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"Precari, assunzione o risarcimento", di Antimo Di Geronimo

Via libera alle immissioni in ruolo dei precari oppure agli aumenti di stipendio legati all’anzianità di servizio. Senza passare per l’autorizzazione del ministero dell’economia. Ma a patto che sia un giudice a disporlo. La normativa europea vieta sia la reiterazione delle supplenze che gli stipendi più bassi per i precari e siccome prevale su quella nazionale, legislativa o contrattuale, il giudice italiano può disapplicare la normativa interna applicando direttamente quella comunitaria. È questo il principio che si evince da due recenti sentenze di giudici del lavoro, le ultime di una lunga serie,depositate in questi giorni.

La più recente è del 25 gennaio scorso, ed è stata emessa dal giudice del lavoro di Livorno (r.g. 428/2000), che ha disposto l’immissione in ruolo dei ricorrenti. E la seconda è del 3 gennaio, ed è stata emessa dal giudice del lavoro di Trieste (n.503/2010), che ha condannato l’amministrazione scolastica ad attribuire ai ricorrenti la ricostruzione di carriera. Le pronunce si inquadrano in un vero e proprio filone, ingenerato dal recente orientamento della giurisprudenza comunitaria, basato sulla direttiva 28/6/99/70 CE relativa all’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato. Da questo orientamento si evincono due principi: il principio di non discriminazione tra lavoratori a termine e lavoratori a tempo indeterminato, (a tutela del quale è prevista la prevenzione dell’abuso derivante dalla reiterazione del lavoro a termine tramite l’applicazione di sanzioni) e il principio di eccezionalità del contratto di lavoro a termine, mentre la regola è il lavoro a tempo indeterminato. Va detto, inoltre, che la Corte di giustizia europea, a differenza del giudice italiano, è un giudice di common law. E quindi le relative sentenze immettono diritto nell’ordinamento vincolando direttamente la giurisprudenza. A fronte di tale situazione, il giudice italiano può seguire tre strade. La prima è quella di rimettere gli atti alla Corte costituzionale, se dovesse dubitare della costituzionalità delle disposizioni da applicare al caso in esame. Qualora le disposizioni italiane non dovessero essere conformi all’ordinamento comunitario, infatti, esse sarebbe incostituzionali per contrasto con l’articolo 117 della Costituzione. La norma costituzionale, infatti, vincola l’esercizio della potestà legislativa oltre che alla Costituzione anche ai vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario. La seconda possibilità è quella si di sollevare una questione pregiudiziale davanti alla Corte di giustizia, chiedendo direttamente ai giudici comunitari di pronunciarsi circa la compatibilità della norma italiana rispetto all’ordinamento comunitaria. La terza via, invece, è quella di applicare direttamente la norma comunitaria disapplicando quella italiana. Ed è esattamente quello che hanno fatto i giudici del lavoro di Livorno e Trieste. Il giudice di Livorno, dopo avere accertato la illegittimità della reiterazione dei contratti a termine effettuata dall’amministrazione scolastica nei confronti dei ricorrenti, ha disposto la loro immissione in ruolo. In ciò sposando la tesi affermata dal giudice del lavoro di Siena (r.g. 662/2010) che al risarcimento per equivalente (in denaro) ha preferito la reintegrazione in forma specifica ( l’immissione in ruolo). Il giudice del lavoro di Trieste, invece, ha ritenuto di disporre la corresponsione delle differenze retributive tra il trattamento riservato ai ricorrenti rispetto a quello che avrebbero percepito se fossero stati immessi in ruolo (la cosiddetta ricostruzione di carriera).

da Italia Oggi 08.02.11

"Il fantasma azionista", di Ezio Mauro

Corrotti da decenni di cattiva digestione riemergono maleodoranti gli insulti dal passato. L´unica cosa su cui vale la pena ragionare, nell´attacco furibondo di Giuliano Ferrara a Gustavo Zagrebelsky, dopo la manifestazione di “Libertà e Giustizia” di sabato scorso a Milano, non sono gli insulti – di tipo addirittura fisico, antropologico – e nemmeno la rabbia evidente per il successo di quell´appuntamento pubblico che chiedeva le dimissioni di Berlusconi: piuttosto, è l´ossessione permanente ed ormai eterna della nuova destra nei confronti della cultura azionista, anzi dell´”azionismo torinese”, come si dice da anni con sospetto e con dispetto, quasi la torinesità fosse un´aggravante politica misteriosa, una tara culturale e una malattia ideologica invece di essere semplicemente e per chi lo comprende, come ripeteva Franco Antonicelli, una “condizione condizionante”.

Eppure la storia breve del Partito d´Azione è una storia di fallimenti, che nel sistema politico ha lasciato una traccia ormai indistinguibile. Gli ultimi eredi di quell´avventura, nata prima nella Resistenza e proseguita poi più nelle università e nelle professioni che nella politica, sono ormai molto vecchi, o se ne sono andati, appartati com´erano vissuti, in case piene di libri più che di potere. Ma l´idea dev´essere davvero formidabile se ha attraversato sessant´anni di storia repubblicana diventando il bersaglio dell´intolleranza di tutte le destre che il Paese ha conosciuto, vecchie e nuove, mascherate e trionfanti, intellettuali e padronali: fino ad oggi, quando si conferma come il fantasma d´elezione, fisso e ossessivo, persino di questa variante tardo-berlusconiana normalmente occupata in faccende ben più impegnative, personali ed urgenti.

È un´ossessione che ritorna, periodicamente: la stessa destra si era già segnalata nel rifiutare pochi anni fa il sigillo civico di Torino ad Alessandro Galante Garrone, uno dei pochi che non aveva mai giurato fedeltà al fascismo, come se questa fosse una colpa nell´Italia berlusconiana. Oppure nel trasformare la lettera di supplica al Duce firmata da Norberto Bobbio in gioventù in un banchetto politico, moralista, soprattutto ideologico: tentando, dopo che il filosofo rifece pubblicamente i conti della sua esistenza (proprio sul “Foglio” di Ferrara) di rovesciarne la figura nel suo contrario, annullando la testimonianza di una vita per quell´errore iniziale, in modo da poter affermare una visione del fascismo come orizzonte condiviso o almeno accettato da tutti, salvo pochi fanatici, una sorta di natura debole italiana, nulla più.

