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"Milleproroghe, Bondi lascia a secco la Lirica e lo Spettacolo", di Luca Del Frà

Alla Scala di Milano e alla Arena di Verona arriva un contentino, ma per il resto delle fondazioni liriche e dello spettacolo italiano la partita del “Mille proroghe” si chiude malissimo. Il reintegro, più volte promesso dal ministro Bondi, degli oltre 100 milioni di euro tagliati dalla finanziaria 2011 (ribattezzata legge di stabilità), si attesta appena a 15 milioni per la lirica di qualità –Maggio Musicale, Regio di Torino, Santa Cecilia, Comunale di Bologna e così via. Una mancia lanciata con disprezzo sotto il tavolo.

L’imbarazzo è palpabile e con apposito emendamento la Lega ha sentito l’esigenza di concedere, extra, 3 milioni di euro sia all’Arena di Verona che alla Scala, con il duplice risultato di non risolvere i problemi e, privilegiando i ricchi, creare ulteriore malcontento. Lascia molto perplessi la situazione della Fondazione veronese, che con la stagione estiva all’Arena, solo teatro al mondo con 20 mila posti, è l’unica a poter contare su cospicue entrate di botteghino per coprire i costi. A ciò s’aggiunga che malgrado l’indotto portato alla città in estate, il comune e gli imprenditori veronesi investono pochissimo nell’Arena, preferendo far pagare il conto agli altri, con l’aiuto della Lega.

Di fronte al crollo verticale dei fondi per la cultura – si pensi che il ministero dei beni e delle attività culturali con il governo Prodi nel 2006 assorbiva 0,30% del bilancio dello Stato, e nel 2011 dovrebbe scendere appena allo 0,16% –, l’unica iniziativa che è arrivata dal governo è quella di tassare gli spettatori dei cinema: un euro in più a biglietto. Ma anche qui ci sono figli e figliastri, infatti questa nuova tassa imposta dal governo Berlusconi esclude le sale parrocchiali, e i maligni sussurrano si tratti del primo acconto per un’indulgenza ma, come sottolinea sconcertato il senatore del Pd Vincenzo Vita, vicepresidente della commissione Cultura, «l’esclusione delle sale ecclesiali e religiose non salverà l’anima ai proponenti».

L’Unità 12.02.11

"L'enzima della concorrenza tra slogan ed equivoci", di Emilio Barucci

Travolto dagli scandali, il governo Berlusconi si sveglia come se nulla fosse dal letargo e riscopre il problema della crescita del Paese affidando a se stesso un compito importante per rilanciarla. Nell’azione di governo a dire il vero domina il pressappochismo. Dal roboante annuncio di una modifica costituzionale in senso liberale, che tutti sanno non potrà avere luogo e che soprattutto avrà ricadute nulle sull’economia, si passa ad una legge sulla concorrenza che è ancora di là da venire – fino ad ora si parla di stazioni di servizio per i carburanti e poco altro – al riordino del sistema degli incentivi alle imprese, al rilancio (non si sa come) del piano casa e a un piano per il sud che dovrebbe prevedere un parziale reintegro di risorse tolte in passato. Tutto questo senza stanziare neppure un euro aggiuntivo.

La pochezza delle misure è tale che non possono essere accomunate alla stagione delle riforme messe in campo – con ben altro spirito – negli ultimi venti anni: eppure esse sono legate tra loro almeno superficialmente dal tentativo di rilanciare il Paese tramite un’iniezione di concorrenza e di privato. Un filo rosso che merita qualche riflessione.

E’ di Carli, negli anni ’70, lo slogan ‘‘liberare l’Italia da lacci e lacciuoli’’; negli anni ’90 abbiamo avuto la stagione delle riforme imperniata su due strumenti cardine: privatizzazione (che andava ad incidere sulla struttura proprietaria) e concorrenza (che agiva sugli incentivi eliminando le rendite). Più di recente è stato Padoa Schioppa a parlare dell’enzima della concorrenza che sarebbe capace di catalizzare energie positive per il Paese. Sono solo alcuni esempi di un dibattito che è ricco di riferimenti alla necessità di una svolta liberale per il Paese.

Liberalizzazioni e privatizzazioni erano e sono un binomio necessario per il rilancio del Paese? La risposta è Sì, ma non possiamo affidargli capacità taumaturgiche che non hanno. Soprattutto – affinché abbiano effetti positivi – hanno bisogno di istituzioni forti e di una riqualificazione dell’intervento pubblico ad ampio raggio che non c’è stata. Senza questo sforzo, la privatizzazione rischia di tramutarsi in un trasferimento di una rendita dal pubblico al privato e il processo di liberalizzazione può divenire sinonimo di deregolazione tout court e di diritto a fare quello che uno vuole – come l’attuale governo teorizza in varie forme. Processi che non sono indolori perché portano con sé pesanti ricadute sul piano redistributivo e sull’efficienza del sistema.

A ben guardare il binomio privatizzazione-liberalizzazione ha avuto una spinta propulsiva per tutti gli anni ’90 e qualche frutto positivo lo ha prodotto. Le imprese privatizzate hanno subito un recupero di efficienza con limitati effetti occupazionali, i mercati liberalizzati – si pensi all’energia elettrica e a quello delle telecomunicazioni – hanno portato ad uno sviluppo del settore e a tariffe più basse (anche se meno che in altri paesi). Quindi un recupero di efficienza con ricadute distributive non facili da identificare ma non disastrose. Privatizzazioni e liberalizzazioni hanno fatto dunque il loro dovere, ma non hanno fatto quello che qualcuno ingenuamente si aspettava: non hanno ‘‘democratizzato’’ il sistema industriale italiano, non hanno messo in campo investimenti aggiuntivi, non sono state un fattore di crescita, non hanno contribuito a risolvere i problemi infrastrutturali del Paese. Questo perché il privato – sottoposto al morso della concorrenza – non è in grado di garantire questi risultati, perché una regolazione acerba come quella italiana può fare assai poco per catturare le esternalità e curare le miopie del privato e perché la mano pubblica doveva essere più presente in alcuni gangli della vita economica e soprattutto più ferma.

