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"Quale federalismo si sta veramente realizzando?" di Osvaldo Roman

La montagna di retorica prodotta dalla propaganda leghista sul cosiddetto federalismo fiscale sta producendo i suoi mostriciattoli che potranno avere, al momento della loro effettiva incidenza sulla realtà amministrativa delle Regioni e degli enti locali, solo due possibili esiti: o restare, lettera morta e finire accantonati da provvedimenti di urgenza in attesa di una loro radicale modifica, o aprire una stagione di grave disordine e di possibile collasso nel funzionamento amministrativo delle autonomie locali, con gravi conseguenze, specie nel mezzogiorno d’Italia, nell’erogazione di fondamentali servizi.
E’ davvero sorprendente che fino ad oggi quel poco di attenzione dell’opinione pubblica, che si è riusciti a sollecitare per tale argomento, sia stata concentrata sul tema della qualità della tassazione aggiuntiva o sostitutiva e sul futuro assetto del sistema fiscale che dovrebbe essere incentrato sul superamento della finanza derivata, fondata sul criterio della spesa storica.

La legge delega ha stabilito la struttura fondamentale delle entrate di regioni ed enti locali, ha definito i principi che dovrebbero regolare l’assegnazione di risorse perequative agli enti dotati di
minori capacità di autofinanziamento e ha delineato gli strumenti attraverso cui dovrebbe essere garantito il coordinamento fra i diversi livelli di governo in materia di finanza pubblica.
I Decreti legislativi delegati stanno realizzando tutto ciò con gravissime omissioni e illegittimità.
E’ di queste questioni che bisogna, a mio avviso, trattare oggi se non si vuole correre il rischio che la prossima campagna elettorale sia condotta all’insegna della superficialità su un terreno più
favorevole alla propaganda leghista.

Due sono i decreti legislativi finora approvati o in via di definitiva approvazione: quello sulle spese di Comuni e Province (D.P.R. n. 216 del 26 novembre 2010) e quello sulle entrate comunali, il
cosiddetto federalismo municipale, rinviato da Napolitano alle Camere. Il Decreto riguardante le entrate regionali e provinciali sta iniziando il suo iter parlamentare e dovrà concluderlo entro
l’11 marzo 2011.

