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"Se anche le italiane diventano badanti", di Vladimiro Polchi e Chiara Saraceno

Delia ha 46 anni, vive a Roma, è single. Carolina ha dieci anni di più, è sposata, ha tre figli grandi. Delia è nata nelle Filippine, lavora sodo e manda quasi tutti i soldi a casa. Carolina è italiana, ex casalinga, un marito disoccupato. Cosa hanno in comune? Il lavoro: fanno entrambe le badanti. È l´effetto della crisi: negli ultimi due anni sono raddoppiate le italiane nei corsi di formazione per colf e assistenti familiari. Un esercito di pensionate, disoccupate e giovani al primo impiego bussa oggi alle porte delle famiglie: è la carica delle italiane.
Si dice: «I migranti fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare». Ma qui siamo in controtendenza. Secondo la FilleaCgil, nei corsi per muratori, organizzati da privati e sindacati di settore, dopo tanti anni sono tornati a vedersi gli italiani. Anche nel fortino del lavoro domestico, il monopolio delle lavoratrici immigrate è sotto assedio. Certo, la badante tipo parla ancora straniero. Stando al Censis, infatti, la maggior parte è immigrata (71,6%) e proviene dall´Europa dell´Est.Se le potenziali domestiche non accettavano più un rapporto di lavoro che, quando era a pieno tempo e residente, di fatto vincolava fortemente la libertà personale e il controllo del tempo, le potenziali datrici di lavoro avevano perso i codici culturali che rendevano accettabile anche a se stesse questo rapporto, mentre pativano una presenza costante estranea nella loro sfera privata, nella loro intimità.
Il “compromesso” più diffuso e più accettabile per entrambe le parti è stato il lavoro domestico remunerato a ore. L´invecchiamento della popolazione da un lato, l´aumento, per quanto stentato della occupazione femminile dall´altro, specie in assenza di servizi di cura adeguati per numerosità, qualità, orari, hanno tuttavia fatto emergere di nuovo una domanda di lavoro remunerato domestico e di cura. Vi hanno risposto in misura crescente le lavoratrici immigrate, specie nel caso degli orari più lunghi, o quando si tratta di vivere presso la famiglia o la persona per cui si lavora, e quando la richiesta di prestazione è totalizzante: lavoro domestico, di cura, di compagnia – tutto. Le lavoratrici italiane, ormai una minoranza, si sono concentrate prevalentemente nel lavoro domestico a ore, o nel lavoro di cura dei bambini, più gratificante ed anche più leggero di quello nei confronti di persone anziane non autosufficienti.
Ma il lavoro domestico è sempre rimasto una carta di riserva per le donne italiane che non riescono a trovare lavoro; o che lo perdono e non ne trovano un altro, ma non possono permettersi di non guadagnare. Non stupisce, quindi, che, di fronte alla crisi occupazionale che ha fermato quel poco di aumento dell´occupazione femminile che c´era stato nei dieci anni precedenti, e soprattutto di fronte alla perdita di reddito delle famiglie documentata anche dal recente rapporto ISTAT, molte donne italiane in assenza di meglio tornino al tradizionale “lavoro da donna”. Esattamente come succede alle donne polacche, rumene, ucraine, filippine, ecc., che, pur avendo spesso un buon livello di istruzione e di qualifica professionale, sanno che in Italia l´unico lavoro che possono trovare facilmente è quello domestico e di cura. Sia nel caso delle donne migranti che di quelle italiane, spesso questo passaggio comporta un faticoso, psicologicamente, riadattamento della propria definizione di sé come lavoratrice, oltre che dei propri progetti.
Le donne migranti, possono vivere il lavoro domestico come un passaggio obbligato nel loro (e della loro famiglia) progetto migratorio, come un prezzo, duro, da pagare per un futuro migliore, in Italia o nel paese d´origine. Per molte donne italiane che vi ritornano, o vi accedono dopo aver invano tentato lavori meno sovrapposti a quanto già fanno a casa propria, è invece più chiaramente una interruzione, una strada senza uscita: dignitosa, certo, ma senza altri sbocchi.
Le iniziative tese a meglio qualificare questo lavoro, quindi a dargli una dignità professionale, sono meritorie. Ma si scontrano con il fatto che ciò che lo rende attraente per i datori di lavoro – soprattutto quando assumono qualcuno che faccia sia il lavoro domestico che quello di cura – è che ad un prezzo contenuto possono ottenere prestazioni polivalenti, così come polivalente è il lavoro domestico non pagato.