L’attenzione ad una riqualificazione dell’intervento pubblico nelle sue varie forme – regolatore, finanziatore, programmatore, imprenditore – è mancata. Per molti aspetti la qualità dell’intervento pubblico è addirittura peggiorata: si pensi ai conflitti di competenza Stato-regioni, alle difficoltà nel portare a termine le opere pubbliche, alle difficoltà nel dotare il Paese di infrastrutture adeguate passando per attori privati (banda larga in prmis), al fallimento delle nuove politiche decentrate per il mezzogiorno, all’inefficacia degli strumenti messi in campo per favorire l’economia verde. Tutto questo ha poco a che vedere con la concorrenza, piuttosto ha a che vedere con la regolazione, con le istituzioni e con una pubblica amministrazione all’altezza dei loro compiti. Molte delle rendite e delle inefficienze di questo Paese non riguardano la non concorrenza nel mercato ma alcuni snodi della vita economica ancora intermediati dal pubblico, che difficilmente possono essere sanati con un’iniezione di concorrenza.

Per fare solo un esempio, prendiamo il sistema aeroportuale italiano. Abbiamo i due più grandi scali nazionali che mancano da tempo di investimenti e di una vera strategia di sviluppo, tutto questo mentre in Europa assistiamo a progetti di potenziamento senza precedenti. A fronte di tutto questo, la concorrenza-deregolamentazione si è tramutata di fatto nella libertà di sviluppare aeroporti in ogni dove fuori da ogni logica economica, spesso con i soldi pubblici. Questo ha poco a che vedere con la concorrenza quanto con l’inefficienza del sistema di rappresentanza, di regolazione e di governo. Notiamo bene che in questo settore un’autorità di regolazione in teoria è già presente. In questo caso la (finta) concorrenza – tra aeroporti – è stata usata per raggiungere obiettivi di sottogoverno.

Questo non vuol dire che il binomio privatizzazioni-liberalizzzioni debba essere messo in un cassetto, deve essere soltanto una parte di un progetto più ampio di ammodernamento che non ammette scorciatoie: è illusorio pensare che uno shock di concorrenza – che può sanare solo alcuni problemi – abbia un effetto benefico di trascinamento sul resto dell’economia. Sul fronte delle privatizzazioni, c’è poco da fare ma almeno a livello locale bisogna agire con decisione. Sul fronte delle liberalizzazioni, oltre che agire sul fronte dei servizi professionali occorre completare l’assetto regolatorio (acqua, trasporti, poste) e potenziare le autorità che già ci sono dotandole di strumenti adeguati. Soprattutto nel campo delle infrastrutture occorre sfruttare adeguatamente la complementarietà tra concorrenza e regolazione.

Ci sono dunque ambiti in cui la concorrenza non arriva e non funziona come strumento di governance, in questi casi c’è bisogno piuttosto di un intervento pubblico più efficace. Non è un caso che tra le misure effettive improvvisate dal governo la concorrenza giochi un ruolo marginale. Si fa riferimento a risorse pubbliche per le infrastrutture al sud, soldi pubblici alle imprese per gli investimenti erogati in modo automatico, un piano per la casa che si tradurrebbe nella riduzione dei vincoli autorizzativi da parte del pubblico. Tutto questo ha poco a che vedere con la concorrenza, nelle parole del governo si evoca piuttosto uno Stato che non pone intralci e viene incontro alle esigenze del privato avvalorando la tesi che le riforme dovrebbero liberare l’iniziativa economica da lacci e lacciuoli (imposti dal pubblico). Una deregolamentazione senza paletti.

E’ questo il vero equivoco, troppo spesso concorrenza è stata apparentata con una deregolamentazione senza istituzioni adeguate. Una strada pericolosa in quanto rischia di portare ad una destrutturazione e delegittimazione dei meccanismi di governo e di rappresentanza che non sono forieri di crescita ma soltanto di sottosviluppo. E’ la strada che in parte – forse senza volere – è stata imboccata negli ultimi venti anni e che l’attuale governo teorizza come soluzione di tutti i problemi.

