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"Senza cultura e informazione non c`è futuro", di Vincenzo Vita

Nessun dorma`, come evoca la notissima romanza della Turandot`. Se non ci si sveglia, già nelle prossime ore quella – come tante altre opere – cesseranno di essere rappresentate nei teatri lirici italiani. Come si bloccherà lo straordinario risveglio del cinema italiano. E come chiuderanno i battenti cento testate editoriali (nonché moltissime emittenti locali) con migliaia di persone a rischio di disoccupazione. E attraverserà il mondo dei seicentomila lavoratrici e lavoratori della conoscenza il terremoto dei tagli e dei bavagli. Sono solo alcuni degli `effetti collaterali` del cosiddetto `milleproroghe`, il decreto che entro la fine di febbraio verrà convertito (con il voto di fiducia?), rimaneggiando centinaia di buchi fatti dal governo, che hanno bisogno di toppe e rammendi. Di tutto un po`, ma non saperi, ricerca, scuola, università, spettacolo, beni culturali e informazione.

No. Quelli sono considerati territori non controllabili dal partito-azienda-televisivo, che ha bisogno di una società meno critica, non indipendente, meno colta, ignorante. Infatti, sugli emendamenti numerosi – in qualche caso, come sul rimpinguamento del fondo per l`editoria, bipartisanin merito alle materie della conoscenza e della riproduzione sociale è calato un silenzio tombale. Si rinvia continuamente l`esame dei singoli punti nelle riunioni delle Commissioni affari costituzionali e bilancio del Senato, che sembrano un`orchestra perennamente impegnata (con ritmi assai lenti) nelle prove generali.

La `prima` non si se e quando arriverà, magari sotto specie di `maxiemendamento`, come impera nell`era giuridica berlusconiana. Nel frattempo assistiamo alla morte della cultura italiana. Lasciamo perdere, poi, ciò che si dice di noi all`estero, dove ricordano i grandi protagonisti del cinema e dell`audovisivo, Cinecittà (a proposito, è in atto una colossale operazione speculativa?), l`Opera che ha diffuso la lingua italiana in paesi lontani, il teatro e dove si apprezzano i giovani artisti misconosciuti in un paese `occupato` anche nell`immaginario collettivo. Si rischia la desertificazione, come ha ricordato Bersani nelle conclusioni dell`assemblea nazionale del Pd.

Si rischia la marginalità nel villaggio globale. Per non dire dei precariati perenni, dell`assenza di certezze nelle e delle figure professionali, della crisi delle tutele, dei crolli di Pompei, della delocalizzazione delle produzioni. E un dramma, non un melodramma, come si era abituati in altre, pur discutibili, fasi della vita della Repubblica. Il Presidente del Senato Schifani svolse un impegnato intervento all`apertura del congresso della Federazione della stampa. Sì, Presidente, sono in pericolo libertà fondamentali, perché senza informazione e saperi anche l`esercizio degli altri diritti è impossibile. Dunque, sia così cortese e coerente di battere un colpo. Come sa, i discorsi da soli non bastano.