I decreti delegati approvati o in via di approvazione indicano due fasi, di cui una transitoria, per la realizzazione del nuovo assetto della finanza locale.
Per i Comuni e per le Province dal 2011 al 2013 cessano gradualmente i trasferimenti statali e nello stesso periodo si dovrebbero definire i costi standard in base a cui consentire il superamento del principio del finanziamento della spesa storica.
Mi sembra al riguardo scarsamente evidenziato il rischio reale che, stante la farraginosa procedura proposta per la individuazione dei fabbisogni-costi standard delle funzioni fondamentali di tali Enti, si realizzi un clamoroso disallineamento temporale rispetto alle date previste per la progressiva cancellazione dei corrispondenti trasferimenti statali. In questa fase transitoria i Decreti delegati prevedono la costituzione di un fondo sperimentale di riequilibrio, peraltro non previsto dalla legge delega, che rinvia l’avvio dell’autonomia impositiva tranne che per una modesta compartecipazione all’IVA e che di fatto rappresenta, con l’impiego, per alimentare tale fondo di riequilibrio, di una parte delle tasse e dei tributi statali sugli immobili (registro, bolli , catasto ecc.), la continuazione, con altra veste, delle vecchie modalità che caratterizzavano i trasferimenti da parte del Ministero degli Interni.
E’ utile al riguardo ricordare che l’art.14 della legge 122/2010 ha tagliato per il triennio 2011-2013 i trasferimenti statali alle Regioni, alle Province autonome di Trento e di Bolzano, alle province e ai comuni con popolazione superiore a 5.000 abitanti come di seguito indicato:
a) le regioni a statuto ordinario per 4.000 milioni di euro per l’anno 2011 e per 4.500 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2012;
b) le regioni a statuto speciale e le province autonome di Trento e Bolzano per 500 milioni di euro per l’anno 2011 e 1.000 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2012;
c) le province per 300 milioni di euro per l’anno 2011 e per 500 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2012, attraverso la riduzione di cui al comma 2;
d) i comuni per 1.500 milioni di euro per l’anno 2011 e 2.500 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2012.
Tale articolo, integrando di fatto gli articoli 8 e 11 della legge delega n.42, ha stabilito che dei tagli apportati ai trasferimenti “non si sarebbe dovuto tenere conto in sede di stesura dei decreti delegati”.
Ciò di fatto non è avvenuto, ma la questione è stata solo genericamente presentata all’opinione pubblica, quasi come fosse una scelta ineluttabile non in contrasto con quanto stabilito dalla
legge delega per effetto delle modificazioni in essa introdotte dall’art.14 della legge 122/2010. Così tranne che per che per un impegno assunto con le Regioni con l’accordo del 16 dicembre
2010, ancora peraltro non attuato, tutto il problema delle modalità di ripristino degli effetti dei tagli ai trasferimenti statali agli enti locali è stato ignorato dai decreti delegati sul federalismo…
Si tratta con ogni evidenza di una violazione della legge delega, essendo le modifiche apportate dall’art.14 suddetto una sua parte integrante, che pregiudica la costituzionalità di tutto l’impianto dei decreti delegati.
Il vero colpo allo stato sociale di Tremonti é questo.
Infatti nei primi due anni, almeno per i Comuni e le Province, non c’è alcun recupero di questi tagli ai trasferimenti. La finanza locale inizia quindi il suo percorso verso il federalismo da un livello notevolmente più basso che sarà difficile recuperare specie nel Sud.
Ciò accade fra l’altro a causa delle modalità di interpretazione del ruolo da assegnare al funzionamento dei fondi di riequilibrio e di quelli perequativi.

Infatti mentre l’art. 21 comma 1 lettera d) della legge delega (42/2009) stabilisce per la gestione dei fondi perequativi che la determinazione dei medesimi, per i Comuni e le Province, si deve realizzare in misura uguale, per ciascun livello di governo, alla differenza fra i trasferimenti statali soppressi e le maggiori entrate spettanti in luogo di tali trasferimenti, il comma 2 dell’art.1 del Dl.gvo 26 novembre 2010, n. 216 (Disposizioni in materia di determinazione dei costi e dei
fabbisogni standard di Comuni, Città metropolitane e Province.) stabilisce che, ai fini del finanziamento integrale, il complesso delle maggiori entrate devolute e dei fondi perequativi non può eccedere l’entità dei trasferimenti soppressi.
E’ bene avere presente che fino a nuova determinazione dei livelli essenziali in virtù della legge statale, sono livelli essenziali quelli già fissati in base alla legislazione vigente.
Anche su questo fondamentale snodo il decreto legislativo non appare conforme alla delega.
Ciò in quanto i fondi perequativi di cui tratta la lettera d) suddetta sono quelli di cui all’art.13 della legge delega e sono determinati come differenza fra i trasferimenti statali soppressi e le maggiori entrate spettanti in luogo di tali trasferimenti (se ne deduce che le maggiori entrate dovevano essere direttamente attribuite ai Comuni e non solo virtualmente come avviene, almeno in larga parte, con il decreto sulla finanza comunale).