Oggi, Zagrebelsky, e si capisce benissimo perché. Quando la cultura si avvicina alla politica e la arricchisce di valori e di ideali, cerca il nesso tra politica e morale, si rivolge allo spirito pubblico, invita alla prevalenza dell´interesse comune sul particolare, scatta il vero pericolo, in un´Italia che si sta adattando al peggio per disinformazione, per convenienza o per pavidità. Quando ritorna la cifra intellettuale dell´azionismo, che è il tono della democrazia classica, e si avverte che quell´impronta culturale forte, quasi materiale, non si è dissolta con la piccola e velleitaria organizzazione nel ´47, ecco l´allarme ideologico. Parte l´invettiva contro il “gramsciazionismo” torinese, considerato due volte colpevole perché troppo severo a destra, nel suo antifascismo intransigente, troppo debole a sinistra, nei suoi rapporti con il comunismo.

Anche questa destra è in qualche modo una rivelazione degli italiani agli italiani, con un patto sociale ridotto ai minimi termini e la tolleranza che diventa connivenza, purché la leadership carismatica possa contare su una vibrazione di consenso, assumendo in sé tutto il discorso pubblico, mentre il cittadino è ridotto a spettatore delegante, ma liberato dall´impaccio di regole e leggi. Un´Italia dove il peggio non è poi tanto male, dove si relativizza il fascismo, un´Italia in cui tutti sono uguali nei vizi e devono tacere perché hanno comunque qualcosa da nascondere, mentre le virtù civiche sono fuori corso e insospettiscono perché lo Stato è un estraneo se non un nemico da cui guardarsi, le istituzioni si possono abitare da alieni, guidare con il sentimento dell´abusivo. Un Paese abituato e anche divertito ad ascoltare l´elogio del malandrino, in cui l´avversario viene schernito, il suo tono di voce deriso, il suo accento additato come una macchia, il suo aspetto fisico denunciato come una colpa, o una vergogna. Mentre gli ideali sono abitualmente messi alla berlina, e la delegittimazione diventa una cifra della politica attraverso un giornalismo compiacente di partito: una delegittimazione insieme politica, morale, estetica, camuffata da goliardia quando serve, da avvertimento – nel vero senso della parola – quando è il caso. Fino al punto, come diceva già una volta Moravia, di “vantare come qualità i difetti e le manchevolezze della nazione”.

Bobbio non si spiegava perché nei suoi ultimi anni avesse ricevuto più attacchi che in tutta la sua vita. Ma non era cambiato lui, era cambiata la destra. E per questa nuova destra che cresceva tra reazione di classe e crisi morale, quell´azionismo residuale e tuttavia irriducibile nella sua testimonianza nuda e antica, disarmata, rappresentava il vero ultimo ostacolo per realizzare il cambio di egemonia culturale di quest´epoca, attraverso la destrutturazione del sistema di valori civili su cui si è retta la repubblica per sessant´anni. Un sistema coerente con il patto di cultura politica che sta alla base della Costituzione, con le istituzioni che ne discendono, con quel poco di antifascismo italiano organizzato nella Resistenza che ne rappresenta la fonte di legittimazione, e rende la nostra libertà democratica almeno in parte riconquistata, e non octroyée, concessa dagli alleati.

Un obiettivo tutto politico, anzi ideologico, che doveva per forza attaccare tre punti fermi della cultura repubblicana: l´antifascismo (Vittorio Foa diceva che la Resistenza era la vera “matrice” della repubblica), il Risorgimento, nella lettura di Piero Gobetti, il “civismo”, come lo chiamava Ferruccio Parri, cioè un impegno morale e politico a vincere lo scetticismo e il cinismo nazionale. È chiaro che l´azionismo era il crocevia teorico di questi tre aspetti, soprattutto la variante torinese così intrisa di gobettismo, e che tradisce la presunta neutralità liberale, anzi compie il sacrilegio di coniugare il metodo e i valori liberali con la sinistra italiana, rifiutando l´anticomunismo.

Proprio per questo, gli azionisti sono pericolosi due volte. Perché non portano in sé il peccato originale del comunismo, che contrassegna gran parte della sinistra italiana, e perché non scelgono l´anticomunismo, come dovrebbe fare ogni buon liberale. Anzi, questo liberalismo di sinistra rifiuta l´equidistanza tra fascismo e comunismo, che porta il partito del Premier e i suoi giornali addirittura a proporre la cancellazione della festa della Liberazione, come se il 25 aprile non fosse la data che celebra un accadimento nazionale concreto e storico, la fine della dittatura, ma solo una sovrastruttura simbolica a fini ideologici. Così, Bobbio denuncia come la nuova equidistanza tra antifascismo e anticomunismo finisca spesso ormai per portare ad un´altra equidistanza, “abominevole”: quella tra fascismo e antifascismo.

Ce n´è abbastanza per capire. Debole e lontana, la cultura azionista è ancora il nemico ideologico, se propone un´Italia di minoranza intransigente, laica, insofferente al clericalismo cattolico e comunista, praticante della religione civile che predica una “democrazia di alto stile”. Si capisce che nell´Italia di oggi, dove prevale una politica che quando trova “un Paese gobbo – come diceva Giolitti – gli confeziona un abito da gobbo”, quella cultura sia considerata “miserabile”. Guglielmo Giannini, d´altra parte, sull´”Uomo Qualunque” derideva gli azionisti come “visi pallidi”, Togliatti chiamava Parri “quel fesso”. Ottima compagnia, dunque. Soltanto, converrebbe lasciar perdere Gobetti. Perché a rileggerlo, si scoprirebbe che sembra parlare di oggi quando scrive degli “intona-rumori, della grancassa, di un codazzo di adulatori pacchiani e di servi zelanti che facciano da coro”, che diano “garanzia di continuità nella mistificazione”, “armati gregari” che sostituiscono “la fede assente”, perché “corte e pretoriani furono sempre consolatori e custodi dei regimi improvvisati con arte e difesi contro i pretendenti”.

