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"Berlusconi, fiducia a picco è tornato ai livelli del 2005", di Ilvo Diamanti

Metà degli italiani crede ai pm. Gli elettori spaesati guardano a Napolitano, l’80% è con lui: Lega e Pdl compresi. Premier a parte, i leader aumentano i consensi, Tremonti il più gettonato nel centrodestra.
Silvio Berlusconi resiste. Nonostante le inchieste, gli scandali e le proteste. Anzi, reagisce con violenza. Contro i nemici. La Magistratura, i giornali e i giornalisti della Repubblica Giudiziaria. Perfino – anche se in modo meno esplicito – contro il Presidente della Repubblica. Ma la sua posizione e la sua immagine ne hanno risentito sensibilmente.
Come mostra il sondaggio condotto nei giorni scorsi dall’Atlante Politico di Demos per la Repubblica. Oggi, infatti, la fiducia dei cittadini nei confronti di Silvio Berlusconi ha toccato il fondo. La quota di italiani che ne valuta positivamente l’operato (con un voto almeno sufficiente) è ridotta al 30%. Meno che nel settembre 2005, quando il Cavaliere sembrava avviato a una sconfitta pesante alle elezioni politiche dell’anno seguente. Il che suggerisce di usare cautela, prima di darlo per finito, visto come sono andate le cose in seguito. Tuttavia, gli avvenimenti recenti fanno sentire i loro effetti. Quasi metà degli italiani ritiene vere le accuse rivolte dagli inquirenti a Berlusconi. E pensa che il Premier si dovrebbe dimettere. Meno del 20% considera, invece, falsi i fatti che gli sono addebitati. Anche se oltre metà degli italiani ritiene che, per quanto colpevole, il Premier resterà “impunito”. Come sempre. Anche per questo la fiducia in Berlusconi, oltre che limitata, appare in declino costante e precipitoso.
È, infatti, calata di 5 punti percentuali negli ultimi due mesi, ma di 12 rispetto allo scorso giugno e addirittura di 18 rispetto a un anno fa. I motivi di insoddisfazione degli elettori, d’altronde, vanno al di là delle feste e dei festini a casa del Premier. Solo un italiano su quattro, infatti, pensa che il governo Berlusconi abbia “mantenuto le promesse”. Quasi metà rispetto a due anni fa.

Neppure gli elettori leghisti sembrano disposti ad ammetterlo. Da ciò la crescente in-credibilità di Berlusconi. Sempre più indebolito sul piano del consenso personale. Mentre tutti gli altri leader politici hanno migliorato la propria immagine presso gli elettori, negli ultimi due mesi. Nella maggioranza (e non solo), Tremonti resta il più apprezzato. Nel Terzo Polo, non solo Casini – di gran lunga il più stimato – ma anche Fini ha recuperato (un po’ di) credibilità, dopo la battuta d’arresto subìta il 14 dicembre. Nel Centro-Sinistra, infine, Vendola si conferma il “più amato”, per quanto anche Bersani abbia allargato la propria base di consensi. È significativo il seguito di una outsider come Emma Bonino. Nonostante il peso elettorale, limitato, del suo partito. A conferma del disorientamento di quest’epoca, senza riferimenti fissi. Senza baricentri. Come emerge, con chiarezza, dalle intenzioni di voto. Contrassegnate, anzitutto e soprattutto, dal calo sensibile dei due partiti principali. Il PDL, infatti, scende al 27%, il PD al 24%. Insieme: poco più del 50%. Alle elezioni politiche del 2008 superavano il 70%. Segno definitivo che l’illusione bipartitica è finita. Compromessa – se non finita – insieme alla capacità di Berlusconi di unire e dividere il mondo (politico) italiano. Con la conseguente frammentazione, che, più degli altri, premia la Lega, a destra, e SEL, a sinistra. È interessante osservare come il quadro cambi sensibilmente di fronte a scenari di coalizioni possibili. In primo luogo, si assiste a una riduzione consistente degli indecisi. I quali, praticamente, si dimezzano con effetti evidenti sugli equilibri politici.

Secondo le stime dell’Atlante Politico, infatti, l’attuale coalizione di governo, allargata alla Destra di Storace, perderebbe nettamente il confronto (57% a 43%) con una – ipotetica – “Grande Alleanza” di opposizione, che dal Terzo Polo arrivasse fino a SEL, passando per il PD e l’IdV. Ma appare sfavorita anche in una competizione tripolare. Il Centrosinistra (PD e IdV insieme a SEL) vincerebbe, infatti, in misura più larga rispetto a due mesi fa (6 punti percentuali in più). Aiutato, per un verso, dal voto di elettori incerti di centrosinistra; per altro verso, dalla crescita del Terzo Polo a spese del Centrodestra.

Si spiega così la resistenza del Premier di fronte a ogni ipotesi di voto anticipato. Assecondato, con malcelato disagio, dalla Lega. Si spiegano, allo stesso modo, le telefonate del Premier durante le trasmissioni “nemiche”, la crescente pressione esercitata sui media. Ma anche la guerriglia condotta dagli uomini della maggioranza contro ogni sondaggio sfavorevole. Il Premier, il PdL, il centrodestra sono impegnati a modificare il clima d’opinione loro sfavorevole. Con ogni mezzo. E ad allontanare le elezioni anticipate. Visto che oggi il Centrodestra ha la maggioranza – ipotetica e incerta – in Parlamento, ma è minoranza nel Paese, fra gli elettori.

