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Inaugurazione dell'anno accademico scoppia la protesta dei ricercatori

Uno striscione rosa srotolato nell’aula magna di Economia con le firme di ricercatori che chiedono la votazione a suffragio universale per l’elezione della commissione per lo Statuto dell’ateneo. Un lungo striscione rosa srotolato nell’aula magna della Facoltà di Economia con 800 firme di ricercatori che chiedono la votazione a suffragio universale per l’elezione della commissione per lo Statuto dell’Università di Torino è stato srotolato oggi durante l’inaugurazione dell’anno accademico 2010-2011 dell’ateneo torinese.
“I precari della ricerca – ha detto al microfono uno dei ricercatori dopo l’esposizione dello striscione – pensano che il risveglio democratico, citato nella sua relazione dal Rettore, Ezio Pelizzetti, debba cominciare dall’università. Noi chiediamo che tutti i membri dell’ateneo possano esprimersi”.
La richiesta è supportata dal Senato degli Studenti. Alice Graziano, presidente dell’organo universitario, ha affermato che “questa proposta non può essere liquidata come non prevista dalla legge perchè – ha sottolineato – altre università, come quella di Trieste, si sono già mosse in questo senso”.
Graziano ha chiesto che 3 membri su 12 vengano eletti democraticamente.
Per quanto riguarda i tagli alle risorse finanziarie, Loredana Segreto, direttore amministrativo dell’ateneo, ha sottolineato la “fatica importante” di ridurre le spese di 10 milioni di euro all’anno e le “ricadute negative per l’intero territorio”.
Contro la riforma Gelmini, all’esterno della Facoltà di Economia, il Collettivo universitario autonomo ha appeso uno striscione con la scritta “Niente da inaugurare, la riforma Gelmini non passerà” e ha acceso un fumogeno per attirare l’attenzione degli studenti.

La Repubblica 01.02.11

Bersani: "Berlusconi tolga paese e se stesso da imbarazzo. Faccia un passo indietro"

Respinta al mittente la proposta lanciata oggi dal premier tramite una lettera Corriere della Sera per una collaborazione tra il governo e l’opposizione per fare le riforme economiche. Silvio Berlusconi dopo quasi 3 anni di muro contro muro aveva scritto al Corriere della Sera per proporre a Bersani un piano bipartisan per la crescita. Per il segretario del Pd, così come per il resto dell’opposizione, il patto per la crescita arriva fuori tempo massimo. È il leader del Partito Democratico a chiarire le ragioni del no: “Per rivolgersi credibilmente all’opposizione Berlusconi dovrebbe potersi rivolgere credibilmente al Paese e alla comunità internazionale: così non è. Noi nel ruolo che abbiamo siamo pronti a prenderci le nostre responsabilità ma lui deve fare un passo indietro e togliere dall’imbarazzo se stesso e togliere dall’imbarazzo e dalla paralisi il Paese”.
Di fronte a queste argomentazioni, il premier non ha trovato di meglio che definire ‘insolente’ la risposta di Bersani: “La reazione di Berlusconi è la triste risposta di una persona che sta cercando tutti gli appigli per rimanere incollato alla sua poltrona – ha commentato Maurizio Migliavacca coordinatore della segreteria nazionale del Pd – e la mano che ha scritto la lettera al Corriere è diversa dalla sua. La vera faccia del premier è questo ringhio rabbioso che non vuole prendere atto del suo fallimento, anche a costo di farne pagare il prezzo agli italiani”.

Per Enrico Letta, il vicesegretario del PD, “la proposta arriva a tempo scaduto e dimostra semmai la disperazione di chi cerca un diversivo. Su quei temi ci confronteremo o con un altro premier di centrodestra, o con Berlusconi in campagna elettorale”. Se confronto Berlusconi-Bersani ci deve essere, secondo l’esponente Pd, questo deve comunque avvenire “in televisione, oggi, subito, sui temi centrali della vita politica del Paese. Questo sarebbe un modo per non buttare la palla in calcio d’angolo e per andare dagli italiani e affrontare le questioni reali”. Letta aggiunge di non credere che il problema sia l’articolo 41, ma il fatto che sulle liberalizzazioni questo governo di centrodestra ha fatto ampi passi indietro. Quanto alla patrimoniale, Letta, come Berlusconi, ritiene che non si tratti dello strumento per rilanciare l’economia.
Per Stefano Fassina, responsabile Economia e lavoro del Partito democratico “quella del presidente del Consiglio è pura propaganda e anche di pessima qualità, perché ormai il personaggio ha perso ogni credibilità”. Intervistato da Affaritaliani.it, Fassina ricorda che quella del premier è una proposta che i democratici hanno avanzato al capo dell’esecutivo “all’inizio della legislatura e Berlusconi e il suo governo si sono guardati bene da corrispondervi”.
Poi in un comunicato va giù duro: “Il nostro presidente del consiglio ritiene che gli italiani siano stupidi. Oggi, come fosse appena arrivato a Palazzo Chigi, propone a Bersani un piano bipartisan per la crescita, dopo aver governato a colpi di decreti e voti di fiducia e aver respinto, senza neanche discutere, le proposte presentate dal Pd dal giugno 2008. Berlusconi denuncia il nostro drammatico debito pubblico, ma dimentica di dire che durante i suoi dieci anni di governo è sempre aumentato, anche quando la crisi economica non c’era, e che è sempre stato il centrosinistra a ridurlo. Dimentica di dire che ha già tentato di vendere il patrimonio pubblico con le cartolarizzazioni del 2004 finite con i riacquisti da parte dell’inps e lauti profitti per gli advisor ed intermediari bancari. Dimentica di dire che gli incentivi alle imprese per la ricerca e gli investimenti introdotti da Bersani nel 2006 il suo governo li ha svuotati. Dimentica anche di dire che, tra aumenti di imposte e tariffe per i servizi pubblici, il 2010 è stato anno record per pressione su lavoro ed imprese. Infine, dimentica di dire che il federalismo del suo compare bossi, raddoppia la patrimoniale su artigiani, commercianti e piccole imprese attraverso il mascheramento dell’imposta municipale. Il presidente Berlusconi non riesce più neanche a fare propaganda. L’unica azione utile che può fare per l’Italia è dimettersi”.

