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"Un grido al Paese", di Natalia Aspesi

Duecentomila a Roma, centomila a Milano e Torino, 50mila a Napoli, 30mila a Firenze, 20mila a Palermo, persino a Bergamo 2000. In tutte le 230 piazze italiane, più una trentina straniere, almeno un milione, forse di più, non ha importanza. Importa l’immenso, forse inaspettato successo, il risveglio improvviso di chi sembrava rassegnato al silenzio, a subire, ad adeguarsi. Invece il messaggio delle donne, ‘se non ora quando?´, è corso veloce ovunque, e ha riempito le piazze come un richiamo ineludibile, finalmente sorridente, entusiasta, liberatorio.
Basta, basta, basta! il basta delle donne al di là di bandiere e partiti, il basta contro questo governo e questo premier, il basta contro la mercificazione delle donne ma anche contro l´avvilimento di tutto il paese. Il basta gridato da tutte, le giovani e meno giovani, le attrici e le disoccupate, le studentesse e le sindacaliste, le suore e le immigrate, le casalinghe e le donne delle istituzioni, facce note ma soprattutto ignote, donne tutte belle finalmente, non per tacchi a spillo o scollature o sguardi seduttivi, ma per la passione, e l´indignazione, e l´irruenza, e la coscienza di sé, dei propri diritti espropriati e derisi: e uomini, tanti, finalmente non intimiditi o infastiditi dal protagonismo femminile, consci che il basta delle donne poteva avere, ha avuto, un suono più alto, più felice, più coraggioso, cui affiancarsi, da cui ripartire per cambiare finalmente lo stato del paese. In mano alle donne, ieri, la politica si è fatta più radicale e credibile, perché ha usato le parole, le voci, i gesti, non per le solite invettive e ironie e slogan e promesse che intorbidiscono e raggelano, ma per raccontare il disagio, la paura, la fatica, la rabbia, l´umiliazione, che le donne vere sopportano ogni giorno, come lavoratrici senza lavoro, e madri senza sostegno pubblico, e professioniste la cui eccellenza non le esime dalla precarietà, e giovani donne che non possono fare figli perché senza sicurezze per il futuro, e donne che nessuno protegge dallo sfruttamento, dai maltrattamenti, dall´amore assassino dei loro uomini.
Si sa che l´armata mediatica del berlusconismo che deve il suo imperio alla menzogna e alla capacità di confondere, aveva stabilito che la manifestazione di oggi sarebbe stata dettata dal bigottismo di donne così sfortunate da non poter fare le escort, e da una superba rivalsa contro le vittoriose ragazze di Arcore e altrove. Che delusione! Nessuna, delle tante donne che si sono alternate sul palco, emozionate eppure decise, forti, ha avuto parole arroganti di separazione tra le buone e le cattive. Al massimo è stato detto quello che anche le belle signore del Pdl dovrebbero condividere: che cioè i letti dei potenti più o meno ossessionati dal sesso non dovrebbero essere istantanee scorciatoie per entrare in ruoli pubblici di massima responsabilità. E per esempio la sempre improvvida Gelmini, prima ancora che le piazze cominciassero a riempirsi, annunciò che ci sarebbe stato solo un gruppetto di desolate radical chic, termine così stantio e irreale che forse gli esperti di slogan del governo dovrebbero modificare. Povera ministra da poco mamma e scrittrice di libri per l´infanzia, oltre che falciatrice dell´istruzione pubblica italiana. Davanti a quelle migliaia di persone in ogni piazza, a quel milione accorso al richiamo di un piccolo gruppo di donne arcistufe e finalmente decise a ribellarsi, cosa avrà pensato?
Se persino le donne scese in piazza, persino i partiti dell´opposizione, non si aspettavano un simile successo, figuriamoci gli altri: hanno cominciato a perdere la testa, e prima ancora che vengano dettate dal politburo governativo gli slogan denigratori per negare la realtà, han fatto la loro brutta figura, accusando curiosamente la manifestazione di essere antiberlusconiana: come infatti vistosamente, fortemente, appassionatamente, voleva essere. I cervelloni berlusconisti da poco tornati a galla come ultima trincea, terrorizzati da quelle piazze gremite, hanno parlato di “odioso sfruttamento delle donne per abbattere il premier” non avendo capito niente dell´autentica civile autonoma rabbia femminile; c´è chi ha vaneggiato di una contro-manifestazione da parte delle ministre in carica, “di orgoglio e di amore anche nelle sue perversioni”, e la solita sottosegretaria cattivissima, lei devota ad ogni sospiro del suo idolo e fan delle sue movimentate serate, ha accusato le centinaia di migliaia di donne in piazza “di essere solo strumenti degli uomini”, non si sa quali, ma di sicuro non dell´ormai pericolante premier.
Chissà se le tante donne intelligenti e libere che hanno trovato mille colte ragioni per disertare una manifestazione che non risultava loro sufficientemente femminile o femminista, si sono alla fine commosse nel vedere tante altre donne, più sbrigative e meno sofisticate, gridare insieme, senza divisioni, senza distinzioni, il loro bisogno di dignità e di cambiamento. Che poi la differenza è anche questa: le donne non berlusconiane sono in grado di scelte differenti, libere di agire secondo i loro principi in contrapposizione con altre anche se le divergenze sono capillari: nessuna delle signore berlusconiane, dai loro scranni di ministre, sottosegretarie, rappresentanti di partito, osano esprimere non si dice un dissenso, ma un lievissimo, simpatico dubbio. Loro sì, pare, sono al servizio del maschio padrone.
Però una domenica come quella di ieri, così bella, e appassionata, e corale, dovrebbe mettere in guardia anche l´opposizione. Le donne hanno detto basta a questo governo e al suo leader, ma resteranno vigili: dalle piazze ieri è venuta allo scoperto una riserva di energia, di intelligenza, di bellezza, di potere, di senso del futuro femminile, che parevano dispersi o rassegnati. Le donne promettono obiettivi ambiziosi, assicurano che non torneranno indietro, soprattutto che dopo una così straordinaria, spontanea prova di forza, niente, ma proprio niente, sarà più come prima.

La Repubblica 14.02.11

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Una manifestazione politica senza bandiere nè politici

Esponenti del mondo dello spettacolo e della cultura, ma anche religiose e giornaliste sul palco di piazza del Popolo. Suor Eugenia Bonetti: “Non ci rendiamo conto che la prostituzione del corpo delle donne è diventata parte integrante del quotidiano”. Cicchitto (Pdl) : “E’ lo schieramento antiberlusconiano fondato sulla sinistra”. Le organizzatrici, dal palco hanno dato il via alla manifestazione di piazza del Popolo. “Questa piazza piena di tante donne tutte diverse, tanti giovani e tanti maschi è una straordinaria emozione. Siamo qui perché abbiamo voglia di cambiare, di parlare della dignità della donna e di comunicare la nostra forza”, ha detto l’attrice Lunetta Savino che con Francesca e Cristina Comencini fa parte del gruppo che ha organizzato l’evento. “Tutta questa folla io me la aspettavo – continua la Savino, che il pubblico televisivo conosce soprattutto per ‘Un medico in famiglia’ – è una sfida sicuramente vinta perché dieci donne in pochi giorni hanno lanciato un tam-tam che evidentemente altre donne non aspettavano che raccogliere”. Lunetta Savino ha rivendicato che ‘Se non ora quando?’ sia “una manifestazione politica, perché tutto è politica, la vita è politica e questo termine riconsiderato nel senso più alto e più nobile non è certo una parolaccia”.

C’è stata anche suor Eugenia Bonetti, missionarie delle Consolate in Africa per 24 anni e a Torino da qualche tempo nel centro Caritas dove ha conosciuto il mondo della strada, della disperazione, delle nuove schiave, sul palco a piazza del Popolo a Roma e tra gli applausi ha spiegato: “Voglio dare voce a chi non ha voce, alle nuove schiave che vengono nel nostro Paese pensando di trovare un futuro migliore. E’ per loro e per tutte noi che faccio appello perché sia riconosciuta la dignità della donna. Di queste schiave siamo sorelle e madri per noi e per loro dobbiamo dire basta a questo indegno mercato del mondo femminile, a quei diretti umani fondamentali che sono negati”. Suor Eugenia Bonetti ha fatto diretto riferimento a Rubygate: “Sono notizie che ci sgomentano che ci portano a pensare che siamo lontani in Italia dal considerare la donna per ciò che è. E non ci rendiamo conto che la prostituzione del corpo delle donne è diventata una parte integrante del nostro vivere quotidianamente. Non possiamo restare indifferenti a questa mentalità, ne siamo tutti responsabili e bisogna da oggi fare ciascuno la propria parte”, ha concluso tra gli appalusi.