www.nelmerito.it

"Per le regole, non per la virtù", di Federico Orlando

Domani donne e uomini manifesteranno in tante piazze d’Italia per contestare – ha spiegato la promotrice dell’iniziativa, Cristina Comencini – la rappresentazione che del rapporto uomini- donne ha dato il presidente del consiglio. Liliana Cavani, regista di una generazione più adulta, ha aderito con questo slogan: “Mi riprendo il mio futuro”. Le ricorda le donne partigiane, che hanno dato all’Italia il suffragio universale, la repubblica e la Costituzione.
Il cammino delle donne era cominciato così. Ma la crescita fu fermata, il sonno della passione civile ha provocato per un quarto di secolo il sonno della Costituzione, e la maggior parte delle donne fu relegata nel “privato”. Il futuro delle donne, ch’era cominciato, “è stato interrotto”. Ora è il momento di rimetterlo in moto. Si deve ricongiungere il presente alla breve stagione delle lotte sociali, civili, studentesche, femministe degli anni Settanta e Ottanta: la stagione d’oro delle nostre conquiste, volute dai gruppi più avanzati della società.
Bisogna sbrigarsi a riprendere quella strada. L’Italia sembra Acciaio, il romanzo di Silvia Avallone. Siderurgia, famiglie, scuole, uomini, donne, giovani, amicizie, relazioni, tutto finito. Finita anche la sabbia, l’acqua, il mare, la città, la campagna, tutto, salvo la fruibilità momentanea e violenta di rapporti umani, sociali, di potere, di cui il nostro presidente del consiglio dà rappresentazioni.
Ecco perché le 70 piazze di domenica: “Se non ora, quando?” Ma non è così facile. Abbiamo sentito donne e anche uomini, tutti ostili (ça va sans dire) al regno di Semiramide, spiegare che tuttavia loro non saranno all’appuntamento di domenica. C’è chi teme la partecipazione degli uomini, che è contro tutte le Tavole dell’igiene femminista, della cultura della differenza.
C’è chi pensa all’uomo solito stupratore, che stavolta chiede di far massa con le vittime, per respingere lo Stupratore Maggiore e poi continuare come prima. C’è chi pensa che i magistrati hanno ecceduto nella spettacolarizzazione dell’inchiesta e che l’opposizione ha fatto un minestrone di giudiziario, etico e politico.
C’è chi pensa che proprio noi spiriti liberi e secolarizzati diventiamo illiberali con le scelte delle fanciulle di Arcore o palazzo Grazioli: delicatezza che si potrebbe lasciare tutta a Giuliano Ferrara, che spaccia la speranza di pulizia dei cittadini in programma di repubblica della Virtù (la virtù dei roghi e delle corde).
Furbata che si autocondanna per la spregiudicatezza dell’autore e porta in evidenza quanta viltà si sia infiltrata dalle parti nostre, quante giustificazioni per evitarci il fastidio della lotta (altro che le partigiane della Cavani). C’è un altro problema. Noi che andremo all’appuntamento, sappiamo che Berlusconi non lascerà il Palazzo, perché non crede che la politica abbia una forma estetica da salvare e una cultura. Anzi, siccome non crede che gli interlocutori della politica siano cittadini, ma clientes che lui difende dai comunisti come Nerone la plebe dai cristiani, così si abbandona ad autolegittimazioni che già in altre età e latitudini hanno sorretto momentaneamente i troni.
Ma è aspirare troppo che si torni a comportamenti come quelli di De Gasperi o Prodi, saltando a pie’ pari (gli italiani ne avrebbero paura) le drammatiche persone di Moro o Berlinguer? È chiedere troppo manifestare non per la Virtù, nel senso beghino della parola, ma per le regole della democrazia, che non consentono né al capo del governo né ad altri d’essere sciolto dalle leggi? Può oggi un cittadino italiano aspirare a vivere la vita pubblica e il costume civile come un qualsiasi inglese, uno spagnolo, un tedesco, un francese, un austriaco, uno scandinavo, o gli è proibito anche sperarlo? Perché se così fosse, se ci fosse proibito uscire dal telemodello che la democrazia dispotica ci impone, chi (Europa a parte) ci salverebbe da tragici sviluppi? Per quanto riluttanti alla tragedia, gli italiani finiscono col cadervi. E si risvegliano solo a cose fatte.
Non saremmo arrivati a questo livello di paese – camorre, sfregiatori di monumenti, immondizia, evasione scolastica, prostituzione minorile, evasione fiscale, tangentopoli, politica servile – se avessimo fatto qualcosa per migliorare a scuola, in famiglia, nei luoghi di lavoro, nella società generale il rapporto tra uomini e donne, portandolo ai naturali sviluppi anche nelle relazioni di cittadinanza.
La politica non sarebbe diventata rifugio per starlette e veline se fosse stata presidiata da donne, e le assemblee non sarebbero diventate malavitose se le avessero presidiate uomini e donne di qualità. Vi sono governi, vicino casa nostra, fatti per metà di uomini e per metà di donne. Vi sono ministre della difesa che sono andate in visita al fronte in condizioni fisiologiche che l’uomo non conosce.
La novità sarà quando non scriveremo più di queste cose, perché non saranno più una bandiera o un’eccezione da sventolare, ma rientreranno nei comportamenti “normali”.
Quel giorno verrà prima se le donne faranno la loro parte senza corrucciata ostilità, non sciupando energie intellettuali nell’attesa di realizzare innaturali separatezze. Alle donne democratiche (ma vale anche per le altre) vorrei dire: scrivetelo voi il programma al femminile, aprite voi le sezioni, selezionate voi le candidature, date il tono alle campagne elettorali, portate avanti i processi legislativi, presidiate le vostre conquiste e ponetene altre – con relative scadenze. Al calendario fondato sulla sintonia dell’uomo con la vita, sostituitene uno che sia scritto anche con le vostre sintonie. Insieme sceglieranno le compatibilità.

da Europa Quotidiano 12.02.11

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“No, il dibattito sulle donne no”, di Monica Centanni

