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"Affidarsi solo ai numeri è caricatura della politica", di Stefano Folli

Anche in una situazione torbida come quella in cui ci troviamo, la politica è fatta di numeri. E su questo terreno, è vero, Silvio Berlusconi gode di un vantaggio. Esiguo alla Camera e più consistente al Senato. Tra breve potrebbe persino arricchire il suo carniere con due o tre nuovi arrivi grazie alle inquietudini di «Futuro e Libertà».
Tuttavia la politica non è fatta solo di numeri, com’è noto, ed è qui che nasce quel senso di crescente insicurezza che si va diffondendo nel paese.

Dov’è lo slancio, dov’è la capacità di progettare e realizzare? È reale il rischio di vedere la maggioranza ingessata all’interno di una teca di cristallo in cui i numeri sono custoditi con cura, ma senza che si trasformino in atti di governo. Non sarebbe una condizione di stabilità, bensì la caricatura della stabilità.
Eppure è quello che sta accadendo, man mano che la tenaglia delle inchieste giudiziarie si stringe intorno al presidente del Consiglio. È una situazione che non ha precedenti e come tale va valutata. Sappiamo che il Gip di Milano sta per decidere sul «rito immediato» chiesto dalla procura. Lo scenario di una condanna in tempi brevi di Berlusconi, e di una sua interdizione dai pubblici uffici, a questo punto è tutt’altro che assurdo, a meno che lo stesso Gip non decida per la procedura ordinaria.
Anche in questo caso la minaccia giudiziaria continuerebbe a incombere, dal caso Ruby all’affare Mills, finendo per condizionare sul piano politico e psicologico l’attività del premier. Questa è la realtà, pur volendo riconoscere al presidente del Consiglio le ragioni di chi si sente vittima di un accanimento fuori del comune. Tale da deformare la normale evoluzione del confronto politico.

In ogni caso, all’interno di questa cornice s’inserisce il dissidio tra Quirinale e Palazzo Chigi sull’eventuale scioglimento delle Camere. È una questione, come si può capire, assai delicata che rischia di evolvere in un grave conflitto istituzionale.
Ma siamo ancora in tempo per darne un’interpretazione politica. Volendo semplificare, si può dire che una maggioranza paralizzata intorno ai processi che riguardano il premier produce un Parlamento bloccato. Ed è difficile credere che si possa congelare la legislatura per oltre due anni.
È vero che la stabilità è necessaria per affrontare i nodi dell’economia, ma solo quando essa costituisce la premessa per ben operare. Altrimenti, se così non è e se il quadro generale risulta deteriorato e privo di alternative valide, l’unica medicina conosciuta in democrazia è il ritorno ai cittadini elettori. Ora, è evidente che l’allusione di Giorgio Napolitano allo scioglimento delle Camere rappresenta soprattutto un modo per stimolare il governo e il suo presidente.

Un Parlamento ingessato e privo di un’agenda di lavoro è forse la sola cosa che l’Italia non può augurarsi nelle attuali condizioni. E il presidente del Consiglio dovrà misurare con se stesso e con la sua maggioranza se ritiene di essere ancora in grado di guidare il governo.
Per la verità, la risposta di Berlusconi è stata immediata ed è una rivendicazione orgogliosa della coesione parlamentare e del suo diritto ad andare avanti. Argomento convincente che però deve fare i conti con due passaggi. Primo, lo abbiamo già detto, il ginepraio giudiziario: esiste una soglia oltre la quale il cortocircuito fra politica e tribunali diventa insopportabile perché si ripercuote sugli affari pubblici. Non siamo ancora a quel punto e Berlusconi è forse ancora in grado di riprendere la leadership. Ha provato a farlo con il «piano per la crescita», ma c’è bisogno di molto di più. Fatti concreti invece di buone intenzioni.
Secondo, il sentimento della sua maggioranza, costruita sull’asse Pdl-Lega. Finora Umberto Bossi ha sempre confermato l’assoluta lealtà al premier e sarà così anche nel prossimo futuro. Ma l’interesse politico della Lega a puntellare un governo dilaniato dalla magistratura e un Parlamento bloccato potrebbe non essere eterno. Tra un paio di mesi, forse meno, il complicato iter dei decreti sul federalismo sarà compiuto. Non sarebbe strano se a quel punto il Carroccio ritrovasse un po’ della sua autonomia e decidesse che la legislatura è finita (il ministro dell’Interno Roberto Maroni sembra già su questa posizione, e non da oggi).
Come dicevano i nazionalisti tedeschi che si opponevano a Napoleone, «meglio una fine nell’orrore che un orrore senza fine». Potrebbe adattarsi alla Lega, di fronte alla prospettiva di tener in vita ancora per due anni un Parlamento inerte.
Un fatto è certo. L’eventuale scioglimento delle Camere non avverrebbe per un’improvvisa decisione del presidente della Repubblica, ma – è ovvio – seguendo le procedure costituzionali. Sarebbe necessario un fatto politico: una sconfitta parlamentare del governo, il distacco di una componente, una conclamata situazione di paralisi. E naturalmente occorrerebbe una forma d’intesa con il premier, la cui controfirma al decreto di scioglimento è prevista dalla Costituzione. Di solito è una formalità che si risolve con il buon senso e con il rispetto istituzionale. Se questa volta non fosse così, ci troveremmo di fronte al conflitto più drammatico. Ma c’è da sperare che non arriveremo a quel limite estremo.

