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"Il Pdl rispolvera il processo breve", di Liana Milella

Oggi il blitz alla Camera, si punta a neutralizzare i procedimenti sul premier. In commissione Giustizia la richiesta di far ripartire l´iter del provvedimento. Il primo passo, quello più semplice, lo faranno oggi. Sul resto, escogitare e far passare al vaglio di Napolitano una legge ad hoc per i anestetizzare i processi del premier, stanno ancora riflettendo. Ma intanto rispolverano il possibile contenitore, una legge già in Parlamento in cui infilare un prossimo emendamento ad personam. La novità delle ultime ore è questa: far ripartire alla Camera il treno del processo breve.
Sì, proprio lui. Quello che un anno fa, seppellito dalle grida dei magistrati e dall´altolà del capo dello Stato, si arenò a Montecitorio. L´aveva approvato il Senato il 20 gennaio con uno scontro epocale, s´assopì in commissione Giustizia alla Camera dove la presidente Giulia Bongiorno rese pubblico lo stop di Fini. Gli passò avanti il legittimo impedimento, sponsorizzato da Casini proprio come lo strumento per rabbonire il premier, togliergli l´ansia dei processi, senza infliggere altri danni alla giustizia di tutti. «Saranno cancellati centomila processi» denunciò l´Anm. «No, solo l´un per cento» replicò il Guardasigilli Alfano. Ma ogni ufficio giudiziario fece i conti e rese pubblico l´elenco dei dibattimenti importanti che sarebbero stati cancellati (uno per tutti, quello per la sanità truffa della clinica Santa Rita), e pure nel Pdl ebbero un soprassalto di decenza.
Ma ora i guai del Cavaliere sono troppo grossi per non tentare di mettervi riparo spendendo la carta di una modifica legislativa in corsa. Ecco allora che oggi, in commissione Giustizia a Montecitorio, il Pdl chiederà ufficialmente di riavviare il cammino del processo breve. Tutto qui? Non è affatto poco. Per almeno tre ragioni. Il disegno di legge – che fissa un tetto massimo di durata dei dibattimenti in complessivi sei anni, superati i quali il processo è cancellato, e vale anche per quelli in corso – da settembre 2010 a oggi ha fatto dei silenziosi passi in avanti. Prevedendo la possibile bocciatura del legittimo impedimento, il Pdl, lontano dai riflettori, in questi mesi ha chiuso le audizioni degli esperti. Quindi il ddl può entrare subito nella fase degli emendamenti. Proprio questo ddl può essere utilizzato come legge-madre, come contenitore per ulteriori norme favorevoli al Cavaliere, ad esempio una limatura dei tempi di prescrizione per chi risulta incensurato (è il caso del premier). Ma soprattutto, se venisse conservata l´attuale norma transitoria, il processo breve farebbe il funerale di almeno due dei tre processi di Berlusconi a Milano. Chiusi Mills e Mediaset, resterebbe in piedi solo Mediatrade. L´effetto permarrebbe anche se venisse edulcorata l´attuale norma transitoria, con l´escamotage che il ddl «si applica solo ai processi indultabili», cioè per reati commessi fino al maggio 2006. E guarda caso ci rientrano giusto quelli del capo del governo.
Senza l´incubo delle frenate di Fini e forte dell´appoggio politico dei “responsabili”, il Pdl potrebbe far camminare in fretta il processo breve. Che però non ha alcuna influenza sul Rubygate. Nel vertice di stamattina a palazzo Grazioli si affronterà anche la questione “norme salva Silvio”. E qui potrebbe aprirsi una duplice via, la spinta al processo breve alla Camera, e una altrettanto forte al Senato per il ddl sul processo penale, scritto di pugno dall´avvocato dell´inquilino di Arcore Niccolò Ghedini, che contiene due atout per il “capo”: l´obbligo per i giudici di accettare obtorto collo la lista dei testi chiesta dai difensori e il divieto di usare le sentenze passate in giudicato nei dibattimenti (vedi caso Mills per la condanna a quattro anni dell´avvocato londinese già coimputato di Berlusconi). Snellito, ridotto all´essenziale, il testo potrebbe subire un´accelerazione. Certo, la via migliore, quella di un decreto legge, pur sponsorizzata da molti pidiellini, si arena sul Quirinale. Il cui diniego alla firma sotto una smaccata legge ad personam viene dato per scontato. Soprattutto in questo momento.

La Repubblica 01.01.11

Franceschini: alza un polverone per nascondere vicende giudiziarie imbarazzanti. "Dal premier una mossa disperata il dialogo è possibile solo senza di lui", di Goffredo De Marchis

