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"Rai, era meglio un’altra protesta", di Vittorio Emiliani

La domanda di fondo a Matteo Renzi sulla Rai, al di là della richiesta immediata di 150 milioni, è la seguente: quale Rai vuole? Cosa intende fare della Rai? Sottrarla, dice, ai partiti, al governo (in primo luogo al governo, aggiungiamo, dopo l’infame legge Gasparri). Benissimo. Ma allora non serve molto chiedere ad una azienda – perché la Rai lo è ancora – un contributo di 150 milioni. Serve invece rottamare subito la legge Gasparri e sostituirla con un’altra semplice e rapida sul modello inglese o svedese: una Fondazione alla quale vengono conferite le azioni della Rai, una fondazione che sia retta da un gruppo di garanti al di sopra di ogni sospetto, colti e competenti, che a loro volta nominano il direttore generale e il cda. Certo, il modello funziona bene nel Regno Unito anche perché Bbc fruisce di un canone sui 183 euro (quello svedese sale a 232 euro) pagati da utenti che lo evadono solo all’8 %. Ipotizziamo che la Rai abbia il canone Bbc: pur coi suoi 16 milioni di utenti/paganti «fedeli» (altri 9 milioni evadono, circa il 36% delle famiglie), incasserebbe circa 2,9 miliardi di euro. Circa 200 milioni più di quanto ha ricavato nel 2013 fra canone e pubblicità. Di fatto la Rai non avrebbe più bisogno di ricorrere alla pubblicità; potrebbe fare assai più servizio pubblico di quanto non possa e voglia fare oggi con gli spot che per anni hanno rappresentato circa la metà delle sue entrate. Il che l’ha condotta a commercializzarsi, a non rinnovare i programmi, ad avere il pubblico televisivo più anziano. Ma, come ci fa sapere il Cnel, il canone Rai, pur coi suoi modesti 113,7 euro, è «la tassa più detestata dagli italiani». Pensate voi dove arriva la disinformazione.

Matteo Renzi ha quindi una autostrada aperta davanti se vuole «rottamare» la Rai dei partiti e tagliare il cordone ombelicale che la lega al governo. Ha parlato di vendere Rai Way ed ho già ricordato che, in tutt’altra situazione economica mondiale, nel 2001, la Rai aveva già ceduto ai texani di Crown Castle il 49 % di quell’azienda ricavandone 734 miliardi di lire netti. Ma fu poi il governo Berlusconi (e Gasparri per esso) a cancellare quella vendita fruttuosa. Si può quotarla in Borsa, si suggerisce. Certo, senza illudersi però che si tratti di operazioni a breve termine.
Anche il Cda nominato nel 1998 si trovò di fronte a un taglio improvviso e imprevisto – per 200 miliardi di lire – operato dal centrosinistra con l’abolizione, in finanziaria, del canone autoradio che gli utenti della strada pagavano col bollo quasi senza accorgersene. Ma erano altri tempi, altri bilanci. Soltanto una governance dell’azienda autonoma dai partiti può presentare un piano di dimagramento del personale superfluo nonché degli alti e immeritati stipendi e privilegi corporativi, un piano di ritorno alla produzione in proprio in luogo dei troppi e costosi appalti esterni sollecitati per via politica spesso. Ma anche sui numeri del personale Rai, bisogna dare cifre esatte e non gonfiate facendo, anche su giornali importanti, paragoni insensati con Mediaset. Insensati perché non tengono conto, ad esempio, dei dipendenti di Radio Rai e del fatto che l’emittente di Stato produce in proprio più di Mediaset.

Essa è anche appesantita, nel rapporto con governo e partiti, dal ruolo spesso debordante assunto dalla Commissione di Indirizzo e di Vigilanza la quale consente ai partiti di porsi verso la Rai come una sorta di super-consiglio di amministrazione, ben al di là del contratto di servizio e dei suoi compiti. Ed è sbagliatissimo. In Svezia – ci dicono colleghi autorevoli come Ake Malm – la commissione parlamentare, fissati binari e obiettivi di marcia, chiama gli amministratori della Tv pubblica ad esporre i loro programmi e a dar conto dei risultati, ma li lascia operare in piena autonomia. Da noi il legame con la politica viene in quella sede ribadito quasi ossessivamente. L’approccio del presidente del Consiglio alla Rai e a questo sciopero generale dell’11 è stato molto aggressivo. Sa bene che la Rai non è popolare. Per contro però non è con una giornata di sciopero che giornalisti, programmisti, tecnici Rai riusciranno a spiegare al Paese e ai 16 milioni di abbonati cosa vogliono e cosa rispondono a Renzi. Serviva, a mio avviso, uno «sciopero a rovescio»: dedicare cioè molto spazio l’11 giugno – magari una puntata serale di «Chi l’ha vista?» (la riforma) – per raccontare cos’è oggi la Rai, cosa sono i suoi bilanci, qual è il suo pubblico, come l’hanno ridotta i governi Berlusconi, quale riforma vera, profonda, incisiva si vuole, dall’interno, per fare più servizio pubblico, più cultura, più inchieste, un intrattenimento ed uno sport migliori, ecc. Con un giorno di sciopero e qualche comunicato sindacale si risolverà ben poco. E gli abbonati fedeli non sapranno cosa sta succedendo.