Il Sole 24 Ore 15.02.11

"Genitore unico", di Massimo Gramellini

Sei favorevole a che un single possa adottare un bambino, come auspicato dalla Cassazione? Risponderò con la consueta chiarezza: sì no però dipende. Sono stato cresciuto da un genitore solo, maschio per giunta, ma a partire dai nove anni: prima avevo ancora la mamma ed è nel periodo dello svezzamento, asseriscono gli psicologi, che la presenza di entrambi ha un ruolo cruciale. Se fossi nato ieri, non mi farebbe impazzire l’idea di un genitore unico, che fra l’altro non vedrei quasi mai perché sarebbe costretto a lavorare dal mattino alla sera per mantenermi (come le coppie, peraltro, in virtù del poco part-time e dei bassi stipendi). Se però l’alternativa fossero l’orfanotrofio o la strada, sarei felicissimo di finire fra le braccia di un single, alleviando la mia e la sua solitudine.

È ovvio che il mio aspirante mono-genitore dovrebbe partire dal fondo della lista d’attesa, dentro la quale si macerano da tempo immemorabile tantissime coppie. E i filtri che subordinano la mia assegnazione alle sue cure dovrebbero essere più selettivi, ben sapendo che rimarrebbe comunque una percentuale di rischio, perché neppure un congresso di assistenti sociali potrà mai misurare con certezza la sua predisposizione ad amarmi. Come sempre in materia di diritti civili, non si tratta di stabilire un obbligo, ma di togliere un divieto. Non di concedere un privilegio, ma di offrire una possibilità. In un mondo dove la scienza, più rapida e classista della legge, consente già a un single che ne abbia i mezzi economici di fabbricarsi il suo pupo su misura.

La Stampa 15.02.11

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“Dalla parte dei bambini”, di CHIARA SARACENO

I bambini hanno, prima ancora che diritto, necessità che qualcuno assuma nei loro confronti responsabilità e comportamenti genitoriali, ovvero la responsabilità di dare loro un posto nel mondo.

E dove possano stare e crescere con fiducia. Alla maggior parte dei bambini ciò è garantito dai genitori naturali, ovvero da quelli che li hanno concepiti. Ma per molti bambini, perché privi di genitori, o perché questi non sono in grado di fare fronte alle proprie responsabilità, chi si prende questa responsabilità sono altri: uno o più nonni, degli zii, dei genitori adottivi, o anche dei genitori affidatari. Opportunamente la Convenzione dei diritti del fanciullo non specifica la forma istituzionale che devono avere questi “altri”: se debbano essere per forza una coppia, e se questa debba essere eterosessuale e sposata. Perché nelle culture e pratiche familiari presenti nei vari paesi la responsabilità genitoriale può essere più o meno condivisa e la coppia avere maggiore o minore centralità. Ciò che conta, per un bambino, è di essere accolto. Tanto più quando è segnato da un’esperienza di abbandono o di perdita.

Bene quindi ha fatto la Corte di Cassazione a consentire, a differenza di quanto era avvenuto qualche anno fa in una situazione analoga, almeno l’adozione speciale nel caso di una donna sola che da anni aveva fatto legalmente (secondo le leggi di altri paesi) da mamma adottiva alla sua bambina. Ci si potrebbe
chiedere che cosa sarebbe accaduto in caso contrario: portata in Italia dalla sua mamma questa bambina sarebbe dovuta tornare, per legge, a uno status di orfana ed essere messa in adozione di nuovo? E bene ha fatto anche a segnalare al legislatore italiano l’opportunità di allargare le maglie dei potenziali “adottandi” secondo la normativa standard, non restringendoli più solo alle coppie (eterosessuali) coniugate al momento della delibera di adozione. L’adozione standard, infatti, a differenza di quella speciale (ormai riservata a casi di adozione di adulti, o di minori che hanno ancora rapporti con i genitori) integra pienamente il bambino adottato nella famiglia che lo accoglie, dandogli non solo genitori, ma anche nonni. Ed i genitori sono più pienamente tali, senza dover sottostare alla sorveglianza di un tutore legale. Non si tratta tanto di allargare il diritto ad avere un figlio, quanto, come avviene in molti altri paesi, di allargare il bacino di potenziali genitori, nel pieno rispetto delle procedure italiane di verifica e istruttoria poste a garanzia dell’interesse prioritario del bambino.

Non è sempre detto che due genitori, che siano naturali o adottivi, siano meglio di uno. La capacità genitoriale non è il risultato di un rapporto di coppia (e solo se questo è sanzionato dal matrimonio), ma in primo luogo una capacità che emerge e sviluppa nella interazione con un bambino. Il rapporto di coppia può rafforzare questa capacità nella comune assunzione di responsabilità. Ma può anche configgere con essa, o farvi resistenza. Quindi non può essere assunto come un requisito dogmatico imprescindibile. Soprattutto, quando un bambino privo di genitori incontra l’amore e l’accoglienza di un adulto, è alla capacità genitoriale di questi, e alla sua adeguatezza ai bisogni di quel bambino che occorre guardare. Sapendo che crescendo quel bambino, come tutti gli adottati, dovrà elaborare sia la conoscenza della perdita o abbandono dei genitori, sia l’acquisizione di almeno un genitore.