In questo Paese spaesato non può sorprendere la crescita costante e vertiginosa dei consensi nei confronti del Presidente, Giorgio Napolitano. Verso cui esprime fiducia oltre l’80% degli italiani. Lo “stimano” quasi tutti gli elettori del PD, ma anche l’80% (circa) di quelli del PdL e oltre due terzi dei leghisti. È che il Presidente offre una sponda nel vuoto politico e nella crisi che scuote le istituzioni. D’altronde, le mobilitazioni e le proteste sociali delle ultime settimane, al di là delle specifiche rivendicazioni (ieri le donne hanno riempito le piazze in nome della propria “dignità), denunciano anch’esse un “vuoto” politico. Un deficit di alternativa. Il PD, d’altronde, non è più in grado, da tempo, di “fare opposizione”, da solo. Ma neppure di stabilire i confini e le condizioni di un’alleanza. Se promuovesse un’intesa esclusiva con il Centro, ad esempio, perderebbe, come mostra l’Atlante Politico. Il PD resta, comunque, determinante per costruire l’alternativa. Ma deve farlo in fretta.

Oggi, un’alleanza tra le forze di opposizione avrebbe grandi possibilità di rappresentare la “maggioranza” – dei cittadini ma anche degli elettori. È ciò che teme Berlusconi. È il motivo per cui non vuole interpellare il “popolo sovrano”. Almeno in questa fase. Ma – per lo stesso motivo – il PD e gli altri partiti di opposizione dovrebbero rivendicare il ritorno alle urne. Al più presto. Indicando, fin d’ora, quale coalizione. Il programma è obbligato: ri-formare e ri-fondare questa Repubblica straordinaria, questa democrazia indefinita. In modo, per quanto possibile, condiviso. Anche se ci attenderebbe una campagna elettorale dura, durissima. In tempi duri, durissimi. Ma, come ha ammonito il Presidente della Repubblica, è meglio una battaglia a termine, per quanto aspra, di questa guerra quotidiana – senza fine e senza quartiere – fra Berlusconi e le istituzioni dello Stato. Da cui io, personalmente, mi sento ogni giorno di più, sconfitto.

La Repubblica 14.02.11

Bersani: «In piazza una riscossa etica e civile», di Simone Collini

«È una piazza straordinaria. Questa voglia di partecipazione, di protagonismo, è una forza positiva che ci aiuterà ad andare oltre Berlusconi. Ma ora non aspettiamoci giorni facili. Ci saranno pericolosi colpi di coda e noi dobbiamo farci trovare preparati». Pier Luigi Bersani arriva in Piazza del Popolo insieme alla moglie Daniela. Gli uomini della sicurezza gli indicano in lontananza il punto in cui c’è l’apertura tra le transenne per accedere alla zona del palco. Il segretario del Pd scuote la testa e va invece verso il centro della piazza, rovinando i piani di giornalisti, fotografi e cameramen. «Ma è giusto che stia qui», dice mentre avanza a fatica tra persone che sventolano cartelli fatti in casa e nessuna bandiera di partito. Qualcuno gli urla «tieni duro», in molti vogliono stringergli la mano e c’è anche la giovane segretaria di un circolo Pd di Roma che lo accoglie con un perentorio «fatti baciare, segretario». Bersani sorride col mezzo Toscano che gli balla tra le labbra, anche quando gli viene chiesto perché stia in mezzo a questa calca e non nel più agibile retropalco: «Perché sto accompagnando mia moglie no?». Ma anche se vuole muoversi in punta di piedi in questa piazza in cui protagoniste sono le donne e la società civile, sottolinea l’importanza che può avere una «saldatura» tra questa mobilitazione femminile e «la buona politica». «Se riflettiamo sulla storia d’Italia, spesso sono state le donne a interpretare il risveglio delle coscienze civili, a guidare una riscossa civica prima ancora che politica. Oggi la parte migliore del Paese non si sente rispettata da questo governo. C’è un popolo che vuole essere serio, sobrio, che rispetta le donne come persone e che vorrebbe che anche chi lo rappresenta facesse lo stesso».

Dal palco comunicano quante persone stanno manifestando in questo momento nelle altre città italiane ma anche a Parigi, Atene, Berlino, Tokyo. La piazza applaude entusiasta, Bersani si rabbuia pensando ai nostri «ambasciatori in lacrime» e alle «barzellette che raccontano in giro per il mondo su di noi»: «Berlusconi si sarebbe dovuto fare da parte già da tempo. Tutte queste piazze glielo stanno ribadendo. Oltre al fatto che non sta governando, che costringe tutti a discutere dei problemi suoi e non di quelli degli italiani, ora si sono aggiunte le altre questioni. Non si tratta di essere puritani o moralisti, come dice qualcuno. È scritto nella Costituzione che chi ricopre incarichi istituzionali deve svolgerli con disciplina e onore. Altrimenti il danno provocato al volto dell’Italia nel mondo è enorme».

Bersani trae ragioni di ottimismo da questa mobilitazione, ma confessa di essere anche preoccupato per quel che potrà succedere nelle prossime settimane. Perché se in queste piazze ha trovato sfogo una «rabbia repressa» che se correttamente incanalata può far compiere «un passo avanti» verso l’apertura di una «nuova fase», per il segretario del Pd ora «la situazione si radicalizzerà ancora di più». Un segnale sono gli «attacchi vergognosi al Presidente della Repubblica» portati ieri dai quotidiani vicini al premier. Ma sono gli stessi «colpi di coda» di cui sarà capace Berlusconi a preoccuparlo. «Non aspettiamoci giorni facili. L’ultima fase del berlusconismo porterà a una stretta micidiale su temi di fondo della convivenza democratica. E questa non sarà l’ultima manifestazione di piazza per chiedere dignità e rispetto, per le persone e per le istituzioni, per i problemi degli italiani che devono trovare soluzioni e per le regole democratiche che non possono essere calpestate per risolvere i problemi di uno solo». Un discorso che chiama in causa le forze oggi all’opposizione. «Già un anno fa dicemmo che saremmo arrivati a un punto d’allarme, e che sarebbe stato necessario dar vita a un largo schieramento in grado di guidare una stagione di ricostruzione democratica. Allora non ci fu tanta comprensione, neanche nel nostro partito, mentre adesso è stato capito che non ci sono alternative. Non si tratta di antiberlusconismo. Il punto è come andiamo oltre Berlusconi, come evitiamo il rischio di un vuoto democratico e come contribuiamo tutti insieme alla ricostruzione».