La Repubblica 08.02.11

Torino, provincia americana: ineluttabile? «No, una sconfitta», di Laura Matteucci

Questo è un paese con una classe politica di serie C, che viene trattato come tale da un manager globale. Noi ormai stiamo diventando, e sempre più diventeremo, al pari della Serbia, della Polonia, della Turchia ». Nella lettura dello storico e sociologo di Torino Marco Revelli su quanto sta accadendo in casa Fiat, non c’è spazio per improbabili, futuri rilanci, nè per margini di inconsapevolezza sui processi che stanno guidando al futuro la casa automobilistica. E la sua, a Torino (e non solo), è una lettura condivisa. Sono in molti a pensare che il benedetto incontro tra Marchionne e Berlusconi (al momento fissato per sabato) avrebbe dovuto avvenire molto tempo fa, e che adesso sia ormai troppo tardi per una vera trattativa, nessuno crede davvero ai mezzi passi indietro dell’amministratore delegato sul trasloco della testa del gruppo a Detroit in capo a unpaio d’anni.Nonperchè la politica in sè non potrebbe sparigliare le carte, «la politica insegna che nulla è ineluttabile», come dice Revelli, ma perchè questa classe dirigente ha già ampiamente dimostrato la propria impotenza (indifferenza?) rispetto ai processi industriali, «un vero e proprio suicidio politico di fronte a Marchionne». La politica tutta: il governo, certo, ma pure l’opposizione. «Ancora oggi – attacca Giorgio Airaudo, responsabile auto Fiom Cgil, in prima linea nelle battaglie di Mirafiori – ci sarebbe la possibilità di costringere Marchionne a cambiare strada. Pensiamo a quello che ha fatto Obama con Chrysler, alla Merkel, che ha creato le condizioni perchè Gm si tenesse Opel (e non fosse ceduta a Fiat, ndr). Anche in Italia sarebbe stato possibile, e proprio il centrosinistra a Torino haperso l’occasione per dimostrarlo, per provare ad agire in mododiverso dal governo nazionale. Invece abbiamo una rappresentanza politica debole, che ha assunto un ruolo notarile, capace solo di prendere atto della realtà, di trasformare tutto in ineluttabile». La stoccata è per il sindaco Chiamparino, e ovviamente per il governatore regionale Cota: «Per essere credibili sulle politiche industriali, bisognava attaccare sia il governo sia Marchionne – continua Airaudo – Non si può continuare a descrivere come un fatto oggettivo quello che dice il più forte. Se parliamo di fatti oggettivi, allora diciamo anche che Chrysler avrebbe dovuto fallire: e invece non è accaduto, perchè Obama non ha voluto». La parola ineluttabile non la vuole sentire nemmeno Luciano Gallino, sociologo del lavoro a Torino, esperto di Lingotto: «Se la testa Fiat finisse a Detroit sarebbe perchè parte di un progetto preciso. E per Torino si tradurrebbe in un’enorme sconfitta. L’unica speranza rimarrebbe quella di salvare dei posti di lavoro». Anche perchè, Gallino lo chiarisce bene, là dove c’è la sede legale di un’impresa ci sono anche i designer, i progettisti: tutte persone che lavorano intorno all’auto, e proprio nei campi in cui gli italiani dovrebbero poter eccellere. E invece no, anche un altro pezzo di Made in Italy andrebbe perduto. «E non si parli di quattro sedi regionali, una europea – rincara Gallino – Tutte le case automobilistiche le hanno, ma la sede legale è una sola, ed è quella la testa dell’impresa». Maè «normale» che Fiat traslochi, sacrificando la piccola Torino sull’altare del mercato globalizzato che tutto tritura, lo stesso che la Lega accusa di nefandezze ma contro il quale non ha mosso un dito? «Tutti i grandi costruttori di auto hanno mantenuto la sede legale nel paese d’origine, pur avendo aperto stabilimenti in tutto il mondo », taglia corto Gallino. «Probabile ci siano interessi, pressioni da parte di investitori istituzionali, di soggetti americani. È un progetto che risponde a prospettive di profitti, di ricavi, di scambi. E la storia che il mondo è cambiato ormai è venuta a noia anche ai ragazzini». Se la Fiat dal glorioso passato si avvia ad un misero futuro da filiale Chrysler, non è un destino cinico e baro a volerlo. «Solo l’ingenuità di qualcuno ha fatto credere fosse Fiat ad acquistare Chrysler», dice Revelli. «Ed è solo scandaloso un governo che si fa sentire a fatti avvenuti, conferma peraltro di tutte le preoccupazioni, e di una situazione arrivata al limite».

L’Unità 08.02.11

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“Fiat a Detroit:sabato vertice con Berlusconi e Marchionne”, di Giuseppe Vespo