E mentre sul palco l’attrice Isabella Ragonese e le altre sue colleghe-organizzatrici ballavano scatenate sulla musica di Patty Smith, un’emozionata e sorpresa Serena Dandini ha spiegato: “Questa piazza non può lasciare indifferenti, sarò una inguaribile ottimista ma io tutta questa gente me l’aspettavo. Da una parte ho anche un po’ di rabbia perché mia figlia è qui in piazza e questo vuol dire che dopo tanti anni quella cultura patriarcale e maschilista che pensavamo di aver sconfitto o quantomeno addomesticata è invece viva e ci ha portate di nuovo a scendere in piazza”.

Lontana da tempo dalla vita pubblica, oggi però Monica Vitti è voluta scendere in piazza per far sentire anche la sua voce alle donne di piazza del Popolo. “le donne mi hanno sempre sorpreso”, ha detto per lei Angela Finocchiaro riportandone tutto l’orgoglio per la protesta ‘Se non ora quando?’. Presente anche Antonella Cannarozzi, l’unica italiana nominata quest’anno agli Oscar in gara per i costumi di ‘Io sono l’amore’. “Sono qui – ha detto – per mettere in luce l’Italia sana, di grande talento, che fa fatica a proseguire e a portare avanti le proprie scelte. E’ un’Italia che c’è, di cui fanno parte tante donne, che ha bisogno di uscire da questo fango che ci circonda”.

In diretta dalla piazza è andato in onda il programma di Lucia Annunziata “In 1/2 ora” su Rai3. Ospiti della trasmissione, la deputata Fli Giulia Buongiorno: “Non sono qui per criticare i festini hard, ma per farlo quando diventano sistema di selezione della classe dirigente”. Rispondendo poi a una domanda sui rischi di caduta del governo, Buongiorno ha risposto, riferendosi alla partecipazione alla manifestazione, che “la caduta del governo è una cosa più piccola rispetto a ciò che possiamo fare”. Poi dal palco la deputata Fli è intervenuta ricevendo un caloroso applauso: “Questa non è una piazza di moralisti, come ha detto qualcuno nei giorni scorsi, questo è un modo per sminuire la vostra presenza qui. Si ha paura di voi. Questa paura – ha spiegato – è determinata dal fatto che se questa mobilitazione di oggi prosegue, si crea davvero qualcosa di travolgente”.

La parlamentare finiana ha commentato poi un cartello nella piazza che recita: “Il caso Ruby è la goccia che ha fatto traboccare il vaso”. “E’ troppo ottimista questa frase, il vaso è già traboccato da un pezzo. La questione femminile – ha detto l’esponente di Fli – c’è da sempre, le donne vivono una situazione di discriminazione permanente. Il caso Ruby è servito solo a far decidere le donne che non si può tacere. Dobbiamo lottare per essere delle protagoniste e non delle comparse. L’unico contesto in cui la donne è protagonista sono le barzellette, soprattutto quelle che vengono da Arcore”. Il presidente della Commissione Giustizia della Camera, Giulia Bongiorno, a conclusione del suo intervento ha aggiunto: “Basta con tutte queste leggi ad personam. Ne abbiamo fatte abbastanza”.

Altro ospite dell’Annunziata è stata la leader della Cgil Susanna Camusso che ha rivolto le sue parole al ministro Maria Stella Gelmini: “Ha perso un’altra occasione per tacere. ‘Ogni volta che parla di una manifestazione sbaglia e non si accorge di come è fatto il mondo. C’è il diritto d’opinione in questo Paese, il diritto di sentirsi donne a pieno titolo senza che nessuno ci debba dare il permesso. Altro che moralismo e radical chic – ha aggiunto – per capire basta guardarsi intorno in questa piazza, piena di donne e uomini che lavorano’. Poi la Camusso che portava sul petto una medaglia rosa con lo slogan ‘Non più disposte a farci consumare” (“Non più disposti alla dittatura del machismo” è la scritta azzurra indossata dall’ex leader del sindacato Guglielmo Epifani, anche lui in piazza del Popolo” ha ricordato la situazione di disagio del Paese sul piano economico e sociale.

Poi, dal palco, la leader Cgil ha fatto un lungo elenco, che ha ricordato quelli della trasmissione del tandem Fazio-Saviano. “La misura è colma – ha esordito la Camusso – ‘Se non ora quando?’ perché la nostra serenità è non dover mai dire che siamo state zitte o non abbiamo visto. ‘Se non ora quando?’ perché non si pensi di poter cancellare la nostra intelligenza. Senza paura – ha continuato la leader della Cgil – diciamo che il Paese che vorremmo è un paese che rispetta le donne”. La Camusso ha poi cominciato con il suo elenco di ‘Vorrei’. “Vorrei abbracciare simbolicamente tutte le donne giovani e non che lottano contro la precarietà, e vogliono lavorare e non vogliono sentire su di loro quello sguardo che svilisce e offende. Vorrei che la giustizia fosse uguale. Vorrei che quando si parla di minorenni si pensasse allo studio, al gioco, al futuro. Vorrei che chi ci definisce ‘puritane’ ricordasse i divieti che ci sono stati imposti, dalla fecondazione assistita alla pillola del giorno dopo. Vorrei che quando si dice sesso non si pensasse a un incarico politico. Vorrei un Paese con una sola morale, perché quella doppia offende e nasconde la nostra dignità. Vorrei, ma so che è così, che libertà, democrazia, sesso, donne, futuro fossero di nuovo parole pulite. Nessuna di noi – ha concluso Camusso – deve abbassare lo sguardo perché i nostri sono occhi limpidi. Farlo si può perché il futuro è nostro”.

Tra gli uomini, in piazza c’era anche Ascanio Celestini. “Penso che sia importante che in Italia le manifestazioni si trasformino da rito occasione a presidio permanente, che la politica si faccia sul posto di lavoro e nelle scuole dove si portano i figli. Sono venuto con la famiglia – ha spiegato l’attore prima di scendere dalla terrazza del Pincio verso piazza del Popolo – E’ bello starci, non penso solo a urlare, ma a partecipare”.

Stupita per la massiccia presenza di uomini l’attrice Sabrina Impacciatore: “Mi fa piacere tanta trasversalità e vedere che non c’è una caratterizzazione politica, sociale e anche di sesso perché questa piazza è piena anche di uomini. Questa per me è una manifestazione per la dignità di tutti i cittadini e doveva avvenire tanto tempo fa perché il problema non nasce oggi e anzi ringrazio Berlusconi e lo scandalo di Ruby per aver fatto esplodere così forte un problema”.

Deputate, attrice e anche cantanti. Intervistata per Domenica In – L’Arena mentre partecipava alla manifestazione odierna per le donne, Emma Marrone, la giovane vincitrice della scorsa stagione di Amici e tra pochi giorni sul palco di Sanremo con i Modà, ha detto: “Io la televisione l’ho sfruttata per arrivare al mio obiettivo che è la musica e ci sto lavorando tanto. Io canto con la gola non con le tette. Non credo di essere un prodotto da vendere in tv, una merce. Sono una persona che si impegna, come tutte quante le persone”.

Le reazioni. Proprio per il suo aspetto apolitico, durante la manifestazione gli organizzatori hanno fatto allontanare dal retropalco tutti gli esponenti politici, uomini e donne, che si erano avvicinati: Tutto si è svolto con estrema gentilezza. E’ stato chiesto di lasciare la zona riservata agli oratori e di unirsi alla folla in piazza. Invito accolto dagli interessati, senza battere ciglio.

Da Anna Finocchiaro a a Rosy Bindi; dal segretario Pd Pier Luigi Bersani accompagnato dalla moglie, all’ex segretario Walter Veltroni fino a Nicola Zingaretti. C’è tutto lo stato maggiore del Pd in piazza del Popolo a sostenere la manifestazione in difesa della dignità delle donne. Ma segretario e parlamentari ma sono restati lontani dal palco. Soltanto la presidente Rosy Bindi e la capogruppo al Senato, Anna Finocchiaro, hanno assistito agli interventi nel retropalco: gli uomini hanno scelto di non “invadere” lo spazio delle organizzatrici. Il segretario Pier Luigi Bersani era insieme alla moglie, così come l’ex segretario Walter Veltroni accompagnato anche dalla figlia. Si sono visti, tra gli altri, il capogruppo Pd alla Camera, Dario Franceschini e il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti. Nessuna bandiera del Pd, nè di altri partiti ha sventolato in piazza: c’è stata invece una manciata di bandiere tricolore e una bandiera della pace.