Un lavoro che per Bersani devono compiere tutte le forze politiche («fuori da gelosie personalistiche o di partito») e sociali che oggi combattono questo governo. Insieme, partiti e società civile. «Queste espressioni di civismo diffuso e la buona politica devono darsi la mano. Se c’è una saldatura è più facile giungere a una svolta. Se c’è una spaccatura si aprono spazi perché il berlusconismo vada avanti». Sicuro che questa piazza non sia percorsa anche da un sentimento di antipolitica? «Non direi. Rispetto a qualche anno fa c’è una maggiore consapevolezza che la politica costituisce un elemento di unificazione. Sta poi alla politica avere l’orecchio attento e non chiudersi nel Palazzo. Se tutti hanno senso di responsabilità, si potrà aprire una nuova stagione».

L’Unità 14.02.11

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Manifestazioni donne, Bindi: “Berlusconi più denigra più sarà isolato”
La mobilitazione nazionale per la dignità delle donne continua. Bersani: “Il mondo ha visto cosa è l’Italia”. Finocchiaro: “Invece di dire stucchevoli banalità e stupidaggini Berlusconi apra gli occhi e si renda conto di quello che sta avvenendo nel Paese”

La polemica innescata dalla mobilitazione nazionale per la dignità delle donne e contro Silvio Berlusconi prosegue. Di seguito alcuni commenti dei leader democratici a seguito delle nuove dichiarazioni del premier che, senza alcuna giustificazione, ha giudicato come “faziose” le splendide manifestazioni di piazza che hanno coinvolto oltre un milioni di persone.

Per Rosy Bindi, presidente dell’Assemblea nazionale del PD, “Berlusconi ha paura della forza e della determinazione delle donne. Ed è per questo che non trova di meglio che denigrare una straordinaria giornata, davvero unica, di mobilitazione popolare realizzata dalle donne. Non vuole capire quanto si sta muovendo nel Paese, grazie all’indignazione femminile e alla difesa della nostra dignità di persone. Ma più insulta e denigra quel milione e oltre di donne e uomini che ieri in centinaia di piazze hanno detto come una sola voce: ‘Se non ora quando?’ Più crescerà il suo isolamento. L’Italia – ha concluso l’esponente democratica – non è berlusconiana, nella sua maggioranza, nei suoi valori condivisi e nelle sue aspirazioni più profonde. E ieri lo ha mostrato a tutto il mondo”.

Per Anna Finocchiaro, presidente dei senatori PD, ”dalle televisioni di sua proprietà oggi il Presidente del Consiglio è tornato a proferire il suo verbo. Ovviamente senza contradditorio il premier ha fornito i suoi giudizi, sempre ‘oggettivi’, sulla politica e sulle manifestazioni di ieri. Su questo mi dispiace contraddirlo ma la vergogna è lui. Lui, che ha tanto a cuore il consenso popolare, deve portare rispetto alle centinaia di migliaia di persone, donne, tante, ma anche molti uomini che ieri hanno riempito le piazze italiane per difendere la loro dignità e quella del Paese”. ”Conosciamo bene – ha ricordato Finocchiaro – quale sia la considerazione che delle donne ha il premier e quale sia il tipo di ‘rispetto’ che lui ha per loro. E sappiamo bene come lui le faccia sentire ‘speciali’ . Invece di dire stucchevoli banalità e stupidaggini Berlusconi apra gli occhi e si renda conto di quello che sta avvenendo nel Paese”. ”Ieri in piazza – ha concluso Finocchiaro – c’era un pezzo importante del popolo italiano. Finalmente sta crescendo in modo civile, pacifico e consapevole un sentimento di indignazione forte nei confronti di un governo e di un premier che disonorano l’Italia e la isolano nel mondo, incapaci come sono di guidarla fuori dalla crisi. Berlusconi ascolti quel popolo e si dimetta per il bene del Paese”.

“Il premier ha perso ogni lucidità e straparla. Se non fosse drammatico direi che è patetico”. Così Barbara Pollastrini ha commentato le dichiarazioni di Berlusconi sulle manifestazioni di ieri e il suo rapporto con le donne. ”Crede che il suo racconto possa avere ancora presa ma ormai persino tra i suoi fans serpeggiano preoccupazioni e dubbi. Le piazze di domenica hanno segnato uno spartiacque fra il suo racconto e la realtà. Una mobilitazione popolare fiera e serena, con buona pace delle ministre del governo. Io – ha concluso l’ex ministro per le Pari opportunità – sono convinta che col voto le donne faranno la differenza e chiuderanno un ventennio che ci ha lasciato profonde diseguaglianze e miseria culturale”.

