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"Il rilancio di Sassuolo è nelle piastrelle hi-tech", di Marco Alfieri

Bocche cucite, per scaramanzia. Ma il probabile varo dei dazi all’import di piastrelle cinesi al vaglio di Bruxelles rappresenta (anche) una vittoria italiana. Per un settore che esporta il 70% di quel che produce nel Belpaese, l’Europa è il cortile dove giocare le proprie guerre di mercato. Per questo c’è prudenza tra i ceramisti. Quando si dice piastrella italiana in realtà s’intende Sassuolo. L’80% della produzione nazionale (vale 5,7 miliardi di euro), viene dal modenese: qui si concentrano una novantina di aziende sulle 200 censite da Confindustria ceramica. La fine di una stagione Nell’ultimo biennio sulla via Emilia se la sono vista brutta. Dopo lo sboom immobiliare, in giro per il mondo sempre meno case, bagni, cucine e salotti hanno richiesto ceramiche tricolore. A cascata la stretta creditizia ha fiaccato un tessuto imprenditoriale fondato sugli alti costi di magazzino, facendo esplodere la cassa integrazione, che nei mesi più duri della crisi ha coinvolto quasi la metà dei 20mila addetti del distretto. Sembrava la fine di una stagione per un “cluster” studiato fin dal 1966 da un giovane Romano Prodi con il suo Modello di sviluppo di un settore in rapida crescita: l’industria della ceramica per l’edilizia , ancora oggi un evergreen della letteratura dei distretti. L’invasione cinese All’inizio degli anni ’80 la produzione italiana copriva un terzo di quella mondiale, oggi si ferma all’8 per cento. Nel frattempo sono arrivati i cinesi, diventati i più grandi produttori di massa con 4 miliardi di mq di piastrelle l’anno. Dal 2003 l’export di Pechino verso l’Ue è cresciuto del 950 per cento. Il distretto di Sassuolo chiude non a caso il 2009 in profondo rosso (-25%). L’invasione cinese manda fuori mercato il 40% della produzione. E’ uno shock per il mondo piccolo della Bassa, tenore di vita e automobili hollywoodiane: tutto sembra sbriciolarsi, insieme a quel compromesso emiliano che per anni ha garantito concertazione e redditi alti. Minozzi e le formiche Invece Sassuolo «barcolla ma non molla», come dicono sulla via Emilia. Nella crisi fa la formica. Ad esempio dopo lo spettro del disimpegno, il vecchio leone Romano Minozzi si rimette in trincea con la sua Iris, abbandona la sindrome dei Buddenbrook, razionalizza gli organici, tornando sul mercato con nuovi prodotti come la piastrella active. «Sottopelle è proseguita l’internazionalizzazione produttiva del distretto», conferma Franco Mosconi, economista dell’università di Parma. «L’80% delle piastrelle realizzate in Francia esce da imprese controllate da capitale italiano. Lo stesso per il 50% della produzione in Usa. Dunque se la recessione colpisce duro, la ripresa tocca Sassuolo più velocemente dei sistemi chiusi». Già nel 2010 il consumo globale di piastrelle registra un +5,5% sul 2009. Nel 2011 le stime indicano un +5,9%, grazie a paesi arabi e Far East. Il mercato si riprende sgonfiando la cassa integrazione: oggi nel triangolo SassuoloFiorano-Casalgrande non ci sono più di 5-600 addetti in cig. Le ceramiche 2.0 Anche la propensione all’investimento non si è contratta. Nel biennio 2008-2009 le aziende continuano ad investire il 6-7% del fatturato. Solo la Marazzi, “l’università” della ceramica, è ripartita investendo 90 milioni in nuovi impianti a ciclo continuo. Altre aziende puntano sulla ceramica ecosostenibile, altre sulle piastrelle fotovoltaiche, altre ancora su quelle antibatteriche, ideali per ospedali, mense, asili nido e case di riposo. Anche la concentrazione industriale si consolida. Se guardiamo il fatturato globale oggi i “Top 5” valgono il 42,1% dei ricavi dell’intero distretto. Alfalux, Marazzi, Panaria, Atlas concorde, Graniti fiandre, Casalgrande padana, Florim, Ricchetti: sono loro i “big” cresciuti spesso per linee esterne, spingendo sull’internazionalizzazione e sulla crescita del prezzo medio dei prodotti venduti. Emilio Mussini, presidente di Panaria Group, lo dice da tempo: «non sarà la negazione di un aumento salariale che ci farà tornare competitivi con la Cina. Dobbiamo puntare sul controllo dei costi di gestione e sul mix tra prodotto, innovazione estetica e tecnologica». Tutto il mondo è Sassuolo Solo così si rivede la luce. Un distretto non più leader mondiale per volumi prodotti, i cinesi hanno messo la freccia, ma ancora in valore. Su questo parametro la fetta di mercato globale riferita alla produzione italiana rimane intorno al 40 per cento. «Non dimentichiamoci che la Cina realizza i suoi record con tecnologia sassuolese», ricorda sempre Giorgio Squinzi, patron della Mapei, colle e prodotti chimici. Lo spettro della sovra produzione Basterà in futuro? Manuela Gozzi, della Filcem Cgil di Modena, è meno ottimista. «Ci sono imprese che hanno sfruttato la crisi per riorganizzarsi, altre no e oggi soffrono». Una macchia di leopardo riassunta in due numeri. «La superficie vendibile sul mercato attuale vale 400milioni di mq di piastrelle – calcola Gozzi – ma la potenzialità impiantistica del distretto vale ancora 600 milioni». Il pareggio resta lontano. Inoltre, «nella crisi non è scattato un forte processo di crescita dimensionale», ammonisce la sindacalista. «Manca quell’innovazione epocale come fu, negli anni ’80, l’invenzione della cottura rapida». Il palliativo dei dazi In sostanza i dazi aiuteranno sul breve a vendere in Europa, perché i cinesi arrivano alle nostre fiere con le piastrelle copiate. Ma la crisi si batte strutturalmente conquistando l’Asia, «il mercato di domani, quando una classe medio-alta in espansione domanderà i prodotti made in Italy», nota Mosconi. In fondo Sassuolo è nato e cresciuto esportando in 150 paesi. Una volta tamponato il dumping cinese, può solo continuare a farlo…

