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"Pronto il nuovo testo sul federalismo municipale. Ai comuni l'Iva sui consumi", di Eugenio Bruno

Nella “fabbrica di San Pietro” del federalismo i lavori non si fermano mai. Nel decreto attuativo sul fisco municipale – che il governo ha inviato alle Camere insieme alle osservazioni sul 15 a 15 registrato in bicamerale il 3 febbraio scorso – è apparsa la precisazione che l’Iva da distribuire ai comuni sarà legata ai consumi. Il perché lo spiegherà il ministro Roberto Calderoli sia martedì e mercoledì prossimo a Palazzo Madama, sia a inizio marzo a Montecitorio.

Il dibattito parlamentare sul fisco comunale inizierà a marzo. Ma con o senza voto fiducia? «Si vedrà», si è limitato a rispondere il responsabile della Semplificazione. Tutto ciò mentre in bicamerale è ufficialmente partito l’esame del provvedimento su tributi regionali e costi standard sanitari.Il calendario del dibattito parlamentare è stato fissato dalle rispettive conferenze dei capigruppo. Anche se per la discussione davanti ai deputati una data precisa ancora non c’è. Ieri i presidenti dei gruppi si sono limitati a prendere atto che per tutta la prossima settimana l’assemblea sarà impegnata sulla conversione del dl milleproroghe e che dunque il dibattito parlamentare sul fisco comunale non potrà iniziare prima del mese entrante. In entrambi gli appuntamenti Calderoli sarà accompagnato dal suo collega delle Riforme Umberto Bossi. I due illustreranno le modifiche al testo introdotte in commissione e i motivi che hanno spinto l’esecutivo ad andare avanti nonostante il pareggio di 15 giorni fa.

Il dlgs spedito alle Camere ricalca quello messo a punto in bicamerale dal relatore Enrico La Loggia (Pdl). Fatto salvo il chiarimento inserito all’articolo 2 che la compartecipazione all’Iva attribuita ai comuni sarà determinata sì da un successivo decreto del presidente del consiglio (dpcm) ma «assumendo a riferimento il territorio su cui è determinato il consumo che ha dato luogo al prelievo». In sostanza, i dati utilizzabili saranno quelli desunti dal quadro Vt delle dichiarazioni e non quelli di contabilità nazionale elaborati dall’Istat. Con l’ambizione implicita di arrivare a segmentare i flussi dell’Iva dichiarata su base provinciale (se non addirittura comunale) anziché regionale come avviene oggi.

Insieme all’articolato sono state depositate anche le osservazioni da esporre in aula. Ricordando, ad esempio, che il testo ha ricevuto in commissione «un’ampia serie di modificazioni» a seguito di un «largo, approfondito ed aperto dibattito parlamentare». Una decina per andare incontro alle richieste dell’opposizione e almeno altrettante per accogliere i rilievi dei sindaci. Di più, ha messo nero su bianco l’esecutivo, non è stato possibile fare. Ed è difficile che possa essere fatto durante il dibattito parlamentare che precederà il ritorno del testo a Palazzo Chigi per l’approvazione definitiva.

Calendario alla mano, il destino del fisco comunale si intreccerà con quello regionale, che la bicamerale ha cominciato a esaminare di fatto ieri e che dovrà ottenere l’ok entro l’11 marzo. Dopo la precisazione di La Loggia sulla legittimità della composizione attuale della commissione – «per ora» ha precisato l’esponente del Pdl lasciando intendere che in cuor suo la maggioranza non ha perso tutte le speranze di superare il 15 a 15) – a San Macuto si sono tenute le audizioni di ragioneria generale dello stato (Rgs) e ministero della Salute. Due i filoni approfonditi: costi standard sanitari (su cui si veda l’articolo qui sotto) e futuro assetto tributario di regioni e province.

Oltre alla quantificazione dei trasferimenti da cancellare (1,7 miliardi dallo stato alle regioni e 2,7 da queste sia ai comuni che alle province) gli spunti più interessanti hanno riguardato la vexata quaestio dell’applicazione o meno alle regioni speciali. Il provvedimento lo esclude esplicitamente ma «un vero federalismo fiscale – ha affermato l’ispettore generale capo per la finanza nelle Pa della Rgs, Salvatore Bilardo – non può prescindere da valutazioni che riguardino tutto il territorio nazionale e dalla necessità di evitare che si proceda con analisi e percorsi parcellizzati e diversificati nel tempo e nei territori». Un rilievo che non è piaciuto a La Loggia. «Avrei preferito – ha detto l’ex ministro degli Affari regionali – un approccio più tecnico, ho notato dei rilievi politici che preferirei ascoltare dal ministro dell’economia e non dalla ragioneria dello stato».