L’Unità 07.02.11

"Far sì che il federalismo non ammazzi la sanità", di Mario Pirani

Anche chi considera l´introduzione del federalismo fonte di gravissimi pericoli per un paese già profondamente diviso dalla frattura Nord-Sud, si trova a questo punto a dover accettare la dinamica che politiche di scarsa visione hanno finito per imprimere alle vicende nazionali. Se quindi ormai è inutile lamentarsi, tanto vale darsi da fare per evitare gli esiti più catastrofici. Da questo punto di vista quanto avviene nel settore sanitario costituisce già ora il tema centrale dell´attuazione del federalismo a partire dalla sciagurata riforma del Titolo V della Costituzione. Data la complessità della materia sarebbe bene che politici, amministratori, operatori e commentatori affrontassero lo studio delle ormai numerose opere saggistiche apparse ultimamente sulle esperienze dell´ultimo decennio. In tal senso segnalo il recente volume, promosso dalla Fondazione Astrid, «La Sanità in Italia. Organizzazione, governo, regolazione, mercato», a cura di Claudio De Vincenti, Renato Finocchi Ghersi e Andrea Tardiola, con l´apporto di numerosi altri studiosi (ed. Il Mulino 2011) che analizza «le opportunità di sviluppo offerte da un sistema regionalizzato, ma anche le tensioni derivanti dalle emergenze economico finanziarie di alcune importanti Regioni che hanno prodotto, con i cosiddetti piani di rientro, i regimi commissariali e i poteri sostitutivi, nuovi modelli di relazione tra governo nazionale e regioni».
Comunque, la mancanza di studi previsionali fa sì che «permangano ampie aree di incertezza». Di qui l´esigenza assoluta di un governo federale dotato della massima trasparenza e diffusione delle informazioni circa costi e qualità dei servizi, il cui «affluire sistematicamente al centro è condizione essenziale per consentire lo scambio di informazioni tra Regioni al fine di garantire a tutti i cittadini italiani il diritto fondamentale alla salute».
Basta, per fare un caso tra i più sensibili, alle possibili differenze dei Lea (Livelli essenziali di assistenza) tra una regione e l´altra per rendersi conto che è in gioco uno dei valori centrali del Servizio sanitario.
Non posso per ragioni di spazio neppure dar conto delle suddivisioni per materie del corposo volume. Cito un solo passaggio, dovuto ad Andrea Des Dorides, già direttore generale negli ospedali toscani: «La questione della insostenibilità della spesa sanitaria nazionale -posta con enfasi dal libro verde del governo- non trova riscontro in un´analisi oggettiva degli andamenti, soprattutto se confrontati con quelli dei paesi più sviluppati. Analogamente non ha alcun fondamento serio la pretesa di arrivare alla determinazione di un costo standard per prestazione che consentirebbe, in rapporto ai Lea, di determinare i fabbisogni standard di risorse. In realtà l´enfasi sulla insostenibilità mira a ridurre l´onere dello Stato e a spingere il sistema verso modalità di finanziamento assicurativo privato.
L´associazione di questa strategia al tema del federalismo mira a compattare il necessario consenso sociale..(nel senso di far passare il convincimento che, ndr) non adottiamo politiche di privatizzazione della sanità, ma è evidente che la spesa tende rapidamente alla insostenibilità e comporta un prelievo fiscale intollerabile e ingiusto perché punisce le regioni efficienti a favore di quelle inefficienti, i cittadini che producono dai cittadini assistiti. La sfida sull´efficienza, sull´equità nell´allocare le risorse, sull´adozione di fondi integrativi, sull´adozione di standard di costo e di fabbisogno deve essere accettata con proposte alternative coerenti con la visione sociale del centro sinistra. Non si deve, infatti, sottovalutare che proprio le regioni tradizionalmente governate dal centrosinistra sono tra le più virtuose sia per qualità dei servizi sia per sostenibilità economica». Il che è vero per Toscana, Emilia ed Umbria, non altrettanto per Campania, Puglie, Lazio e Calabria. Attenzione al federalismo, strumento delicato e a doppia faccia.

La Repubblica 07.02.11

Strage degli innocenti. Non chiamiamola «Troppo amore», di Isabella Bossi Fedrigotti

Maschio, due anni, bolognese, ammazzato a colpi di pistola (probabilmente dal papà che poi si è suicidato) assieme alla mamma, nel garage di casa, a bordo dell’automobile con la quale stavano forse cercando di mettersi in salvo. Ed è soltanto l’ultimo della serie mentre ancora si stanno cercando le gemelline portate via dal padre suicida e non ancora ritrovate. La mattanza dei bambini— perché ormai è quasi obbligatorio chiamarla così — continua, dunque. Le storie di queste tragedie si assomigliano in modo impressionante e, in genere, vengono classificate, a volte perfino giustificate, con la insensata spiegazione del «troppo amore» , quando in realtà sono il rancore, l’odio, la vendetta, la gelosia ad armare la mano dell’assassino o dell’assassina, e l’amore è, nel migliore dei casi, soltanto un ricordo sbiadito del passato. Quasi sempre c’è di mezzo una separazione, non accettata, non digerita dalla controparte, magari traumatica e con offesa per il soccombente, colei o colui che viene lasciato, per cui l’omicidio, dentro una mente sofferente, esasperata e umiliata, sembra diventare l’unico evento in grado di portare un po’ di consolazione, leggerezza per il cuore, tregua dal tormento. In una logica assurda si è costretti, se non altro dalla frequenza di questi misfatti, a prendere atto, forse, addirittura, a comprendere. Ma perché condannare anche il bambino, perché includere nel furibondo, mortifero livore anche il piccolo che, magari, fino a qualche ora prima si era tenuto in braccio, vezzeggiato, carezzato, riempito di parole dolci? Il troppo amore, del quale regolarmente poi parlano amici e parenti suona bene, ma suona vuoto. Non si ammazza un figlioletto per risparmiargli generosamente i dolori della vita, bensì per rendere la vendetta verso la moglie o verso il marito più tremenda, più totale, più definitiva. Si vorrebbe, allora, chissà, paradossalmente, che fosse istituito per questi piccoli il diritto di divorziare dai loro inadeguati genitori, di scegliersene degli altri più capaci di proteggerli dai livori e dai rancori, di amarli nella giusta misura e non pericolosamente «troppo» .