Qualche volta mi capita di essere una donna. Di presentarmi e definirmi come essere di genere femminile. Molto più raramente mi capita di essere chiamata in causa pubblicamente, politicamente, come donna – come accade oggi su Europa, come accadrà oggi pomeriggio all’assemblea costituente di Futuro e libertà, e come accadrà domani alla manifestazione “Se non ora, quando?“ a cui parteciperò.
Innanzitutto ricordiamoci qual è il punto. Si tratta di un’iniziativa proposta da un gruppo di donne per affermare, a voce alta, l’insofferenza di tanti cittadini contro un’immagine che, per la condotta personale e pubblica dell’attuale presidente del consiglio, conferma pesantemente un’idea di Italia che non assomiglia allo stile di vita reale e praticato dalla maggioranza dei cittadini italiani. Assomiglia invece alla peggiore iconografia di un’italietta piccola piccola, oscenamente gelosa di suoi vizi (tutti presunti innati, tutti evocabili per battute o per ammiccamenti, e comunque confessabili ed espiabili con tre-avemaria-e-un-paternoster) su cui si è formato l’immaginario piccolo-borghese degli anni ’50 del secolo scorso e che è stato prepotentemente riproposto negli ultimi quindici anni da Silvio Berlusconi, come imprenditore della comunicazione e poi come uomo politico, su tutti i piani in cui lo stesso Berlusconi ha potuto esercitare il suo potere: sul piano etico e antropologico dei modelli di comportamento pubblico, sul piano della cultura popolare, sul piano della comunicazione. Sia detto per inciso – a Berlusconi non va attribuita alcuna colpa per quanto ha saputo, più che voluto, fare.
Berlusconi non ha alcuna grandezza demoniaca e l’avvicinamento della sua figura ai satrapi ellenistici, ai prìncipi del basso impero o, come è accaduto nella fantasia di qualche anima semplice che si è proposta come la principessa delle fiabe, ai draghi medievali, fa torto a tutti gli eliogabali, a tutti i diavoli, a tutti i draghi della storia e della leggenda. Berlusconi è un signore anziano, molto maleducato, la cui educazione sentimentale è avvenuta in uno dei periodi culturalmente più tristi della gloriosa storia italiana. Non si può imputare a Berlusconi di non essere colto, di non conoscere altro mondo che il mondo suo che crede sia il mondo vero. La colpa, seria e pesante, è stata di chi negli anni in cui Berlusconi faceva della sua vita e della vita del nostro paese quel che può e sa fare, non ha saputo fare dire pensare affermare modelli diversi, politicamente e culturalmente. Di chi, gli intellettuali prima di tutti, si è ritratto nella torre d’avorio di un pensiero sempre più ammuffito e afasico, perché non speso nel gioco politico, confermando più o meno consapevolmente con la propria disaffezione al mondo, il disprezzo della dimensione pubblica e della politica stessa che è uno dei capisaldi del non-pensiero berlusconiano.
Ora, bel al di là dei risvolti giudiziari della vicenda (ancora più gravemente sul piano dell’etica pubblica e della costruzione dell’immaginario condiviso), il presidente del consiglio propone al paese e al mondo come suo stile di vita “personale” sconcertanti quadretti che non corrispondono a niente, che esistono solo nelle fantasie volgari di anziani signori che non hanno studiato né vissuto autenticamente. Che, al di là delle artate finzioni sondaggistiche, non rappresentano nessuno se non loro stessi e le loro senili ossessioni. Quadretti dalla sceneggiatura tanto fantastica e inesistente che, per costruirla, i maligni e interessati impiegati alla corte del premier hanno dovuto inventare complicati meccanismi di reclutamento e di controllo logistico ed economico, sulla cui amministrazione ora le varie comparse e lo stesso presidente del consiglio sono chiamati a dare conto anche sul piano giudiziario.
Accade che in questi sketch con personaggi vari appaiono molte figurine di genere femminile. E per questo un gruppo di cittadini, presentandosi per questa volta con voce femminile, ha preso la parola e ha proposto la manifestazione del 13 febbraio. Ma intorno a questa iniziativa è accaduta una cosa strana, che ha animato, in modo a dir la verità non troppo appassionante, il dibattito degli ultimi giorni. Tante donne, soprattutto intellettuali, quasi tutte di una certa età e autorevolezza, molte impegnate nelle lotte femministe fin dagli anni ’70, alcune attive anche sul fronte dei gender studies e della filosofia di genere, hanno tenuto a marcare una distanza dalla manifestazione del 13 febbraio con motivazioni diverse: perché troppo connotata politicamente o perché troppo poco connotata politicamente; perché l’appello è troppo generico e retorico, o perché troppo di genere; perché non dovrebbero essere le donne a manifestare ma tutti i cittadini; perché è da bacchettoni o perché sarebbe un pretesto; o, addirittura, infine, perché le figurine femminili che hanno attratto l’attenzione su di sé negli ultimi tempi sarebbero esempi di liberazione della donna. E anche questo poco intrigante dibattito, nel suo grigiore argomentativo, con la debolezza e fragilità di argomenti e contro-argomenti, con tutti i distinguo e le capziosità delle retoriche incrociate, è un triste riscontro della misura rattrappita e senile del pensiero non solo politico, ma soprattutto culturale, italiano.
Cerco di argomentare meglio la mia analisi e il mio giudizio con un esempio. Quando in autunno gli studenti delle scuole italiane – scuole superiori e università – hanno manifestato contro la riforma Gelmini, solo i più feroci rappresentanti dell’antipolitica al potere (per esempio i gasparri o le stesse gelmini) hanno contestato agli studenti la possibilità di manifestare in quanto studenti. Certo che la riforma della scuola riguarda tutti, non solo studenti e docenti, non solo la formazione e la cultura, ma l’intero progetto politico, sociale, economico del nostro paese. Ma è altrettanto certo che è stato bellissimo e giusto che un gruppo di giovani cittadini e futuri cittadini, non a caso i più esigenti, quelli a cui più a sta a cuore anche per il loro stesso futuro personale il futuro pubblico dell’Italia, si siano manifestati in veste di studenti per prendere la parola per conto di tutti e per ricordarci, ricordare a tutti, chi siamo e da dove veniamo. Ciascuno di quegli studenti certo era anche un veneto o un lombardo, un credente in qualche fede o un laico. Qualcuno era ricco, qualcun altro di classe media, o povero.
Erano anche femmine e maschi: ma in quell’occasione è stato importante che si siano presentati, che abbiano manifestato, per tutti i cittadini italiani, presentandosi come studenti. Usando per quell’occasione quella particolare maschera che ciascuno di loro, ciascuno di noi, ha come uno dei volti della propria complessa identità.
Ora. Qualche volta mi capita di essere una donna. Di presentarmi e definirmi come essere di genere femminile. Molto più raramente mi capita di essere chiamata in causa pubblicamente, politicamente, come donna. Più spesso mi presento pubblicamente come studioso; o come grecista, o come docente universitario. O come compagna di studi delle persone che studiano e lavorano con me. O come cittadino che pensa sia giusto e doveroso impegnarsi nella vita activa, pena l’asfissia del pensiero e delle passioni.
