Latest Posts

"Messico, la lotta ai narcos è una questione di donne", di Glauco Moggi

Le Magnifiche Sette eroine della lotta ai cartelli della droga messicani hanno già scritto tante pagine di una Resistenza incompiuta, e di cui non si vede la fine: alcune tragiche, che raccontano di vite stroncate; altre promettenti ma incerte e fuori dai riflettori, esempi di «ordinaria» militanza a favore del popolo più che contro i cattivi; ma una, su tutte, a simboleggiare una sfida a testa alta, totale e pubblica, che commuove e ispira.

E’ la vita di Maria Santos Gorrostieta Salazar, 34 anni, madre e vedova, sindaco di Tiquicheo, a pochi chilometri da Città del Messico. Quando fu eletta quattro anni fa era una moglie felice, impegnata a migliorare i servizi sociali della sua piccola città. Sperava di poter svolgere il suo compito senza essere coinvolta nella guerra tra gli agenti federali e i narcotrafficanti, ma il solo stare dalla parte dell’ordine e della emancipazione sociale è una minaccia per chi fiorisce sul terrore delle terre di nessuno.

E così Maria è finita nel mirino delle gang ed ha subito un paio di attentati. Nel primo, del 2009, perse la vita il marito che era con lei: il corpo della donna, che se la cavò per miracolo, fu martoriato dai proiettili, e le ferite al petto la costringono ancora a portare una borsa esterna attorno al torace per le funzioni digestive. Un anno dopo Maria scampò anche al secondo assalto, ma non pensò mai di darla vinta al cartello, che da voci non confermate da alcuna inchiesta sarebbe La Familia Michoacana, famosa per le sue violente esecuzioni.

Anzi, ha già espresso l’intenzione di correre ancora per la stessa carica nel 2012, e ha lanciato la sua campagna con un poster mozzafiato: lei a spalle e torso nudo, con solo il seno coperto, per far vedere le piaghe, conseguenze della crudeltà dei narcos verso di lei: «Le cicatrici che questi attacchi hanno lasciato su di me, e sulla mia gente, mostrano che noi siamo forti e imbattibili», ha detto il sindaco. «Volevo mostrare a voi il mio corpo ferito e mutilato… perché io non ne ho vergogna.

E’ una testimonianza vivente che io sono una donna forte e retta, e a dispetto delle mie ferite fisiche e psicologiche sono ancora ben salda sui miei piedi”. Maria ha anche rivendicato la sua femminilità: “Dentro di me io resto una sognatrice, una romantica, e una madre. Ma continuerò a fare ciò per cui sono eletta: ho una inestinguibile determinazione nel proseguire la mia missione”. Le eroine messicane che combattono l’impossibile guerra per la vita e per la pace civile – nel solo 2010 ci sono stati 15723 morti in incidenti legati alla droga, e 34612 negli ultimi quattro anni – possono essere fermate solo con il piombo.

A Ciudad Juarez, una delle città più insanguinate al confine con gli Usa, della settantina di poliziotti assassinati l’anno scorso una fetta importante erano donne. Del resto, nello stato di Chihuahua, le cifre ufficiali rilevano una presenza di 540 donne tra gli agenti in divisa, un terzo del totale. Delle Magnifiche Sette che hanno fatto cronaca, due sono state assassinate e di una non si sa più nulla dopo il suo rapimento. Hermila Garcia Quinones, 38 anni, era il capo della polizia di Meoqui, nel nord del Messico, quando è stata uccisa il 29 novembre dell’anno passato.

E prima di lei aveva perso la vita Silvia Molina, 40 anni, direttore della sicurezza pubblica a Ciudad Juarez, il 17 giugno 2008. Erika Gandara, la più giovane delle vittime, è la ventottenne che cercò ed ottenne, con sprezzo del pericolo e carica morale non comuni, di fare il capo della polizia nel distretto di confine di Guadalupe Bravos. A un miglio dal paradiso dell’America, anziché architettare la fuga che per milioni di latinos è il passaporto per un domani migliore, Erika pattugliava da sola le strade impolverate del Messico fuorilegge: «capo» sul campo, dopo che i dieci suoi colleghi si erano dimessi o erano stati eliminati.