Certo fa sorridere che il presidente del Consiglio si rivolga a Pier Luigi Bersani definendolo ‘sensibile’ al tema delle liberalizzazioni. Ed ironica è la reazione di Oriano Giovanelli, responsabile Forum P.A. del Pd: “Dal campione del monopolio ci saremmo aspettati un maggior rispetto per il capo dell’opposizione che è il vero padre delle liberalizzazioni e delle riforme a favore della concorrenza in Italia. E crediamo sia tra i pochi a poter garantire al paese, anche per il futuro, quelle riforme per i cittadini e per le imprese che questo governo non è stato capace di fare in sette degli ultimi dieci anni.”

Berlusconi attui la nostra mozione. Comunque prima di scrivere il premier poteva vedere gli atti depositati in parlamento. “C’è qualcuno in questo Paese che può rifiutare un piano per la crescita? No. Ma c’è qualcuno che può pensare di affidarne l’attuazione a Silvio Berlusconi sperando che invece di occuparsi dei fatti suoi si possa impegnare per l’Italia come ha dimostrato di non sapere o di non potere o di non voler fare in questi due anni di governo? Noi no!” Così Michele Ventura, vicepresidente vicario dei deputati PD e membro della Commissione bilancio della Camera commenta la lettera-offerta del presidente del consiglio.
“Abbiamo approvato a larga maggioranza alla Camera, lo scorso dicembre, la mozione del PD sul fisco – ricorda Ventura – Ma prima e dopo quella data tutte le istituzioni sono state piegate e bloccate dal Ruby-gate. Berlusconi fa la sua solita propaganda evocando per titoli temi importanti (dall’aiuto alle aziende e ai giovani) che non ha mai voluto affrontare. E ora col Federalismo, come fanno notare i media imprenditoriali, le tasse diminuiscono per chi ha seconde case e aumentano per chi investe e crea lavoro. Non s’inventi revisioni di articoli della Costituzione, gli strumenti per far crescere il Paese ci sono, ma questo governo non è stato capace”.
Parole simili dal capogruppo del Pd in commissione Trasporti e Telecomunicazioni alla Camera, Michele Meta: “Il Presidente Berlusconi, che propone oggi un patto bipartisan per la crescita dell’economia italiana, potrebbe dare un’occhiata alle decine di proposte depositate in Parlamento in questa legislatura dal Pd e snobbate senza alcuna considerazione di merito dai suoi colonnelli. Una delle conseguenze devastanti dell’anomalia berlusconiana – spiega Meta – è proprio l’aver stravolto le sedi di rappresentanza istituzionale come il Parlamento. Non basta, quindi, svegliarsi oggi e proporre un accordo di merito su riforme che fino ad ora sono state chiuse nel cassetto perché l’unica strategia della maggioranza era quella di vivere alla giornata assecondando i sondaggisti”.
“La drammatica crisi istituzionale e l’emergenza democratica, richiamata ieri da Massimo D’Alema, impone scelte chiare – aggiunge Meta – per ricostruire un nuovo patto istituzionale e politico che vada oltre Berlusconi, verso la nascita di un bipolarismo al servizio dei cittadini. Si tratta di un obiettivo necessario per l’Italia. La via d’uscita non può che essere il voto dove, come suggerito da Goffredo Bettini nelle scorse settimane, si dovranno confrontare – spiega il membro della direzione nazionale del Pd – una grande alleanza di forze politiche responsabili, interessate al futuro dei giovani e dell’Italia, con quella reazionaria e conservatrice guidata da Berlusconi e mossa da interessi particolarissimi che hanno in tutti questi anni frenato l’innovazione e i talenti del Paese. In questo scenario – conclude Meta – il Pd ha l’occasione preziosa di riattivare la voglia di partecipazione del nostro popolo, e dei delusi dalla destra, mettendo in campo proposte credibili che parlino prima di tutto al Paese”.

