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"Il realismo delle donne", di Barbara Stefanelli*

In Italia esiste un divario di genere da colmare. Magari con una legge che fissi quote di presenza femminile. Una manifestazione, domani, che vuole lanciare «un urlo collettivo» contro Berlusconi e denunciare «la degenerazione della libertà in arroganti libertinismi» che offendono la dignità delle donne. E una contro-manifestazione, già questa mattina, che considera gli slogan di quella piazza una forma di «giacobinismo moralista» che farà arretrare le donne stesse a favore di pericolosi agenti del pubblico pudore. Le cronache del caso Ruby e l’appello a partecipare a una grande protesta popolare al femminile hanno percorso e diviso il Paese.

Il dibattito è stato appassionato, a tratti spregiudicato, comunque – crediamo – positivo perché ha animato una sfida non banale tra generazioni e idee diverse. Il Corriere ha dato ampio spazio a questo confronto che non è mai diventato «pollaio» e che, anzi, ha dato prova di una sorprendente vitalità civica.

Ora, per quanto vasta, una manifestazione non fa cadere un governo in Italia. Come non lo fanno cadere i magistrati, e sarebbe grave per una democrazia liberale se ciò avvenisse. Un governo cade in Parlamento e per volontà di elettori ed elettrici che si esprimono in quel senso. Non è questa la partita. Ma una partita c’è ed è una partita fondamentale.

La domanda alla quale dobbiamo rispondere è semplice: l’Italia ha un problema con le donne? La scrittrice Silvia Avallone, 26 anni, ha giustamente sottolineato che siamo state educate all’indipendenza dalle nostre madri: «Questa parola, indipendenza, mi è sempre stata detta con un tono particolare, il tono di ciò che è veramente importante. Non ho mai sentito sulla mia pelle un difetto di libertà».

Se tutto questo è vero – e qui sta il passaggio di testimone tra una generazione femminista che ha molto combattuto e una generazione ostile ai riti collettivi, ma fiera di sé e delle proprie identità individuali – è anche vero che esiste un salto tra il cromosoma acquisito di una libertà senza difetti e quello che succede nelle nostre giornate.

Bastano pochi dati su occupazione, retribuzione, rappresentanza. Le donne italiane si diplomano e si laureano più (e meglio) degli uomini, ma neppure una su due ha un posto retribuito. Una percentuale che ci pone ai piedi della classifica europea, meglio solo di Malta. E, a parità di livello, guadagnano il 16,8% meno dei colleghi maschi. Una donna su quattro lascia il lavoro dopo la maternità: su 100 bambini solo 10 trovano posto in un asilo nido, meno di 5 su 100 in uno comunale. Le donne ministro rappresentano il 21% del totale, le parlamentari non superano il 20%. Nelle società quotate la presenza femminile nei Consigli di amministrazione arriva al 6,8%; le amministratrici delegate sono appena il 3,8%. Questo significa che nel Paese esiste un gender gap, come viene definito nei rapporti ufficiali, un divario tra i generi che rende le donne assenti o deboli in tutti i luoghi – nelle aziende pubbliche e private, in politica e diplomazia, nelle università – dove si prendono le decisioni che determinano poi la vita di una società. E la modernità di uno Stato. Pasolini parlava di «un’incrostazione superficiale di modernità» che in Italia nasconde strati di realtà storicamente superati. Forse quell’analisi feroce ancora racconta una parte di quello che siamo.

La risposta alla domanda dalla quale siamo partiti è dunque «sì». L’Italia ha un problema rispetto a quel 51,4% di popolazione che è costituito da donne. È legittimo protestare; è vitale agire sul terreno. Senza vittimismi fuori tempo, senza attribuire tutti i mali a un nemico, ma senza il timore di mettersi in trincea finché il sistema non diventerà equo ed equilibrato. Se l’obiettivo è «più donne», uno dei rimedi può essere una legge che temporaneamente imponga quote di presenza femminile ai vertici delle istituzioni, dei partiti, delle imprese. Può sembrare una piccola cosa rispetto alle profondità toccate dalle riflessioni di queste ore. Ma è un passo per scuotere il Palazzo, per scavalcare fossati che resistono a lasciarsi colmare dal basso. Il gradino di un 30% obbligatorio, che sta creando onde riformatrici nei Paesi dove viene sperimentato, rappresenterebbe un trampolino per creare movimento e rinnovamento. Avendo subìto a lungo il non merito di altri, per le donne è molto difficile essere avviate verso un recinto, contate e rinchiuse in una percentuale stabilita per legge. Resta però una delle poche soluzioni – bipartisan – che possiamo spingere subito in cima all’agenda politica nazionale. A patto poi che nelle quote finiscano nomi scelti in base a quell’incrocio di talento e volontà che determina il merito delle persone. L’augurio è che alle nostre figlie questo 30% possa un giorno sembrare uno scherzo antico.

