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"Il rischio di un premier imputato che non ha tempo per governare", di Stefano Folli

Un presidente del Consiglio rinviato a giudizio per reati gravissimi (concussione e induzione alla prostituzione minorile) è un caso unico nella storia recente delle democrazie occidentali. Ma gli italiani dovranno convivere con questa novità almeno per qualche tempo. Berlusconi, com’era prevedibile, non ha alcuna intenzione di dimettersi e, anzi, il suo istinto gli suggerisce di inasprire l’offensiva contro la magistratura che vuole «rovesciare l’ordinamento democratico» e offende la «sovranità del Parlamento».

Può essere questa un’efficace linea di difesa? È difficile dirlo, ma di sicuro è la strada verso un devastante scontro istituzionale. Equivarrebbe a condannare il paese a una prolungata e dolorosa prova, destinata a lasciare dietro di sé tante macerie. Un premier imputato che trascorre le sue giornate a contestare i magistrati giudicanti è senza dubbio un uomo che non ha tempo per governare e probabilmente non ha più l’autorità per farlo con efficacia. Il che determina un drammatico problema.
Colpisce l’episodio di ieri. Berlusconi che dopo settimane di assenza pubblica si reca in Sicilia per un sopralluogo sulle coste dove approdano i rifugiati. E che rientra in gran fretta a Roma, saltando la conferenza stampa, per rinchiudersi a Palazzo Grazioli con gli avvocati: senza più aprir bocca per il resto della giornata. E il suo silenzio inquietante è lo stesso di altri protagonisti dello psicodramma. Tace il Quirinale, ad esempio, in attesa di eventi. E tace per ora Umberto Bossi, il grande alleato che dovrà decidere prima o poi dove collocare la Lega. È questo che ci attende nelle prossime settimane? Un presidente del Consiglio asserragliato in un bunker, impegnato nella battaglia finale con i magistrati, mentre l’Italia è su tutte le prime pagine dei giornali internazionali e non per nobili ragioni?
Al momento la situazione è bloccata e nessuno sa come risolvere il rebus. È evidente che la legislatura è finita e che il Parlamento si avvia a una sostanziale paralisi, ma il ricorso alle elezioni anticipate, da molti auspicato, richiede una serie di passaggi che ancora non s’intravedono. Finché Berlusconi sentirà di avere dietro di sé quei 315 deputati che alla Camera gli garantiscono la maggioranza, e che finora sono rimasti compatti, si sentirà incoraggiato nella sua volontà di resistere.

Peraltro non ha torto Marco Pannella quando ricorda che le elezioni anticipate si svolgerebbero in questo momento con la vituperata legge che «nomina» i parlamentari scelti dalle segreterie dei partiti. Ma tant’è. Il sistema politico arriva all’appuntamento cruciale in condizioni di profonda debolezza e questo è uno degli interrogativi che gettano una luce sinistra sul dopo-Berlusconi. Uno scenario che, in assenza di elezioni a breve termine, prenderebbe forma con un’impronta tutta giudiziaria. Un’ulteriore anomalia.
A questo punto la speranza è di limitare i danni dello scontro istituzionale. La logica e il buonsenso suggeriscono che Berlusconi si presenti ai giudici il 6 aprile e gestisca il processo sforzandosi di smontare le accuse. Forse si tratta solo di un’illusione. Ma il premier non può non rendersi conto che il quadro si va deteriorando e che troppi fronti sono aperti. Anche la Lega, che pure sostiene l’alleato, si sta ponendo il problema del «dopo». Non è un tradimento, ma un atto di realismo. Che passa presto o tardi attraverso il voto anticipato.