Il Corriere della Sera 07.02.11

"Il sogno tradito delle partigiane", di Liliana Cavani

Il fatto che il consenso al premier sia sempre alto è il sintomo del nostro Regresso. Quando ho fatto il documentario “La donna della Resistenza” (1965) intervistando varie partigiane ho scoperto con sorpresa che avevano combattuto (fisicamente) per un mondo dove la donna avesse avuto emancipazione. Erano contadine, operaie, intellettuali (ricordo Ada Gobetti) e ciascuna con le sue parole mi disse che aveva rischiato la vita per una “palingenesi” sociale (ricordo questa frase) che prevedeva il riconoscimento della parità della donna. Una sopravvissuta a Dachau e un´altra ad Auschwitz mi dissero che durante la guerra erano persuase che il loro sacrificio avrebbe contribuito a dare uno scossone alla vecchia cultura. E in effetti le donne ottennero nel dopoguerra il diritto al voto (in Svezia lo ottennero 40 anni prima). Ma la vera rivoluzione culturale che le donne antifasciste speravano di ottenere non avvenne mai neanche col Sessantotto anche se di certo aprì molte teste.
Del resto la storia della donna Italiana salvo punte rarissime (spesso a merito dei Radicali) è tra le meno emancipate del mondo occidentale. La cosa che mi stupisce è che questo accada in un Paese che ha un grande e popolare culto di Maria (vergine), una ragazza di duemila anni fa che con il suo FIAT ha affrontato con coraggio l´avventura culturale e spirituale più spericolata che si possa immaginare.
Oggi la fonte comunicativa più influente sul costume è quella dei media, specialmente tv e Cinema. Ebbene a mio parere i media oggi propagano (consci o meno) per gran parte il Regresso in atto nel Paese. La famosa frase “la donna sta seduta sulla sua ricchezza” è propalata in tutto il suo significato nei programmi tv e nel Cinema più popolare. Vale a dire che con la testa la donna non ci fa nulla, non va da nessuna parte, in nessun Consiglio di Amministrazione, in nessuna posizione dove sia necessaria preparazione e intelligenza. Come può accadere tutto questo in un Paese che in percentuale è il più cristiano d´Europa, che non ha mai avuto un governo comunista (vale a dire materialista) ma ha avuto una scuola con le ore di religione? Sta di fatto che accade e fra le cause penso alla cultura-maschia del Ventennio che ha pervaso la generazione dei nostri nonni e si è trasmessa ai nostri padri per cui la donna (se non è tua madre tua figlia o sorella) è in primis oggetto di piacere. Oggetto che si prende o si compra e ci si vanta. E l´uomo è uomo soprattutto se si fa donne gratis o pagate che sia. E la donna è donna se per cultura e costume considera la seduzione il mezzo più diretto per essere presa in considerazione e per trovare orizzonti di carriera. Questa cultura-maschia di marca fascista connessa alla tradizione paternalistica plurimillenaria è la cultura corrente. E a causa di queste ragioni così radicate non deve stupirci (e infatti molti italiani non si stupiscono) se chi ha la più alta carica del Governo fa i comodi suoi. “Beato lui!” diceva un intervistato dalla tv. Ma l´Italia non è un Paese sperduto oltre le valli del Pamir. Siamo un Paese inserito in un Occidente che dalla rivoluzione francese in poi ha preteso dai suoi rappresentanti o regnanti comportamenti di probità in linea con quello che gli Stati si aspettano dai cittadini. Il rispetto massimo della dignità della donna è tra i requisiti. Nell´Occidente dove in media la cultura è laica il costume è politica. E cultura laica significa pari diritti uomo e donna. Di conseguenza se non è neanche pensabile avere una specie di harem da cittadino lo è ancora di meno per la più alta carica politica. Il fatto che il consenso al premier a quanto pare sia sempre alto è il sintomo del nostro Regresso con tutte le vecchie porcherie che si porta dietro. È in atto un furto di Progresso. Hanno ragione le donne democratiche che per la prossima manifestazione hanno in mente una maglietta con scritto “Mi riprendo il mio Futuro”. Un Futuro che è stato interrotto.