La Repubblica 15.02.11

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"Basta stereotipi, difendiamo la dignità", lettera della giornaliste del Sole 24 Ore

Caro direttore,
ti scriviamo per prendere nettamente le distanze dal fondo del giornale di domenica 13 febbraio che, a cominciare dal titolo “Sciarpe e mutande e in mezzo il niente”, riteniamo cerchiobottista, qualunquista e soprattutto offensivo di quanti/e non solo domenica, ma nella quotidianità della propria vita, difendono non a parole, ma con i fatti, la dignità della persona, del lavoro, della politica e di un’etica della responsabilità divenuta ormai rara. Prendiamo le distanze da chi si permette di dubitare persino che esista un’idea o un pensiero forte dietro la rivendicazione del rispetto e della dignità della persona e non ha altri argomenti da offrire se non gli stereotipi del “sotto il vestito niente”, del “mettete dei fiori nei vostri cannoni”, dell’eskimo degli anni 70.
Non si tratta di essere pro o contro Ferrara, pro o contro le donne che scendono in piazza, ma di abbandonare pregiudizi, stereotipi, qualunquismi, per prendere una posizione. Trasparente, laica. Un giornale che ha la pretesa di essere leader proprio sul fronte delle idee non dovrebbe rinunciare ad averne una, precisa e riconoscibile, in un momento così difficile per il paese. Né può pensare di continuare a irridere la piazza (altro stereotipo) e i simboli che la rappresentano, piuttosto che ascoltare la voce di chi vi partecipa. La storia, anche recentissima, dimostra che questo è un atteggiamento miope, politicamente e culturalmente.
Le migliaia di persone presenti in piazza domenica hanno da dire molto di più di quanto spesso si legge in intere pagine di giornale, e non meritano di essere etichettate a priori come “il niente”. Per noi, che di mestiere facciamo i giornalisti e in questo mestiere continuiamo a credere, c’è infatti una regola fondamentale e inderogabile, che è quella di commentare i fatti solo dopo esserne stati testimoni, diretti o indiretti, non prima che i fatti siano accaduti, com’è successo in questo caso. E poiché riteniamo che la giornata di domenica non sia stata una mera esibizione narcisistica, che gli slogan non sono – come si legge nel fondo – “un po’ vuoti” e che non è vero che dietro i cortei ci sia solo “una guerra di trincea”, ti chiediamo la pubblicazione di questa nostra lettera.

Donatella Stasio, Barbara Fiammeri, Celestina Dominelli, Anna Del Freo, Francesca Padula, Laura Serafini, Antonella Olivieri, Francesca Cerati, Cristina Casadei, Rossella Cadeo, Eliana Di Caro, Sissi Bellomo, Antonella Scott, Antonella Moro, Federica Micardi, Franca Deponti, Micaela Cappellini, Mariolina Sesto, Silvia Sperandio, Rosalba Reggio, Chiara Bussi, Laura Cavestri, Alessia Maccaferri, Nicoletta Cottone, Chiara Somajni, Lara Ricci, Francesca Barbiero, Anna Maria Luccarini, Francesca Barbieri, Valentina Maglione, Lucilla Incorvati, Federica Pezzatti, Cristina Battocletti, Ilaria Vesentini, Elena Ragusin, Mara Monti, Filomena Greco, Paola Dezza.

Il Sole 24 Ore 15.02.11

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«La prima volta tutta al femminile», di Maria Luisa Colledani

«Se questo è il risultato di venti giorni di lavoro, chissà che cosa si potrebbe costruire in un’intera legislatura». È l’interrogativo che resta a Francesca Izzo, una delle promotrici della manifestazione che domenica ha portato le donne nelle strade d’Italia e del mondo, da Roma a New York.

Hanno lavorato tre settimane all’associazione “Di nuovo”, donne diverse per provenienza, professione, estrazione e hanno scoperchiato un sentimento profondo che attraversa l’altra metà del cielo: «Sul palco, con quella fiumana femminile davanti – continua Izzo – ho capito che ci sono un sentimento comune, problemi e bisogni di tutte che vanno oltre la vicenda Ruby».
La voce di Francesca Izzo, docente di Storia delle dottrine politiche all’Orientale di Napoli, è pacata, i picchi li lascia alle emozioni: «L’Italia ha visto una mobilitazione di popolo guidata dalle donne, come non era mai successo nella storia repubblicana: non pretendiamo di risolvere i problemi del paese ma i cortei di domenica dicono che le difficoltà esistono e che si possono risolvere solo se le voci diventano una». Ai piedi del palco di piazza del Popolo le ragazze erano migliaia: «Le ho trovate bellissime – continua la docente – perché, per la prima volta nella loro vita, hanno capito che non porta lontano l’individualismo in cui sono cresciute, ma sono la forza comune, l’essere un’unica anima a saper superare il degrado anche materiale che caratterizza la condizione femminile in Italia». Senza la faziosità di cui ha parlato il presidente Berlusconi: «Non ci sono stati attacchi, non ci sono state parole scomposte. Se il premier definisce faziosa la manifestazione significa che non conosce il paese che guida: domenica le donne hanno solo detto ciò che hanno dentro».

Tanta energia va canalizzata, non deve rimanere un fuoco fatuo: «Ora la responsabilità è grande, anche se non ci vogliamo sostituire alla politica: il prossimo appuntamento è per l’8 marzo e lavoriamo agli stati generali delle donne aperti pure agli uomini». Questo è il vivere insieme: «La politica apre il cuore, costruisce, include, allarga, coinvolge mentre il volto odierno dell’Italia è un volto maschile ostile, chiuso, oppresso, che vivacchia di pigrizie intellettuali. Ancor più appariscente se si guarda il nostro paese da lontano».
Ma sotto c’è una ricchezza carsica e silenziosa, che ha portato le donne in piazza: «È il momento di mettere insieme i pezzi del puzzle – conclude Francesca Izzo -, è il momento del coraggio». Se non ora, quando?