La Repubblica 08.02.11

"La censura secondo Massimo Carlotto", di Sara Picardo

Intervista allo scrittore inserito dall’assessore Speranzon nella lista degli autori “sgraditi”. “La censura è una necessità di ogni regime quando ci sono delle debolezze. Vogliono dare una percezione di solidità all’esterno che non c’è”. “Scriverò agli assessori alla Cultura dei Comuni del Veneziano perché queste persone siano dichiarate sgradite e chiederò loro, dato anche che le biblioteche civiche sono inserite in un sistema provinciale, che le loro opere vengano ritirate dagli scaffali […] Chiederò di non promuovere la presentazione dei libri scritti da questi autori: ogni Comune potrà agire come crede, ma dovrà assumersene le responsabilità”.

Queste parole di censura non sono riprese da qualche discorso fatto durante il Ventennio fascista, ma sono state pronunciate dall’assessore alla cultura della provincia di Venezia Raffaele Speranzon, ex missino, oggi Pdl nei confronti di alcuni scrittori che nel 2004 firmarono un appello per la scarcerazione di Cesare Battisti.

La messa al bando è stata subito accolta e rigirata ai dirigenti scolastici e professori dall’assessore regionale all’istruzione e alla formazione Elena Donazzan, quota Pdl, famosa per il putiferio scatenato dalla sua proposta di equiparare i fascisti di Salò ai partigiani nella commemorazione per la liberazione d’Italia.

Anche COISP, un sindacato di polizia, ha applaudito la proposta, che per fortuna ha fatto rabbrividire più di una persona, ed è stata subito ribattezzata: l’indice dei libri. Nella lista di proscrizione si trovano tantissimi autori: Wu Ming, Valerio Evangelisti, Massimo Carlotto, Tiziano Scarpa, Nanni Balestrini, Daniel Pennac, Giuseppe Genna, Giorgio Agamben, Girolamo De Michele, Vauro, Lello Voce, Pino Cacucci, Christian Raimo, Sandrone Dazieri, Loredana Lipperini, Marco Philopat, Gianfranco Manfredi, Laura Grimaldi, Antonio Moresco, Carla Benedetti, Stefano Tassinari e altri.

Abbiamo intervistato Massimo Carlotto, uno degli autori “sgraditi” in Veneto, per sapere cosa è realmente successo, prima che i suoi libri spariscano dagli scaffalli.

Perché i tuoi libri sono stati censurati?

È stata un’iniziativa strumentale. Penso che la mozione presentata sia a livello provinciale che regionale non passerà. Gli assessori che l’hanno proposta in realtà non hanno nemmeno letto il nostro appello, che risale al 2004. Non è una questione che riguarda il caso Battisti e le nostre posizioni personali. Il tentativo vero è di eliminare il dissenso in Veneto, insieme ai libri degli autori scomodi, come è già successo per i testi di Saviano e Paolini, scomparsi dagli scaffali delle biblioteche. Questo lo fanno per raccogliere i voti dell’estrema destra e per ridurci al silenzio.

Quali sono le verità scomode che voi autori raccontate?

C’è una forte densità di presenza mafiosa nella regione sulla scia delle grandi opere che stanno divorando il territorio, e in molti vogliono cancellare ogni voce di dissenso. Per esempio vogliono costruire un autodromo a Verona che distruggerà l’urbanistica, fare nuovi centri commerciali, un’autostrada nelle Prealpi inutile e l’alta velocità tra Padova e Trieste che distruggerà una fetta importante di territorio. Noi scrittori ci siamo più volte opposti, denunciando questa logica folle di distruzione del territorio.

Come pensi si rifletterà questa politica sul futuro della cultura a livello nazionale?