I commenti dei lettori del Corriere della Sera sul sito del quotidiano sono oltre 500 e non sono affatto benevoli. C’è chi gli suggerisce di cominciare “dall’evasione fiscale – come Nirvana59 – tanto per verificare la buona fede di Mr. B. sul “bene del Paese”. Poi le liberalizzazioni”.
Chi gli ricorda lo scudo fiscale, chi chiede perché non ha mai fatto el riforme con la mega maggioranza che aveva e chi gli da del tu spiegandogli che quelli che “chiami comunisti, fascisti e cattolici per informazione, rappresentano oltre 6 italiani su 10. Magari sarebbe ora di prendere atto che, come diceva Berlusconi all’epoca di Prodi, questo Parlamento non rappresenta più il paese. Il tifo da stadio, poi, l’avete inventato voi. È il marketing politico del PDL, non certo degli altri. Questo non è tifo, è difendersi da tentazioni masochistiche. Si faccia da parte per il bene del paese. L’Italia è ferma da troppo. Non andava avanti neanche con una maggioranza di 100 parlamentari. Questa è la tela del ragno disperato, non una proposta”.
E c’è chi come grecorob si rivolge al segretario del PD: “Considero Berlusconi inaffidabile,inidoneo a chiedere sacrifici ed un pericolo per la nostra democrazia e per le future generazioni.Non con lui bisogna trattare!Si metta da parte e se ne potra’ riparlare. Attento Bersani,un dialetto della mia terra d’origine dice che ” quando il Diavolo ti accarezza,vuole l’anima…”.

Ma.Lau

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"Graduatorie in attesa di consulta", di Alessandra Ricciardi e Carlo Forte

Pressing parlamentare di Lega e Fli per congelare le liste e bloccare l’inserimento a pettine. L’aggiornamento delle graduatorie a esaurimento resta in bilico. Il 27 gennaio, infatti, nelle commissioni riunite affari costituzionali e bilancio del senato, sono stati presentati alcuni emendamenti che mettono in discussione l’aggiornamento degli elenchi, che dovrebbe avvenire quest’anno, di fatto congelandoli.

Un emendamento in particolare, quello della Lega Nord, gode dell’appoggio anche del ministero che lo vede come una scappatoia per blindare le graduatorie in attesa della riforma del reclutamento. Ma nel frattempo tutto potrebbe complicarsi. Secondo rumors parlamentari, sta per essere emessa dalla Corte costituzionale una sentenza che rimette mano alla disciplina del settore. Di fatto dichiarando incostituzionale l’inserimento in coda alle graduatorie. Ma la portata della sentenza potrà essere soppesata solo con le carte in mano, perché nel declinare il diritto di inclusione nelle graduatorie provinciali si può passare dalle inclusione in una o in tutte e 4 le province. La Consulta ha esaminato l’ordinanza del 5 febbraio 2010 con la quale il Tribunale amministrativo regionale per il Lazio aveva sollevato dubbi di legittimità costituzionale sull’articolo 1, c. 4° ter del decreto legge 25/09/2009 n. 134, aggiunto da legge 24/11/2009 n. 167, relativo all’aggiornamento e integrazione delle graduatorie. La legge «salvaprecari» aveva chiuso il lungo contenzioso sulle iscrizioni in graduatoria (in coda o a pettine), stabilendo che l’iscrizione in graduatorie di altre province comportava l’accodamento dei nuovi iscritti. Da qui i ricorsi, davanti al tribunale amministrativo regionale del Lazio, che ha ritenuto non infondata al questione di illegittimità. Intanto, è spuntata la pista parlamentare. Con un emendamento presentato dai senatori Mario Pittoni, Mariapia Mura, Massimo Garavaglia e altri (1.0.45), il Carroccio prevede che le graduatorie ad esaurimento previste dall’art. 605 lett.c) della legge 27 dicembre 2006,n.296, vigenti per il biennio 2009/2010-2010/2011 vengano prorogate per l’anno scolastico 2011/2012. In buona sostanza, dunque, se l’emendamento made in Lega venisse approvato, i trasferimenti da una provincia all’altra verrebbero bloccati e le graduatorie di coda rimarrebbero in vita per un altro anno. In linea con questa posizione anche due emendamenti presentati dai senatori di Futuro e Libertà: Valditara, Saia, Viespoli, Baldassarri, Contini, De Angelis, Digilio, Germontani, Menardi, Pontone, D’Alia. Che chiedono la l’allungamento del periodo di vigenza delle graduatorie a esaurimento da 2 a 3 anni, comprendendo anche la proroga di un anno delle attuali graduatorie (1.129). In entrambi in casi si impediscono i trasferimenti dei docenti del Sud, a punteggio maggiore, verso il Nord, dove ci sono più posti disponibili. Oppure la mera proroga di un anno degli attuali elenchi senza incidere sulla vigenza strutturale degli stessi. Che rimarrebbe comunque biennale(1.124). Sempre in materia di graduatorie a esaurimento va segnalato un emendamento di segno contrario, che mira a mantenere le code consentendo però i trasferimenti. Si tratta di una proposta avanzata dai senatori del Pd Rusconi Mariapia Gravaglia e Ceruti (PD). Che assumerebbe la forma della norma di interpretazione autentica dell’art. 1, c.65 della legge 296/2006, nel senso di garantire comunque il trasferimento da una provincia all’altra con inserimento a pettine. E nel contempo, anche la possibilità di inserirsi in altre 3 graduatorie di altrettante province, ma in coda. Insomma, due orientamenti del tutto inconciliabili.