Il Sole 24 Ore 16.02.11

"Il dovere di tutelare i nostri capolavori", di Salvatore Settis

Nel naufragio della tutela a cui assistiamo, le incaute esportazioni di oggetti d´arte con lo specioso argomento che non furono prodotti da artisti italiani sono un capitolo non marginale. Il Codice (2004), come già la legge Bottai del 1939, inserisce fra i beni culturali vincolabili «le cose mobili e immobili che presentano interesse artistico particolarmente importante» di proprietà privata. È una norma che si fonda sui caratteri intrinseci delle opere da tutelare, a prescindere dalla razza o dal sangue di chi le ha prodotte: un Mantegna e un van Dyck sono protetti secondo un identico livello di tutela.
Secondo qualche improvvisato “esperto”, un´opera di artista straniero non farebbe parte del patrimonio artistico italiano (in particolare se è stata in Italia “da poco tempo”), e sarebbe esportabile e commerciabile secondo la normativa vigente sulla circolazione dei beni nel territorio dell´Unione Europea. Ma nessuna norma lega la validità del vincolo all´etnia degli artisti né ai tempi di permanenza in Italia. Ancor più incauto è il richiamo alla libera circolazione dei beni in Europa. Essa non si applica alle opere d´arte, che secondo le convenzioni Unidroit e Unesco possono circolare solo in conformità alla legislazione del Paese in cui si trovano. La circolazione dei beni di pertinenza italiana, anzi, non può includere il patrimonio artistico senza violare l´art. 9 della Costituzione.
I tentativi di togliere il vincolo alle opere di artisti stranieri possono avere una sola ragione: “aprire un varco” nelle maglie della tutela. Se prevalesse la logica del “va´ fuori d´Italia, va´ fuori o stranier”, continuerebbe l´emorragia di preziosi arazzi di manifattura fiamminga, ma spesso con committenza italiana. Di questa pulizia etnica resterebbero vittime i van Dyck di Genova, i Rubens di Mantova e di Roma, l´Innocenzo X o il Francesco I d´Este di Velázquez, perfino i disegni di Borromini, ticinese di nascita. Ma l´arte non ha patria, o meglio ha per patria la tutela. Contro l´interessato provincialismo di chi vuol ridurre la storia dell´arte entro le strettoie di etnie in conflitto, riaffermare le ragioni della tutela è una battaglia di civiltà. Fa parte della lotta per la legalità costituzionale che sta impegnando il Paese.

La Repubblica 16.02.11

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“Svendita dei beni culturali due indagati al ministero”, di Francesco Erbani

Sequestrato il comò del ´700, al centro del caso. Un braccio di ferro che dura da anni. Nell´inchiesta anche intercettazioni telefoniche. La commode di Antoine-Robert Godreaus è sotto sequestro, custodita dai carabinieri. Lo ha deciso il Gip del Tribunale di Roma su richiesta della Procura che indaga sul tentativo di esportare il preziosissimo mobile del Settecento al centro di un tormentato contenzioso fra i proprietari, che vorrebbero trasferirlo all´estero, e chi sostiene che vada vincolato e debba restare in Italia. Nel procedimento figurano tre indagati: il segretario generale del ministero dei Beni culturali, Roberto Cecchi, la direttrice regionale del Lazio, Federica Galloni, e l´avvocato Giovanni Ciarrocca. Il reato: abuso d´ufficio.
È un braccio di ferro che dura da anni e che investe una questione centrale nella tutela dei beni culturali: si possono esportare opere d´arte che, pur essendo in Italia, non sono opera di artisti italiani? E fino a che punto ci si può spingere nel far circolare pezzi pregiati del patrimonio e nel farne commercio? Sul destino della commode (XVIII secolo, appartenuta a Luigi XV, finissimi intarsi, valore stimato 15 milioni) si sono divisi storici dell´arte e una spaccatura si è aperta nel ministero. Ma l´iniziativa della Procura e la decisione del Gip svelano molti retroscena. Da una serie di intercettazioni telefoniche risultano, sostengono gli inquirenti, contatti fra soggetti privati e funzionari pubblici in coincidenza con la decisione, nel 2009, di rimuovere il vincolo sulla commode, un vincolo imposto nel 1986 e che ne impediva l´esportazione.
La commode, in Italia dagli anni Sessanta, era stata acquistata da un finanziere libanese, Edmond J. Safra. Nel 1999 Safra venne ucciso a Monaco in misteriose circostanze e il mobile passò a una fondazione con sede nel Liechtenstein. Nel 2006 l´avvocato Ciarrocca si rivolse al ministero per conto della proprietà chiedendo di togliere il vincolo. La vicenda si ingarbuglia. Il Comitato tecnico-scientifico del ministero si riunisce per due volte nel 2009. Una prima emette parere contrario all´eliminazione del vincolo. Ma un mese dopo cambia opinione. La Procura ha accertato che a entrambe le riunioni è presente, oltre a Cecchi, l´avvocato Ciarrocca, sebbene il suo nome non figuri nel verbale e violando una prassi consolidata. A ottobre del 2009, contro il parere dell´ufficio legislativo, Cecchi rimuove il vincolo. La commode, però, resta bloccata: la direttrice dell´Ufficio esportazione del ministero, Sandra Gatti, blocca il trasferimento e chiede che venga reintrodotto il vincolo.
L´inchiesta non è conclusa. Secondo indiscrezioni, sembra più grave la posizione della Galloni, che pur sollecitata a imporre il vincolo, non lo ha fatto, di quella di Cecchi, la cui decisione, si sostiene, può rientrare nella sua discrezionalità. La commode è comunque sotto sequestro e la Procura ha ancora tempo per far luce su tutta la vicenda.