L’Unità 03.06.14

"E in Italia il sorpasso delle rinnovabili", di Luca Pagni

Le rinnovabili hanno messo la freccia e il sorpasso, appena sfiorato nel mese di aprile, diventerà realtà entro la fine dell’anno. L’energia prodotta dalle fonti verdi è stata pari a quella delle centrali termoelettriche, alimentate a carbone e a gas naturale: un risultato che colloca il nostro Paese in cima alla classifica continentale per lo sviluppo della green economy. La Germania, che pure è partita prima dell’Italia nello sviluppo del settore, con le energie verdi copre il 27% del totale del fabbisogno, dato peraltro in crescita rispetto al 23% di un anno fa.
In Italia, ad aprile, le rinnovabili hanno contribuito al 49,1% della produzione netta totale di elettricità e al 43,7% della domanda. Un risultato ottenuto grazie a una prestazione sopra la media da parte dell’idroelettrico (più 12% rispetto all’aprile di un anno fa) che ha beneficiato di un inverno ricco di nevicate e di invasi colmi. Ma anche le altre non sono state da meno: sia l’eolico (+9,2%) che il fotovoltaico (+2,3%) hanno proseguito la loro crescita che dura ormai ininterrotta da sette anni. Ne fa le spese la produzione termoelettrica che, rispetto a un anno fa, ha subito un calo del 10,2%. Mentre rimane stabile la produzione di energia elettrica delle centrali a carbone, che da sole coprono il 18% del totale.
Un risultato che ha portato l’Italia a primeggiare nel settore. Lo rivela uno studio del colosso americano General Electric: siamo al terzo posto nella graduatoria della «dinamicità»
che prende in esame gli sforzi fatti negli ultimi cinque anni per migliorare il mix energetico, abbassare le emissioni di Co2 e rendere più sostenibile la produzione di energia. Una ricerca che ha preso in esame i 25 paesi Ocse più i Brics. Anche se lo stesso documento ricorda come le tariffe elettriche italiane siano quelle salite di più rispetto agli altri Paesi.
Con il successo delle rinnovabili, l’Italia non fa che allinearsi a una tendenza prevalente in tutto il mondo e che non è destinata ad arrestarsi nonostante i tentativi delle lobby delle fonti tradizionali. Secondo l’Agenzia Energetica Internazionale, entro i prossimi tre anni la produzione globale da fonti rinnovabili supererà quella da gas e sarà il doppio di quella da fonte nucleare. La crescita delle energie verdi sarà del 40% nel prossimo quinquennio, tanto che alla fine del 2018 la potenza
complessiva installata sarà pari a un quarto del totale. Un successo ottenuto grazie al rapido sviluppo delle tecnologie, oltre che ai massicci incentivi che hanno sostenuto la fase di start up. Quest’ultimo fattore è valido soprattutto per l’Europa, con i governi che sono poi dovuti correre ai ripari quando le bollette hanno cominciato a lievitare. E’ il caso dell’Italia, dove gli incentivi al solo fotovoltaico pesano per 6 miliardi all’anno sui consumatori e con il ministero dello Sviluppo economico che sta studiano un provvedimento per spalmare da 20 a 27 anni la spesa complessiva.
A spingere lo sviluppo delle rinnovabili sono soprattutto le economie emergenti, la Cina su tutte, e gli stati Uniti. I Paesi dove sono più ingenti gli investimenti in ricerca che stanno rendendo pale eoliche e pannelli fotovoltaici sempre più efficienti. Secondo una ricerca di CleanEdge, istituto americano specializzato nel mercato del ‘green tech’, l’energia dal sole ha i margini di crescita maggiori, con il costo del fotovoltaico è destinato a scendere costantemente con una media del 7% ogni anno.
Sempre secondo CleanEdge, entro il 2021 la potenza generata da impianti fotovoltaici dovrebbe superare quella generata dall’eolico. Al momento, le pale alimentate dal vento dispongono, in media, di una capacità produttiva 2,5 volte maggiore rispetto ai pannelli solari, ma questa situazione si potrebbe capovolgere entro il 2021. Tornando all’Italia, il fenomeno ha il suo inevitabile prezzo. Le aziende elettriche sono costrette a chiudere le centrali più vecchie e meno efficienti. Il ministero per lo Sviluppo Economico ha appena autorizzato la messa fuori esercizio definitiva di sette impianti dell’Enel e due di Edipower (gruppo A2a) ed è in corso la procedura per altri 5 impianti dell’ex monopolista e altri due di A2a. Questo significa cassa integrazione e riduzione di personale. Ma anche accordi innovativi come quello firmato l’altro giorni proprio da A2a con i sindacati: a fronte di 120 prepensionamenti verranno assunti in due anni 30 giovani.