La Repubblica 07.02.11

"Attacco al cuore del berlusconismo", di Michele Brambilla

Come hanno osato arrivare proprio fin lì, fino a Villa San Martino di Arcore? Silvio Berlusconi deve aver gridato al sacrilegio, e se così fosse sarebbe una sorta di contrappasso. E già, perché è probabile che al sacrilegio abbiano gridato – leggendo le cronache del caso Ruby – anche le anime dei monaci benedettini che abitarono quella dimora prima che i conti Giulini, a metà del Settecento, l’acquisissero e la ristrutturassero per farne una villa padronale.

«Un sacrilegio», deve aver pensato il premier, perché in politica le manifestazioni di protesta sono da mettere in conto ma c’è sempre stato un codice non scritto secondo il quale non si va a strillare sotto casa. E un sacrilegio soprattutto perché non c’è luogo più sacro al Cavaliere che Arcore; non c’è luogo più simbolico del berlusconismo di questo piccolo paese della Brianza di cui nessuno conosceva l’esistenza prima che ci arrivasse Berlusconi.

Si dice «ad Arcore» per dire chez Silvio così come si dice «oltre Tevere» per dire il Vaticano e «l’appartamento» per dire il Papa. Arcore, poi, sta a Berlusconi ancor più di quanto piazza Gesù stava alla Dc, le Botteghe Oscure al Pci, l’hotel Raphaël a Craxi, Palazzo Venezia a Mussolini. Perché la Dc era anche altrove, era anche l’Azione cattolica e le sacrestie; il Pci era anche le cellule e le cooperative; Craxi era anche e soprattutto la Milano da bere; Mussolini era anche la Romagna, Predappio e la Rocca delle Caminate. Berlusconi, invece, è Arcore: è la Brianza operosa e produttiva, i capannoni e le fabbrichette, il «paghi mi», la villa nel verde. Berlusconi è nato e cresciuto a Milano ma è brianzolo dentro. Brianzolo è il popolo delle piccole e medie imprese cui ha dato voce e speranza. Brianzola è la filosofia della «politica del fare» contrapposta a quella delle chiacchiere.

Lo stesso acquisto di Villa San Martino è uno spaccato del berlusconismo: della capacità di fare affari, di avere successo. Berlusconi la comperò nel 1974 dall’erede dei conti Casati Stampa, coinvolti in una storiaccia di sesso. Camillo Casati Stampa di Soncino si uccise nel 1970 dopo aver assassinato la moglie Anna Fallarino e il di lei amante Massimo Minorenti. La villa finì alla giovane Anna Maria Casati Stampa che ne affidò la vendita al suo legale, un avvocato che si chiamava Cesare Previti. Valutata un miliardo e settecento milioni, Villa San Martino venne acquistata dal futuro premier a cinquecento milioni.

Era appunto il 1974. Berlusconi era ancora uno sconosciuto per il grande pubblico, uno dei tanti imprenditori del Nord che stava facendo i dané. Fu proprio in quel momento lì, fu proprio dopo aver lasciato la villa di via Rovani a Milano per Arcore che cominciò la sua ascesa anche sociale e politica. Il 1974 è anche l’anno in cui nasce il Giornale di Montanelli, di cui Berlusconi è dapprima un marginale sostenitore, poi il maggiore azionista, quindi il padrone. Indro andava lì, ad Arcore, a parlare con il suo editore, vincendo (anche per gratitudine) un’istintiva idiosincrasia antropologica.

Villa San Martino divenne la residenza di famiglia, e poi più che una residenza: un sacrario, con la costruzione del mausoleo di Pietro Cascella, con i loculi pronti per tutti i Berlusconi e per gli amici fidati. Villa San Martino ripercorre tutte le tappe di un’ascesa: dallo stalliere Vittorio Mangano ai grandi ospiti, che erano stelle di Hollywood, grandi calciatori, politici. È a Villa San Martino che Berlusconi registra nel 1994 il videomessaggio della discesa in campo ed è poi lì che si ricevono gli alleati con cui disegnare strategie.