Il Sole 24 Ore 15.02.11

"Telegiornali, sarà battaglia", di Rudy Francesco Calvo

Il Tg1 perde il primato, il direttore del Tg2 perde la calma: e il Pd chiede le dimissioni di Minzolini. Nuovo allarme per l’informazione targata Rai: l’edizione serale del Tg1 di domenica è stata superata negli ascolti dal Tg5 di Clemente Mimun. Per il Pd è un «punto di non ritorno»: Roberto Giachetti invita i vertici dell’azienda a intervenire con urgenza «perché questa incredibile emorragia di ascolti e di credibilità possa essere tamponata». Il telegiornale guidato da Augusto Minzolini, infatti, ha progressivamente perso ascoltatori e il sorpasso di domenica è solo l’ultimo segnale di crisi.
Nell’ambito di un seminario organizzato dai Democratici a Milano per discutere del futuro del servizio pubblico, il segretario Pier Luigi Bersani si è appellato a tutte le forze di opposizione: «Nelle prossime settimane – ha affermato il leader dem – di fronte all’emergenza che si sta ormai verificando, proporrò che le opposizioni si coordinino e organizzino una funzione di osservazione, denuncia ed eventualmente mobilitazione sulla questione dell’informazione, in particolare del sistema dei tg». L’obiettivo è ribadire «l’assoluta esigenza di terzietà dell’informazione».
Un’esigenza che, nel corso del convegno organizzato dai responsabili del forum dem per la riforma del sistema radiotelevisivo Carlo Rognoni e Gianluca Lioni, è stata ribadita da Luigi Vimercati anche rispetto ai tg regionali.
Critiche «pregiudiziali e faziose» per il capogruppo del Pdl alla camera Fabrizio Cicchitto, mentre il ministro Sandro Bondi parla di «atto di intimidazione della sinistra» a Minzolini. La maggioranza, intanto, è impegnata in un’altra direzione. Resta infatti sul tavolo la bozza della mozione di indirizzo proposta dal capogruppo pdl in commissione di vigilanza Rai, Alessio Butti. Il presidente Sergio Zavoli ha convocato per domani l’ufficio di presidenza della commissione, chiamato a decidere sulla richiesta di audizione dei vertici dell’azienda, che farebbe slittare i tempi di approvazione del documento.
Zavoli lavora per arrivare a un testo condiviso, ma il dialogo tra maggioranza e opposizione in questa fase resta bloccato.
Butti si dice pronto a discutere dei punti più controversi della sua proposta (dal doppio conduttore alla rappresentanza proporzionale ai voti delle singole forze politiche, dal bando settimanale per gli argomenti già discussi in una trasmissione alla norma anti- Santoro) e al contempo lancia un amo ai radicali, che già più volte in passato si sono “smarcati” dall’opposizione proprio sulla rappresentanza dei partiti nei talk show. Se domani il Pdl si opporrà alla richiesta di ulteriori audizioni avanzata da Zavoli, come lo stesso Butti lascia intendere, darà il segnale di voler procedere verso una forzatura, con un voto che spaccherebbe la commissione.
Il Pd, per il momento, sta a guardare, intenzionato a non fornire alcuna sponda alla maggioranza finché il testo Butti, ritenuto «inaccettabile », non verrà ritirato per ridiscutere da zero un nuovo documento.
Aumentano intanto le voci di dissenso sulla proposta Butti. Oggi l’Usigrai, il sindacato dei giornalisti dell’azienda pubblica, si ritroverà davanti a palazzo san Macuto, sede della commisione, per contestare la bozza di atto di indirizzo del Pdl e protestare contro l’azione del dg Masi, «già ampiamente sfiduciato con un referendum», ricorda il segretario Carlo Verna. Ieri anche il direttore del Tg2 Mario Orfeo, non sospettabile di simpatie per la sinistra, ha definito «molto preoccupante » il documento di Butti: «Impedirà di fatto di fare del giornalismo a molti di noi, a molte trasmissioni. Mi auguro non solo che sia corretto, ma ritirato».

da Europa Quotidiano 15.02.11

"Miliardi a Gheddafi e Ue esclusa così il piano italiano ha fatto flop", di Vladimiro Polchi