Per capire che sorte avranno gli emendamenti congela-graduatorie, è necessario attende la sentenza della Corte costituzionale. È probabile infatti che il governo, prima di appoggiarli, voglia capire che cosa dice la Consulta. Perché i dubbi di incostituzionalità riguardano la preclusione del diritto alla mobilità in senso lato, che in ogni caso va a incidere anche sulle code. Insomma, il rischio che si corre e che, qualunque decisione prenda il parlamento, essa sia destinata scontrarsi contro il veto della Corte costituzionale.

da ItaliaOggi 01.02.11

Maroni licenzia Berlusconi

Maggioranza spaccata: sul Corriere della Sera il ministro dell’Interno conferma l’impasse del governo e la preferenza della lega per il voto anticipato Lega. La scusa? L’eventuale bocciatura del federalismo. Finocchiaro: “All’Italia serve un altro premier”. Maroni ha chiarito la situazione. Il governo non c’è più, il Re è nudo (in tutti i sensi) e la Lega vuole le elezioni. Con o senza Berlusconi, il Carroccio è disposto a lasciare diverse vittime sul campo con la scusa del federalismo tradito.

Ma tradito da chi poi? Chi parla di federalismo nei week end davanti ai propri elettori e poi se lo scorda in un cassetto del Parlamento dal lunedì al venerdì? Chi ha prodotto diversi testi di legge di riforma federale, ognuno diverso dall’altro, per creare una tela di Penelope da creare e disfare ogni giorno? Il federalismo è la condizione di esistenza della Lega. Realizzarlo significherebbe perdere poi la ragione delle battaglie (false) che la propaganda impone. Molto meglio tenere acceso il fuoco della passione tra la gente di Pontida e dintorni per poi dire che è colpa di Roma se il federalismo del Nord non parte. Strategie e chiacchiere.

Sul Corriere della sera, Maroni avvisa “siamo convalescenti, il mio partito è da tempo pronto al voto”. Poi aggiunge che se giovedì prossimo il federalismo non passa, “andiamo tutti a casa”. Contemporaneamente, sempre dalle pagine del quotidiano di Via Solferino, il premier lancia un’ipotesi di tregua sulle riforme chiedendo l’aiuto di Bersani: una nuova trappola da rimandare al mittente senza neanche leggerla.

“Fa un po’ sorridere, tristemente, leggere stamattina la lettera del Presidente del Consiglio sul Corriere della Sera. Dopo aver devastato da mesi e mesi il clima politico del nostro Paese, dopo aver definito da sempre inaffidabile l’opposizione nel nostro Paese, dopo averci definiti ‘comunisti’, dopo non aver mai perso in minima considerazione nessuna delle nostre proposte che tempo abbiamo avanzato e dopo aver aizzato in tutti i modi lo scontro istituzionale, oggi Berlusconi, in uno dei suoi innumerevoli travestimenti, si spaccia per Premier dialogante e lancia un appello al Segretario del PD, Bersani, per un piano bipartisan per la crescita”. Lo dice Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd al Senato, commentando la lettera di Silvio Berlusconi pubblicata questa mattina dal Corriere della Sera.

“Si tratta di una proposta di dialogo non credibile – prosegue Anna Finocchiaro – alla quale non credono più nemmeno nella sua maggioranza, come testimonia sullo stesso giornale l’intervista del ministro Maroni, che, di fatto, licenzia Berlusconi, parlandone come di un leader ormai superato.
E’ la proposta di un uomo politicamente disperato che prima ha pensato di trattare le istituzioni e il Paese come fossero sue proprietà, infischiandosene di regole, di doveri e di principi, o che ora, sentendo la sua impotenza crescere, di fronte allo squallore che emerge intorno a lui e all’ incapacità politica del suo Governo cerca il colpo di teatro fingendosi statista. Liberalizzazioni, riforme, ma di che parla?”

“Berlusconi – prosegue Anna Finocchiaro – non è credibile e non lo è la sua maggioranza che per responsabilità nei confronti del Paese dovrebbe superare con decisione la sua leadership. La proposta di Berlusconi, fatta oggi, è solo fumo per coprire il fallimento delle sue scelte politiche, è un diversivo per cercare di evitare il voto”.

