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"Precari ma in casa propria. Bloccate tutte le graduatorie", di Pippo Frisone

A pochi giorni dalla sentenza della Consulta che ha giudicato incostituzionali le code alle graduatorie ad esaurimento, passa nelle Commissioni Bilancio e Affari costituzionali un emendamento della Lega che ne vanifica in larga parte gli effetti. Le graduatorie provinciali ad esaurimento vengono bloccate e prorogate senza alcun aggiornamento fino al 31 agosto 2012.
E’ vero che il MIUR dovrà porre comunque rimedio a quanti hanno aperto un contenzioso dinanzi al Tar del Lazio o al Capo dello Stato. Si stimano in almeno 15mila i ricorrenti.
Se l’emendamento verrà definitivamente approvato dal Parlamento, verrà bloccata anche la possibilità di cambiare provincia nelle graduatorie d’istituto di prima fascia.
Spazzate le code, ognuno dovrà restare incatenato alla provincia della propria graduatoria principale per tutto il 2011/12. Poi si vedrà.
Ma il divieto di spostamento era già stato oggetto di censura perché in contrasto con l’art.51 della Costituzione e la normativa europea.
Tutti i cittadini possono accedere ai pubblici uffici in condizioni di uguaglianza, senza alcuna discriminazione territoriale.
Fino al biennio 2009/11 i docenti precari son stati liberi di spostarsi nelle graduatorie d’istituto di prima fascia di una sola provincia, diversa da quella provinciale ad esaurimento.
Adesso il divieto di cambiare provincia sarà totale, in attesa che siano varate le norme correlate alla nuova disciplina sul reclutamento, pubblicata proprio in questi giorni sulla Gazzetta Ufficiale.
E’ un duro colpo all’attuale sistema nazionale di reclutamento ma soprattutto alla liberalizzazione delle graduatorie ad esaurimento volute dalla Consulta.
Con l’emendamento della Lega abbiamo un altro bell’esempio di vincoli, blocchi e sbarramenti che la dicono lunga sulla natura sedicente liberale del Governo Berlusconi e della Gelmini.
Non si risolvono così, con discutibilissimi provvedimenti tampone, gli annosi problemi che affliggono il precariato scolastico.
Occorre mettere mano, una volta per tutte, alla copertura dei posti vacanti affinchè sia garantito il funzionamento delle scuole con personale stabilizzato e non più precario.
Occorre dire basta alle ingiustificate reiterazioni dei contratti a termine.
Occorre smetterla con la scellerata politica dei tagli agli organici.
Ma ancora una volta è la Lega a dettare l’agenda di governo e la maggioranza è costretta ad adeguarsi.
Si preferisce ancora una volta ,mandare segnali di propaganda al proprio elettorato che risolvere i problemi veri del precariato. Si profila così all’orizzonte un nuovo gigantesco contenzioso. Una ragione in più per riflettere e ritirare quell’ emendamento che oltre ad aggirare la sentenza della
Corte, vanifica le attese di migliaia di precari.
Le soluzioni improvvisate e le scorciatoie pseudo-federaliste su di una materia cosi complessa e con interessi cosi fortemente contrapposti , rappresentano una rottura senza precedenti dell’attuale sistema nazionale di reclutamento.
E’ un pessimo segnale, mandato ai docenti precari e a tutto il Paese, proprio a ridosso dei 150 anni dell’Unità d’Italia..