Non ci saremmo sottratti, anche dall´opposizione, ad un appello contro la crisi lanciato da un governo di emergenza o da un esecutivo di centrodestra guidato da un altro premier. Come si può credere a uno che ha avuto 15 anni per dimostrarsi un leader politico normale. Lui è solo arroganza e strafottenza, la sua priorità assoluta è non andare a casa. Per Dario Franceschini «l´ostacolo è Berlusconi, senza di lui tutto diventa possibile». Anche affrontare il mostruoso debito pubblico. «Si può fare con un governo di emergenza o con un governo di centrodestra guidato da un´altra persona. Se torniamo alla normalità democratica, si apre un´autostrada per affrontare i problemi economici e il federalismo con intese bipartisan».
Se non fosse Berlusconi a lanciare un appello contro la crisi, il Pd darebbe una risposta diversa?
«Assolutamente sì. Non ci saremmo sottratti, anche dall´opposizione. Ma è sempre più chiaro che l´anomalia è il premier. Che per destra e sinistra, per maggioranza e opposizione, il problema è lui».
La reazione del Cavaliere al no del Pd è stata violenta e sorprendente. Davvero poteva credere in una disponibilità?
«Ha fatto una mossa disperata. Ma è sempre la stessa da 15 anni. Quando sulla scena compaiono vicende giudiziarie imbarazzanti lui alza un polverone per impedire che si approfondisca il dibattito sulle accuse. Una volta sono i magistrati comunisti…».
Stavolta la proposta riguarda una questione vera, concreta.
«Diciamo che stavolta la mossa è quella del finto dialogo. Ma come si può credere a uno che ha avuto 15 anni per dimostrarsi un leader politico normale?».
Nessuna concessione alla buona fede?
«Berlusconi è solo arroganza e strafottenza, impossibile credergli. Con lui in campo non c´è nessuno spazio. La nostra opposizione, se rimarrà in sella, sarà durissima fino a farlo cadere. Del resto non ha più né il sostegno sociale né quello parlamentare. Il calendario dei lavori alla Camera è stato svuotato, c´è una paralisi legislativa e di governo. E i voti di fiducia con cui hanno governato finora, sono diventati troppo rischiosi».
E con un altro esponente del centrodestra al governo, cosa fareste?
«In quel caso o nel caso di un governo di emergenza si apre un´autostrada lavorare, con intese bipartisan, su federalismo e crisi economica».
L´impressione è che Berlusconi si prepari al voto disegnando un´Italia a favore della patrimoniale, la vostra, e una contro, la sua.
«Sono argomenti usati 50 volte. Fa sempre le stesse promesse e le stesse minacce. È sfinito ma non va sottovaluto. Anzi. Resto convinto che i colpi di coda sono i più pericolosi».
Le elezioni non sono un pericolo in democrazia.
«Ma Berlusconi ha dentro di sé tante tentazioni autoritarie. E una priorità assoluta: non andare a casa lui. Qualsiasi leader normale si sarebbe già fatto da parte per salvare il suo partito. Berlusconi invece ha distrutto la sua coalizione pur di salvare se stesso».
La Lega e i suoi lo difendono.
«A me dà fastidio che in privato tanti dirigenti del Pdl dicano che ormai è un ingombro, ma che nessuno alzi la testa in pubblico per dire che l´Italia è più importante di Berlusconi».
È realistica la proposta di D´Alema, andare alle urne con una coalizione di tutte le opposizioni?
«Certo che lo è. È la linea emersa nell´ultima direzione del Pd».
E i dissensi?
«Chi potrebbe sottrarsi a un´ipotesi del genere con il rischio che Berlusconi trascini il Paese nel baratro? In un tempo normale Fini e Vendola non possono stare insieme. Ma non è un tempo normale. Allora, prima si tutelano le regole e si sconfigge l´anomalia Berlusconi. Poi si torna al confronto fisiologico tra destra e sinistra».
Quando bisognerà scegliere il candidato premier di questa alleanza, esploderanno i problemi?
«Se c´è la convinzione di vivere una situazione di emergenza voglio vedere un leader qualsiasi che dice: no, signori, è più importante la mia candidatura della salvezza dell´Italia».

La Repubblica 01.02.11

"Le donne lo distruggeranno: la rivincita del fondoschiena", di Mila Spiccola

Migliaia di firme, testimonianze, indignazioni, il tappeto sterminato delle foto cambiate sui profili di facebook, la ritrovata voglia di alzare la testa. A onor del vero va riconosciuto a Ruby e al premier che erano anni che non si sollevava un simile dibattito sulla dignità delle donne. Segno che la misura è colma? Mi sono inorgoglita per tutte le testimonianze, per le prese di posizione e le dichiarazioni ben argomentate di tante donne. Una rivoluzione rosa.

Però… non tutto torna. Cosa voglio dire? Mi pare che in queste settimane si sia sentito un gran trambusto di pentole, di stoviglie, e meno male, visto il silenzio decennale e imbarazzante delle donne sulle donne, ma nulla di nuovo dal fronte occidentale: quello dei maschi.

Il problema è sempre quello ( oggi come qualche anno fa, quando venni crocifissa per le mie parole che, visti gli sviluppi, si sono rivelate profetiche): che in Italia un bel fondoschiena val più di due lauree e che il problema non sono le donne (che allora erano mute) e nemmeno più di tanto Berlusconi, ma gli uomini. Le donne oggi parlano. Ma il silenzio degli uomini sugli uomini non è preoccupante?

Quanti uomini dichiarano che il comportamento del premier ha offeso la loro dignità? Che loro sono diversi? Il sospetto è che un loro appello si esaurirebbe in pochissime firme.