La Stampa 17.02.11

"Per l'opposizione una chance, molti rischi", di Roberto D'Alimonte

Chi vincerà le prossime elezioni se si andasse al voto in tempi brevi ? I sondaggi fatti in questi ultimi giorni alimentano le speranze delle opposizioni ma vanno presi con molto cautela. Quando la percentuale di coloro che non rispondono alla domanda sul voto è superiore al 40 % occorre essere molto prudenti nel valutare il livello di consensi attribuiti ai vari partiti. Quel che invece si può rilevare con certezza sono due fatti Primo, esiste oggi un grado di indecisione e quindi di fluidità elettorale molto elevato, e superiore a quanto si è registrato nel passato. Secondo, la percentuale di voto del Pdl continua a scendere. Non si tratta di una frana ma di una lenta e costante erosione. I due fenomeni sono collegati.

L’elettorato del Pdl non è del tutto impermeabile agli scandali che coinvolgono il presidente del consiglio. Una parte di questi elettori ha già lasciato il partito di Berlusconi a favore della Lega Nord. Infatti fino ad oggi i sondaggi registravano da una parte il calo del Pdl e dall’altra la crescita della Lega. I guadagni dell’uno compensavano le perdite dell’altro. Il totale dei voti del centrodestra non cambiava di molto. La novità è che questo non sembra essere più vero. Cresce il numero dei berlusconiani confusi, spaesati, delusi ma non cresce la Lega. Cresce invece l’astensione e diminuisce contemporaneamente il consenso complessivo al centrodestra.

Così come stanno le cose oggi questo schieramento non è più stabilmente sopra ‘quota quaranta’ che rappresenta la percentuale minima di voti per poter sperare di conquistare il premio di maggioranza alla Camera. Questa situazione offre alle opposizioni una grande opportunità. Fino a ieri si ragionava sulla possibilità che la coalizione di centrodestra potesse vincere alla Camera ma non al Senato. La tendenza elettorale attuale indica che Berlusconi potrebbe perdere anche alla Camera pregiudicando in questo modo la possibilità che dopo il voto si possa comunque fare un governo di centrodestra anche senza di lui. Ma perché questo esito si verifichi è necessario che le opposizioni mettano in campo una proposta credibile fatta di tre elementi: una coalizione, un leader e un programma. Esiste questa proposta ?
Con questo sistema elettorale la questione prioritaria è la coalizione. I contorni di quella di centrodestra si conoscono. Ci saranno Pdl , Lega Nord e La Destra e forse – ma non si sa- qualche formazione sudista. Come si presenteranno le opposizioni ? Si parla di una alleanza che comprenderebbe tutti i partiti da Vendola a Fini ? Sulla carta i sondaggi dicono che avrebbe i numeri per vincere. Ma è credibile ? A Milano Fini ha escluso che il suo partito si possa alleare con la sinistra. Le sue divisioni interne, di cui il voto al Senato di ieri sono una conferma, rendono l’ipotesi ancora meno credibile. E se Fini non ci sta. Ci può stare Casini ?

Anche la coalizione tra Pd, Udc e Fli non è credibile. Il Pd viene dato dai sondaggi intorno al 24 % con la Sel di Vendola all’ 8%. Nel caso di una coalizione senza la Sel il Pd rischia una forte emorragia di voti verso il partito di Vendola. Già escludere Di Pietro è un rischio. Escludere sia Di Pietro che Vendola sarebbe un suicidio. Resta una altra possibilità: una coalizione Pd, Idv, Sel. Una delle novità degli ultimi sondaggi è che questo schieramento pare che oggi arrivi a ‘quota quaranta’. Se il trend elettorale del centrodestra non cambia questa coalizione potrebbe vincere alla Camera ma non al Senato. Questo vorrebbe dire un governo con il terzo polo. Così quello che non si può fare prima del voto si farebbe dopo. Ma anche questa coalizione è improbabile.

Il Pd non la vuole. E allora ? Ci si aggrappa alla ‘santa alleanza’ contro Berlusconi sperando che le condizioni la rendano prima o poi possibile. Il rischio però è che nel frattempo la finestra di opportunità che esiste oggi si richiuda. Altre volte Berlusconi è stato sottovalutato. I partiti di opposizione non hanno oggi più voti di ieri. E’ Berlusconi che ne ha di meno. Ma Berlusconi ha già dimostrato nel passato di saper rimobilitare il suo elettorato deluso. Questa volta l’impresa è più ardua ma il Cavaliere ha ancora molte risorse a disposizione e una opposizione senza una proposta credibile potrebbe dargli una mano.

Il Sole 24 Ore 17.02.11

"Scuola, tornano gli ispettori: daranno le pagelle agli istituti e agli insegnanti", di Alessandra Migliozzi