La Repubblica 16.02.11

"Troppa fretta sul federalismo", di Marco Causi

Per andare avanti nell’attuazione della legge 42 (cosiddetto “federalismo fiscale”) ci vogliono serenità, equilibrio e saggezza, il contrario della fretta e del nervosismo che in questi giorni contraddistinguono l’azione del governo e della Lega.
Fermarsi e riflettere, utilizzando in modo appropriato le sedi istituzionali, come la bicamerale: a questo non c’è alternativa, pena il deragliamento del treno federalista.
Il tentativo del governo di forzare l’approvazione del decreto sulla finanza comunale, e l’ineccepibile stop del Quirinale, hanno fatto concentrare l’attenzione sulle questioni politiche e procedurali.
Si è perso di vista il merito: ma è sul merito del decreto che il Pd e le altre opposizioni hanno una posizione fortemente contraria. Si tratta infatti di una riforma distorta, che priva i Comuni di una vera autonomia impositiva, promette aumenti di tassazione sul lavoro (addizionali Irpef) e sull’impresa (super- Ici quasi raddoppiata), non ha sufficienti coperture finanziarie sul capitolo della cosiddetta “cedolare secca”.
Il governo, la maggioranza e perfino lo stesso presidente della Commissione bicamerale hanno poi messo in dubbio l’effettiva rappresentatività di quest’ultima, e perciò stesso la sua legittimità. Si tratta di un’azione molto grave: questi dubbi vanno sciolti urgentemente, per restituire certezza al lavoro parlamentare.
In effetti, la Commissione bicamerale che filtra i testi dei decreti proposti dal governo è stata finora una sede vera di discussione e, laddove possibile, di condivisione.
Ne va dato atto al ministro Calderoli, che ha fatto di tutto per evitare che questa riforma facesse la fine della “devolution”, e sul fisco comunale è caduto non per sua colpa ma per conseguenza del veto politico di Berlusconi a qualsiasi cosa che potesse far pensare a una reintroduzione dell’Ici sulla prima casa. Tutti i decreti finora passati al vaglio della commissione, compreso quello sul fisco comunale, sono stati profondamente modificati dal parlamento. E il Pd, dopo essersi confrontato a partire dalle proprie proposte, ha sempre scelto il suo atteggiamento di voto sulla base di una valutazione di merito, e non pregiudiziale.
Ci siamo astenuti sul decreto relativo al trasferimento del patrimonio – dopo aver contribuito a migliorarlo notevolmente, ivi compresa la difesa dei parchi naturali e nuove rigide regole sui processi di alienazione – perché alla fine il perimetro del patrimonio effettivamente trasferito è molto ridotto, a causa dell’assenza dei beni della difesa. Abbiamo votato a favore del decreto su Roma Capitale, anche in questo caso dopo averlo migliorato.
Abbiamo votato contro il decreto sui fabbisogni standard di comuni e province perché, nonostante le modifiche apportate, è restato sganciato dalla definizione, per noi ineludibile, dei livelli essenziali delle prestazioni.
Anche il decreto sulle regioni va, a nostro parere, profondamente migliorato.
Il testo proposto dal Governo non tiene conto del legame fra livelli essenziali delle prestazioni e fabbisogni standard nei servizi costituzionalmente garantiti erogati dalle regioni. Non solo sanità, ma anche assistenza, istruzione e trasporto pubblico locale, dove il governo non ha fatto nessun passo avanti per la definizione del “l.e.p.”, in assenza dei quali è impossibile distinguere la spesa regionale, e i relativi trasferimenti, che andranno finanziati con il metodo dei fabbisogni standard e quelli invece che andranno finanziati con il metodo delle capacità fiscali.
Sui costi standard della sanità il testo non contiene alcuna innovazione: come lo struzzo, il governo ha messo la testa sottoterra e ha lasciato le regioni a litigare fra di loro per il riparto del fondo nazionale.
Eppure, se si volesse davvero fare una “grande riforma”, sarebbe ora di verificare con metodologie condivise i criteri storici di riparto, con riferimento sia alla popolazione anziana sia agli indicatori di disagio sociale.
Solleva dubbi anche l’architettura della nuova Irpef regionale. L’addizionale regionale Irpef si sovrappone a quella comunale (sbloccata) e non promette niente di buono per i contribuenti, soprattutto lavoro dipendente e pensioni.
Non a caso, il PD propone l’abolizione dell’addizionale comunale.
Emerge poi il rischio di un’Irpef “arlecchino” fra le diverse Regioni, con un rientro dalla finestra di quelle “riserva di aliquota” che il Parlamento aveva fatto uscire dalla porta durante il percorso di approvazione della legge 42.
E’ vero che questo decreto ha avuto l’intesa della Conferenza Stato- Regioni, ma è probabile che al momento dell’intesa le Regioni del Sud dormissero profondamente.
Non ha tutti i torti chi, guardando al decreto da sud, paventa numerosi rischi. Che vanno, con equilibrio, eliminati attraverso un confronto di merito.
Chi pensa, di fronte a questioni di tale portata, soltanto all’accelerazione del processo è il vero nemico dell’attuazione della legge 42.