da ScuolaOggi 16.02.11

"La misura è colma", di Ezio Mauro

Ci sono elementi di prova sufficienti per mandare subito Silvio Berlusconi a processo. Questa la decisione del gip, ieri, dopo aver vagliato le fonti di prova dei procuratori, in 15 pagine. Dunque l´inchiesta è chiusa e si apre il processo, dal 6 aprile. L´atto d´accusa, che ha già fatto il giro del mondo, riguarda due reati gravissimi per un Primo Ministro: concussione e prostituzione minorile.
Secondo l´accusa si tratta di reati collegati tra loro. Il Capo del governo ha esercitato una pressione illecita sulla questura di Milano per far liberare nottetempo la giovane Ruby, proprio perché voleva impedire che la ragazza parlasse delle notti ad Arcore da minorenne, compreso il bunga bunga di Stato. La vera cifra di questa vicenda è l´abuso di potere. Una concezione di sé e del mondo all´insegna della dismisura sia nel privato che nel pubblico, un potere che non riconosce limiti, sproporzionato e dunque abusivo nella sua pretesa di essere impudente e impunito, fuori da ogni regola, ogni legge e ogni controllo.
Ieri la “struttura Delta” (che si muove sul confine tra azienda e Stato, politica e marketing) aveva organizzato per il Premier una missione di Stato in Sicilia, tra la propaganda e la paura davanti alla nuova ondata migratoria. Ma il Presidente del Consiglio, dopo la decisione del gip, è tornato d´urgenza a Roma dai suoi avvocati annullando tutti gli impegni, e soprattutto la conferenza stampa già fissata. Perché – ecco il punto capitale – non è in condizione di dire agli italiani la verità sui suoi scandali, e non sa assumersene la responsabilità davanti al Paese.
Ora il suo istinto populista lo spingerà a incendiare il Palazzo, attaccando i magistrati e travolgendo le istituzioni, fino alla distruzione del tempio. La politica che lo circonda non ha l´autonomia per distinguere il suo futuro dal destino del Premier, ma è condannata a seguirlo nel pozzo della sua ossessione. Ecco perché la strada maestra, a questo punto, è una sola: il voto, col giudizio dei cittadini. I quali hanno definitivamente capito che la misura è ormai colma.

La Repubblica 16.02.11

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“In qualunque altro Paese democratico Berlusconi era costretto a dimettersi”, di Enrico Franceschini

Se le diplomazie occidentali tacciono è anche perché l´Italia è diventata una pedina meno importante
«In nessun paese democratico un primo ministro processato per reati simili sarebbe ancora al suo posto», dice John Kampfner, ex direttore del settimanale laburista New Statesman, columnist del Guardian e buon conoscitore del nostro Paese, a cui ha dedicato un lungo capitolo nel suo ultimo libro, Libertà in vendita (pubblicato in Italia da Laterza).
Questa è la fine per Berlusconi?
«Io sarei portato a pensare di sì, ma lo pensavo già prima, non c´era bisogno di questo scandalo e questo processo per ritenerlo inadatto e incapace di governare l´Italia. Ma la risposta alla domanda non spetta a me, né ad altri osservatori o anche leader politici stranieri, spetta agli italiani».
La manifestazione di un milione di persone, domenica, è il segnale che anche gli italiani ne hanno abbastanza?
«È sicuramente un segnale che l´opinione pubblica si mobilita e che gli umori stanno cambiando. Ce ne sono altri, come i sempre più forti mormorii di disapprovazione da parte della Chiesa, delle altre istituzioni pubbliche, del mondo degli affari. E anche i sondaggi, mi pare, segnalano che la sua era sta declinando. Berlusconi avrà anche sette vite, come sostengono alcuni, ma qualsiasi corda, anche la più resistente, a forza di tirarla si strappa».
Riesce a immaginare un premier britannico o di un altro paese europeo che rimane al suo posto in queste condizioni?
«In nessun paese democratico un primo ministro processato per reati simili potrebbe conservare l´incarico. In effetti basterebbe molto meno per costringerlo a dimettersi. Pur sapendo tutto quello che sappiamo su come Berlusconi opera, come condiziona i media e gli alleati, pur ammettendo la debolezza e le divisioni dell´opposizione, è stupefacente che stasera sia ancora lì, a Palazzo Chigi. Rappresenta un´anomalia per l´Europa, per l´Occidente democratico».
Eppure i leader europei e occidentali non intervengono, almeno per ora.
«Non lo fanno per due ragioni. La prima è che la diplomazia impone un minimo di rispetto nei confronti del premier di un Paese alleato e amico, membro della Ue e della Nato: attaccare lui significherebbe attaccare anche gli italiani. E la seconda ragione è che l´Italia non è una pedina importante: se qualcosa di simile accadesse in Francia o in Germania, credo che le reazioni dei leader politici stranieri sarebbero più forti. Che poi l´Italia sia diventata meno importante a causa di Berlusconi, è un´opinione diffusa che io condivido. Però, anche se i leader stranieri tacciono, l´imbarazzo si avverte. Nessuno in questo momento avrà piacere di farsi riprendere al suo fianco e scommetto che Blair, se potesse, farebbe scomparire quelle foto in Sardegna vicino a Silvio con la bandana in testa».
Vista da Londra, è una farsa o una tragedia quella che si sta consumando a Roma?
«È sembrata a lungo una farsa, perché Berlusconi fa di tutto per incarnare il protagonista di una telenovela da quattro soldi, di un´opera buffa. Ma non c´è niente da ridere. È in realtà una storia molto triste, per lui e per il suo Paese. Credo che col passare dei giorni sempre più gente si convinca che assistiamo a una tragedia».