Il governo ha puntato tutto sul corridoio libico, tralasciando le altre vie di accesso. Il Consiglio per i rifugiati accusa: sbarchi iniziati a gennaio, Roma ha agito tardi e male. E’ la tempesta perfetta. L´onda migratoria è pronta ad abbattersi sulle coste italiane. Gli ingredienti? Disoccupazione crescente, popolazioni giovani, crisi politiche. Il risultato? Oltre un milione di nordafricani guardano oggi al di là del mare. E «l´esodo biblico», di cui parla il ministro dell´Interno Roberto Maroni, rischia di affondare per sempre le politiche migratorie del governo.
«L´idea di puntare tutto sull´accordo con la Libia si è rivelata miope – attacca Christopher Hein, direttore del Consiglio italiano per i rifugiati – ci si è limitati a tappare il buco del Mediterraneo centrale, senza badare agli altri buchi che si andavano aprendo: primo, quello via terra, sulla direttrice Turchia-Grecia; secondo, quello ora in partenza dalla Tunisia. È prevedibile che i rifugiati provenienti dal Corno d´Africa e dall´Africa subsahariana usino adesso la breccia aperta in Tunisia per raggiungere l´Italia. Il governo ha sottovalutato il problema, che era già prevedibile nel mese di gennaio, quando gli sbarchi dei tunisini sono cominciati ad aumentare. Non solo. Ha anche tardato ad aprire il centro d´accoglienza di Lampedusa e a coinvolgere l´Europa».
Il Trattato con la Libia, che prevede tra l´altro la cessione di 6 unità navali della Guardia di Finanza alle autorità libiche, è molto oneroso. Ed è strettamente legato all´accordo per la chiusura del contenzioso coloniale, che prevede investimenti da parte dell´Italia in infrastrutture per circa 3,4 miliardi di euro.
«Il terremoto politico del Nord Africa – sostiene Gian Carlo Blangiardo, docente di demografia alla Bicocca di Milano e collaboratore della fondazione Ismu – rischia di far saltare tutte le previsioni sui flussi migratori». La fondazione Ismu ha, infatti, stimato che da qui al 2030, anche in assenza di particolari crisi politiche nei Paesi d´origine, circa 900mila nuovi immigrati arriveranno in Italia, provenendo da cinque Stati africani. Quali? Marocco (444.642 nuovi residenti), Egitto (123.569), Senegal (122.780), Nigeria (108.614), Tunisia (71.897). Già oggi questi cinque Paesi incidono sui residenti africani totali in Italia per ben il 79,3%.
«Tutti i fattori sociologici, economici e politici che spingono a emigrare restano forti – conferma Lorenzo Coslovi, ricercatore del Cespi (Centro studi politica internazionale) – il rafforzamento dei controlli, compresa la discutibile politica dei respingimenti in mare, ha finora frenato i flussi». E oggi? «Se saltano i controlli alle frontiere tutto può succedere, ma attenti agli allarmismi: i viaggi restano cari e rischiosi, non tutti sono disposti a imbarcarsi».
«Quanto sta succedendo in Nord Africa – afferma Massimo Livi Bacci, senatore Pd, professore di demografia a Firenze, tra i promotori del sito neodemos.it – ha colto il mondo di sorpresa. Il nostro Paese è certamente impreparato di fronte all´eventuale tensione politica che potrebbe diffondersi in tutto il Nord Africa. Basta pensare a cosa accadrebbe se saltasse il “tappo” della Libia. Credo, però – aggiunge Livi Bacci – che i nuovi flussi migratori dalla Tunisia siano solo una conseguenza acuta e transitoria dello shock dovuto alla crisi politica. La Tunisia, infatti, non straborda dal punto di vista demografico e inizia ad avere un modesto benessere economico».
E qual è il giro d´affari legato a questa nuova ondata migratoria? Dalle indicazioni dell´intelligence emerge una sorta di “tariffario” per il trasferimento illegale di migranti. L´Aisi (ex Sisde) ha segnalato che «per la direttrice nordafricana il corrispettivo preteso dai trafficanti oscillerebbe tra un minimo di 1000/1200 dollari a un massimo di 4000/5000, con la possibilità di frazionare l´importo versando ai gestori delle diverse fasi del percorso le provvigioni per le rispettive tratte».

La Repubblica 15.02.11

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“Bruxelles accusa: rifiutati i nostri aiuti Ma l’Italia smentisce”, di Adriana Cerretelli

Sono state scintille ieri tra Roma e Bruxelles, complice l’emergenza immigrati, le migliaia di persone in arrivo dalla Tunisia che si riversano su Lampedusa. «È un esodo biblico» aveva dichiarato domenica il ministro dell’Interno Roberto Maroni puntando il dito sulle eterne latitanze dell’Europa su questo fronte. «Il Maghreb sta esplodendo, un terremoto politico-istituzionale rischia di avere un impatto devastante su tutta l’Europa attraverso l’Italia. Ma come al solito siamo lasciati soli».

Parole forti che Bruxelles ieri ha respinto con forza asserendo di aver offerto aiuto all’Italia non più tardi di sabato scorso per sentirsi rispondere, proprio da Maroni, un cortese «no grazie, per ora non abbiamo bisogno di assistenza, magari più avanti».

Ad affermarlo, piccata, la svedese Cecilia Malstrom, responsabile Ue agli Interni che, sabato appunto, ha parlato al telefono con il nostro ministro e gli ha offerto piena disponibilità a fare la propria parte. «Sono molto sorpresa dalle accuse italiane. Sono stata in contatto sabato con le autorità italiane chiedendo in che modo la Commissione potesse fornire il suo sostegno. La risposta è stata no grazie per ora non ne abbiamo bisogno. Ciò nonostante ho chiesto ai miei servizi, a Frontex e all’ufficio Ue per l’asilo di vedere come sostenere l’Italia».

Immediata la replica di Maroni tramite il portavoce: «Non è vero che l’Italia ha rifiutato l’aiuto offerto dalla Commissione. Il ministro ha avanzato alcune richieste, peraltro non nuove: l’intervento di Frontex per controllare il Mediterraneo, la gestione dei centri per gli immigrati e il rimpatrio dei clandestini, nonché il rispetto del principio del burden sharing» dei flussi migratori, cioè dell’accoglienza condivisa tra tutti i paesi dell’Unione. Su questi punti, ha continuato il portavoce, non abbiamo ancora avuto risposte. Comunque «non è nostra intenzione polemizzare con la commissaria Malmstrom. La critica è rivolta più in generale all’Europa, dalla quale ci aspettiamo che passi dalle parole ai fatti dando risposte concrete alle richieste da tempo avanzate dall’Italia».
Se il burden sharing, la questione cruciale, dipende dai governi Ue finora del tutto refrattari alla solidarietà, la Commissione Ue può comunque dare una mano: per esempio con finanziamenti d’urgenza per ragioni umanitarie per circa 10 milioni, con il potenziamento rapido della sorveglianza alle frontiere. Le operazioni Frontex nel Mediterraneo invece richiedono più tempo in quanto dipendono dal contributo volontario di uomini e mezzi da parte dei governi Ue

Per questo ieri Maroni ha inviato una lettera a Bruxelles per chiedere una nuova Frontex rafforzata e aiuti Ue per 100 milioni di euro, ricordando che in cinque giorni l’Italia ha dovuto fare i conti con oltre 5.000 sbarchi.