Approvato il decreto milleproroghe: il Miur farà il regolamento. Il ministro Gelmini mette in campo la riforma del sistema di valutazione della scuola: nelle pieghe del milleproroghe approvato ieri al Senato ci sono due commi, inseriti in corsa nel maxi emendamento del governo, che mettono mano alla questione, affidando al corpo degli ispettori il compito di dare le ‘pagelle’ a istituti e insegnanti. A novembre il ministro aveva lanciato due progetti sperimentali per giudicare scuole e prof: le adesioni sono arrivate a rilento nelle città campione. Così, mentre quei progetti sono ancora in partenza, Gelmini procede in parallelo, per via normativa, dotandosi di strumenti e mezzi per poter rafforzare il processo valutativo. Con il Pd che, però, parla di “colpo di mano”. Nel milleproroghe ci sono novità in vista per gli ispettori: entro sessanta giorni dall’entrata in vigore della legge di conversione del decreto il Miur dovrà emanare un regolamento per riorganizzarne le funzioni “secondo parametri che ne assicurino l’autonomia e l’indipendenza, finalizzata alla valutazione esterna della scuola, da effettuare periodicamente secondo modalità e protocolli standard definiti dallo stesso regolamento”. In pratica, come si specifica in un altro punto del decreto, agli ispettori spetterà il compito di “valutare le scuole e i dirigenti scolastici” secondo “quanto previsto dal decreto legislativo 27 ottobre 2009 numero 150”. Ovvero secondo la riforma Brunetta, che, però, in un incontro recente con i sindacati, era stata messa da parte per il momento nella scuola. La rivoluzione dell’ispettorato comunque parte zoppa: la pianta organica resta quella del 2009 (poco più di 300 persone in tutta Italia su 10mila scuole e oltre 700mila docenti) e non sono previsti nuovi oneri per lo Stato, dunque, niente assunzioni. Attualmente si sta svolgendo un concorso per 150 posti, ma il corpo degli ispettori, nel frattempo, è stato indebolito da molti pensionamenti e queste figure spesso reggono anche uffici amministrativi scoperti. Senza nuove risorse sarà difficile mettere in campo la valutazione del sistema scolastico e conciliarla con le funzioni di controllo già assegnate agli ispettori. Il ministro, comunque, li vuole come terza gamba del nuovo sistema di valutazione. Le altre due, come spiega il milleproroghe, saranno l’Istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca educativa, che avrà compiti di “formazione in servizio del personale della scuola e di ricerca didattica”, e l’Istituto nazionale per la valutazione del sistema di istruzione e formazione, l’Invalsi, che dovrà continuare a predisporre le prove di valutazione degli apprendimenti degli alunni. Il nuovo sistema a tre gambe sarà definito con un apposito regolamento sempre entro 60 giorni. Critico il Pd: per la senatrice Mariangela Bastico queste novità travolgono “le sperimentazioni, annunciate in pompa magna dal ministro e gli impegni assunti dal governo con i sindacati e il mondo della scuola di introdurre disposizioni particolari per valutare scuole e docenti data la specificità della funzione educativa. Il colpo di mano poi espropria completamene il Parlamento della possibilità d’intervenire: tutta la riorganizzazione viene affidata a un regolamento del governo”. Dal ministero sottolineano invece che “vengono solo potenziati e raccordati fra loro strumenti già esistenti. C’è di nuovo che gli ispettori avranno una maggiore indipendenza e possibilità di azione”. Nel milleproroghe c’è anche il congelamento delle graduatorie dei docenti voluto dalla Lega che blocca spostamenti e aggiornamenti fino al 2012 in attesa delle nuove regole sul reclutamento dei docenti

Il Messaggero 17.02.11

"Quando il paese si divide sulla festa dell´Unità d´Italia", di Carlo Galli

Le polemiche sul giorno di vacanza per celebrare il 150° dello Stato unitario rivelano la carenza di una “religione civile” condivisa dalla nazione
Esponenti importanti delle élites non sono più in grado di distinguere la politica dall´economia
Sono giornate in cui una comunità celebra in pubblico le ragioni della propria esistenza. Il 17 marzo 1861 il parlamento sabaudo proclamò Vittorio Emanuele II re dell´Italia unita. Oggi, la destra al governo – assai diversa da quella, guidata da Cavour, che governava allora – ne fa una festa nazionale, in occasione del 150° anniversario dell´unità del Paese. Il provvedimento, in sé non sbagliato, suscita però l´aspra polemica dei leghisti e dei sudtirolesi – i primi lo contestano su base politica, discutibile, e finanziaria (mancherebbe la copertura economica della legge); i secondi su presunta base nazionale (austriaca), assurda e inammissibile (come ha detto il Capo dello Stato) –. Ma soprattutto il provvedimento incontra l´ostilità manifesta del mondo imprenditoriale, preoccupato perché un giorno di festa in più sarebbe un colpo per il nostro già disastrato Pil. Di qui, le proposte intermedie di farne una “solennità”, il che renderebbe possibile lavorare e studiare, in clima, però, patriottico (ma la legge è legge, ormai) –. La verità è che membri importanti delle élites del Paese non sanno più distinguere la politica dall´economia e, uomini a una dimensione, riducono la prima alla seconda, ignari del fatto che una società non è solo un insieme di produttori, ma è una storia, una consapevolezza, una – per quanto ambigua sia la parola – identità, che ha bisogno di legittimarsi anche nel profilo simbolico.
A questo, infatti, servono le feste politiche. A far sì che una città, uno Stato, celebrino se stessi, e si ritrovino in un´unità partecipata e, appunto, simbolica, in una giornata speciale, ufficiale e solenne, che s´innalza sulla quotidianità banale e dispersiva. Fiammata di energia, costruzione di forme simboliche che incorporano passioni collettive e danno loro una direzione concorde, la festa celebra – di volta in volta, nei diversi Paesi – nascite, fondazioni, secessioni, liberazioni, costituzioni, rivoluzioni. Cioè le date che scandiscono una vicenda collettiva, e che nella festa diventano occasione di pubblica felicità.
Le feste civili sono sempre religiose, in modo esplicito o implicito: l´atto di concentrare l´amore di tutti per la città e la partecipazione di tutti alla sua vita e alla sua fortuna è un atto religioso; di “religione civile” – che si esprime in parate, in monumenti, in discorsi – in cui l´appartenenza alla comunità politica si fa cosciente atto di immedesimazione dei singoli in una storia, e di adesione alle leggi comuni; o di ‘religione´ – senza aggettivi – in quelle realtà politiche pagane in cui la politica era intessuta e scandita dalla continua presenza del sacro, in cui l´immagine che la città si faceva di se stessa era senz´altro divina.
A esempio della festa come religione civile possiamo prendere il 4 luglio americano, il 14 luglio francese, il 25 aprile (o il 2 giugno) italiano; le grandi ricorrenze in cui una nazione concentra le ragioni della propria esistenza, le rende pubbliche e visibili – proprio a fondare e a consolidare la propria sfera pubblica –, e, compiacendosene, le rinnova e le rinvigorisce. La festa pagana come atto a un tempo veramente politico e veramente religioso è invece esemplificata nelle decine di feste che costellavano l´anno civile e liturgico di Atene e di Roma; la più emozionante, la più cara all´immaginazione di ogni occidentale è la festa delle Panatenee, cioè la processione – uomini, donne, cavalieri, guerrieri, cittadini – che si snoda per i quartieri di Atene e che culmina nel tempio di Atena sull´Acropoli: tutta la città raccoglie se stessa e si offre a se stessa in forma di divinità, senza nulla perdere della propria umanità. E, per di più, questa rappresentazione collettiva della città prende forma e figura non solo nella liturgia di un giorno, ma nel marmo eterno del fregio di Fidia. Una rappresentazione della rappresentazione di vertiginoso ardimento e di ineguagliato pathos espressivo. Se una festa politica esprime la felicità pubblica, in questo caso quella felicità è ulteriormente espressa nella bellezza. E infatti feste e bellezza sono tra i caratteri fondamentali – insieme all´uguaglianza e all´equilibrio tra pubblico e privato – della democrazia ateniese, come viene celebrata da Pericle, nel racconto di Tucidide.
La festa, la felice auto-rappresentazione collettiva, può nascere dal basso – può cioè essere repubblicana, democratica – ma anche può essere promossa dall´alto; nella sua fase barocca, lo Stato moderno, impersonato dal monarca assoluto, ha glorificato se stesso – a partire soprattutto da Luigi XIV di Francia – con feste di corte, ma anche pubbliche, rivolte alla eroicizzazione del re in una sintesi di spettacolarità, mondanità e macchinosità che rende evidente che l´essenza della festa è celebrare un´unità politica. La rivoluzione con le sue numerose feste politiche volle far sì che i cittadini non fossero spettatori della festa, ma attori e protagonisti, e che la felicità del re si mutasse nella felicità della Francia.
Naturalmente, non bastano le feste a generare la pubblica felicità; né la commemorazione di un evento lo rende di per sé buono; ne sanno qualcosa gli infelici cittadini dei regimi autoritari e totalitari, generosi di feste quasi quanto di prigioni. Ma, d´altra parte, l´incapacità di comprendere che la politica passa anche attraverso la dimensione della festa, sobria e spettacolare al tempo stesso, è il segno di una mancanza: di un deficit di felicità, ma anche di spirito di cittadinanza e, dopo tutto, di autostima collettiva.