“All’Italia oggi – conclude Anna Finocchiaro – serve un altro Premier con un Governo che responsabilmente conduca il Paese fuori dalla melma in cui l’ha portato Berlusconi. Altrimenti l’unico confronto sano con Berlusconi sarà quello elettorale”.

Per Davide Zoggia, responsabile Enti Locali del Pd, “mentre il presidente del consiglio a pagina uno del Corriere della Sera ricorre ad alchimie di vario genere per prolungare l’agonia del suo governo e per coprire i suoi guai giudiziari e per fare vedere che è in grado di fare qualche proposta, il ministro Maroni, a pagina cinque, gli da il preavviso di licenziamento. Il ministro dell’Interno prefigura il superamento di Berlusconi, aprendo così nuovi scenari. Anche la Lega sa bene che il Paese ha un disperato bisogno di riforme e di responsabilità politica, tutte cose che Berlusconi non è in grado di garantire. Non lo ha fatto in quasi 10 anni di legislatura e ancora di meno lo farà oggi, quando la sua parabola ha imboccato la fase discendente. Ora è necessario portare il paese fuori dalle secche su cui siamo stati arenati da un berlusconismo inconcludente e dannoso che ha alimentato una paralizzante rissosità”.

Dello stesso parere anche Sandro Gozi, responsabile Pd politiche comunitarie. “Maroni confonde il giorno con la notte. Non vuole ammettere che i problemi internazionali dell’Italia sono dovuti alla totale assenza del nostro governo da qualsiasi attività ed iniziativa politica rilevante a livello
europeo e mondiale”.

“Ancora, in queste ore – continua Gozi – l’Italia ha subito l’umiliazione di una lettera a tre Merkel, Sarkozy e Cameron sull’Egitto, da cui Berlusconi è stato tenuto debitamente a distanza. A questo si aggiungono scelte molto criticate in Europa proprio sulla sicurezza e l’immigrazione, di cui lo stesso Maroni è responsabile. E poi fatti personali del premier che sono del tutto incomprensibili per qualsiasi leader democratico di qualsiasi Paese.

Gli iniziali attacchi della stampa britannica a Prodi, cui Maroni fa poi riferimento, erano al contrario dovuti a scelte politiche ben precise, che facemmo nell’interesse dell’Europa e che non piacevano a Londra. Ma se Maroni leggesse le analisi della stampa internazionale sul bilancio della Commissione Prodi si renderebbe conto che si lavorò bene e anche la stampa internazionale lo ammette. Purtroppo questo è del tutto impossibile per un governo che fa di tutto, da mesi, tranne che occuparsi dei problemi italiani”.

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"Governo, due anni di ingiustizie", di Michele Ainis

Abbiamo provato a esaminare, una per una, tutte le leggi approvate dalle ultime elezioni a oggi. Non ce n’è una che citi la parola uguaglianza. In compenso abbondano i rincari, le sanzioni, le discriminazioni. E a volte le pure follie. Ma la legge è di destra o di sinistra? Che domanda, dipende dal cuoco che la sforna, è ovvio. Sicché, applicando le categorie di Norberto Bobbio, una legislazione cucinata dalla destra sarà orientata verso la libertà anche a costo di negare l’eguaglianza, una legislazione di sinistra ci servirà in tavola un menù perfettamente rovesciato. Proviamo allora a esaminare sotto questa lente i 32 mesi del governo Berlusconi, consultando per parole chiave la banca dati delle Leggi d’Italia. Risultato: zero.

Nessuna legge cita l’eguaglianza, né “uguale”, “ugualmente” e via uguagliando (dunque Bobbio ci aveva visto giusto); però in nessuna legge risuona la parola “libertà”, né altri termini con la medesima radice. Sarà perché la funzione legislativa si è ormai spostata altrove, perché il Parlamento è poco più di un soprammobile nella casa delle nostre istituzioni? Può darsi, dato che sempre in quei 32 mesi l’iniziativa governativa copre l’82% della legislazione. E allora immergiamoci nel gran mare dei decreti. La pesca? Una sola citazione per l'”eguale importo”, appena un paio per le libertà da parte del Popolo della libertà. Insomma, il vuoto. Lo stesso deserto di valori che dai partiti si comunica alle norme, e che per loro tramite governa la nostra esistenza collettiva. E almeno in questo, le parole della legge non ingannano.

Per esempio la riforma Gelmini dell’università usa per 14 volte l’espressione «senza nuovi o maggiori oneri »: così, a scanso d’equivoci. Mentre l’art. 2 del “milleproroghe”, in vigore dal 29 dicembre, s’esprime in questi termini: «Con provvedimenti predisposti dal Commissario di governo del comune di Roma, nominato ai sensi dell’art. 4, comma 8-bis del d.l. 25 gennaio 2010, n. 2, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 marzo 2010, n. 42, che deve essere in possesso di comprovati requisiti di elevata professionalità», (ma chi, lui o la legge?), «sono accertate le eventuali ulteriori partite creditorie e debitorie rispetto al documento predisposto ai sensi dell’art. 14, comma 13-bis, del d.l. 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, dal medesimo commissario» (ma perché, è il commissario che converte i decreti?). Èin questi laghi semantici che galleggia in ultimo l’assurdo, il paradosso, il controsenso.