La manifestazione delle donne nelle piazze italiane ha avuto un riscontro importantissimo che porterà altri frutti. Ne è convinto il leader del Pd, Pierluigi Bersani (VIDEO), che ha parlato di una “giornata di semina non solo di raccolto”. ”Spero si sia colta la voce che è arrivata ieri. Credo che le manifestazioni per la loro spontaneità, perchè stiamo parlando di centinaia di migliaia di persone che sono andate in piazza senza nessuno sforzo organizzativo, sia una cosa da segnalare”.
‘Stiamo parlando di una presenza femminile che come in tanti passaggi della storia nazionale è un elemento capace di suscitare una reazione etica, civica, morale che viene prima della politica. Stiamo parlando – ha proseguito Bersani – di una giornata che ci ha riabilitato davanti al mondo dove stava passando l’idea che l’Italia fosse tutta così. Ieri il mondo ha visto che l’Italia non è tutta così. Da ieri è partito un segnale molto forte”. All’osservazione della Maggioranza, che con l’indignazione il governo non cade, il segretario del PD ha replicato: ”Se fosse più corale, se cioè ci fosse anche un pezzo della cosiddetta classe dirigente che dicesse basta, ma non perché siamo puritani, non perché ci occupiamo di peccati, perché per quello c’è la Chiesa, o di reati, perché c’è la Magistratura, ma perché vediamo tutti che l’Italia va allo sbando e non può affrontare i problemi”. ”Più coralmente – ha concluso il Segretario- anche pezzi di classe dirigente che sino ad ora hanno taciuto, parlassero, credo che il risultato ci sarebbe”.

Gente stanca che non ne può più di vedere cose incredibili. ”In piazza ieri c’era il popolo italiano, un’Italia tranquilla, normale e interamente positiva” che esprime “un’esigenza di dignità e un desiderio di serenità”. Questa l’analisi di Romano Prodi. L’ex premier si trovava a Milano e, a causa della tanta gente in strada ha tentato di raggiungere piazza Castello senza successo. “Una muraglia umana incredibile – ha detto Prodi – alla fine sono dovuto tornare indietro per la calca”. Il Professore parla di una “folla impressionante” e di aver visto in strada “persone di tutti i generi”. “Altro che raduno di femministe – ha esplicitato – una piazza non partitica e non partigiana”. “Credo proprio che le donne abbiano dato un grande segnale al risveglio dell’Italia”.

da www.partitodemocratico.it

"Le acrobazie di una promessa impossibile", di Massimo Bordignon

Il dibattito sul federalismo fiscale è stato finora viziato da un’ambiguità di fondo, contenuta nel disegno di legge originario, ma anche alimentata dalla propaganda politica. Poiché la legge delega recita che l’attuazione del fisco federale debba avvenire senza oneri per lo Stato e a parità di pressione tributaria, se ne è concluso che tutti avrebbero pagato meno tasse o almeno non più tasse di prima. Questa è anche la promessa con cui il governo ha sostenuto il provvedimento: il federalismo porta meno tasse. Ma come mostrano i servizi pubblicati nelle pagine 2 e 3, questo non è necessariamente vero. Anche a parità di pressione tributaria, se la riforma sposta il carico fiscale dei tributi locali da alcuni cespiti o da alcuni contribuenti ad altri, è ovvio che qualcuno ci può perdere e qualcun altro guadagnare.
E nel caso del decreto sul federalismo municipale – che sarà con tutta probabilità approvato dal parlamento dopo il pareggio in commissione bicamerale – i perdenti sono per molti aspetti le imprese.
Questo è certamente vero nel caso dell’imposta municipale unica. Questo perché le persone fisiche proprietarie di seconde case, a fronte dell’inasprimento dell’aliquota sul proprio patrimonio immobiliare rispetto all’attuale Ici, possono contare su una riduzione dell’Irpef sui redditi fondiari che non dovranno più dichiarare. Un vantaggio che non c’è per le imprese. E poiché l’aumento dell’Imu, per mantenere il gettito inalterato, deve esattamente compensare la perdita indotta dalla soppressione dell’Irpef sui redditi degli immobili, ne risulta automaticamente una perdita per le persone giuridiche.
E questo è vero in qualche misura anche per l’imposta di soggiorno, il cui maggior onere sarà in parte assorbito dalle aziende alberghiere sotto forma di minori prezzi per la clientela, e per l’ampliamento degli spazi per l’imposta di scopo, che di nuovo fa riferimento alla sola imposta municipale.
Paradossalmente, parte di questi effetti sono proprio il risultato, probabilmente non voluto, dell’aver tanto insistito sul fatto che il federalismo fiscale avrebbe portato meno tasse per tutti. Nelle versioni iniziali del decreto si prevedeva infatti che l’aliquota Imu sulle imprese sarebbe stata la metà di quella sulle seconde case; quando ci si è accorti però che ciò avrebbe significato un’aliquota ordinaria dell’imposta comunale unica superiore all’1%, a fronte dello 0,7% massimo per l’Ici attuale, si è rapidamente fatto marcia indietro, timorosi che l’aumento evidente dell’aliquota avrebbe contraddetto le promesse ed eroso il consenso per la riforma. Un approccio più moderato al tema e promesse meno incaute avrebbero probabilmente consentito una soluzione migliore.

Il che ci riporta direttamente all’assunto iniziale: ma è proprio vero che dal federalismo fiscale dobbiamo aspettarci una riduzione della pressione tributaria? Certo, per i contribuenti onesti è opportuno sperarlo, data l’esosità del carico tributario che già sopportano.
Ma la promessa vera del federalismo non è tanto quella di una riduzione delle tasse tout court, quanto quella di una maggiore efficienza nella gestione pubblica locale. E questo può significare tanto minori imposte a parità di servizi, quanto maggiori servizi e imposte più alte. L’importante è che la platea di chi paga i tributi locali coincida largamente anche con quella che riceve i servizi; solo così si può immaginare che eventuali aumenti di imposte avvengano comunque con il consenso dei contribuenti e che i governi locali siano spinti a raggiungere livelli di maggior efficienza per non scontentare i propri elettori.
Purtroppo, proprio questo è il punto più debole del provvedimento del governo sul federalismo municipale. Il problema non è l’ampliamento nell’imposta di scopo; il problema è che date le caratteristiche dell’imposta municipale unica, l’imposta di scopo consente ai comuni di tassare i non residenti per finanziare investimenti che avvantaggiano i residenti, che sono i soli che votano. Allo stesso modo, il problema non è quello di aver deciso di fondare l’autonomia tributaria dei municipi sul loro patrimonio immobiliare; il problema è di averlo fatto esentando del tutto proprio coloro che votano, cioè i proprietari di case che risiedono nel comune di riferimento. È da questo mismatch tra chi paga e chi riceve che ci dobbiamo aspettare i maggiori pericoli per l’evoluzione futura del carico fiscale a livello locale.