Il Sole 24 Ore 17.02.11

"Immigrati, cosa chiedere alla Ue", di Tito Boeri

Da tre giorni non ci sono più sbarchi di disperati sull´isola di Lampedusa. Secondo il ministro Maroni il flusso è comunque in aumento ed è destinato a portare in poco tempo sulle nostre coste 80.000 persone in cerca di asilo.
Sono persone provenienti dai paesi del Nord Africa in rivolta contro i regimi totalitari. Non è dato sapere come il Ministro sia arrivato a questa stima. È tuttavia significativo che si tratti più o meno dello stesso numero di rifugiati evacuati dalla Macedonia e trasportati in Germania, Norvegia e Turchia dopo la guerra in Kosovo in quella che è stata sin qui la più grande operazione di “burden sharing”, condivisione dell´onere umanitario fra paesi, di fronte ad un´emergenza umanitaria.
Oggi il governo italiano, proprio in nome del burden sharing, chiede all´Europa di farsi carico del problema degli sbarchi a Lampedusa, non solo contribuendo ai costi del pattugliamento delle nostre frontiere, come sta già facendo con Frontex, ma anche offrendo ospitalità almeno a una parte dei rifugiati arrivati sulle nostre coste. Abbiamo chiesto all´Ungheria, presidente di turno dell´Unione, di convocare un vertice straordinario per stabilire i termini e le modalità di questa ripartizione degli oneri legati all´accoglienza dei rifugiati e all´accettazione delle domande di asilo. Si noti che molti rifugiati sembrano comunque intenzionati a lasciare il nostro paese. Lo si evince dalle dichiarazioni raccolte sul campo dagli inviati dei giornali e soprattutto dal fatto che normalmente i rifugiati politici, come gli altri immigrati, tendono a concentrarsi nelle aree in cui risiedono già molte persone che parlano la stessa lingua e che hanno la stessa nazionalità. Oggi le più forti concentrazioni di tunisini e cittadini del Nord Africa si trovano altrove, principalmente in Francia e Spagna.
È giusto chiedere l´intervento dell´Europa, ma bisogna farlo in modo coerente e guardando al di là dell´emergenza. La richiesta italiana difficilmente troverà ascolto nell´opinione pubblica di grandi paesi, come la Germania, abituati ad accogliere più di 10 volte i rifugiati politici che sono oggi da noi. Lo troverà ancor di meno in piccoli paesi, come la Norvegia, l´Olanda e la Svezia che hanno ricevuto negli ultimi vent´anni flussi di persone in cerca d´asilo fino a 15 volte superiori ai nostri in rapporto alla popolazione residente. Bisogna soprattutto sapere cosa chiedere all´Europa. Oggi non c´è traccia di questa consapevolezza nelle prese di posizione del nostro esecutivo: c´è solo una generica ed estemporanea richiesta di aiuto. Anche nell´ipotesi in cui venisse raccolta, servirà a poco. L´Europa può infatti fronteggiare in modo efficace crisi di questo tipo solo se di da per tempo strumenti adeguati per gestire le politiche di asilo, integrandole più strettamente con le politiche di immigrazione.
Cosa chiedere dunque all´Europa?
Innanzitutto una serie riforma delle politiche d´asilo. Non si può più gestire il problema dei rifugiati politici come se fosse un problema a se stante, di natura diplomatica, nettamente separato dall´immigrazione di chi cerca un lavoro. I confini fra i due tipi di flussi sono spesso molto labili e l´andamento delle domande di asilo sembra rispondere di più a fattori di natura economica (come la disoccupazione o il reddito pro-capite nel paese di destinazione), che alla presenza di guerre o regimi dittatoriali nel paese d´origine.