da Europa Quotidiano 16.02.11

Il centrosinistra chiede le dimissioni. Bersani: "Ora elezioni anticipate", di Alberto D'Argenio

Fli: non è un golpe. L´Udc chiede “chiarezza subito”. Di Pietro parla di “conflitto che si può risolvere solo con le dimissioni del premier”. L´opposizione con una sola voce: l´imputato Silvio Berlusconi si deve dimettere. Dopo la decisione del gip di Milano di disporre il giudizio immediato per il premier – accusato di concussione e prostituzione minorile – in Parlamento sono tutti d´accordo. Dai democratici ai finiani, passando per Di Pietro. Il Cavaliere faccia un passo indietro per il bene dell´Italia e della sua immagine internazionale. Lo dice chiaro e tondo il segretario del Pd Pier Luigi Bersani: «Noi chiediamo le sue dimissioni perché è una situazione insostenibile, se ha minimamente un profilo di statista deve togliere il Paese dall´imbarazzo». E ancora, «non ci occupiamo di reati perché questo è il lavoro della magistratura. Non ci occupiamo di peccati perché se ne occupa la chiesa. Noi ci occupiamo dell´Italia e non vogliamo che l´Italia sia allo sbando». Il leader del primo partito dell´opposizione vede una sola via d´uscita: le elezioni anticipate. E su Berlusconi che esclude la possibilità per Napolitano di sciogliere le Camere senza crisi di governo ironizza: «Si sa, è un fine costituzionalista e ha detto la sua, ma po´ di studio in più della Costituzione e delle sentenze della Corte non guasterebbero».
Per Bersani il premier deve uscire di scena anche per evitare un finale in stile “Caimano”. «Lo scenario più drammatico – spiega – è che Berlusconi resti al suo posto mandando allo sbando il Paese». Per questo il segretario di appella «a chi nel centrodestra possa avere un soprassalto di responsabilità inducendo il premier a fare un passo indietro». Chiosa Rosy Bindi: «Dirgli di lasciare sarebbe anche un consiglio per il suo bene». Per il dopo Berlusconi, Bersani ritiene necessario «uno schieramento largo per una fase ricostruttiva» rivelando di essere al lavoro per un patto trasversale che vada da Vendola a Casini. E intervistato da Oggi Massimo D´Alema dice che il Cavaliere «è un uomo con la morale sotto i tacchi e il voto della Camera sul caso Ruby è stato il punto più basso della storia del Parlamento. Comunque Berlusconi, anche se non vuole uscire di scena, è il passato, ha fallito nei suoi due campi, come imprenditore e come uomo immagine». Alla Camera il capogruppo Dario Franceschini riassume: «Presidente Berlusconi, si dimetta e vada davanti ai giudici a difendersi».
La pensa allo stesso modo, e lo dice in aula, anche l´Italia dei valori. Per Antonio Di Pietro «è in corso un conflitto istituzionale che si può risolvere solo con le dimissioni spontanee del premier» altrimenti «il Parlamento, il capo dello Stato e il popolo italiano devono mandarlo a casa come stanno facendo in questo momento altri popoli nel Mediterraneo». A temere le dimissioni è solo il leader radicale Marco Pannella, perché così si andrebbe a votare con «l´infame» legge elettorale attuale.
Dal Terzo polo anche i finiani con Fabio Granata chiedono il passo indietro, mentre il capogruppo del Fli Benedetto Della Vedova a Montecitorio sottolinea che «quello in corso non è un attentato, non è un golpe, quindi evitiamo che i prossimi mesi diventino un rodeo contro o pro la magistratura». Il vicepresidente futurista Italo Bocchino ricorda che il premier «vuole il tribunale dei ministri perché così si potrebbe sottrarre al giudice con un voto del Parlamento». Chiede «chiarezza» il segretario dell´Udc Lorenzo Cesa «nell´interesse delle istituzioni». Per le dimissioni «immediate» anche la segretaria della Cgil Susanna Camusso: «Siccome siamo un´organizzazione responsabile temo di dover ragionare con tutti voi che i rischi delle code velenose della fine di questa legislatura».

