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"A Torino, il progetto sperimentale di valutazione dei docenti proprio non passa…", a cura di flcgil.it

Ma il MIUR non si arrende all’evidenza e insiste, estende… Il messaggio è chiaro: va bene tutto purchè si faccia qualcosa, purchè si possa dire che il progetto è partito. Pezze a colori su un tessuto che non c’è.

Dovevano trovare 20 scuole disposte a fare la sperimentazione nella città di Torino. Non le hanno trovate. Hanno allargato alla provincia. Ne sarebbero bastate anche 15 di scuole, ma nemmeno in tutta la provincia le hanno trovate.

Ragionevolezza avrebbe suggerito di fermarsi, di chiedersi perché il progetto sulla valutazione dei docenti venga rifiutato in modo così massiccio.

No, si persevera.

Il 24 gennaio scorso il Direttore Generale dell’Ufficio Scolastico Regionale del Piemonte, Francesco de Sanctis ha vergato una circolare regionale avente per oggetto proprio il progetto sperimentale, nella quale si assicura innanzitutto che il dottor Biondi, capo dipartimento del MIUR, incontrando i dirigenti scolastici dell’ambito territoriale torinese, ha fornito significative risposte in ordine alle proposte e ai quesiti precedentemente avanzati dalle scuole. Informa subito dopo che poiché si vuole (adesso?!!!) il coinvolgimento dei protagonisti, il campione delle scuole partecipanti viene esteso a tutta la regione.

Il Direttore anticipa poi gli elementi di miglioramento apportati al progetto originario.

Nel testo “si invitano i Dirigenti Scolastici ad una attenta lettura della documentazione allegata onde poter illustrare in modo compiuto e corretto ai collegi docenti il progetto”.

La frase lascia intendere che finora i Dirigenti non abbiano saputo informare in modo compiuto e corretto i collegi docenti, che a loro volta, si intuisce, devono essere un po’ duri di comprendonio…

E si tratta davvero di una lettura interessante da cui si apprende che l’Ufficio Scolastico Regionale del Piemonte si era premurato di segnalare al Ministero le istanze e le proposte di miglioramento al progetto emerse dalle delibere dei collegi docenti della città di Torino. E, sostiene il Direttore Regionale, il Capo Dipartimento del MIUR le ha recepite. Nell’allegato compaiono in corsivo le sue risposte.

Composizione del nucleo di valutazione:

il presidente del consiglio di istituto ne può far parte, ma anche no.
La composizione del nucleo può essere determinata tramite libera elezione, ma anche all’interno di una rosa selezionata dal dirigente scolastico o anche (c’è un salto sintattico, ma non è colpa nostra) “eventuale esperto esterno proposto dall’ufficio scolastico regionale”.
Insomma, il messaggio è chiaro: va bene tutto purchè si faccia qualcosa, purchè si possa dire che il progetto è partito.
Pezze a colori su un tessuto che non c’è.

Definizione condivisa e partecipata del benchmark di riferimento:

gli strumenti per il portfolio saranno oggetto di discussione con le scuole, lo schema di curricolo potrà essere arricchito da ogni singola scuola, curriculum vitae, documento di autovalutazione, risultati di apprezzamento dell’utenza potranno essere integrati da elementi aggiunti dalle scuole. Lo strumento di autovalutazione professionale dovrà invece mantenere una conformazione standard.

“Conformazione standard” che per il momento non è dato neppure conoscere. Evidentemente il coinvolgimento concesso è già finito.
Si dice che la conformazione standard dello strumento di autovalutazione si rende necessaria per motivi di comparatività.

Dobbiamo dedurne che per gli altri elementi la comparatività non è importante? E come si pensa di poter trasferire a sistema una sperimentazione già così limitata e che per giunta si sfarina nei suoi elementi?

E’ sulla premialità però che si raggiunge l’acme: la percentuale di docenti acclarati “migliori” può essere modificata (ad es. dal 20 si potrebbe passare al 30% ecc, ma non rientra negli obiettivi del progetto l’erogazione di soldi a pioggia (sic!).

Ecco l’immagine profonda: i docenti italiani cenciosi con il naso per aria attendono vogliosi qualche monetina che cade dall’alto, a pioggia, appunto.

Il MIUR si sa vuole ben altro! E precisamente vuole che solo alcuni docenti, preferibilmente a testa bassa, possano ambire ad avere una qualche premialità. Per che cosa? Per il merito?
No, per aver assecondato un progetto fumoso, ideologico, scientificamente inconsistente buono solo per i titoli dei giornali.

I docenti e la scuola nel suo insieme si meritano ben altro!

da www.flcgil.it

Sempre di più i minori stranieri in Italia. Ma anche le loro difficoltà sono in aumento

Cresce la presenza di bambini e adolescenti stranieri residenti nel nostro paese – 932mila di cui 572mila nati in Italia – ma si restringono le maglie dell’accoglienza e dell’inclusione. È la conclusione a cui giunge il secondo Rapporto annuale di Save the Children su «I minori stranieri in Italia», reso noto oggi. La legge 94-2009, meglio nota come “legge sulla sicurezza”, secondo l’organizzazione si sta rivelando un ostacolo che interrompe o rende più difficile il percorso d’integrazione intrapreso – spesso con grande abnegazione e impegno – da tanti minori stranieri non accompagnati, i cui viaggi verso l’Italia peraltro sono diventati ancora più rischiosi a seguito della ratifica dell’accordo Italia-Libia avvenuta nel febbraio 2009.