Inoltre un errore molto grave delle politiche d´asilo seguite sin qui in Europa è stato quello di impedire ai rifugiati politici di lavorare e di scegliere dove risiedere all´interno di un paese. La ratio di queste misure è che si vuole scoraggiare un eccessivo numero di domande d´asilo. Ma i risultati sono del tutto controproducenti. Diverse ricerche documentano come restrizioni di questo tipo non contribuiscano affatto a scoraggiare gli abusi. Al contrario, impedendo di lavorare a chi si è visto accettata la domanda d´asilo si ritarda l´integrazione economica degli immigrati, aumentando al contempo il peso fiscale dell´immigrazione sulla popolazione autoctona. Studi recenti condotti da Francesco Fasani e da alcuni economisti inglesi mostrano come i rifugiati politici, costretti a vivere di modesti trasferimenti statali, impossibilitati a lavorare e obbligati a risiedere in aree prestabilite, non scelte da loro, tendano a essere più facilmente coinvolti nella micro-criminalità degli altri cittadini, inclusi gli immigrati che non hanno statuto di rifugiato. È una lezione importante di cui dovremo comunque tenere conto. Volenti o nolenti, ci troveremo nei prossimi anni a gestire una popolazione di rifugiati politici superiore alle 55.000 persone che si sono viste sin qui riconoscere l´asilo in Italia. È una lezione importante anche per le nostre politiche di immigrazione più in generale. Se “lasciati liberi di lavorare”, gli immigrati sono una grande risorsa, quando invece si vuole rendere la loro vita insensatamente difficile (con restrizioni all´ingresso, alla durata della loro permanenza, al rinnovo dei permessi di soggiorno, al cambiamento di lavoro, etc.) si corre il rischio di convincere almeno parte di loro, che la microcriminalità può essere più allettante di un inserimento lavorativo regolare reso troppo complicato dalla legislazione vigente.
Il coordinamento delle politiche di asilo e di quelle migratorie dovrebbe, inoltre, basarsi su criteri trasparenti e condivisi. Oggi diversi paesi europei si avviano ad introdurre sistemi a punti in grado di stabilire priorità ben definite nel concedere permessi di soggiorno e di lavoro. Questi sistemi vengono spesso utilizzati per favorire l´immigrazione qualificata, di persone maggiormente istruite e in grado di integrarsi più facilmente nel paese che li accoglie. Nulla vieta di introdurre in questo ambito anche considerazioni di natura umanitaria garantendo accesso prioritario a cittadini di paesi coinvolti in guerre civili o comunque provenienti da paesi in cui la popolazione civile è stata vittima di ripetuti episodi di brutalità, tortura e incarcerazione arbitraria.
Controllo comune delle frontiere, politiche di asilo integrate con quelle dell´immigrazione economica e basate su principi trasparenti, come nei sistemi a punti, possono diventare i cardini di una politica europea dell´immigrazione. Il nostro governo dovrebbe attivamente contribuire a questo processo di riforma e, allo stesso tempo, di coordinamento tra paesi perché, essendo paese di frontiera, ne possiamo beneficiare più degli altri. Se lo facesse allontanerebbe anche il sospetto che stia agitando lo spettro degli sbarchi in massa a Lampedusa per raccogliere consensi in vista delle prossime elezioni.