È durata pochi mesi, fino al rapimento e alla scomparsa: una esecuzione di cui manca solo il cadavere. Il testimone del coraggio passa però di mano in mano. Veronica Rios, 38 anni, è capo della polizia del distretto di El Vergel, entrata in carica dal 12 novembre del 2010. È lo stesso giorno in cui ha preso il posto di capo della polizia a Villa Luz un’altra donna, Olga Castillo, 44 anni. Le due colleghe coprono due quartieri confinanti di Ciudad Juarez e spesso vanno in giro, disarmate per enfatizzare il loro ruolo di assistenza ai cittadini, sullo stesso camioncino arrugginito che possonopermettersi le autorità da quelle parti, contro i Suv delle bande.

La mascotte delle eroine è Marisol Valles Garcia, che a 20 anni è stata la più giovane di sempre a diventare capo della polizia nel settembre scorso, a Praxedis Guadalupe Guerrero, quartiere di Juarez. Ha già costruito un centro sportivo, dà scarpe e vestiti ai bisognosi, organizza serate in cui promuove incontri di socializzazione. Per battere i balordi creando comunità.

La Stampa 01.02.11

«Donne in una società bloccata. Dobbiamo ripartire dal via?», di Daniela Monti

Ballestra: va reclamata la parità. Bossi Fedrigotti: bisogna educare i figli maschi. C’è una vignetta di Pat Carra, due amiche, una di fronte all’altra. La prima dice: «Da grande farò la escort». L’altra risponde: «A me la politica non interessa». La battuta è divertente ed è un concentrato di cose: c’è la cronaca di questi giorni, l’ironia sotto la quale nascondere l’amarezza, c’è il mettersi una di fronte all’altra e da lì partire per provare a ragionarci su quello che sta accadendo. Su chi siamo noi donne italiane, cosa vogliamo, domanda per nulla scontata perché oggi sembra complicato persino comprendere chi si desidera essere e diventare.

Come nella vignetta di Pat Carra, abbiamo messo due donne una di fronte all’altra, diverse per generazione, per esperienze, per sentire. Abbiamo fatto ad entrambe le stesse domande consapevoli che non c’è, è ovvio, un solo tipo di donna, ma che la femminilità si declina in mille modi diversi. Silvia Ballestra, 41 anni. Isabella Bossi Fedrigotti, venti di più. Entrambe scrittrici.

«Molte fra noi si chiedono: ma allora siamo davvero tornate al via? Tutte le parole dette, i discorsi fatti sono state soltanto inutile retorica, aria fritta?», chiede Isabella Bossi Fedrigotti. «Se c’è la sensazione di un ritorno al passato è perché la società pare bloccata. Uscire di casa, fare figli, costruire una famiglia e quindi un rapporto maturo e paritario è quasi un’impresa. Questo comporta frustrazione, superficialità», risponde Silvia Ballestra. «Di femminismo forse è meglio non parlare. Quando qualcuno vuole insultare una donna oggi le dà della “femminista”! Alle donne non resta che l’azione, la faticosa e silenziosa azione. Studiare, prepararsi, coltivarsi, lavorare con gli uomini e anche più degli uomini: strada che, tra l’altro, le ragazze, molte ragazze, altre ragazze, hanno già imboccato da un po’», riprende la prima. «Il maschilismo da sala da biliardo e la volgarità televisiva, pubblicitaria che vediamo oggi sono un modello al tramonto. Prendetevelo, ragazze, il vostro futuro; lottate, reclamate, battagliate. Insomma, fate prendere un po’ di paura a chi vi discrimina. In passato ha funzionato producendo una grande rivoluzione, perché non dovrebbe funzionare ancora?», contrattacca la seconda.

Chi siamo? Io, tu, le nostre figlie, le cugine, le sorelle, le amiche, le donne che ci stanno accanto.
Ballestra: «Siamo poco più del cinquanta per cento della popolazione italiana, in maggioranza tra i laureati, con una media migliore dei voti, con maggiori tassi di produttività. Ma in questo momento di crisi perdiamo il lavoro per prime, vediamo sparire il tempo pieno dei figli alle elementari, facciamo da ammortizzatore sociale alla famiglia».