C’è un altro punto chiave che ci riporta attorno al caso Ruby. In Italia l’identità delle ragazze – la loro possibilità di crescere indipendenti, consapevoli, forti solo di sé – è messa alla prova da una cultura dell’immagine che in nome di un’idea conformista del successo sfrutta il corpo fino all’ultimo centimetro di pelle. Ci siamo assuefatti, da molte stagioni, a un immaginario femminile assai lontano dalla realtà delle donne che affrontano giornate difficili, o esaltanti, ma comunque estranee a quello che viene raccontato ossessivamente in questi giorni. Vorremmo che le protagoniste dei nostri ragionamenti non fossero solo Karima, Maristhelle, Iris, Aris – libere naturalmente di continuare a fare nel frattempo quello che vogliono – ma tante altre donne. Avranno forse nomi meno esotici, ma saranno personaggi infine più interessanti: vestite come sono delle loro storie quotidiane tenute in equilibrio tra famiglie, lavoro, se stesse. È tempo di scommettere su una società dove ogni diciottenne possa dire di sé quello che scriveva Luciana Castellina nel suo diario in un lontanissimo 15 aprile 1946. «Sono felice di vivere, di discutere, di vedere il mondo, di esprimere quello che provo: sono felice di tutto. Il mondo è mio e lo voglio».

*vicedirettore

Il Corriere della Sera 12.02.11

Egitto, Mubarak si dimette. Si chiude un'epoca

Fassino: “La comunità internazionale garantisca la transizione pacifica”. Pistelli: “Dimissioni atto responsabile ma tardivo”. Egitto-Mubarak si è dimesso. Manifestazioni di gioia alla notizia in Egitto delle dimissioni di Mubarak. Un’epoca si chiude in Egitto e nel mondo arabo. E come tutti i passaggi d’epoca gli esiti non sono determinati a priori. E’ responsabilita’ della comunita’ internazionale favorire una transizione pacifica, fondata sul coinvolgimento di tutte le componenti della societa’ egiziana e volta a corrispondere alla domanda di liberta’, democrazia e dignita’ che ha ispirato il grande movimento popolare di queste settimane. E in questa direzione chiediamo al governo italiano di agire con determinazione e chiarezza, di concerto con l’Unione Europea”.

Lo ha dichiarato, a nome del PD, Piero Fassino.

“Ci auguriamo adesso un’effettiva transizione democratica, nell’interesse di un grande popolo, civile amico dell’Italia”. Lo ha affermato il capogruppo del Pd nella commissione Esteri di Montecitorio, Francesco Tempestini, dopo l’annuncio delle dimissioni di Mubarak.

Lapo Pistelli, Coordinatore Pdel Dipartimento Relazioni Internazionali del PD riconosce che le dimissioni di Hosni Mubarak “anche se tardive, sono comunque un atto di responsabilità verso l’Egitto. Come democratici siamo a fianco dell’Egitto che chiede una transizione breve con la quale arrivare a nuove elezioni.
Allo stesso tempo auspichiamo che il Paese mantenga il fondamentale ruolo strategico giocato in questi anni come interlocutore moderato del processo di pace israelo-palestinese.
Ora però è ancora più urgente e indispensabile che l’Italia assuma una iniziativa a livello diplomatico e politico, che ci renda interlocutori attivi della novità che si sta affacciando dalla sponda Sud del Mediterraneo”.

www.partitodemocratico.it

Gelo tra Napolitano e Berlusconi "Il premier deve accettare il giudizio", di Umberto Rosso