Incrociamo alcuni dati, apparentemente distanti ,come fa la finanza per scovare gli evasori. Dati significativi e drammatici che riportano la discussione dal rosa e dall’indignazione, al nero e alla preoccupazione.. Al di là delle discriminazioni di genere in ogni campo, l’Italia è uno dei primi paesi al mondo per consumo di pornografia e per traffico della prostituzione. Circa il 60% delle prostitute sono ormai straniere, segno che la domanda (più che l’offerta) è enorme e crescente. Non so fino a che punto valga l’assunto “ciascuno è libero di far quel che vuole” perché questi dati rasentano più che il costume la patologia. Esiste una patologia sessuale nella testa della maggior parte degli uomini italiani? Il sospetto non è peregrino.E la diagnosi viene dagli osservatori esteri.

Quando gli amici stranieri ci chiedono “ come potete tollerare tale premier?” lo sanno che l’Italia si è trasformata silenziosamente in una grande casa di tolleranza? O continuiamo a millantarla come “capacità amatoria”? Dignità offesa? Ma stai scherzando? Io sono maschio.

L’orgoglio del pene ormai fa pena e ha l’immagine impietosa del fondoschiena flaccido del premier dato in pasto alla pubblica gogna come vendetta di mille altri fondoschiena, persino di quelli su cui siedono le splendide signorine di cui si è circondato. Doveva accadere prima o poi, dico io. Che gli eccessi del nostro Tiberio comincassero a mangiarselo vivo.

Ma, più in generale, cosa rimane della dignità e dell’integrità della “persona” in Italia?

Il 13 febbraio, giorno previsto per ”la mobilitazione delle donne” ,dovrebbe essere piuttosto “la mobilitazione degli uomini e delle donne che la difendono quell’integrità”.O si apre un baratro se li interroghiamo al riguardo? In cosa consiste oggi la religione laica dei rapporti tra uomo e donna del nostro popolo?

Quali norme morali, come anche dell’umana reciproca pari considerazione, ci siamo lasciati alle spalle tacciandole sbrigativamente come moraliste? E chi dovrebbe trasmetterle?

La scuola come ascensore sociale e come luogo formativo è stata distrutta e con essa la meritocrazia, la famiglia pure, il senso dello Stato e del dovere anche (triplicati i reati contro la pubblica amministrazione), annullata ogni responsabilità personale (perchè qualcuno a cui dar la colpa lo si trova sempre), la solidarietà sociale..tutto distrutto. E l’impegno comune in prima persona? Persino a sinistra si va avanti per “leader”, a cui delegare tutte le nostre mancate responsabilità in tal senso e i nostri valori…Figurarsi a destra.

La verità è che il contegno del premier è condannabile nella misura in cui riusciamo a far fronte comune contro un comportamento senza norma che è ormai collettivo e che nella mercificazione dei corpi ha solo il suo aspetto visibile.

Non solo B, ma la maggioranza delle donne e degli uomini agiscono contro se stessi e la propria dignità nel sottovalutare taluni mutamenti del comune senso della vergogna perché sottende l’assenza di altre norme, più importanti e onnicomprensive. Le donne lo stanno riconoscendo. Gli uomini?

Un collega spagnolo mi ha scritto “più che un paese di puttane siete un paese di papponi e puttanieri”. A quanti uomini italiani questa definizione fa indignare veramente come ha fatto indignare me? Quanti , in fondo, si inorgogliscono? Quanti? Quanti sono? Quanta, dell’indignazione contro Berlusconi , non è strumentalizzazione politica? Perché mi pare che i comportamenti sessuali da “addicted” (ebbene sì, altrove è una malattia , quando supera certi limiti, e non un vanto) siano diffusissimi in ambienti di potere e non e trapassano ogni schieramento politico. E’ solo il “reato”, nel caso del premier , a farci indignare? O piuttosto il reato e l’assenza di un’ adeguata e condivisa reazione ad esso si sviluppano in un contesto e in costume sociale completamente mutati negli anni?

Pesano di più i propri privilegi di classe, o di ceto, o di religione, o di ragion economica (quelli che berlusconi promette di mantenere) della propria dignità e di quella che si vuol dare alla propria nazione? Quale nazione?

In una realtà che ha quei numeri riportati sopra non sono più calate dal cielo certe tragedie: la prima causa di morte in Italia per le donne è la violenza. Non ditemi esagerata. Non ditemi: cosa c’entra. Ricordiamoci dei finanzieri per favore: mettiamo in relazione i dati. Quelle morti non nascono da follie individuali, ma da un comportamento sociale CONDIVISO riguardo al tema del rispetto verso la donna: esattamente QUESTO comportamento sociale che vede la persona , la donna in particolare, risolversi nella sua apparenza fisica. Tanto da convincerne le donne stesse: perchè non hanno via di scampo. Tanto da poter affermare che non esiste tragedia peggiore per una donna dell’essere brutta. E le battute su Rosy Bindi si moltiplicano e fanno ridere gente di destra come di sinistra.

“Che male c’è, suvvia, su tutto si può ridere”. L’Olocausto nacqua da una battuta. E lo stiamo vivendo l’Olocausto delle donne in Italia. I numeri delle morti recano il segno di una carneficina. Sempre sottaciuta.

Segno dell’assenza totale di una elementare educazione sentimentale e sessuale che metta al primo piano l’essere, la persona e non il suo apparire, anzi il suo apparire come oggetto. Che si sovrappone a un’ overdose di stimoli sessuali, considerati normali, che arrivano da ogni parte: pubblicità, televisioni, giornali (guarda caso in maggioranza concentrate nelle mani della stessa persona che ha traghettato l’immaginario collettivo dal drive in al bunga bunga). Il segnale più allarmante è l’aumento delle violenze sessuali tra i ragazzi. Tra l’altro non riconosciute come tali da loro stessi. E’ davvero il baratro: il “che male c’è” di fronte al reato (nel caso d Ruby), di fronte alla violenza (nel caso dei ragazzi).