La politica dei tagli sta massacrando la cultura sia a livello nazionale che locale e in pochi, soprattutto i politici, stanno facendo qualcosa. Se continuerà così non si potranno più narrare le trasformazioni di questo paese. L’Italia, finora, è stata raccontata sempre in modo complessivo, attraverso varie forme ed espressioni artistiche. Spezzettare questo racconto con i tagli e la relativa difficoltà di molti di arrivare ai mezzi d’espressione, sta segando in due la possibilità futura di descrivere questo Paese.

Ci sono però mezzi come internet che, anche se non possono accogliere tutte le arti, hanno dimostrato la loro capacità di raccogliere dissenso ed espressione artistica.

Sì, però se non possiedi l’accesso ai grandi media e alla televisione hai sempre molta difficoltà. Poi a marzo verrà votata una legge che, se passerà, di fatto metterà una censura anche a internet, permettendo di oscurare i siti che violano i diritti d’autore. Inoltre penso che internet tenga la gente a casa e questo non mi piace, bisogna imparare un uso più maturo di questo mezzo.

Perché a tuo avviso c’è stato il ricorso a una forma di censura così plateale nei vostri confronti?

La censura è una necessità strategica di ogni regime o autorità politica quando ci sono delle debolezze che minano le sue fondamenta ed è efficace quando si vuole mettere a tacere il dissenso e l’informazione. Vogliono dare una percezione di solidità all’esterno che non c’è e lo possono fare solo recidendo le voci che li raccontano in maniera non solo dissacrante ma precisa. In realtà, anche se la mozione non passerà, la censura è di fatto già partita: non ci chiamano più nelle biblioteche, finanziano meno i Festival di letteratura e il cinema fatica a uscire fuori. Stanno imponendo un cultura di massa che ci esclude. Basti pensare che i lettori “forti”, quelli che leggono un libro al mese, in Italia sono ridotti a 3milioni e 300 mila.

Questa intimidazione che hai subito ha influenzato la tua voglia di scrivere?

Mi ha dato una grande voglia di raccontare sempre di più il mio territorio, di controbattere e continuare a costruire un rapporto sempre più stretto con il periodo in cui vivo. Il Pdl è in grande difficoltà in Veneto, la Lega sta erodendo gran parte del suo elettorato e i politici sono a caccia di visibilità, il caso Battisti è un pretesto facile per suscitare consenso. Abbiamo raccolto la solidarietà di molti, dalla Fiom alle donne di Carta, ma quello che mi preoccupa di più è il disinteresse della maggior parte del mondo culturale per questo fatto gravissimo. Credo che la cosa non sia finita qua, ci proveranno di nuovo.

da Rassegna.it

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QUI il testo dell’interrogazione dell’On Ghizzoni sulla proposta di censurare opere letterarie da parte degli assessori veneti Speranzon e Donazzan

"Quando metà del reddito se ne va in tasse così l´Italia tocca il record di pressione fiscale", di Roberto Petrini