La Repubblica 17.02.11

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“Come si crea la memoria”, di BENEDETTA TOBAGI

Fondamentalmente, sono vacanze. Se andate fuori da una scuola per sondare gli umori studenteschi sul tema delle feste nazionali nel 2011, gli adolescenti lamenteranno depressi che il 25 aprile è Pasquetta e il 1° maggio è domenica (sospetto reazioni analoghe presso uffici pubblici e affini). Altro che 17 marzo. Dobbiamo avviare le solite geremiadi sulla “mancanza di memoria” e la crisi dell´identità nazionale, con annessi sondaggi allarmanti? se i giovani non sanno cosa è finito nel ´45 e che si è votato nel ´46, a cosa servono le feste nazionali? A rifletterci, però, sono proprio questi vuoti a dare loro un senso, se li guardiamo non come cavalieri dell´Apocalisse culturale, ma spazi da riempire. Le feste nazionali, con il loro armamentario – a volte kitsch, spesso discutibile – di cerimonie, articoli, discorsi, programmi tv, lezioni ad hoc, racconti di nonni nostalgici eccetera, sono, banalmente, il momento in cui molti ragazzi familiarizzano la prima volta con gli eventi fondativi della vita del Paese. Sono innanzitutto occasioni educative: Ciampi docet, con la vasta campagna comunicativa per la “riscoperta della patria” impostata attorno al 2 giugno. Se il carattere festivo rischia di buttare tutto in caciara, innesca però un felice riflesso pavloviano: vacanza = cosa molto buona. Certo, chi è più giovane e non sa molto di storia e politica può domandarsi se davvero si tratti di cose buone e importanti per tutti, confuso dalle polemiche che accompagnano ogni 25 aprile e dagli usi “creativi” del Tricolore proposti dalla Lega. Ma le contestazioni sono il pane quotidiano della democrazia, termometro di malumori profondi di cui tener conto. Obbligano a discostarsi dalla retorica e rinnovare le argomentazioni. Attraverso di esse ogni ragazzo (se accompagnato con intelligenza) può imparare come l´identità italiana sia attraversata da tensioni profonde, che i valori non sono tutti uguali né indifferenti e un Paese democratico deve imparare a gestire il confronto animato tra le “memorie divise” e può uscirne persino arricchito.
Repubblica, antifascismo, lavoro: le date scelte per sigillare la centralità fondativa di questi valori corrispondono non a caso al momento della loro affermazione dopo lotte e divisioni profonde che hanno lasciato, fisiologicamente, ferite durature: un combattutissimo referendum, la fine della guerra civile di Liberazione. Il primo maggio internazionale dei lavoratori uccisi nello sciopero di Chicago si trascina dietro addirittura il lezzo sulfureo della lotta di classe. Consacrarli con festa nazionale è un modo di sottrarre certi valori scritti nella Costituzione all´usura del tempo e tutelarli dalle aggressioni. Feste civili, dunque, anche come reti di protezione su pareti franose, o le barriere galleggianti per arginare gli sversamenti di petrolio (perché oggi certi principi e valori civili sembrano proprio dei cormorani impastati di catrame da ripulire amorevolmente piuma a piuma…).
Certo, preservare non basta, i valori vanno rivitalizzati. La lezione più bella arriva dai gruppi, per lo più di giovani, che si sono riappropriati del primo maggio, trattandolo giocosamente come un palinsesto su cui riscrivere l´agenda dei problemi del lavoro. Dalla prima edizione milanese del 2001, la MayDay Parade alternativa ai cortei ufficiali, espressione di lavoratori precari e autonomi, luogo di produzione controculturale, s´è diffusa nelle altre capitali europee, arrivando fino a Tokyo. La fantasmagoria dei loro carri e la spietata ironia dei Tarocchi di San Precario sono la migliore risposta a chi sostiene che le festività nazionali non possono essere altro che una morta gora di vuota retorica.