Da coloro che guidano il Paese “tutti attendono esemplarità, nel pubblico e nel privato.” Il problema sta nel ridefinire il concetto di comportamento esemplare e di condividerlo con tutti.

Perchè il carrozziere che evade tranquillamente le tasse (e che ovviamente ha il suo bel calendario di donne nude appeso in vista..che male c’è? Tutta grazia di Dio e ritiene il buon Presidente uno che la vita se la sa godere) ha un suo concetto di comportamento esemplare che evidentemente risulta milioni di anni luce da quello di un altro “esemplare” servitore dello Stato che paga le tasse e che come senso della vita ha uno sguardo ben più ampio, e magari non si limita a un senso solo, il vedere, ma anche agli altri quattro e magari ci aggiunge pure la testa e i pensieri e la cultura, e, a volte, udite udite, persino il cuore.

A quanti fa comodo questo stato di cose? Le donne stanno parlando, ma a quale parte degli uomini italiani fa più comodo il silenzio? Al bistrattato uomo “medio italiano” che può permettersi di dare un ceffone alla moglie e a lei di accettarlo? Ai mille che usano senza problemi ogni tipo di discriminazione senza paura e ritegno? O a chi tuona contro il comportamento becero del premier salvo poi imporre nomi di donne nelle liste bloccate, non tanto per meriti, quanto per “quote parte” correntizie …di maschio? Il caso delle liste del PD nelle politiche del 2008 è indicativo in tal senso.

Sarà in grado il PD, questo PD, di impedirlo alle prossime?

Quanti uomini in Italia, nei luoghi del potere, delle professioni, degli incarichi cruciali, di fronte a una donna competente che scalpita per entrare , hanno il coraggio o la convinzione di dirle “rimani”? Non perché figlia, moglie o amante e dunque in grado di dar continuità al proprio potere , ma una normale donna con un’ autonoma voglia di affermare il suo valore? Che armi ha quella donna oggi in Italia? Se poi è brutta..peggio mi sento. E quanti altri non dichiarano “si, ma deve essere un minimo carina perché sennò come fai a “portarla” in giro?” persino della propria moglie eventuale? “Portarla in giro”????? Mi è capitato di sentirlo dire a un insospettabile magistrato. Quanti (donne e uomini) di quelli che criticheranno quello che scrivo non sono anche loro “colpiti dal virus” senza nemmeno rendersene conto, ammantati dal pregiudizio della propria assoluzione?

E quanti altri si rendono conto che, nel loro essere diversi, non fanno testo, perchè il sistema è un altro? Il sistema si avvicina pericolosamente a quei dati e non a piccole isole felici.

Dunque non ha ceto, colore, cultura, latitudine, ma solo genere, questo disastro. Però ha un nome: si chiama arretratezza culturale e sociale questo predominio dell’apparire a scapito dell’essere che reca con se tutto il resto. Prendiamone atto per migliorare.

La prima via di guarigione è l’ammettere di essere malati.

Ad ogni modo, mi rifiuto di accettare l’assunto che se non appari non sei. Per Berlusconi poi,per molti, se non appari bella non esisti. Anzi, sei da vituperare, da discriminare, da escludere, da eliminare. Solo per lui?

La bruttezza è diventato l’ ultimo tabù morale in una società fondamentalmente amorale.

Sono riflessioni amare che abbiamo fatto più volte noi donne. Gli uomini mai. Le abbiamo messe tutte in fila prima di svegliarci adesso all’improvviso sommamente indignati? Uomini. Quanti siete?

Ho chiesto a un amico: se una donna di potere ti offrisse 10 mila euro per un rapporto sessuale e poi ti offrisse una carica politica importante tu ci staresti? Ci troveresti qualcosa di male? Risposta: “E me lo chiedi? Ma persino se fossi gay”. Esiste il maschile di zoccola?

Le parole sono importanti, gli aggettivi sono importanti. Mi sa che lessico e sintassi del popolo italiano abbiano bisogno di essere riscritti, come anche l’etica comune. Sarebbe la vera rivoluzione. Un proverbio dice: ogni uomo è ciò che mangia e il clima in cui vive. La rivoluzione forse si sta facendo in cucina, la stanno facendo le donne, ma poi la devono mangiare tutti, fuori, alla luce del sole.