La Repubblica 16.02.11

"Se non ora quando?", di Daniela Del Boca

In Italia le donne sono la maggioranza e la parte più istruita della popolazione, ma solo il 47 per cento ha oggi un lavoro. Sono sistematicamente discriminate anche sul piano dei guadagni. Ridotta al minimo la presenza femminile nei consigli di amministrazione. Il problema ha radici lontane, ma negli ultimi dieci anni la situazione è peggiorata rispetto a paesi simili a noi. Mentre i media hanno contribuito a diffondere una cultura che le umilia. Ecco perché le donne chiedono un cambiamento, adesso.
Da internet.

La manifestazione indetta dal coordinamento “Se non ora quando?” è stato un enorme e inaspettato successo in tutte le 230 città italiane dell’appuntamento e altrove nel mondo.
I numeri sono noti: intorno al milione di persone, forse di più, 200mila a Roma, 100mila a Torino e Milano, e migliaia e migliaia in altre piazze italiane e straniere.

IL SUCCESSO IN PIAZZA

Le manifestazioni non sono state tutte uguali: in alcune città prevalevano le donne, dalle più alle meno giovani, in altre erano in maggioranza i più giovani, uomini e donne, in altre famiglie intere. Questo mostra le pluralità e le diversità delle ragioni per cui si è andati in piazza domenica. Motivi diversi che non hanno diviso o indebolito la manifestazione, ma l’hanno rafforzata e unificata. Le donne hanno avuto successo là dove i partiti e le associazioni prevalentemente maschili continuano a non riuscire.
Eppure, nelle ultime settimane tanti dubbi venivano sollevati sui motivi per andare in piazza: paura di sembrare bacchettoni, di non toccare i diritti delle prostitute, di innescare una campagna moralizzatrice. Le dimensioni e l’eterogeneità delle presenze alle manifestazioni di domenica 13 febbraio hanno cancellato questi dubbi e hanno fatto capire che tutte le diverse ragioni potevano stare insieme.
Le donne sono stufe di un paese in cui sono la maggioranza, la parte più istruita, ma sono una risorsa sistematicamente sottoutilizzata e non valorizzata.