La Repubblica 16.02.11

"Manuela Ghizzoni è una primadonna", di Antonio Ramenghi

È dodicesima per produttività tra i 630 deputati. Prosegue il nostro viaggio tra i parlamentari modenesi per verificare cosa fanno a Roma. Oggi tocca alla deputata carpigiana Manuela Ghizzoni.
Capogruppo Pd alla cultura è stata impegnata a fronteggiare il ministro Gelmini sulla riforma. Sabato primo dell’anno 2011 sul suo sito (www.manuelaghizzoni.it) si potevano leggere ben quattro post: uno dedicato al messaggio Tv della sera prima del presidente Napolitano agli italiani, uno di commenti allo stesso messaggio, un terzo sulla manifestazione romana della comunità di Sant’Egidio per la pace e la libertà religiosa (erano appena arrivate dall’Egitto le notizie e le immagini del terribile attentato alla chiesa cristiana di Alessandria), il quarto riportava tre articoli di Bill Emmott, Enzo Bettiza e Fulvio Caprara sul decennio appena concluso. Se il buon giorno si vede dal mattino, come dicevano i nostri vecchi, Ghizzoni insomma era già al lavoro il primo dell’anno. E già che parliamo del suo sito internet lo vogliamo segnalare a esempio di come un parlamentare può fornire con efficacia e semplicità il resoconto costante di quel che fa e dice. Nella sezione “il lavoro da deputata” c’è proprio tutto e non è un caso che i visitatori del sito siano tanti ogni giorno. Oltre all’assenza dei dati della dichiarazione patrimoniale, che è mancanza comune nei siti dei parlamentari, se proprio vogliamo trovare una smagliatura nelle sue pagine web, scusabilissima soprattutto per una donna ma non per una brava storica come la Ghizzoni, segnaliamo che nella sezione “mi presento” l’età di Manuela è ferma da qualche anno.
Cattiveria a parte la Ghizzoni, che è già alla seconda legislatura, essendo entrata in parlamento nel 2006, è tra le più attive e stimate parlamentari italiane. Tanto da conquistare in assoluto (uomini compresi) le primissime posizioni tra i deputati. Vediamo il tabellino-verità utilizzando come sempre i dati di www.openparlamento.it.
Presenze: 95,71% (7466 votazioni in aula su 7801), la media dei deputati, lo ricordiamo, è del 77,11%. Assenze: 4,29 % (335 su 7801) contro una media dei deputati che è del 14,67%. Assenze per missione: 0 (la media è dell’8,22%).
Ricordate come la deputata Pdl Isabella Bertolini, la prima esaminata ai raggi X tra i parlamentari modenesi, apparisse già come una instancabile lavoratrice? Ebbene la Ghizzoni è stata presente in aula alle votazioni oltre ottocento volte in più di Isabella. E a proposito di assenze, siccome ci è stato chiesto, chiariamo che alla Camera, come al Senato, le assenze sono registrate come assenze e basta, sia che si tratti di malattia o di fancazzismo.
Come vota Manuela? Non val la pena neppure chiederlo, vota con disciplina secondo le indicazioni del gruppo Pd, con pochissime eccezioni. Voti ribelli: 62, pari allo 0,83% contro una media dei deputati dello 0,94%. A riprova che le donne, come abbiamo visto anche per la Bertolini, sono più disciplinate degli uomini.
Dove la Ghizzoni esprime il meglio di sé è, ovviamente, nel lavoro parlamentare vero e proprio, dove è impegnata nella VII Commissione, quella che si occupa di Cultura, come capogruppo per il Pd, già dalla scorsa legislatura. Anche qui i numeri confermano la performance della Ghizzoni. I numeri si riferiscono alle iniziative prese come prima firmataria e tra parentesi quelle come co-firmataria. Disegni di legge: 7 di cui 6 come relatore (102). Mozioni: 3 (29). Interpellanze: 3 (42). Interrogazioni a risposta orale: 4 (11). Interrogazioni a risposta scritta: 34 (27). Interrogazioni in commissione: 101 (114). Risoluzioni in commissione: 4 (12). Risoluzioni conclusive: 0 (6). Odg in assemblea: 17 (130). Emendamenti: 550 (604). Dati aggiornati al 9 febbraio.
Da queste cifre, per quanto scarne, si vede come per un parlamentare di opposizione il grosso del lavoro sia soprattutto concentrato in interrogazioni ed emendamenti nel tentativo di spronare il governo e di cambiare le leggi proposte. Per la Ghizzoni il dato riassuntivo, quello dell’indice di produttività parlamentare, tocca quota 3,54 che la pone al 12º posto su 630 deputati.
A favorire questa posizione è stata anche la contingenza politica della discussione e poi approvazione della contestatissima riforma Gelmini dell’Università che ha visto la Ghizzoni più che mai impegnata sul fronte, quello della cultura e dell’istruzione, che assorbe in toto la sua attività. A differenza di altri parlamentari tuttologi la Ghizzoni sta sul suo tema con competenza riconosciutale anche dagli avversari politici. Ciò non toglie che poi, all’occorrenza, si occupi anche degli interessi del suo collegio e della gente che l’ha eletta. Come il provvedimento a favore dei Comuni con meno di 5000 abitanti o come il riconoscimento di monumento nazionale al campo di concentramento di Fossoli o l’istituzione della Fondazione del museo di psichiatria a Reggio Emilia, solo per citarne alcuni.
E non è un caso se, dentro al partito, si pensa a lei, una volta terminato il secondo mandato, come possibile prossimo sindaco di Carpi.

