissione Ue che dovrà insediarsi a Bruxelles il prossimo autunno. E questo anche se quella attuale, come spiegano da Palazzo Chigi, «per la prima volta ha esaminato l’esecutivo Renzi e ne ha accolto l’impostazione». Il dato politico – «viene confermato il nostro percorso di riforme», commenta il sottosegretario Sandro Gozi – giustifica l’attesa del responso di ieri che il premier ha vissuto «senza particolari timori». Il Def passa l’esame, anche se il braccio di ferro tra commissari traspare dal gioco dei giudizi e delle raccomandazioni. Lo stesso vice presidente Olli Rhen, non tenero di solito con il nostro Paese, rileva il rinnovato clima di fiducia nei confronti dell’Italia, pur ribadendo la necessità che Roma mantenga la continuità nel consolidamento di bilancio e intervenga sul debito pubblico. Un rinvio a settembre più che una promozione, si dice. In altri contesti, probabilmente, la Commissione avrebbe comminato una bocciatura, la stessa che evoca Renato Brunetta forzando ad arte il responso europeo di ieri. Tra i commissari, tuttavia, anche le posizioni più rigide non potevano spingersi fino a decretare l’avvio di una procedura d’infrazione a carico del nostro Paese. Alla vigilia della presidenza italiana del semestre europeo, con un premier rafforzato dal voto, leader di un Partito democratico che tra l’altro primeggia in Europa, gli iper rigoristi di una Commissione in scadenza avevano a disposizione pochi argomenti per condurre alle estreme conseguenze le loro posizioni. Gli sforzi aggiuntivi che le raccomandazioni richiedono (c’è chi le traduce con la richiesta di una nuova manovra economica)? «Non c’è nessuno sforzo aggiuntivo da fare – sottolinea Gozi, che detiene la delega per le politiche europee – Siamo consapevoli che il debito pubblico è alto. La strada migliore per ridurlo è quella che indichiamo nel Documento economico e finanziario e che viene giudicata positivamente dalla stessa Commissione. Dobbiamo fare le riforme, quindi. Perché le avevamo promesse agli italiani e non perché ce le prescrive Bruxelles». L’atteggiamento generale è del dover prendere atto dell’ultimo strascico di un’altra era, la stessa che il voto europeo di maggio ha teso a superare. Il governo non ha alcun interesse ad entrare in polemica «con il passato». Il Commissario europeo per gli Affari economici e monetari, Olli Rhen, tra l’altro, è stato eletto in Finlandia al Parlamento europeo e già ai primi di luglio dovrà optare per Strasburgo lasciando il cosiddetto “governo” dell’Unione. «Più che raccomandazioni sembrano compiti per le vacanze», ironizza il pd Rughetti. «La Commissione europea si conferma completamente impermeabile ai dati di realtà – rincara Stefano Fassina – Continua a raccomandare austerità e svalutazione del lavoro». Dalla maggioranza rimbalzano le polemiche nei confronti di Bruxelles, le stesse che il governo non intende rilanciare. Palazzo Chigi valorizza l’ok sulle riforme e smorza l’eco dei paletti, delle condizioni e della richiesta di nuovi sacrifici che arriva da Bruxelles. Questo mentre punta tutte le carte sul futuro ormai prossimo e sui nuovi equilibri che possono favorire quella flessibilità che l’Italia chiede per avviare già dalla legge di stabilità una politica di crescita e non di sacrifici. Questa la vera sfida. E in mancanza di nuove logiche Ue sarà difficile per il presidente del Consiglio dare risposte agli elettori che lo hanno premiato e chiedono risposte sul piano economico e sociale. Nuovi equilibri a livello europeo, quindi e una Commissione che «cambi verso» all’Unione. E nelle trattative sulle nuove cariche, pur tenendo conto delle posizioni ufficiali espresse dal Pse, il leader Pd, che in campagna elettorale aveva sostenuto la candidatura Schulz per la presidenza della Commissione, non si straccerebbe le vesti se non dovesse maturare una soluzione Junker che, tra l’altro, incontra dentro il Ppe più di un ostacolo e fuori da esso veri e propri veti. «Juncker? È uno dei candidati e non il candidato», ha spiegato Renzi da Trento domenica scorsa. Se il candidato dei popolari avesse conseguito alle Europee la maggioranza assoluta, naturalmente, per lui sarebbe tutta un’altra storia.