SOTTOUTILIZZATE E UMILIATE

Nonostante il fatto che siamo il 51 per cento della popolazione, che siamo più istruite dei maschi e dimostriamo di essere più indipendenti dalle nostre famiglie d’origine, solo il 47 per cento di noi ha attualmente un’occupazione, contro il 70 per cento dei maschi. Il divario occupazionale (rapporto tra uomini e donne) è in Italia 0,66 mentre supera 0,80 per l’Europa a 27 e tocca il 0,95 nei paesi scandinavi. Siamo discriminate anche sul piano dei guadagni: secondo i calcoli di Claudia Olivetti e Barbara Petrongolo (che “correggono” per il problema di selezione nella forza lavoro), il differenziale salariale tra uomini e donne è circa al 25-30 per cento. Mentre le donne presenti nel consiglio di amministrazione delle aziende quotate sono solo il 6,8 per cento (3,5 se non delle famiglie proprietarie)
La non valorizzazione delle donne sul lavoro e nella politica non risale solo all’esperienza recente e non può essere attribuita solo alle responsabilità del governo attuale, ma ha radici molto lontane.(1) Tuttavia, è vero che nell’ultimo decennio la situazione è peggiorata relativamente ad altri paesi a noi simili: in Italia l’occupazione femminile è cresciuta dal 1995 al 2010 di 9 punti percentuali mentre in Spagna, Irlanda e Grecia è cresciuta del 15-20 per cento, lasciando il nostro paese fanalino di coda dell’Europa a 27.
Inoltre, tra le donne l’incidenza del precariato è diventata più del doppio di quello dei maschi, e il tasso di disoccupazione femminile è diminuito, segnale di scoraggiamento e rinuncia, mentre si esce di più dal mercato del lavoro alla nascita dei figli e spesso non si ritorna. (2)
L’indice complessivo dei divari di genere, il Gender Gap Index 2009 pone infine l’Italia al 72esimo posto, in caduta rispetto alle posizioni degli anni precedenti, addirittura sotto il Kazakhstan e il Ghana ( World Economic Forum’s 2010 global index of gender equality). La sottoutilizzazione delle donne ha implicazioni per le loro famiglie, i cui redditi sono diminuiti dal 2006 al 2009 di quasi il 3 per cento perché un reddito solo non basta. (3) Oggi sono i monoreddito sono il 72 per cento del quintile più basso e solo il 10 per cento del quintile più alto.
Ma le donne in piazza non si sentono solo una risorsa sottoutilizzata e non valorizzata, si sentono anche umiliate e denigrate dalla cultura che lentamente si è insinuata nella nostra vita di tutti i giorni tanto da risultare ormai la normalità. È una cultura che emerge in primo luogo dalla televisione. L’importante è essere belle e giovanissime, il resto non conta. Da almeno tre decenni non vedono trasmissioni in cui non ci siano donne svestite che stanno zitte vicino a uomini vestiti che conducono il programma. Sull’onda di questo svilimento del corpo femminile in televisione, anche i giornali online di molte testate italiane hanno cominciato a usare il corpo femminile per vendere se stessi, per vendere notizie . Il fenomeno non è la normalità dei paesi avanzati, è unico del nostro paese.

LE DONNE CHIEDONO CAMBIAMENTI ADESSO

Colmare il gap occupazionale e di salario è fattibile (e farà bene all’economia), ma dopo anni di stasi implicherà tempo, investimenti, politiche di parità e nuove e coraggiose strategie di sviluppo. (4)
Arginare l’umiliazione delle donne da parte dei media e ridurre i danni sulle giovani generazioni potrebbe dipendere anche da tutti noi. Siamo noi i “consumatori” e siamo noi a decidere se vogliamo continuare a consumare beni che ci offendono.

(1) D. Del Boca A. Rosina Famiglie Sole Il Mulino 2009.

(2) Se prima della nascita del figlio In Italia lavorano 59 donne su 100, dopo la maternità continuano a lavorare solo 43, con un tasso di abbandono pari al 27,1 per cento.

(3) L’Istat nel rapporto sul “Reddito disponibile delle famiglie nelle Regioni” ha segnalato il progressivo ridursi del tasso di crescita del reddito disponibile nazionale.

(4) Hanno già avviato processi rilevanti in quella direzione paesi a noi simili e vicini: la Germania, la Francia e la Spagna.

da lavoce.info

"Da Sanremo una lezione alla politica. Morandi for president", di Michele Brambilla

Altro che festival di evasione, il suo è una lezione alla politica con la sua serietà il suo livello culturale superiore e anche la sua meritocrazia e democrazia. Finalmente dopo tante frivolezze gli italiani potranno occuparsi da questa sera di qualcosa di serio: Sanremo. Il Festival segna l’avvenuto sorpasso delle canzonette sul dibattito politico-giornalistico quanto a qualità, spessore culturale e, appunto, serietà.

Non ci voleva molto, direte voi, a superare il livello di un dibattito che da qualche tempo a questa parte s’è incentrato sui temi altissimi delle feste di Casoria e del bunga bunga, delle foto di Veronica a seno scoperto e di quelle di Vendola tutto scoperto, delle manifestazioni con le mutande e di quelle senza mutande.

E tuttavia lo stupore del giornalista politico inviato come un marziano a Sanremo, dove non aveva mai messo piede, è grande. «Vai a raccontare l’Italia nazionalpopolare di Sanremo», ti dice il direttore. E tu che sei stato a Montecitorio e ai grandi congressi di partito ti chiedi: se Sanremo è l’Italia nazionalpopolare, quella della politica di oggi che cos’è? Il marziano a Sanremo è colpito subito da una raffica di sorprese.