La Gazzetta di Modena 16.02.11

"Accettare il giudizio", di Sergio Romano

Credo che Berlusconi, dopo la decisione del giudice per le indagini preliminari, debba calcolare attentamente i possibili effetti delle sue parole e iniziative. Può criticare alcuni magistrati, ma non può attaccare la magistratura. Può persino spingersi sino a denunciare l’esistenza di un disegno malevolo nei suoi confronti, ma non può rifiutare procedure che appartengono ai compiti e alle funzioni dell’ordine giudiziario. Non potrebbe farlo un cittadino senza assumere implicitamente un atteggiamento eversivo. Non può farlo, a maggiore ragione, un presidente del Consiglio perché il suo atteggiamento verrebbe percepito come un atto di guerra e l’inizio di un insanabile conflitto istituzionale. In tribunale i suoi avvocati possono sollevare eccezioni (compresa quella dell’incompetenza della sede di Milano) e servirsi di tutti gli strumenti che la giustizia garantisce a un cittadino. Ma l’imputato, quando è capo dell’esecutivo, non può rifiutare il giudizio senza esprimere contemporaneamente un voto di sfiducia contro l’intera magistratura e autorizzare obbiettivamente i suoi connazionali a comportarsi nello stesso modo.

È possibile d’altro canto che l’accettazione del giudizio gli assicuri qualche punto di vantaggio. Darà una prova di coraggio. Avrà l’occasione di fare valere le sue ragioni. Eviterà di offrire ai suoi critici argomenti polemici a cui non sarebbe facile replicare. Forse farà persino nascere qualche dubbio nella mente di coloro che già lo considerano colpevole. Non è necessario essere berlusconiano o elettore del Pdl per assistere con disagio a certe iniziative della magistratura inquirente. A nessun italiano può piacere che il presidente del Consiglio si serva della sua autorità per scavalcare tutti i passaggi intermedi e mettere in imbarazzo un funzionario di questura con richieste telefoniche a cui è difficile per un sottoposto non aderire. Ma questa è anzitutto una colpa politica e per di più una delle più diffuse e frequenti in un sistema in cui non sono molti gli uomini pubblici che si astengono dall’approfittare della propria posizione. Si è detto frequentemente, negli scorsi giorni, che anche la magistratura degli Stati Uniti si sbarazzò di Al Capone imputandogli un reato minore. Ma l’evasione fiscale non era un reato minore ed è stata sempre perseguita in America con particolare severità; mentre la concussione imputata a Berlusconi è uno dei reati meno perseguiti della politica italiana. Sarebbe giusto cominciare a farlo. Ma oggi, in queste circostanze, dimostrerebbe che in Italia non esiste soltanto un caso Berlusconi. Esiste anche un pericoloso cortocircuito tra politica e magistratura, un nodo che risale alla stagione di Mani pulite e che non siamo ancora riusciti a sciogliere.
Vi è un’altra ragione per cui Berlusconi deve accettare il giudizio. Il presidente del Consiglio ha un interesse che è anche nazionale. Deve evitare che questa legislatura finisca in un’aula di tribunale. Il solo modo per impedire che questo accada è quello di governare accettando, giorno dopo giorno, il confronto con il Parlamento. Se dimostra di avere una maggioranza, nessuno, se non una sentenza definitiva, può impedirgli di restare a Palazzo Chigi. Se la maggioranza non è sufficiente occorre tornare alle urne. In ambedue i casi avremo dimostrato che la politica non si fa nei palazzi di giustizia, ma nei parlamenti e nei seggi elettorali.