Anche se alla manifestazione l’Associazione Radicale Certi Diritti non ha aderito, una delegazione (tra i quali il segretario Sergio Rovasio) è stata comunque presente in piazza a Roma: “Siamo – ha precisato – per la legalizzazione dell’attività delle sex workers contro le ipocrisie e le falsità degli pseudo-moralisti e perbenisti di ogni genere che di giorno promuovono leggi proibizioniste e criminogene con le quali poi campano di notte”.

Tra la folla non sono mancati gli interventi dei politici. “Il ministro Gelmini sbaglia: dovrebbe venire di persona a vedere che le donne in piazza sono persone che fanno i lavori più diversi, di diversa estrazione sociale”, ha precisato la presidente dei senatori del Partito Democratico, Anna Finocchiaro. Il riferimento era alle parole del ministro che aveva definito le donne in piazza come “radical chic”. Anna Finocchiaro ha poi aggiunto che a simboleggiare l’eterogeneità delle donne in piazza c’era il simbolo scelto per questa giornata, “una sciarpa bianca che racchiude in sè tutti i colori dell’iride. Insieme alla dignità delle donne, Berlusconi offende la dignità dell’Italia. Questa è una manifestazione politica, di carattere nazionale, che pone una questione politica di carattere generale: non ha il timbro dei partiti e quindi è una vera manifestazione di popolo”.

“Siamo qui tutti insieme – ha spiegato la presidente dell’assemblea nazionale del Pd Rosy Bindi – perché vogliamo porre al centro della nostra vita e della vita del paese la parola dignità: dignità della persona, della donna, della democrazia, dell’italia. Questo movimento non si fermerà e otterrà i risultati che cerca. Questo paese merita di meglio”, ha concluso la Bindi che ha preferito non commentare le dichiarazioni del ministro Gelmini. Una manifestazione bellissima, per Walter Veltroni con “persone che vogliono girare pagina e ritrovare speranza, donne che senza bandiere di partito fanno sentire alta e forte la loro voce”.

“Non è stata solo una grande piazza. E’ stata una Roma bellissima di donne, uomini, ragazzi e ragazze. Diverse generazioni, unite da idee e valori. Una Roma forte, orgogliosa, civile che ha una grande voglia di vivere. E’ stata una meravigliosa esplosione di popolo che ci dice che l’Italia ha ancora tante energie”, ha scritto sul suo sito web, il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti. “Parlare di una manifestazione sul sesso, di lenzuola, mutande e buchi della serratura, significa dire il falso e offrire di questo movimento una caricatura molto lontana dalla realta’. Il puritanesimo – ha scritto ancora – non c’entra (ipocrita, semmai, è chi due anni faceva ideologia con il Family Day e oggi dice che tutto è lecito)”.

Durante la manifestazione è arrivato anche il commento del capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto. “Questa manifestazione è lo schieramento antiberlusconiano fondato sulla sinistra a testimonianza che è essa, insieme a un nucleo di magistrati politicizzati, ad aumentare sempre più la tensione ampliando i termini dello scontro politico”

Parole diverse invece sono state rilasciate dal leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini. “La manifestazione delle donne ha tutto il nostro rispetto perché la dignità delle donne deve riguardare tutti, destra, sinistra e anche noi uomini”. Quanto alle militanti del suo partito, Casini dice: “Ci sono donne che scenderanno in piazza, altre che resteranno a casa, ma hanno tutte il nostro rispetto”.

La Repubblica 14.02.11

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“Un milione di radical-chic?”, di Flavia Amabile

Sono scese in piazza con i ‘se’ e i ‘ma’. Anche con molti ‘però’. Perché le donne sono fatte così: partecipano, ma precisano. Soltanto una piccola parte del milione che erano e che hanno inondato le strade d’Italia, condividevano in tutto e per tutto le parole delle organizzatrici della manifestazione.

La stragrande maggioranza nei giorni precedenti aveva discusso e precisato fino a concludere: però vado lo stesso. Così è stato, e ora provare a appiccicare a questi centinaia di migliaia di ‘però’ un’etichetta unica è un po’ riduttivo. Ci prova il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini a metà mattinata, definendole «poche radical chic». Ci prova anche il capogruppo Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto secondo cui si trattava di «ex teoriche e pratiche della trasgressione tramutate in bigotte». Le donne in piazza però raccontano una storia diversa.

La stratega della piazza. Si chiama Francesca Izzo. E’ docente di Storia delle Dottrine Politiche all’Università di Napoli, scrive saggi sulla «Morfologia del moderno» o «Il cosmopolitismo di Gramsci». «Radical-chic? Definire così noi che siamo scese in piazza è il segno di un distacco abissale che ormai c’è tra questo governo rispetto al Paese. In piazza c’erano donne e uomini diversissimi fra loro. Lo stesso sul palco: abbiamo raccolto adesione di donne che sono espressione di vari orientamenti politici, culturali, religiosi. Di radical-chic ieri non c’era nulla, è stata una grande manifestazione di popolo, la prima della storia italiana di queste dimensioni guidata da donne». Sono le donne di un’associazione nata due anni fa, si chiama «Di nuovo». «Vogliamo creare una grande associazione nazionale di donne, cercando di superare le diffidenze, le gelosie dei gruppi che già esistono. Un mese fa, con tutto quello che stava emergendo ci siamo dette: senon ora, quando? Perché tutto il nostro lavoro sarebbe rimasto qualcosa di accademico senza un atto politico come una grande mobilitazione delle donne in questo momento così delicato». Una mobilitazione contro Berlusconi? «Le vicende poco private di Berlusconi sono soltanto la punta dell’iceberg – risponde Francesca Izzo – L’Italia è un Paese vecchio e maschilista: la disastrosa condizione delle donne è il segno più evidente della nostra arretratezza».

La suora delle ‘ultime’. Suor Eugenia Bonetti, 71 anni, fa parte delle missionarie della Consolata. Da anni si occupa di recuperare e aiutare donne e ragazze che si prostituiscono o che vivono in condizioni di disagio e marginalità. Responsabile dell’Ufficio anti-tratta dell’Usmi (Unione superiori maggiori d’Italia), ha trascorso 24 anni in Africa, è impegnata con la Cardias di Torino. Radical-chic anche lei? «Posso solo dire che non si può rimanere indifferenti di fronte a quanto oggi accade in Italia nei confronti del mondo femminile. Siamo tutti responsabili del disagio umano e sociale che lacera il Paese». Di qui la decisione di scendere in piazza? «Ci hanno chiamato. Noi abbiamo provocato tutto questo con una riflessione che ha fatto il giro di blog e mass media. Essere qui oggi non è stata una decisione sofferta: come suore missionarie della Consolata siamo state le prime a credere che c’era bisogno di fare qualche cosa, bisogno di dare risposte, stimolare, perchè le donne sembravano un pò appiattite, assenti o rassegnate di fronte a quello che sta succedendo. Quindi aver partecipato a questa iniziativa è stato un modo molto bello per riattivare la volontà delle donne. Stiamo dando troppo valore all’apparenza, bisogna dire basta a questo stereotipi che non corrispondono alle donne. La donna è la grande costruttrice della società ma deve tornare ad esserne cosciente».

La studentessa coetanea di Ruby. Sofia Sabatino è portavoce della Rete nazionale degli Studenti, ha deciso di salire anchye lei sul palco e leggere una lettera indirizzata a Ruby. «O meglio a Karima, ti voglio chiamare così». «Tu hai la nostra stessa età – ha detto Sofia – ma sembra tu stia dall’altra parte della barricata. Io studio e faccio politica, di te invece leggiamo sui giornali». Le «cose che ci accomunano», è che «siamo donne e giovanissime». La televisione e la società ci «hanno obbligato a scegliere tra corpo e mente. Ma la libertà è solo se corpo e mente stanno insieme».

La pluri-mamma cattolica. Rita Andreani, 39 anni, Si fa strada in mezzo alla folla con un bebè in passeggino e altri due aggrappati al papà. Era proprio il caso di scendere in piazza? «Confesso di non aver letto la lettera che chiedeva alle donne di mobilitarsi. So però che viviamo in un Paese che sta perdendo il senso di ogni cosa. L’amore viene trasformato in sesso, i corpi in merce da comprare, e le emozioni chissà dove sono finite. Abbiamo tre figli, li abbiamo desiderati e voluti, ringraziamo il Signore che ce li ha mandati, ma non vogliamo che crescano in un Paese che sostituisce il denaro ai sentimenti. Questo mi sembra il posto per dirlo».