Bisognerà aspettare sabato mattina per sapere cosa voleva dire esattamente Marchionne quando ha lasciato intendere di un possibile trasloco della sede centrale del Lingotto da Torino a Detroit,dopo la fusione con Chrysler. Le rassicurazioni riportate nelle ultime ore dal ministro Sacconi, e le ipotesi su una Fiat a più centri direzionali, in Italia non hanno tranquillizzato nessuno. Anzi, hanno alimentato le polemiche. Il numero uno del Lingotto arriverà venerdì dagli States e il giorno dopo, a oltre un anno dall’ultimo vertice, sarà a palazzo Chigi con Berlusconi, Gianni Letta, Tremonti, Sacconi e Romani, a discutere del famoso,ma in realtà poco conosciuto piano «Fabbrica Italia». Lo ha annunciato ieri sera Paolo Romani: «Chiederemo a Marchionne di rimanere in Italia con una grande iniziativa industriale», ha detto il titolare dello Sviluppo economico, che ha aggiunto di aver già sentito al telefono il numero uno del Lingotto: «Si è parlato di 20 miliardi ma si è parlato anche di automobili costruite in Italia, della permanenza nel nostro Paese della progettualità della strategia industriale». «Il settore automobilistico – ha detto il ministro – tra diretto e indotto rappresenta in Italia il10% del Pil nazionale ed è quindi per noi un pilastro fondamentale ». Alla Fiat proporremo «un percorso condiviso con istituzioni e parti sociali, quantomeno quelle che a loro volta vogliono condividere», ha aggiunto il ministro del Lavoro Sacconi. Parole che non convincono Susanna Camusso, tornata a sostenere la necessità di una «grande mobilitazione » del Paese. E alla Fiom, che da tempo invoca lo sciopero generale, la leader della Cgil ha detto: «Non serve proclamare lo sciopero generale oggi e nemmeno tra qualche giorno. Serve sapere che quando potremo farlo lo faremo grande». Mentre riferendosi al tavolo di sabato, Camusso ha commentato: «Mi pare siaunincontro che avviene molto in ritardo rispetto alle nostre richieste ». Ad ogni modo, «mi aspetterei che se c’è un confronto sul piano Fabbrica Italia della Fiat fossero convocate anche le organizzazioni sindacali ». Anche perché, conclude la sindacalista, «non mi sembra che ci siano state sinora buone prove dell’efficacia del governo nei confronti di questa azienda nell’ottenere conoscenza degli impegni e di quali sono le prospettive». Meno duro il leader della Cisl Raffaele Bonanni, che ammette di aver provato qualche «fastidio » per l’atteggiamento di Marchionne, masi dice convinto che finora «tutti i profeti di sventura sono stati smentiti, a Pomigliano e a Mirafiori ».

L’Unità 08.02.11

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“Marchionne sabato da Berlusconi e Sacconi taglia fuori la Cgil”, di P.G.

Epifani e Bonanni a Repubblica tv. Il segretario Cisl: sgradevoli le parole dell´ad del Lingotto. L´incontro tra Silvio Berlusconi e Sergio Marchionne sarà sabato a Palazzo Chigi. Dopo una giornata di contatti tra gli staff del governo e del Lingotto è stato il ministro dello Sviluppo, Paolo Romani a dare l´annuncio: «L´appuntamento è per sabato mattina con il Presidente del Consiglio, Gianni Letta, Tremonti e il sottoscritto».
Sarà un incontro in cui il governo «chiederà all´ad della Fiat un percorso condiviso con le istituzioni e con le parti sociali, quantomeno quelle che a loro volta vogliono condividere», dice il ministro del lavoro, Maurizio Sacconi, quasi a prevedere la scelta di Marchionne di escludere la Cgil da un eventuale incontro sul piano di Fabbrica Italia. Per il ministro del lavoro Cisl e Uil devono essere considerate un interlocutore privilegiato perché vanno considerate un solo sindacato: «Cisl e Uil – dice Sacconi parlando a Bologna – sono come aggregato il primo sindacato italiano» e rappresentano «la maggioranza dei lavoratori che hanno accettato di prendersi la responsabilità del bene collettivo». Per questo, secondo Sacconi, «è necessario mantenere il dialogo con i sindacati che sono riformisti» mentre la Cgil e la Fiom perseguirebbero «una logica luddista».
La risposta a Sacconi è arrivata poco dopo direttamente da Susanna Camusso: «Noi siamo in ritardo? Lui invece ha un´impostazione nuovissima. Infatti la Fiat va negli Stati Uniti. La verità è che è il governo ad arrivare in ritardo dopo aver appoggiato Marchionne. Vorrei sapere che cosa dice Sacconi ai lavoratori che hanno votato sì. E vorrei saperlo anche dal sindaco di Torino e dal Presidente del Piemonte». Una risposta viene da Piero Fassino, uno dei candidati sindaco del Pd torinese: «Se l´accordo fosse stato bocciato a Mirafiori, avremo fornito un alibi per il disimpegno di Fiat».
Che la situazione sia difficile per il fronte che aveva appoggiato il progetto di Marchionne a Mirafiori e Pomigliano lo dimostrano le stesse dichiarazioni di Raffaele Bonanni intervistato da Repubblica tv: «Anche a me dà fastidio e trovo sgradevole questo comportamento così sbrigativo di Marchionne», dice il leader della Cisl aggiungendo che «questo atteggiamento, in un paese come l´Italia, ha effetti negativi». Anche se, aggiunge Bonanni, «dire che la Fiat sposterà baracca e burattini a Detroit è fare allarmismo». «Purtroppo – replica, ancora a Repubblica tv, Guglielmo Epifani – assistiamo alle conseguenze dell´assenza di una politica industriale che ha spinto Marchionne verso Obama». «Quel che conta sono gli investimenti e le assunzioni in Italia – taglia corto Roberto Di Maulo, leader del Fismic – tutto il resto sono chiacchiere».
Molto si dovrebbe capire nei prossimi giorni. Non solo nell´incontro di Palazzo Chigi, quando, secondo il ministro Paolo Romani, «il governo chiederà che il quartier generale di Fiat resti a Torino». Ma anche lunedì quando il governo incontrerà i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil per discutere il futuro di Termini Imerese, lo stabilimento siciliano che Marchionne ha deciso di chiudere. Martedì lo stesso Marchionne parlerà alla Camera di fronte alla Commissione attività produttive mentre il 16 il governo andrà in Sicilia per il contratto di programma di Termini.

La Repubblica 08.02.11

«Patrimoniale: pena di morte per chi ne vuol discutere?», di Giuliano Amato

Vorrei occuparmi d’altro questa volta, e in particolare di Egitto (e non solo), pensando alla conclusione della mia ultima «Lettera» su queste colonne, dove mi chiedevo se la rivoluzione tunisina non fosse l’alba di un nuovo giorno per l’intero mondo arabo. Ma non posso non tornare sull’idea di un’imposta una tantum volta a dare un colpo drastico al debito pubblico, perché devo esporre ai lettori le mie valutazioni sul profluvio di dichiarazioni, articoli, anatemi e scongiuri che si è scatenato attorno ad essa, dopo che proprio io l’avevo avanzata.