La Repubblica 03.06.14

"Il 2 giugno delle donne, politica e numeri dal 1946 al 2014", di Giorgia Serughetti

“Una lunghissima attesa davanti ai seggi elettorali. Sembra di essere tornate alle code per l’acqua, per i generi razionati”. Così la giornalista Anna Garofalo descrive l’emozione del 2 giugno 1946, la prima volta delle donne al voto nazionale. “Abbiamo tutti nel petto un vuoto da giorni d’esame, ripassiamo mentalmente la lezione: quel simbolo, quel segno, una crocetta accanto a quel nome. Stringiamo le schede come biglietti d’amore. Si vedono molti sgabelli pieghevoli infilati al braccio di donne timorose di stancarsi e molte tasche gonfie per il pacchetto della colazione. Le conversazioni che nascono tra uomini e donne hanno un tono diverso, da pari”.

La bellezza del 2 giugno è in quella famosa foto in cui un volto di giovane donna sbuca dalla prima pagina del Corriere della Sera che titola “È nata la Repubblica italiana”. È donna, come lo fu quella francese nelle vesti della Marianne. Ma qui non si tratta solo di allegorie tradizionali, perché il suffragio universale è stato appena conquistato, dopo una battaglia durata oltre mezzo secolo.

In quel referendum del 2 giugno, per scegliere tra repubblica e monarchia, si recò alle urne l’89,1% delle aventi diritto, una percentuale quasi identica a quella degli uomini. Eppure quell’ingresso delle donne nella cittadinanza nasceva gravato da un “difetto originario”, come scrivono Assunta Sarlo e Francesca Zajczyk in Dove batte il cuore delle donne? (Laterza). Togliatti e De Gasperi, con il decreto del febbraio 1945 che riconosceva il diritto di voto alle donne, “dimenticavano” di parlare della loro eleggibilità. Donne elettrici, quindi, ma non donne elette. Una svista originaria, corretta solo un anno più tardi, che denuncia la difficoltà del loro ingresso in una sfera pubblica che è stata disegnata sulla loro esclusione.

Quel che avvenne dopo è in parte il riflesso di quell’imperfezione, incompiutezza della cittadinanza degli inizi, che si è perpetuata in una storia che arriva fino ai nostri giorni. Il 2 giugno vennero elette 21 donne alla Costituente, su 556 deputati (pari al 3,7%): 9 per la Dc, 9 per il Pci, 2 per il Psiup, 1 per l’Uomo qualunque. Nella commissione dei 75 che doveva redigere la Carta Costituzionale soltanto 4 membri erano donne: Maria Federici, Lina Merlin, Teresa Noce e Nilde Iotti. Donne di grande valore, che hanno segnato pesantemente la storia del nuovo stato. Teresa Noce si impegnerà negli anni ’50 per la legge di tutela delle madri lavoratrici, Lina Merlin otterrà l’abolizione delle case chiuse. Nilde Iotti sarà la prima donna a ricoprire la carica di Presidente della Camera dei deputati, e lo farà per ben tre legislature.

Nel 1948, però, il testo costituzionale uscito dalla commissione porta le tracce dello squilibrio tra i sessi. Si pensi al passaggio dell’articolo 37 in cui si stabilisce che la donna lavoratrice ha, sì, pari diritti, ma “le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare”. Del resto, nel ’46, la strada dei diritti è ancora tutta da percorrere. Bisognerà aspettare gli anni ’70 perché arrivi il tempo delle conquiste civili: il nuovo diritto di famiglia, il divorzio, l’aborto, la parità di trattamento sul lavoro.

Ma intanto il rapporto controverso tra donne e politica non trova una via semplice per risolversi in positivo. Lo specchio più evidente di questa difficoltà è la perdurante sottorappresentanza delle donne nelle istituzioni: nelle elezioni del ’48, le donne elette alla Camera sono il 7,7% ma nei primi venticinque anni della Repubblica questa percentuale scende addirittura vicino allo zero, e resta bassissima in Senato, stentando a sollevarsi oltre il 3%. Nei decenni successivi l’andamento è altalenante, fino a raggiungere il 21,1% di donne alla Camera e il 18,4% al Senato nel 2008. Poi un balzo in avanti nel 2013, in cui il dato ha un incremento record di dieci punti percentuali.