La precaria-tata a ore. Moira Cassetti, 29 anni, ha un adesivo rosso appiccicato al giubbotto: «L’amore è gratis». Sorride: «Fra un po’ anch’io sarò gratis. Lavorerò per la gloria, perché in Italia gli unici lavori per donne pagati seriamente sembrano le prestazioni sessuali. Il resto, boh! Sarei una maestra, ogni tanto ottengo una supplenza. Ma mi mantengo facendo la tata. Guadagno di più pulendo i sederini dei bambini a domicilio che nelle scuole. Nessuno però mi fa firmare un contratto, nessuno mi dà la possibilità di avere il diritto di prender eun’influenza senza perdere metà del mio stipendio perché quando hai un’influenza chi ti chiama più a lavorare con dei bambini? Ed è un paese per donne, questo?».

La Stampa 14.02.11

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Tante insegnanti e studentesse in piazza per difendere la “dignità delle donne”
I 230 cortei composti da un numero di adesioni oltre le aspettative: un milione solo a Roma. Per il ministro Gelmini hanno sfilato sole poche radical chic che manifestano per fini politici. Intanto la Rete della Conoscenza produce una video-lettera per superare la cultura maschilista e patriarcale ostruzione, a partire da scuole e università, di una forte opposizione culturale al sessismo. C’erano anche tante insegnanti, maestre, operatrici della scuola, precarie, studentesse nella giornata delle mobilitazione contro Silvio Berlusconi e in difesa della “dignità delle donne”, che secondo le promotrici del comitato ‘Se non ora, quando?’ ha toccato il fondo con gli sviluppi del cosiddetto caso Ruby: l’avvenimento ha riscosso un numero di adesioni oltre le aspettative. Tantissime donne, ma non solo, che prive di bandiere di partito hanno sfilato nei 230 cortei organizzati in altrettante città. Il più imponente a Roma, dove sul palco di piazza Navona, davanti ad un bagno di folla, quasi un milione di persone, si sono alternate donne di primo piano nella scena pubblica nazionale e non solo. Il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, ha minimizzato l’avvenimento parlando di “ poche radical chic che manifestano per fini politici e per strumentalizzare le donne. Si tratta delle solite eroine snob della sinistra – ha continuato la responsabile del Miur – che sono uscite dai loro salotti per tentare di strumentalizzare la questione femminile e per attaccare un governo che continua ad avere la fiducia della maggioranza degli italiani. Non c’è motivo e non c’è speranza che le donne italiane vedano la propria dignità minacciata da questo governo, né che si sentano coinvolte in una speculazione politica – ha concluso Gelmini – che non capiscono, non condividono e non appoggiano”.
Chi, invece, ha molto preso sul serio l’appuntamento del 13 febbraio sono stati gli studenti. Quelli della Rete della Conoscenza, l’associazione dove da alcuni mesi sono confluiti l’Unione degli Studenti e il Link-Coordinamento universitario, oltre ad aver partecipato alle manifestazioni di piazza, hanno creato una video-lettera : un messaggio di alcuni minuti attraverso il quale hanno chiesto di superare quella ” cultura maschilista e patriarcale ” che impera nel nostro Paese puntando sulla c ostruzione, “a partire da scuole e università, di una forte opposizione culturale al sessismo, attraverso la diffusione di un’idea di sessualità realmente libera e consapevole e di un’alternativa culturale e sociale”. Il video si compone di una serie di testimonianze realizzate da diversi studenti, in prevalenza ragazze, che riassumono i motivi della contestazione, non solo giovanile: ” le pratiche politiche e di partecipazione, i tempi e la produttività nel mondo del lavoro – dicono i giovani della Rete della Conoscenza, valorizzando le differenze di genere e riducendo lo gender gap che ci colloca ancora infondo alle classifiche europee. Oggi – siamo in piazza perché un’altra idea di paese passa da un’altra idea di rapporto uomo-donna e attraverso la rivendicazione di diritti fondamentali come istruzione, lavoro, welfare che tengano conto di un’ottica di genere “.

da La Tecnica della Scuola 14.02.11

"El Pais: «Un milione di no a B. e machismo»", di Maria Zegarelli

Una cifra enorme, quasi duecentonovanta piazze in tutto il mondo, duecentotrenta soltanto in Italia: è qui, in tutti questi luoghi, l’ appuntamento per tantissime donne e- speriamo – tantissimi uomini che hanno risposto all’appello lanciato da un gruppo di donne – tra le quali Francesca Comencini e Gae Aulenti – e poi rimbalzato da un capo all’altro del mondo: «Se non ora quando? ». Se non ora quando (ri)affermare la propria forza, dignità e determinazione? Se non ora quando dire che basta con le donne usate comenella prima Repubblica si usavano le mazzette, «educate» per compiacere il Drago, apprezzate per le misure seno-vita-fianchi altrimenti trasparenti perché se l’ascensore sociale va piano per tutti per le donne è bloccato al primo piano. Proprio ora, dicono queste piazze che azzerano le distanze tra l’Italia, la Francia, l’America, la Spagna, la Svizzera, isole lontane e decine di stati stranieri. Nessun simbolo di partito, di sindacato, di associazione, niente che sia ascrivibile ad «una parte»: sonoinvitate ledonnedi destra, di centro – quelle dell’Udc fanno sapere che non saranno presenti -, di sinistra e quelle che la politica non le riguarda, le Ruby, le Minetti, le Iris, le scrittrici e le casalinghe, quelli che la sera vanno a letto presto e quelli che ci vanno tardi, quelli che leggono Kant e quelli che preferiscono Diabolik, quelli che per forza devono mostrare le mutandein un teatro ma forse iniziano ad avere un dubbio ma non lo possono dire perché il Leader indiscusso, indiscutibile, ingiudicabile, no, non permetterebbe. L’evento clou, seguito dai media di mezzo mondo, sarà a Roma, in piazza del Popolo, dove la kermesse dal palco inizierà dalle due del pomeriggio. Un minuto e mezzo di silenzio, poi l’attrice Isabella Ragonese darà lo starter e la piazza urlerà «Se non ora quando?». Dal Pincio la risposta: «Adesso». Poi le note di Patty Smith e un enorme striscione che sarà srotolato dalla terrazza del Pincio: «Vogliamo un Paese che rispetti le donne, tutte». Ragonese e Angela Finocchiaro condurranno la manifestazione dando la parola dal palco a Susanna Camusso, segretaria Cgil, Giulia Bongiorno, Stefano Ciccone, autore del libro «Essere maschi», suor Eugenia Bonetti dell’Unione Superiore Maggiori d’Italia, Suzanne Diku, ginecologa e presidente dell’Associazione delle donne congolesi in Italia enuova italiana, l’unica donna che governa una regione, Katiuscia Marini (Pd), a capo dell’Umbria, la regista Cristina Comencini, che racconterà come è nata e cresciuta l’iniziativa e l’attrice Lunetta Savino che leggerà un testo, mentre la poetessa Patrizia Cavalli leggerà una sua poesia «La patria », titolo di un libro non ancora pubblicato. Sul palco donne famose e donne comunicomeunalavoratrice precaria, una femminista, una studentessa, come nella piazza, dove ci saranno il segretario Pd Pier Luigi Bersani e la presidente Rosy Bindi, l’Idv di Antonio Di Pietro, Sel, Fli, Fds, Pri. Lucia Annunziata seguirà l’evento in diretta nel corso della sua trasmissione su Rai3 «In 1/2 ora», con interviste Margherita Buy, Ritanna Armeni oltre a Camusso, Bongiorno e Comencini. Diretta anche su Sky, Youdem, Radio Città Futura, Radio Popolare Network, Radio Articolo 1. A Milano appuntamento in Piazza Castello, sarà steso un grosso filo da bucato cui tutte le donne potranno appendere pensieri, storie, poesie e immagini, mentre a Torino è in piazza San Carlo. E poi nel mondo da Auckland ad Amsterdam a New York, Parigi, Bruxelles, Boston, Honululu, Jakarta, Seoul, Washintgon, Tokyo. «La nostra manifestazione non è fatta per giudicare altre donne, contro altre donne o per dividere le donne in buone e cattive», dicono dal comitato organizzativo rispondendo anche a chi nei giorni scorsi dalla maggioranza ha cercato di polemizzare cercando di dividere.

da www.unita.it

L'urlo da Roma: «Creare stati generali delle donne»

La manifestazione in piazza del Popolo si è svolta nel migliore dei modi possibili. Anche perché c’erano tutte le generazioni: dalle nonne alle nipotine, dalle ragazze alle madri.