Bossi Fedrigotti: «Vedo le mie amiche, le mie colleghe, mia sorella, le mie cognate – tanto per stare nella mia fascia d’età – parlo con loro e mi pare che ragionino tutte più o meno come me. Chi sono le donne del mio catalogo? Donne che in maggioranza ancora lavorano, che leggono, vanno al cinema, viaggiano se e quando possono, hanno mariti, figli e qualche volta nipoti, sono molto meno vecchie delle loro madri alla stessa loro età, nell’aspetto, sì, ma ancora di più, mi pare, nella testa».
Consapevoli di ciò che sta accadendo in questi giorni, del perimetro in cui l’attualità ci ha confinato: quanto ci sta stretta l’immagine della donna che ne esce?

Ballestra: «Se il riferimento è agli scandali sessuali, all’immaginario “malato” (parole della moglie) del premier, alle ragazze che lo compiacciono per soldi e favori, il perimetro è stretto, strettissimo. Eppure questo disagio che ci strangola era prevedibile: era latente e a volte pienamente conclamato da anni nel modello culturale dominante, che usa donne nude per vendere macchine e gelati. Il “bunga bunga” italiano dura da anni».

Bossi Fedrigotti: «Siamo consapevoli eccome, a prescindere dalle idee politiche, direi. Perché in questo “catalogo” ci sono donne, ovviamente, di una parte e dell’altra, anche se, quando le discussioni in proposito rischiano di infuocarsi, tendo a lasciar perdere – e non soltanto io -; in primo luogo perché nessuno convince nessuno, e poi perché l’amicizia come anche la parentela e i buoni rapporti passano prima. Cionondimeno molte tra noi si chiedono: ma allora siamo davvero tornate al via?».
A uscirne a pezzi non è la sola figura femminile, ma anche il rapporto uomo-donna: chi quel rapporto ha provato a cambiarlo (le donne della generazione di Isabella Bossi Fedrigotti) come vive quello che appare un ritorno al passato? E chi quel rapporto lo ha già trovato cambiato (la generazione di Silvia Ballestra) ha sbagliato a darlo per scontato?

Ballestra: «Il rapporto uomo-donna è in effetti cambiato: gli uomini di oggi di fronte alla paternità sono, per esempio, più consapevoli. Se c’è la sensazione di un ritorno al passato è perché la società pare bloccata. Se poi ogni giorno ci vengono mostrate caricature di uomini e caricature di donne…».
Bossi Fedrigotti: «Degli uomini, dei nostri uomini, di quelli che hanno vissuto con noi, che hanno parlato con noi, che ci sono stati vicini, che ci hanno amate e in molti casi ancora ci amano, dei nostri amici, dei nostri fratelli e colleghi, ci sentiamo oggi un po’ meno sicure. Anche se c’intendevamo perfettamente, se condividevamo passioni e ragionamenti, se pensavamo di conoscerli come le nostre tasche, si è fatto strada tra noi il timore di scoprire, magari sentendoli per caso parlare tra amici, che in fin dei conti anche per loro le donne valgono un tanto al chilo. E che intelligenza, cultura, studio, impegno professionale contano assai poco al confronto della “fortuna sulla quale sono sedute”».
La questione è la libertà: come tenerla e usarla (meglio)?

Ballestra: «La libertà non è un concetto astratto. È lavoro, autonomia, e quindi libertà culturale, il che migliora i rapporti umani, anche quelli affettivi. Non credo che si possa separare la questione economica da quella della libertà, e intendo anche servizi, welfare, asili, strutture per gli anziani. Il modo migliore di usare la libertà è difenderla sempre. Per questo lo spettacolo indecoroso sul corpo della donna che vediamo in Italia ci offende: limita la nostra libertà».