L’Unità 01.02.11

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“Anche noi uomini dobbiamo dire basta” Da Placido a Salvatores: dignità violata, di ANNA BANDETTINI e RODOLFO SALA

La mobilitazione partita dalle donne nelle piazze e sul web e raccolta da Repubblica. Sul nostri sito appelli e già centinaia di foto all’iniziativa “Sono donna e dico basta”. Sabato il raduno di LeG, aderisce anche Scalfaro. L’appello di Ginsborg.
“Anche noi uomini dobbiamo dire basta” Da Placido a Salvatores: dignità violata. Non solo l’indagine giudiziaria e l’agone politico. Nei prossimi giorni Silvio Berlusconi dovrà vedersela anche con la piazza. Sabato 5 al Palasharp di Milano con Libertà e Giustizia che porterà sul palco Umberto Eco, Paul Ginsborg, Gustavo Zagrebelski, Roberto Saviano, ci sarà anche Oscar Luigi Scalfaro intervistato da Sandra Bonsanti. E cresce di giorno in giorno il numero delle adesioni per la manifestazione del 13 febbraio quando nelle piazze delle città italiane per reclamare “la dignità delle donne” si mobiliteranno non solo le donne ma anche gli uomini chiamati in causa dalla lettera di suor Rita pubblicata ieri da Repubblica e soprattutto dall’appello lanciato da donne di professioni e orientamenti diversi della società civile e della politica (“diciamo agli uomini se non ora quando?” si legge sul il documento lanciato da Cristina Comencini a Francesca Izzo del gruppo Di Nuovo, e poi Giulia Bongiorno, Silvia Costa, Susanna Camusso, Licia Colò, Anna Finocchiaro e tante altre).

Ci sta il regista Gabriele Salvatores (“perché il maschile e il femminile anche in natura convivono insieme e si rispettano”) in linea con lo scrittore Tiziano Scarpa (“se fossi una donna sarei incazzata. E siccome sono una donna, perché come tutti dentro di me c’è un po’ di maschio e un po’ di femmina, sono molto incazzata anch’io”) e Valerio Mastandrea (“il modello maschile che ci viene mostrato dalla politica è triste ed è il
terreno in cui crescono le violenze sulle donne”). Aderisce convinto Moni Ovadia: “Non mi riconosco nel modello del maschio stallone o ruffiano. Il mondo maschile è già colpevole per aver taciuto l’uso del ruolo della donna in questi anni. Ora è arrivato il momento di far sentire la nostra voce”. E Michele Placido. “Aderisco non solo come compagno di una donna giovane che mai potrebbe concepire di avere relazioni come quelle che ha in uso il presidente del Consiglio, ma anche per i miei figli: quello che stanno vedendo lascerà ferite”.

Intanto crescono le adesioni all’iniziativa di Libertà e giustizia. Le firme per chiedere le dimissioni del premier sono ormai centomila, ieri è arrivata quella di Rosy Bindi, presidente del Pd: “Tutti insieme, donne e uomini liberi di questo Paese, facciamo sentire che non siamo più disposti a sopportare il degrado morale, le menzogne, gli abusi di potere del capo del governo; difendiamo la dignità della nostra democrazia e della Costituzione”. Sentono il bisogno di aderire, con brevi messaggi, moltissimi italiani residenti all’estero, impossibilitati a partecipare al raduno del 5 febbraio. Paul Ginsborg, che sabato sarà sul palco del Palasharp insieme a Umberto Eco, Roberto Saviano e Gustavo Zagrebelsky, invoca “una mobilitazione costante e vigile di fronte all’atteggiamento determinato di Berlusconi, che parla di scontro finale; è essenziale che certi messaggi e certe prese di posizione del premier non passino senza un’opposizione pacata e sobria, ma ferma e molto partecipata”.

La Repubblica 01.02.11

"Meno fondi ai corsi di recupero. Lezioni spostate al mattino", di Lorenzo Salvia

I corsi di recupero ci sono dal 2007, dice la legge che le scuole li devono organizzare per sostenere chi è rimasto indietro dopo gli scrutini di metà anno. Ma al momento del debutto c’erano a disposizione 210 milioni di euro, anche se l’allora ministro Giuseppe Fioroni infilò in quella voce pure vecchi fondi destinati ad altri capitoli. Mentre quest’anno siamo scesi a 43 milioni e mezzo. Allo scientifico Righi di Roma hanno cominciato ieri: corsi di recupero per chi, con la pagella di gennaio, ha portato a casa qualche insufficienza. Non al pomeriggio, in aggiunta all’orario normale. Ma al mattino, al posto delle solite lezioni, mentre i compagni più bravi si dedicano all’approfondimento per non andare troppo avanti con il programma. All’Istituto tecnico Scalcerle di Padova hanno fatto la stessa scelta: «Le lezioni al pomeriggio — dice il preside Giulio Pavanini— sono controproducenti perché appesantiscono chi ha già un rendimento zoppicante. Ma soprattutto costano troppo e le nostre casse stanno come stanno» . Eccolo qui il motivo della piccola rivoluzione silenziosa che sta attraversando le scuole italiane. I corsi di recupero ci sono dal 2007, dice la legge che le scuole li devono organizzare per sostenere chi è rimasto indietro dopo gli scrutini di metà anno. Ma al momento del debutto c’erano a disposizione 210 milioni di euro, anche se l’allora ministro Giuseppe Fioroni infilò in quella voce pure vecchi fondi destinati ad altri capitoli. Mentre quest’anno siamo scesi a 43 milioni e mezzo. Un dato ufficializzato pochi giorni fa dal sottosegretario all’Istruzione, Guido Viceconte, nella risposta ad un’interrogazione di Manuela Ghizzoni del Pd che parla di «stanziamenti ridotti e in ritardo» . Obbligo di legge da un parte, fondi in calo dall’altra. E nel mezzo i presidi con il compito di far quadrare i conti. Finora quasi tutte le scuole questi corsi li tenevano al pomeriggio, senza toccare il normale orario scolastico. Ma così bisogna pagare gli straordinari o chiamare un professore esterno. E alla scuola ogni ora di recupero costa 70 euro anche se all’insegnante ne entra in tasca la metà. Le ore del mattino, invece, rientrano nello stipendio normale ed i corsi diventano a costo (quasi) zero. Va bene così? «Capisco — osserva Giorgio Rembado, presidente dell’Associazione nazionale presidi — che diversi istituti abbiano fatto questa scelta per problemi di bilancio. Ma attenzione: quelle ore non possono essere conteggiate nel tempo scuola. E per legge i giorni di lezione devono essere almeno 200» . La tentazione, però, è forte. Altri istituti sperimentano un modello misto: corsi sia al mattino che al pomeriggio, un occhio alla cassa e uno ai programmi. È così all’istituto tecnico Gentileschi di Milano: «Per le classi prime — dice il preside Agostino Miele — al pomeriggio abbiamo solo il cosiddetto sportello metodologico, per insegnare ai ragazzi come studiare. Tutto il resto lo facciamo al mattino» . La stessa scelta del liceo Pigafetta di Vicenza, dove il recupero al mattino si fa solo nelle classi dove gli insufficienti sono almeno uno su quattro. «Apprezzo gli sforzi per trovare nuove soluzioni— dice Giovanni Biondi, capo dipartimento per la programmazione al ministero dell’Istruzione— ma non si può ridurre tutto ad una questione di risorse. Se c’è bisogno di recupero il vero problema è rinnovare la didattica: abbiamo un metodo narrativo che vorrebbe insegnare le scienze nello stesso modo della storia» .