La Repubblica 17.02.11

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“Se la data fa politica”, di MASSIMO L. SALVADORI

Presentando una bella ricerca da lui curata e pubblicata dalla Laterza in due volumi nel 1997 su I luoghi della memoria ovvero personaggi, date, strutture ed eventi dell´Italia unita, Mario Isnenghi iniziava scrivendo parole ironiche nella forma ma quanto mai serie nella sostanza. «Avete presente – una volta si chiamava tapis roulant – il nastro trasportatore dei bagagli all´aeroporto? Mi figuro il viaggio delle memorie molto simile a quello. Proprio come valigie e borse, le memorie di un popolo vengono caricate dagli addetti, messe in movimento e poi spariscono per tunnel misteriosi, ricompaiono, compiono tratti diritti, traiettorie e curve visibili o segrete…». Isnenghi aggiunge che «non c´è memoria senza oblio» e che «la cifra della memoria non è solo l´idillio. Un Paese vive anche delle sue lacerazioni».
Queste osservazioni costituiscono una premessa puntuale e stimolante al ragionare oggi sulla prossima ricorrenza del Centocinquantesimo dell´unità d´Italia e sull´andare e venire dello spirito con cui in un paese si considerano alternativamente e diversamente date ed eventi importanti della sua storia: che gli uni vogliono al centro della memoria collettiva e gli altri mal sopportano o addirittura non sopportano affatto. In effetti la celebrazione ufficiale, la sottocelebrazione, la non celebrazione di un evento di grande rilievo politico riflettono un´unità di intenti oppure la sua mancanza.
Avviene che a seconda degli orientamenti prevalenti una data venga prima indicata come degna della venerazione nazionale e in seguito cancellata come inopportuna e da sostituirsi con un´altra di opposto significato. Un esempio. Il 15 ottobre 1930 il consiglio dei ministri decise di cancellare la festività del 20 settembre che celebrava la presa di Porta Pia e la fine del potere temporale dei papi, sostituendola con quella dell´11 febbraio intesa a glorificare la firma dei Patti lateranensi e la conciliazione dello Stato con la Chiesa cattolica.
Ora, qual è la volontà delle istituzioni, a partire dal governo, di ricordare degnamente il 17 marzo 1861? Certo, una macchina delle celebrazioni è stata messa in moto, ma essa è già andata incontro a vari infortuni. Il Presidente della Repubblica non manca di sottolineare la solennità della data ed esorta le parti politiche e gli italiani a raccogliersi intorno ad essa con sentimenti di concordia; ma la Confindustria non desidera che si perda una giornata di lavoro e il ministro della pubblica istruzione ritiene inopportuna una vacanza degli scolari. Della Lega inutile parlare, poiché per essa il 17 marzo è piuttosto un motivo di lutto; e il ministro degli Interni dichiara che quel giorno sarà al suo tavolo di lavoro come ogni giorno.
Naturalmente, il problema vero non è se la celebrazione dell´unità debba essere accompagnata o no da un giorno di assenza dalle attività lavorative e scolastiche, che pure non sembrerebbe improprio. Il problema vero è lo stato dello spirito nazionale, che non è in buona salute: per le vicende del Presidente del Consiglio, i rapporti tra gli schieramenti politici, l´influenza che la Lega esercita sull´intero governo e sulla maggioranza parlamentare, le lacerazioni interne al popolo italiano. Giorno di vacanza o no, il 17 marzo potrebbe essere l´occasione per una riflessione seria e intelligentemente critica sul cammino percorso dalla nazione. Di questo, purtroppo, non sembra vi siano confortanti avvisaglie.

La Repubblica 17.02.11

"Le elezioni sono il male minore", di Luigi La Spina

Un futuro da brivido. E’ quello che aspetta l’Italia nei prossimi mesi sull’asse Milano-Roma. Da una parte, al tribunale di Milano, un processo a Silvio Berlusconi che rischia di essere tutt’altro che breve e sicuramente pieno di ostacoli, come ha spiegato, ieri su «La Stampa», Carlo Federico Grosso. Con imbarazzanti e imbarazzate sfilate di giovani testimoni, al bivio tra la difesa personale e quella del premier. Un rito, destinato a una via crucis dilatoria, tra eccezioni di incompetenza, appelli al legittimo impedimento, richieste di annullamento di atti, e stretto tra le contemporanee udienze di altri tre procedimenti, sempre a carico del presidente del Consiglio.

Dall’altra parte, nelle aule del Parlamento, un governo che, con una risicatissima maggioranza, cercherà di far approvare riforme fondamentali, come quella sul federalismo o quella sulla giustizia, che richiederebbero un larghissimo consenso. Sia per superare gli ostacoli di una opposizione disposta a tutto pur di non farle passare, sia per evitare, come già successo, che l’arma del referendum vanifichi il risultato di tanti sforzi. Se questo è il cupo profilo che si staglia sul nostro orizzonte, aggravato probabilmente da un conflitto istituzionale tra poteri e ordini dello Stato quale non si è mai verificato nella storia della nostra Repubblica, l’augurio non può essere quello che il meglio prevalga sul peggio, ma solamente che, tra i mali, vinca almeno il male minore.

Da molte settimane, ormai, l’interrogativo dominante è uno solo: saranno le elezioni anticipate a far uscire il Paese, in qualche modo, da questa drammatica situazione? L’ipotesi viene caldeggiata o osteggiata, alternativamente, solo per le opposte convenienze elettorali. In una prima fase, l’aveva minacciata il presidente del Consiglio, per convincere i «responsabili» a evitare il rischio di non essere più eletti nel prossimo Parlamento e per chiudere la porta a eventuali successori a Palazzo Chigi nel corso della legislatura. L’opposizione, invece, avrebbe preferito evitare la prova del voto, per avere il tempo di organizzare un’offerta elettorale agli italiani più convincente dell’attuale.