Nelle elezioni europee di pochi giorni fa abbiamo visto un consolidamento di questo risultato. Al Parlamento di Strasburgo, la percentuale di donne tra gli eurodeputati italiani è scesa dal 14% della prima elezione nel 1979 all’11% nella successiva, per poi risalire lentamente fino al 21% del 2004 e al 23% nella legislatura uscente del 2009. Nel 2014 la presenza femminile nella delegazione italiana ha raggiunto il 40%.

Nelle Europee del 25 maggio, è stato detto, si è rotto anche un altro tabù, quello per cui le donne non votano le donne, perché il successo delle candidate alle elezioni è stato anche il risultato del voto femminile. Quel che è certo è che un numero di elettori nettamente superiore al passato ha dato la sua preferenza a una donna. E questo è, almeno in parte, un effetto del consolidarsi di un legame positivo tra elettorato femminile e rappresentanti dello stesso genere.

“Quando i presentimenti neri mi opprimono”, diceva la scrittrice Anna Banti a proposito del referendum del 2 giugno, “penso a quel giorno, e spero”. La cittadinanza delle donne non è compiuta, la loro esclusione passa ancora attraverso la sottoccupazione e sottoretribuzione, gli attacchi alla libertà di essere madri senza rischiare il posto di lavoro e all’autodeterminazione in fatto di riproduzione. Ma almeno qualche traguardo lungo il percorso cominciato nel 1946 si può dire lentamente raggiunto.

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Rivoluzione Pd Metà elettori sono «nuovi», di Carlo Buttaroni

Tutto sembra essere già stato detto sulle elezioni europee. Ed effettivamente non c’è molto da aggiungere se ci si limita alla contabilità di vincitori e vinti. Lo straordinario risultato del Partito Democratico a trazione renziana (40,8% per 11,2 milioni di voti) è un indicatore chiaro e definitivo del significato di queste elezioni. Solo la DC, nel ’58, era riuscita a ottenere percentuali più alte, raccogliendo il 42,4% e anche guardando ai voti reali, il record assoluto spetta sempre alla DC del ’76, votata da 14,2 milioni di elettori. A tutt’oggi, lo scudocrociato è l’unico partito ad aver superato il tetto dei 14 milioni di voti. Se la DC ottiene il primo e secondo posto in questa speciale classifica, la terza posizione va assegnata al PDL che, in occasione delle politiche 2008, raccolse 13,6 milioni di voti. A sinistra, il miglior risultato è quello del PCI nel 1976, votato da 12,6 milioni di elettori, mentre per il PD il record è nel 2008, sempre in occasione di elezioni politiche, con 12,1 milioni di voti.

LA MOBILITÀ ELETTORALE

Tutto questo, naturalmente, non fa arretrare di un centimetro la dimensione della vittoria del Partito Democratico alle elezioni europee, perché ciascuno dei risultati citati è stato ottenuto in circostanze assai diverse da quelle maturate nel voto del 25 maggio. Per esempio, non si era mai registrato uno scarto così ampio tra il primo e il secondo partito e mai un partito aveva ottenuto percentuali così alte in un sistema tripolarizzato, cioè con tre forze politiche capaci di raccogliere molti voti in competizione tra loro. Ma nel risultato del 25 maggio c’è molto più di un successo elettorale. Ed è proprio la straordinarietà dell’evento a suggerire un supplemento di riflessioni. La prima riguarda la mobilità elettorale. I risultati delle politiche dello scorso anno furono definiti – a ragion veduta – un «terremoto politico». L’epicentro del sisma, la cui velocità a terra ha avuto come effetto visibile il successo elettorale di Grillo e del suo movimento, era nel profondo di una società, delusa, sofferente e ferita dalla crisi. Enormi masse di elettori si erano staccate dalle tradizionali appartenenze politiche e avevano restituito una fluttuante geografia del consenso che aveva trovato nel Movimento 5 Stelle un momentaneo approdo. In precedenza, non si era mai registrata una mobilità elettorale così alta da un’elezione all’altra e, per molti versi, le elezioni dello scorso anno rappresentano una linea di demarcazione netta con il passato.

Il risultato che hanno restituito le urne domenica 25 maggio equivale, anche se in forma diversa, a ciò che accadde poco più di un anno fa. La «massa fluttuante» non si è ridotta rispetto alle politiche e l’energia che si è scaricata non ha una scala diversa, meno intensa, rispetto a febbraio 2013. Basti pensare che solo un elettore su quattro, tra quelli che si sono recati alle urne, ha dichiarato di essere convinto al 100% del partito che avrebbe votato. Un terzo degli elettori, cioè circa 9milioni di elettori, esprimeva invece una «convinzione» inferiore al 50%. Un voto fluido, quindi, che riflette quella società liquida descritta da Zygmunt Bauman, una società che non si identifica in nessun insediamento preesistente e non riesce a «solidificarsi» in uno specifico aggregato sociale.