Così, sempre la legge Gelmini (art. 14, comma 1) attribuisce crediti formativi ai campioni olimpici e paraolimpici. Insomma se hai vinto un torneo mondiale di ping pong t’abbuono l’esame di Filologia romanza. Che ci azzecca? Ma è ancora nulla rispetto alla contraddizione fra altri due articoli della stessa legge (6 e 29): il primo fa salvo un certo articolo d’una legge preesistente, il secondo lo abroga. Come a dire che tuo nonno è sia vivo che morto. Né più né meno dei detenuti che la “svuotacarceri” (entrata in vigore il 16 dicembre) farebbe uscire di galera. In teoria sono 9.600; ma siccome questa legge manda ai domiciliari chi abbia l’ultimo anno di pena da scontare, alla prova dei fatti ne vengono fuori meno di 3 mila. Gli altri 6.600 non hanno un domicilio, né un parente che li accolga: è il popolo degli stranieri, che in Italia ha perso pure il diritto alla clemenza. D’altronde lo abbiamo perso tutti, per esempio il diritto a ottenere una fiscalità clemente, quando la pressione fiscale viaggia al 43,2%, quasi 4 punti sopra la media europea. Quando babbo Natale ci ha portato in dono il rincaro delle multe (+3,5%) così come delle sanzioni tributarie (+1%). Quando lo Stato esattore tradisce tuttavia le sue stesse parole.

Dal 2000 lo Statuto del contribuente vieta la retroattività delle leggi tributarie, ne impone la trasparenza, inibisce l’uso della decretazione d’urgenza in materia di tributi: è stato violato oltre 300 volte nella legislazione dello scorso decennio. Niente di strano, se è vero che nel 2011 i comuni possono riscuotere la tassa sui rifiuti in tre modi diversi, tutti a rischio d’illegittimità, perché i ministeri litigano e chi ci capisce è bravo (“Sole 24 Ore”, 31 dicembre).C’è allora da sorprendersi se questo legislatore schizofrenico abbia segato il ramo delle nostre libertà? Il “Wall Street Journal” ci situa al 74º posto quanto alla libertà economica, peggio del Madagascar. Secondo Freedom House la nostra stampa è «parzialmente libera», e pure in questo campo ci surclassano 71 paesi. L’International Religious Freedom Report 2010 ci ha appena bacchettato perché i privilegi che dispensiamo al Vaticano offendono la libertà di religione. Mentre l'”Economist” ci colloca tra le «flaved democracies », tra le democrazie imperfette. Per forza, con questa macchina legislativa perennemente in moto. Il presidente del Consiglio – per dirne una – ha firmato 15 ordinanze di protezione civile in una settimana (dal 17 al 23 dicembre). Ma la libertà si guadagna con una legge in meno, non in più.

L’Espresso 31.01.11

Cresce l'evasione fiscale in Italia: nel 2010 scoperti redditi non dichiarati per 49,2 miliardi

Nel 2010 gli italiani non hanno dichiarato al fisco redditi per quasi 50 miliardi di euro. Precisamente 49,245 miliardi di euro, una somma cresciuta del 46% rispetto all’anno precedente. Il dato è contenuto nel rapporto annuale della Guardia di Finanza, presentato a Roma, e conferma quanto già reso noto dal comandante delle Fiamme Gialle, il generale Nino di Paolo, ai membri della Commissione Finanze della Camera nel corso di un’audizione lo scorso 26 gennaio.

Stanati più evasori totali
Ma non solo: la Guardia di Finanza ha scoperto 8.850 evasori totali (in aumento del 18% rispetto al 2009): persone e aziende che pur svolgendo attività economiche non hanno mai presentato una dichiarazione dei redditi e che nel 2010 hanno evaso redditi per oltre 20 miliardi (+47% rispetto al 2009) e Iva per 2,6 miliardi. Di questi, 3.288 hanno evaso più di 77mila euro di imposte. E sempre nel 2010 gli italiani hanno anche evaso quasi 30,5 miliardi di Irap e 6,3 miliardi di Iva. Ammontano invece a 635 i milioni di ritenute non versate o non operate.