Il Corriere della Sera 16.02.11

"La fattoria degli italiani", di Barbara Spinelli

Dice il presidente del Consiglio che un golpe morale è in atto contro di lui, e che a cospirare sono le procure, i giornali, le donne che domenica hanno manifestato contro un premier giudicato indegno della carica che ricopre.Dice ancora, anticipando quella che sarà la sua strategia difensiva: «Io sono un uomo separato e sono libero di fare quel che voglio a casa mia. Vogliono farmi dimettere e basta». Sventola la bandiera della libertà, grida al lupo indicando il Tribunale di Milano che ieri l´ha rinviato a giudizio con rito immediato per concussione e prostituzione minorile, ma in questo suo sventolare c´è qualcosa che non va. Pur occupando il potere, non cessa di presentarsi come uomo privato, nella cui vita nessuno può interferire. S´identifica addirittura col piccolo mugnaio di Federico II, che ai soprusi del despota replicò: «C´è pur sempre un giudice a Berlino». Al tempo stesso, nella qualità di uomo pubblico, accampa diritti a un´impunità che nessun cittadino o mugnaio possiede.
Difficile sottrarsi al dubbio che si mimetizzi nella folla, diventandone il megafono, per meglio centralizzare un comando che non tollera contropoteri. Nella Fattoria degli Italiani cui anela, tutti sono eguali ma ce n´è uno, lui, più uguale degli altri. Tutti devono rispondere dei propri atti davanti alla legge ma non lui né la sua cerchia, che vive nella crepuscolare terra di nessuno dove pubblico e privato si confondono. Quando vuol nascondersi si rifugia nel privato, reclamandone l´inviolabilità. Quando passa al contrattacco cinge la corona e decreta: il mio corpo coincide con il re e non si tocca. Non si tocca neppure quello della mia corte, che condivide i miei privilegi finché mi resta fedele. Tutto sta a muoversi di continuo da una casella all´altra. Giolitti diceva di Mussolini: «Il fascismo è come una trottola, se si ferma cade».
Non è questo, d´altronde, il motivo per cui volle scendere in politica, fra il ´92 e il ´94, come si scende in uno scantinato per sfuggire il giudizio della pòlis? Non è, la sua, un´ininterrotta battaglia contro l´obbligatorietà dell´azione penale, sancita dalla Costituzione nell´articolo 112? Le parole che Fedele Confalonieri disse nel 2000 a Repubblica («La verità è che se non fosse entrato in politica, se non avesse fondato Forza Italia, noi oggi saremmo sotto un ponte o in galera con l´accusa di mafia») lui non le ha mai smentite. Il presidente di Mediaset aggiunse anni dopo su La Stampa: «Trattare non gli piace. Gli riesce difficile prendere atto che la democrazia pone dei freni. Le leggi ad personam le fa per proteggersi. Se non fai la legge ad personam vai dentro». Confalonieri non parla solo del capo ma della sua cerchia («Noi saremmo in galera»). Ambedue sono unti dalle urne.
È da questi scantinati che sgorgano le parole fatali escogitate anche oggi per confondere le menti: la democrazia concepita come libertà di ciascuno (Premier compreso) di fare quel che desidera; l´accusa di moralismo rivolta a chi respinge tali idee; l´allergia a ogni freno che fermi l´arbitrio del capo. Questa commedia degli errori (il privato è pubblico, il pubblico è privato, sono io a decidere cos´è morale, democratico, lecito) ha la forza dell´inafferrabilità perché continuamente gioca con le funzioni, le definizioni, piegandole a proprio piacimento. Non c´è parola detta nello spazio pubblico che non venga subito trasformata in flatus vocis, in nominalistica emissione di suono che si sperde fra altri suoni sino a divenire inaudibile scheggia di un dibattito dove ogni fumo pesa tranne la non fumosa verità dei fatti, e dei reati.