Il Sole 24 Ore 14.02.11

"Attività parlamentare al minimo. Solo una legge dall'inizio dell'anno", di Sergio Rizzo

Sempre più brevi i Consigli dei ministri: l’ultimo è durato cinque minuti, la media supera di poco un’ora. Da gennaio l’unico iter completato riguarda la conversione del decreto sui rifiuti. Sempre più brevi i Consigli dei ministri: l’ultimo è durato cinque minuti, la media supera di poco un’ora. Una sola legge sfornata in quarantaquattro giorni. E non siamo nel bel mezzo della calura estiva o nel pieno della campagna elettorale. Per giunta, non si può certamente dire che sia stato un provvedimento particolarmente impegnativo per il Parlamento: la conversione in legge di un decreto approvato dal governo a novembre dello scorso anno sui rifiuti della Campania. Il bilancio dell’attività legislativa di Camera e Senato dal primo gennaio 2011 è tutto qua. Un vuoto senza precedenti, che difficilmente sarà colmato. Date un’occhiata ai calendari: dopo la sfacchinata dal Milleproroghe, altro provvedimento con targa governativa sul quale i deputati si sono accapigliati nel tentativo di infilarci dentro di tutto, comprese norme maleodoranti come il blocco delle demolizioni delle costruzioni abusive in Campania o l’ennesimo condono edilizio, la Camera ha in programma la discussione di alcune interrogazioni, qualche mozione sonnacchiosa e disegni di legge parlamentari senza alcuna speranza di passare. Basta dire che durante tutto lo scorso anno di proposte non governative ne sono state approvate soltanto dieci. Il minimo storico. Come al minimo storico sono le sedute. Nei 409 giorni trascorsi dal primo gennaio del 2010 l’Aula di Montecitorio si è riunita in 171 occasioni. Ancora più sporadicamente quella di Palazzo Madama. Dove i giorni di seduta sono stati 129. Conosciamo le obiezioni. «L’attività parlamentare non si può limitare alle sedute. Per esempio, ci sono le commissioni…». Vero. Ma a parte la singolarità di certi organismi (nel Parlamento del Paese con le leggi più complicate del mondo c’è da anni anche una commissione per la semplificazione normativa, ed esistono ben due diverse commissioni d’inchiesta sulla sanità pubblica), il loro lavoro dovrebbe sfociare quasi tutto nell’Aula. Per non parlare dei casi in cui le commissioni fanno da tappo, com’è avvenuto in occasione del pareggio sul voto al federalismo. Un imprevedibile effetto degli scossoni politici che hanno investito il centrodestra, certo. Ma pur sempre un bel contributo alla paralisi che stiamo vivendo.

La situazione non sarebbe tanto diversa se a votare le leggi fossero soltanto i capigruppo, come ha proposto un paio d’anni fa Silvio Berlusconi («era una provocazione, un paradosso», si corresse poi il premier). Per il semplice fatto che da votare c’è ben poco. Quanto sia ormai profondo il senso di inutilità e frustrazione dalle parti del Parlamento lo dice il clamoroso gesto di un senatore ritenuto rispettabile come Nicola Rossi. Che ha spiegato la sua decisione di gettare la spugna in questi termini: con questo sistema elettorale i parlamentari sono nominati dai partiti, e non avendo investitura popolare non possono avere indipendenza di giudizio, e senza di questa non si lavora. Stop. Preso atto che tale stato di cose non si può cambiare con un colpo di becchetta magica, non ha potuto fare altro che dimettersi. Non soltanto dal suo partito, con il quale si trovava comunque in dissenso per ragioni politiche, ma dal Senato. Consumando così fino in fondo il divorzio da un Parlamento la cui funzione principale è diventata quella di ratificare leggi preconfezionate a scatola chiusa dagli uffici governativi.

Cosa che invece non hanno fatto altri, i quali pure a parole avevano manifestato disagio. Il leghista Matteo Brigandì , per esempio: «Mi dimetto perché non ha più alcun senso fare il parlamentare. Le Camere sono state svuotate di ogni loro funzione. Non hanno più alcun potere di iniziativa legislativa e sono state messe nella condizione di fare solo il notaio del governo», ha dichiarato un giorno. Ma poi è rimasto onorevole fino a quando non è stato nominato dallo stesso parlamento nel Consiglio superiore della magistratura. Per non parlare del recordman assoluto degli assenteisti, Antonio Gaglione, che è sbottato: «Stare in Parlamento è un lavoro frustrante, una perdita di tempo e una violenza contro la persona». Dimettendosi subito dopo dal partito, il Pd. Ma in Parlamento ci è rimasto. Anche la coerenza ha un prezzo: ovviamente inferiore all’appannaggio da deputato che il Nostro continua a intascare.