La Repubblica 17.02.11

"Inizia l'era Gelmini Super poteri ai rettori", di Roberto Ciccarelli

Inizia l’era Gelmini Super poteri ai rettori
Con la «riforma» del governo, entro l’autunno gli atenei dovranno dotarsi di nuovi Statuti. Così in tutta Italia è partita la corsa alla scrittura delle nuove regole. Senza nessuna collegialità, a fare tutto sono i rettori Gli atenei scrivono (e approvano) i nuovi statuti A Bologna e Torino le proteste degli studenti. A poco più di un mese dall’approvazione della riforma Gelmini, l’aria che si respira negli atenei è tesa e malmostosa. All’università di Padova si vuole riscrivere in fretta lo statuto adeguandolo alle norme del governo sugli organi accademici. Il rettore Giuseppe Zaccaria ha chiesto ai ricercatori e al personale amministrativo di inviare ad una casella mail le loro osservazioni sulla legge fondamentale che regolerà a lungo la vita dell’ateneo. Non è stato trovato il tempo sufficiente per modificarla con la partecipazione degli studenti e dei docenti come richiesto da una petizione sottoscritta da oltre 500 persone ad inizio febbraio. Il problema della democrazia interna è stato così ridotto al più classico dei thread caotici e risentiti che di solito si leggono nelle mailing list.
Anche a Venezia il rettore Carlo Carraro sta accelerando i tempi. L’approvazione dello statuto è stata calendarizzata il 23 marzo al senato accademico. La commissione composta da 5 professori ordinari, 2 associati, 1 ricercatore, 3 studenti, 2 amministrativi e 2 esterni, più il rettore Carraro, aggiornerà le linee guida decise da tempo, inserendo nello statuto i compiti del rettore e le funzioni del Senato e del Consiglio di amministrazione stabiliti dalla riforma entrata in vigore il 29 gennaio scorso. Non occorre avere studiato gli atti della Costituente per capire l’anomalia di questa situazione. In quale altro ordinamento giuridico la stessa persona – il rettore – presiede l’organo costituente (la «commissione statuto»), gli organismi parlamentari (il Cda e il Senato accademico) e dirige lo «Stato» (cioè l’ateneo)?
Nell’università è possibile, visto che si tratta di una comunità che si auto-governa. Solo che questo governo è ispirato ad un principio monarchico per di più rafforzato dalla riforma Gelmini che accresce il potere dei rettori, pur avendone limitato la durata del mandato.
Non è di questo avviso il rettore dell’università di Trieste Francesco Peroni che alla monarchia assoluta ha preferito quella costituzionale. Come a Palermo, anche nel capoluogo friulano si è scelto di organizzare una votazione a suffragio universale alla quale hanno partecipato tutte le componenti della comunità accademica, dagli studenti agli ordinari fino al personale amministrativo. Nessuno però si illude che questa lotta cambierà l’orientamento di una riforma che modella l’università in un potere ancora più piramidale e oligarchico. Molti si limitano a chiedere l’applicazione delle norme nella maniera più corretta possibile.
Per questa ragione a Torino i rappresentanti degli «studenti indipendenti» si sono dimessi dal senato accademico. Non si sentono «miseri poltronai» e chiedono al rettore Pellizzetti nuove elezioni studentesche per evitare il prolungamento delle cariche di due anni. Solo uno dei due ricercatori della Rete 29 aprile è inoltre entrato nella commissione statuto. «È una farsa» ribadiscono gli studenti bolognesi che oggi contesteranno il rettore Ivano Dionigi che ha composto la commissione «già nel marzo dell’anno scorso senza includere i ricercatori».
Stessa discussione si è svolta tra i ricercatori dell’università di Messina dove il rettore Francesco Tomasello ha cooptato nella commissione i ricercatori di sua scelta, ignorando una petizione firmata dal 35 per cento dei docenti. In mancanza di una vittoria simbolica nella battaglia per la democrazia nell’università, cresce il sospetto che la cooptazione trasformerà i ricercatori no-Gelmini nei guardiani della riforma. Un paradosso dal quale molti, a ragione, vorrebbero tenersi lontani.
Negli statuti che dovranno essere approvati entro giugno ci sono altri assenti. Sono i ricercatori precari, gli «invisibili» come si auto-definiscono quelli dell’università della Calabria, che non hanno titolo per entrare nella rosa stabilita dai rettori, anche se il loro numero è almeno pari a quello dei docenti regolarmente assunti.
A Firenze si sono auto-candidate due precarie «per dare voce ad una categoria che la legge Gelmini precarizza definitivamente». Nessuna di loro è stata inserita in commissione.

Il Manifesto 17.02.11

«Dimettiti!»: il Pd scrive a 4 milioni di italiani

Oltre quattro milioni di moduli per raccogliere le firme per le dimissioni di Silvio Berlusconi, accompagnati da una lettera del segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, saranno recapitati nei prossimi giorni alle famiglie italiane. L’iniziativa del Partito Democratico servirà a sostenere una mobilitazione straordinaria, la quale consentirà ai cittadini di porre la firma e di rendersi a loro volta protagonisti della raccolta delle firme per le dimissioni del presidente del Consiglio. L’obiettivo è di mettere insieme tutte le firme raccolte per portarle a palazzo Chigi il giorno 8 marzo. Considerata la forte adesione degli italiani all’iniziativa che il Pd ha promosso in ogni città d’Italia e anche tra gli italiani all’estero, tutto lascia prevedere che potrebbe essere addirittura superata la meta dei dieci milioni di firme. Prosegue nel frattempo la raccolta di firme per le dimissioni di Berlusconi attraverso i canali già previsti. Il prossimo fine settimana, per esempio, i circoli italiani organizzeranno 5.000 banchetti per la raccolta delle firme in tutta Italia. Inoltre, davanti a molti cinema, saranno organizzati banchetti che uniranno la raccolta delle firme per le dimissioni di Berlusconi e le proteste contro l’aumento di un euro del biglietto di ingresso, rincaro che scatterà dal 1 luglio a causa del provvedimento mille proroghe appena approvato al Senato dalla maggioranza. Ciascun cittadino può in ogni caso continuare a firmare per le dimissioni di Berlusconi o scaricare un modulo per raccogliere a sua volta le firme nel sito
www.partitodemocratico.it/berlusconidimettiti.