Lo slogan della primavera del 2008, quando Berlusconi vinse di nuovo le elezioni, era lo stesso del 2001: «meno tasse per tutti». Il comma 2 del programma presentato allora agli elettori e consultabile su Internet è assai chiaro: totale eliminazione dell´Ici sulla prima casa, introduzione del «quoziente familiare», abolizione delle tasse su successioni e donazioni e – immancabilmente – «graduale e progressiva riduzione della pressione fiscale sotto il 40% del prodotto interno lordo».
Delle quattro promesse solo l´Ici sulla prima casa è stata abolita, con costi alti (circa due miliardi ed esiti pesanti sui bilanci comunali). E il resto? Il resto dice che la pressione fiscale in Italia non diminuisce per niente, anzi stando ai recenti dati dell´Ocse, tra il 2008 e il 2009 si è già registrato un aumento di 0,2 punti toccando il tetto del 43,5 (più alto del 1997, anno della biasimata eurotassa di Prodi).
Crisi internazionale e l´effetto algebrico della caduta del Pil, si difende il governo: la pressione fiscale è un rapporto – si dice – se cala il denominatore (cioè il Pil), non può che aumentare. Tuttavia le cose non sono andate proprio così perché, come ricostruisce un dettagliato studio del Nens, è vero che il Pil è diminuito (di 3 punti nel 2008-2009), ma il gettito è diminuito di meno (ovvero 2,4 punti percentuali). Insomma il gettito fiscale si è ridotto meno di quanto si sia ridotto il Pil, ovvero abbiamo pagato tasse come se la recessione fosse stata meno dura, tasse non giustificate dal livello del Pil. Sono crollate l´Iva e le imposte sulle società, ma una tantum e imposte sostitutive hanno continuato a drenare risorse.
Basterebbe, ma c´è da aggiungere che la nostra pressione fiscale, già ai vertici dell´Europa è più alta di quanto appare a prima vista. Ad essere onesti infatti bisognerebbe togliere dalla ricchezza prodotta la quota stimata di sommerso: in questo caso la nostra pressione – calcolata dal Nens e dalla Cgia di Mestre- raggiungerebbe i più alti livelli in Europa collocandosi al 51,7 per cento.
E il federalismo? Nell´intento iniziale sindaci e governatori si sarebbero dovuti responsabilizzare: solo chi taglia le spese può ridurre le tasse ed ottenere il consenso degli elettori. Sembra una formula magica, ma i punti di forza del decreto appena bocciato dalla «Bicameralina» sono proprio le tasse sui non residenti, dunque su quelli che non votano: seconda casa e tassa di soggiorno. Così aumenta la pressione fiscale e i primi cittadini non ne subiscono le conseguenze. Nel marasma politico in cui è stata elaborato il decreto, è entrato anche il via libera alle addizionali comunali (dal 2011) e regionali (dal 2012). A regime, cioè nel 2015, secondo uno studio della Uil, la stangata per il cittadino medio se tutti i Comuni e le Regioni esercitassero l´opzione (il che date le condizioni delle finanze locali, non è da escludere) pari a 647 euro. Senza contare che l´argine alla aumento della pressione fiscale introdotto con la clausola di salvaguardia nel decreto sul federalismo regionale – nota un esperto come Salvatore Tutino del Cer – è caduto: cancellato con un colpo di penna dall´ultima versione del provvedimento. Aumento della pressione, senza rete di protezione.
Infine l´Ici: uscita dalla porta per la prima casa rischia di rientrare fragorosamente dalla finestra della seconda con una aliquota media che sale dal 6 per mille al 7,6 (e la possibilità per i Comuni di portarla al 10,6). Ne fanno le spese i proprietari ma soprattutto i piccoli imprenditori che lavorano direttamente nei locali di proprietà: per costoro nella prima versione del decreto era previsto uno sconto sull´imponibile del 50%. Ora per trovare le risorse per ridurre l´aliquota Imu, dovranno pagare sulla rendita catastale piena. Uno scherzetto che moltiplica il malcontento. E che secondo la Cgia di Mestre costerà come minimo mezzo miliardo alle imprese

La Repubblica 06.02.11

"Senza regole non c'è governo. Il no di Napolitano al decreto sottolinea il legame tra forma e sostanza", di Michele Ainis

Forma e sostanza, norme scritte e regole non scritte. Lo stop di Napolitano al decreto sul federalismo municipale corre lungo questi due binari, ma per una volta le parallele s’incontrano, disegnano un’unica linea nereggiante. Perché nessuna decisione di governo è mai apprezzabile se adottata in disprezzo delle procedure, ecco la morale della favola. E perché offendendo le modalità formali s’offende in realtà la sostanza stessa delle nostre istituzioni.

In punto di diritto, la questione è presto detta. C’è una legge (quella sul federalismo fiscale: numero 42 del 2009) che delega l’esecutivo a predisporre una rosa di decreti entro due anni dalla sua entrata in vigore. Volta per volta, lo schema di decreto approvato in Consiglio dei ministri va poi trasmesso al parlamento, per ottenere il parere di varie commissioni, tra cui la Bicamerale (15 deputati e altrettanti senatori). Il parere è obbligatorio per chi lo riceve, non per chi lo esprime: se le commissioni parlamentari non provvedono entro 60 giorni, la macchina governativa tira dritto. Quando tuttavia il parere è negativo, la corsa ritorna al punto di partenza: o il Consiglio dei ministri vara un nuovo decreto, chiedendo su questo testo l’opinione delle Camere; oppure tiene fermo il vecchio testo, ma ancora una volta ha l’obbligo di fare un altro giro in Parlamento, spiegando come e perché ha deciso di disattenderne il parere.