Il Corriere della Sera 01.02.11

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“Il taglio dei corsi di recupero. Così si espellono gli adolescenti”, di Silvia Vegetti Finzi

Con il taglio dei fondi alla scuola molti servizi vengono meno, tra questi i corsi di recupero che, in molti casi, avevano già perso il rigore iniziale. Se in un primo tempo ogni insegnante poteva, oltre l’orario scolastico, seguire gli alunni che, nella sua classe, avevano accumulato debiti formativi, successivamente, per risparmiare sugli straordinari, è invalso l’uso di assemblare più classi, anche di anni diversi. In tal modo si disperde uno dei vantaggi di questo servizio scolastico, la continuità didattica. Rimane tuttavia la coerenza data dallo stile dell’istituto scolastico e dalla possibilità di frequenti comunicazioni tra i docenti coinvolti nella formazione. Di solito il successo ottenuto in una materia si ripercuote sulle altre in termini di sicurezza personale, di fiducia negli insegnanti, di incoraggiamento a procedere. L’altro vantaggio consiste nell’offrire uguali opportunità a tutti gli studenti, indipendentemente dal reddito delle loro famiglie. È sempre possibile infatti ricorrere alle lezioni private ma non tutti possono permetterselo e, in ogni caso, il programma privato non corrisponde necessariamente a quello svolto in classe. Capita che lo studente, dovendo integrare due metodi di insegnamento, di apprendimento e di studio, finisca per disorientarsi e confondersi. Durante l’adolescenza l’ambiente sociale più idoneo allo sviluppo dei processi cognitivi, affettivi e sociali è la scuola. In questo spazio il ragazzo mette a punto le nuove competenze non soltanto nelle comunicazioni verticali banco-cattedra ma anche nelle relazioni orizzontali tra i banchi. Nell’orario scolastico molto s’impara dai successi e dagli insuccessi dei compagni, dalle valutazioni degli amici, dai confronti reciproci. Gli adolescenti «espulsi» dalla scuola, anche parzialmente, si sentono pesci fuor d’acqua e possono reagire con atteggiamenti di distacco e di rifiuto, difficili da recuperare. A quell’età l’isolamento dai coetanei è il peggior castigo e la tutela affettuosa della famiglia non basta a recuperare il senso di appartenenza che solo la propria classe scolastica può dare.