Questa volta ritengo sia opportuno che alcuni cittadini si presentino, per tutti i cittadini, come donne. Per dire, con voce chiara e forte, con voce femminile, che la sceneggiatura che ci vogliono proporre come “normale” non assomiglia a niente di normale e di vero. Non assomiglia a niente di quello che accade alla gente vera e bella, alla gente giovane di qualsiasi età, alla gente viva di questa nostra grande e meravigliosa Italia, in cui da secoli i viaggiatori di tutto il mondo cercano e trovano grazia, eros, incanto e bellezza. Di persone e di paesaggi, di arte e di colori.
Non assomiglia a quello che accade alla gente vera, alla gente che vive e lavora, che ama e che studia. Che è madre, padre, figlio. Fratello, amico.
Sposo o amante. Non assomiglia a quello che accade alle feste vere in cui, dopo l’asilo, ci si invita in quanto persone e non in quanto femmine e maschi. Non assomiglia ai rapporti di amicizia e di amore in cui vale tutto tranne che l’indistinto: vale la qualità della persona che si incontra, vale quel tratto solo suo. In cui si scelgono amici, amanti, collaboratori e compagni di avventura, non per l’uniformità di un canone indifferenziato – la brutta e inutile uniformità di individui bellocci, tutti di genere femminile e tutti anagraficamente, genericamente, giovani. Come in un campionario da venditori porta a porta, in un listino di prodotti uniformi con variazioni minime– barbie nella versione bionda o mora, bianca o “abbronzata”.
Figurine spesso rese ancor più interscambiabili da devastanti interventi di chirurgia che neutralizzano qualsiasi tratto di personalità, qualsiasi grazia. Di tutti i miti che la tradizione classica ci ha consegnato l’immagine del satiro e le ninfe è uno dei più macchiettistici e malinconici – non solo perché, come ci ha insegnato James Hillman, non c’è Eros nel satiro che insegue e nella figura indistinta della ninfa che corre, astrazione anonima del genere femminile.
Non solo perché la scena è tutta, naturalisticamente, scontata.
Non solo perché la ninfa corre o cede, ma non conosce il gioco d’amore. Non solo perché Pan o il satiro non conosce Eros. E perché a Eros non interessano tutte le ninfe, ma quella particolare forma che incanta una, particolarissima e non codificabile, intenzione del desiderio. Alle persone vive, che non soffrono di patologia prostatica dell’Ego, ai giovani di tutte le età, non interessa la ninfa. Interessa quel particolare individuo, maschio femmina o quel che sia: interessa la piena soddisfazione dell’incontro con uno spirito e un corpo diverso dal proprio, non la macabra rappresentazione del proprio potere e della propria potenza.
Serve ora ricostruire un paesaggio immaginale che sia all’altezza del paesaggio culturale e artistico della tradizione italiana. Sta a noi cittadini cambiare il profilo del mondo, proiettare nuove immagini. Tra i cittadini ad alcuni la natura ha dato una voce particolare, e in dote la capacità magica di curare le cose, le persone e gli elementi.
Ha dato la capacità fisica di mettere al mondo il mondo. Ed è questa capacità, magica, poietica, intellettuale, che possiamo dire per voce di donna. Rimettere al mondo, anche politicamente, il mondo: servono, per questa volta, voci di donna, voci femminili di cittadini italiani, per dirlo.
Monica Centanni
Qualche volta mi capita di essere una donna. Di presentarmi e definirmi come essere di genere femminile. Molto più raramente mi capita di essere chiamata in causa pubblicamente, politicamente, come donna – come accade oggi su Europa, come accadrà oggi pomeriggio all’assemblea costituente di Futuro e libertà, e come accadrà domani alla manifestazione “Se non ora, quando?“ a cui parteciperò.
Innanzitutto ricordiamoci qual è il punto. Si tratta di un’iniziativa proposta da un gruppo di donne per affermare, a voce alta, l’insofferenza di tanti cittadini contro un’immagine che, per la condotta personale e pubblica dell’attuale presidente del consiglio, conferma pesantemente un’idea di Italia che non assomiglia allo stile di vita reale e praticato dalla maggioranza dei cittadini italiani. Assomiglia invece alla peggiore iconografia di un’italietta piccola piccola, oscenamente gelosa di suoi vizi (tutti presunti innati, tutti evocabili per battute o per ammiccamenti, e comunque confessabili ed espiabili con tre-avemaria-e-un-paternoster) su cui si è formato l’immaginario piccolo-borghese degli anni ’50 del secolo scorso e che è stato prepotentemente riproposto negli ultimi quindici anni da Silvio Berlusconi, come imprenditore della comunicazione e poi come uomo politico, su tutti i piani in cui lo stesso Berlusconi ha potuto esercitare il suo potere: sul piano etico e antropologico dei modelli di comportamento pubblico, sul piano della cultura popolare, sul piano della comunicazione. Sia detto per inciso – a Berlusconi non va attribuita alcuna colpa per quanto ha saputo, più che voluto, fare.
Berlusconi non ha alcuna grandezza demoniaca e l’avvicinamento della sua figura ai satrapi ellenistici, ai prìncipi del basso impero o, come è accaduto nella fantasia di qualche anima semplice che si è proposta come la principessa delle fiabe, ai draghi medievali, fa torto a tutti gli eliogabali, a tutti i diavoli, a tutti i draghi della storia e della leggenda. Berlusconi è un signore anziano, molto maleducato, la cui educazione sentimentale è avvenuta in uno dei periodi culturalmente più tristi della gloriosa storia italiana. Non si può imputare a Berlusconi di non essere colto, di non conoscere altro mondo che il mondo suo che crede sia il mondo vero. La colpa, seria e pesante, è stata di chi negli anni in cui Berlusconi faceva della sua vita e della vita del nostro paese quel che può e sa fare, non ha saputo fare dire pensare affermare modelli diversi, politicamente e culturalmente. Di chi, gli intellettuali prima di tutti, si è ritratto nella torre d’avorio di un pensiero sempre più ammuffito e afasico, perché non speso nel gioco politico, confermando più o meno consapevolmente con la propria disaffezione al mondo, il disprezzo della dimensione pubblica e della politica stessa che è uno dei capisaldi del non-pensiero berlusconiano.
Ora, bel al di là dei risvolti giudiziari della vicenda (ancora più gravemente sul piano dell’etica pubblica e della costruzione dell’immaginario condiviso), il presidente del consiglio propone al paese e al mondo come suo stile di vita “personale” sconcertanti quadretti che non corrispondono a niente, che esistono solo nelle fantasie volgari di anziani signori che non hanno studiato né vissuto autenticamente. Che, al di là delle artate finzioni sondaggistiche, non rappresentano nessuno se non loro stessi e le loro senili ossessioni. Quadretti dalla sceneggiatura tanto fantastica e inesistente che, per costruirla, i maligni e interessati impiegati alla corte del premier hanno dovuto inventare complicati meccanismi di reclutamento e di controllo logistico ed economico, sulla cui amministrazione ora le varie comparse e lo stesso presidente del consiglio sono chiamati a dare conto anche sul piano giudiziario.