Le prime sono sorprese per così dire tecniche: il Teatro Ariston è molto più piccolo di quello che sembra in tv; per accreditarsi alla sala stampa non si fa nessuna coda e quindi sembra di essere più in Svizzera che in Italia; i giornalisti rispettano i posti loro assegnati e quindi non sembrano neanche giornalisti; i fotografi non si fanno largo a gomitate e quindi non sembrano neanche fotografi; Belen non è più intelligente che bella perché sarebbe troppo, ma più intelligente di qualche ministra o sottosegretaria sicuramente sì.

Lezione di stile
Le seconde sorprese sono proprio quelle che permettono di smentire il luogo comune del «nazionalpopolare». Ad esempio. La conferenza stampa di mezzogiorno è una lezione di stile e di buona educazione ai protagonisti dei talk show. Non solo non c’è nessuno che mostra il dito medio, che urla, che interrompe o che si rifiuta di rispondere a una domanda scomoda mostrando le terga. Anche i contenuti sono più alti.

Non c’è gossip, non c’è buco della serratura, non c’è battuta pruriginosa. Quando chiedono a Belen se c’è rimasta male perché al festival non verrà Fabrizio Corona, risponde «lasciamo fuori i fidanzati, il mio e quello di Elisabetta», e per noi che ascoltiamo è una doppia soddisfazione: perché almeno qui non c’è familismo e perché Corona ci sarà risparmiato (deve occuparsi, lui sì, di politica, avendo annunciato rivelazioni sulle foto di Berlusconi nudo).

E poi c’è Gianni Morandi. È un tale mito che gli si perdona perfino di non avere un capello bianco. Non è solo un grande artista, non è solo la colonna sonora dei nostri anni beati: è anche una faccia e due mani pulite, mai un pettegolezzo, mai un sospetto. Ha messo su questo Sanremo con un mix di competenza musicale e di tenacia. È andato a chiamare a casa, a uno a uno, i grandi cantanti dei suoi tempi, perfino alcuni cantautori troppo raffinati per essere mai stati a Sanremo, e li ha convinti a venire con la stessa energia ed efficienza con cui i vecchi militanti del Pci organizzavano i festival dell’Unità.

Provate a fare un sondaggio sulla credibilità di Gianni Morandi nel Paese, e mettetela a confronto con quella di metà o tre quarti dei membri del governo, e vedrete chi vincerà. Con i tempi che corrono, un esecutivo tecnico guidato da Gianni Morandi non sarebbe uno scandalo. Nel 1992 cantava «se fossi il presidente» e per adesso è diventato il presidente del Bologna Football Club. Ma domani chissà.

Tra Albano e Alfano
Sanremo è l’Italia nazionalpopolare? Che distrae e anzi un po’ rincoglionisce gli italiani? Leggo in un libro dedicato alla storia del festival che i testi delle canzoni, se letti senza musica, sono disarmanti per comicità involontaria. Ma dubito che un discorso dell’onorevole Scilipoti (e di quasi tutti i suoi colleghi parlamentari) sia più «alto» delle canzoni di Vecchioni o di Battiato. E che Calderoli o Borghezio difendano le tradizioni del Nord meglio di Davide Van De Sfroos.

La sessantunesima edizione di Sanremo va accolta così, come la fine del mito di un festival di evasione. Ormai è una lezione alla politica. Con la sua serietà, il suo livello culturale superiore e anche con la sua meritocrazia e la sua democrazia. Meritocrazia perché chi viene qui a cantare ci viene per bravura e non perché è stato cooptato in un listino bloccato come una qualsiasi consigliera regionale della Lombardia.

E democrazia perché i cantanti saranno giudicati da un pubblico che non farà sconti (se non convinci il pubblico, sparisci) e soprattutto che potrà scegliere liberamente. Qui non ci sono le schede con le preferenze uniche prestampate. Godiamoci questo momento di rinascita nazionale, quindi, come se fosse una lezione universitaria. Tra qualche giorno passeremo da Al Bano ad Alfano e torneremo a sorridere spensierati.

La Stampa 15.02.11

"Ma l'Italia è davvero berlusconiana?", di Luca Ricolfi

Da quando nella politica italiana è entrato Silvio Berlusconi, ossia dal 1994, la cultura di sinistra ha sviluppato un suo peculiare racconto dell’Italia. Secondo questo racconto chi vota a sinistra sarebbe «la parte migliore del Paese», mentre la parte che sceglie il centrodestra sarebbe la parte peggiore, evidentemente maggioritaria. La teoria delle due Italie scattò subito, nel 1994, allorché la «gioiosa macchina da guerra» di Occhetto fu inaspettatamente sconfitta dal neonato partito di Silvio Berlusconi.