L’Unità 03.06.14

"Una strada per uscire dall’austerità", Stefano Lepri

Stanti le attuali regole europee, è andata bene. Meno severa di così la Commissione di Bruxelles non poteva essere, dato che i conti pubblici dell’Italia non rispettano tutti i parametri stabiliti. Può essere l’indizio che entriamo in una fase nuova. Sabato anche il governo spagnolo ha deciso un calo di tasse. Così com’è la ricetta dell’austerità nell’area euro non è più sostenibile.

Però occorrerà saggezza politica per cambiarla senza aprire una rissa.

In Paesi carichi di debiti riaggiustare i bilanci è indispensabile, ma il ritmo con cui il «Fiscal Compact» europeo lo impone si rivela inadatto a una crisi di portata storica, lunga, con le caratteristiche che sta prendendo.

Lo si vede nelle cose. In tutti i Paesi avanzati, anche quelli più sani, la ripresa è più fragile di quanto sperato. Non siamo in un ciclo economico normale. Le ferite del 2007-2009 sono lontane dall’essere completamente guarite.

Se avessimo un forte recupero e una prospettiva di rialzo dei tassi di interesse, avrebbe senso ridurre il debito prima che si può. Non è così. Ovunque le imprese investono poco, i tassi sono ridiscesi; i capitali tornano a cercare guadagno in impieghi finanziari rischiosi.

Non si può attendere sollievo solo dalle misure che la Bce deciderà giovedì. Arrivano un po’ tardi, e la rinnovata debolezza del dollaro le rende meno efficaci; mentre l’attuale relativa stabilità finanziaria potrebbe non durare.

Il «Fiscal Compact» – che, non dimentichiamolo, l’Italia ha recepito nella Costituzione – è frutto della sfiducia reciproca tra i Paesi nel momento della crisi dell’euro. Nel rifiuto di costruire decisioni collettive, si preferì legare le mani a tutti.

Abbandonare queste regole stringenti sarebbe pericoloso, per vari motivi. Il più serio è la situazione delicatissima della Francia, dove il rigetto politico si gonfia quando di risanamento del bilancio se ne è fatto ancora assai poco.

Bisogna aggiustare il meccanismo senza romperlo. Tollerare per l’Italia uno scostamento dall’obiettivo strutturale 2014 può essere un inizio. E quanto alla norma sul debito, studiata proprio per noi, facendo i conti l’anno prossimo si dovrà concludere che con una inflazione sotto l’1% è temporaneamente inapplicabile.

I giornali tedeschi già scrivono che l’Italia vuole rompere i patti. Interpretano le formule caute usate ora da Matteo Renzi alla luce di certe spacconate precedenti all’entrata in carica. Il potenziale di diffidenza resta alto in Germania proprio mentre altrove il rafforzamento del nostro governo fa sperare.

Un segnale importante l’ha dato, per parte sua, la Banca d’Italia. Venerdì scorso sulla finanza pubblica il governatore della Banca d’Italia è stato indulgente come non mai. Non si tratta di una improvvisa sottomissione alla politica. C’è dietro un ragionamento condiviso dal Fmi e dall’Ocse: nelle condizioni attuali dell’economia mondiale occorre allentare il rigore e accelerare le riforme.

In Europa non sarà facile arrivare ad intese. Tuttavia la protesta rivelata dal voto del 25 maggio non concerne la moneta unica, poiché emerge perfino più energica in Paesi che ne sono fuori. Né è legata soltanto all’austerità. Segnala piuttosto paura del futuro, disagio verso una prospettiva di ristagno, di lavoro scarso, di benessere che si riduce.

Il ritorno all’equilibrio di bilancio è utile, specie in un Paese come il nostro dove lo Stato ridistribuisce troppe risorse e non a vantaggio dei più deboli. Però non è la priorità assoluta quando nessuno dei vecchi equilibri regge più.