È quel che accade da anni, ogni volta che vengon poste questioni concrete che riguardano la separazione fra Stato-Chiesa, o la domanda di giustizia uguale per tutti, o l´etica richiesta a chi esercita funzioni pubbliche e non è quindi la copia esatta del comune cittadino, avendo secondo la Costituzione speciali doveri di «disciplina e onore» (art. 54). È qui che s´alza la nebbia: trasformando il concreto in astratto, sottomettendo ogni questione alle preferenze di chi, detenendo il potere politico e quello dell´informazione, decide dove finisce l´arbitrio, dove inizia la legge. A questo serve lo storpiamento di vocaboli come morale, laicità, giustizia. Serve a uccidere la laicità, soprannominata laicista. A soffocare la giustizia, detta giustizialismo se applicata con rigore. La morale è il freno più infame, e per svalutarla riceve il timbro di moralismo. Se potesse, Berlusconi si scaglierebbe contro il Decalogo, chiamandolo decalogismo. Già è accaduto. Hitler già se la prese con «il Dio del Sinai e i suoi insopportabili Non devi». Non c´è tabù che non sia esecrato dai poteri assoluti.
A questo deturpamento delle parole si dà il nome di liberalismo, con disinvoltura. Un liberalismo talmente sfrondato che neppure il tronco sopravvive: ridotto al diritto di fare quel che piace, senza ingerenze; impoverito da un laisser faire che già tanti mali ha fatto all´economia di mercato. Un liberalismo che s´inventa una storia breve, invece della lunga che ha sotto i piedi, e nulla sa del pensiero repubblicano da cui discende, secondo il quale sovrano, anche in democrazia, non è il popolo con le sue effimere passioni ma la legge che dura.
A queste condizioni la pòlis è ordinata: che sia abitata da cittadini partecipi perché bene informati, che non faccia degenerare la libertà in sopraffazione dei forti sui deboli. Che tutti si assoggettino alla legge e riconoscano l´utilità pubblica delle virtù private. Per pensatori liberali come Locke, Tocqueville, John Stuart Mill, non c´è libertà, se l´autorità suprema non è la legge. La nostra Costituzione dice la stessa cosa. Il popolo è sovrano, nell´articolo 1, ma nell´articolo 54 «tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi».
Quando Berlusconi decreta che la sua condizione di indagato è decisa solo dalle urne dice qualcosa di affatto indigesto per i liberali, perché la sovranità popolare senza separazione dei poteri e sottomissione alla legge di ciascuno (popolo, governi, chiese) è la volontà della maggioranza, e di poteri che pretendendo rappresentare un tutto diventano paralleli, rivali dello Stato. Tocqueville li riteneva letali, in democrazia: «Esiste una sorta di libertà corrotta, il cui uso è comune agli animali e all´uomo, e che consiste nel fare tutto quel che piace. Questa libertà è nemica di ogni autorità: sopporta con impazienza ogni regola. Con essa, diventiamo inferiori a noi stessi, nemici della verità e della pace». Sono anni che discutiamo di questo in Italia: se la legge abbia ancora un significato, se la morale pubblica sia una bussola o una contingenza. È ora di deciderlo e chiudere la discussione.
Il bersaglio di chi si ribella a simili vincoli è la morale (per i poteri ecclesiastici è la laicità), descritta come sovversiva, giacobina. Ma anche qui l´equivoco è palese: nello stesso momento in cui si atteggiano a anticonformisti minoritari, i ribelli si riscoprono giacobini tutori di valori morali non negoziabili, e con tutta la forza della maggioranza negano al singolo la libertà di morire naturalmente, non attaccato alle macchine. Tanto più grave il silenzio della Chiesa sull´etica pubblica. In fondo questa dovrebbe essere l´occasione di far vedere che il suo spazio nella pòlis non è paragonabile a quello di cricche e cose nostre. Se vuol rinascere, la Chiesa non può non rompere con Berlusconi, a meno di non divenire anch´essa potere sfrenato e parallelo. L´appello di Bagnasco a «più trasparenza» è tardivo e inadeguato.
Ezio Mauro ha giustamente difeso la breve vita del partito d´azione, soprattutto torinese. È vero, c´era un forte afflato morale nell´azionismo: forse si spense per questo, lasciandoci tuttavia in eredità il pensare onesto di Norberto Bobbio, Vittorio Foa. Senza gli azionisti non avremmo la Costituzione che abbiamo, la sua benefica laicità, la sua versatilità. Chi li bolla come moralisti teme come la peste che rinasca un´alleanza fra sinistra e liberali, in difesa dell´etica pubblica. Il mondo cui aspira l´antimoralista è la Fattoria degli Animali, dove non la legge comanda ma un unico capo, circondato da cerchie di bravi che a nessuno rispondono se non a lui.

La Repubblica 16.02.11