L’emergenza, oggi scatenata dalla Tunisia domani forse da Egitto e Algeria e da chissà chi altri, rischia di assumere dimensioni epocali, di trasformarsi in una sfida strategica per l’Europa, come accadde più di 20 anni fa con la caduta del Muro di Berlino, ha avvertito ieri l’eurodeputato Mario Mauro, capogruppo Pdl, che ha chiesto e ottenuto l’iscrizione all’ordine del giorno dell’europarlamento di un dibattito già oggi sull’argomento. E poi, a stretto giro, ha chiesto, con una lettera ai presidenti di consiglio, commissione e parlamento Ue, la convocazione di un vertice straordinario dei 27 capi di governo dell’Unione. «Quel che sta accadendo nel Maghreb deve far rimettere in discussione la pochezza della strategia euro-mediterranea della Ue. Non basteranno le iniziative della commissione, i dibattiti parlamentari o i pattugliamenti di Frontex. La storia ci pone davanti a una sfida che va affrontata con la stessa determinazione e le stesse risorse impiegate in questi anni per stabilizzare i paesi dell’Est».

La presidenza di turno ungherese dell’Unione ieri ha risposto dicendosi disponibile a organizzare il summit. Nel frattempo mercoledì a Bruxelles i rappresentanti permanenti dei 27 discuteranno dell’emergenza in atto. Poi il 24 febbraio verrà il turno dei ministri Ue degli interni che si riuniranno a Bruxelles.

Il Sole 24 Ore 15.02.11
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"Silvio e le donne", di Francesco Lo Sardo

«Ho visto la solita manifestazione di parte, faziosa (…) Tutte le donne che hanno avuto modo di conoscermi sanno quale considerazione ho per loro, nelle mie aziende e nel governo ho sempre valorizzato le donne al massimo, sono convinto che abbiano una marcia in più». Berlusconi è sotto botta. Berlusconi è in stato confusionale. Ma Berlusconi non è un fesso. Quindi sa perfettamente cosa e quanto rischia. Dopo il voto nordista, dopo il voto legalitario, dopo il voto meridionale, dopo il voto cattolico, è la volta del voto delle donne del centrodestra. Il Pdl sta andando in pezzi, il suo blocco sociale si sta sgretolando. Anche nell’invincibile muraglia del voto femminile che a Berlusconi ha fatto da scudo per tanti anni s’è aperta una falla. Le grandi manifestazioni di piazza delle donne, checché facciano spallucce i caporali del Pdl, hanno fatto male. Nell’entourage di palazzo Grazioli sottovoce, lo ammettono e spiegano il perché: perché quelle mobilitazioni allargano una falla già aperta. Le parole del Berlusconi “valorizzatore delle donne”, materializzatosi ieri mattina al telefono con Maurizio Belpietro su Canale 5, mettono in luce l’ultima delle catastrofi che si sta abbattendo sul Cavaliere. Le donne hanno sempre rappresentato, nella composizione dell’elettorato berlusconiano, la colonna portante. Era così già in Forza Italia. Nel 2006 su cento elettori forzisti 59 erano donne, 41 uomini. Nell’armata del Predellino le donne hanno continuato a costituire la fanteria pesante: secondo uno studio Ipsos del 2009 il 42,6 per cento del totale dell’elettorato femminile votava per il Pdl a fronte di un 37 per cento di uomini. Dati analitici ormai travolti dalla caduta verticale del Pdl, precipitato in valori assoluti a quota 27,2 per cento. Nel voto al Pdl le donne, dicono all’Ipsos, oggi peserebbero il 30 per cento, il 33 per cento se si prende in esame la popolazione femminile anziana, il 36 per cento quella anziana con bassa scolarità. L’area del voto delle donne, già fortemente ridotta, adesso è a rischio collasso. I sondaggisti del Cavaliere vedono questo tradizionale, strategico pezzo del suo elettorato in fuga verso l’astensionismo. Un abbandono dalle conseguenze esiziali per Berlusconi. La controffensiva è fragile. Come dimostra l’operazione del berlusconiano Chi, servizio fotografico e intervista collettiva tutto compreso a undici donne del Pdl, ministre, sottosegretarie e deputate a dimostrazione di quanto il Cavaliere si sia speso per la causa delle donne. Ma è come tentare di chiudere una voragine con un tappo di sughero. La gestione mediatica dell’affaire Ruby da parte di Berlusconi è stata ed è un disastro, grottesco e tragico. Il processo di sfaldamento dell’elettorato femminile del Pdl è solo all’inizio. Al Cavaliere non resta che farsi tatuare come Angelina Jolie quel motto che ben racchiude l’epilogo della sua avventura: Quod me nutrit, me destruit. Ciò che mi nutre mi distrugge. Le donne.

da Europa Quotidiano 15.02.11

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“La pastella radical chic”, di Tiziana Ragni