Che è successo viceversa durante l’ultimo pasticcio federale?In Bicamerale è finita pari e patta (quindici a quindici) e un minuto dopo è cominciata la rissa sulle regole, o meglio sul valore e sul vigore delle regole, ciascuno interpretandole come gli conviene. È la nostra sciagura nazionale: revochiamo in dubbio perfino la Costituzione scritta (opponendole il fantasma della Costituzione “materiale”), non sarà certo una norma di procedura a sedare l’azzeccagarbugli che ci alleviamo in seno. Sicché la maggioranza s’è inventata la categoria del non parere, leggendo il voto della Bicamerale come un non sì, o forse come un non no, insomma come una via di mezzo fra il sì e il no. Il pareggio – secondo quest’acrobazia interpretativa – significa che il parere non è mai stato espresso, dunque il governo può battezzare il testo definitivo del decreto, e infatti in quattro e quattr’otto lo licenzia. Una buona trovata? No, una non trovata, perché i regolamenti parlamentari sono chiari: in caso di parità la proposta messa in votazione s’intende respinta, punto e basta.

Ecco perché il capo dello Stato, a propria volta, ha detto basta. Quel decreto sul federalismo municipale era affetto da un vizio d’incostituzionalità grande quanto la Padania, ed era inoltre sommamente inopportuno, perché tirava un calcio sugli stinchi al parlamento. Un vizio di forma, per essere precisi, violando i cosiddetti limiti “ulteriori” della delega, sui quali la Consulta ha depositato negli ultimi decenni qualche tonnellata di sentenze. Ma le forme non sono mai neutrali: servono a disegnare un metodo, e il metodo serve a valorizzare il ruolo di ciascuno. In questo caso serve a non deprimere la dignità delle assemblee legislative, o almeno quel po’ che ancora ne è rimasto. Tuttavia il veleno inoculato nel corpaccione esangue delle Camere non cade soltanto attraverso l’iniezione dei decreti, dei voti di fiducia, dei maxiemendamenti che in ultimo sequestrano la stessa libertà dei parlamentari. Cade altresì attraverso un vento ostile, un gioco di sotterfugi e di tranelli, una violazione sistematica delle regole non scritte che compongono il galateo istituzionale.

E se il malcostume fosse ricambiato? Se il presidente Fini – per fare un solo esempio – cominciasse ad arringare l’aula di Montecitorio dall’alto del suo scranno? Se decidesse di partecipare a ogni votazione, né più né meno degli altri deputati? Nessuna norma scritta glielo vieta. C’è solo una consuetudine lunga un paio di secoli: l’ultimo discorso politico tenuto da un presidente della Camera intervenne il 6 agosto 1868, da parte di Lanza, contro la proposta per la Regia dei Tabacchi; l’ultimo voto d’un presidente della Camera fu depositato nel 1877, perché in quell’anno Crispi fece cancellare il proprio nome dall’elenco dei votanti.

Ma speriamo che nessuno pensi a ritorsioni. Abbiamo bisogno viceversa di recuperare il valore delle regole non scritte, giacché altrimenti quelle scritte vanno in necrosi, come un tessuto che non sia più irrorato dalla linfa. Abbiamo urgenza di ripristinare un clima di rispetto, ed è in conclusione questo il valore simbolico che circonda il gesto di Napolitano. Rispetto per le Camere, così come c’era una domanda di rispettare l’autorità del potere giudiziario quando Napolitano negò la propria firma al decreto per Eluana Englaro. Altrimenti la nuova Italia federale somiglierà all’Italia feudale, diventerà un’arena di poteri l’uno contro l’altro armati.