Se i consensi ai grandi partiti di massa del Novecento erano caratterizzati da legami politici forti e riflettevano una corrispondenza sociale stabile e definita, negli ultimi appuntamenti elettorali il voto sembra sempre più caratterizzato da legami politici deboli e
da un consenso provvisorio. Nel confronto tra i tre principali partiti, il successo del PD sembra nascere proprio dalla capacità attrattiva di un voto fluido e mobile. Il Partito Democratico che ha vinto le elezioni europee è, infatti, un partito molto diverso da quello che «non ha vinto» le elezioni politiche. Il PD di Renzi è un partito dove solo il 52% aveva votato il PD di Bersani. Gli altri voti arrivano da elettori «nuovi» e se il principale affluente del nuovo bacino elettorale nasce da Scelta Civica, un’altra importante quota di voti arriva da chi aveva disertato le urne lo scorso anno. È un partito più giovane e trasversale rispetto al passato, e definirlo «più di sinistra» o «più di destra» è un’impresa ardua quanto inutile, nel momento in cui è attraversato da correnti sociali che non si riversano in alcun invaso preesistente.
Quando Matteo Renzi dice che l’obiettivo per il PD è prendere residenza dentro quel 40% di voti, non dichiara un obiettivo elettorale ma politico, perché questo voto non esprime una delega definitiva, né una rappresentanza sociale, tanto è multiforme e percorso da sfumature diverse.

Ciò che è accaduto quest’anno è influenzato da significati molto diversi da quelli di un anno fa. Se il senso del voto del 2013 fu una protesta che esprimeva il desiderio di un cambiamento senza compromessi, il risultato delle elezioni europee esprime la domanda di un cambiamento che vuole trovare forma in una proposta. C’è molto Renzi in questo, ma non solo. C’è soprattutto una società stanca e sofferente che ha bisogno di avere speranze e orizzonti prossimi e non lontanissimi. Questo cambio di prospettiva non è secondario e suggerisce, come titolo di queste elezioni, «l’attesa».

RISPOSTA REALE

L’attesa, cioè, che «la domanda» maturi in una risposta reale e concreta. È questo sentimento che Renzi è riuscito, più di altri, a intercettare. Ed è questo il mandato conferito dagli elettori che hanno scelto il PD, senza essere al 100% PD.
Tutto questo offre lo spazio per una seconda riflessione che non può essere elusa da risultanze provvisorie. L’eccezionalità del risultato delle europee, nei presupposti in cui è maturato, suggerisce che altri eventi «straordinari» possono verificarsi fino a quando il sistema non trverà un suo equilibrio.
Un equilibrio sociale prima ancora che politico. E, su questo versante, la sfida è ancora più alta perché presuppone il radicamento in agglomerati trasformati dalla crisi, in quella popolazione che vede l’uscita dalla sofferenza ancora lontana, se non un orizzonte irraggiungibile. Venti milioni tra poveri o prossimi alla povertà, sono una massa che nessuna società che vuole definirsi «avanzata» e democratica può permettersi. E i 22milioni di astensionisti ne sono un riflesso eloquente. Tra questi, la politica continua ad aggirarsi distratta, come tra i detriti di un mondo rovesciato. Eppure è qui che deve essere trovare la risposta all’uscita dalla crisi. Perché il futuro dell’Italia, prima ancora che tra «chi non è ancora», passa tra «chi non è più».

L’Unità 02.06.14

"Non temo le pagelle Ue ma vanno cambiate le regole così disoccupazione record”, di Luca Pagni