Non che l’attività di governo sia particolarmente più frenetica. Con le energie tutte concentrate a parare i colpi della magistratura che indaga sui festini nelle residenze di Silvio Berlusconi, come dimostrano i recenti propositi di rimettere in cima all’agenda dell’esecutivo il processo breve o il decreto sulle intercettazioni, resta evidentemente poco carburante per altro. A giudicare dalla durata fulminea delle riunioni di Palazzo Chigi, le discussioni sulle questioni di merito dei singoli provvedimenti sono sempre più rapide. L’ultimo Consiglio dei ministri, quello sull’emergenza degli sbarchi a Lampedusa, è durato cinque minuti d’orologio: dalle 13.35 alle 13.40. Il 21 gennaio, per esaminare e approvare una decina di provvedimenti, fra cui quisquilie come il Piano sanitario nazionale e la disciplina degli sfratti, oltre a quindici nomine, ci hanno messo poco più di un’ora. La durata media delle 50 riunioni di governo dal primo gennaio 2010 a oggi è stata di 64 minuti, meno della metà di quella del precedente (e rissoso) esecutivo di centrosinistra. E questo di per sé potrebbe anche non essere un segnale negativo. Se non fosse però che mentre il dibattito interno si fa sempre più flebile, rimangono penosamente al palo progetti e riforme che rappresentavano l’ossatura del programma di governo.

Rendendo forse ancora più inutile l’esistenza a Palazzo Chigi, già di per sé sorprendente, di ben due strutture incaricate di seguire il «Programma» : quella del ministro Gianfranco Rotondi e quella del sottosegretario alla Presidenza Daniela Garnero Santanchè. Qualche caso? Il rilancio dell’energia nucleare (in clamoroso ritardo) e il piano casa (un flop gigantesco). Mentre le iniziative per dare «una scossa all’economia», termine coniato dal governo Berlusconi sette anni orsono ma finora senza risultati, sono prigioniere della carenza di risorse economiche, quando non della necessità di recuperare consensi in pericolosa discesa o della mancanza di fantasia, come sta a dimostrare il riciclaggio di vecchie promesse mai decollate. Piani per il Sud, riforme fiscali… E siamo poi sicuri che i tempi di alcune proposte, per esempio la riforma della Costituzione nella parte che riguarda l’impresa, siano compatibili con il fiato corto di questa sedicesima legislatura?

Corriere della Sera 14.02.11

"Il Colle, Ruby e Bossi gli incubi di Silvio", di Claudio Tito

«Il destino della legislatura si decide questa settimana». C´è un filo invisibile che lega le parole pronunciate nel weekend da Umberto Bossi e gli avvertimenti di Giorgio Napolitano. Un filo che sta scuotendo l´intera maggioranza e che mette in allarme il presidente del Consiglio. «Si decide tutto questa settimana», avverte il Senatur. E il messaggio è arrivato per direttissima anche a Silvio Berlusconi. Perché le riflessioni del suo «miglior alleato» più che una minaccia rappresentano una constatazione.
Che in queste ora sta prendendo le forme di una delle norme del codice penale: «L´interdizione dai pubblici uffici». Una pena accessoria che trasforma i sogni del Cavaliere in incubi. Che fa materializzare il fantasma delle elezioni anticipate o «peggio di un governo tecnico». I suoi legali e lo stesso presidente del Consiglio si sono ormai fatti la convinzione che se il processo per il “Rubygate” arriverà a sentenza, allora già in primo grado i magistrati la accompagneranno proprio con l´interdizione dei pubblici uffici. Compresa la presidenza del Consiglio. «È chiaro che l´obiettivo dei magistrati è questo – si è sfogato l´altro ieri il premier con un fedelissimo -. In quel caso cosa faremo? Come si comporteranno i leghisti? Cosa accadrà nel gruppo dei Responsabili? Dobbiamo opporci, fare di tutto per impedirlo. Sarebbe un golpe inaccettabile». Alla fine, però, il capo del governo lascia i suoi interrogativi senza risposte. Quesiti che possono aprire un varco verso le elezioni anticipate. La paura che si é fatta largo a Palazzo Chigi, infatti, ora sta condizionando le mosse di tutti. Del Pdl e, soprattutto, della Lega. Per questo la previsione di Bossi è suonata a Via del Plebiscito come un campanello d´allarme. E il filo invisibile che unisce la Lega al Quirinale si presenta agli occhi del premier come un pericolo costante.
Perché al di là delle rassicurazioni ufficiali, il campo del Carroccio è quanto mai in movimento. E il Senatur è deciso a coglierne tutti i segnali. A interpretare i malumori della “pancia” lumbard e a recepire le “prudenze” dei dirigenti. Ma con una certezza: il possibile rinvio a giudizio del premier sul caso Ruby, non potrà risultare indifferente. «Per ora – spiega in queste ore il ministro delle Riforme – io sono in grado di tenere i miei. Se il federalismo va avanti, nessuno si potrà lamentare. Ma se nella palude anche il nostro progetto si blocca allora tutto cambia. E dovrò capire se qualcosa cambia anche nel caso in cui Silvio venisse condannato in tempi brevi».
Berlusconi conosce i dubbi dell´alleato. Con l´amico Umberto ha riparlato anche negli ultimi due giorni. È sicuro che «non ci saranno tradimenti». Ma si è anche reso conto che il feeling maturato tra lo stato maggiore leghista e il Quirinale può provocare sviluppi imprevisti. Soprattutto alla luce di quel che accadrà a Milano nei suoi quattro processi. Senza contare che il successo delle manifestazioni di piazza di ieri costituiscono, a suo giudizio, un tassello dello stesso mosaico cospirativo. «Una protesta senza senso – ha commentato vedendo le immagini di Piazza del Popolo – mi vogliono far passare per un mostro. Tutte falsità, è già campagna elettorale. Fanno i bacchettoni con me e poi sono i primi a combinarne di tutti i colori. Io sono un uomo separato e sono libero di fare quello che voglio a casa mia. Vogliono farmi dimettere e basta».
Mai come in questo momento, dunque, il partito delle elezioni anticipate è stato così forte. Con l´intera opposizione – da Bersani a Fini – pronta a scendere in campo per le urne. Anche la scelta elettorale del leader Fli – che si è tenuto in contatto con Napolitano – sta sortendo l´effetto di modificare gli equilibri tra il partito “del voto” e quello del “non voto”. Anche perché è proprio il presidente della Repubblica a vedere le urne come una possibile soluzione alla «paralisi» che condiziona l´attività del governo. E allora quel «si decide tutto questa settimana», sta riecheggiando nelle orecchie del Cavaliere come un monito. Le difficoltà con cui procede l´iter del decreto Milleproroghe – al cui interno spiccano diverse misure di spesa cui Berlusconi tiene molto – e i “no” di Giulio Tremonti ad allentare i cordoni della borsa hanno assunto nei ragionamenti di Berlusconi tutta un´altra configurazione. Per non parlare dei giudizi taglienti (la cui asprezza è arrivata fino ai piani alti di Palazzo Chigi) del ministro dell´Economia sui provvedimenti per dare una scossa all´economia e per rilanciare il Sud. Fattori che hanno di nuovo illuminato i sospetti sul titolare di Via XX Settembre. Sulla possibilità che faccia parte del ristretto numero di “carte di riserve” pronte all´uso in caso di emergenza.
Quell´emergenza evocata, appunto, per ben due volte tra venerdì e sabato scorso dal capo dello Stato. Il “filo” che unisce il Quirinale, la Lega, il presidente della Camera e l´intero arco delle opposizioni, allora, per Berlusconi è qualcosa di più di una semplice sintonia istituzionale. Così come le conseguenze del rinvio a giudizio per il caso Ruby stanno assumendo tutta un´altra configurazione nelle riflessioni del Cavaliere. In cui lo scioglimento del Parlamento è un´opzione, ma l´altra è la nascita di un nuovo governo. «Qualcuno pensa ancora che si possa formare un esecutivo tecnico. Quella sì sarebbe una porcata».
Non a caso anche ieri i toni con cui il presidente del Consiglio ha in privato commentato le mosse del Colle non sono stati per niente accondiscendenti. «Vuole sciogliere le Camere anche se ho la maggioranza? Ci provi e vediamo come va a finire. Finché ho i numeri, nessuno può imporre le elezioni». La nota con cui ieri i capigruppo del Pdl hanno ricordato e difeso il lavoro dell´esecutivo, del resto, era diretta proprio al presidente della Repubblica. Sebbene sia sotto gli occhi di tutti, la sostanziale inattività dell´esecutivo e del Parlamento. Basti pensare che l´aula di Montecitorio da tempo si riunisce per non più di 2-3 giorni a settimana. E il motivo è piuttosto semplice: l´assenza di provvedimenti da discutere.
Ma i «numeri» invocati dal presidente del Consiglio possono rivelarsi un´incognita. Soprattutto se il “giudizio immediato” della procura di Milano in relazione alle accuse di concussione e prostituzione minorile si chiuderà con una condanna e con «l´interdizione dai pubblici uffici».