La mia prima impressione è stata quella di trovarmi nella stessa situazione del protagonista di una vecchia storiella napoletana. C’era stato un bombardamento che aveva fatto crollare l’intera facciata di un palazzo e dalla strada i vigili del fuoco videro al secondo piano un anziano signore seduto, attonito e perplesso, sulla tazza del bagno. Gli chiesero come si sentiva e quello rispose: «Aggio tirato la catenella dell’acqua e boom…».

Più o meno è quello che è successo a me. Io non ho mai articolato una proposta, tanto meno la proposta di una patrimoniale, ma ho invitato tutti noi a valutare con pragmatico realismo la situazione in cui ci troviamo. Abbiamo un debito molto elevato, siamo per questo in una permanente situazione di pericolo su mercati finanziari sempre più difficili, come minimo rischiamo di veder crescere la nostra spesa per interessi, e per pagarli senza aumentare il debito totale riduciamo tutto il resto senza avere mai margini adeguati per le cose che riteniamo necessarie, come la riduzione dell’Irap o la defiscalizzazione degli investimenti nel Sud oppure il ricambio di un personale pubblico sempre più invecchiato anche nei servizi di ordine e di sicurezza. Valutiamo se ci conviene questa lenta agonia o se non è meglio usare un po’ della ricchezza dei più ricchi (in modi e forme su cui non sono mai entrato) per abbassare il debito e recuperare quei margini.

Era una proposta di discussione, ha dato il via, salvo rare voci ispirate dalla ragione, a una kermesse nutrita di aggressività e costruita su stereotipi ideologici branditi al solo scopo di suscitare reazioni spaventate e ostili. Né sono mancati, com’è normale in questa Italia rissosa, il dileggio personale e gli excursus biografici volti a confermare che il vecchio Dracula è ancora malauguratamente fra noi. Certo si è che si è agitato e si continua ad agitare il fantasma di una patrimoniale che nessuno (a prescindere anche da me) ha chiesto di istituire, lo si è fatto come se la cornice non fosse quella del debito che abbiamo addosso, ma come se qualcuno si fosse svegliato una mattina nella florida Svizzera e avesse detto agli svizzeri che voleva portargli via il patrimonio, si è attribuita infine la sollevazione del problema agli incoercibili istinti della sinistra. Mentre dovremmo saperlo tutti che fu la destra di Quintino Sella e di Luigi Menabrea a tassare i neo-italiani per ridurre il debito di allora, che altrettanto fecero gli stati membri della federazione statunitense negli stessi anni e che più di recente fu Margaret Tatchter a volere la famosa poll taxMi spiace che nel mio paese prevalga tanta folcloristica acrimonia nella trattazione dei problemi comuni. Ma ciò che mi preoccupa è che possa condividerla e rimanerne prigioniero chi ci governa, quando è bene che da parte sua, ferme restando le più che legittime preferenze legate ai suoi principi e valori, rimanga tuttavia il pragmatismo necessario a non precludersi ciò che a un certo punto potrebbe risultare inevitabile. Tutti ricordano il read my lips (leggi le mie labbra) con cui Bush padre, durante la Convenzione repubblicana del 1988 che lo candidò alla presidenza degli Stati Uniti, rispose alla domanda se avrebbe mai aumentato le tasse. Le sue labbra dissero che non lo avrebbe mai fatto, la promessa contribuì certo alla sua elezione, ma poi, per ridurre il debito pubblico, fu costretto a farlo e questo gli costò non poco.

Da questo punto di vista, ho trovato peraltro incoraggiante la lettera firmata dal nostro presidente del Consiglio per il Corriere della Sera di lunedì scorso. In essa si esprime certo una comprensibile ostilità per qualunque imposizione straordinaria, ma si dice con forza che occorre sfuggire al dilemma fra la necessità di prevederla e la caduta in una gestione restrittiva e senza prospettive del bilancio pubblico, imboccando a tal fine la strada di una crescita una buona volta vigorosa.

Qui c’è un serio ragionamento economico, perché per far scendere il peso del debito sul Pil è importante ridurre il debito, ma è ancora più importante far crescere il Pil. Solo Dracula potrebbe dichiararsi pregiudizialmente contrario, mentre chiunque altro vorrà sottoporre il ragionamento a una prova di fattibilità. E l’auspicio è che la prova sia superata, come scrive Marco Deaglio (La Stampa del 1° febbraio) e come lascia intendere lo stesso Vincenzo Visco (Il Sole 24 Ore del 4 febbraio), che ritiene poco o nulla percorribile la strada dell’imposizione straordinaria.

Il fatto si è, però, che riportare l’economia italiana a una crescita sostenuta è tutt’altro che semplice e al di là dei cambiamenti simbolici come l’introduzione di un afflato più liberale nell’articolo 41 della Costituzione, si rischia di ritrovarsi davanti gli ostacoli che si vogliono invece evitare. A parte le liberalizzazioni non fatte (ma in Parlamento pende una riforma delle professioni legali che va in direzione diametralmente opposta), il problema principale delle imprese è oggi quello delle risorse finanziarie per investire e raggiungere i loro possibili mercati. E in questa fase di adattamento delle banche ai più rigidi requisiti di Basilea 3, averne dalle stesse banche è sempre più difficile e sempre più costoso. Servirebbe allora ridurre l’imposizione fiscale e contributiva e agevolare gli investimenti in ricerca e quelli nel Mezzogiorno in misura non simbolica. La situazione del bilancio ci offre i margini per farlo?
Per non parlare dell’unica riforma nella quale siamo tenuti impegnati da tempo, quella del federalismo. Essa è meritoria nell’ancoraggio ai costi standard di larga parte della spesa pubblica, ma ci si chiede se lo è altrettanto nella allocazione delle prerogative tributarie fra i vari enti di governo. Sono in molti infatti a temere che ne esca una lievitazione della pressione fiscale complessiva e forse chi si è speso tanto generosamente contro l’ipotetica patrimoniale avrebbe qui un tema più concreto per il suo impegno.