La scuola italiana – tradizionale fulcro dell’integrazione – è sempre più in affanno, e la previsione di un tetto del 30% di alunni stranieri per classe non ha certo contribuito a migliorare la situazione. Il 2010 ha segnato inoltre un periodo di grave difficoltà per centinaia di bambini rom, a causa di sgomberi realizzati senza predisporre misure alternative di accoglienza.

L’8% dei minori in Italia è straniero. I disagi dei senza famiglia
Negli ultimi sette anni il numero di minori stranieri residenti è passato da 412.432 (1 gennaio 2004) a 932.000 (1 gennaio 2010), pari all’8% della popolazione minorile italiana. Cremona, Lodi, Brescia, Mantova, Bergamo, Prato, Vicenza, Treviso, Reggio Emilia, Lecco sono le prime 10 province italiane con la percentuale più alta di minori stranieri. Nella gran parte di esse un minore su 6 è straniero.
Sono almeno 4.438 poi i minori stranieri non accompagnati: il 90% sono maschi, per la gran parte fra i 15 e i 17 anni ma non mancano quelli tra 12 e 14 anni. Per arrivare da noi i loro viaggi sono sempre più rischiosi: nascosti dentro Tir o furgoni oppure su navi da diporto irriconoscibili e non facilmente intercettabili; a gestire i viaggi sono trafficanti che chiedono per ciascun ragazzo 4-5.000 euro. Per ripagare il debito contratto dalle famiglie, i ragazzi sono molto esposti al rischio di sfruttamento o di caduta in circuiti illegali. Per questo motivo, una volta in Italia hanno necessità di essere protetti, accolti e di essere inseriti in un percorso di formazione finalizzato al loro ingresso nel mondo del lavoro. Ma a causa degli stringenti requisiti imposti dalla legge sulla sicurezza per la conversione del permesso di soggiorno al compimento dei 18 anni – sottolinea l’ong – molti stranieri arrivati a 17 anni rischiano di ritrovarsi «clandestini» da un giorno all’altro. Corrono questo rischio l’89% dei minori collocati in Sicilia, il 27% dei giovani ospiti delle comunità marchigiane, l’82% circa dei minori presenti nelle comunità pugliesi.

Le proposte di Save the Children
Secondo Save the Children, è urgente fare subito almeno tre cose: dare seguito alle misure sull’integrazione dei minori previste nel Piano nazionale «identità e incontro», varato dal Governo nel maggio 2010; rivedere le norme sulla cittadinanza per chi è figlio di genitori non italiani, prevedendo il riconoscimento della cittadinanza prima del compimento del diciottesimo anno; approntare un programma organico per la protezione dei minori stranieri che vivono le condizioni di maggior rischio.

Le proposte di Save the Children
Secondo Save the Children, è urgente fare subito almeno tre cose: dare seguito alle misure sull’integrazione dei minori previste nel Piano nazionale «identità e incontro», varato dal Governo nel maggio 2010; rivedere le norme sulla cittadinanza per chi è figlio di genitori non italiani, prevedendo il riconoscimento della cittadinanza prima del compimento del diciottesimo anno; approntare un programma organico per la protezione dei minori stranieri che vivono le condizioni di maggior rischio.