Il decreto delegato n. 216/2010 invece, riferendosi evidentemente a quello che nel successivo Decreto sulle entrate comunali viene indicato come fondo sperimentale di riequilibrio, stabilisce che “il complesso delle maggiori entrate devolute e dei fondi perequativi non può eccedere l’entità dei trasferimenti soppressi”.
La relazione tecnica, presentata il 27 gennaio 2010, quando la compartecipazione fiscale dei comuni riguardava il 2% dell’IRPEF (poi sostituita da un’equivalente compartecipazione all’IVA), in attuazione di questo principio assegnava per il 2011 a tale compartecipazione un gettito di 2.889 milioni su un totale di 11.243 milioni costituenti il totale delle entrate devolute o confluite nel fondo di equilibrio. Questi 11.243 milioni rappresentano una somma che equivale esattamente all’ammontare dei trasferimenti fiscalizzati calcolati al netto dei tagli di cui alla legge 122/2010 (DL. n.78).
Si tratta di un’operazione inaccettabile che è destinata a colpire tutto il sistema del welfare e specialmente il SUD e la scuola.
C’è da segnalare inoltre un ulteriore fonte di inadempienze e di gravi preoccupazioni perché oltre al taglio dei trasferimenti per le spese correnti ai Comuni e alle Province si verifica che finora
non è stata trattata la materia della fiscalizzazione dei trasferimenti statali in conto capitale.
In tale ambito si colloca la questione, finora totalmente cancellata, del ruolo dell’edilizia scolastica nel processo del federalismo fiscale.
I trasferimenti statali cessano dal 2012 per le Regioni e le Province Nel 2014 si dovrebbe completare per tali enti la fase sperimentale e passare al finanziamento a regime basato
essenzialmente su compartecipazioni o addizionali, all’IVA o all’IRPEF, che per tali enti ancora in corso di definizione.
Nella seconda, fase dal 2014, ad esempio per i Comuni entrano in vigore le tasse locali (tra le altre l’IMU sul possesso degli immobili che assorbe l’ICI e l’IRPEF su quelli non locati e la
tassa sul trasferimento degli immobili che assorbe anche le tasse di registro, di bollo patrimoniali e di catasto ecc.)
In effetti nella prima, fase fino al 2013, per i Comuni come si è visto, prosegue un regime di trasferimenti mascherati, con la sola aggiunta dell’IVA, da devoluzioni di tasse e tributi
destinati successivamente a confluire nella nuova tassazione comunale della proprietà immobiliare (nell’IMU o nella tassa sui trasferimenti immobiliari).
Per le Province la fase transitoria in cui avviene il taglio dei trasferimenti statali e regionali è garantita dai tributi propri connessi al trasporto su gomma dalla compartecipazione all’accisa
sulla benzina o a quella sulla tassa automobilistica regionale.
A tutti livelli le tasse esistenti in genere permangono o come nel caso dei Comuni aumentano (tassa di scopo. tassa turistica e incremento dell’addizionale sull’IRPEF).
Non siamo più al rispetto automatico della spesa storica ma, in un periodo di tempo decisivo anche elettoralmente per il futuro del Paese, alla politica della questua, con il cappello in mano, da parte degli enti locali presso il potere centrale statale o regionale.
Si ripropone quel modello di Stato autoritario e clientelare che il centro destra in questi due anni e mezzo ha tentato di realizzare in tutti i campi dalle banche alla scuola e all’università dall’editoria
alla cultura e alla giustizia, dalla pubblica amministrazione all’informazione.
Spesso si è usata, per la politica dei tagli lineari e indiscriminati, la congiuntura offerta dalla crisi economica globale. In questa occasione la stessa crisi internazionale ha consentito l’introduzione dei drastici tagli ai trasferimenti e l’operare insidioso e concreto di una concezione governativa
del federalismo che mira a trasformare tali tagli in un ridimensionamento permanente della spesa sociale e a perseguire il suo abbandono a carico delle risorse reperibili localmente o
a carico dei contribuenti o dei fruitori dei servizi. Una politica che strategicamente mira in tutti i campi alla privatizzazione dei medesimi.