Bossi Fedrigotti: «Di libertà, sessuale e non, dei suoi limiti e delle sue potenzialità sarebbe comunque bello che parlassero anche i padri. Ma servono padri che amino profondamente le loro figlie e non vedano in loro “merce” da mettere a frutto sul mercato migliore, così come un tempo si tentava di piazzarle con il partito più ricco o più potente».
Tutto sembra avere il fiato corto. Come «allungare il fiato» e dare alle giovani donne di oggi una prospettiva più larga all’interno della quale crescere?

Ballestra: «Credo che la cosa più sensata sulle prospettive delle donne di domani sia dire alle ragazze: prendetevele, lottate per allargarle, reclamate, battagliate».

Bossi Fedrigotti: «Ah, saperlo! Come se noi non lo avessimo, il fiato corto, tra lavoro e impegni familiari, tra anziani genitori da accudire da una parte e figli o anche nipoti dall’altra. Per lo meno le ragazze dovrebbero trovare i loro ragazzi già educati a condividere le corvée casalinghe, ad accudire il bebè, a parlare con il pediatra e con gli insegnanti dei figli. E se poi sono fortunatissime, hanno noi, mamme disponibili e instancabili».

Il Corriere della sera 01.02.11

Budrione di Carpi (mo) – Celebrazione 66° anniversario battaglia di Budrione

Ore 10,00 Ritrovo delle Autorità, dei familiari dei caduti e dei cittadini
presso il Piazzale del Bocciodromo di Budrione

Ore 10,15 Formazione del corteo e intera cerimonia accompagnate
dalla Banda CITTA’ DI CARPI

Ore 10,30 Deposizione di una corona d’alloro e benedizione del cippo
da parte del Parroco di Budrione Don Andrea Zuarri,
Saluto del Sindaco di Carpi ENRICO CAMPEDELLI
e Discorso ufficiale dell’on. MANUELA GHIZZONI

Ore 11,15 Celebrazione S. Messa, officiata da Sua Eccellenza Elio Tinti, Vescovo di Carpi, presso la Chiesa di Budrione

Ricordando il sacrificio di tutti i nostri caduti in guerra l’Associazione Partigiani e le Parrocchie di Budrione Migliarina celebrano unitamente questa
data storica per riaffermare l’impegno alla Libertà e Pace

Ore 12,30 Pranzo aperto a tutti, presso il Circolo “Rinascita”:

Disoccupazione giovanile al 29%

I dati Istat parlano chiaro: mai così tanti disoccupati dal 2004 ad oggi. Fassina: “Colpa grave di un governo concentrato da mesi sulle ragazzine a casa Berlusconi e di un ministro del Lavoro impegnato a tempo pieno a dividere i sindacati e a colpire i diritti dei lavoratori. Il tasso di disoccupazione giovanile a dicembre è pari al 29 per cento, con un aumento di 0,1 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 2,4 punti percentuali rispetto a dicembre 2009. È il dato peggiore dal 2004 ad oggi per la generazione tra i 15 e i 24 anni. Lo comunica l’Istat. Sulla base di dati destagionalizzati e stime provvisorie il numero di occupati, sempre secondo l’Istat, risulta invariato sia rispetto a novembre 2010 sia su base annua. Il tasso di occupazione, pari al 57 per cento, risulta stabile rispetto a novembre e in riduzione di 0,1 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Il numero delle persone in cerca di occupazione risulta in diminuzione dello 0,5 per cento rispetto a novembre, e in aumento del 2,5 per cento rispetto a dicembre 2009. Il tasso di disoccupazione, pari all’8,6 per cento, rimane stabile rispetto a novembre; in confronto a dicembre 2009 il tasso di disoccupazione registra un aumento di 0,2 punti percentuali.

La disoccupazione maschile risulta in aumento dell’1,5% rispetto al mese precedente e del 6,5% rispetto su base annua. Il numero di donne disoccupate diminuisce del 2,7% rispetto a novembre e dell’1,7% rispetto a dicembre 2009. Il tasso di disoccupazione maschile è pari al 7,8%, in aumento di 0,1 punti percentuali rispetto a novembre di 0,5 punti percentuali rispetto a dicembre 2009.