La Stampa 03.06.14

"Una scuola di qualità", di Chiara Ingrao

«Ci devi pensare prima di candidarti: essere pronta ad affrontare le responsabilità». «Ognuno ha diritto ad esprimere i propri pensieri. Le decisioni vanno prese tutti insieme». «Abbiamo risolto le discussioni con il confronto diretto fra noi». «Il risultato più importante è stato la soluzione del problema riscaldamento». «Le qualità che dovrebbe avere un rappresentante sono: la calma, la serietà e il rispetto per gli altri». «Se arriva il pensiero “ce la posso fare?” lo devi mettere da parte, devi pensare: “ce la devo fare”». A pochi giorni da elezioni cui il 41% dell’elettorato non ha ritenuto valesse la pena di partecipare, voglio condividere con voi queste riflessioni di rappresentanti di classe e di istituto dell’Istituto magistrale Terenzio Varrone di Cassino, sul significato più profondo della rappresentanza. Ne abbiamo raccolte tantissime, e sintetizzate in sei cartelli: le parole della democrazia.
RESPONSABILITÀ, PARTECIPAZIONE, SERIETÀ, UNITÀ, DETERMINAZIONE, PASSIONE: cartelli innalzati in silenzio in assemblea, come fa la protagonista del film Norma Raecon la scritta UNION, sindacato, prima di essere cacciata dalla fabbrica per aver difeso, appunto, il diritto operaio alla rappresentanza. Norma,Rita and Maria è il titolo di uno dei lavori prodotti in un percorso durato un intero anno, che ha coinvolto sei classi e sei materie: italiano, storia, filosofia, scienze umane, inglese, diritto. Tre personaggi, tutti e tre ispirati a storie vere: oltre all’americana Norma, l’inglese Rita del film We want sex (equality)sulla lotta delle operaie Ford che aprì la strada alla legge del 1970 sulla parità salariale, e Maria del mio romanzo Dita di dama, sulle esperienze delle giovanissime operaie della Voxson, sempre negli anni ’70. Un’impresa folle: nel 2014, passare un anno a studiare storie di fabbrica, e per di più di un decennio lontano oggi ricordato solo con lo stigma del terrorismo? Ebbene sì: in una scuola frequentata al 90% per cento da ragazze, attorno a questa follia si sono coagulate, emozioni, partecipazione, creatività. Testi, ipertesti, filmati, recitazione in inglese per il video su Norma e Rita, e in italiano per rivivere la storia di come lo Statuto dei lavoratori fresco di stampa fu sventolato in faccia al caporeparto della Voxson, per imporgli di cacciare gli odiosi sorveglianti dalle linee di montaggio. Ragazze come noi: si chiama così, il libro che raccoglie tutte le ricerche di tutte le classi e che si può scaricare, insieme ai materiali multimediali, dal blog http://dueepoche2014.blogspot.it/. Ragazze di fabbrica, ma anche i ragazzi di don Milani a Barbiana e quelli delle università del ’68, e Mina che osò avere un figlio senza essere sposata, e Franca Viola che per prima osò rifiutare l’odiosa pratica, allora sancita perfino per legge, del matrimonio riparatore dopo uno stupro… «La nostra Rosa Parks», l’ha definita Cecilia D’Elia, paragonandola alla donna che diede il via alla lotta per i diritti civili dei neri d’America andando a sedersi nei posti dell’autobus riservati ai bianchi. E il libro scritto da Cecilia, Ninae idirittidelledonne, è stato uno dei nostri strumenti per ripercorrere la storia del divorzio e dell’aborto, della legge sulla violenza sessuale e del nuovo diritto di famiglia che nel 1975 segnò il passaggio «dal pater familias al padre» (come si intitola una ricerca che parte dagli antichi romani, per interrogarsi sul padre autoritario del mio romanzo e poi sui padri di oggi). Mutamenti epocali, nella famiglia, nella società e nel lavoro, ripercorsi usando anche la filosofia (il marxismo e il femminismo) e soprattutto le scienze sociali, con decine di interviste a conoscenti, genitori e nonni, rielaborate in riflessioni in classe e poi in tabelle, con il supporto dell’università di Cassino. E infine, per capire meglio la democrazia diretta praticata con i consigli di fabbrica negli anni ’70, le interviste che citavo all’inizio, per declinare le parole della democrazia a partire dalle proprie esperienze a scuola. RESPONSABILITÀ, PARTECIPAZIONE, SERIETÀ, UNITÀ, DETERMINAZIONE, PASSIONE. Parole grandi, ma oggi troppo spesso travolte dai populismi, dalle manipolazioni mediatiche, dalla fascinazione per il decisionismo dei capi. Io non so dire cosa farà Renzi domani delle enormi RESPONSABILITÀ che gli consegna il suo 40% di voti e il 41% di astensioni. So che una delle urgenze, insieme a quella del lavoro, è restituire soldi e centralità alla scuola italiana piegata da anni di tagli, a ragazze e ragazzi appassionati e affamati di dignità come quelli che ho incontrato a Cassino, insieme ai e alle loro meravigliose insegnanti, e a una dirigente di istituto coraggiosa e lungimirante. So che per l’Italia non c’è futuro, se non sapremo rispondere alla domanda scritta su uno striscione dalle mie ragazze, parafrasando lo slogan We want sex equality: «We want educational (e)quality». Vogliono una scuola di qualità, e se la meritano.

L’Unità 03.06.14