Lungo colloquio tra il capo dello Stato e il presidente del Consiglio. Lo scontro. Il vicepresidente del Csm, Michele Vietti, preoccupato dallo scontro istituzionale
«Se, come lei afferma, questa storia è tutta una bolla di sapone, caro presidente del Consiglio non ha che da seguire la strada maestra della giustizia, e affrontare i magistrati: ci sono le leggi, e gli uomini, che di certo sono sopra le parti e possono garantire un giusto processo. Non credo che ci siano persecuzioni organizzate dai pm nel nostro paese». È quel che Giorgio Napolitano indica e consiglia a Silvio Berlusconi. Un´ora abbondante di faccia a faccia sul Colle, dopo settimane di gelo e l´ultimo incidente di un incontro “fantasma”, ma alla fine non sembra che la tensione fra i due si sia sciolta. Le posizioni restano distanti: il premier conferma di voler mettere mano alla giustizia, il capo dello Stato lo mette in guardia da «strappi e prove di forza». E lo si era già intuito quando, qualche ora prima, il presidente della Repubblica aveva ricevuto il vertice del Csm salito al Quirinale proprio per protestare contro gli attacchi del premier. Il vicepresidente del Consiglio Superiore della magistratura era stato esplicito manifestando «preoccupazione e inquietudine per l´aspro conflitto istituzionale in atto». «Basta alimentare conflitti, il giusto processo sta scritto nella nostra Costituzione», ha allora detto Napolitano ricordando quanto già affermato un mese fa: «Nella legge possono trovarsi i riferimenti di principio e i canali normativi e procedurali per far valere insieme le ragioni della legalità nel loro necessario rigore e le garanzie del giusto processo. Fuori di questo quadro, ci sono solo le tentazioni di conflitti istituzionali e di strappi mediatici che non possono condurre, per nessuno, a conclusioni di verità e di giustizia». Ed erano state, quelle pronunciate nel corso della Giornata dell´Informazione, parole indirizzate a Berlusconi. Che il capo dello Stato, ieri pomeriggio, gli ha confermato guardandolo negli occhi. Spiegando che i toni violenti e le bordate contro gli altri poteri dello Stato hanno creato «un clima di scontro e di tensione fra le istituzioni che sta superando il livello di guardia». Una situazione, ha spiegato Napolitano a Berlusconi, che «finisce per spostare tutto sul piano delle polemiche, per assorbire in questo anche le energie del suo governo, mentre c´è bisogno di interventi per uscire dalla crisi economica». Erano da poco passate le cinque del pomeriggio quando Berlusconi, accompagnato da Gianni Letta, varca la porta dello studio del capo dello Stato. Davanti a Napolitano, il premier frena gli eccessi da comizio anti-pm, non evoca ancora la Ddr comunista, ma si esibisce in lungo sfogo personale. «Io non faccio i festini. Come potrei, del resto, davanti a tanta gente? La verità è che da quando sono sceso in politica i magistrati mi perseguitano». Il capo dello Stato ascolta, e poi arriva secca la risposta: «Ci sono le sedi giuste dove far valere la propria estraneità alle inchieste, la propria innocenza. Leggi e gradi di giudizio. Fuori da questo meccanismo, si alimenta solo il conflitto». Ma è la tesi che il premier contesta al capo dello Stato. E conferma la sua intenzione di voler rimettere mano alla giustizia. Insomma, il blitz per decreto sulle intercettazioni è rientrato precipitosamente nel cassetto dopo lo stop del Colle ma nella sua battaglia sui pm Berlusconi tira dritto. Nonostante gli avvertimenti del presidente della Repubblica: «Io sono molto preoccupato per il conflitto che si è aperto, e che non risparmia i massimi vertici del nostro paese».