La Repubblica 14.02.11

Berlusconi: «Manifestazione faziosa, vergogna» E sul voto "corregge" Napolitano: serve mio parere

«Mi è sembrato un pretesto per sostenere il teorema giudiziario che non ha nessun riscontro nella realtà: una mobilitazione di parte, faziosa, contro la mia persona da parte di una sinistra che cavalca qualsiasi mezzo per abbattermi». Lo ha detto il premier Silvio Berlusconi, intervistato da Maurizio Belpietro, in collegamento telefonico con ‘Mattino Cinque’, a proposito delle manifestazioni di ieri delle donne e definendo una «vergogna» questo teorema. «Tutte le donne che hanno avuto modo di conoscermi – ha aggiunto – sanno con quanta considerazione e rispetto io mi rapporto con loro».

Il premier parla poi anche di scioglimento delle Camere:
«No, guardi non credo che» lo sciogliemento delle Camere «sia nei pensieri, assolutamente, del presidente Napolitano. Tra l’altro nell’ultimo colloquio che ho avuto con lui al Quirinale mi ha garantito che finchè c’è un governo che governa e una maggioranza politica che lo sostiene e che lavora non esistono motivi per sciogliere il Parlamento».

Dopo aver sostenuto che non è intenzione del capo dello Stato Giorgio Napolitano di sciogliere le Camere, Silvio Berlusconi precisa che il solo presidente della Repubblica, senza una crisi formale, non può decidere da solo, ma deve consultare anche il presidente del Consiglio. «La costituzione comunque prevede che senza una formale crisi di governo per interrompere anticipatamente una legislatura occorre che il presidente della Repubblica consulti sia i presidenti delle Camere che il presidente del Consiglio, cioè Silvio Berlusconi», ha detto il premier nel corso di ‘Mattino Cinquè.

«Per interrompere una legislatura – ha affermato il premier – ci vuole che Napolitano si consulti con i presidenti di Camera e Senato» e abbia l’assenso del presidente del Consiglio. Berlusconi chiarisce che non ha alcuna intenzione di fare un passo indietro. «C’è molta confusione ma io ho le idee chiare. Il governo è stabile ed andrà avanti portando a compimento le riforme».