Donne davanti Montecitorio: “Qui regna il c…”
Davanti all’entrata di Montecitorio alcune manifestanti hanno disteso per qualche minuto uno striscione: «Nel Palazzo regna il c…, diamoci un taglio». Sullo striscione, di colore bianco e con la scritta nera, le donne hanno sistemato regali ironici. Le manifestanti indossavano oggetti rossi: molte di loro agitavano ombrelli dello stesso colore, il simbolo – hanno detto – delle escort.

Da Bersani a Bindi: i vertici Pd erano in piazza
In piazza, tra la folla, c’erano molti esponenti del Pd, a cominciare dal segretario Pier Luigi Bersani: “Berlusconi se ne dovrebbe andare da tempo, è questo che gli chiedono le piazze. C’erano i due capigruppo in parlamento, Anna Finocchiaro e Dario Franceschini, oltre a Rosy Bindi e Walter Veltroni.

La piazza inizia a svuotarsi
La manifestazione è finita, è iniziato il deflusso dalla piazza.

Angela Finocchiario: grazie a tutte per aver permesso questo
Angela Finocchiaro legge il lungo elenco delle donne che hanno permesso tutto questo. A partire dalla regista Comencini che ha curato la regia.

Francesca Izzo: creare “stati generali delle donne”
Francesca Izzo, che appartiene a una delle organizzazioni che hanno voluto e promosso questa manifestazione “Se non ora quando?”: “impedita la più radicale delle riforme, far diventare l’Italia un paese per donne. Ma con questa giornata straordinaria abbiamo fatto uscire dall’ombra le questioni che ci stanno a cuore. Non si torna più indietro”. Prossimo apputamento, fa sapere, è l’8 marzo. E poi creare gli Stati generali delle donne italiane aperti anche agli uomini.

Manifestanti a Montecitorio
Un gruppo di manifestanti, sembra oltre un migliaio, che si era staccato dalla manifestazione in corso a Piazza del Popolo hanno invaso la piazza di Montecitorio, scavalcando le transenne e sono giunte davanti alla porta della Camera.

Ogni generazione. E anche uomini
Prevalentemente donne: ragazze, nonne, nipoti, tante generazioni in piazza del Popolo. Ma ci sono anche uomini. Più d’una lo rileva.

Marini, governatore Umbria: non voglio sia cancellato mio lavoro
Katiuscia Marini, sindaco di Todi, governatore dell’Umbria: Il mio lavoro non può essere cancellato da un’immagine delle donne come oggetto di scambio. Scambio sessuale. Non devono esserci scorciatoie per arrivare alla rappresentanza.

Piazza strapiena
La piazza del Popolo è strapiena. Una giovane mamma ha provato a entrare con la carrozzina e la figlia, ma non c’è riuscita. Le vie intorno alla piazza sono così piene che è tornata indietro. Il clima è di festa. Traffico bloccato nei dintorni.

La studentessa si rivolge a Karima
La studentessa: lettera a Karima (preferisce chiamarla così, più che Ruby).

Ginecologa africana: il colore d’Europa è anche il nero
La ginecologa africana ricorda la situazione delle donne non solo europee. E che il colore dell’Italia, e dell’Europa, è anche il nero.

Lunetta Savino: dai monologhi della vagina con ironia
Lunetta Savina, attrice tv, è una delle tante promotrici della giornata. E per il suo intervento prende spunto dai monologhi della vagina. Rileggendoli con ironia.

Alessandra Bocchetti: politica non ha arginato degrado
Non dimentichiamo una classe politica che non ha saputo arginare questo degrado. Attenzione a che la farsa non copra la vera indecenza: le scelte economiche. Attacca governi di destra ma anche di sinistra: tagliano dove bisogna investire (ma dire che hanno fatto lo stesso è ingiusto, ndr). Ottiene applausi e qualche fischio.

Stefano ciccone: questa piazza chiama anche uomini
Angela Finocchiaro introduce un uomo: Stefano Ciccone. Che dice: questa piazza chiama in causa anche gli uomini. Sono qui perché bisogna costruire un percorso dove al centro c’è la libertà e in questo percorso uomini e donne devono andare insieme. La politica – suggerisce – è anche cambiare la qualità delle relazioni. E quanto vediamo sui giornali e nelle cronache rispecchia la cultura del berlusconismo.

Suor Eugenia: dire basta. Appello a uomini e alla Chiesa
Ora è il turno di Suor Eugenia Bonetti, responsabile dell’Ufficio anti-tratta dell’Usmi (Unione superiori maggiori d’Italia): si dice inorridita dal mercato della carne femminile. Attacca il mercimonio. E lancia un appello alle autorità civili ma anche a quelle religiose. Scatenando una selva di applausi. E rivolge un appello al “mondo maschile e maschilista che non si mette in discussione”. «Rivolgiamo un grande appello alla nostra società: è giunto il momento di dire basta e di risalire la china per ritrovare la dignità della donna e per essere al fianco degli uomini perché insieme possiamo ritrovare l’armonia della famiglia e della società».

Susanna Camusso: la misura è colma
E’ il turno di Susanna Camusso, segretario della Cgil: se non ora quando? Perchè la misura è colma, esclama. Vorrei un paese con una sola morale. Quella doppia offende la nostra dignità. Il segretario della Cgil si appella agli uomini: dite “non voglio essere così”. «Questa manifestazione non può essere strumentalizzata politicamente perchè è contro tutti coloro che vogliono violare i diritti delle donne. Basta guardare questa piazza per vedere tante donne che vorrebbero venissero riconosciuti i loro diritti e la dignità di donne». Per la leader sindacale, il messaggio della piazza al presidente del Consiglio è chiaro: «Dimettiti». E alla domanda se l’Italia sia un Paese a misura di donna, la Camusso ha risposto con decisione: «Oggi no, ed è per questo che siamo qui».

Un boato apre la manifestazione
Un boato ha scosso la piazza all’apertura del pomeriggio. Piazza del Popolo. È stato «l’urlo dell’indignazione» come l’hanno chiamato le organizzatrici della manifestazione ‘Se non ora quando?’. Un minuto di silenzio e la piazza è stata avvolta da un’atmosfera irreale. Poi un enorme striscione lasciato scendere dalla terrazza del Pincio con la scritta: «Vogliamo un Paese che rispetti le donne» e l’urlo liberatorio delle decine di migliaia di persone, stipate in una piazza d’un tratto troppo piccola per contenerle tutte.

Angela Finocchiaro: 60% dei laureati è donna
L’attrice, Angela Finocchiaro, fa da conduttrice. Dà i “numeri” delle donne. Che non sono quelli del corpo, ma quelli della discriminazione del lavoro. Ad esempio le laureate sono il 60% dei laureati, ma stipendi e posti non corrispondono.

Giulia Bongiorno: donne protagoniste solo in barzellette
Parla Giulia Bongiorno, avvocatessa, parlamentare di Fli: la parità in teoria c’è, nei fatti ancora no. L’unico contesto in cui vedo le donne protagoniste è quello delle barzellette. Soprattutto se provengono da Arcore (applausi dalla piazza). L’avvocato ricorda l’importanza delle parole: come tra prostituta ed escort. E, da avvocato penalista che si occupa di violenze, ricorda la violenza contro le donne compiute in famiglia.

Susanna Camusso: questo governo è contro le donne
«Questo è un governo che ha sempre fatto una politica contro le donne. Basti pensare che il primo provvedimento è stato quello di cancellare la legge contro le dimissioni in bianco, usate per licenziare le lavoratrici in cinte», dichiara :il segretario della Cgil, Susanna Camusso, a margine della manifestazione. «Siamo qui – spiega – per non sentirci dire ‘perchè siete state zitte?’. Voglio un Paese in cui sia possibile vivere come donne con dignità. Il futuro delle ragazze – ha concluso – è una cosa fondamentale per questo Paese».