Insomma, siamo tutti per la crescita e nessuno ha voglia di mettere le mani nelle tasche degli italiani più di quanto già si stia massicciamente facendo. Ma il consiglio per chi guida è di avere la vista lunga e di non escludere nulla che possa servire domani a evitare che gli italiani, o la maggioranza di loro, un domani non l’abbiano più..

Il Sole 24 Ore 07.02.11

Rogo a Roma in campo rom abusivo, morti 4 bambini. E' il fallimento della sicurezza di Alemanno

Il Pd di Roma chiede lutto cittadino per questa atroce ed intollerabile tragedia. Turco: “Dov’è finito il piano nomadi?” Sassoli: “Il rogo di via Appia è una tragedia annunciata”. Si è consumata al buio di una boscaglia, in una baracca di legno e plastica, la tragedia in un campo nomadi abusivo a Roma, dove quattro bambini sono morti in un incendio. Raul, di 4 anni, Fernando di 5, Patrizia di 8 e Sebastian di 11, sono passati dal sonno alla morte. Si riparavano dal freddo rannicchiati, mentre aspettavano la mamma, Elena Moldovan, che era andata a comperare dei panini e la giovanissima zia era fuori per recuperare dell’acqua. Ma nel sonno, dal braciere che riscaldava l’ambiente è probabilmente partita una scintilla che ha provocato le fiamme divampate nella casupola.

L’insediamento abusivo ai margini di via Appia Nuova, in zona Tor Fiscale è costituito in tutto da 5 baracche, abitate da una ventina di persone e sorge su un’area di proprietà della società di trasporti Cotral. Già nel 2005 era stato sgomberato una prima volta, ma un anno fa era stato ripopolato dalle famiglie rom.

Dopo il rogo nel campo della Muratella del 27 agosto 2010, in cui perse la vita un bambino rom di tre anni, il sindaco Alemanno annunciò lo sgombero immediato dei circa 200 microinsediamenti abusivi. Ma dai primi interventi però l’operazione si rivelò un fallimento. Sia perché l’amministrazione comunale e il governo non hanno messo in campo in contemporanea alcun intervento sui fattori espulsivi che portano migliaia di rom romeni in Italia. Sia perché l’amministrazione Alemanno ha escluso le maggiori associazioni del mondo laico, che operano nel settore del volontariato, dai tavoli tematici e di intervento.

E dopo quasi tre anni di annunci e di operazioni di facciata da parte del sindaco di Roma è accaduta l’ennesima tragedia. La ‘solidarietà piena e vicinanza alla comunità rom colpita dall’atroce tragedia’ è stata espressa per il Pd anche da parte di Vannino Chiti, Commissario del Pd Lazio e vice presidente del Senato. “Non è più possibile tollerare che accadano incidenti così gravi. Le istituzioni devono adoperarsi per trovare alloggi alternativi a chi si trova in queste situazioni, devono mettere in sicurezza i nomadi, specialmente i bambini. Nonostante le risorse economiche straordinarie profuse, Alemanno ha fallito”.

Nicola Zingaretti, Presidente della Provincia di Roma, ha dichiarato da parte della giunta democratica: “E` un dolore tremendo quello che sta colpendo la nostra comunità per la tragica perdita di quattro bambini morti bruciati. Simili tragedie non possano e non debbano avvenire per nessun motivo”.

Ed una giornata di lutto cittadino è stata invocata da tutto il Partito democratico a tutti i livelli territoriali.

“I primi punti del programma di Alemanno, eletto nel 2008 in seguito ad un battage elettorale sui temi della sicurezza urbana, riguardavano proprio il ‘Piano nomadi’”, ha detto Livia Turco, Presidente del Forum Immigrazione del Pd. “Dov’è finito il piano? Abbiamo visto solo una serie di sgomberi effettuati in modo casuale e frettoloso, con lo scopo di comparire in bella evidenza nei titoli dei giornali. A quando, invece, l’attuazione di una politica seria fatta di regole da rispettare ma anche di opportunità? A quando la realizzazione di un Piano Nazionale di integrazione che coinvolga le Regioni, i Comuni, gli Enti locali e i rappresentanti delle comunità Rom per promuovere un efficace inserimento sociale e lavorativo di queste comunità? A quando l’utilizzo dei fondi comunitari dedicati e già disponibili, ai quali per scelta o incapacità questo governo non ha mai attinto?. Queste le tante questioni sollevate dalla Turco.

Per David Sassoli, capodelegazione Pd al Parlamento europeo “è inaccettabile che ai margini della capitale d’Italia quattro bambini possano morire orribilmente di povertà, degrado ed esclusione. Ciò che è accaduto nella baraccopoli di via Appia ha il sapore amaro di una tragedia annunciata”.

“Le immagini della sciagura della scorsa notte – ha continuato Sassoli – sono ciò che resta di una politica e di un modo di intendere il governo di una città fatto di slogan e propaganda a buon mercato. Un atteggiamento irresponsabile, indegno di una città come Roma, che agli sgomberi forzati ad uso e consumo delle telecamere non ha fatto seguire alcun progetto alternativo, pure annunciato, abbandonando per strada decine di famiglie e di bambini”.

“Il sindaco Alemanno – ha aggiunto l’europarlamentare del Pd -, anziché invocare poteri speciali e soluzioni emergenziali, dica che fine ha fatto il piano Nomadi sbandierato in campagna elettorale e spieghi ai cittadini come ha utilizzato finora i fondi stanziati per l’emergenza. La proclamazione del lutto cittadino, pure giusta, non cancella le responsabilità di chi doveva agire e non l’ha fatto. Ogni ulteriore dilazione o perdita di tempo, alla luce di quanto avvenuto ieri notte, sarà ingiustificabile”.

La protesta è partita anche dai coordinatori del Forum Immigrazione del PD sia nazionale che romano. “Crediamo sia necessario un momento di riflessione e soprattutto una presa d’atto, non ulteriori polemiche. Riteniamo, sia necessaria la riapertura di un tavolo allargato con l’associazionismo e tutte le forze sociali per affrontare il tema con il più largo consenso. Il dolore della giornata di oggi deve portare a uno spirito costruttivo, attraverso cui vi sia consapevolezza prima e non le reciproche accuse di responsabilità per quanto accaduto. La marginalità – concludono- colpisce tutti”. Così in una nota congiunta Marco Pacciotti e Sergio Gaudio, coordinatori del Forum immigrazione nazionale e di Roma.