«Se non sarà la politica a fare le sue scelte, ma lascerà l’iniziativa ai tecnocrati dell’Europa, da questa situazione di crisi non usciremo mai». Basterebbe questa battuta per capire quale sarà l’atteggiamento del premier Matteo Renzi nei confronti dell’esame che, a giorni, il governo italiano dovrà affrontare. Invece di finire dietro la lavagna come lo studente che non ha fatto i compiti a casa, in sostanza per non aver fatto quadrare i conti pubblici secondo le regole del patto di stabilità, il presidente del Consiglio vuole ribaltare i ruoli. E salire sulla cattedra: per cambiare le procedure e adattarle in modo da cavalcare la possibile ripresa economica.
Ieri mattina, dal palco del festival dell’Economia di Trento, applaudito a più riprese da una platea affascinata se non da tutte le sue proposte sicuramente dalla capacità di tenere la scena, Renzi ha riaffermato la sua idea di primato della politica sui tecnici. In Italia si concretizza nel braccio di ferro con la burocrazia che non collabora al cambiamento. In Europa con la battaglia perché i governi contino di più dei funzionari dell’Unione. «Non ho particolari timori dalle valutazioni che la Commissione dovrà fare. Anche perché la questione è un’altra: che cosa immaginano i governi che Bruxelles dovrà fare. Oggi c’è un allineamento di fattori astrali irripetibile: ci sarà un nuovo presidente, una nuova Commissione e ci sono le ricette utilizzate fino ad oggi che si sono rivelate inefficaci». Con questa premessa la conclusione di Renzi è la sintesi dell’agenda italiana per il prossimo semestre di presidenza europea: «Dobbiamo cambiare le regole, non si può impostare tutto sui parametri di rigore e correttezza nel rispetto del trattato di Maastricht perché
hanno provocato una disoccupazione senza precedenti».
Come anticipato il giorno prima, sempre a Trento, dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, l’Italia farà pesare il consenso ottenuto dal governo Renzi, e dal Pd in particolare,
non tanto sul nome del prossimo presidente della Commissione quanto sui programmi. In sostanza, ha fatto intendere Renzi alle domande del direttore del Tg de La7 Enrico Mentana che insisteva per avere un parere sulla candidatura di Jean Claude Juncker, il nome verrà scelto anche per le battaglie che vorrà portare avanti. Quelle del governo si concentreranno su temi come la lotta alla disoccupazione e la ripresa della produzione industriale («la madre di tutte le battaglie» ha sentenziato il presidente del Consiglio), l’immigrazione e l’energia.
«Le regole vanno cambiate perché l’Europa è bravissima a dettare le norme per i pescatori dello Jonio, ma quando bisogna mobilitarsi per salvare donne e bambini che rischiano
di annegare volta la testa dall’altra parte». Il tema del mercato unico dell’energia è servito invece per spiegare perché è importante una azione di concerto tra i governi per una ripresa del primato della politica sui tecnici: «Non c’è una ricetta magica, una riforma che risolva tutto. Occorre, però, uno sguardo di insieme o altrimenti stiamo buttando via del tempo. È mai possibile che Francia e Spagna non abbiano collegamenti per la rete del gas e non si possa così utilizzare il metano dei rigassificatori sulla costa iberica in modo da avere più materia prima e provare ad abbassare i prezzi?» Il Renzi di lotta e di governo non si manifesterà solo nei confronti dell’Europa. Digerito il successo elettorale, Palazzo Chigi vorrebbe accelerare anche in Italia il piano delle riforme, di cui l’ex sindaco di Firenze ha dato un nuovo scadenzario, senza il timore che poi gli vengano rinfacciate le date non rispettate. «La prossima settimana riparte la discussione sulla riforma del Senato e dopo l’approvazione in prima lettura torniamo alla riforma elettorale. A me importa che il Senato non dia la fiducia, non approvi il bilancio e chi ne fa parte non venga pagato per questo. Le famiglie sono anni che tagliano e anche la politica deve dimostrare di saper fare la sua parte». Entro il primo luglio parte la riforma della giustizia, in particolare di quella civile e poi i provvedimenti sulla riforma della pubblica amministrazione («in parte con un decreto delega e in parte con un ddl delega»). Renzi ha ammesso i ritardi sulla semplificazione del fisco ma ha annunciato un nuovo progetto, chiamato decreto «Sblocca Italia », in pratica regole più semplici per far partire opere ostacolate da ritardi, opposizioni locali e ricorsi.
Poi la promessa di tutte le promesse: «Se le riforme non si faranno sarà colpa mia e me ne vado a casa. È ora che i politici si assumano le loro responsabilità e nel caso tirino le logiche conseguenze».

La Repubblica 02.06.14

Strade, ferrovie, centrali e discariche ecco l’elenco delle “grandi incompiute”, di Luisa Grion