Il Sole 24 Ore 31.01.11

"Le donne dicono basta Se non ora, quando?", di Michela Marzano

Bella immagine dell´Italia! Per chi sembrava ossessionato dall´idea che ci si poteva fare all´estero del nostro Paese, accusando alcuni intellettuali di “tradire l´Italia” con i propri libri e i propri articoli, il risultato è eccellente.
Perché ovunque, ormai, non si parla d´altro che delle serate “bunga-bunga” del nostro premier. Di Ruby e di Iris. Di seni e di raccomandazioni. Di prostitute minorenni “ricoperte d´oro” per tenere la bocca chiusa… Bella immagine della donna. Ma anche dell´Italia, che per anni ha chiuso gli occhi di fronte al baratro in cui le donne stavano precipitando. Perché ormai non si tratta nemmeno più della semplice trasformazione della donna in un corpo-immagine, ma della sua progressiva e inevitabile riduzione ad un corpo “usa e getta”. Ormai ci siamo. Di nuovo impigliati nelle patetiche reti degli Arcana Imperii: segreti, corruzione, orge. Forse è per questo che non si può più restare zitti, e che nei prossimi giorni ci saranno numerosi appuntamenti per dire “basta”. Basta, lo diranno tra gli altri Eco, Saviano e Zagrebelsky il 5 febbraio a Milano, durante la manifestazione organizzata da Libertà e Giustizia. Basta, lo ripeterà il giorno dopo il Popolo Viola. Basta, lo dirà la Procura di Milano, lo scandiranno tantissime donne, in tutte le città italiane, il 13 febbraio… Il re è ormai nudo. Se non scendiamo in piazza ora per difendere dignità, uguaglianza e rispetto, quando?
Negli ultimi anni, sembra di aver assistito ad un film X senza fine. Un interminabile film pornografico in cui tutto si riduce a “ripetizione”, “performance” e “accumulazione”. In cui uomini e donne sono perfettamente complementari: attività e passività; potere e disponibilità. In cui si moltiplicano le scene dove “i maschi si accaniscono su un pezzo di carne femminile”, per usare le parole di John B. Root, il celebre produttore francese di film X, quando descrive la propria “opera”. In cui “una vale l´altra”, l´una “scaccia” l´altra, e nessuna, in fondo, conta granché. Perché sono solo gingilli intercambiabili. E quando qualcuna non serve più, c´è subito una new entry. Peccato, però, che non si tratti di una semplice fiction. Peccato che sia la fotografia, questa volta non ritoccata dal nostro premier, dell´Italia di oggi…
Ed è inutile che qualche moralista da strapazzo commenti cinicamente che tutto ciò non è altro che il risultato della liberazione sessuale, la conseguenza inevitabile dell´io sono mia. Perché quando le donne si sono battute per rivendicare la libertà di disposizione del proprio corpo, lo scopo era quello di riappropriarsi del proprio destino, di diventare attrici della propria vita, di evitare che altri decidessero al posto loro come vivere, cosa fare, come comportarsi. Ma affinché la libertà non resti solo un valore astratto e non si trasformi, col tempo, in una nuova forma di “servitù volontaria”, come spiegava già nel XVI secolo il filosofo francese Etienne de La Boétie, è necessario organizzare le condizioni adatte al suo esercizio, prima tra le quali l´uguaglianza. Se le donne non hanno gli stessi diritti che hanno gli uomini e se non hanno la possibilità materiale di farli valere, automaticamente non possono essere libere di scegliere ciò che vogliono o di realizzare ciò che desiderano. Che libertà esiste allora in un paese che tratta le donne come merce, che le umilia quando si ribellano, che le “ricopre d´oro” quando si prostituiscono ancora minorenni perché tacciano?
Dal “sii bella e stai zitta” siamo arrivati al “venditi e taci”: dimenticati di essere una persona, spogliati, fammi gioire ed io farò di te una donna ricca e famosa! Se fai la brava, potresti anche ottenere un seggio in parlamento… Non c´è bisogno di essere filosofi per rendersi conto del ricatto. Per capire quanto disprezzo circonda oggi la donna. Come se, nonostante tutte le battaglie fatte nel corso degli anni Sessanta e Settanta per garantire alla donna uguaglianza e dignità, per liberarla dal giogo millenario della sottomissione e dell´inferiorità, la donna non potesse essere altro che un oggetto di cui l´uomo deve poter disporre a piacimento. “Tutto” è semplice. “Tutto” va da sé. Inutile perdere tempo con ridicole manfrine…
Quello che ognuno di noi fa nella propria camera da letto, col proprio uomo o con la propria donna, non riguarda nessuno. Ma quando la sessualità diventa una tangente, quando si utilizza il proprio potere per fare della donna un giocattolo, quando si pensa di farla franca perché in fondo le donne non contano niente… allora è in atto un processo di disintegrazione della società. Perché, per parafrasare Albert Camus, il valore di una società dipende anche da come vengono trattate le donne. Dall´immagine che se ne ha. Dal margine di manovra di cui dispongono. Come giudicare allora un paese in cui, trattando la donna come una semplice merce, vengono umiliare tutte coloro che si battono quotidianamente per difendere la propria dignità, per acquisire le competenze necessarie per ottenere posti di responsabilità, per mostrare che sono efficienti e affidabili? “Più è disperata meglio è, per lui”, avrebbe detto Nicole Minetti, oggi indagata con il premier per induzione alla pornografia. Bella lezione di civiltà per le nostre giovani!
Ma ormai il tempo del silenzio è finito. Perché le donne che si indignano sono sempre più numerose e vogliono farlo sapere. E molte si stanno mobilizzando per la manifestazione del 13 febbraio in tutte le città italiane. Le organizzatrici hanno d´altronde ragione: se non ora, quando? Nonostante le intimidazioni. Nonostante le derisioni. “È tutta colpa della gnocca”, sproloquiava Il Giornale qualche mese fa. “Scusi in che senso?” chiedevo a Feltri recentemente durante una puntata dell´Infedele. Ma l´Italia di oggi è ancora questo. Cambiare le carte in tavola. Far passare gli aguzzini per le vittime. Colpevolizzare di nuovo, e sempre, le donne. Dopo aver rubato loro l´anima. Dopo averle ridotte a “corpi usa e getta”. Allora sì, è il momento di reagire e di trasformare l´indignazione in azione. Se non ora, quando?

La Repubblica 31.01.11

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Dalla Buy alla Bongiorno tutte mobilitate “Il caso Ruby devasta la nostra dignità”, di Anna Bandettini