”Anche sui campi nomadi assistiamo dopo tre anni al completo fallimento di Alemanno- ha dichiarato in una nota Marco Miccoli, segretario del Pd di Roma -. senza una strategia di governo, senza una politica dell’accoglienza ma solo con squallidi spot ad uso di giornali e tv (ricordiamo solamente quando Alemanno gridò ai quattro venti che avrebbe espulso 20mila nomadi in tre mesi, ed era il 2009), si va incontro a questi eventi drammatici. I campi abusivi aumentano in città e Alemanno non trova di meglio che prendersela con la burocrazia. Tutto ciò è squallido, ma fa anche capire la pochezza politica e amministrativa del sindaco, che scarica sempre su altri le colpe ed è incapace, dopo tre anni, di assumersi la benchè minima responsabilità”.

Ha concluso Miccoli: “La questione dei Rom non può esser vista esclusivamente come questione di ordine pubblico, ma è innanzitutto una questione sociale, con sacche di emarginazione da sanare. Intanto come Pd Roma chiediamo che il sindaco almeno dichiari il lutto cittadino. Simili tragedie non possono essere rinchiuse in una cappa di silenzio”.

Il ‘Piano Nomadi’ di Alemanno, tanto propagandato, soprattutto in campagna elettorale, si è rivelato inadeguato e pericoloso sia dal punto di vista dell’integrazione che da quello della sicurezza. Gli incidenti si sono ripetuti nei campi rom fino al culmine della strage di ieri. Il Sindaco avrebbe dovuto assumersi le proprie responsabilità, ma ciò non è avvenuto. Evidentemente l’incoerenza e la leggerezza sono una piaga comune nelle amministrazioni di centrodestra, delle quali ormai è giunta l’ora di liberarsi al più presto.

Anto.Pro.

www.partitodemocratico.it

"Ora che siamo uniti l'alternativa è possibile. E il premier teme il voto", intervista a Enrico Letta di Simone Collini

Ormai è chiaro che Berlusconi ha il terrore delle elezioni anticipate”, dice Enrico Letta. E per il vicesegretario del Pd non è un caso che proprio ora che il suo partito si mostra unito, prende piede l`ipotesi di un`ampia alleanza costituente. “La nostra unità è la condizione per costruire una coalizione che può battere Berlusconi”. Come fa a essere sicuro che l`unità registrata all`Assemblea nazionale di Roma abbia basi solide e non si ripeteranno le scene del mesi passati?

“Perché con questo appuntamento abbiamo completato un percorso che è stato sì di profonda discussione e a volte anche di divisioni, ma che ora ci consente di essere più forti. Il lavoro di Bersani e della segreteria ha recepito molte indicazioni venute in questi mesi dai diversi filoni culturali che animano il partito e tutti i contributi si sono mossi lungo una linea molto costruttiva. E questo che ci consegna ora un partito unito”.

Non la consapevolezza che in un momento di difficoltà per il governo come questo sarebbe incredibile che il principale partito di òpposizione si divida?

“Ma guardi che se parliamo di questioni concrete che interessano gli italiani, come abbiamo fatto all`Assemblea nazionale e come dobbiamo continuare a fare, evitiamo di parlare di noi stessi, delle nostre provenienze, e non c`è da fare chissà quali altri ragionamenti. E comunque non è un caso che mentre noi siamo uniti, per la prima volta prende corpo l`ipotesi della coalizione alternativa a Berlusconi, che invece le nostre divisio- ni renderebbero impossibile”.

Dice che neanche su diritti civili e biotestamento, che si vota il 21, vi dividerete?

“No, se nessuno vorrà forzare la mano e utilizzare questi temi come bandiere. Ho molta fiducia che Bindi, per le caratteristiche e il ruolo che ha, saprà guidare il comitato costituito all`Assemblea in modo da trovare le giuste soluzioni”.

Da più parti si sostiene che non si andrà alle urne a breve: lei che dice?

“Che ormai è chiaro che Berlusconi ha il terrore delle elezioni. E ora abbiamo anche capito che la stessa Lega teme il voto, sta abbarbicata al potere e ai posti di governo e ogni tanto brandisce la minaccia delle urne come un`arma spuntata”.

E voi?

“Noi da tempo diciamo che tutto è meglio di questo pantano, ma con la compravendita in corso i numeri per non essere sfiduciati in Parlamento li hanno. Ci aspettano ancora mesi di stallo e noi che ci stavamo attrezzando per i 100 metri dobbiamo invece prepararci per una gara di mezzo fondo”.

Cosa pensa dovrete fare, in concreto?

“Intanto, continuare nel lavoro di sintesi programmatica. Alla prossima Assemblea nazionale, in primavera, tutto il lavoro sui documenti programmatici dovrà tradursi indieci parole molto forti e facilmente comunicabili. E poi tutto deve riuscire ad arrivare nelle periferie del partito. Dobbiamo mettere in piedi venti appuntamenti regionali, interloquire con la società. E sulla base delle dieci parole, del progetto, dobbiamo cementare la coalizione. Inoltre dobbiamo concentrarci con grande attenzione sulle elezioni amministrative. Ergo, risolvere rapidamente il caos di Napoli.

Bersani ha detto ai leghisti che con Berlusconi il federalismo non lo avranno mai: ne siete proprio sicuri?

“Sul federalismo siamo pronti ad alzare il livello della battaglia. Deve essere chiaro che se la Lega, che aveva sostenuto che c`è bisogno del più am-pio consenso, ora vuole soltanto modificare la Commissione bicamerale e procedere a colpi di maggioranza, da parte nostra ci saranno ritorsioni pesanti dal punto di vista parlamentare. Andremo anche nelle regioni del Nord a spiegare che questo non è vero federalismo, che sono norme che aumentano le tasse, e che servono soltanto alla Lega come bandiera da sventolare”.