E da allora mise radici, costruendo pezzo dopo pezzo una narrazione della storia nazionale al centro della quale vi è l’idea di una vera e propria mutazione antropologica degli italiani, traviati fin dagli anni 80 dal consumismo e dalla tv commerciale. Una narrazione che, nel 2001, si arricchirà di un nuovo importante tassello, con la teoria di Umberto Eco secondo cui gli elettori di centrodestra rientrerebbero in due categorie: l’Elettorato Motivato, che vota in base ai propri interessi egoistici e a propri pregiudizi contro stranieri e meridionali, e l’Elettorato Affascinato, «che ha fondato il proprio sistema di valori sull’educazione strisciante impartita da decenni dalle televisioni, e non solo da quelle di Berlusconi». Due elettorati cui non avrebbe neppure senso parlare, visto che non si informano leggendo i giornali seri e «salendo in treno comperano indifferentemente una rivista di destra o di sinistra purché ci sia un sedere in copertina».

Vista da questa prospettiva, la vittoria del 1994, come tutte quelle successive, non sarebbe un incidente di percorso, ma l’amaro sbocco di processi di degenerazione del tessuto civile dell’Italia iniziati molti anni prima. Uno schema, quello dell’Italia traviata dal consumismo e dai media, apparentemente nuovo ma in realtà già allora vecchio di trent’anni. Era stato infatti Pasolini, molti anni fa, a denunciare – ma senza disprezzo, e con ben altra umanità – la «scomparsa delle lucciole», immagine con cui soleva descrivere la dissoluzione dell’umile Italia fin dai primi anni 60, con l’estinzione delle culture popolari sotto l’incalzare del benessere e delle migrazioni interne.

Insomma, voglio dire che è mezzo secolo che «alla sinistra non piacciono gli italiani», per riprendere il titolo del saggio con cui, fin dal 1994, lo storico Giovanni Belardelli (sulla rivista «il Mulino») fissò la sindrome della cultura di sinistra, incapace di darsi una ragione politica dei propri insuccessi, e perciò incline a dipingere l’Italia come un Paese abitato da una maggioranza di opportunisti, di malfattori, o di ignavi. E tuttavia ora, forse per la prima volta, qualcosa si sta muovendo. Qualcosa, molto lentamente, sta cambiando. Non già nei piani alti della politica, nelle segreterie dei partiti, nei palazzi del potere, bensì fra la gente comune, e fra le energie più giovani del Paese. Roberto Saviano, ad esempio, l’altro giorno al Palasharp, alla manifestazione per chiedere le dimissioni del premier, ha sentito il bisogno di dire: «Smettiamo di sentirci una minoranza in un Paese criminale, siamo un Paese per bene con una minoranza criminale». Se Saviano ha sentito il bisogno di esortare il popolo di sinistra a «smettere di credere» di essere una minoranza, vuol dire che quella credenza ancora c’è, sopravvive, nelle menti e nei cuori: una sorta di «pochi ma buoni», una rabbiosa riedizione del «molti nemici, molto onore» di mussoliniana memoria.

La sindrome della «minoranza virtuosa» è tuttora molto radicata nella cultura politica della sinistra. Ma anche qui, persino fra i politici di professione, qualcosa si sta muovendo. L’alibi dell’indegnità degli italiani comincia a scricchiolare. Matteo Renzi, sindaco di Firenze, rimproverato da un po’ tutti i suoi compagni di partito (compreso il giovane «rottamatore» Pippo Civati) per essersi contaminato incontrando Berlusconi ad Arcore, ha risposto ai suoi critici più o meno così: se vogliamo vincere non possiamo partire dall’assunto che l’altra metà degli italiani, quella che non ci vota, sia costituita da cittadini irrecuperabili, dobbiamo rispettarli e conquistarli.