Costa: stupita dalle colleghe pdl. Izzo: appello anche gli uomini. Tra i promotori delle proteste donne di diversa età e orientamento e associazioni
Tra le adesioni Susanna Camusso, Gae Aulenti, Laura Morante, Claudia Mori, Rosetta Loy. Reclamano quello che in un paese normale, dicono, sarebbe ovvio, assodato, naturale: la dignità delle donne. «Il modello di relazione tra donne e uomini ostentato da una delle massime cariche dello Stato (…) – hanno scritto in un appello – legittima comportamenti lesivi della dignità delle donne e delle istituzioni. Chi vuole continuare a tacere, sostenere, giustificare, ridurre a vicende private il presente stato di cose, lo faccia assumendosene la pesante responsabilità, anche di fronte alla comunità internazionale. Noi chiediamo a tutte le donne, senza alcuna distinzione, di difendere il valore della loro, della nostra dignità e diciamo agli uomini: se non ora, quando?». Il 13 febbraio: le donne italiane si stanno mobilitando per organizzare quel giorno manifestazioni in tutte le città italiane. Donne celebri e donne qualunque, associazioni, “Di Nuovo” il gruppo romano che ha lanciato l´appello e, tra i primi firmatari, “Usciamo dal silenzio” che ha organizzato la manifestazione di sabato scorso a Milano, ma soprattutto donne di sensibilità, età, orientamenti, professioni e appartenenza politica diversa, da sinistra a destra, da Cristina Comencini, che è stata una delle artefici, a Giulia Bongiorno, da Susanna Camusso a Flavia Perina, direttrice del Secolo d´Italia, da Lorella Zanardo, autrice di “Il corpo delle donne”, a Silvia Costa, e poi Rosellina Archinto, Gae Aulenti, Licia Colò. Angela Finocchiaro, Inge Feltrinelli, Anna Finocchiaro, Donata Francescato, Rosetta Loy, Laura Morante, Claudia Mori. Anche una suora, anche se speciale, come suor Eugenia Bonetti. “Ci accomuna la rabbia perchè nelle vicende private del presidente del Consiglio trova la sua massima espressione una immagine degradata delle donne, che non ci corrisponde”, dice Cristina Comencini, tra le fondatrici del gruppo “Di Nuovo”. «Io ci sarò – annuncia l´attrice Margherita Buy – perchè bisogna far sentire la voce contro questo modo di rappresentare la femminilità che ha scalzato anni di battaglie». Tra le firmatarie più agguerrite, Giulia Bongiorno, di Futuro e Libertà: «Questa manifestazione rivendica un principio basilare della società: la dignità delle donne, che forse solo nella preistoria non era riconosciuta. Ma è proprio questo che ci deve far capire la gravità del problema: tornare a difendere quel principio ci fa tornare indietro di secoli. E la cosa ancor più grave è che nel nostro paese c´è una pesante sottovalutazione di questo: la dignità delle donne è sentita come una cosa antiquata, e l´opzione harem qualcosa da archiviare come un fatto privato. Non è così. E´ politica perchè ha un riverbero nella società: se una donna non viene scelta o non va avanti nella sua professione è anche un riflesso di quello che stiamo vedendo in questi settimane. Ed è per questo che le donne sentono l´urgenza di ribadire la propria dignità, perchè sentono che il contesto è negativo, viviamo una situazione oggettiva che, e lo dico da avvocato, non è nemmeno importante capire se ha o meno una rilevanza penale. Anzi da garantista mi auguro che non ci sia. Quello che conta è la devastazione della dignità femminile che se ne sta facendo ed è questo che dobbiamo fermare».
Concorda Silvia Costa, parlamentare europeo. «Anche per questo da cattolica voglio che ci sia un´operazione verità, non prudenza e infatti dal mondo cattolico mi aspetterei più reattività. Ma mi colpisce di più la piaggeria delle donne della destra. Segno che la politica del sultano continua». «Berlusconi dovrebbe dimettersi, ma al di là del berlusconismo c´è bisogno di uno sforzo morale ed etico da parte di tutti, anche dagli uomini – dice l´attrice Isabella Ferrari-. .. Siamo tutti parte di un teatrino che ci e´ sfuggito di mano». Ma l´appello della manifestazione è anche per gli uomini. Lo spiega Francesca Izzo docente universitaria tra le fondatrici di “Di Nuovo”: «Si coglie poco in questo paese quanto sia importante la dignità delle donne. Il nostro appello chiede la mobilitazione anche degli uomini, perchè in mezzo ci sono anche loro e quello che sta succedendo chiama alla responsabilità tutto il paese”.

La Repubblica 31.01.11

"Mille sfide per un lavoro. Viaggio nella generazione che non riesce a guadagnare e a crescere", di Serena Uccello