«Un luogo abbastanza grande per contenere contemporaneamente mamma, papà e zia dovrà necessariamente contenere anche me». In attesa di familiarizzare con le leggi di Keplero mia nipote normalmente regola il funzionamento dell’universo, il suo, quasi unicamente con questa. E dunque domenica la novenne si trovava a piazza del Popolo a Roma. É chiaro che, rispetto ai timori di portare bambini in piazza, una volta che la creatura era stata esposta il giorno prima alla visione delle mutande di Ferrara e di Liguori nei tiggì, anche i genitori hanno valutato che un rischio peggiore era difficile farglielo correre in piazza.
Si comincia dunque dai fondamentali.
«Zia, che è una ma-ni-festa- zio-ne?». Lo scandisce perché è consapevole della portata dell’eveto, ci terrei a chiarirlo, non perché la zia sia sorda. «Una manifestazione è un posto nel quale si ritrovano tante persone che vogliono dire qualcosa ». «E noi che dobbiamo dire oggi?». «Noi oggi vogliamo dire che bisogna avere rispetto delle donne e del paese nel quale si vive». Resta in silenzio, agita un po’ il palloncino che ha rimediato a uno stand. Poi: «Ah.
Pensavo che almeno questo lo sapevamo già». Non tutti, tesoro, non tutti.
La zia indossa un cappellino abbillè rosa con una piuma sulla quale è riassunto il concetto: “Mo’ basta” che in effetti non passa proprio inosservato e quindi attira sguardi, amiche, pacche sulle spalle e foto. La cosa la diverte. La piazza è gremita e continua ad arrivare gente da ogni dove, comprese le amiche delegate della “rivoluzione della pastella” con le quali la medesima zia ha appuntamento.
Lei si guarda intorno un po’ spaesata e pure la zia, in verità, che una cosa del genere non pensava proprio. «Zia, ma queste sono tutte amiche tue?». Zia ne approfitta per giocarsi la parentesi lirica della giornata: «Beh, in qualche modo sì».
Un concetto che rielaborerà a lungo in silenzio per poi confidare a una vicina: «Mia zia è un tipo molto socievole ».
Inizia lo spettacolo. Di persone, di cartelli, di visi, di slogan, di musica.
Ma inizia anche a sanguinarle il naso. E in coincidenza con l’insostenibile lunghezza del poema epico per voce recitante, la giovane older è costretta ad abbandonare il campo per infortunio. Si capisce che le dispiace ma a quel punto è più spaventata che curiosa di capire come andrà a finire. Piange. Poi fa un ciao ciao con la manina libera mentre con l’altra regge i fazzoletti sul naso seguendo i genitori che cercano di farle largo tra la folla: la zia vede solo un paio di occhioni e capisce che è per quelli, soprattutto, che sta qua.
Perché tutto sommato la zia fin qui se l’è cavata. Ma il conto del disastro culturale di questi anni rischiano di pagarlo soprattutto lei e quelle della sua generazione.
Il resto è cronaca che conosciamo.
È però qui gradito citare, su tutti, l’intervento in stile “Wilma dammi gentilmente la clava” di suor Eugenia Bonetti, che da qui in poi per brevità chiameremo suor Towanda. È che la giovanotta, giusto in mattinata, aveva servito la sua prima messa con l’abito da chierichetta e, a vedere pure qualche suora sparsa in piazza, l’aveva trovato un elemento di ulteriore rassicurazione.
Spiace, invece, che non abbia trovato una sponda, anche silenziosa, sul fronte che più le sta a cuore: la scuola. Perché è proprio domenica che il ministro della pubblica istruzione ha aggiunto, a un elenco purtroppo già nutrito di imbarazzanti performance, il sigillo che la porrà nelle antologie, in quanto a lungimiranza e senso dell’opportunità, fra il divino Otelma e il sulfureo La Russa, parlando di riunione di «poche radical chic».
Parole che qualificano chi le pronuncia prima di riuscire a offendere le destinatarie già prima dell’intervento di suor Towanda. Ma che a quel punto deflagrano, calando sulla performance della ministra in quota cattolicesimo di lotta e di governo.
Insomma arriva l’ora di tornare a casa. E alla zia viene in mente in quel momento che, poco prima dell’abbandono, la giovane older le ha lasciato un’altra consegna. Dopo aver chiesto se ci sarebbe stata anche la musica alla fine ha chiosato: «Sì, zia, belle queste manifestazioni.
Noi, però, le chiamiamo feste».
Quello che però ancora non sa è che oggi c’è un’altra parola che ha incontrato sul campo. Sta dentro all’sms che manda dopo qualche ora: «Cara zia, io sto meglio. Va bene se ci rivediamo un’altra volta con meno gente? Però salutamele tutte, le tue amiche. Ah e lo sai che poi quando sono dovuta andare via due carabinieri mi hanno fatta sedere sul seggiolino della camionetta e mi hanno offerto un ovetto Kinder? E sono stati tanto gentili con me. E tante persone che passavano mi hanno incoraggiata e consolata.
Mi è piaciuto, anche così».
Ecco, tesoro, non solo sei stata a una festa e hai mangiato l’ovetto: hai pure dato un assaggio alla solidarietà. Ricordatelo. E a buon rendere.

da Europa Quotidiano 15.02.11

"Così con Andreatta battemmo l'inflazione a due cifre" di Carlo Azeglio Ciampi

Ho accettato ben volentieri l’invito di Enrico Letta a ricordare le vicende del 1980-81 che portarono Beniamino Andreatta e me a stipulare quello che è passato alla storia come il “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia. Sulle qualità di Andreatta, come uomo di studio e di lungimirante impegno civile, mi sono già espresso altre volte, segnatamente in occasione della giornata di studio promossa dall’allora ministro dell’Economia e delle Finanze, Tommaso Padoa-Schioppa, il 13 febbraio 2008. Agli inizi degli anni 80, l’Italia viveva la seconda crisi petrolifera; il livello dei prezzi segnava un tasso annuo superiore al 20 per cento. Da quasi dieci anni l’Italia conviveva con un’inflazione a due cifre, che non ci doveva abbandonare per altri cinque anni.