ScuolaOggi 13.02.11

"Il paradosso del sultano", di Nadia Urbinati

“Chiediamo insieme le dimissioni di Berlusconi”.Con questo slogan le donne rompono il silenzio. E lo fanno in massa a Milano come a New York. Invitano gli uomini a schierarsi con loro, perché tutte e tutti sono stanchi dei continui attacchi alla Costituzione, alla giustizia, alla libera informazione e alla dignità delle donne e degli uomini. Stanchi degli abusi, dell´illegalitá, del servilismo che contraddistinguono questa maggioranza. Soprattutto, le donne che manifestano dissipano ogni dubbio sull´insidiosa distinzione tra “donne reprobe” e “donne serie” che è stata da piú parti ripetuta in queste settimane di potesta contro gli abusi contestati al premier. Questa distinzione è sbagliata. È il segno di una reale impotenza della cultura dell´opposizione etico-politica al regime del sultanato. È figlia dei paradossi che hanno segnato il successo egemonico di Berlusconi, costruito a partire dagli anni ´70 su un´interpretazione estrema, ma non opposta, della cultura individualista nell´etá dei diritti. Mettere in moto una contestazione politica efficace quando l´oggetto è l´uso dei diritti è difficile ed insidioso. Su questa difficoltá e su questa insidia riposa tanto il successo di Berlusconi quanto la debolezza dell´opposizione. Vediamo di mettere in luce due di questi paradossi, quello legato alla morale trasgressiva e quello legato alla libertá.
Per tradizione, la cultura dell´opposizione di sinistra è stata cultura della trasgressione. Lo è stata per necessitá, poiché la lotta per i diritti demolisce i sistemi gerarchici di potere. Lo è stata per il carattere peculiare della libertá, che alimenta il pensiero critico rispetto all´opinione dominante sui costumi e sui valori. In questo senso la cultura d´opposizone è stata ed è trasgressiva. In aggiunta, vi è l´aspetto generazionale poiché i movimenti per i diritti civili sono anche portatori di svecchiamento culturale e politico. E poi, questi movimenti si traducono in richiesta di eguaglianza di rispetto e quindi riscrivono i ruoli famigliari e sociali: giovani e donne sono stati e sono alleati naturali nelle lotte per la libertá. Negli anni del dopoguerra alla cultura morale dell´anti-autoritarismo è corrisposto un modello di vita libero e trasgressivo: le relazioni sentimentali e sessuali nel mondo variegato della sinistra, istituzionale o di movimento, erano tutto fuorchè tradizionali. La libertá sessuale non è stata soltanto una conseguenza possibile di diritti conclamati, ma prima ancora un modo di vivere l´intimitá con l´altro e con la sessualitá. Insomma, la cultura di chi ha lottato per i diritti civili è stata una cultura della trasgressione e dell´opposizione insieme.
Il paradosso dell´Italia di oggi è che il premier occupa lo spazio della trasgressione, costringendo l´opposizione nel ruolo impossibile del conservatorismo. Ecco perché la distinzione tra donne brave e donne reprobe è segno di un atteggiamento che incarta e sconvolge la nostra cultura liberale e democratica. Si tratta di una distinzione che non dovremmo fare, non soltanto per non cadere nella trappola tesa dal premier. C´è una ragione ulteriore: difendere i diritti, volere i diritti significa necessariamente credere che ciascuno sia autonomo e responsabile delle proprie scelte, piacevoli o spiacevoli