Mentre Roberto risponde trafelato al telefono, Betty sta preparando la cena per il compagno, la figlia, la nipote. Roberto è a Roma, Betty a casa, provincia veneta. Roberto, sono le sette di sera ed è ancora in ufficio: sta chiudendo una riunione. «Ci sentiamo dopo», dice. Richiama un’ora più tardi. «Ora possiamo parlare» e si sente in sottofondo il fruscio che fanno gli auricolari. «Sono in motorino – spiega – ma se rinviamo domani sarà anche peggio». Betty e Roberto sono madre e figlio. Lui è un ingegnere con una specializzazione nel settore ambientale, un trentenne che cerca di costruirsi professione e vita, lei un’infermiera oggi in pensione. Roberto non fa parte di quel 28,9%, certificato dall’Istat, di giovani disoccupati. Non si sente un “bamboccione” perché un lavoro ce l’ha e sembra rifuggire anche da quella retorica «secondo cui i giovani sono indistitamente vittime» di cui scrive il professore Alberto Alesina in un articolo pubblicato sul Sole 24 Ore dello scorso venerdì. Roberto e Betty fanno parte dello stesso mondo e allo stesso tempo appartengono ai due mondi radicalmente diversi. La loro è una storia comune e quotidiana.
Soddisfatto? «Abbastanza – racconta – almeno io riesco a fare quello per cui ho studiato». Specifica “almeno” perché a molti suoi amici non è andata così: «Un mio amico ha due lauree, una in arte e una in lettere moderne, e al momento fa la guida turistica free lance». Poi aggiunge che questo non è affatto un caso isolato. La gran parte dei suoi coetanei colleziona specializzazioni, un po’ per colmare un vuoto un po’ perché il mercato del lavoro cambia a una velocità tale che ciò che in teoria va bene quando si comincia a studiare, cinque anni dopo può già non servire più. Gli ingegneri gettonatissimi, ad esempio, fino a poco tempo fa, lo sono diventati già meno quando è stata la volta di Roberto e poco ha contato la sua passione per l’ambiente e i due anni trascorsi in Australia, uno dei quali investito per preparare la tesi. «Dopo la laurea in realtà ci ho messo abbastanza poco, due o tre mesi, per trovare un lavoro. Il problema è che si è sempre trattato di collaborazioni pagate al minimo». Ora che di anni ne sono trascorsi cinque, Roberto guadagna 1.350 euro circa netti al mese. È la condizione standard e diffusa. Di prendere casa, da solo a Roma, ovviamente non se ne parla. «Con i prezzi degli affitti non riuscirei proprio». Visto che per un monolocale si va in media dagli ottocento ai mille euro.
Nel 1970, quando sua madre Betty ha cominciato a lavorare, i laureati erano appena 883.188 su un totale di 54.136.551 milioni di italiani (sono i dati del Censimento Istat del 1971). Oggi che gli italiani sono circa 60.600.000 i laureati sono 3.480.535. Quando una pizza e una birra costavano ottocento lire la ventenne Betty aveva già un diploma da infermiera professionale e non aveva neanche avuto bisogno di cominciare il pellegrinaggio dei colloqui di lavoro. Il suo stipendio era di 90mila lire e per pagare l’affitto di un appartamento vero (niente condivisione con altri lavoratori) spendeva 38mila lire. Il suo primo lavoro è stato anche l’ultimo, infermiera cioè per quasi trent’anni. Una rassicurante stabilità non impoverita neanche dalla crisi petrolifera del 1973. «Per un giovane laureato – spiega Ignazio Visco, vice direttore generale della Banca d’Italia – i salari d’ingresso nel mercato del lavoro sono oggi pari in termini reali (depurati cioè dall’incremento del costo della vita, ndr) a quelli di 30 anni fa». Questo vuol dire che «i giovani che si affacciano sul mercato del lavoro sono quindi esclusi dai benefici della crescita del reddito occorsa negli ultimi decenni». E per di più per mettere insieme un solo stipendio in molti casi servono più lavori. Veronica che ha 30 e lavora a Brescia, ad esempio, riesce a guadagnare anche 1.500 euro al mese. Per farlo deve però insegnare storia dell’arte come supplente, dedicare qualche ora («è un piccolo corso», dice) all’accademica, poi al museo, e infine dipingere. Quest’ultimo sarebbe in teoria il suo vero lavoro, «solo che – spiega – per potermi impegnare a tempo pieno dovrei avere all’inizio un minimo di autonomia economica». Il risultato è per Veronica quasi una beffa: più part time per fare un full time e così tempo azzerato per investire in se stessa.

Eppure a fare confronti, Betty non ha avuta neanche una delle possibilità che l’appartenere a un mondo trasformato ha dato al figlio. A cominciare dall’offerta di corsi di laurea e master, per proseguire con gli orizzonti geografici sempre più dilatati. Solo gli studenti in Erasmus sono due milioni. Ma il programma voluto nel 1987 dall’allora Comunità europea è solo una delle possibilità. Ormai gli accordi tra università sono una costante, così spesso gli studenti utilizzano l’esperienza all’estero per svolgere corsi che altrimenti non avrebbero frequentato in Italia. Come ha fatto Giulia, 24 anni, dottoranda in criminologia all’università Cattolica di Milano che ha studiato in Belgio. «Certo – dice – la borsa di studio che avevo mi copriva appena l’affitto, tuttavia è stata un’opportunità irripetibile». Luca, 24 anni, ha quasi le valigie pronte per la Slovenia, ci passerà cinque mesi. Ha già vissuto per un anno a Londra e pensa che a laurea conclusa comincerà a setacciare le università straniere. «A me – spiega – andrebbe pure bene l’assegno di ricerca da mille euro, in cambio di un obiettivo da raggiungere. Quello che non potrei sopportare è il sacrificio a vuoto».

Persino la porta girevole della flessibilità va bene se in fondo si delinea la chimera della stabilità. «A cosa punto? – dice Roberto – naturalmente alla stabilizzazione contrattuale». Niente posto fisso che quello ormai è fuori dal linguaggio e dalla concettualizzazione. Solo un’idea di programmazione. Nella consapevolezza che il mondo lineare, fatto di poche scelte essenziali, conosciuto dai genitori, è archeologia. La priorità di Luca, Veronica, Giulia è semplicemente non far parte di quei 2.869.000 di persone che «dopo aver avuto una prima esperienza di lavoro per oltre tre mesi consecutivi» l’hanno interrotta e si trovano o disoccupati o a fare un altro lavoro. E soprattutto non vogliono attardarsi in un eterno presente. Un eterno presente in cui la transizione verso la vita adulta è costantemente rinviata. In parte ciò «è imputabile all’innalzamento dei livelli di scolarizzazione» come scrivono Nicola Negri e Marianna Filandri in Restare di ceto medio – Il passaggio alla vita adulta nella società che cambia (Edizioni Il Mulino), in parte al fatto, come ha registrato l’Istat, che «occorrono cinque anni perché la probabilità di passare da una prima occupazione temporanea a una stabile interessi la metà dei giovani entrati nel mercato del lavoro con un contratto a termine».