Il Sole 24 Ore 05.02.11

Saviano, Eco e gli altri: l'ultima sfida contro Berlusconi riempie i palazzetti

Un appello che sanno cadrà inascoltato, ma non vogliono rinunciare al lusso di lanciarlo. Circa diecimila persone hanno affollato il Palasharp di Milano – novemila all’interno, centinaia fuori dai cancelli – per ascoltare il grido di protesta di Roberto Saviano, Umberto Eco, Susanna Camusso e tanti altri, tra politici e intellettuali, scesi in campo per chiedere le «dimissioni» di Silvio Berlusconi, dopo l’inchiesta della Procura di Milano sul caso Ruby e le cene ad Arcore. Lo scrittore campano – applaudito come una star, con due standing ovation – ha parlato di «democrazia in ostaggio», la Camusso ha sostenuto che il premier deve lasciare Palazzo Chigi perchè «ha diviso il Paese» ed Eco ha parlato di un Berlusconi vittima di «eccesso di schizofrenia».

Al coro di «Dimettiti. Per un un’Italia libera e giusta», ha replicato in serata il capo del governo. «Non bisogna prenderli sul serio», ha minimizzato. «Ormai gli italiani li hanno capiti – ha aggiunto – Noi adesso siamo nella possibilità di cambiare la situazione, le cose nella giustizia italiana. E gli italiani lo sanno». Mentre, nel pomeriggio, era arrivata una durissima replica del portavoce del Pdl, Daniele Capezzone: «Stanno al Palasharp, ma viene il dubbio che possa sognare una una nuova piazzale Loreto».

Alla manifestazione, organizzata da ’Libertà e Giustizia, oltre ai leader del Movimento, Sandra Bonsanti (che ha parlato di «regime») e Gustavo Zagrebelsky, hanno aderito il capogruppo del Pd alla Camera, Dario Franceschini, Nando Dalla Chiesa, Giuliano Pisapia, Carlo De Benedetti, Gad Lerner, Salvatore Veca, Moni Ovadia, Lella Costa, Milva, le figlie di Enzo Biagi, Concita De Gregorio. Oscar Luigi Scalfaro ha inviato un video messaggio in cui ha sostenuto che Berlusconi ha il «dovere di rispondere» ai pm e invitato i manifestanti a «non arrendersi». Applauditissimo anche Saviano che ha parlato del dramma del voto di scambio e di come questo fenomeno tenga «in ostaggio la nostra democrazia».

Lo scrittore campano è poi tornato a parlare della «macchina del fango» che ha colpito chiunque abbia criticato il governo nei mesi scorsi. E non ha risparmiato critiche alle opposizioni. «Quello che ci manca è un progetto nuovo», ha sostenuto, invocando «unità» e stigmatizzando «l’aberrazione del frammento».«Rischiamo – ha avvertito – che i valori che ci fanno stare insieme siano sepolti dall’urgenza di identificare ciò che non siamo, non vogliamo: forse è giunto il tempo per pensare a ciò che siamo e vogliamo».

La prima donna a guidare la Cgil ha incentrato il suo intervento sulla condizione femminile in Italia. «Questo è un Paese che con la sessualità ha un serio problema», ha detto, dopo aver sostenuto che, nella vicenda Ruby, è stato «più facile parlare di velinismo che non della ricattabilità del premier». Parole dure anche nei confronti dell’operato del governo. «Sono due anni e oltre che il tratto costante è stato dividere le persone, i lavoratori, i cittadini italiani dagli stranieri, uomini e donne, studenti e istituzioni».

Al vetriolo anche l’intervento di Eco. «Siamo venuti qui a difendere l’onore dell’Italia», ha affermato, «per ricordare al mondo che non tutti gli italiani farebbero lo stesso, che non tutti i padri dicono alle figlie «dai, che ci guadagniamo qualcosa», non saremo molti, ma sotto il fascismo tutti i professori universitari furono obbligati a prestare giuramento tranne undici che non lo fecero e che persero il posto ma salvarono l’onore dell’università». Risata generale per la battuta con cui ha firmato l’incipit dell’intervento. «Per quanto noi gridassimo, gridiamo o grideremo, Berlusconi le dimissioni non le dà, noi credevamo che il nostro presidente del Consiglio avesse con Mubarak in comune una nipote, e, invece, ha anche il vizietto di non voler dimissionare».

La Stampa 06.02.11