Saviano e Renzi hanno ragione. Così come hanno ragione quanti, in piazza o non in piazza, non si stancano di ripetere che l’Italia non è quella che emerge dai festini di Arcore e dalle intercettazioni, o quella che la cultura di sinistra si figura ogni volta che l’esito del voto punisce i progressisti. L’Italia non è berlusconiana quanto si pensa sul piano del costume (un recente sondaggio di Mannheimer certifica che il sogno di una carriera nel mondo dello spettacolo attira effettivamente solo 1 ragazza su 100). Ma non lo è neppure sul piano del consenso elettorale. Contrariamente a quanto molti credono, il berlusconismo – inteso come fiducia incondizionata nei confronti di Berlusconi – è sempre stato un fenomeno marginale. Fatto 100 il corpo elettorale, il voto al partito di Berlusconi non è mai andato oltre il 20%, e il sostegno esplicito al leader, espresso in un voto di preferenza (come alle ultime Europee), si aggira intorno al 6%. Per non parlare del trend più recente, che mostra un Pdl che attira circa il 18% del corpo elettorale, e un premier che ottiene la sufficienza da meno di un cittadino su tre.

Se questa è la realtà, occorre che la sinistra faccia un serio esame di coscienza. Che provi a inventare un altro racconto degli ultimi trent’anni. Un racconto senza alibi e autoindulgenze, un po’ più rispettoso degli italiani e un po’ più abrasivo su sé stessa. Perché se l’Italia non è, né è mai stata, il Paese moralmente degradato tante volte descritto in questi anni. Se il consenso al leader Berlusconi non è mai stato plebiscitario. Se i suoi fan non sono mai stati tantissimi. Se oggi 2 italiani su 3 non danno la sufficienza a Berlusconi, e appena 1 su 20 lo promuove a pieni voti. Se, a dispetto di tutto ciò, i sondaggi rivelano che il giudizio dei cittadini sull’opposizione è ancora più negativo – molto più negativo – di quello sul governo. Beh, se tutto questo è vero, allora vuol dire che i problemi politici dell’Italia non stanno solo nei comportamenti del premier e nelle insufficienze del suo governo, ma anche nella difficoltà dell’opposizione di trovare, finalmente, un’idea, un programma e un volto che convincano quella metà dell’Italia che non è berlusconiana ma, per ora, non se la sente di votare a sinistra.

La Stampa 15.02.11

Graduatorie ad esaurimento. Primo incontro al MIUR sulla sentenza della Corte Costituzionale

Ancora nessuna soluzione definitiva in attesa del parere dell’Avvocatura dello Stato e della conversione in legge del “Milleproroghe”
Si è tenuto il 15 febbraio 2011 un incontro al Ministero per affrontare le questioni relative all’applicazione della sentenza della Corte Costituzionale sulle graduatorie ad esaurimento dei docenti.
L’Amministrazione ha illustrato la situazione riservandosi di assumere provvedimenti una volta chiaro il quadro normativo determinato dal “Milleproroghe” e assunto il parere dell’Avvocatura dello Stato.
In particolare sarà determinante nelle successive decisioni l’eventuale approvazione definitiva dell’emendamento che proroga le graduatorie fino al 2012.
I punti fermi dopo la sentenza sono che l’efficacia della stessa opera erga-omnes (su tutti gli aspiranti) e che la stessa assume valore retroattivo per tutti gli atti che non siano ancora consolidati.
L’interpretazione del Ministero, per quanto riguarda l’eventuale intervento sulle graduatorie, è che essendo dichiarato illegittimo l’intero comma 4 ter dell’art. 1 della Legge 134, non possono più esistere le code e che quindi si ripristinano le modalità precedenti alla Legge stessa (e al DM 42/09): ogni candidato potrà/dovrà essere incluso in una sola provincia a pettine.
Sulle modalità e le procedure per attuare tale intervento il Ministero si è riservato ulteriori approfondimenti.