Accade che in questi sketch con personaggi vari appaiono molte figurine di genere femminile. E per questo un gruppo di cittadini, presentandosi per questa volta con voce femminile, ha preso la parola e ha proposto la manifestazione del 13 febbraio. Ma intorno a questa iniziativa è accaduta una cosa strana, che ha animato, in modo a dir la verità non troppo appassionante, il dibattito degli ultimi giorni. Tante donne, soprattutto intellettuali, quasi tutte di una certa età e autorevolezza, molte impegnate nelle lotte femministe fin dagli anni ’70, alcune attive anche sul fronte dei gender studies e della filosofia di genere, hanno tenuto a marcare una distanza dalla manifestazione del 13 febbraio con motivazioni diverse: perché troppo connotata politicamente o perché troppo poco connotata politicamente; perché l’appello è troppo generico e retorico, o perché troppo di genere; perché non dovrebbero essere le donne a manifestare ma tutti i cittadini; perché è da bacchettoni o perché sarebbe un pretesto; o, addirittura, infine, perché le figurine femminili che hanno attratto l’attenzione su di sé negli ultimi tempi sarebbero esempi di liberazione della donna. E anche questo poco intrigante dibattito, nel suo grigiore argomentativo, con la debolezza e fragilità di argomenti e contro-argomenti, con tutti i distinguo e le capziosità delle retoriche incrociate, è un triste riscontro della misura rattrappita e senile del pensiero non solo politico, ma soprattutto culturale, italiano.
Cerco di argomentare meglio la mia analisi e il mio giudizio con un esempio. Quando in autunno gli studenti delle scuole italiane – scuole superiori e università – hanno manifestato contro la riforma Gelmini, solo i più feroci rappresentanti dell’antipolitica al potere (per esempio i gasparri o le stesse gelmini) hanno contestato agli studenti la possibilità di manifestare in quanto studenti. Certo che la riforma della scuola riguarda tutti, non solo studenti e docenti, non solo la formazione e la cultura, ma l’intero progetto politico, sociale, economico del nostro paese. Ma è altrettanto certo che è stato bellissimo e giusto che un gruppo di giovani cittadini e futuri cittadini, non a caso i più esigenti, quelli a cui più a sta a cuore anche per il loro stesso futuro personale il futuro pubblico dell’Italia, si siano manifestati in veste di studenti per prendere la parola per conto di tutti e per ricordarci, ricordare a tutti, chi siamo e da dove veniamo. Ciascuno di quegli studenti certo era anche un veneto o un lombardo, un credente in qualche fede o un laico. Qualcuno era ricco, qualcun altro di classe media, o povero.
Erano anche femmine e maschi: ma in quell’occasione è stato importante che si siano presentati, che abbiano manifestato, per tutti i cittadini italiani, presentandosi come studenti. Usando per quell’occasione quella particolare maschera che ciascuno di loro, ciascuno di noi, ha come uno dei volti della propria complessa identità.
Ora. Qualche volta mi capita di essere una donna. Di presentarmi e definirmi come essere di genere femminile. Molto più raramente mi capita di essere chiamata in causa pubblicamente, politicamente, come donna. Più spesso mi presento pubblicamente come studioso; o come grecista, o come docente universitario. O come compagna di studi delle persone che studiano e lavorano con me. O come cittadino che pensa sia giusto e doveroso impegnarsi nella vita activa, pena l’asfissia del pensiero e delle passioni.
Questa volta ritengo sia opportuno che alcuni cittadini si presentino, per tutti i cittadini, come donne. Per dire, con voce chiara e forte, con voce femminile, che la sceneggiatura che ci vogliono proporre come “normale” non assomiglia a niente di normale e di vero. Non assomiglia a niente di quello che accade alla gente vera e bella, alla gente giovane di qualsiasi età, alla gente viva di questa nostra grande e meravigliosa Italia, in cui da secoli i viaggiatori di tutto il mondo cercano e trovano grazia, eros, incanto e bellezza. Di persone e di paesaggi, di arte e di colori.
Non assomiglia a quello che accade alla gente vera, alla gente che vive e lavora, che ama e che studia. Che è madre, padre, figlio. Fratello, amico.
Sposo o amante. Non assomiglia a quello che accade alle feste vere in cui, dopo l’asilo, ci si invita in quanto persone e non in quanto femmine e maschi. Non assomiglia ai rapporti di amicizia e di amore in cui vale tutto tranne che l’indistinto: vale la qualità della persona che si incontra, vale quel tratto solo suo. In cui si scelgono amici, amanti, collaboratori e compagni di avventura, non per l’uniformità di un canone indifferenziato – la brutta e inutile uniformità di individui bellocci, tutti di genere femminile e tutti anagraficamente, genericamente, giovani. Come in un campionario da venditori porta a porta, in un listino di prodotti uniformi con variazioni minime– barbie nella versione bionda o mora, bianca o “abbronzata”.
Figurine spesso rese ancor più interscambiabili da devastanti interventi di chirurgia che neutralizzano qualsiasi tratto di personalità, qualsiasi grazia. Di tutti i miti che la tradizione classica ci ha consegnato l’immagine del satiro e le ninfe è uno dei più macchiettistici e malinconici – non solo perché, come ci ha insegnato James Hillman, non c’è Eros nel satiro che insegue e nella figura indistinta della ninfa che corre, astrazione anonima del genere femminile.
Non solo perché la scena è tutta, naturalisticamente, scontata.
Non solo perché la ninfa corre o cede, ma non conosce il gioco d’amore. Non solo perché Pan o il satiro non conosce Eros. E perché a Eros non interessano tutte le ninfe, ma quella particolare forma che incanta una, particolarissima e non codificabile, intenzione del desiderio. Alle persone vive, che non soffrono di patologia prostatica dell’Ego, ai giovani di tutte le età, non interessa la ninfa. Interessa quel particolare individuo, maschio femmina o quel che sia: interessa la piena soddisfazione dell’incontro con uno spirito e un corpo diverso dal proprio, non la macabra rappresentazione del proprio potere e della propria potenza.
Serve ora ricostruire un paesaggio immaginale che sia all’altezza del paesaggio culturale e artistico della tradizione italiana. Sta a noi cittadini cambiare il profilo del mondo, proiettare nuove immagini. Tra i cittadini ad alcuni la natura ha dato una voce particolare, e in dote la capacità magica di curare le cose, le persone e gli elementi.
Ha dato la capacità fisica di mettere al mondo il mondo. Ed è questa capacità, magica, poietica, intellettuale, che possiamo dire per voce di donna. Rimettere al mondo, anche politicamente, il mondo: servono, per questa volta, voci di donna, voci femminili di cittadini italiani, per dirlo.