La Repubblica 12.02.11

"La dignità delle donne riguarda tutti", di Anna Finocchiaro

Domani in piazza per dirlo. C’è in quello che sta avvenendo una importante assunzione di responsabilità collettiva che deciderà della reale modernità del nostro Paese. Molte hanno capito che questo è il momento di fare massa critica, in cui non hanno spazio ortodossie da difendere, diversità da ostentare. Non ricordo, negli ultimi anni, un così vasto movimento di opinione, una così ricca produzione di documenti pubblici, una così numerosa serie di iniziative come quella che in questi giorni si manifesta tra le donne italiane.
Perché stavolta non è in gioco né il destino di una legge per quanto definitiva sotto il profilo sostanziale e simbolico come fu quella sulla violenza sessuale, né resistono divisioni politiche e di concezione di vita e di ruolo, come accaduto con la legge sul divorzio.
Stavolta in gioco c’è l’identità stessa delle donne. L’essere donne italiane così come in lunghi decenni esse hanno definito nella più strabiliante delle diversità se stesse. Che poi la rappresentazione mediatica risulti un’altra è altro affare. Attiene al fatto che, per ritardo culturale, perdurante ottusità e manifesto condizionamento da parte della potente macchina mediatica a disposizione del berlusconismo, le donne italiane sono raramente rappresentate per quelle che sono, relegate invece, se va bene, al ruolo di vittime, deboli, soggetti minori.
Ma le donne sono altro. Conciliano lavoro, figli e impegno. Studiano perché vogliono imporsi nella società, non puntano tutto sulla loro avvenenza, molte amministrano bene pubblico senza aver dato niente in cambio.
Basterebbe guardarle, appena guardarle con sollecita curiosità (e sono oltre la metà della popolazione), per verificare di quale stupefacente innovazione esse sono state capaci: nell’istruzione, nel lavoro, nell’ovviare ad un welfare insufficiente e arretrato, nella propria libertà, nella rottura di schemi e ruoli giovando alla società italiana, al suo benessere, alla sua crescita e sviluppo, alla sua stessa sprovincializzazione.
Oggi affidiamo la formazione dei nostri figli a insegnanti donne, la cura della nostra salute a medici donne, la guida delle imprese, i nostri diritti e i nostri interessi a manager, magistrati e professionisti che sono donne. Con percentuali, peraltro, destinate a crescere, poiché le diplomate e le laureate superano già statisticamente i maschi . Anche per questa ragione, oggi, proprio oggi, le donne italiane avvertono che la misura è colma e pretendono che la propria identità non sia
manipolata. Oggi, in questi giorni e in queste ore, le donne cercano visibilità per pretendere rispetto e ottenere il riconoscimento della loro dignità.
Si tratta di una questione politica, non privata.
Capiamo bene che questa pretesa, la consapevolezza di sé che l’accompagna e la competizione che le don-
ne ormai praticano in campi tradizionalmente maschili, possa far paura. Che induca timore di perdere ruolo e posizioni, in particolare nelle classi dirigenti maschili del nostro Paese.
E si capisce che la condivisione, il dover mettere a disposizione almeno la metà delle occasioni e delle opportunità economiche (di lavoro, di carriera e di potere) irrigidisca chi oggi le detiene prioritariamente. Ed allora, è preferibile per alcuni fare finta di niente. Evitare di guardare e di vedere. Ed è naturale che il Presidente Berlusconi, che del potere ha concezione arcaica, totemica e illimitata, non possa comportarsi che come fa. Ammettendo, ai luoghi delle opportunità come graziosa concessione, solo le donne che lui stesso sceglie, certificandone ad un tempo avvenenza e capacità. Quanto alle altre, esse sono archetipo delle donne che non infastidiscono, ma “allietano” soltanto. Con l’esibizione dei loro corpi in tivù, con lo sfruttamento del loro corpo in uno spazio che non è più solo privato, perché, per quanto se ne lamenti, la separazione tra pubblico e privato è stata frantumata dallo stesso Berlusconi, che dell’ esibizione della sua fisicità ha fatto uso politico, e dei suoi affari privati e familiari ha fatto elemento di discussione pubblica.
Ma, appunto, le donne italiane reclamano oggi di essere raffigurate, e di raffigurarsi a loro volta, per quello che sono. E non è più la rivendicazione della signoria su se stesse, per quanto così precaria si sia rivelata in questi anni la signoria di ciascuna sul suo proprio corpo. Oggi è altro: è la pretesa, perentoria, di essere rappresentate, come genere collettivo, per quello che si è e si è diventate. E stimate, e rispettate per davvero,
per quello che, liberamente, si è scelto di essere. Trastullo per nessuno, oggetto di sfruttamento per nessuno, soggetto invece dignitoso e libero, riconosciuto nella sua dignità e nella sua libertà. Tutte. Se fossimo abituate a pensarlo, forse ci renderemmo conto anche di quale potente strumento di integrazione questo potrebbe diventare per le donne che in Italia vengono da altri Paesi, da altre culture, da altre religioni. Mi colpiva, nella conversazione avuta qualche giorno fa con una giovane donna velata, intelligente e simpatica, il fatto che mi confidasse quanto le mancasse la possibilità di frequentare una piscina per praticare il nuoto. In Italia, diceva, sono tutte promiscue, e la mia religione mi chiede di non frequentarle. E aggiungeva che forse solo una cooperativa di donne avrebbe potuto offrire, a sé ed alle sue sorelle, quella possibilità. Non ci conoscevamo, ma le era venuto spontaneo pensare che solo altre donne avrebbero potuto riconoscerle quel bisogno e quella occasione. Non è un caso.
Ma in quello che sta avvenendo in questi giorni c’è anche altro di nuovo. Ce lo racconta il fatto che ogni appello, ogni lettera, ogni documento venga riconosciuto, e firmato, da chi a sua volta ne ha scritto un altro e firmato altri ancora.
E che questo accade spontaneamente, con la naturalezza con cui si risponde ad un’urgenza, con cui la si condivide.
Non c’è fatica politica, ma c’è, in ciò stesso, un fatto politico. Donne diversissime hanno compreso che, appunto, questo è il momento e confidano, giustamente, nella forza di una massa critica in cui non hanno spazio ortodossie da difendere, diversità da ostentare. Così in piazza il 13 febbraio ci saranno, ci saremo, tutte. Bene. Molto bene. Questo ci dice anche che la forza e la fatica spese negli anni, da tante e tante donne per se stesse e per le altre, non si sono consumate e disperse, come a volte abbiamo temuto, ma anzi, hanno dato sicurezza di sé a nuove generazioni di donne e si manifestano oggi, di fronte all’urgenza, come coscienza collettiva. Ancora di più, come coscienza nazionale.
Se mai fosse stata solo questo, oggi non è piu’ una questione di genere, un rivendicare diritti e spazi. L’ interlocuzione e le adesioni di tanti uomini alle tante manifestazioni, testimonia di un tema che si impone, finalmente, come generale.
La dignità delle donne come cartina di tornasole della crescita, dell’ identità, del futuro italiano: c’è in quello che sta avvenendo una importante assunzione di responsabilità collettiva che deciderà della reale modernità del nostro Paese.

L’Unità 12.02.11

"Il falso teorema del golpe morale", di Giuseppe D'Avanzo

Il presidente del Consiglio, settantacinque anni, si tiene accanto in villa – a pagamento – una prostituta minorenne per un paio di mesi, nel 2010. Questo è il fatto, assai ostinato nonostante la nebbia e le censure. Nasce una domanda processuale (Berlusconi ha commesso un reato?) e sortisce qualche effetto politico. Lasciamo in un canto la questione giudiziaria, per il momento. Elenchiamo qualcuno degli esiti politici sotto forma di domanda.| Quell’uomo, già sorpreso in altri anni in compagnia di minorenni, ha il pieno controllo della sua vita?