Le nostre osservazioni
Come FLC CGIL abbiamo sottolineato l’esigenza che si proceda in modo equo e rispettoso della sentenza evitando l’insorgere di ulteriore contenzioso. In particolare, abbiamo sostenuto che vanno mantenute tutte le posizioni consolidate (contratti a tempo indeterminato e determinato) negli scolastici 2009/2010 e 2010/2011, e che l’applicazione della sentenza dovrà comportare assunzioni aggiuntive per quegli anni.
Abbiamo sottolineato l’esigenza di affrontare prioritariamente il tema della stabilizzazione dei precari (vedi “operazione 100.000”) chiedendo l’apertura del confronto sul reclutamento e sulla fase transitoria prevista dal Decreto sulla formazione iniziale.
L’Amministrazione si è impegnata a convocarci a breve sia su questi temi che per approfondire le procedure per l’applicazione della sentenza.

da www.flcgil.it

Ohi ohi, Berlusconi sarà processato

Il Gip di Milano ha disposto il giudizio immediato nei confronti del premier. Il processo si aprirà il prossimo 6 aprile. Franceschini: “Ora vada dai giudici come tutte le persone che non hanno nulla da nascondere e risparmi al Paese l’immagine di fronte al mondo di un presidente processato per prostituzione minorile e concussione”. Finocchiaro: “Si dimetta. Ne va della credibilità dell’Italia nel mondo”. Silvio Berlusconi sarà processato il 6 aprile sul caso Ruby. Il Gip di Milano, Cristina Di Censo ha disposto il giudizio immediato nei confronti del premier per i reati di concussione e prostituzione minorile. La procura ha stralciato la posizione del presidente del Consiglio rispetto agli altri indagati, Lele Mora, Nicole Minetti ed Emilio Fede. I reati ipotizzati fanno riferimento alle telefonate alla questura di Milano fatte dal Cavaliere per chiedere il rilascio di Karima Mahroug e ai presunti rapporti sessuali avuti con la ragazza quando era ancora minorenne.

Il giudizio immediato è legato all’evidenza della prova e la connessione tra i reati contestati a Silvio Berlusconi. Di conseguenza non ci sarà alcuna preliminare e si procederà con il rito immediato.

Tra l’altro per il Gip, i reati imputati sono legati uno all’altro: la concussione sarebbe stata fatta per evitare che emergesse il secondo reato, la prostituzione minorile. È stata negata inoltre la competenza del Tribunale dei Ministri: l’ufficio giudicante resta il Tribunale di Milano e saranno i giudici Carmen D’Elia, Orsolina De Cristofaro e Giulia Turri i giudici della quarta sezione a comporre il collegio arbitrale il prossimo 6 aprile.

Nel decreto con cui il Gip di Milano ha rinviato a giudizio col rito immediato Silvio Berlusconi sono indicati anche tre funzionari della Questura di Milano che erano presenti la notte tra il 27 e il 28 maggio dello scorso anno quando arrivo’ la telefonata del Presidente del Consiglio che chiese di affidare Ruby alla consigliera regionale Nicole Minetti. Oltre ai tre funzionari (Pietro Ostuni, Girogia Iafrate e Ivo Morelli) figurano tra le parti offese la stessa giovane marocchina e il Ministero dell’Interno.

“Berlusconi si proclama perseguitato e innocente, allora vada dai giudici come tutte le persone che non hanno nulla da nascondere e risparmi al Paese l’immagine di fronte al mondo di un presidente del Consiglio processato per prostituzione minorile e concussione”. Così il presidente dei deputati del Pd, Dario Franceschini, ha commentato le ultime evoluzioni del Rubygate con l’ok al rito immediato da parte del gip di Milano.

Per Anna Finocchiaro, presidente dei senatori PD, “Berlusconi ha tutto il diritto di difendersi nel processo e non dal processo. Vada a difendersi davanti ai giudici come fanno tutti i cittadini che non si vogliono nascondere. La giustizia è uguale per tutti. Ma per la dignità sua e del Paese prima si dimetta: non è bene per l’Italia che un Premier si faccia processare per concussione e prostituzione minorile. Una maggioranza responsabile, se esistesse in questo Paese, dovrebbe convincere il Premier a compiere questo gesto. Ne va della credibilità dell’Italia nel mondo”

“Credo proprio che la decisione del Gip di Milano smonti completamente la tesi del ‘complotto’ sostenuta dal premier sul caso Ruby”. Questa è stata la prima dichiarazione del capogruppo del Pd in commissione Giustizia Donatella Ferranti alla decisione del Gip Cristina Di Censo. “Quindi – ha aggiunto – diventa evidente che non sia solo qualche Pm di sinistra, come dice Berlusconi, a sostenere la colpevolezza del Cavaliere. Il che vuol dire che le prove ci sono eccome”.

A.Dra

www.partitodemocratico.it