Flashmob a piazza del Pincio
«Adesso»: così le donne e gli uomini dalla terrazza del Pincio hanno risposto al palco di piazza del Popolo che chiedeva «Se non ora quando?». Il flashmob è parte della manifestazione che si sta tenendo nella Capitale a difesa della dignità delle donne. Dalla terrazza del Pincio i manifestanti si stanno dirigendo in corteo verso piazza del Popolo. Dalla terrazza è stato srotolato un striscione rosa con lo slogan «Vogliamo un Paese che rispetti le donne tutte».

da www.unita.it

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Tg1: donne in piazza?
Prima gli altri, poi pochi cenni
donne piazza popolo 6
In Italia oggi è successo qualcosa di unico e senza precedenti. Manifestazioni delle donne, per la dignità delle donne, per risollevarci dal baratro in cui è finita l’Italia grazie al signor bunga-bunga. Ma per il Tg1 la notizia non merita certo l’apertura della serata. E neppure approfondimenti speciali. Nonostante sia accaduto qualcosa di speciale: qualunque cronista lo sa.

Tutt’altro. Prima i titoli vanno sui migranti e i loro sbarchi (per i quali Berlusconi dovrebbe rimangiarsi molte parole). Poi l’Egitto. Con servizi di approfondimento. Dopo l’Algeria. Dopo 8 minuti ancora le manifestazioni delle donne hanno meritato appena un accenno. Le dimostrazioni di ieri in Algeria passano avanti.

E il servizio? Lampo, un servizio-lampo. Meglio non dedicarvi troppo tempo, quindi?

www.unita.it

"Per Lino, Angelo e Maria", di Manuela Ghizzoni*

ieri, 66 anni fa, questa comunità viveva una delle pagine più cupe e dolorose dell’occupazione tedesca, che negli ultimi mesi del conflitto, con la piena complicità dei fascisti, si fece più feroce, più accanita e fanatica.
L’11 febbraio 1945, tedeschi e fascisti compiono nel territorio di Budrione violenze e razzie; il giorno successivo, l’azione di contrasto dei partigiani approda all’assedio di una casa colonica in cui si era riparato un plotone di tedeschi proveniente da un rastrellamento a Rolo.
Durante il combattimento perdono la vita i partigiani Lino Bassoli e Angelo Cavalletti; insieme a loro cade anche Maria Guandalini, una vittima civile trucidata dai tedeschi per convincere i partigiani ad abbandonare l’azione.
Non ho vissuto quei tragici eventi, ma ne ho raccolto la testimonianza diretta da mia madre, che allora bambina provò la paura delle violenze, lo sgomento per l’uccisione di persone vicine, care, l’indignazione per i soprusi subiti e la rabbia per la dignità umana calpestata e vilipesa.
Sentimenti ed esperienze poi elaborati in un codice etico e trasfusi in un orizzonte di ideali, che hanno orientato le scelte della vita adulta.
Come tanti di voi che siete qui oggi, mi madre ha fatto testimonianza di quei sentimenti e di quelle esperienze, perché dimenticare avrebbe significato tradire il martirio di Angelo, Lino, Maria e di tutti coloro che caddero nella Lotta di liberazione.
Allo stesso modo dobbiamo fare noi e i ragazzi di oggi, perché i giovani protagonisti di allora, inesorabilmente, ci stanno lasciando e non possiamo permetterci che si disperda la memoria di chi si fece partigiano e resistente sulla spinta di un dovere avvertito come naturale e impellente, per sete di giustizia e di equità sociale, per ridare dignità a sé e all’intero popolo italiano, per far trionfare la ragione e la civiltà in tempi di barbarie.
Dobbiamo cioè perpetuare nelle nostre scelte attuali il valore civile intrinseco alla decisione di Resistere che tanti uomini e tante donne hanno compiuto allora.
L’esercizio della memoria non è collezionare ricordi, ma attualizzare la lezione del passato perché la dignità umana sia sempre affermata come valore assoluto, perché i diritti inalienabili delle persone siano rispettati e difesi sempre e ovunque. Anche oggi, nel nostro Paese.
Che domande ci siamo fatti, come abbiamo reagito davanti alla morte dei quattro bimbi rom, arsi in un rogo in un campo abusivo a Roma meno di una settimana fa? Ieri sono comparse delle scritte terribili su un muro di cinta: «Roma -4» e «Rom Raus» accompagnate dal disegno di una svastica. Fosse anche il gesto di pochi fanatici, non dovremmo noi sentirci tutti chiamati in causa?
Nell’esercizio della memoria, è sempre in agguato il rischio di cadere nella retorica o nella rassicurante sebbene sterile ritualità: dobbiamo compiere ogni sforzo per sfuggire questo rischio, soprattutto per far giungere alle ragazze ed ai ragazzi d’oggi la forza dell’etica civile che animò i giovani di allora, affinché possano riconoscersi nei valori fondanti della pace, della libertà, della giustizia e della solidarietà, affinché sia forte la loro capacità di indignarsi, sia potente il desiderio di mettere a disposizione il proprio impegno civile per il bene comune. Più che mai, abbiamo bisogno di queste virtù nel nostro Paese, nel quale sempre di più i diritti sociali e civili segnano il passo; le disuguaglianze economiche aumentano, mentre il sistema della formazione è un motore sociale bloccato; i talenti dei giovani sono mortificati tanto da comprimerne le speranze e le sane ambizioni di futuro; l’ostilità e l’intolleranza per le diversità culturali e religiose si estendono, anche in nome di una malinterpretata idea di identità, che si fa coincidere con ambiti territoriali sempre più circoscritti, mentre la globalizzazione è ormai un fenomeno inarrestabile; il discredito delle istituzioni e la perdita di senso del ruolo della politica sono ormai convincimenti diffusi, così che la pericolosa idea di semplificare la rappresentanza democratica si propaga e la deriva populista pare inarrestabile; in cui l’etica pubblica vive una crisi inedita, che mina il nostro stesso patto sociale. Queste sono le sfide che abbiamo di fronte, dal cui esito dipende la qualità della nostra democrazia.
Sfide di portata epocale per le quali, come da tempo suggerisce il Presidente Napolitano, occorre un grande sforzo collettivo, una comune assunzione di responsabilità, un più forte senso di identità e unità nazionale.
Ancora una volta può orientarci nelle scelte da compiere l’eredità della Resistenza, l’eredità del suo “beneficio morale” – evocato da Benedetto Croce – e del sentimento nazionale e patriottico di cui fu pervasa idealmente connesso al Risorgimento e all’Italia che unendosi si era fatta Stato.
Oggi, nel centocinquantenario dell’Unità d’Italia – che ancora qualcuno si ostina a negare come elemento identitario da celebrare con una festa nazionale – dovremmo riflettere di più e meglio sulle “motivazioni patriottiche dell’impegno e del sacrificio di tanti partigiani”: l’interesse nazionale e l’atteggiamento unitario potrebbero così prevale a beneficio della risoluzione dei problemi del nostro Paese.
Sarebbe anche il modo migliore per ricordare Lino Bassoli, Angelo Cavalletti, Maria Guandalini e i tanti altri che purtroppo non videro il Giorno della Liberazione.

*Sintesi dell’intervento alla celebrazione 66° anniversario della Battaglia di Budrione, 13 febbraio 2011