da Europa Quotidiano 12.02.11

"Niente sconto per gli atenei. A scuola punteggio nordista", di Jolanda Bufalini

La rete 29 Aprile: il governo vuole la morte dell’Università. Consulta: aggirata la sentenza, congelate le graduatorie territoriali. «L’ Università deve morire», non il titolo di un film ma la reale intenzione del governo e del ministro Gelmini. Questa la convinzione della Rete 29 aprile, il movimento di ricercatori che ha dato vita alla protesta in difesa dell’ università pubblica. Il decreto «milleproroghe» non contiene lo «sconto» che veniva fatto alle università sul budget per le spese del personale. Lo sconto, spiega la Rete, non era un regalo: un terzo delle spese delle strutture ospedaliere, infatti, era a carico del servizio sanitario e, certamente, il servizio svolto dai policlinici per la cura e l’ assistenza vale molto più di quel terzo a carico della sanità. Altre due voci dello sconto erano egate agli aumenti periodici previsti dai contratti nazionali e alle convenzioni che gli atenei hanno con enti e istituzioni. Ma, in questo modo, molti atenei sfonderanno il limite del 90% della spesa per il personale con la conseguenza del divieto di fare nuove assunzioni. Così, una misura originariamente concepita per indurre comportamenti virtuosi si trasforma in una mannaia: niente promozioni interne per gli idonei a professore associato o ordinario, niente risorse per i giovani ricercatori che avrebbero dovuto avere un contratto a temo determinato, niente per le migliaia di precari. E, dopo i tagli agli stipendi, dicono i ricercatori, «si colpisce al cuore il sistema decretando la morte degli atenei, bene o male amministrati». Qualche esempio? Saranno 35 gli atenei che sfonderanno il limite del 90%, a RomaTor Vergata e La Sapienza, Federico II e Orientale a Napoli, e ancora, Firenze Palermo, Cagliari, Pisa, Palermo, e Modena, Palermo, Udine. Ma, senza lo sconto, quattro università saranno tecnicamente fallite: Siena, seconda università di Napoli, Cassino e L’Aquila. Quest’ultima, combatte, dopo il terremoto, per la rinascita della città. Il mondo della formazione viene colpito anche con il congelamento finoad agosto 2012, voluta dalla Lega Nord, delle graduatorie dei precari. Due giorni fa la Consulta aveva accolto la tesi che nell’ aggiornamento delle graduatorie a esaurimento gli insegnanti avranno diritto al trasferimento e all’inserimento secondo il merito e non secondo l’anzianità di iscrizione in graduatoria. In commissione al Senato, invece, ha avuto il via libera un emendamento che pone un vincolo territoriale per l’assegnazione delle supplenze. La sentenza della Consulta aveva dichiarato incostituzionale un passaggio di una legge del 2009 fortemente voluta dalla Lega. In caso di spostamento da una provincia all’altra, l’insegnante finiva «in coda » alla graduatoria, e non «a pettine » a seconda del suo punteggio. Questo per scoraggiare il trasferimento dei insegnanti dal Sud al Nord. « PerMimmoPantaleo, segretario della Flc-Cgil si è di fronte a «un atto razzista nei confronti del Mezzogiorno».

L’Unità 12.02.11

"Un momento di riflessione", di Sergio Romano

Voglio provare a mettermi, per qualche minuto, nei panni di Silvio Berlusconi. Si ritiene vittima di una congiura giudiziaria. È convinto che le accuse contro la sua persona siano altrettante tappe di un percorso diretto a eliminare il presidente del Consiglio e il suo partito. Ha deciso di trasformare la sua difesa in una controffensiva politica. È una tattica a cui è ricorso più volte in questi anni, mai tuttavia come in una vicenda che coinvolge non tanto i suoi affari quanto la sua vita privata.

In questa prospettiva, Berlusconi si ritiene autorizzato a difendere se stesso in qualsiasi sede privata o pubblica, con video lanciati sul web, interventi telefonici durante i dibattiti televisivi e nelle conferenze stampa di Palazzo Chigi come è accaduto l’altro ieri in quella dedicata al programma del governo per il rilancio dell’economia nazionale. Rintuzzare l’aggressione di cui si ritiene vittima è ormai la parte più visibile della sua agenda politica.

Mi chiedo se si renda conto degli effetti che questa linea aggressiva e difensiva sta avendo per il Paese. In primo luogo pregiudica la credibilità delle sue riforme. Il decreto sulle intercettazioni (ieri momentaneamente rinviato), la legge annunciata in conferenza stampa sulle responsabilità dei giudici e la riforma dell’ordine giudiziario diventano agli occhi di tutti (anche di coloro che le ritengono utili per il Paese), soltanto forme di autodifesa e quindi viziate da un difetto di origine che le rende, nel migliore dei casi, sospette.

In secondo luogo Berlusconi sembra ricercare deliberatamente lo scontro, alternato a qualche occasionale schiarita, con tutte le maggiori istituzioni del Paese, dalla presidenza della Repubblica alla Corte costituzionale. Ha capito che siamo sull’orlo di un conflitto civile fra istituzioni, corpi e ordini dello Stato? Si è chiesto quali possano essere gli effetti di questa strategia per tutti coloro che sono chiamati ad assicurare imparzialmente il buon funzionamento della cosa pubblica? In terzo luogo la strategia di Berlusconi sta contagiando l’intera società nazionale, spaccata ormai tra due fazioni contrapposte: i berlusconiani e gli antiberlusconiani. Nessuna questione, ormai, può essere affrontata nel merito, senza che gli uni e gli altri si chiedano quali effetti avrà sulla sorte di Berlusconi.

L’Italia non può permettere che questo stato di cose continui ulteriormente. Siamo il giullare d’Europa, il miglior fornitore di indagini frivole, vignette satiriche, storie salaci e licenziose a tutta la stampa occidentale. Se questo Paese gli sta a cuore, Berlusconi dovrebbe almeno distinguere il suo ruolo pubblico dalla sua condizione di potenziale imputato. Si difenda nei luoghi in cui ha il diritto di farlo anche con argomenti, sull’uso sproporzionato delle intercettazioni, sulla difesa della privacy dei cittadini e sui rapporti dello Stato con la magistratura, che molti troverebbero convincenti. Ma non nei dibattiti politici, nelle conferenze stampa e soprattutto durante i viaggi all’estero. Ha fondato un partito che si chiamava Forza Italia. Cerchi di evitare che passi alla storia come il partito che ha reso il Paese rissoso all’interno e risibile agli occhi del mondo proprio nel momento in cui abbiamo maggiore bisogno di credito internazionale e di fiducia in noi stessi.