che siano, e che di quelle scelte non debba rendere conto a nessuno, se non alla legge se e quando viola i diritti altrui (qui sta la vera ragione della critica ai comportamenti del premier). Ora, che una persona risponda o no alla propria coscienza è un fatto che alla cultura dei diritti non interessa direttamente, anche se i liberali si augurano che ciascuno sia in grado di avere una coscienza individuale che faccia da sentinella (e magari impostano la vita famigliare ed educativa perché questa coscienza venga formata). Dopo di che, come ciascuno o ciascuna di noi usa quei diritti di libertá sono fatti che non riguardano nessuno. E se l´opinione pubblica critica i nostri comportamenti e le nostre abitudini sessuali, noi siamo legittimati a reagire con una contro-opinione.
Ma la distinzione tra donne reprobe e donne brave scompagina proprio questa cultura dei diritti poiché sembra dire che le donne devono essere rispettate nella misura in cui esse usano “bene” i loro diritti. Ovviamente, questo discorso non riguarda le minori: poichè la responsabilitá giuridica è una componente essenziale del godimento dei diritti ed è legata all´etá adulta stabilita dalla legge. Ma nel caso di persone adulte, di donne adulte, l´uso che esse fanno della loro vita non è un fatto che puó diventare oggetto di critica da parte dell´opinione pubblica e politica. La cultura dei diritti non ha nulla a che fare con la gogna nè con la distinzione tra donne brave e donne reprobe.
I paradossi che questo presidente del Consiglio provoca sono quindi dei più spinosi, perchè la sua mania (che è un problema serissimo, non perchè disturba la morale ordinaria, ma per l´alta funzione che egli esercita) è il frutto estremo del rovesciamento del giudizio pubblico in giudizio privato. Il paradosso è che il trasgressivismo malato di chi ci governa induce i critici a flirtare con la tentazione di discriminare le donne in ragione dei loro comportamenti. Le centinaia di giovani donne che hanno preso regali e soldi dal presidente non sono il bersaglio: non si devono mettere alcune donne contro altre, anche perchè è proprio questo l´esito studiato della politica del leader.
È certo difficile che si crei empatia tra le donne che lavorano e le donne che mettono il loro corpo a servizio; ma la sorgente della difficoltá va individuata con correttezza. La nostra attenzione critica dovrebbe essere rivolta non alle donne per la loro condotta, ma alle politiche dei governi che la destra ha in questi anni messo in moto con l´obiettivo esplicito di indebolire i diritti associati al lavoro e di dissociare infine il lavoro dalla dingnitá per identificarlo con un pugno di soldi a qualunque costo o addirittura con il dono (e questo non vale solo per le donne che vanno ad Arcore come la vicenda Fiat insegna). Questa dequalificazione estrema del valore delle persone deve offendere e fare reagire. Essa è il vero problema, in quanto abbassa le aspettative delle donne e degli uomini e, quel che è peggio, confonde il giudizio sulle responsabilitá e le colpe. L´obiettivo critico non sono le donne giovani e belle che frequentano le case del premier. L´obietto è il premier, la sua illegalitá e le politiche sociali del suo governo. L´obiettivo è il messaggio che trasmette da decenni ogni giorno. A tutto questo bisogna reagire, insieme, e dire basta.