“Le verità rovesciate del caso Ruby”, di Luigi Ferrarella

Non è facile, guardando alla salute delle istituzioni scosse dall’inchiesta Berlusconi-Ruby, capire se la minaccino di più le bugie, che almeno con la verità hanno un rapporto (seppure rovesciato), o le affermazioni del tutto indifferenti alla verità. I 315 deputati che in una deliberazione ufficiale hanno attestato «evidente» il fatto che nel telefonare di notte alla Questura di Milano «il presidente del Consiglio abbia voluto tutelare il prestigio e le relazioni internazionali dell’Italia, giacché presso la medesima Questura era detenuta, a quanto poteva legittimamente risultargli, la nipote di un Capo di Stato estero» , hanno ridotto la credibilità istituzionale della Camera sotto i tacchi persino dell’autoconfezionata trasmissione tv nella quale Ruby stessa aveva riso della storiella di lei nipote di Mubarak. Il ministro degli Esteri annuncia che il premier potrebbe ricorrere alla Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo contro l’asserita violazione della sua privacy, e subito trova il ministro della Giustizia, tra un consiglio di guerra e l’altro con il presidente del Consiglio e i suoi avvocati-parlamentari, a garantire che «il ministro degli Esteri parla sempre ponderando le parole, e quindi se lo ha detto c’è da crederci» : sicché un trascurabile dettaglio, e cioè la regola (derogata solo in caso di non praticabilità o non effettività dei mezzi di ricorso nazionali) per cui a Strasburgo un cittadino può rivolgersi solo quando abbia prima esaurito tutti i rimedi previsti dall’ordinamento del suo Paese, lascia l’incertezza tra la colposa incompetenza o la dolosa consapevolezza di due ministri di questa rilevanza. Il ministro del Welfare, tra i tanti nei talk show, denuncia Berlusconi vittima di «117.000 intercettazioni» , senza tema del ridicolo di un numero pari a quello di tutte le intercettazioni di tutte le inchieste di tutta Italia di tutto un anno al costo di circa 180 milioni di euro, a fronte invece di intercettazioni che in questa indagine hanno ascoltato a tratti un centinaio di utenze di una trentina di persone al costo di 26.000 euro. Il ministro dell’Interno, che più volte aveva garantito la regolarità dell’affidamento di Ruby dalla polizia alla consigliere regionale pdl inviata dal premier, non si è più sentito da quando è emerso che Ruby in realtà finì proprio alla prostituta brasiliana sulla quale il pm minorile aveva posto il veto; così come non sembra aver nulla da dire sul fatto che il questore dia per scontato che il premier gli possa «raccontare una balla» , o che il prefetto ritenga la cosa più normale del mondo accogliere la raccomandazione di una delle vivaci ospiti notturne di Arcore da parte di un premier a conoscenza che mesi prima il convivente della ragazza fosse stato arrestato con 12 chili di cocaina. L’escalation delle reazioni del capo del governo è direttamente proporzionale alla (per lui) inedita impotenza legislativa rispetto al rischio, appeso ormai solo alla imminente decisione del gip, di un processo per concussione e prostituzione minorile in aula già da aprile: le norme sul «processo breve» non lo neutralizzerebbero, acrobatici decreti anti-intercettazioni non ne azzererebbero le prove, la reintroduzione dell’immunità (come pure altre riforme in chiave punitiva delle toghe) richiedono troppo tempo, i precedenti della Cassazione fanno escludere che persino la presa sul serio della storiella della nipote di Mubarak possa rendere reato ministeriale la concussione: e non sospenderebbe il processo anche un conflitto di attribuzione davanti alla Consulta, sollevato in un mega conflitto di interessi da Palazzo Chigi contro il Tribunale su un processo proprio dell’imputato inquilino di Palazzo Chigi. Tutto inutile al premier. Ma tutto costosissimo per le istituzioni. Senza saperlo, e seppure in tutt’altro modo, in fondo ha proprio ragione Berlusconi: andrebbero preservate «le vite degli altri» . Di tutti quegli altri italiani che, anche nel dopo-Berlusconi, avranno ancora bisogno di istituzioni credibili e salde, non delle macerie di quelle bombardate ogni giorno che passa.

Il Corriere della Sera 13.02.11

«Il governo mai protagonista:al massimo fa il tifo», di Giuseppe Vespo

Poteva essere un’occasione per recuperare il confronto sul piano industriale, partendo da una migliore definizione degli investimenti. Invece si continua a parlare in modo generico di venti miliardi, ma dove e come verranno impiegati non è dato saperlo». A Vincenzo Scudiere, segretario confederale Cgil, non bastano le rassicurazioni della Fiat sugli investimenti in Italia: «C’è bisogno di risposte precise sulla direzione strategica del gruppo. Invece restiamo nella più totale incertezza». D’altra parte è il presidente John Elkann a dire che “dobbiamo imparare a vivere col dubbio”. «Infatti: i dubbi sono di tutti. Delle imprese e dei lavoratori. Per renderli un po’ meno forti ci vorrebbe un governo che aiutasse le aziende a restare in Italia. Basta guardare fuori: Bmw, Volkswagen, Peugeot. In Germania, in Francia, negli Stati Uniti. Obama mette fondi e sostegno». Noi non siamo gli Usa o la Germania. Tra l’altro in Europa gli aiuti alle imprese non sono ammessi. «Ma, come avviene in Germania o in Francia,nonsono vietate politiche industriali d’investimento sulla ricerca e l’innovazione. Si possono cercare soluzioni diverse ai problemi del mercato. Invece in Italia il governo preferisce stare a guardare, assiste come uno spettatore che fa il tifo per la Fiat e non è mai protagonista. Perché? «Non fa parte della sua politica, del ruolo che pensa debba avere nel Paese. L’aver negato per molto tempo la crisi, l’essere intervenuti così in ritardo su Fiat, sono la dimostrazione di come si scelga di stare a galla più che di prendere il toro per le corna. Mentre le responsabilità vengono scaricate tutte sui lavoratori: anche oggi (ieri) Sacconi è tornato a parlare della “governabilità delle fabbriche” ». Ci sono diversi esponenti dei sindacati e dei partiti che si dicono soddisfatti di quanto garantito ieri da Marchionne e Elkann. «È vero. Ciascuno, a seconda del suo ruolo, si accontenta di quello che dice Marchionne. Tutti sostengono genericamente che bisogna creare le condizioni perché l’investimento si faccia. Questo dà l’idea dell’incertezza in cui ci muoviamo ». La Cgil è impegnata su più fronti: all’esterno con i sindacati e i partiti che sostengono gli accordi Fiat; all’interno con la Fiom e adesso anche la Funzione pubblica in piena mobilitazione. «È chiaro che le criticità che si vivono nei luoghi di lavoro si riflettono poi all’interno del sindacato. Per quel che riguarda l’ultimo strappo, quello al tavolo della funzione pubblica, è ancora una volta opera del governo, che ha favorito l’intesa separata. Stiamo decidendo come proseguire l’azione sindacale. Per quanto riguarda il rapporto con gli altri sindacati, noi speriamo che si possa tornare a discutere di crescita, democrazia e rappresentanza, sennò sarà complicato andare avanti. Su democrazia e rappresentanza, la Cisl vi chiede di ripartire dal tavolo del 2008. «Prima di tutto bisogna ripartire: noi abbiamo fatto una proposta che non è ultimativa, ma ci vuole la volontà di tutti di tornare al tavolo. Torniamo alla Fiat. Se la immagina, come dice Marchionne, a più teste? «È già a più teste, è una multinazionale. Il problema è capire dove sarà il centro direzionale. Dove si decideranno politiche e strategie globali ».

L’Unità 13.02.11

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“Fiat: il vertice non scioglie i nodi. Resta in Italia,ma fino al 2014”, di Federica Fantozzi

Due ore di vertice a Palazzo Chigi non spazzano via le ambiguità sul futuro della Fiat. Ieri mattina i vertici dell’azienda torinese, il presidente John Elkann e l’amministratore delegato Sergio Marchionne, hanno visto Berlusconi, Gianni Letta, i ministri dell’Economia Tremonti, delle Comunicazioni Romani e del Lavoro Sacconi.

FUTURO ANCORA INCERTO Confermati 20 miliardi di investimenti in tre anni per raddoppiare la produzione auto (dalle 650mila attuali a 1 milione 400mila). Ma sulle condizioni affinché la testa del gruppo resti italiana il velo si alzerà nel 2014. E il Lingotto ha chiesto le «condizioni di competitività giuste» per investire, prima tra tutte «la governabilità delle fabbriche». Sacconi conferma: «Il nodo è la governabilità, noi siamo d’accordo ». Lunedì sera è previsto l’incontro tra il governo e i sindacati. Quello di ieri era un incontro obbligato, dopo le polemiche dei giorni scorsi seguite all’annuncio di Marchionne: risanata la Chrysler, Fiat sarebbe andata «via da Torino». Verso Detroit. Parole choc, piombate come macigni in calce ai controversi referendum che hanno, a malincuore da parte degli operai, sancito la nascita delle “newco” libere dai vincoli del contratto nazionale di categoria. A quel punto il governo, che durante la partita Fiat era stato molto defilato – a partire da Berlusconi e Tremonti – si è trovato costretto a intervenire. Se non altro per non perdere la faccia.

LA CGIL: È UNA PASSERELLA Intervento però giudicato tardivo e inutile sia dall’opposizione che dalla Cgil. «Una passerella – ha detto Susanna Camusso – Se un esecutivo non è in grado di essere autorevole nei confronti di una grande impresa la si insegue come è accaduto solo ieri». La segreteria confederale Cgil ha anche bocciato il vertice in una nota: «Non ha risolto i problemi, sia dal punto di vista dell’ allocazione degli investimenti e quindi della definizione precisa del piano industriale, sia dal punto di vista della collocazione della di rezione strategica del gruppo, rimandata al 2014». «Alla buon ora» aveva commentato in mattinata il segretario del Pd Pierluigi Bersani «Avrei molte domande da fare a Marchionne, spero che gliele farà il governo». E se il sindaco torinese Sergio Chiamparino e Piero Fassino, uno dei possibili candidati a succedergli sotto la Mole, vedono un «significativo passo avanti» nella conferma degli investimenti economici e nella crescita della produzione di veicoli, Stefano Fassina dalla segreteria di Largo del Nazareno boccia il vertice che «non ha chiarito nulla. È stato un passaggio ad uso mediatico, data l’assenza di strategie industriali da parte del governo». Per Antonio Di Pietro è andata «addirittura peggio del previsto, il governo avalla l’azienda in tutto e per tutto».