Le sue condotte lo hanno reso vulnerabile ai ricatti o minacce della sua ospite, delle sue ospiti?

Quanto la vita caotica di quell’uomo danneggia il Paese che governa?

A quel discredito, domestico e internazionale, può egli stesso porre rimedio?
I suoi comportamenti possono essere, una buona volta, appropriati ai doveri pubblici che liberamente ha voluto assumere?

Come si vede, ognuno di questi interrogativi è concreto, factual perché rinvia all’interesse nazionale e al nostro destino collettivo. Per questa ragione pretende un’assunzione pubblica di responsabilità e reclama con urgenza un giudizio politico, prima che morale e giudiziario.

Se fossimo in un Paese dove il discorso pubblico si nutre di buonafede, disinteresse, civismo, si ritroverebbero (e si affronterebbero) nel perimetro di quelle domande le ragioni della crisi istituzionale che minaccia di precipitare il Paese in
una guerra civile o in un ineluttabile
declino.

Purtroppo il discorso pubblico nazionale è alimentato soltanto dalla manipolazione, dal falso indiscutibile organizzato a tavolino, da uno spettacolo che conserva la comunità nell’incoscienza dissolvendone ogni senso critico. “Confondere e non convincere” è la regola. Non è altra l’intenzione della manovra chiamata “in mutande ma vivi” lanciata da Giuliano Ferrara, oggi unico canovaccio politico-informativo a disposizione del premier. È il tentativo manifesto di accantonare la questione politica per trasformarla in questione morale. Il trucco offre l’opportunità di mettere su un’artefatta baruffa contro l'”ipocrisia moralistica” che liquida ogni responsabilità e rifiuta ogni giudizio.

Lontano dalle sue responsabilità e protetto da ogni giudizio, il Re Nudo può salvarsi ancora una volta. E il Paese? Che si fotta, il Paese!

Viene in mente Molière, Tartuffe ou l’Imposteur. Il sermone di Giuliano Ferrara contro la “Repubblica delle virtù (il grand guignol va in scena oggi in un teatro di Milano) e dovrebbe, vuole essere – mutande a parte – terribilmente serio ma vi spira soltanto un’aria burlesca tanto lo spettacolo è un’impostura. Se si sfiora la questione da un’angolazione qualsiasi, o se ne vaglia un qualunque argomento o ragione, la ciarlataneria affiora ovunque, con qualche sprazzo comico. Induce al riso Berlusconi disegnato da Andrea Fortina con le fattezze di Giustiniano. È farsesco leggere, nell’intervista pubblicata dal “Foglio”, Berlusconi che parla come Ferrara, che è Ferrara, pasticheur in pose da cardinal Mazarino, e mai Berlusconi, animale da preda con un Io ipertrofico. È buffonesca l’autorappresentazione di Berlusconi, degradato a ventriloquo di Ferrara (ma fino a quando?), come campione di “un sistema fondato sulla libertà, sulla tolleranza, su una vera coscienza morale pubblica e privata”.

In Italia la memoria ha strepitose paralisi e tuttavia sentire quelle parole e formule – libertà, tolleranza, coscienza pubblica, coscienza privata – arrotarsi tra i denti da lupo del capo del governo fa venire il freddo alle ossa. Quale tolleranza, se ancora oggi ricordiamo gli ordini ai prefetti di prendere le impronte ai bambini nei campi Rom o di ricacciare in mare donne incinte, neonati e migranti in cerca di asilo politico. Quale libertà se nelle biblioteche del Nordest ha libero corso una lista di proscrizione dei libri non graditi e quindi vietati.

Dov’erano i liberali che oggi in pose servili difendono il diritto delle donne a prostituirsi quando il governo chiedeva per i clienti delle prostitute la galera. Dove s’erano appisolati questi quaresimalisti, quando ministri proponevano la tortura per scacciare il fantasma del terrorismo o uomini di governo sollecitavano l’omofobia o la discriminazione per una pelle diversa, una diversa fede, un altro luogo di nascita, fosse anche dentro i confini nazionali, ma troppo a sud. Come quelle bocche possano dire “libertà, tolleranza” quando hanno in animo di decidere per legge dello Stato delle nostra vita e della nostra morte, delle nostre cure mediche e di quanto dolore possiamo sopportare. E, a proposito di vita, di quale dionisiaca vita parlano gli “immutandati” – nicciani d’occasione – se ad ogni piè sospinto, ci ricordano che la vita non è il bene più alto per i mortali perché c’è sempre qualcosa di diverso in gioco nella vita, oltre la procreazione, oltre il sostentamento dell’organismo vivente, magari la salvezza dell’anima in questa vita o nell’aldilà.