Il Corriere della Sera 01.02.11

"Le bandiere della dignità", di Stefano Rodotà

L’Italia s’è desta? Le parole un po’ logore dell’Inno di Mameli sono forse quelle che meglio descrivono un panorama sociale che ha visto in queste ultime settimane appunto un risveglio civile. Un risveglio persino inatteso, e che fa riemergere una idea e una pratica della politica che sembravano scomparse, sequestrate dall´intreccio perverso tra derive oligarchiche, uso privato del potere, perdita dell´etica pubblica, degrado del linguaggio, azzeramento della dimensione argomentativa.
E´ sempre opportuno non abbandonarsi ad entusiasmi frettolosi. Ma è altrettanto sbagliato non cogliere i segni del mutamento, sottovalutarli solo perché non stanno negli schemi canonici, e anzi se ne distaccano.
Nei mesi passati avevamo sofferto il silenzio della democrazia, emblematicamente testimoniato dalla chiusura del Parlamento, e l´assenza della politica come capacità di guardare a fondo nelle dinamiche reali. Ora quel silenzio è stato rotto, la voce è quella di persone che trasformano l´indignazione in richiesta perentoria di cambiamento, restituendo così alla politica quella presenza che sembrava scomparsa.
Elogio tardivo del movimentismo? Ricordiamo, allora, le parole che aprono Millennium People di James Ballard: “Una piccola rivoluzione stava avendo luogo, così modesta e beneducata che quasi nessuno l´aveva notata”.
Chi sottovaluta, o pensa solo di strumentalizzare, il variegato mondo di quelli che protestano, manifestano, si organizzano, non si rende conto che questa novità sociale interviene nel cuore di una crisi drammatica, ne denuncia la gravità foriera di grandissimi rischi, e indica pure una via d´uscita. Proprio la drammaticità della situazione che stiamo vivendo obbliga a cogliere la profondità di un malessere che non si vuole più sopportare. Le persone rifiutano d´essere considerate solo “carne da sondaggio”, “consumate” da distruttive logiche di mercato, frammentate dall´abbandono d´ogni logica sociale.
In un paese afflitto da egoismi e corporativismi, nessuno tra quelli che si uniscono per protestare sta rivendicando un interesse particolare. E´ una novità importante. Gli studenti, i professori, il mondo della cultura si sono fatti sentire perché non sia fatto tacere il sapere critico, per rivendicare la conoscenza come bene comune.
Gli operai hanno ridato forza alla parola “dignità”, la stessa che guida le donne, che sono poi quelle che hanno individuato con più nettezza l´effetto devastante di un uso del corpo femminile che segna il punto estremo del degrado culturale e porta con sé una devastante idea del potere.
E´ questa la ragione che spinge tanti uomini ad associarsi alle loro iniziative, nelle quale ricompaiono, inattese e benvenute, le ragazze, che tuttavia non si chiudono solo in questa “rivendicazione”, ma sono presenti ovunque.
Si ricostruiscono così legami sociali, ceti e generazioni diverse tornano a parlarsi, parole che sembravano perdute, come “solidarietà”, “interesse generale”, “bene comune”, “moralità” si ripresentano come ineludibili punti di riferimento.
Siamo al di là della categoria dei “ceti medi riflessivi” con la quale Paul Ginsborg aveva correttamente analizzato un´altra fase del risveglio della società civile. Quel che sta avvenendo in questo momento, infatti, è proprio l´emergere di una diversa società civile, composita, con una crescente capacità di auto-organizzazione, con una marcata autonomia.
Novità che hanno le loro radici soprattutto nell´uso della Rete, dov´è tutto un ribollire di iniziative, di discussioni magari sgangherate ma vitalissime. E, muovendo dalle piazze virtuali, i cittadini tornano ad affollare le piazze reali.
Vi sarà qualcuno, nello stanco ceto politico, capace di misurarsi con questo magma ribollente, realizzando quell´alleanza che tanto ha contato nel successo di Obama?
Oggi, infatti, si fa più urgente il problema dell´”interlocutore politico” di questa nuova società. Un interlocutore che dev´essere attento e umile, nel senso del rispetto dovuto a chi sta mettendo in gioco se stesso e, giustamente, rifiuta mediazioni troppo interessate. L´esempio è venuto dal Presidente della Repubblica quando, ricevendo gli studenti, ha colto la novità dei tempi, la richiesta, insieme, di un rapporto con le istituzioni e di un loro rinnovamento.
Non è un caso che i diversi movimenti siano unificati da un riferimento convinto alla Costituzione. Un´altra rilevante novità, infatti, è rappresentata proprio dal fatto che la Costituzione sta di nuovo incontrando il suo popolo. Se si vuole costruire una vera agenda politica, è da questo dato fondativo che bisogna partire, che illumina le diverse, puntuali indicazioni che vengono dai diversi soggetti del movimento in corso e che compongono un quadro programmatico selettivo e convincente.
Così, e non con improbabili alchimie, si costruisce un vero consenso politico. E si può contrastare un vizio impunito nella politica italiana, che si manifesta ciclicamente, e che consiste nel tentativo di cogliere qualsiasi occasione per cercare di liberarsi proprio del “programma costituzionale”.

La Repubblica 01.02.11

"Il «patto» di Berlusconi serve soprattutto a preparare il voto", di Stefano Folli