Il tasso di disoccupazione femminile è pari al 9,6%, in diminuzione di 0,3 punti percentuali sia rispetto al mese precedente e sia su base annua. Gli uomini inattivi diminuiscono dello 0,1% tra novembre e dicembre 2010 e aumentano dello 0,9% su base annua; il numero di donne inattive risulta in aumento dello 0,3% rispetto a novembre e in diminuzione dello 0,3% rispetto a dicembre 2009.

“Ancora una pessima notizia dal fronte lavoro. Ancora un aumento dei lavoratori e delle lavoratrici che, perché scoraggiati, rinunciano a cercare lavoro. Ancora un aumento dei giovani in disperata ricerca di lavoro: le generazioni più giovani passano dalla precarietà alla disoccupazione senza
speranza. Non è soltanto conseguenza della crisi globale, è anche colpa grave di un governo concentrato da mesi sulle ragazzine a casa Berlusconi e di un ministro del Lavoro impegnato a tempo pieno a dividere i sindacati e a colpire i diritti dei lavoratori. Berlusconi si deve dimettere. L’Italia ha bisogno di un governo per le riforme, per la crescita e il lavoro. Così Stefano Fassina, responsabile economico del Pd.

“Parole, parole, parole da parte del governo e intanto la disoccupazione giovanile raggiunge a dicembre il tasso record del 29%. è un fatto inquietante”. Lo dice Cesare Damiano, capogruppo Pd in commissione Lavoro della Camera.

“Mentre il ministro Sacconi – prosegue Damiano – promette interventi miliardari a sostegno dei giovani, quello che concretamente succede è il licenziamento di massa dei precari della pubblica amministrazione e la cancellazione delle misure del governo Prodi a vantaggio dei giovani, inserite nel protocollo del 2007. Che fine ha fatto il fondo di 150 milioni previsto nel triennio 2008-2010 che consentiva l’accesso al credito per le giovani generazioni? In esso si prevedeva un credito per il sostegno dell’attività intermittente per i para subordinati; un micro credito per il sostegno delle attività innovative con priorità per le giovani donne che migliorava l’esperienza dei prestiti d’onore; un fondo per il credito ai giovani lavoratori per finanziare il trasferimento generazionale delle attività delle piccole imprese, dell’artigianato e della cooperazione. Anche se il tempo è scaduto, aspettiamo ancora una volta il governo alla prova dei fatti. Il tempo delle chiacchiere è finito. Se il governo non ha la capacità di intervenire è meglio che vada a casa”.

www.partitodemocratico.it

Federalismo. Segreteria Pd: In testo governo c'è patrimoniale

Nel provvedimento, oltre a un aumento delle tasse per tutti i cittadini, si prevede per artigiani e commercianti un’imposta patrimoniale
La segreteria nazionale del Pd si è riunita questa mattina presso la sede di via Sant’Andrea delle Fratte per esaminare i principali problemi dell’agenda politica.

Con la relazione del vicesegretario Enrico Letta, la segreteria nazionale del Pd ha esaminato i diversi documenti predisposti in vista dell’Assemblea nazionale del partito convocata a Roma per venerdì 4 e sabato 5 febbraio.

Sul tema del federalismo e in particolare sul nuovo testo predisposto dal ministro Roberto Calderoli la discussione in segreteria ha messo in luce come nel provvedimento, oltre a un aumento delle tasse per tutti i cittadini, si prevede per artigiani e commercianti quella imposta patrimoniale che il presidente del Consiglio, per pura propaganda, vorrebbe attribuire alla volontà dell’opposizione democratica, che ha invece chiaramente presentato le proprie proposte fiscali nella mozione discussa e approvata dalla Camera nel mese di dicembre.

La segreteria nazionale del Pd nel corso della riunione ha preso atto della straordinaria e positiva risposta dei cittadini ben oltre i confini del Pd e dello stesso centrosinistra alla raccolta delle firme per mandare a casa Berlusconi. La segreteria ha deciso di intensificare ancora di più questa iniziativa, coinvolgendo i cittadini stessi nella raccolta delle firme per chiedere le dimissioni del presidente del Consiglio.