Con un rischio: «Nell’ultimo anno – spiega Andrea Ceccherini, presidente dell’Osservatorio dei Giovani Editori – ho avvertito una trasformazione profonda del clima tra i giovanissimi. Si è passati da una sostanziale astrazione rispetto alla politica e alle istituzioni pubbliche, a una crescente e irrefrenabile contrapposizione. I ragazzi pensano al futuro con timore, sono convinti che ieri era meglio di oggi e che domani sarà ancora peggio».

da www.ilsole24ore.com

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«C’è il pericolo che dalla disillusione si cada nel rancore», di Aldo Bonomi

Una società può smarrire la propria ombra, cioè la capacità di farsi carico di chi viene dopo? Direi di sì se si guardano i dati Istat sulla disoccupazione giovanile: tra i 15 e i 24 anni ormai uno su tre è disoccupato (28,9%, la media europea è 19,8%). Ma c’è un dato ancora più pesante: siamo primi in Europa per numero di giovani tra i 15 e i 30 anni che hanno gettato la spugna. Abbandonano gli studi e non lavorano in un Italia dove già nel 2005 il guadagno mensile netto di un laureato era 1.151 euro. Numeri che “bruciano” una generazione che nell’ultimo quindicennio ha cavalcato giustamente l’idea della formazione permanente e del “tutti professionisti” (anche con Partita Iva) come via più breve per inseguire il sogno di autonomia, senso e reddito.

Ho spesso raccontato nei miei microcosmi il fare microimpresa, manifatturiera o terziaria, l’ossimoro di essere capitalisti personali senza aspettare la chiamata della grande impresa o della Pubblica amministrazione. I dati Istat mostrano una discontinuità storica che scava nell’antropologia dei soggetti, nel loro rapporto profondo con il sistema sociale, con una idea di futuro. Rimango convinto che un importante rivolo per svuotare il lago della disoccupazione e depotenziare il malessere sociale che questa produce continui ad essere l’autoimprenditorialità a patto di tenere conto che non basta inneggiare al “tutti imprenditori” perché un intero, lungo, ciclo è finito e oggi siamo nell’epoca della selezione non della proliferazione dell’impresa. E questo vale non solo per quel lavoro autonomo di prima generazione, fatto di artigiani e micro-imprenditori che tra fine anni 70 e fine anni 90 ha incarnato l’epopea del capitalismo molecolare, dei distretti e delle filiere, come imprenditori o subfornitori; vale anche per un lavoro autonomo di seconda generazione, metropolitano e cognitivo, che sull’onda della new economy e della creatività ha incarnato quel mito della società della conoscenza che tanta parte ha giocato nell’indirizzare le scelte formative, professionali e di vita delle due ultime generazioni di giovani. Che hanno tentato la scalata al cielo pensando di poter facilmente sostituire al capannone e alle reti corte dei loro padri il Pc e la simultaneità del web e di Facebook.
Il salto del ciclo economico vale per tutti. E oggi i segnali di una disillusione di massa, anticamera del rancore di massa, ci sono tutti. In questi due anni di crisi li ho visti crescere su ambedue i lati in quella sorta di grande laboratorio a cielo aperto rappresentato dalla città infinita milanese dove l’intreccio tra l’artigiano brianzolo e il creativo milanese è all’ordine del giorno da almeno un trentennio. Qui tra i microimprenditori del mobile o della meccanica ad inizio 2010 quasi il 60 % degli intervistati ti dicevano che non investivano perché percepivano che tutto il sistema di regolazione economica e sociale che ne aveva accompagnato (e permesso) l’ascesa “non c’era più”, perché i mercati non erano più stabili “come una volta” e i più giovani erano in fuga dalla cultura del capannone. Ma anche nel mondo patinato del terziario milanese la falce della crisi ha mietuto vittime ponendo con la durezza dei processi reali il tema della proletarizzazione delle professioni (il 76 % dei giovani professionisti milanesi oggi pensa che la propria professione sia in crisi di prestigio sociale); unificando la condizione dei più giovani trasversalmente alla divisione tra vecchie e nuove professioni, giovani avvocati e art director, facendo crescere la futura bolla della formazione. Da un parte, nell’operosa Brianza, lo sforzo per produrre più operai e tecnici specializzati e il richiamo all’autoimprenditoria può avere successo solo se sta dentro scelte strategiche che affrontano il nodo di cosa produrre, come produrre e su quali mercati vendere le nostre merci. Attenzione dunque a non limitarsi a riproporre a chi oggi ha vent’anni solo un paradigma culturale delle virtù manuali dell’Italietta operosa e risparmiosa quasi che globalizzazione e terziarizzazione siano semplici parentesi. Perché il rischio è di moltiplicare conflitti figli di quella che chiamo “infelicità desiderante”, sentimento tipico dei giovani che vivono la contraddizione tra la voglia di star dentro all’ipermodernità con il mito dell’Essere che può tutto e una condizione sociale ed economica che allontana le concrete possibilità di esservi inclusi.