Non ci voleva molto per capire che la lettera ben argomentata di Silvio Berlusconi al «Corriere della Sera» aveva tre obiettivi. Primo, recuperare qualcuno dei temi liberali, connessi a una concezione dinamica dell’economia e dello sviluppo, che il Pdl ha quasi sempre trascurato nei suoi anni al governo del paese. Secondo, ravvivare questi stessi temi allo scopo di riprendere il contatto con una base sociale, legata al mondo dell’impresa, che oggi non nasconde la sua delusione di fronte al magro bilancio dell’esecutivo.
Terzo, dimostrare che nessun «patto bipartisan» è possibile con la sinistra, sia pure moderata. Per cui la «rivoluzione liberale» può tornare a essere, diciassette anni dopo, un argomento di campagna elettorale. Forse niente di più: una bandiera da sventolare sottraendola agli avversari.
Tutto questo era piuttosto scontato. Berlusconi ha impiegato mezza giornata per passare da un giudizio positivo su Bersani (l’uomo sensibile alle liberalizzazioni) a una sentenza di condanna: «È insolente e irresponsabile». Ma è chiaro che bisogna distinguere il merito delle proposte dalla loro cornice politica. Nel merito i temi riproposti dal premier definiscono – e non da oggi – la strada giusta per ridare slancio all’economia. Tuttavia non ha torto Casini quando dice: «Ma il governo ha avuto quasi tre anni di tempo per avviare questo programma. Perché non lo ha fatto?».
Per quanto riguarda il quadro politico, invece, è talmente sfilacciato che il primo a non nutrire troppe illusioni è proprio Berlusconi, assediato e isolato come mai gli era capitato nella sua lunga stagione politica. Allo stato delle cose, l’opposizione – nelle sue diverse espressioni – non ha alcun interesse a rilegittimare il presidente del Consiglio, ritenuto ormai non più credibile. Del resto, come si può pensare che ci sia spazio per accordi trasversali quando si marcia dritti verso le elezioni anticipate?
Berlusconi sta cercando di definire la sua piattaforma elettorale e lo stesso fa il Partito Democratico. Soprattutto da quando D’Alema ha rotto gli indugi e ha riconosciuto che andare a votare è meglio di una lunga e rischiosa stagnazione. Lo scenario si è rovesciato rispetto a un paio di mesi fa. Oggi è l’arco degli oppositori (dal Pd al «terzo polo» a Di Pietro e Vendola) che si dice pronto alle urne. E sarebbe strano il contrario, considerando gli affanni senza precedenti del premier.
Viceversa il partito berlusconiano ha smesso da tempo di minacciare le elezioni e segue l’indirizzo di un leader convinto di poter resistere. Ma tutto è appeso a un filo. Un filo che porta all’inchiesta giudiziaria su Arcore e a un passaggio cruciale come il federalismo fiscale. Si è capito che nella Lega esistono due posizioni diverse, quella di Maroni e quella di Calderoli. Il primo propenso a chiudere con il voto lo psicodramma politico, così da inaugurare al più presto una stagione nuova: anche senza Berlusconi, si suppone. Il secondo disposto quasi a tutto per difendere nel merito il federalismo (ma non a spezzare l’alleanza con il premier) e determinato a non arrendersi in Parlamento.
Non basterà il probabile voto sfavorevole di giovedì al testo Calderoli, nella commissione bicamerale, per chiudere la legislatura. Si andrà avanti e il governo porterà in aula i decreti federalisti. Ma il filo che sorregge il governo sarà ancora più tenue. Almeno fin quando non avrà parlato Bossi.

Il Sole 24 Ore 01.02.11

"Valutazione docenti: Firmato il decreto applicativo", di Reginaldo Palermo

Il testo del decreto, di cui diamo una anticipazione, è formato da 16 articoli. Si potrà premiare non più del 75% dei docenti in servizio e sarà vietata la distribuzione “a pioggia”. Sui siti delle scuole dovranno essere pubblicati nomi, curricoli e premi assegnati
La bocciatura del progetto di sperimentazione sulla valutazione dei docenti ha già avuto un primo risultato: i ministri Gelmini, Brunetta e Tremonti hanno deciso di rompere gli indugi ed hanno già predisposto il testo di decreto applicativo a cui manca ormai soltanto il via libera del Consiglio dei Ministri per diventare operativo.
Il decreto (13 pagine in tutto) si compone di 16 articoli: i primi 3 sono dedicati a delineare i caratteri generali del provvedimento (oggetto e finalità, principi generali, merito e premi); i successivi 6 articoli affrontano i diversi aspetti del sistema “premiale” nelle istituzioni scolastiche del primo e del secondo ciclo di istruzione.
Quattro articoli sono dedicati all’Afam e altri 3 agli enti di ricerca.
L’articolo 3 del provvedimento non lascia spazio a discussioni; il secondo comma recita infatti: “E’ vietata la distribuzione in maniera indifferenziata o sulla base di automatismi e premi collegati alla performance in assenza delle verifiche e attestazioni sui sistemi di misurazione e valutazione adottati ai sensi del decreto legislativo n. 150 del 2009, secondo le modalità di applicazione del presente decreto”.
L’articolo 8 (Trasparenza) impone alle scuole di pubblicare sui propri siti internet tutti i dati relativi al ciclo della performance (l’ammontare complessivo dei premi collegati alla performance stanziati e l’ammontare dei premi effettivamente distribuiti al personale, analisi dei dati relativi al grado di differenziazione nell’utilizzo della premialità del personale, nonché i curricoli dei titolari di posizioni organizzative, incarichi retribuiti e non retribuiti conferiti a dipendenti pubblici e soggetti privati).
Lo stesso articolo precisa che la mancata pubblicazione di tali dati preclude l’erogazione della retribuzione di risultato al dirigente scolastico della scuola inadempiente.
L’articolo 9 chiarisce poi che i premi potranno essere assegnati ad una fascia di insegnanti che non potrà comunque superare il 75% del totale dei docenti in servizio nella scuola.
L’intero sistema potrà entrare in vigore solo dopo che il Ministero dell’Istruzione avrà provveduto ad emanare un apposito provvedimento con il quale dovranno essere
individuati “le fasi, i tempi, le modalità, i soggetti e le responsabilità del processo di misurazione e valutazione della performance, nonché le modalità di monitoraggio e verifica dell’andamento della performance”.
Il provvedimento non parla del personale Ata per il quale le norme contenute nel “decreto Brunetta” avrebbero dovuto essere recepite già quest’anno nei contratti di istituto.
Il testo del decreto è stato consegnato nel pomeriggio del 31 gennaio alle organizzazioni sindacali che per il momento non hanno ancora commentato il documento.

La Tecnica della Scuola 31.01.11