La segreteria nazionale del Pd ha apprezzato la grande mobilitazione organizzata da diverse organizzazioni e personalità femminili della politica, della cultura, dello spettacolo per il giorno 13 febbraio, mobilitazione destinata a difendere la dignità della donna e a rimarcare il ruolo positivo e propulsivo che l’universo femminile ha nella società italiana.

Pur nel rispetto dell’assoluta autonomia di queste iniziative, la segreteria del Pd ha deciso di chiedere ai propri iscritti di partecipare e sostenere la mobilitazione del 13 febbraio.

www.partitodemocratico.it

La vicenda Gambro arriva in Parlamento

I deputati modenesi del Pd hanno presentato un’interrogazione ai ministri dello Sviluppo economico, della Salute e del Lavoro. I deputati modenesi del Pd – Manuela Ghizzoni, Ricardo Franco Levi, Ivano Miglioli e Giulio Santagata – hanno presentato un’interrogazione ai ministri dello Sviluppo economico, della Salute e del Lavoro. Chiedono “quali iniziative intendano intraprendere per la salvaguardia dei posti di lavoro e garantire i livelli occupazionali nel settore biomedicale della bassa modenese”. Chiedono inoltre al ministro della Salute Fazio se non ritenga che la dismissione della cosiddetta “linea sangue” non pregiudichi “la funzionalità dei reparti ospedalieri e sanitari che utilizzano dei prodotti Gambro”.

I parlamentari modenesi ricordano nella loro interrogazione che “il 24 marzo 2009, presso la Regione Emilia-Romagna fu sottoscritto tra la direzione dell’azienda Gambro Dasco e le organizzazioni sindacali un accordo che prevedeva un organico fissato in 775 unità e il ricorso a procedure concordate per la riduzione di 40 unità. Inaspettatamente – rilevano i deputati del Pd – il 27 gennaio scorso la direzione della Gambro ha comunicato l’avvio di un piano di ristrutturazione che prevede la cessazione dell’attività produttiva di linee sangue attraverso l’esternalizzazione delle lavorazioni e la riduzione di ben 400 unite lavorative”.

“L’unilaterale decisione assunta dall’azienda – sottolineano i parlamentari democratici – ha destato profonda preoccupazione nei lavoratori coinvolti così come nelle istituzioni territoriali, nelle organizzazioni sindacali e nelle forze politiche locali per le conseguenze economiche e sociali che ne deriverebbero”.

Bersani: dal presidente del Consiglio proposta che arriva fuori tempo massimo

Caro Direttore,
il mio partito sta lavorando ormai da un anno ad un progetto per l’Italia. Alla nostra Assemblea nazionale di venerdì e sabato se ne discuterà la prima sintesi. Benché tanti dei nostri documenti approvati siano pubblici, si è trattato di un’operazione svolta, nostro malgrado, in clandestinità, essendo l’agenda politico-mediatica sempre occupata da ben altri temi e contingenze.

Noi ci siamo fatti un’idea piuttosto precisa della situazione italiana e dei possibili e difficili rimedi. Stiamo ragionando come un partito di governo temporaneamente all’opposizione. Con questa stessa attitudine, considero la proposta che il Presidente Berlusconi mi rivolge dalle pagine del Corriere. Non nascondo la mia prima impressione: se la proposta è un astuto diversivo per parlare d’altro, mostra di essere davvero tempestiva; se è sincera, suona singolarmente estemporanea! D’altra parte negli anni trascorsi abbiamo imparato a nostre spese che Berlusconi ama gettare ponti quando è in difficoltà per abbatterli un minuto dopo. Ma non amo divagare o scherzare quando finalmente si può parlare di Italia. Nemmeno voglio dilungarmi in recriminazioni a proposito della sprezzante indifferenza con cui sono state ignorate dalla maggioranza in questi due anni le proposte pragmatiche dell’opposizione.
Non posso tacere, tuttavia, dell’umorismo un po’ macabro di cui Berlusconi fa sfoggio concedendomi «sensibilità» in materia di liberalizzazioni. Se chi ha fatto la liberalizzazione del commercio, dell’elettricità, delle ferrovie e di un certo numero di mestieri e di attività economiche è una persona «sensibile al tema», come definiremmo chi ha testardamente osteggiato tutto questo, chi ha affidato formalmente la riforma delle professioni agli ordini professionali, chi detiene personalmente posizioni dominanti in gangli vitali della vita civile?