La Repubblica 13.02.11

Legge delega sul Federalismo Fiscale. Lo studio del PD

I documenti elaborati dal Gruppo Pd in Commissione bicamerale per il federalismo fiscale di Walter Vitali, Antonio Misiani, Giuliano Barbolini. Secondo l’analisi dei servizi tecnici del parlamento, contenuta nella relazione semestrale sull’attività svolta dalla bicamerale, la legge delega contiene 20 oggetti.

Di questi, solo due sono stati finora attuati (trasferimento patrimonio e fabbisogni standard comuni e province; Roma Capitale non conta, perché manca ancora il vero decreto, quello su poteri e risorse). I decreti in corso affrontano 7 temi, mentre per altri 11 oggetti di delega siamo in alto mare.

C’è quindi da registrare un ritardo nell’attuazione, con una distanza molto grande fra le parole e i fatti (i numeri, le proposte) che il Governo è capace di mettere in campo. Fra gli “oggetti mancanti” spiccano i fondi perequativi, la perequazione infrastrutturale, gli interventi speciali, i livelli essenziali delle prestazioni nei settori che ancora non li hanno, l’armonizzazione dei bilanci, il vero decreto per Roma Capitale, le Città metropolitane.

Nell’ allegato potete trovare i seguenti dicumenti elaborati in sede di Commissione bicamerale dal Pd:

– Promemoria sull’attuazione del federalismo fiscale;
– Riformulazione della proposta di parere sullo schema di decreto legislativo recante disposizioni in materia di federalismo fiscale municipale (Atto n. 292 – Relatore Sen. Giuliano Barbolini);
– Dichiarazione di voto finale del capogruppo PD Sen. Walter Vitali;
– Un federalismo municipale a sovranità limitata documento dell’On.le Antonio Misiani.

www.partitodemocratico.it

Emma Marrone: «Ragazze venite in piazza con me», di Mariagrazia Gerina

Martedì prossimo debutterà a Sanremo con Arriverà. «Parla del fatto che quando tutto sembra andare male, poi c’è il momento del riscatto», racconta Emma Marrone, classe 1984, l’ultima “creatura” di Maria De Filippi, vincitrice della nona edizione di Amici. Migliaia di fan tra le giovanissime, già tre dischi di platino all’attivo. Un talento Mediaset, che domani, lasciando le prove del Festival, sarà a Roma, in piazza del Popolo, con le altre donne, a manifestare. E spera di trascinarsi dietro anche le fan.

Da Amici alla piazza in difesa della dignità delle donne, un bel salto.
«Non ne posso più di sentirmi dire che Emma Marrone è il “prodotto di Amici”: io non sono il prodotto di nessuno, sono solo una ragazza che ha avuto la possibilità di cambiare il suo destino ma mi-sono-fatta- un-mazzo-così per riuscirci e continuo ad essere quello che sono sempre stata: una persona pensante. Ascuola, facevo concerti per raccogliere fondi per le donnedeturpate dagli acidi. Avevo una insegnante di filosofia, che non ci insegnava solo Kant ma ci faceva leggere i giornali, ragionare su quello che accade nel mondo».

E questa persona pensante cosa pensa di ciò che sta accadendo in questo paese?
«Penso che le donne devono riprendersi i diritti, quelli che hanno perso e quelli che non hanno mai avuto. E su questo voglio metterci la faccia. Perciò invece di starmene sul lungomare di Sanremo, domenica vado a Roma a manifestare insieme alle altre… E magari mi seguiranno anche le mie fan».

Ne hai tante?
«Direi di sì, ho vinto tre dischi di platino… Ecco, vorrei che questo mio gesto le spingesse a pensare al loro futuro ».

Berlusconi potrebbe non prenderla troppo bene…
«Sono problemi suoi. Io non ho partecipato ad Amici perché c’era Berlusconi ma grazie a Maria De Filippi».

Con lei ne avete parlato della manifestazione?
«Sì, anche lei pensa che sia una giusta causa».

Molte delle protagoniste delle serate di Arcore sono passate per Mediaset: questo almeno vi accomuna…
«No, senza nulla togliere a chi fa scelte diverse, non ho nulla in comune con loro: io non faccio la starlette ma la cantante, la tv è solo un passaggio promozionale…»

Cosa pensa di Ruby e delle sue coetanee che andavano ad Arcore?
«Non le giudico.Mi piacerebbe conoscerle di persona. Che ne so io davvero chi è Ruby? Magari è solo una ragazzina che si è ritrovata nella merda… Mi metto nei suoi panni…. Essere femministe secondo me significa sentirsi sempre unite alle altre donne, troppo facile se le femministe si uniscono solo tra di loro».

E di Berlusconi cosa pensa?
«Non voglio mettermi qui a giudicare nemmeno lui…».

È già abbastanza per una che viene dalla “fabbrica Mediaset” scendere in piazza?
«No, semmai io vengo dalla “fabbrica Marrone”, quella dei miei genitori, due persone che lavorano, pagano le tasse, hanno fatto sacrifici per non far mancare nulla ai loro figli. Prima di arrivare ad Amici io lavoravo come commessa al nero: poi ho avuto la botta di “culo”… senza ritrovarmi mai in situazioni sgradevoli»

E non è poco.
«Infatti».

Cosa pensa dell’uso del corpo in tv?
«Credo che le donne abbiano lottato per la loro libertà e se ci sono quelle che amano esprimersi con il corpo sono libere di farlo».