Villa Belvedere Visconti di Modrone, che sta nel paese vicino di Macherio e che a un certo punto il Cavaliere compera per farne la sua abitazione, non ha nell’epopea berlusconiana lo stesso peso di Arcore. Berlusconi non se n’è mai innamorato veramente, tanto che dopo il divorzio da Veronica è tornato a Villa San Martino.

Da qualche anno Arcore aveva però perso buona parte della sua centralità. Per gli incontri politici Villa san Martino era stata sostituita da Palazzo Grazioli, a Roma; solo Bossi e i suoi continuavano ogni lunedì sera ad andare ad Arcore, riconoscendone il genius loci lumbard. Anche per la mondanità la villa di Arcore era finita ai margini: diciamo oscurata da Villa Certosa.

Ma se ieri il popolo viola e quelli dei centri sociali hanno scelto Arcore, è perché Arcore è tornata ad essere il cuore, il simbolo del berlusconismo. Come e perché sia tornata ad esserlo, è meglio lasciar perdere.

La Stampa 07.02.11

"L´anima romana della Lega", di Ilvo Diamanti

Ha sorpreso l´atteggiamento della Lega di fronte al pareggio “subìto” dal provvedimento sul federalismo municipale in commissione Bicamerale. Invece di aprire la crisi, come aveva minacciato in precedenza, ha mantenuto l´appoggio al governo e al Premier.
Rinviando ancora l´ipotesi di elezioni anticipate. Tanto da indurre Massimo Giannini, su questo giornale, a parlare di una “Lega democristiana”. Cioè: tattica e “politicante”. Come i deprecati partiti della Prima Repubblica. DC in testa. È, peraltro, vero che la Lega riproduce fedelmente la geografia elettorale della DC delle origini. Forte nelle province periferiche del Nord. Soprattutto in Lombardia e Veneto. D´altronde, nel 1982, Antonio Bisaglia, allora leader influente della DC, in una intervista affermò che: “il Veneto sarebbe maturo per uno Stato federalista, ma questo Stato, centralista e burocratico, alla mia regione l´autonomia non la concederà mai”. Un linguaggio leghista, prima che la Lega calcasse la scena politica. Bisaglia guidava i “dorotei”, la corrente che aveva posto al centro della rappresentanza gli interessi locali. Il mestiere interpretato, in seguito, dalle Leghe regionaliste e, a partire dagli anni Novanta, dalla Lega Nord. Con altro linguaggio e altri mezzi. Ma con una “missione” molto simile: la rivendicazione nei confronti di Roma, il centro dello Stato centrale e del centralismo statale. E, parallelamente, la protesta contro il Sud assistito. In rappresentanza non più del Veneto o di singole regioni, ma del Nord tutto intero. Trasformato in Patria padana.
Il Federalismo è la bandiera che riassume tutte queste rivendicazioni. Più che un progetto definito, un mito. Una parola d´ordine. Potrebbe funzionare alla grande come slogan in caso di elezioni anticipate. Principale tema dell´agenda in campagna elettorale. Impugnato contro i nemici del Federalismo e quindi del Nord. In questo strano Paese, dove tutti – o quasi – sono federalisti. A parole. Assai meno nei fatti. (A conferma delle radici democristiane che affondano nel nostro retroterra.) Contro l´opposizione che si è opposta. E contro gli alleati del PdL, troppo meridionali per promuovere il federalismo in modo veramente convinto. Contro Berlusconi, incapace di “mantenere le promesse”. Tuttavia, le preoccupazioni della Lega, in caso di elezioni anticipate, non derivano dal risultato, ma dal “dopo”. Come suggeriscono le precedenti “ondate” della storia elettorale leghista, ricostruite da Roberto Biorcio nel suo bel saggio dedicato alla “Rivincita del Nord” (pubblicato da Laterza, pochi mesi fa). Ai successi elettorali del 1992 e del 1996, infatti, è puntualmente seguita una fase di declino rapido e profondo. Nel 1994: la sua base di voti venne ridimensionata sensibilmente dall´ingresso sulla scena politica di Silvio Berlusconi – alleato e al tempo