I PALETTI DI SACCONI Alla fine del summit, sono soprattutto i ministri coinvolti ad essere di buon umore. «La Fiat – ha detto Romani – rimane con il cuore italiano. Rimane in Italia, con la volontà di investire nel paese, ma con l’obiettivo e la necessità di arrivare alla soglia critica di produzione di 6 milioni di autovetture soglia minima delle grandi multinazionali». Poi ha scandito: «C’è un certo modo di fare automobili nel mondo, Fiat chiede di poterlo fare anche nel nostro paese». A Termini Imerese si insedieranno «sette nuove iniziative produttive» con aumento dell’occupazione complessiva Fiat e dell’indotto da 1.500 occupati a 3.300. Sulla stessa linea Sacconi: «Il futuro della Fiat e il suo sviluppo sono condizionati dalla governabilità degli stabilimenti. Abbiamo concordato che sono necessarie relazioni industriali costruttive per la piena utilizzazione degli impianti e il ritorno degli investimenti. Dire che il costo del lavoro vale solo il 7%è una grande stronzata, perché è legato al grado di utilizzazione degli impianti».

L’Unità 13.02.11

"L'enigmatica vittoria delle masse", di Enzo Bettiza

Sono due, a mio parere, i tratti caratteristici di queste rivolte a catena delle masse arabe lungo le coste africane fino alla punta dello Yemen: il grandioso effetto domino, combinato con una certa indeterminatezza dell’approdo finale del loro travolgente e contagioso movimento da un Paese all’altro. Non si sa quello che potrà accader domani o dopodomani in Tunisia, dove per ora predomina un totale vuoto anarchico, da cui già erompono migliaia di profughi disperati verso Lampedusa. Ancor meno si sa quello che potrà accadere in Algeria, dove i primi sussulti di popolo si stanno scontrando con il potere militarizzato del presidente Bouteflika, addestrato alla soppressione spietata, più che mai deciso a soffocare nel sangue ogni forma di opposizione. Nemmeno è possibile prevedere cosa potrà accadere a giorni in Marocco, in Libia, in Giordania, dove l’ondata lunga dello tsunami non si è ancora manifestata pienamente. L’imprevedibilità è connaturata ai fermenti delle masse arabe, e, più in generale, alle velocissime mutazioni politiche ed economiche delle società arabe.

Queste inducono facilmente a valutazioni affrettate o errate. Basterà dire che un giornale analitico come l’Economist, notoriamente serio per le sue stime in campo internazionale, metteva l’anno scorso Egitto e Tunisia nel novero delle economie stabili del mondo.
Per intanto, sarà opportuno fermare l’attenzione su quanto è appena successo proprio in Egitto, il più cospicuo, più antico e più popoloso dei Paesi a maggioranza islamica dell’Africa settentrionale.

Oggi ottantacinque milioni di abitanti sotto un cielo procelloso; fino all’altroieri due milioni giornalieri di greggio attraverso lo stretto di Suez, e migliaia di turisti istancabili fra le piramidi e le sponde del Nilo. Di colpo, dopo trent’anni di democrazia di facciata, manipolata dal pugno militare d’un capo di Stato sostenuto e finanziato dall’America, abbiamo assistito ai diciotto giorni di una sommossa sempre più vasta, più incontenibile, che sembrava avere e aveva un solo obiettivo individuabile: la cacciata dal Palazzo del presidente Mubarak. L’hanno definita «rivoluzione» o, addirittura, postmodernamente, «rivoluzione del web», poiché sarebbe stata la generazione dei computer e dei blogger ad accendere la scintilla di una rivolta coronata alfine dalla vittoria.

Le prime domande da porsi, a bocce un poco più ferme, sono due. Quale rivoluzione e quale vittoria? Le rivoluzioni in genere hanno una guida carismatica, una leadership politica o religiosa, un programma di cambiamento radicale come quello di Lenin nella Russia del 1917 oppure, per restare nell’universo islamico, di Khomeini nell’Iran del 1979. La massa rivoltosa che d’ora in ora cresceva nella piazza Tahrir è stata invece acefala. Priva di un programma nitido di libertà e di democrazia, è apparsa, sì, vastamente e variamente coagulata in diverse componenti sociali, studenti, operai, avvocati, medici, islamici dichiarati e no; ma non è apparsa capeggiata da un consapevole gruppo dirigente volto ad abbattere un sistema più che una persona che, per un trentennio, l’aveva rappresentato nel bene e nel male. Hosni Mubarak, in fondo, diligente e realistico protagonista di guerre e paci con Israele, non è stato che la punta estrema, pervertita dalla durata eccezionale, di una casta militare: casta a suo modo kemalista perpetuatasi a partire dal 1952, in un clima di democrazia illiberale, da Nasser a Sadat fino allo stesso Mubarak che, non a caso, i colleghi in divisa hanno allontanato dal potere esiliandolo con l’onore delle armi a Sharm El Sheikh, entro i confini del Paese. Nessuna fuga ignominiosa come quella di Ben Ali dalla Tunisia.

Ecco perché la vittoria enigmatica della massa egiziana può apparire oggi come una vittoria di Pirro. Una vera rivoluzione democratica, con la caduta del sistema militare e almeno una parziale rivalutazione prioritaria del ruolo del Parlamento, non c’è stata. C’è stato un fisiologico passaggio di testimone, acclamato da una massa quasi incapace di comprendere ciò che acclamava, dal logorato Mubarak al suo ministro della Difesa Tantawi. La tanto attesa «transizione alla democrazia», esaltata tardivamente dal presidente americano, verrà paradossalmente gestita da un Consiglio superiore delle forze armate? Mi pare superfluo aggiungere che i generali, una volta confiscata la vittoria delle masse e ristabilito il meccanismo dei controlli sulle masse, saranno più interessati a intralciare che stimolare l’avvento di una vera democrazia.

Un’ultima considerazione non può non riguardare il ruolo velato dei Fratelli Musulmani prima e durante la grande crisi. C’è chi sottolinea la presenza della setta islamica, fondata nel 1928, come un fattore non del tutto negativo nello sviluppo degli eventi in corso. Andrebbe comunque ricordato che i Fratelli hanno prodotto Ayman al-Zahawiri, medico egiziano oggi massimo ideologo di Al Qaeda, e che uno dei loro propagandisti di punta negli anni Cinquanta e Sessanta fu lo scrittore Sayyid Qutb, particolarmente ostile nei confronti dell’Occidente. La setta, che è ormai uno dei partiti meglio organizzati in Egitto, è stata attiva nell’eteroclita massa rivoltosa tramite i sindacati dei medici e degli avvocati da essa creati e controllati. Hamas è una delle sue propaggini nella Striscia di Gaza. I Fratelli Musulmani, combattuti e spesso duramente perseguitati dalla casta laica e panarabista dei militari, hanno un peso virtuale in termini elettorali che non supera comunque il venti per cento; si muovono e s’infiltrano dove possono con dovuta circospezione. Sopravvalutarla sarebbe eccessivo; ignorarla, pericoloso.

I pericoli che circondano l’Egitto dopo l’uscita di scena di Mubarak non sono certo finiti. Una brusca svolta o scossa islamista della «transizione» potrebbe farsi sentire da un momento all’altro. Anche perché una politica estera europea non esiste, mentre l’America di Obama sembra avere la testa altrove. Washington, in effetti, sembra più che mai ossessionata dall’islamismo asiatico: come controllare il Pakistan, come uscire dall’Afghanistan, come trovare un modus vivendi con l’Iran. L’islamismo arabo-africano ha comunque e pur sempre nell’Egitto, ancorché meno importante d’una volta nell’agenda strategica degli Stati Uniti, un suo perno vitale oggi particolarmente esposto e sensibile. Nessuno lo sa meglio di Israele e dell’Arabia Saudita. Sono queste le due potenze regionali che più temono il disinteresse americano per il Medio Oriente e che, da opposti punti di vista, scrutano con crescente preoccupazione le torbide acque del Nilo.

La Stampa 13.02.11