No, mi riferivo a come la tv usa il corpo delle donne…
«Ma la mercificazione del corpo non nasce mica con la tv. E poi la televisione se voglio la posso anche spegnere. Oppure posso cambiare canale: non tutti i programmi sono uguali, io per esempio cantavo con il tutone».

Parliamo di modelli maschili: da pugliese meglio Vendola o Berlusconi?
«Nessuno dei due, Vendola non lo seguo quando parla, Berlusconi nemmeno».

Secondo lei partecipare a questa manifestazione farà bene alla sua immagine o danneggerà la sua carriera?
«Non lo so, so che andare in piazza domenica, mi fa sentire fiera di me stessa. Mi fa pensare: prima viene Emma».

L’Unità 12.02.11

Fiat, incontro Berlusconi Marchionne. Fassina: "Oggi assenza di risposte chiare"

Fassina: “Nell’audizione parlamentare di martedì prossimo, il Pd farà a Sergio Marchionne le domande che Berlusconi e Sacconi non hanno voluto e saputo fare”. “Purtroppo l’incontro di oggi tra Fiat e governo non ha chiarito nulla. È stato un passaggio ad uso mediatico, data l’assenza di strategie industriali da parte del Governo. Sono stati ribaditi punti noti, ma non sono state fornite informazioni sufficienti a fugare i dubbi sulla collocazione delle funzioni direzionali strategiche. Rimane oscura l’allocazione di 18,7 miliardi di euro dei 20 prospettati da Fabbrica Italia. È inaccettabile l’ennesima offensiva del Ministro Sacconi per scaricare sulle spalle dei lavoratori il futuro delle scelte della Fiat in Italia. Dopo i referendum di Pomigliano e Mirafiori, il Governo avrebbe dovuto porre il problema del rientro delle newco Fiat nell’ambito del contratto nazionale ed offrire una qualche idea di politica industriale a sostegno dell’automotive. Dopo l’incontro di oggi, l’assenza di risposte chiare alimenta le preoccupazioni sul futuro dei lavoratori e delle lavoratrici Fiat e delle aziende dell’indotto. Nell’audizione parlamentare di martedì prossimo, il Pd farà all’A.D. di Fiat le domande che il Governo non ha voluto e saputo fare”.

www.partitodemocratico.it

"Per le ragazze la laurea è con lode", di Francesco Semprini

Nuovo record negli Usa: all’università le studentesse hanno il 60% di possibilità in più dei maschi. Determinate, in cerca di riscatto e motivate dalle opportunità che offre un mondo del lavoro in trasformazione. Parliamo delle donne, più brave degli uomini almeno negli studi secondo quanto riporta un recente rapporto pubblicato dal Bureau of Labor Statistics americano dal quale emerge, per le prime leve degli anni ‘80, la figura di una donna più brava dell’uomo, almeno nel primo ciclo universitario.

Secondo lo studio, le studentesse hanno il 60% di possibilità in più rispetto ai colleghi maschi di ottenere, entro i 23 anni, il «Bachelor degree», la laurea di primo livello, già all’attivo per il 23% delle donne intervistate. Per i maschi invece la quota è nettamente inferiore, visto che solo il 14% è riuscito a completare gli studi. Se la stessa percentuale di studenti e studentesse, ovvero il 16%, è ancora iscritto al college per conseguire il titolo, il divario tra i due sessi non accenna a ridursi nemmeno in seguito. Senza dubbio un risultato significativo per le nuove generazioni, visto che dalle proporzioni estrapolate dal campione di 9 mila cittadini americani nati tra il ‘80 e l’84 emerge che se una donna su quattro è già dotata di Bachelor degree a 23 anni, per gli uomini la proporzione è di uno su sette.