L’Unità 14.03.11

"La tragedia degli immigrati e il fallimento della politica", di Adriano Prosperi

Un barcone sovraccarico di profughi dalla Tunisia è affondato nel porto di Gabes. Un ragazzo è morto affogato: un altro corpo senza nome ingoiato dal cimitero marino. In quel cimitero marino dove sono finite le vittime di una intera stagione politica: quella che ha visto la collaborazione italiana con Gheddafi e l´imbarbarimento del nostro costume civile. Oggi i tirannelli della costa africana del Mediterraneo crollano come birilli davanti ad un immenso sommovimento di masse umane. Gli effetti sono appena cominciati e già si annunciano di portata mondiale. Ma intanto è il nostro Paese che deve registrare i primi effetti del terremoto. E anche se il nuovo panorama è ancora nebbioso un fatto è certo: quella che sta cambiando è la geografia politica su cui ha galleggiato finora il governo italiano. Di questo bisogna tener conto per cogliere il significato dell´appello rivolto al paese e alle forze politiche dal ministro dell´Interno, il leghista Roberto Maroni.
Ci sono, dietro quell´appello, ragioni concrete che non si possono ignorare. È ricominciata la mai finita tragedia dei barconi. Migliaia di esseri umani con le loro tante storie si affollano in questi giorni sulla strada che porta al centro di accoglienza di Lampedusa. Altre migliaia arriveranno. «Un esodo biblico come mai se ne sono visti»: ecco che cosa sta arrivando dalle coste del Maghreb secondo il ministro Maroni. L´emergenza era prevedibile. E governare significa anche prevedere: non il futuro scritto negli astri, ma quello delle emergenze in atto nel mondo che ci circonda. Se vedi il fuoco a casa del vicino prepara l´acqua in casa tua, diceva un proverbio. Ora, è ormai da tempo che il fuoco divampa a casa dei nostri vicini sull´altra costa del Mediterraneo. E non ci voleva un indovino per immaginare che a Lampedusa sarebbero arrivate ondate di profughi.
Ma quella che oggi è entrata in crisi è la politica del nostro governo. Da questa constatazione bisogna partire per cogliere il significato dell´appello del ministro. Di quella politica resta un paesaggio cosparso di macerie civili e di vittime umane: tante vittime, dai morti delle traversate ai rimpatri indiscriminati di un gioco dell´oca con tappa finale nelle carceri libiche; e per i clandestini che ce l´hanno fatta, una vita alla mercè di sfruttatori e di mercanti di carne umana. Ma se alziamo lo sguardo dalla politica interna quello che vediamo in un solo colpo d´occhio è la somma di un allentarsi dei legami europei e di un abbraccio con Gheddafi, promosso a guardia delle nostre coste e per questo pagato e armato da noi.
Oggi un governo tutto assorbito dalla difesa del suo presidente del Consiglio e dal controllo dei teatrini mediatici si sveglia dal sonno della non-politica. È in affanno, in mezzo a una crisi istituzionale senza precedenti, privo di una prospettiva di durata che guardi al di là del mattino seguente, legato alle sorti del prossimo processo per reati comuni del suddetto presidente. Un altro ministro leghista, noto per aver definito «porcellum» la legge elettorale che ha gonfiato di seggi parlamentari la sua maggioranza, oggi ha descritto il quadro come lo sgretolarsi della torre di Babele. È in questa situazione che il ministro Maroni chiede soccorso a destra e a sinistra. Il suo non sembra un appello agli impulsi del volontariato solidale, che pure è un tasto sempre funzionante da noi, nella migliore tradizione di un paese che sa di non poter fare conto sulle sue istituzioni. Sembra piuttosto un invito all´unità delle forze politiche. Ora, non è mai troppo tardi perché i picconatori della festa dell´unità nazionale, i fanatici del sacro egoismo fiscale, i governatori arroccati tra il Po e le Alpi, si rendano conto che esiste un paese Italia. Oggi il ministro del decreto sicurezza, già responsabile di toni specialmente duri nella guerra ai rom dichiarata dal nuovo razzismo italiano, chiede l´apertura di una fase nuova nella politica generale del paese. Se la sua è una richiesta seria, dovrà essere presa seriamente in esame: e per esserlo bisognerà che sia integrata con qualche dettaglio ulteriore. Per esempio, dica Maroni come e con chi secondo lui un ipotetico governo di unità nazionale dovrebbe far fronte alle tante emergenze italiane.

La Repubblica 14.02.11

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Lampedusa, prima notte al Cie L’emergenza sbarchi non si ferma

Nel centro riaperto ieri mancano persino i letti
In arrivo altri barconi. Prima notte al Centro d’accoglienza di Lampedusa per gli oltre duemila immigrati clandestini ospiti da ieri nella struttura riaperta per ordine del ministro Maroni su disposizione del Commisssario straordinario per l’emergenza immigrati Giuseppe Caruso, che oggi potrebbe arrivare a Lampedusa per un vertice con le forze dell’ordine.

Fino a ieri sera sono stati circa 1.400 gli extracomunitari accompagnati al Centro d’accoglienza, che ne può ospitare solo 850, ma nella notte se ne sono aggiunti altre centinaia. La situazione è drammatica anche perchè molti dei clandestini hanno dormito a terra per la mancanza di posti letto.

Sono intanto ancora in viaggio verso Lampedusa due imbarcazioni cariche di immigrati nordafricani avvistate ieri sera nel Canale di Sicilia. Nonostante i continui voli aerei per altre città, a Lampedusa al momento ci sono circa quattromila immigrati, ed altri sbarchi sono previsti nelle prossime ore. Questa mattina all’alba, a Pantelleria, i carabinieri hanno intercettato cinque immigrati sbarcati poco prima sull’isola. Oggi riprenderà il ponte aereo per trasferire i migranti in altre località e in altri centri d’accoglienza della penisola.

La Stampa 14.02.11