Sotto l’aspetto sintattico, direbbe Franco Cordero, la prosa degli “immutandati” “è pastone o brodaglia”. Nel lessico della Crusca, “pappolata”; in piemontese, “supa””. È una schifezza indigeribile che ha il solo pregio di mostrarci in trasparenza come il consenso che chiede Berlusconi sia soltanto obbedienza.

I bambini obbediscono, gli adulti acconsentono, ma a che cosa dovrebbero acconsentire gli adulti “in mutande ma vivi”? Berlusconi non propone loro un’idea, un programma, neppure un sogno.

Offre soltanto se stesso, la sua inadeguatezza, la propria sopravvivenza, la sua impunità. Ci si può sentire davvero “vivi” nell’obbedienza a un capo privo di un pensiero diverso dal suo personale tornaconto?

La Repubblica 12.02.11

"Riforma Gelmini, dottorandi senza risposte e nel frattempo i concorsi non si fanno", di Manuel Massimo

L’Adi denuncia di non aver ottenuto nessun chiarimento dal ministro, malgrado l’impegno assunto il 19 gennaio scorso. Ora si parla di “apposito regolamento di imminente emanazione”. Ma gli atenei e gli enti di ricerca sono fermi. Tutti i nodi vengono al pettine: anche quelli contenuti nelle pieghe della riforma dell’università in materia di dottorato di ricerca, ancora in attesa di essere sciolti. Lo denuncia l’Adi (Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani) in una nota sottolineando come “anche dopo l’entrata in vigore della legge 240/2010 che porta il suo nome, il ministro Gelmini non sa ancora fornire un’interpretazione univoca dell’articolo 19, relativo al dottorato”. Una situazione che si trascina ormai dal 19 gennaio scorso, quando la dottoranda Valentina Maisto – rappresentante al Cnsu e socia Adi – nel corso di un incontro aveva posto al ministro precisi quesiti, con la promessa di una pronta risposta scritta. Risposta che, a tutt’oggi, non è ancora arrivata.

Tante domande, zero risposte. Le delucidazioni richieste dall’Adi riguardano alcuni aspetti particolarmente problematici e “oscuri” contenuti nella Legge Gelmini, in particolare: l’articolo 19 (Disposizioni in materia di dottorato di ricerca) prevede l’eliminazione della figura del dottorando senza borsa (anomalia tutta italiana, ndr) oppure la possibilità di bandire posti privi di borsa senza più alcun limite? E ancora: i dottorandi rischiano di perdere la remunerazione per l’aspettativa nel corso del dottorato di ricerca? Con quale tipo di contratto saranno assunti i vincitori del bando Firb (Futuro in Ricerca, ndr)? Infine: è previsto un rapporto numerico obbligatorio tra ricercatori a tempo determinato al primo contratto e quelli al secondo
contratto?

Il ministro prende tempo. Davanti a questa serie di quesiti precisi e circostanziati la Gelmini – dopo più di tre settimane – non solo non ha inviato la risposta promessa e tanto attesa dall’Adi, ma non sembra avere affatto intenzione di farlo, almeno non direttamente. Lo chiarisce un breve messaggio della sua segreteria particolare: “La materia verrà affrontata in un apposito regolamento sui dottorati di imminente emanazione”. Intanto, in assenza di questo regolamento, le università e gli altri enti di ricerca non potranno bandire i nuovi concorsi per il dottorato. E, come sottolinea l’Adi, “il blocco dei dottorati fa il paio con il blocco delle procedure di attribuzione degli assegni di ricerca”. Un’ulteriore stretta su figure e professionalità già fortemente penalizzate all’interno del mondo accademico.

Scenari futuri. Nella legge precedentemente in vigore, la 210 del 1998, la norma non lasciava adito a dubbi: i posti banditi dovevano essere coperti dalla borsa di dottorato almeno per il 50%. Ma nella legge attualmente vigente l’eliminazione della formula “comunque non inferiore alla metà dei dottorandi” rende la norma ambigua. E, in assenza di un’interpretazione autentica da parte del legislatore, si aprono molteplici scenari: nella migliore delle ipotesi non potranno più essere banditi posti di dottorato non coperti da borsa (in pratica un taglio netto del 35% rispetto alla situazione attuale); nella peggiore ci sarà di fatto una “deregulation” del dottorato senza borsa e dunque gli atenei, già provati dai tagli, cercheranno di massimizzare le entrate centellinando i posti con borsa e ampliando la platea dei dottorandi “a pagamento”.

L’impasse del sistema. Il delicato e complesso ingranaggio che regola il funzionamento dei dottorati di ricerca in Italia sta subendo un rallentamento forzato a causa di queste mancate risposte ministeriali e – in attesa dei decreti attuativi e in mancanza di norme transitorie o almeno di circolari interpretative – università ed enti di ricerca hanno bloccato l’emanazione di nuovi bandi. Una situazione insostenibile soprattutto per le nuove leve della ricerca dal futuro incerto – che rappresentano l’anello debole della catena – come conferma l’Adi: “Molti progetti di ricerca, anche già finanziati, dovranno fare a meno di giovani ricercatori. Gli stessi giovani ricercatori aspetteranno mesi prima di poter contare nuovamente su una qualche forma di finanziamento”.