IL Corriere della Sera 11.02.11

Rai, Bersani: Inaccettabile la direttiva sul bavaglio

“Ogni tentativo di mettere camicie di forza agli spazi informativi della Rai sarebbe una violazione del pluralismo, dell’autonomia e della liberta di informazione. Un danno grave verso l’azienda che subirebbe un contraccolpo molto grave anche sotto il profilo economico”. “Se i contenuti fossero confermati, in realtà ci troveremmo di fronte a una direttiva sul bavaglio. Per il Partito Democratico questo sarebbe inaccettabile.” Così il segretario nazionale del Pd Pier Luigi Bersani commenta le anticipazioni dell’atto di indirizzo sul pluralismo, proposto dalla destra in commissione di Vigilanza Rai e che sarà votato mercoledì prossimo in commissione.

“Ogni tentativo di mettere camicie di forza agli spazi informativi della Rai – continua Bersani – sarebbe, oltre che una violazione del pluralismo, dell’autonomia e della liberta di informazione, un danno grave verso l’azienda che subirebbe un contraccolpo molto grave anche sotto il profilo economico.

Mi rivolgo quindi al presidente e ai membri della commissione di Vigilanza Rai e ai vertici dell’azienda affinché, in questa fase politicamente delicata e complessa, respingano le pressioni che si sono fatte clamorose e garantiscano la possibilità a ogni giornalista e a ogni lavoratore di poter svolgere correttamente e in autonomia il proprio ruolo.

La Rai – conclude il leader del Pd – ha certamente bisogno di cambiamenti e di riforme, a partire da quelle sulla governance. Di certo non ha bisogno di una lunga agonia a cui la stanno portando le iniziative del Pdl”.

"Liberisti immaginari", di Pier Paolo Baretta

Sa tanto di ideologico la proposta di riforma della Costituzione varata dal consiglio dei ministri.
L’introduzione nell’articolo 41 di una frase da slogan pubblicitario: “È permesso tutto ciò che non è proibito!”, accompagnata dalla cancellazione del terzo comma (il fine sociale dell’impresa), non c’entra nulla con la “scossa” all’economia, ma serve a creare quello che Sacconi ha propriamente chiamato un «clima culturale». Questo governo – di centrodestra! – non è in grado di adottare politiche reganiane. Nessuna liberalizzazione o privatizzazione, salvo Alitalia; sostanziale conservazione dello status quo nella pubblica amministrazione, con buona pace del volontarismo di Brunetta (senza tornare alla Thatcher, basta Cameron); consociativismo coi sindacati (tranne uno) che ci mette del suo, ma per ragioni di schieramento politico, e le associazioni d’impresa; nessuna vera semplificazione e libertà di gestione economica (dov’è finito l’articolo 18?).
Si praticano, cioè, politiche populiste e non liberiste. Ecco che, allora, il liberismo bisogna almeno proclamarlo. La scusa dei controlli (ex post, ex ante) non sta in piedi e tutto ciò che non è proibito può essere ben consentito con una legislazione appropriata. Perché, allora, tanto ardore costituzionale? Ho l’impressione che a Berlusconi e alla, debole e minoritaria, componente liberale della maggioranza, non interessi granché questa battaglia, come non gli interessò, allora, ma ne fu infaustamente trascinata, quella sull’articolo 18.
Il problema è che i cosiddetti “riformisti”, col complesso degli ex (di sinistra), diventano più zelanti dei liberisti stessi. Non essendolo, però, ammantano queste “riforme” di modernità. Ma lo scopo sembra più essere quello di superare, come ha detto il ministro Romani, il vecchio patto catto-comunista che ha ispirato la Costituzione. Ossessionati da una sinistra che non c’è più e viene tenuta in vita a causa delle proiezioni della loro memoria ed impauriti dalla sciatteria della destra di cui fanno parte, i “riformisti” del governo, che sono, in verità, raffinati ed intelligenti, costruiscono una architettura virtuale della società, dei rapporti economici e sociali che accentua la spaccatura del paese, anziché ridurla.
Ma poiché queste considerazioni potrebbero essere confutate, c’è un modo per dimostrarle o per riconoscere (sono pronto a farlo) che sto esagerando. E il modo consiste in una domanda alla quale va data una risposta. Il fatto che nella idea “moderna” di impresa sia previsto un fine sociale (non nel senso di assistenziale, ma in quello di costituente dello sviluppo civile e della diffusione del bene comune) è un concetto sbagliato? Va rifiutato dal punto di vista teorico? Se sì, allora è chiaro il perché si vuole modificare il 41. Ma, in questo caso, si aprirebbe una curiosa discussione con chi (ad esempio Sacconi) si dichiara d’accordo con la partecipazione dei lavoratori (perché, allora, più saggiamente, non è stato proposto di applicare l’articolo 46?). O chi, come Maroni, che, da ministro del lavoro, si è fatto artefice della campagna sulla responsabilità sociale d’impresa. Se, invece, la risposta fosse la più logica, ovvero che proprio nell’impresa globale cresce il fine sociale, allora il bluff si smaschera facilmente e non resta che pensare che nelle intenzione dei “riformatori” vi sia una pericolosa finalità pedagogica. La prova sta nella meno grave, ma altrettanto ridondante e non necessaria, proposta di modifica degli altri due articoli.
L’introduzione della “trasparenza” e del “merito” nella pubblica amministrazione è un patrimonio positivo. Ma serve davvero una modifica costituzionale, per giunta proposta da una maggioranza in affanno ed in perenne lite con tutti? Infine, più ambigua è la soluzione proposta per il 118. Che significa “garantire” e non solo favorire, come già previsto nel testo attuale, l’autonoma iniziativa dei cittadini? Quali sono le potenzialità ed i limiti di questa nuova concezione garantista della sussidiarietà? Una rinuncia organizzata dello stato alle sue prerogative?
Insomma, la discussione che queste proposte provoca è talmente importante e gravida di conseguenze che non meritava un approccio così strumentale e di parte come quello che il governo ha lanciato e che impegnerà almeno due anni di dibattito politico e parlamentare. Se non verranno anch’esse rapidamente archiviate, come molte altre idee di quest’epoca berlusconiana sul cui tramonto non vi poteva essere prova migliore di quella rappresentata da questo affannoso epilogo.

da Europa Quotidiano 11.02.11