All’assemblea della Banca d’Italia del maggio 1981, interpretando l’anima dell’istituto che mi era stato da poco affidato, indicai tre condizioni per restituire al paese stabilità monetaria: una politica dei redditi volta alla disinflazione; una banca centrale completamente indipendente; il pieno controllo del bilancio pubblico e della conseguente creazione monetaria. Vorrei richiamare, per sommi capi, le tre condizioni che enunciai allora:

1 – «Il ritorno a una moneta stabile richiede un vero cambiamento di costituzione monetaria, che coinvolge la funzione della banca centrale, le procedure per le decisioni di spesa pubblica e quelle per la distribuzione del reddito. Prima condizione è che il potere della creazione della moneta si eserciti in completa autonomia dai centri in cui si decide la spesa… Oggi quella condizione deve essere soddisfatta soprattutto nei confronti del settore pubblico, liberando la banca centrale da una condizione che permette ai disavanzi di cassa di sollecitare una larghezza di creazione di liquidità non coerente con gli obiettivi di crescita della moneta. Ciò impone il riesame dei modi attraverso i quali, nel nostro ordinamento, l’istituto di emissione finanzia il Tesoro: lo scoperto del conto corrente di tesoreria, la pratica dell’acquisto residuale dei buoni ordinari alle aste, la sottoscrizione di altri titoli emessi dallo stato. In particolare è urgente che cessi l’assunzione da parte della Banca d’Italia dei Bot non aggiudicati alle aste».

2 – «Seconda condizione sono regole di procedura che collochino le grandi decisioni di spesa nella prospettiva dell’equilibrio monetario… Alle decisioni di spesa pubblica bisogna dare regole che costringano al rispetto sostanziale dell’obbligo di copertura… Occorre ricercare e definire solennemente forme, quali ad esempio l’obbligo del pareggio fra le entrate e le uscite correnti, con le quali dare concreta attuazione al principio enunciato nella Costituzione…».

3 – «Terza condizione: occorre ricercare e definire forme istituzionali attraverso le quali la negoziazione collettiva ritorni a essere strumento di governo della dinamica dei redditi e della condizione del lavoro anziché di distruzione della moneta… Autonomia della banca centrale, rafforzamento delle procedure di bilancio, codice della contrattazione collettiva sono presupposti del ritorno e une moneta stabile».

Nel nostro paese, nello scorcio degli anni Settanta e all’inizio degli anni Ottanta, la creazione di “moneta di banca centrale” – la moneta ad alto potenziale che stava alla base della piramide della creazione della moneta e del credito – avveniva principalmente attraverso il canale del Tesoro (gli altri due essendo le banche e l’estero): questo per effetto di una convenzione, non in forza di un obbligo di legge, che faceva sì che la banca agisse da acquirente residuale di tutti i BoT emessi dal Tesoro, al tasso d’interesse deciso dallo stesso Tesoro.

Il governatore Baffi, nelle Considerazioni finali del 1976, spiegò che la banca aveva creduto di «accettare la validità di una ragione economica storica più cogente della pur profonda convinzione di quanto sia effimero e dispersivo il sostegno dell’occupazione e del reddito affidato all’inflazione». In effetti, la creazione monetaria operata per il tramite del canale Tesoro agiva come un potente volano di svilimento del valore, interno ed esterno, della moneta, attraverso una costante creazione del combustibile – la “base monetaria” – che alimentava i processi inflazionistici.

In quelle difficili condizioni, l’azione della banca centrale nel controllo dei flussi monetarie finanziari si traduceva in un continuo sforzo di assorbire (mop up, si diceva allora) la liquidità in eccesso, principalmente attraverso operazioni di mercato aperto. Ricordiamo inoltre che, per un’economia di trasformazione quale quella italiana, caratterizzata da un elevato grado di apertura sull’estero, la presenza di un’elevata liquidità sul mercato interno facilmente si traduceva in tensioni sul cambio e sul tasso d’inflazione importata. Aggiungasi che il nostro sistema di determinazione delle retribuzioni, pubbliche e private, era fortemente indicizzato. Ben pochi mettevano in dubbio il sistema delle indicizzazioni al 10%, effetto della scala mobile conseguente agli accordi fra le parti sociali del 1975. All’estero, ciò consolidava l’immagine di un’economia italiana caratterizzata da una congenita propensione all’inflazione.

Andreatta e io eravamo convinti che fosse indispensabile ridare autonomia alla politica monetaria; di qui l’idea di modificare la prassi introdotta nel 1976 secondo la quale la Banca d’Italia agiva da acquirente residuale dei titoli invenduti in asta. Nell’autunno del 1980 avemmo con Andreatta lunghi colloqui sull’argomento. Trent’anni fa, proprio di questi giorni, sulla base di uno studio condotto da un gruppo di lavoro congiunto Tesoro-Banca d’Italia, ci scambiammo, con Andreatta, alcune lettere con le quali si poneva termine al meccanismo automatico di acquisto residuale; l’accordo si perfezionò nel luglio del 1981.

La riconquistata autonomia della banca centrale riduceva il finanziamento agevolato della spesa pubblica, cosicché il tasso d’interesse poteva riprendere il suo ruolo chiave di determinazione delle condizioni di equilibrio nel mercato monetario e finanziario.

Con l’adesione alla moneta unica quel cammino è stato portato a compimento. Soprattutto, la società civile ha maturato una nuova mentalità, centrata sulla stabilità quale condizione essenziale per un maggiore benessere economico e sociale. Ciò rese l’Italia degna di partecipare fin dall’inizio alla moneta unica.

L’articolo è uno stralcio del discorso che Carlo Azeglio Ciampi tiene oggi al convegno «L’autonomia della politica monetaria». Una riflessione a trent’anni dalla lettera di Andreatta che avviò il divorzio tra Tesoro e Bankitalia

Il Sole 24 Ore 15.02.11