Promesse e paradossi. Alla luce di questi fatti la dichiarazione-spot del ministro Gelmini pronunciata in conferenza stampa a Palazzo Chigi il 25 gennaio scorso dovrebbe essere rubricata ancora una volta sotto la voce annunci: “Rilanciare i dottorati di ricerca per potenziare i percorsi accademici è un fatto importante: per questo sono a disposizione 170 milioni di euro e stiamo lavorando a un regolamento attuativo”. Ma le promesse non bastano più, per l’Adi è tempo di risposte: “Dov’è la riforma propagandata per limitare i poteri dei baroni e favorire la strada dei giovani ricercatori? Ad oggi continuiamo a denunciare che nell’università definita dalla riforma ci sarà sempre meno spazio per i dottorandi e per i giovani ricercatori e aspettiamo risposte chiare ai problemi che l’applicazione sta sollevando”.

www.repubblica.it

"Scuola, la Lega “congela” le graduatorie fino al 2012 Passa l’emendamento. Supplenti solo dalla provincia", di Alessandra Migliozzi

Graduatorie degli insegnanti, l’odissea continua: la Lega, con un emendamento inserito ieri nel Milleproroghe, ne ha imposto il congelamento fino al 31 agosto 2012. Niente più cambi di città o rivalutazione del punteggio per i prof iscritti: chi poteva migliorare la propria posizione potrebbe perdere la possibilità di un contratto a vita o di una supplenza annuale. Ma la Lega vuole portare a casa “la nuova legge sul reclutamento”: c’è già un testo del senatore del Carroccio Mario Pittoni sul tavolo del ministro che prevede albi e concorsi regionali. Il pressing sul Miur è cominciato e ci sarebbe l’ok della Gelmini. Intanto si procede con il blocco delle graduatorie che arriva a tre giorni dalla sentenza della Consulta che aveva bocciato la decisione del ministro (messa nel 2009 nella legge salva-precari) di relegare in coda alle liste il docente che cambia provincia per lavorare. Norma spinta dalla Lega. Per i giudici ogni candidato deve poter conservare il suo punteggio. Il Carroccio corre ai ripari: «I giudici- dice Pittoni- vogliono tutelare chi si sposta in un’altra provincia consentendo che conservi il suo punteggio. Ma chi pensa a chi viene scavalcato dopo essere stato in una graduatoria magari per dieci anni?». Liste congelate, dunque, ma, non potendo ignorare la Consulta, la Lega ha inserito una formula ad hoc nel testo: il blocco fa salvi «gli adempimenti conseguenti alla declaratoria di illegittimità costituzionale». Che non si sa ufficialmente ancora quali siano: al ministero stanno interpretando la sentenza. «L’emendamento- dice Pittoni- regola questa fase transitoria». La Lega ha inserito nel Milleproroghe, per la prima volta, anche un vincolo territoriale per gli spostamenti dei supplenti: dall’anno scolastico che parte a settembre «l’inserimento nella prima fascia delle graduatorie di istituto è consentito solo a coloro che sono inseriti nelle graduatorie a esaurimento della provincia in cui ha sede l’istituzione scolastica». Se un docente si iscrive nella graduatoria di Milano per aspirare all’assunzione poi potrà fare le supplenze brevi solo a Milano e non nella sua città. Insomma, un prof del Sud non potrà spostarsi al Nord per cercare di acchiappare la cattedra e, nell’attesa, fare supplenze brevi (e maturare punteggio) a casa propria. «Per aggirare il pronunciamento della Corte- dicono dal Pd- si sanano le situazioni dei singoli ricorrenti, ma si bloccano a tempo indeterminato le graduatorie aprendo a futuri numerosi ricorsi». Per Mimmo Pantaleo, segretario generale della Flc-Cgil l’emendamento è «una violazione della sentenza della Corte Costituzionale».

Il Messaggero 12.02.11

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Supplenti, dopo il danno la beffa. Graduatorie “congelate” due anni, di Salvo Intravaia

Il governo ha aggirato la sentenza della Consulta che fa cadere la legge voluta dalla Lega sull’inserimento dei precari. E per farlo la ha di fatto prolungata di un anno. Un esempio a Milano: la terza in graduatoria sarebbe precipitata, senza entrare in ruolo
Graduatorie dei supplenti: oltre al danno la beffa? Secondo la Cgil, sì. Tre giorni fa, la Consulta dichiara illegittimo, perché contro il principio di uguaglianza tra i cittadini italiani, il provvedimento voluto nel 2009 dalla Lega Nord che impediva a coloro che si trovavano in graduatoria in una certa provincia, di spostarsi col proprio punteggio in un’altra provincia. Con inserimento “a pettine”, come dicono i tecnici. Ma ieri, cioè a poche ore dal pronunciamento dei giudici costituzionali, la stessa Lega ha fatto approvare un emendamento al decreto Milleproroghe che “congela” le graduatorie fino al 31 dicembre 2012, “fatti salvi gli adempimenti conseguenti alla declaratoria di illegittimità costituzionale”.