Sbloccare l’Italia partendo dalle opere pubbliche ferme da anni e dalla lista di strade, ponti, ferrovie e palazzi incompiuti o mai nati che i sindaci dovranno preparare entro i prossimi quindici giorni. In attesa di tali elenchi, per farsi un’idea della portata dell’operazione annunciata ieri dal premier, basta saltellare fra i parziali promemoria delle opere messe al palo perché contestate, bloccate, sommerse dalla foresta degli adempimenti burocratici o semplicemente rimaste senza copertura finanziaria. Matteo Renzi ha fatto due esempi di «incompiuti»: l’area di Bagnoli e la tav Napoli-Bari, ma la lista è lunga e variegata. Si va dalle scuole cadenti alle aree industriali abbandonate, passando per gli impianti di produzione energetica, i tratti autostradali e quelli ferroviari
da anni fermi sulla carta.
Un parziale elenco di questi interventi mai decollati lo fornisce il Nimby forum gestito dall’associazione no profit Aris, che mette in fila i rigassificatori, termovalorizzatori, tratte ad alta velocità, discariche con i cantieri fermi o mai partiti. Il rapporto conta, in Italia, 372 opere pubbliche al palo. Si va dalla Centrale a biomasse di Ceppagatti, in Abruzzo, alla discarica di Bosco Stella in Lombardia. Opere che i residenti contestano perché ritenute inquinanti, a devastante impatto ambientale o viziate da carenze procedurali: impianti sui quali comunque sia, nel bene e nel male, non è ancora stata presa una decisione definitiva.
Ma quello delle opere contestate è solo un elenco parziale del «non fatto», al quale deve essere aggiunto — ad esempio — un altro nutrito gruppo di cantieri sui quali la cittadinanza avrebbe poco da eccepire, visto che si tratta d’interventi di riduzione del rischio idrogeologico. Se ne parla ogni volta che un pezzo d’Italia frana o una città si allaga per due giorni di pioggia, ma scordata l’emergenza poco resta. I costruttori dell’Ance fanno notare che qui c’è anche una questione di soldi, visto che negli anni della crisi, dal 2008 a quest’anno, i fondi messi a disposizione per la manutenzione ordinaria del territorio sono diminuiti del 71 per cento (da 551 a 159 milioni). Le cose, però, non cambiano di molto anche quando i finanziamenti sono stanziati, almeno sulla carta: da più di quattro anni sono disponibili 2,1 miliardi per interventi di manutenzione straordinaria, ma il 78 per cento delle risorse (1,6 miliardi) è fermo. Dei 1.700 cantieri previsti 1.100 non sono stati nemmeno avviati. Cosa non ha funzionato? Due cose, secondo i costruttori: «L’incertezza nell’effettiva disponibilità delle risorse « (i fondi sono stati stanziati nel 2009, ma il Cipe ne ha definito il quadro solo nel 2012) e «il mancato esercizio della regia statale
con la conseguenze affermazione di molteplici modelli di governance a livello regionale ». Dunque senza una Cabina di regia a Palazzo Chigi, organismo che il premier Renzi vuole ora introdurre, gli enti vanno in ordine sparso, ogni singolo sindaco o giunta regionale può dire la sua fermando i lavori.
Un’altra emergenza inderogabile con conseguente elenco delle opere da farsi — denunciata anche in un rapporto del Censis — riguarda l’edilizia scolastica: fra stanziamenti del governo, fondi di coesione e mutui della Bce sul piatto ora ci sono 7 miliardi, a disposizione per far partire 8.200 cantieri entro l’anno e 11 mila nel 2015. Operazione che, se andrà in porto, «sbloccherà» i guai e le preoccupazioni di molti sindaci.
In attesa delle loro lettere ed elenchi, le liste dei desideri stanno comunque prendendo già corpo: il sindaco di Perugia, per esempio, ha fatto sapere che la superstrada Perugia-Ancona è ferma da anni, che c’è l’area dell’ex carcere da riconvertire e un auditorium da realizzare; ad Ascoli è fermo al palo un progetto sull’ex area industriale; a Catania l’elenco è già stato stilato: ci sono quattro opere da sbloccare; a Roma la lista va dalla metro C al centro congressi della «nuvola» di Fuksas. Tutti i sindaci concordano però su un fatto: prima ancora di avviare lo «Sblocca Italia», il governo deve far sì che i comuni virtuosi, per gli investimenti pubblici, possano derogare dal patto di stabilità.

La Repubblica 02.06.14

"A Wall Street torna di moda il rischio", di Francesco Guerrera

Ci risiamo. Quasi fossero lo specchio di una cultura popolare che ama il retrò, il vintage e il déjà-vu, i mercati finanziari stanno ripetendo gli errori del passato. Se una casa discografica può vendere un «nuovo» album di Michael Jackson; se a New York e a Los Angeles le ragazze scimmiottano i look Anni 60 di Elizabeth Taylor; e se una pellicola all’antica come La grande bellezza («Grazie a Fellini» ha detto Paolo Sorrentino agli Oscar) fa così tanto successo, non c’è da stupirsi se Wall Street ha voglia di rivivere gli anni che precedettero la crisi finanziaria.

Con tipica memoria troppo corta, gli investitori stanno comprando beni sempre più rischiosi. Dalle «obbligazioni-spazzatura» ai mercati azionari in Paesi difficili come la Nigeria, l’Argentina e il Vietnam; dalle case costruite per pura speculazione edilizia agli incomprensibili derivati, questo è un film che abbiamo già visto, un po’ come la Grande bellezza.

Negli anni del boom del 2005-2007, l’ottimismo dei mercati aveva gonfiato un’enorme bolla in investimenti simili: roba da amici del brivido che però offriva la promessa di guadagni più alti dei conti in banca o dei Bot.

Il resto, come dicono in America, è passato alla storia. Una storia dolorosa che parla del crollo di Lehman Brothers, di una disoccupazione lancinante negli Stati Uniti e di una lunghissima recessione in due continenti.