I numeri dell’Istat ci mettono in mezzo tra le rivolte dei giovani tunisini che vogliono senso e reddito e la locomotiva tedesca il cui mercato del lavoro continua a tirare. Il richiamo all’autoimprenditorialità funzionerà ancora solo se sta dentro la ricostruzione di una rete sociale oltre che economica che sostenga l’accesso a beni comuni che oggi appaiono sempre più imprescindibili per rimanere sul mercato: conoscenza, servizi, reti di comunicazione e welfare. Tutte cose che ci richiamano alla grande questione dei lavori, la loro rappresentanza e rappresentazione. Perché oggi, dentro le difficoltà della crisi, il campo della rappresentanza del capitalismo personale e del nuovo lavoro autonomo è divenuto un cantiere di cambiamenti. Per tutti, dagli oltre 2.600.000 commercianti e artigiani di Rete Imprese Italia alla galassia delle associazioni professionali del “nuovo terziario” fino al piccolo sindacato delle Partite Iva Acta e agli Ordini, si pone la questione se l’autoimprenditorialità sia davvero uno degli emissari che svuoterà il lago della disoccupazione potando i giovani a navigare nel mare del futuro.

da www.ilsole24ore.com

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«Economisti e ingegneri tra i più richiesti», di Cristina Casadei

«Si ricorda, dieci anni fa, quando c’è stata la bolla tecnologica? O quella della comunicazione?», chiede Marco Centra, ricercatore responsabile dell’area lavoro all’Isfol mentre cerca di spiegare le ragioni della difficoltà del rapporto tra i giovani e il lavoro. Come tutte le bolle anche queste sono state bucate dal corso del tempo, sgonfiando così l’occupazione che avevano creato. E lasciando molti laureati che avevano iniziato gli studi dieci anni fa, carichi di aspettative sul loro futuro professionale, ma senza grandi prospettive.

Dalla lettura storica del rapporto tra domanda e offerta di occupazione, così come è illustrata dai dati Unioncamere-Excelsior, emerge che al riparo dal mismatch ci sono solo gli economisti: è in economia la laurea più richiesta nel corso del decennio. Anzi, se nel 2001 servivano 15.499 laureati in questa materia, nel 2010 ne servivano 20.030. Non così per l’indirizzo informatico e delle tlc: nel 2001 le imprese chiedevano 12.122 di questi laureati, nel 2010 questi professionisti sono spariti dalla lista. Ci sono rimasti, in cima, ingegneri, medici e chimici, mentre sono iniziate a spuntare altre professioni, tra le più richieste. Come lo psicologo che nelle previsioni del 2001 era assente, mentre nel 2010 il mercato ne chiedeva 790. Per non dire degli urbanisti che con la trasformazione di molte città per i grandi eventi, in primis Roma e Milano, sono passati da 238 nel 2001 a 650 nel 2010. Oppure interpreti e traduttori che con la globalizzazione sono sempre più preziosi: nel 2001 ne servivano 700, nel 2010 quasi il doppio: 1.370.

Che ci sia un’esigenza di riqualificazione del lavoro in funzione del cambiamento delle necessità delle imprese è vero ma, come dice l’economista Emiliano Brancaccio, che insegna all’Università del Sannio, «il vero problema è che esiste un numero di posti vacanti per lavoratori qualificati nettamente inferiore al numero di giovani qualificati che oggi non lavorano. La questione della qualificazione diventa così secondaria». Leggendo la serie storica dei dati Excelsior Unioncamere emerge che se nel 2001 le assunzioni previste erano 713.558, nel 2010 sono diventate 551.950. Per i giovani ad aggravare il quadro, come spiega Marco Centra, c’è la crisi economica che ha accentuato una questione strutturale: «La prima reazione del mercato del lavoro alla crisi è stata il calo di assunzioni. Tenendo conto che i nuovi ingressi riguardano per oltre la metà i giovani, è chiaro che sono stati loro a risentire di più di questa fase difficile (si veda in alto il grafico Isfol che rielabora dati Istat)». Qualcosa però sta cambiando perché chi è giovane oggi, aggiunge Brancaccio, «sta prendendo coscienza del fatto che certi problemi si risolvono in due modi. Innanzitutto affrontando seriamente lo studio e il lavoro. E poi esprimendo giudizi severi che portino verso una politica economica adeguata».
Per fare ripartire il ciclo virtuoso delle assunzioni potrebbe essere utile maggiore flessibilità? Forse, ma per Mario Mezzanzanica, professore della Bicocca e direttore scientifico del Crisp, «oggi la flessibilità contrattuale è garantita e le regole pur modificabili e migliorabili ci sono. Semmai bisogna superare la barriera d’ingresso al mercato del lavoro che è rappresentata dall’esperienza. Gli stage, adesso, sono più che mai una grande opportunità. In Lombardia abbiamo riscontrato che nel giro di 3 anni la maggior parte degli stagisti vengono poi assunti».

Lo conferma anche Lucia Gunella, responsabile del settore orientamento e placement dell’Università di Bologna che dice: «Ogni anno abbiamo circa 17mila studenti che svolgono tirocini e il feedback dei ragazzi e delle aziende è positivo». In futuro potrebbe aiutare anche a colmare il gap tra istruzione e lavoro «che con la globalizzazione si è amplificato – dice il prorettore dell’ateneo Roberto Nicoletti –. L’università ha una velocità di cambiamento più lenta dell’industria. Se dopo tre anni cambiano delle linee di produzione, le imprese vorrebbero laureati operativi da subito. Ma noi per cambiare un corso di studi impieghiamo 5 anni. Certo è che possiamo, attraverso l’orientamento, promuovere un percorso di conoscenza delle facoltà e anche del lavoro».

da www.ilsole24ore.com

"La necessità di una tregua", di Ferruccio de Bortoli

Nell’infinita notte della nostra Repubblica, cresce l’inquietudine di chi vorrebbe vivere in un Paese normale, di chi avverte l’urgenza di occuparsi di problemi veri: la famiglia, il lavoro, l’impresa. E soffre il degrado della vita pubblica, la grave perdita d’immagine internazionale. Vogliamo essere orgogliosi del nostro Paese e non avere motivi di imbarazzo se non di vergogna. Un’inchiesta della procura milanese a carico del premier scuote le coscienze. Diffidiamo dei tanti che pensano di avere la verità (e la sentenza) in tasca. Siamo garantisti, ma riteniamo che il premier debba andare dai magistrati competenti e chiarire. Ha tutto il diritto di difendersi, anche se sarebbe preferibile che non lo facesse attaccando ogni giorno la magistratura. Fondato e importante il tema delle libertà individuali, ma chi governa deve dare un buon esempio.