Le statistiche degli ultimi anni hanno messo in evidenza che le donne sono più produttive nello studio. I sociologi riconducono questo recupero non solo all’aspetto culturale, descritto dal forte aumento delle iscrizioni femminili nelle scuole, ma anche alla maggiore determinazione delle studentesse. Tuttavia la genesi della nuova statistica del Bureau è di carattere economico-occupazionale, ossia riguarda l’evoluzione della struttura del mercato occupazionale. La componente principale delle forza lavoro si è trasformata passando dalle realtà di fabbrica e industriali dominate da uomini,a uffici, attività commerciali e professioni sempre più aperte alle donne. A spiegarlo è Jay Meisenheimer, economista dell’Istituto, uno degli autori del rapporto. «La struttura del mercato del lavoro è passata da un modello dominato dalle attività manifatturiere a un’economia di servizi», spiega l’esperto. In sostanza le maggiori opportunità che provengono dal mercato del lavoro non solo spingono sempre più donne a ottenere una qualifica specifica iscrivendosi al college, ma sono uno stimolo per completare quanto prima gli studi e affacciarsi alla professione. «Ed è lo stesso motivo – prosegue Misenheimer – per cui un numero sempre maggiore di donne si iscrivono poi alle Graduate school per il master o il dottorato o conseguiscono diplomi professionali». Ma con una precisazione, spiegano gli esperti dell’Istituto di Statistica americano. I dati, relativi al National Longitudinal Survey of Youth del ‘97, mettono in luce il fatto che il 6% dei cittadini uomini di 23 anni che non ha ancora conseguito il diploma di laurea è stato o è arruolato nelle forze armate (il primo ciclo dura tre anni), mentre il 2% di quelli che hanno un Bachelor hanno vestito o vestono la divisa.

C’è infine una componente razziale che emerge dal rapporto: all’età di 23 anni, il 22% degli studenti bianchi ha conseguito la laurea, a fronte di un 9% di afro-americani e di un 8% di ispanici. Ciò dimostra che il fattore di traino individuato dal Bureau funziona solo per le donne ma non per altri aspetti sociali, oppure che il mercato presenta ancora delle imperfezioni che si trasformano in barriere per alcune componenti demografiche.

La Stampa 12.02.11

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Sempre da La Stampa

E le italiane scalano i punteggi, di Raffaello Masci

"Oltre le mutande", di Massimo Gramellini

Mentre una casta di subrettine aspiranti onorevoli domina la scena mediatica, negli angoli meno illuminati della società le loro coetanee stanno dando la spallata definitiva al predominio del maschio. Qualsiasi statistica racconta ormai il sorpasso fra i sessi: le ragazze si laureano di più, conquistano più borse di studio, ottengono più posti come ricercatrici. Ma poiché lo fanno senza dimenare il sedere in televisione, non esistono. La civiltà dello spettacolo funziona così: tutto ciò che esce dal quadrilatero intrattenimento-sport-giornalismo-politica non dà visibilità e quindi non rientra nel dibattito pubblico.

Questa distorsione altera la percezione della realtà, al punto che oggi in Italia si scontrano due opinioni palesemente fasulle. La prima è l’opinione Così Fan Tutti: ogni uomo è un maiale e ogni donna una escort, e chi fa la morale al Silvio e alle sue amichette stia bene attento, perché gli scateniamo dietro un segugio che rivelerà al popolo i suoi altarini sessuali. La seconda è l’opinione Pochi ma Buoni: i virtuosi esistono e coincidono coi nemici del Silvio, una minoranza destinata a perdere sempre.

Per fortuna il mondo reale è un’altra cosa ed è fatto, anche in Italia, da uomini e donne che amministrano il proprio corpo con pudore e dignità, che non votano necessariamente tutti dalla stessa parte, che hanno sogni piccoli o grandi ma comunque diversi dal bunga bunga. E passano la vita a cadere e a rialzarsi, senza che nessuna tv, rivista o inchiesta si occupi mai del loro faticoso e glorioso cammino.

La Stampa 12.02.11