Negli ultimi giorni, le parti si sono invertite. I sondaggi sui consensi a Berlusconi non sembrano troppo rassicuranti per il presidente del Consiglio. Ma le travagliate vicende del neonato partito di Fini, con lo sfilacciamento dei suoi parlamentari, impediscono di pensare che un altro governo riesca a essere sostenuto da una maggioranza diversa. In più, il sorprendente successo delle manifestazioni delle donne ha indotto a sospettare, forse con troppo semplicismo e con forzature magari arbitrarie, che sia mutato il clima psicologico e morale dei cittadini italiani davanti ai costumi pubblici e privati del Cavaliere.

Questa improvvisa inversione tra speranze e paure ha rovesciato ipocriticamente le tesi. Berlusconi, da sempre fautore del consenso popolare come unica patente di legittimità a governare, da sempre fustigatore degli intrighi romani, delle trasmigrazioni di deputati e senatori da un partito all’altro è diventato il più rigoroso difensore della, una volta negletta, «centralità del Parlamento». Scrupoloso e legalistico cultore della «libertà di mandato» che la Costituzione prevede per i rappresentanti del popolo nelle aule di Montecitorio e di Palazzo Madama. Senza considerare che, proprio dal punto di vista politico, lo schieramento vittorioso quasi tre anni fa era del tutto diverso dall’attuale, perché comprendeva un partito che aveva in Fini addirittura il cofondatore.

L’opposizione, invece, galvanizzata, forse con troppo entusiasmo, dai verbali delle intercettazioni, dalle piazze, dai numeri dei sondaggi pensa sia questo il momento della spallata elettorale al premier. Nella convinzione, probabilmente fondata, che Berlusconi non sia minimamente disposto a lasciare la poltrona di Palazzo Chigi a un suo erede, Tremonti, Alfano o Letta che sia. E nella speranza, altrettanto probabilmente fondata, che, alla fine, sia Bossi l’unico possibile becchino di questo governo.

Come si è visto, i sofismi dialettici, le ipocrisie ideologiche possono giustificare l’inosservanza di qualunque scrupolo costituzionale, di qualunque coerenza politica e, persino, di qualunque regola della logica. L’anomalia italiana, rispetto alle democrazie occidentali più evolute, è tale, poi, da rendere del tutto inutile un confronto internazionale per trovare una via d’uscita. E’ vero che, all’estero, un primo ministro che si trovasse investito da accuse quali vengono rivolte a Berlusconi si sarebbe subito dimesso e presentato ai giudici per dimostrare, con la massima rapidità, la sua innocenza. Ma, in Francia, in Germania o in Inghilterra il detentore di un così grande potere mediatico e plutocratico non sarebbe mai arrivato a presiedere un governo e, quindi, quelle magistrature non sarebbero state messe nelle condizioni di dirimere una legittimità politica, come, di fatto, è avvenuto nel nostro Paese.

E’ vero, infine, che le elementari regole di un ordinamento liberale non affidano al popolo e alla sua maggioranza elettorale il verdetto su un caso giudiziario. Ma, nella realistica valutazione delle convenienze, questa volta degli italiani, il voto anticipato non può risolversi come il male minore?

La Stampa 17.02.11

"Milleproroghe, sì alla fiducia Il Pd: una valanga di tasse sui deboli", di Bianca Di Giovanni

In Senato passa la fiducia sul decreto Milleproroghe (158 sì, 136 no e 4 astenuti). Nessuna novità, se non fosse che alla prima prova di voto dopo la costituzione del Fli, i finiani si dividono. Il capogruppo annuncia il no, c’è chi si astiene e chi non partecipa al voto. Quanto al merito, il Pd spara ad alzo zero. Anna Finocchiaro parla di «una Finanziaria-pasticcio che aumenta le tasse e premia chi non rispetta le regole». «Non bastava il picco storico delle tasse raggiunto da questo governo al 43,4% – aggiunge Giovanni Legnini (Pd) -mancavano alcuni tocchi i fantasia sul sistema tributario italiano come la tassa sul cinema che tutti i giorni pagheranno i ragazzi, pensionati e fasce deboli». Il Pd la ribattezza tassa-vergogna, e lancia una mobilitazione davanti ai cinema di Roma, Milano, Napoli, Torino, Firenze, Bologna, Bari, Genova, Palermo, Perugia, Pesaro ed altre città italiane, con volantinaggi, presidi, banchetti per sensibilizzare i cittadini.
«Prorpio mentre il cinema italiano rinasce – dichiara Vincenzo Vita (Pd) – il governo tira questa mazzata». Non c’è solo il cinema. Anzi, a catastrofe si aggiunge catastrofe con l’aumento delle addizionali nelle Regioni vittime di calamità naturali.
MILLETASSE
Il «milletasse» lo ribattezza il responsabile economico del partito Stefano Fassina. E se ai prelievi introdotti con questo provvedimento si sommano quelli del federalismo fiscale, si innesca una tenaglia mortale. Nell’ordine: imposta di soggiorno, imposta di scopo, aumentoaddizionale Irpef, aumento Ici su artigiani, commercianti e piccole imprese.
Mentre si chiedono più contributi ai cittadini, il governo «fa marcia indietro su alcuni importanti tagli ai costi della politica – continua Fassina – In particolare, sulla dismissione delle partecipazioni nelle municipalizzate e sui numeri dei consiglieri e degli assessori municipali. La Lega continua a fare da stampella ad un governo moribondo, senza capacità progettuale e senza forza politica per fare le riforme, che riesce soltanto con i voti di fiducia a tagliare diritti, aumentare i costi della politica e caricare di altre tasse i lavoratori, le imprese e le famiglie.