Milleproroghe, passa la fiducia al Senato

Il governo incassa al Senato la fiducia sul decreto «milleproroghe» con 158 sì, 136 no e 4 astenuti. Il provvedimento, che scade il 27 febbraio, passa ora all’esame della Camera. Hanno votato a favore Pdl e Lega Nord, contro Api, Udc, Mpa, Pd e Idv. Fli ha votato in ordine sparso, nonostante l’indicazione a votare contro del capogruppo Pasquale Viespoli. Hanno votato contro, infatti, oltre a Viespoli anche Mario Baldassarri, Maurizio Saia e Giuseppe Valditara, si è astenuto Francesco Pontone e non hanno partecipato al voto Giuseppe Menardi (che ha dichiarato in suo dissenso in Aula), Maria Ida Germontani, Egidio Digilio, Candido De Angelis e Barbara Contini. Tra le principali novità contenute del dl l’aiuto fiscale alle banche in vista dei maggiori vincoli di Basilea 3, la tassa di 1 euro sui biglietti del cinema; lo stop della tagliola sui precari e la proroga sul pagamento delle quote latte. Sono previsti poi il ripristino (anche se solo in parte) dei fondi per l’editoria e le Tv locali alla tassa sui terremoti e i rifiuti; il mantenimento del blocco degli sfratti per le famiglie disagiate e la possibilità per Poste italiane di acquistare quote della futura Banca del Sud. Una norma ad hoc su Parmalat stabilisce che sono inefficaci eventuali modifiche della clausola concordataria dell’azienda, che già oggi prevede l’obbligo di distribuzione degli utili agli azionisti per una percentuale non superiore al 50 per cento.

LE CRITICHE DEL PD – In Aula Anna Finocchiaro ha duramente criticato il decreto. «Non è più un milleproroghe – ha detto, non è un provvedimento ordinario nel quale sono contenute le proroghe a una serie di disposizioni che per ragioni varie devono vedere prolungata nel tempo la loro vigenza». Per la presidente dei senatori del Pd si tratta invece di «un provvedimento che ha la solennità e la complessità di una manovra finanziaria. Una finanziaria-pasticcio che aumenta le tasse e premia chi non rispetta le regole». «Tutto questo, in più, per decreto e con l’apposizione della questione di fiducia – ha sottolineato Finocchiaro – Diciamo che sono strumenti e modi che riconosciamo come tipici del governo Berlusconi, il quale come è noto pensa che la discussione parlamentare sia un inciampo, un impiccio, una cosa di cui liberarsi al più presto». Nel complesso, ha insistito, «si tratta di un provvedimento che aumenta le tasse agli italiani, che premia molti di coloro che in Italia non rispettano le regole, che è figlio delle tante pressioni a cui questo governo, che si sta decomponendo, è sottoposto. Contiene norme contro i precari della scuola, che grazie alla Lega non potranno spostarsi di provincia per le supplenze; un regalo, a spese di tutti gli italiani, a chi in Padania non ha pagato le multe per le quote latte; l’aumento di un euro del biglietto del cinema e tagli alla cultura; la possibilità per le Regioni di imporre una tassa in caso di catastrofi naturali, come per esempio il terremoto in Abruzzo, e addirittura lo stop alle demolizioni delle case abusive in Campania, anche se costruite in aree protette».

INCENTIVI EMITTENZA LOCALE – A margine dell’ultima Conferenza dei Capigruppo che si è tenuta a Palazzo Madama sugli stanziamenti a favore delle emittenti televisive locali contenuti nella legge di conversione al decreto, il ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli, si è detto consapevole del fatto che lo stanziamento aggiuntivo di 15 milioni di euro al fondo per la emittenza locale è un segno di attenzione che non può certo considerarsi esaustivo dello stato di esigenza del settore. Al riguardo Calderoli ha manifestato l’intenzione di attivarsi al più presto presso il Tesoro affinchè si possa risolvere il problema della inadeguatezza degli incentivi originariamente previsti dall’ articolo 10 della legge n. 422 del 27 ottobre 1993 che destinava alle emittenti locali quote del canone di abbonamento radiotelevisivo.