Per ora però il passato non importa. Si guarda avanti, anche se il futuro potrebbe essere un miraggio.

Wall Street ha coniato una frase per spiegare questo ritorno di fiamma del rischio: «search for yield», la caccia al rendimento – un eufemismo tecnico, un po’ professorale, un po’ Indiana Jones, che punta a rassicurare sia chi compra sia chi vende.

Ma le parole melliflue non possono mascherare la realtà di un sistema finanziario che sembra in fila dietro il pifferaio di Hamelin.

Per capire la psicologia, o la follia, dei mercati attuali bisogna partire dall’immediato dopo-crisi, da quei giorni bui in cui l’economia mondiale era sull’orlo di una Depressione stile Anni 30. In quel momento, le banche centrali fecero l’unica cosa che potevano fare: abbassare i tassi d’interesse, iniettando denaro a poco prezzo nell’economia e ricapitalizzando il sistema finanziario nella speranza che imprese, banche, consumatori ricominciassero a fare quello che sanno.

La strategia ha funzionato solo in parte. Le politiche monetarie della Federal Reserve, la Banca Centrale Europea e la Banca d’Inghilterra (il Giappone arrivò dopo), riuscirono ad evitare che la Grande Recessione si trasformasse nella Grande Depressione. «E’ la differenza tra risparmiare sulle cene al ristorante e vivere sotto i ponti», mi ha detto uno dei funzionari della Fed che era nella stanza dei bottoni nel 2008.

Ha ragione. Il dopo-crisi sarebbe potuto andare molto, molto peggio. Ma il piano a lungo termine delle banche centrali è fallito. L’idea era quella di amministrare dosi da cavallo di stimolo per un breve periodo e lasciare che gli «spiriti animali» di Keynes – la voglia di fare congenita a produttori e consumatori – spingessero sull’acceleratore del capitalismo.

Ma a quasi sei anni dalla crisi, le economie dei Paesi occidentali sono ancora in folle. In America, la crescita è minuscola, la disoccupazione ancora alta, il mercato immobiliare non in buona salute. In Europa, la situazione è ancora peggio, con lo spettro della deflazione che aleggia sulla zona-euro.

E allora i tassi d’interesse devono rimanere bassi, la Bce deve pensare a misure di stimolo simili a quelle della Fed e dei colleghi giapponesi.

Ma se i tassi rimangono dove sono, beni «sicuri» come le obbligazioni del Tesoro americane e il dollaro, non rendono granché. L’unica soluzione per gli investitori è spostarsi su beni più rischiosi perché offrono rendimenti più alti. «Cherchez la femme», dicono i francesi per spiegare comportamenti strani da parte degli uomini. Per gli investitori la frase è: «search for yield».

Viste attraverso questo prisma, le scelte dei signori del denaro sembrano razionali. Ford O’Neil, che è responsabile per circa 14 miliardi di dollari d’investimento al gigante del risparmio Fidelity, lo ha spiegato bene al Wall Street Journal. «I tassi d’interesse bassi – ha detto – stanno spingendo la gente verso beni più rischiosi dove pensano di guadagnare di più».

Quali sono i rischi di questo ritorno del rischio? Due in particolare: una ricaduta nella recessione da parte di un’economia-guida come gli Usa o l’Europa; e un aumento dei tassi d’interesse non anticipato dai mercati.

Per ora, nessuna delle due situazioni è probabile. E’ vero che la crescita economica sulle due sponde dell’Atlantico lascia molto a desiderare ma le chances di un rallentamento non sono alte, soprattutto con le banche centrali in stato d’allerta. Anche il rischio di una rapida salita dei tassi è basso, un po’ perché non avrebbe alcun senso nel frangente economico attuale e un po’ perché la Fed e la Bce hanno ormai imparato a telegrafare le proprie decisioni senza scioccare i mercati.

La bolla finanziaria c’è ma siamo solo all’inizio del gonfiaggio – un periodo in cui i guadagni possono giustificare i rischi. In momenti come questo, è possibile fare soldi, anche molti soldi, se si azzeccano gli investimenti giusti.

La salita vertiginosa dei mercati azionari americani l’anno scorso ne è la prova. La ricaduta degli stessi mercati quest’anno – soprattutto le azioni del settore della tecnologia e della biotecnologia – sono la contro-prova dei pericoli di un periodo incerto in cui i prezzi salgono ma la macro-economia ristagna.

Prima o poi, i tassi d’interesse saliranno, la psicologia degli investitori diventerà più conservatrice e la bolla si sgonfierà.

Ma per ora, come disse il vecchio capo di Citigroup Chuck Prince, «bisogna ballare fino a quando la musica smette». Attenzione, però, a dove sono le sedie…

Francesco Guerrera è il caporedattore finanziario del Wall Street Journal a New York

La Stampa 02.06.14