FURBI
Ma non è solo un fatto di fisco. Il testo varato dal Senato che ora arriverà alla Camera per la seconda lettura (sarà in Aula martedì) «contiene norme contro i precari della scuola, che grazie alla Lega non potranno spostarsi di provincia per le supplenze – elenca Finocchiaro – un regalo, a spese di tutti gli italiani, a chi in Padania non ha pagato le multe per le quote latte; tagli alla cultura; e addirittura lo stop alle demolizioni delle case abusive in Campania, anche se costruite in aree protette».
In ogni caso resta la nota positiva introdotta dal Pd (e accolta dalla maggioranza) della proroga di un anno della «tagliola» sui ricorsi dei precari. Ma i lavoratori strappano solo quel risultato. Per il resto, non si sono salvati i precari Inps occupati nell’erogazione degli ammortizzatori sociali: a marzo saranno in 1.300 ad andarsene a casa. Almeno se le cose restano così. «Ci
batteremo alla camera per eliminare il blocco», annuncia Ludovico Vico (Pd), anche se pare assai improbabile la possibilità di modificare il
testo. Tra le altre materie «saccheggiate», il fondo per i malati di Sla (sclerosi amiotrofica) che rischiano di avere meno dei 100 milioni stanziati in partenza. Così come il 5 per mille, che resta a quota 300 milioni, invece dei 400 stanziati nel 2010.
Passa la richiesta trasversale di rifinanziamento del fondo per l’editoria, che se si recuperano 30 milioni
rispetto ai 50 tagliati. E all’ultimo minuto spunta la norma salva- Coni, che si salva dalla cura dimagrante
imposta dai tagli di Giulio Tremonti. Non vale per il Coni, infatti, la riduzione dei gettoni di presenza dei consiglieri.

L’Unità 17.02.11

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Torna la social card, nonostante il flop il Governo ci riprova

Il governo ci riprova con la social card che è stata un fallimento». Lo sostengono in una nota Vera Lamonica, segretaria confederale della Cgil e Ivan Pedretti dello Spi Cgil. «Il decreto Milleproroghe contiene un emendamento che rilancia la «carta acquisti», strumento di lotta alla povertà già risultato ampiamente fallimentare – spiegano i due sindacalisti – l’emendamento introduce un anno di sperimentazione della misura durante il quale si affida, nei comuni con popolazione non inferiore ai 250.000 abitanti, alle associazioni caritative il compito di distribuire lecarte acquisto e di avviare programmi di inserimento. Il Governo così continua a voler contrastare un fenomeno complesso come la povertà con misure del tutto inefficaci, invece di seguire l’esempio di tutti gli altri Paesi Europei che hanno da tempo piani nazionali e leggi a sostegno delle persone e delle famiglie più povere con lo scopo di farle uscire dalle condizioni di marginalità. Non vengono inoltre modificati i criteri di accesso alla carta per cui la misura è evidentemente condannata al fallimento». Per i due sindacalisti «i criteri stabiliti nel milleproroghe, poi, lasciano fuori la stragrande maggioranza dei comuni italiani che non arrivano a 250.000 abitanti». La Cgil ritiene necessario al contrario assegnare ai comuni un ruolo di primo piano nella funzione di indirizzo e di programmazione partecipata degli interventi sociali nel territorio.