stesso concorrente. Per cui nel 1996 la Lega affrontò le elezioni da sola contro tutti – e in primo luogo contro Berlusconi – innalzando il vessillo della secessione. Anche per distinguersi, visto che, come oggi, tutti, o quasi, si definivano “federalisti”. Ottenne un risultato clamoroso, oltre il 10% e 4 milioni di voti al maggioritario. In termini assoluti: il massimo della sua storia. Salvo ritrovarsi, tre anni dopo, marginale e debole. Dal punto di vista politico ed elettorale. (Alle Europee del 1999 scese al 4,5%, alle politiche del 2001 non raggiunse il 4%). Per la precisione: debole dal punto di vista elettorale perché marginale dal punto di vista politico. Gran parte dei suoi elettori, infatti, non erano interessati alla secessione. Ma votavano Lega per altre ragioni, molto più concrete. Come minaccia per contrastare il “centralismo” dello Stato e per ottenere risorse. Per pesare di più, non per andarsene. Una Lega “esclusa” dai centri del potere, ininfluente, dal punto di vista politico, diventava “inutile”. Ebbene, lo stesso rischio si presenta oggi. Dopo la “terza ondata” elettorale, avvenuta nel 2008 (oltre l´8% dei voti validi) e proseguita nel 2009 (10,2%). Quando è tornata al governo, insieme a Berlusconi e al Pdl. Dopo le elezioni regionali del 2010, in cui ha conquistato due regioni: il Veneto e il Piemonte. È una Lega di governo che deve la sua forza elettorale, (cresciuta ancora, secondo i sondaggi, fino all´11-12%) proprio a questo ruolo. È il partito che governa nel Nord e in Italia. Il sindacalista della “questione settentrionale”. Buona parte dei suoi successi dipendono da ciò. Il mito padano, la minaccia secessionista non vanno sottovalutati. Perché alimentano, a loro volta, divisione sociale, antagonismo verso lo Stato nazionale e le istituzioni. Ma la Lega li usa, anzitutto e soprattutto, a fini simbolici, per generare identità e appartenenza presso i militanti e la base del partito. Come il “federalismo”, considerato una panacea nel Nord, ma un rischio nelle altre zone del Paese. Tuttavia, se la Lega perseguisse davvero la secessione e l´indipendenza padana rischierebbe la risacca elettorale seguita alle ondate del 1992 e del 1996. Perché, come ha sottolineato ieri Eugenio Scalfari, larghissima parte degli elettori del Nord è totalmente indisponibile a questa prospettiva. Secondo il recente Rapporto su Gli italiani e lo Stato”, curato da Demos per “la Repubblica” (dicembre 2010), la quota di elettori delle regioni “padane” che considera utile dividere il Nord dal Sud non supera il 20%, ma sale al 37% fra i leghisti. Due terzi dei quali, dunque, rifiutano questa idea. Non solo: 8 elettori leghisti su 10 considerano l´Unità d´Italia un fatto (molto o abbastanza) positivo. La Lega deve la sua crescita elettorale soprattutto ad altri motivi.Perché interpreta le rivendicazioni locali. Perché si è radicata nel territorio, è al governo in numerose amministrazioni (fra l´altro, ha eletto circa 400 sindaci), occupa posizioni di potere nelle fondazioni bancarie e in altri enti (come ha rilevato Tito Boeri). Perché interpreta – e talora moltiplica – le paure.Più della Secessione, è il partito della Sicurezza (come difesa dalla criminalità e dall´immigrazione). Ciò che le ha permesso, fra l´altro, di sconfinare oltre i confini tradizionali, espandendosi nelle regioni rosse. La Lega: riesce a presentarsi come opposizione “nel” governo. Restando al governo. A gridare contro Roma. Con i piedi ben piantati a Roma. È una Lega nazionale, a cui la Padania va stretta, anche se la invoca. E difende Berlusconi, nonostante tutto, perché, al di là dei proclami, teme la secessione.

La Repubblica 07.02.11

"Scuola, no alle abilitazioni prese dai docenti all'estero Il ministero: non più valide. Tagli per 19mila docenti", di Alessandra Migliozzi