Il Corriere della Sera 16.02.11

"La storia dei nonni farà l'Italia", di Sergio Luzzatto

Vagamente surreali nella loro dimensione istituzionale, le polemiche intorno al carattere festivo o lavorativo del prossimo 17 marzo diventano altrimenti significative nel momento in cui investono – oltre alla sfera dell’economia – la sfera della pedagogia: il problema del rapporto fra scuola italiana e identità nazionale. Qui, non si tratta di piegare le polemiche sul “festa sì” o “festa no” o “festa lavorando” al piccolo cabotaggio della lotta politica. Dietro il dibattito sulle celebrazioni dell’Unità si nasconde una faccenda più grave, che riguarda le modalità stesse con cui un discorso pubblico sulla storia d’Italia viene trasmesso alle nuove generazioni.
Inutile nasconderselo: dall’Alto Adige alla Sicilia, le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità stanno suscitando reazioni che alludono a un malessere profondo. Siano leghisti che si ribellano contro un secolo e mezzo di “Roma ladrona”, siano meridionalisti che denunciano la “piemontesizzazione” forzata delle loro contrade, siano qualunquisti di ogni latitudine peninsulare, sta di fatto che molti italiani vedono avvicinarsi il 17 marzo con un senso di estraneità o addirittura di fastidio. Possibile che la scuola italiana – di ieri e di oggi – non si senta chiamata in causa dall’evidenza di tale disagio?

Beninteso, le responsabilità della scuola non spiegherebbero tutto. Lo spettacolo attualmente offerto dalla classe dirigente (e da colui che si era autodefinito, tempo fa, il più grande presidente del Consiglio dal 1861 in avanti) contribuisce assai poco a riscaldare negli animi la passione dell’essere italiani. Eppure resta da chiedersi se la scuola abbia fatto e faccia tutto il necessario per trasmettere agli scolari – in numero crescente, figli di non italiani – una certa idea dell’Italia e di alcuni suoi meriti davanti alla storia.
In particolare, c’è da chiedersi se l’Italia del 2011 non paghi il prezzo di un insegnamento della storia troppo a lungo incentrato su un canone: il canone definito dai sacrosanti programmi ministeriali, ma ancora più il canone di una Storia declinata – per così dire – con la esse trionfalmente maiuscola, anziché con una esse minuscola che la faccia sentire più genuina, più vera, più vicina alla vita.

Lo sanno bene i migliori insegnanti delle nostre scuole secondarie: non appena un discorso sul passato della nazione abbandona il tono solenne della storia canonica per inseguire l’effetto di realtà delle situazioni locali, dei percorsi individuali, delle storie di vita, subito l’attenzione dei ragazzi si accende. E la famigerata “ora di storia” produce, anziché disinteresse o noia o rigetto, sentimenti di partecipazione, di appartenenza, addirittura d’identificazione.
Quando l’insegnante dice «Giolitti» o «De Gasperi», o anche «Garibaldi» o «Matteotti», quel nome cade irreparabilmente nel vuoto. Ma quando l’insegnante dice a uno scolaro: «Domandati chi era il garibaldino che dà il nome alla via in cui abiti», o invita la classe: «Facciamo una ricerca sul partigiano caduto la cui lapide sta appesa al muro davanti alla scuola», o sollecita: «Chiedete alle vostre nonne di raccontarvi cosa si ricordano della loro giovinezza», allora i ragazzi vengono raggiunti, si interessano, studiano…
Il sentimento della storia è cosa diversa, evidentemente, dal senso della storia: ed entrambi sono necessari a costruire il rapporto di un individuo con il passato della sua collettività. Ma il sentimento della storia, in quanto si nutre di appartenenza, ha bisogno di ancoraggi sul territorio più di quanto ne richieda il senso della storia, che si nutre di intelligenza. E più che mai ha bisogno di ancoraggi territoriali il sentimento della storia d’Italia, la quale – insegnava già Carlo Cattaneo – è essenzialmente una storia di città: è storia di piazze, di torri, di palazzi, di campanili.
La scuola italiana può contribuire a rafforzare l’identità nazionale anche attraverso un rinnovato impegno degli insegnanti sulla storia locale. Purché tale impegno non assuma le forme striminzite del localismo (o del provincialismo, o del regionalismo): magari sbandierando una leggina sul coinvolgimento dei consigli di classe (e quindi dei genitori-elettori) nella definizione dei programmi scolastici.
Non di questo si avverte la necessità, ma piuttosto – per riprendere una parola alla moda – di narrazioni che riescano davvero coinvolgenti. Perché ciascuno dei nostri ragazzi si convinca che la storia d’Italia non soltanto parla a lui, ma parla di lui: de te fabula narratur.