Pugno duro contro l’evasione internazionale
Dei quasi 50 miliardi nascosti al fisco, 10,5 sono quelli individuati nei casi di evasione fiscale internazionale, qussi il doppio del 2009 (5,8 miliardi), realizzati attraverso operazioni di esterovestizioni della residenza di persone fisiche o società, triangolazioni con paesi off-shore e omesse dichiarazioni di capitali detenuti all’estero. A “ospitare” i soldi di questi evasori sono principalmente il Lussemburgo e la Svizzera, dove è stato individuato oltre il 50% degli oltre 10 miliardi evasi. Seguono il Regno Unito (7%), Panama (6%), San Marino e Liechtenstein (2 per cento). La restante quota è distribuita fra gran parte degli altri 54 paradisi fiscali della black list italiana. Complessivamente, emerge dal rapporto, nel 2010, le Fiamme Gialle hanno svolto 31.777 verifiche sui fenomeni di evasione, elusione e delle frodi più gravi e diffuse, 79.872 controlli sui singoli atti di gestione e 779.863 controlli strumentali, quelli riguardanti il rilascio di scontrini e ricevute fiscali. Infine, sono 18.541 (+12% rispetto al 2009) i lavoratori utilizzati in nero da 7.822 datori di lavoro, di cui 5.508 di origine extracomunitaria.

Dalla lotta alla mafia, sequestrati beni per oltre 3 miliardi
Nel 2010, si legge ancora nel rapporto, la Guardia di Finanza ha sequestrato 4.828 beni della criminalità organizzata per un valore di oltre 3 miliardi – il 30% in più rispetto al 2009 – e ne ha confiscati 542, per un valore di 142 milioni. Il 23% del valore dei sequestri, sottolinea lo studio, «è riconducibile a beni ed aziende del centro-nord: un segno che è ormai normale, nel corso delle indagini patrimoniali, anche se avviate da reparti dell’Italia meridionale, ricercare i reinvestimenti condotti in qualsiasi area del paese».

Arrestate 701 personeper riciclaggio e usura
Nell’ambito del contrasto agli illeciti economico-finanziari, per i reati di riciclaggio, usura, bancari, societari, fallimentari e di borsa, sono state arrestate 701 persone e denunciate 5.977. Di queste, 1.131 sono state segnalate per riciclaggio e gli sono stati sequestrati patrimoni per 367 milioni (+21% sul 2009): nel 2010 hanno riciclato oltre 3,2 miliardi. Quanto alla lotta al traffico internazionale di droga, le indagini hanno consentito di denunciare 9.180 persone, di cui 3.135 arrestate. Sequestrate complessivamente 20,5 tonnellate di sostanze stupefacenti (+61% rispetto al 2009). Importante anche l’attività relativa alle verifiche sui giochi: i militari hanno infatti chiuso nel 2010 quasi duemila centri di raccolta di scommesse non autorizzate, anche on line (il 166% in più rispetto all’anno precedente).

Oltre 110 milioni i prodotti contraffatti
Sempre nel 2010 poi sono stati oltre 110 milioni i prodotti contraffatti o pericolosi sequestrati in Italia. Sono stati 13.234 le persone denunciate all’autorità giudiziaria. Ormai, è scritto nel rapporto, si “tarocca” di tutto: dai ricambi delle auto ai caschi, dai farmaci ai cosmetici, dagli oggetti di bigiotteria fino alle figurine. Spicca anche un «un notevole aumento dei sequestri di beni di largo consumo (+36%) e di prodotti pericolosi per la salute (+33%)». Il rapporto conferma inoltre il coinvolgimento sempre maggiore della criminalità organizzata italiana e straniera nell’industria del falso: 341 sono le persone che sono state denunciate per associazione a delinquere finalizzata alla contraffazione e 98 quelle arrestate, il 50% in più rispetto al 2009.

Il Sole 24 Ore 31.01.11

"Federalismo, i nuovi oppositori", di Luca Ricolfi

«Item di tipo Thurstone». Nella disciplina alquanto esoterica che insegno all’università (Analisi dei dati) si parla di «item di tipo Thurstone» quando, su un certo tema, si può essere ostili a qualcosa per ragioni opposte. In politica, ad esempio, fascisti e comunisti erano entrambi ostili alla Dc, ma su sponde antitetiche. E oggi, per fare un altro esempio, chi è contro l’Unione europea può esserlo perché rimpiange gli Stati nazionali indipendenti, o viceversa perché vorrebbe un vero governo sovrannazionale, con più e non meno poteri dell’attuale Parlamento europeo.

Da qualche giorno questo genere di pensieri mi ronza nella mente, e non solo perché sto per iniziare il mio corso. È la traiettoria del federalismo che me li sta imponendo. Presi dal caso Ruby non ce ne stiamo accorgendo, ma sotto i nostri occhi si sta delineando un nuovo tipo di opposizione al federalismo. Un’opposizione diversa da quella classica, perché basata su argomenti non semplicemente diversi, ma del tutto antitetici a quelli degli anti-federalisti tradizionali. Il federalismo sta diventando un «item di tipo Thurstone».

Vediamo un po’. Finora il nucleo dell’opposizione al federalismo è sempre stato di matrice sudista-solidarista. I nemici del federalismo, più che combatterlo, cercavano di frenarlo, mitigarlo o temperarlo. Il timore era che il federalismo potesse funzionare fin troppo bene, con la conseguenza di spostare risorse dai territori attualmente privilegiati (Mezzogiorno e regioni a Statuto speciale del Nord) verso le grandi regioni del Nord, attualmente gravemente penalizzate dagli sprechi e dall’evasione fiscale di quasi tutte le altre.