L’Unità 17.02.11

"Se il centrodestra gioca con la Costituzione", di Pietro Rescigno

Caro direttore, la maggioranza di centro-destra, non contenta di ‘manipolare´ la seconda parte della Costituzione, quella che riguarda l´organizzazione dello Stato e la relazione tra i pubblici poteri, ora attacca anche i princìpi fondamentali e la Carta dei diritti e dei doveri dei cittadini. La norma presa di mira è quella sull´iniziativa economica privata, l´articolo 41, formulato in termini di moderazione e di equilibrio, come accadde in sostanza per tutti i temi su cui i cattolici, i socialcomunisti e la non trascurabile pattuglia liberale si sforzarono di perseguire una linea conciliativa di compromesso, per usare un termine usato anche dalla dottrina giuridica e che non è necessariamente sinonimo di ambiguità e di disimpegno.
Gli enunciati delle proposizioni dettate dalla norma sono di chiara semplicità: l´iniziativa privata è libera; il limite all´esercizio è costituito dall´assenza di contrasto con l´utilità sociale e dall´evitare ogni possibile danno alla sicurezza, libertà e dignità umana; per l´attività economica così pubblica come privata è rimessa alla legge la determinazione di programmi e piani idonei ad indirizzarle e coordinarle a fini sociali. Se ne può ricavare l´immagine di una disciplina di tipo socialdemocratico, che intende conciliare la libertà del mercato con pianificazioni settoriali che abbiano fondamento nella legge.
Le proposte di modificare una norma che ha sicuri pregi di misura, a fronte della naturale tensione tra spirito di conservazione e indirizzi innovativi, non hanno ancora preso forma precisa, ma qualche anticipazione è sufficiente a suscitare giustificati timori. La lettura di un disegno di legge di provenienza Pdl, a firma del deputato Raffaello Vignali, può servire intanto a farsi un´idea dei propositi accarezzati della destra; ma un negativo giudizio, e non solamente per motivi di elementare tecnica che bisogna rispettare nel fare le leggi, deve esprimersi su un progetto di estrazione radicale, a firma Beltrandi, che vorrebbe conferire espresso rilievo di rango costituzionale al principio di concorrenza tra le imprese.
Quanto all´intento governativo di riscrivere l´articolo 41 e di cancellarne l´ultimo comma relativo a programmi, controlli e indirizzi, sulla sponda opposta del Pd si è fatto carico di una breve ma puntuale valutazione critica in sede parlamentare Stefano Ceccanti; in una interrogazione del 3 febbraio scorso Ceccanti, che è studioso di diritto costituzionale, dopo aver ricordato che mai in oltre mezzo secolo è stata dichiarata incostituzionale una legge perché ispirata ad esclusivo favore della libertà economica, ha ammonito il governo ad abbandonare «questa strada propagandistica« e ad occuparsi, «se può, di cose serie».
Del disegno governativo, si è detto, non è dato conoscere il testo; ma non è difficile prefigurarne il dettato, non solo sulla traccia del Vignali ma altresì alla luce di qualche dichiarazione resa in pubblico dibattito da personaggi rappresentativi della coalizione. Si è sottolineata nell´occasione l´esigenza di escludere ogni preventivo sindacato su contenuti e modalità della singola iniziativa economica del privato, col fissare nella norma nuova il principio che sull´attività dei privati operatori i poteri pubblici possono intervenire solo ex post (e l´insistenza su una siffatta formula ha fatto pensare che avremmo anche, per la prima volta nella storia delle Costituzioni moderne, una formuletta in latino maccheronico per rompere la monotonia della lingua italiana in cui è stata redatta la nostra).
È lecito sperare che i propositi non abbiano a concretarsi, e quindi si riveli innocuo l´annunciato esperimento di demolire un tassello del quadro istituzionale affidato alla prima parte della Costituzione, un disegno preordinato alla tutela dei diritti e doveri dei soggetti. Ma del discorso avviato dalla maggioranza, se pur risulterà innocuo quanto agli esiti, conviene dire apertamente che non sono innocenti le intenzioni, se a muovere i ‘riformatori´ è la volontà di tradurre in regola la illimitata preminenza del mercato e la riduzione dei pubblici poteri ad una funzione di intervento su decisioni già prese ed attuate nella completa indifferenza alle ragioni di chi – lavoratori in primo luogo, ma altresì consumatori e imprese minori – subisce l´esercizio della libertà economica privata. Sono questi i limiti che la norma costituzionale vigente riassume nei valori ricordati in principio, tutti riassumibili nel rispetto della dignità umana, poiché quella sulla iniziativa economica è la norma di maggior rilievo, assieme all´altra che parla di un´esistenza dignitosa da assicurare al lavoratore mediante il salario, che menziona apertamente il principio della dignità della persona.
La lettura del Vignali – un nome da non dimenticare, perché difficilmente si ritroverà in una storia del pensiero giuridico – può fornire per ora utili indizi su forma e sostanza che assumerebbe l´articolo 41 rielaborato dal centrodestra. Dal sito del proponente si ricavano altresì le motivazioni della riformulazione, che per un verso intende tagliare e per altro verso vuole integrare la norma che ha resistito sino ad oggi.
L´autore della proposta muove dalla constatazione che il testo vigente «è figlio di un´epoca storica che non è quella di oggi», risalente ad una stagione in cui l´Italia «aveva qualche grande impresa ma era un paese prevalentemente rurale, con un po´ di attività artigiana»; di qui la necessità «di prendere atto che c´è un altro panorama di imprese che non è un´anomalia». Al «principio del sospetto» proprio del sistema attuale Vignali si propone di sostituire una dizione che sappia coniugare «il principio liberale con il principio personalistico», «modulando» il meccanismo dei controlli improntati ai principi di conservazione, proporzionalità e sostenibilità, al fine di impedire «l´invadenza statuale». In breve, si progetta dal Vignali di modificare il secondo e terzo comma dell´articolo 41 e di aggiungerne un quarto.
La modifica porterebbe a due lapidarie enunciazioni a proposito dell´iniziativa economica dei privati: «essa si svolge a favore della dignità umana»; «lo Stato ne riconosce l´utilità economica e sociale e l´essenziale contributo al benessere generale». Il senso pratico delle proposizioni, come le vorrebbe Vignali e con lui la sua parte politica, è questo, che l´iniziativa privata è di per sé, senza alcuna necessità di tracciarne i confini, presidio della dignità delle persone e apporto al benessere di tutti, si tratti della Fiat di Marchionne o della bottega del calzolaio all´angolo della strada, quali che ne siano gli obiettivi e le modalità. Dire impresa, dignità dell´uomo e interesse della collettività sarebbe persino tautologico, perché si esprimerebbe un solo concetto, ed un identico dato di realtà.
Ancor più sorprendente appare il comma aggiuntivo, che ad una lettura affrettata e distratta potrebbe apparire dotato di qualche significato. Si legge nel quarto comma della norma futura: «l´imprenditore che partecipa direttamente alla gestione dell´impresa è considerato, a tutti gli effetti, un lavoratore». A guardare più attentamente anche questa formula, oltre che intrisa di demagogica ipocrisia, si rivela inutile, inconcludente, pericolosa. Inutile, se vuol dirsi – ciò che risulta già dal codice civile, oltre che dalla Costituzione – che ogni attività, anche organizzativa, tecnica, intellettuale, costituisce lavoro da tutelare. Inconcludente e pericolosa se vuole aprire la strada a specifiche tutele, come quelle assicurative e previdenziali a carico del sistema pubblico, in favore del capitalista che intraprenda l´attività. La stessa formula della partecipazione ‘diretta´ alla gestione, se si considera la frequente dissociazione tra apporto di capitale e potere amministrativo e decisionale nella grande impresa, si presenta oscura ed equivoca.
Si diceva della risposta inadeguata che al disegno ‘innovatore´ del centrodestra è venuta sino a questo momento dall´area del Pd, per la penna di un radicale. Si vorrebbe nel primo comma inserire un richiamo alla concorrenza – l´iniziativa, si suggerisce, «deve svolgersi in condizioni di concorrenza» – e aggiungere un altro enunciato che, se non ambisce a risolvere impegnativi risalenti problemi dell´impresa collettiva capitalistica, è di banale ovvietà: «chi la intraprende ne è esclusivo responsabile».
Sia consentito a chiusura, in chiave di elementare saggezza e fuori di ogni retorica, un ammonimento che rifugge dalla pur necessaria gravità di tono che si addice ai discorsi relativi alle libertà individuali e al destino del Paese: l´avvertenza e il consiglio sono di non giocare con la Costituzione senza conoscerne la storia, le scelte operate, la complessiva struttura.

La Repubblica 17.02.11