Ma passiamo oltre, e parliamo di cose serie. Negli ultimi dieci anni i nostri problemi antichi si sono drasticamente aggravati. Il Sud si allontana dal Nord, il Nord si allontana dall’Europa. Non c’è indicatore che non lo certifichi. La crisi ha accelerato il divario rispetto ai Paesi con cui siamo stati per molti anni in compagnia. Ci giochiamo il nostro ruolo nella divisione internazionale del lavoro; ci giochiamo la tenuta di un sistema di welfare e, in particolare, le prospettive di occupazione e di reddito della nuova generazione. Il fatto di essere, in Europa, il grande Paese a più bassa crescita e a debito più alto ci espone inevitabilmente a possibili tempeste. La positività e l’ottimismo tanto cari al Presidente del Consiglio possono venire solo dalla verità e dall’avvio di una riscossa e non dalla retorica oppiacea dei cieli azzurri che ha colpevolmente paralizzato le enormi energie potenziali del Paese (nemmeno può servire allestire astutamente bersagli immaginari: nella nostra proposta sul fisco discussa e approvata alla Camera si parla di evasione e di rendite, non di patrimoniali!).

Mi predispongo a proporre, assieme al mio partito, una scossa riformatrice che riguardi assieme democrazia ed economia. Una riforma della Repubblica che investa il funzionamento delle Istituzioni, la legge elettorale, un federalismo credibile, la giustizia e la legalità, la concorrenza e i conflitti di interessi, l’immigrazione, i costi della politica, i diritti, la dignità e il ruolo delle donne. Un nuovo patto per la stabilità, la crescita e l’occupazione, fatto di riforma fiscale, di liberalizzazioni, di norme sul lavoro, di riforma della pubblica amministrazione, di politiche industriali e dell’economia verde, di ricerca e tecnologia. Staremo al concreto e ci rivolgeremo con il nostro progetto alle forze sociali, all’arco ampio dei partiti di opposizione e a chiunque voglia discutere con noi.

Ma eccoci al punto. Quel che serve, in modo ineludibile, è uno sforzo collettivo in cui chi ha di più deve dare di più; in cui la riduzione delle diseguaglianze sia un motore della crescita; in cui tutti accettino di disturbarsi leggendo il futuro con gli occhi della nuova generazione. Uno sforzo paragonabile a quelli più ardui che abbiamo pur superato nella nostra storia repubblicana. Chi chiamerà a questo sforzo? Con quale credibilità? Con quale coerenza, con quale sincerità? Con quale capacità di unire un Paese diviso? Lo si lasci dire a un cosiddetto pragmatico: pensare di fare riforme difficili senza metterci la spinta di quei valori sarebbe come pretendere di tenere in piedi un sacco vuoto.

Per rivolgersi oggi credibilmente all’opposizione bisognerebbe che il Presidente Berlusconi fosse in grado di rivolgersi credibilmente al Paese. Non è così. Il Presidente del Consiglio non è in condizione di aprire una fase nuova: ne è anzi l’impedimento. Nessuna partita si può giocare a tempo scaduto. Ormai il Paese non chiede al Presidente Berlusconi un programma: gli chiede un gesto. Mentre l’Italia perde drammaticamente la sua voce nel mondo ed è paralizzata davanti ai suoi problemi, se ci fosse da parte del Presidente del Consiglio la disponibilità a fare un passo indietro, tutti dovrebbero garantire, e ciascuno nel suo ruolo, senso di responsabilità ed impegno. Se questa non sarà l’intenzione, il nuovo progetto per l’Italia dovrà essere presentato agli elettori. Noi ci accosteremmo a quella scadenza chiedendo a tutte le forze di opposizione di impegnarsi generosamente non «contro» ma «oltre»; in una operazione comune, cioè, di ricostruzione delle regole del gioco e del patto sociale, capace di suscitare, in un Paese sconfortato, un’idea di futuro.

Il Corriere della Sera 01.02.11