Oggi non è più così. Da alcune settimane, accanto a questa opposizione classica al federalismo fiscale se ne sta costituendo una nuova, di segno del tutto opposto. Gli alfieri di questa nuova opposizione non sono i nemici storici del federalismo, ma alcuni fra i suoi più convinti sostenitori. Persone che da anni si occupano del problema, che hanno sempre difeso le buone ragioni del progetto federalista, ma ora vedono con raccapriccio che quello che si sta consumando a Roma, fra infinite riunioni, tavoli tecnici, negoziati non è l’ultimo passaggio di un lungo cammino, ma è una mesta, lenta e non detta agonia del sogno federalista. I dubbi degli studiosi sulla legge 42 e sui decreti delegati non sono una novità, e sono stati espressi più volte in questi anni nelle sedi più diverse (alcuni dei miei sono raccolti sul sito www.polena.net). A tali dubbi, nelle ultime settimane, se ne sono aggiunti molti altri, e due in particolare hanno allarmato un po’ tutti: il timore che l’esigenza, tutta politica, di ottenere l’ok dell’Anci (l’associazione dei Comuni) porti a un ulteriore aumento della pressione fiscale; l’obbrobrio anti-federalista per cui i comuni si finanzieranno con tasse pagate dai non residenti (imposta di soggiorno e Imu sulle seconde case), con tanti saluti al principio del controllo dei cittadini sui loro amministratori. Un frutto avvelenato, quest’ultimo, dell’abolizione dell’Ici sulla prima casa, provvedimento demagogico voluto dal governo Prodi e completato dal governo Berlusconi.

Dunque oggi fra coloro che si oppongono ai decreti sul federalismo ci sono, è vero, i «soliti noti» di sempre, a partire dai partiti del Terzo polo, tutti insediati più al Sud che al Nord, ma ci sono per la prima volta anche i veri federalisti, coloro che al federalismo hanno sempre creduto più della Lega stessa. Politici, amministratori, studiosi, commentatori politici, il cui timore non è che il federalismo possa funzionare, eliminando ogni forma di parassitismo e assistenzialismo, ma che il federalismo possa non funzionare affatto, lasciando le cose così come sono, o addirittura peggiorandole, ad esempio con più tasse e più spese, o semplicemente con una selva di norme ancora più barocche e intricate di quelle che cerchiamo di lasciarci alle spalle. Oggi capita sempre più frequente di leggere e di sentir dire, non già «sono contro il federalismo, quindi mi oppongo al decreto sul federalismo municipale», ma piuttosto, «sono federalista, quindi non posso votare questo decreto».

Naturalmente mi rendo conto che, dietro all’appoggio come dietro all’opposizione al federalismo, ci possono essere e ci sono le ragioni meno nobili. I comuni possono approvarlo solo perché sono riusciti a strappare più quattrini allo Stato centrale, il Pd può affossarlo solo perché la cosa può aiutare a far cadere Berlusconi (come ha velatamente riconosciuto Sergio Chiamparino in un’intervista a Repubblica). E tuttavia vorrei fare presente che, accanto a chi strumentalizza la questione a fini politici, esistono anche i federalisti sinceramente, disinteressatamente e motivatamente preoccupati.

Preoccupati che la riforma non passi, ma anche preoccupati che non funzioni, o che dia frutti perversi. Perché la novità è questa: oggi chi è veramente federalista non può non chiedersi se sia meglio (meno peggio) che il federalismo «à la Calderoli» passi, o sia meglio che tutto venga affossato per l’ennesima volta. Io, che ho sempre difeso il federalismo, il dubbio ce l’ho. E vi posso dire che altri federalisti convinti, almeno in privato, confessano di augurarsi che tutto si blocchi, tali e tante sono le concessioni che gli artefici del federalismo sono stati costretti a fare alla rivolta degli interessi costituiti e alla miopia del ceto politico locale.

È una conclusione amarissima. Perché non è dettata da alcuna convinzione specifica pro o contro l’idea federalista, ma solo dalla constatazione che la classe politica non è capace di discutere una riforma così cruciale per il futuro di tutti noi sollevandosi, almeno un pochino, al di sopra dei propri meschini interessi di bottega. Pensando per un attimo solo al bene dell’Italia, di cui pure si appresta a celebrare il 150esimo anno dall’Unità.

No, purtroppo i nostri parlamentari non ce la faranno a guardare un po’ oltre. È inutile farsi illusioni. Sia il decisivo voto di giovedì sul federalismo municipale, sia gli appuntamenti parlamentari successivi, saranno governati dai calcoli del governo per restare in sella, e da quelli delle opposizioni per disarcionarlo. È triste ammetterlo, ma anche su questo, su una riforma che aspettiamo da vent’anni, siamo nelle mani di Ruby.

La Stampa 31.01.11