Le graduatorie “protette” sarebbero scadute quest’anno e a settembre si sarebbe dovuto “liberalizzare” l’inserimento nelle liste dei supplenti. Secondo la Flc Cgil, l’emendamento approvato ieri, “è un atto razzista nei confronti del Mezzogiorno e intende violare la sentenza della Corte Costituzionale”. La Gilda degli insegnanti per il momento si limita a darne notizia sul proprio sito, mentre le altre sigle tacciono. “L’emendamento della Lega Nord al milleproroghe – incalza Mimmo Pantaleo, segretario della Flc Cgil – approvato dalla commissione Bilancio, sul blocco delle graduatorie e l’impossibilità d’iscriversi nelle graduatorie d’istituto, in una provincia diversa da quella della permanente è un atto razzista: non si

può giustificare quell’emendamento con la necessità di nuove norme sul reclutamento”. In realtà – conclude il sindacalista – s’intende stravolgere il sistema nazionale di reclutamento, violando le leggi”. E chiede al Parlamento di non approvare quell’emendamento che rompe l’unità del Paese.

Ma l’emendamento che ha fatto saltare dalla sedia Pantaleo sembra introdurre un altro steccato: “l’impossibilità d’iscriversi nelle graduatorie d’istituto, in una provincia diversa da quella della permanente”. Una possibilità finora ammessa. Per comprendere bene i termini della questione occorre fare un piccolo passo indietro. Nella scuola, per i supplenti, ci sono due tipi di graduatorie: quelle “ad esaurimento” e le graduatorie “d’istituto”. Le prime, a livello provinciale, vengono utilizzate per nominare i supplenti annuali (fino al 31 agosto) e fino al termine delle lezioni (il 30 giugno), ma anche per reclutare metà degli immessi in ruolo. Alle seconde ricorrono le scuole per le cosiddette supplenze “brevi”, qualche giorno o qualche settimana.

In occasione dell’aggiornamento delle graduatorie “ad esaurimento”, nel 2009, venne introdotto il divieto di spostarsi da una provincia all’altra: si poteva soltanto aggiornare il punteggio. Consentendo l’inserimento, ma soltanto “in coda”, in altre tre province, diverse da quella di origine. Il meccanismo funziona in questo modo: se c’è una supplenza o un posto per le immissioni in ruolo in provincia di Milano, prima si scorre la graduatoria dei “locali” ed, esaurita questa, si ricorre alle graduatorie di coda.

Un piccolo esempio chiarirà tutto. Sempre in provincia di Milano, al terzo posto della graduatoria ad esaurimento c’è la milanese Claudia Fratesi, con 119 punti, nel frattempo entrata di ruolo perché nel capoluogo lombardo nel 2009 furono assegnati 119 posti. La prima della graduatoria “di coda”, sempre all’elementare, è invece Soccorsa Mesiano di Vibo Valentia, con 185 punti, e subito dopo c’è Graziella Casella di Palermo con 183 punti. Se non ci fosse stato lo sbarramento chiesto dalla Lega, in provincia di Milano, l’insegnante meneghina non avrebbe avuto molte possibilità. Perché inserendo “a pettine” anche gli insegnanti “di coda” la Fratesi sarebbe scivolata al 550° posto. E addio assunzione. Una situazione che, dati alla mano, si verifica nella maggior parte delle graduatorie del Nord. La legge dichiarata illegittima dall’Alta corte non fa ovviamente riferimento ad ambiti territoriali specifici, come il Nord o il Sud. Ma nei fatti penalizza i tanti docenti meridionali “in cerca di fortuna nella Padania”.

In questi ultimi due anni, anche con le graduatorie “protette”, diversi insegnanti meridionali sono riusciti a sbarcare il lunario nel settentrione: con le graduatorie d’istituto. Ma pare che l’emendamento bloccherà anche questa strada. Al momento, nessuno sa come intenda muoversi il ministero dell’Istruzione per dare attuazione alla sentenza della Corte costituzionale. Come ricordano da viale Trastevere, il comma abrogato “prevedeva non solo l’inserimento in coda per il biennio 2009/2010 e 2010/2011 in tre province oltre quella di appartenenza, ma anche l’inserimento a pettine in una sola provincia per il biennio 2011/2012 e 2012/2013”. Il ministero promette di “adottare i provvedimenti necessari per garantire l’ordinario funzionamento della scuola e per offrire in ogni caso le maggiori occasioni di impiego ai docenti”: Ma di liberalizzare le graduatorie, come chiede la consulta, non se ne parla.

La Repubblica 13.02.11