Il Sole 24 Ore 16.02.11

Crisi Berlusconi, Bersani: "L'Italia deve affrontare una fase ricostruttiva"

Bersani ospite di 8 e mezzo: “Non ci occuperemo di andare contro Berlusconi ma di come andare oltre Berlusconi e parleremo finalmente di Italia perché il Paese non può più sopportare un referendum su Berlusconi sì, Berlusconi no”. “Ci vuole pazienza. Non guarderò alle dichiarazioni delle prossime 48 ore”. Così il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, intervenendo alla trasmissione Otto e mezzo ha spiegato il suo atteggiamento verso la Lega dopo la sua proposta lanciata al Carroccio sul federalismo.

L’attualità politica corre su due binari. Da un lato c’è Berlusconi e il berlusconismo; dall’altra l’Italia che arranca in una difficile ripresa economica e sociale. Il premier potrebbe forzare nuovamente la mano e cercare, attraverso una indecorosa compravendita di parlamentari di avere i numeri per una nuova legge che lo immunizzi da tutti i processi a suo carico. “In questo momento – ha risposto il leader democratico – ci sono numeri risicatissimi per farla, poi però c’è la decenza. Comincio a credere complicato trovare maggioranze che facciano questa operazione. Voglio vedere la Lega che si mette in fila a votare, come ha fatto per le leggi sulla cricca, una nuova legge ad personam. Non so se lo fa, ma se lo fa ci sentirà questa volta”.

“Ho chiesto io di poter parlare con Padania – ha continuato Bersani – io voglio togliere un alibi alla Lega e cioè che non c’è bisogno di tenere attaccata la spina a Berlusconi per avere il Federalismo. Noi abbiamo fatto la riforma del Titolo V, siamo un partito autonomista. Noi siamo interessatissimi a dare un assetto autonomista all’unità del Paese. Gli ho dato rassicurazioni ora non dicano che stanno li a tener su Berlusconi per il federalismo. Stiano sicuri che noi stiamo lì a tenere il processo federalista, che dura sei-sette anni. Ci vuole pazienza e io non guarderò le dichiarazioni delle prossime 48 ore”.

Il segretario del PD ha voluto motivare la strategia dell’alleanza democratica che traghetti il Paese del dopo Berlusconi verso le riforme tanto agogniate e mai realizzate. “Serve trovare uno “schieramento largo, perché l’Italia deve affrontare una fase ricostruttiva”.

“L’opposizione – ha continuato – deve lasciar perdere gelosie e ripicche, bisogna pensare all’Italia; serve un patto e più lavoro per i giovani. Non dobbiamo raccontare favole ai cittadini”.

E sebbene l’idea di un’alleanza che vada da Vendola a Casini non sembri entusiasmare l’elettorato del centrosinistra, Pier Luigi Bersani non si nasconde: ”Bisognerà convincere la gente. Noi lavoriamo su questo, sui temi voglio sapere se Di Pietro e Casini ci stanno, ma siamo davanti a un’esigenza ricostruttiva. È vero che siamo diversi, ma dobbiamo dire cinque cose da fare per rimettere in cammino il paese, mettendoci la faccia, io credo che sia possibile”.

“Berlusconi ormai è in una fase in cui non può indicare al paese una rotta – ha aggiunto Bersani -, abbiamo bisogno di un risveglio italiano per mettere mano ai problemi, se si andrà a votare, come io chiedo, non ci occuperemo di andare contro Berlusconi ma di come andare oltre Berlusconi e parleremo finalmente di Italia” perché “il paese non può più sopportare un referendum su Berlusconi sì, Berlusconi no”.

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