Niente più viaggi della speranza in Spagna o in Romania per diventare insegnanti. Le abilitazioni prese fuori dall’Italia da oggi (in attesa di chiarimenti) non verranno più riconosciute valide per entrare nelle graduatorie di istituto o in quelle provinciali dove ci si mette in fila per un posto fisso o una supplenza annuale. Lo ha deciso il ministero dell’Istruzione che vuole vederci chiaro dopo aver notato la crescente offerta su Internet di intermediari (avvocati e società di servizi) che offrivano agli aspiranti prof viaggi “all inclusive” in un paese comunitario per poter conseguire l’agognata abilitazione impossibile in Italia, dal 2008, sia per insegnare alle medie che alle superiori. Il ministro Gelmini, infatti, ha emanato definitivamente le nuove regole per diventare docenti cinque mesi fa, ma solo negli scorsi giorni, dopo una sofferta registrazione alla Corte dei Conti, sono uscite in Gazzetta Ufficiale. Ora si lavora per far partire i nuovi corsi universitari e i tirocini abilitanti entro l’autunno. Nel frattempo chi voleva abilitarsi ad insegnare alle medie o alle superiori ha avuto la strada sbarrata dal 2008 in giù, quando il ministro ha chiuso per sempre le Ssis, le vecchie scuole di specializzazione all’insegnamento. Al ministero speravano di riuscire a far partire prima il nuovo percorso di formazione, ma la strada è stata in salita. Così in molti, rimasti nel limbo, hanno tentato la via estera, come aveva già documentato Il Messaggero in agosto. Chi per disperazione, chi per trovare la scorciatoia. Un panorama in cui si sono inseriti degli intermediari: società di servizi che vendono pacchetti di consulenza per far entrare i futuri prof nei corsi di altri paesi europei. A Madrid è boom di italiani iscritti nei master ”de profesorado”. Prima bastavano poche settimane di frequenza. Poi in Spagna le regole sono diventate più rigide: ci vogliono sette-otto mesi ora. In molti sono partiti lo stesso. I sindacati hanno osservato con preoccupazione la migrazione, nata dalla necessità di conquistare punti in graduatoria. Il ministero, come aveva sottolineato anche il sottosegretario all’Istruzione Giuseppe Pizza, ha monitorato fino alla decisione finale, che risale a due giorni fa: un avviso del Dipartimento per l’Istruzione sbarra la strada alle abilitazioni estere. «Si segnala la presenza in internet di numerose offerte formative, rivolte esclusivamente a cittadini italiani laureati, per il conseguimento di abilitazioni all’insegnamento di altri paesi comunitari – scrive Viale Trastevere -. Le abilitazioni così conseguite non appaiono conformi ai principi della direttiva comunitaria 2005/36 (riconoscimento delle qualifiche professionali, ndr)». Il ministero ha chiesto «chiarimenti alle autorità competenti dei paesi interessati» nel frattempo le abilitazioni all’estero sono sospese. La loro acquisizione oltre confine non comporterà più la possibilità di inserimento nelle graduatorie italiane. Ora «stiamo lavorando ai decreti necessari per far partire definitivamente la nuova formazione – spiega Max Bruschi, consulente del ministro -. Speriamo con il nuovo anno accademico (in autunno, ndr) di dar via alle nuove lauree e ai tirocini formativi per chi ha già il titolo o aveva i requisiti per entrare in una Ssis». I diritti acquisiti saranno preservati, ma chi dovrà entrare nei tirocini per l’abilitazione dovrà superare «delle prove di sbarramento».
Intanto quella che si apre oggi sarà una settimana cruciale: sono previsti due incontri sindacati-ministero che hanno per oggetto la valutazione dei docenti, ma anche i nuovi tagli. Qualche anticipazione su quest’ultimo tema è già circolata. L’anno prossimo (2011/2012) ci saranno in classe più alunni (+5.400), ma sempre meno insegnanti (-19.600, saltano anche 15mila posti Ata) perché scatta il terzo e ultimo anno di tagli previsti dal governo. I numeri erano noti, ma la scuola è in sofferenza: i sindacati chiedono di ”dilazionare” le decurtazioni. I tagli, saranno attuati alzando ancora il rapporto alunni-classi, dimensionando la rete scolastica, riducendo le ore nei tecnici e nei professionali. Quanto alla valutazione, il Miur comunicherà domani i numeri delle scuole (poche) che stanno aderendo alla sperimentazione voluta dalla Gelmini. Mentre, come sottolinea Francesco Scrima, segretario Cisl Scuola, «le tre fasce di merito della riforma Brunetta non saranno applicate nella scuola, grazie all’accordo raggiunto a palazzo Chigi qualche giorno fa da alcuni sindacati (la Cgil non ha firmato, ndr)». Ci sarà ora “più margine” per discutere i criteri per la premialità dei docenti.

Il Messaggero 07.02.11