Al suoi militanti magari va bene così…

“Ai militanti della Lega bisogna far notare che la scorsa settimana si sono combattute due battaglie, una da parte di Berlusconi per gli affari suoi e una da parte della Lega per il federalismo. Sulla prima Berlusconi ha trovato la maggioranza, sulla seconda no. L`ennesima dimostrazione che a lui interessano solo i fatti suoi, non le questioni concrete”.

E l`alleanza costituente? Non è che a voi interessa solo togliere di mezzo Berlusconi?

“No, non c`è solo l`antiberlusconismo alla base della coalizione a cui stiamo lavorando. L`uscita dal berlusconismo comporterà una fase costituente perché sarà necessario ricostruire un patto istituzionale, ristabilire un rapporto corretto tra Parlamento, governo e potere giudiziario, servirà un ritorno al senso dello Stato, della legalità, dell`unità nazionale dopo gli smottamenti impressionanti a cui abbiamo assistito in questi anni”.

L’Unità 07.02.11

"La generosità fa i conti con la crisi" E. Si.

Meno donazioni, per importi più modesti, preferibilmente in contanti e premiando la conoscenza diretta dei beneficiari piuttosto che le campagne di comunicazione e fund raising. È il ritratto di un paese in difficoltà quello che emerge dall’annuale ricerca della società IPR Marketing per Il Sole 24 Ore sulle erogazioni al no profit nel periodo natalizio. La quota di italiani che, durante le festività, hanno fatto una o più elargizioni è scesa dal 49% del 2010 al 38%, con un calo più marcato nella fascia d’età compresa fra i 35 e i 54 anni, dove i benefattori sono solo il 35%, e nelle regioni centro-meridionali, ferme al 34 per cento. Non solo: tra le file dei donatori salgono dal 38% al 46% quanti hanno offerto piccole somme (meno di 20 euro), mentre cede 12 punti percentuali (dal 28 al 16%) la fascia dei versamenti tra i 21 e i 50 euro e, soprattutto, cala dal 16 al 7% il segmento di punta, con valori compresi tra i 100 e i 200 euro.
L’indagine, condotta da IPR Marketing (www.iprmarketing.it) per Il Sole 24 Ore su un panel di mille cittadini residenti (per la scheda metodologica www.agcom.it) offre come prima spiegazione di questi risultati la crisi economica che, evidentemente, ha dispiegato effetti negativi anche sulla propensione alla generosità. Non a caso, interrogato sulle ragioni della minore o mancata donazione, il 59% del campione ha indicato come causa la minore disponibilità finanziaria. Nel gennaio dell’anno scorso, quando pure la crisi era già conclamata, le cose erano andate diversamente e, anzi, la quota dei donatori era cresciuta, sia pure di poco, rispetto al 2009.
«Il clima psicologico era diverso – spiega Antonio Noto, direttore di IPR Marketing e curatore del rapporto – e lo slancio della solidarietà era anche frutto del particolare momento vissuto dal paese, mobilitato solo pochi mesi prima dal sisma in Abruzzo».
Lo scenario di questa nuova rilevazione, meno condizionato da variabili emotive, racconta invece di una significativa riduzione dei fondi. Lo stesso Noto, però, mette in guardia dal rischio di una lettura troppo superficiale dei dati: «Nel profilo dei donatori non si è prodotta una divaricazione accentuata dal punto di vista sociologico. Le ridotte possibilità di spesa si sono tradotte in un incremento dei versamenti minimi e nella contrazione di quelli più onerosi, ma entro un modello di partecipazione sostanzialmente omogeneo. È vero, gli anziani hanno contribuito più dei giovani, i residenti al nord più di quelli al sud. Ma nell’attuale quadro economico lo squilibrio delle cifre appare fisiologico e, nel caso della popolazione giovanile, lo scarto ridottissimo rispetto ai segmenti più virtuosi può risultare addirittura sorprendente».
Per quanto riguarda i settori beneficiati, si conferma la preferenza per la ricerca scientifica (37% delle destinazioni) che, però, perde 12 punti rispetto all’indagine dello scorso anno. Anche la seconda tra le opzioni privilegiate, ossia l’aiuto ai paesi poveri e le cause umanitarie, cala dal 41 al 32 per cento. In forte rivalutazione, invece, le adozioni a distanza, il sostegno all’infanzia e i fondi alle Onlus sanitarie e assistenziali, tutte finalità quotate al 27% (va tenuto presente che alla domanda sulle destinazioni delle somme era possibile dare risposte multiple).
Un altro aspetto rilevante dell’indagine è quello relativo alle modalità tecniche delle donazioni. I versamenti in contanti (34%) si prendono la rivincita sugli sms (in caduta dal 46% al 30%), mentre i bollettini postali, penalizzati dall’alt alle agevolazioni tariffarie per il mailing degli enti, crollano addirittura di 20 punti, dal 48 al 28% (vedi articolo sotto). «Le occasioni di solidarietà negli ultimi anni – commenta Noto – avevano visto in qualche modo sovrapporsi emozione, coscienza civile e tecnologia, soprattutto grazie alla centralità dei mezzi personali di comunicazione, in primis il telefonino. I dati del 2011 evidenziano, diversamente, il primato dei pagamenti in contanti, espressione di una volontà di relazione diretta e senza filtri, probabilmente riconducibile anche al desiderio di ottenere la maggiore sicurezza possibile sull’affidabilità dei destinatari».
Conclusione, quest’ultima, che esce confermata anche dal dato sui criteri all’origine delle scelte: nel 49% dei casi gli italiani decidono in base alla conoscenza diretta, mentre le campagne pubblicitarie sui media raggiungono il 34% e le sollecitazioni via posta calano al 15 dal precedente 24 per cento.
Va segnalato, infine, che l’eventuale vantaggio fiscale sembra perdere d’importanza agli occhi dei benefattori ogni anno che passa: nel 2009 si dichiarava «incoraggiato» dalla deducibilità il 20% degli intervistati, nel 2010 il 14% e quest’anno, addirittura, solo il 7 per cento.

Il Sole 24 Ore 07.02.11