In questi giorni si sta consumando un altro dramma: il crescere della conflittualità fra le istituzioni. Forse ci stiamo abituando a tutto, ma non possiamo assistere in silenzio a una catena di strappi senza precedenti. Capisco l’insofferenza per le forme, che è figlia di questo tempo, ma c’è un limite. Jean Monnet, uno dei padri dell’Europa, diceva che «niente è possibile senza gli uomini, ma nulla è durevole senza le istituzioni». Nella salute delle nostre istituzioni c’è la qualità democratica di cui godranno le future generazioni. Le irritualità sono state numerose. Il premier chiede le dimissioni del presidente della Camera, suo ex alleato, e questi, super partes a Montecitorio, da poco capo di un nuovo partito, rivolge al presidente del Consiglio analoga intimazione. Il ministro degli Esteri, rispondendo a un’interrogazione ammessa, fra le contestazioni, dal presidente del Senato, presenta un dossier con lo scopo di provocare le dimissioni del presidente della Camera su una questione, la nota vicenda della casa di Montecarlo, che continua a incombere su Fini. Insomma, l’appartenenza politica e le convenienze personali degli uomini che rivestono le principali cariche dello Stato sembrano prevalere sul ruolo istituzionale che ricoprono. In un Paese nel quale vi sono forze politiche che vorrebbero ridurre al silenzio la magistratura, limitandone l’autonomia e l’indipendenza, e magistrati che pensano di potersi sostituire alla volontà popolare nel decidere a chi spetti governare.

Nell’anomalia italiana, gli ingredienti più rari sono il buon senso e la misura, propri dell’etica pubblica. Una tregua fra le istituzioni e una prova di dialogo fra maggioranza e opposizione sono necessari. Un’indagine non può paralizzare la vita del governo, che deve proseguire la propria attività, peraltro caratterizzata da diversi aspetti positivi, nel rispetto dell’azione della magistratura. Un allargamento della maggioranza è sempre possibile (i ribaltoni, per favore no), ma non a costo di avvilenti mercanteggiamenti di deputati e senatori. La precaria congiuntura internazionale suggerisce stabilità e polso fermo, specialmente in economia. Ma se l’incertezza di un quadro contrassegnato da scandali, liti e reciproche delegittimazioni fra poteri dello Stato dovesse proseguire, è preferibile restituire la parola agli italiani. Ancora due anni così non ce li possiamo permettere. Senza una vera tregua, meglio allora votare subito, anche con una legge elettorale sbagliata. Non è la scelta migliore ma potrebbe diventare il minore dei mali.

da www.corriere.it

"Altolà allo sfascio istituzionale. Il Colle mette nel conto le urne", di Marcella Ciarnelli

Non può non aver pesato l’altolà del presidente della Repubblica nella decisione del Pdl di rinviare a data da destinarsi l’ipotizzata manifestazione a difesa di Silvio Berlusconi contro la magistratura. E forse anche Gianfranco Fini che questa volta non si è recato alle assise del Terzo Polo ne è stato“influenzato”.

Il Capo dello Stato, irritato e allarmato, aveva fatto sapere in pubblico e in privato di non poter più assistere impotente allo scontro in atto. Puòinfatti il presidente della Repubblica rimanere indifferente quando i suoi richiami alla responsabilità, ma anche l’allarme e lo sconcerto di tanta parte del paese, rimangono senza risposte? E’ evidente che non può. E, quindi, al Quirinale si è cominciato a ragionare su come fermare la guerra di tutti contro tutti, mettendo nel conto l’ipotesi estrema dello scioglimento anticipato della legislatura e le elezioni, “l’arma totale” come l’ha definita il costituzionalista Michele Ainis, in osservanza del dettato costituzionale che affida questa esclusiva prerogativa al presidente, dopo aver consultato i vertici di Senato e Camera.

E un giornale vicino (anche se a volte critico) al presidente del Consiglio, il “Foglio” di Giuliano Ferrara, deve averne avuto sentore se ieri titolava su una “iniziativa istituzionale straordinaria” con la convocazione al Colle di Schifani e Fini, collocandola però nella giornata di martedì quando, invece, da tempo è noto che Napolitano sarà a Milano per ricordare Tommaso Padoa Schioppa, un rigoroso servitore dello Stato il cui ricordo potrà semmai servire a prendere ulteriormente le distanze dal bailamme di questi giorni. Il pericolo il Capo dello Stato l’ha segnalato per tempo, e in più occasioni pubbliche. E’ echeggiato sul giornale del Vaticano. E ieri l’eco è giunta in tutte le aule in cui si è inaugurato l’anno giudiziario. Il rischio di ulteriori esasperazioni e tensioni che possono solo aggravare il “turbamento” largamente avvertito e riconosciuto, di “tentazioni di conflitti istituzionali” e di “strappi mediatici” stanno diventando concreta realtà: il governo contro il parlamento, contro la Corte Costituzionale e contro la magistratura; il presidente della Camera che viene attaccato in Senato; una maggioranza di governo che si appella alla piazza contro la magistratura che ha nel Capo dello Stato il garante della propria indipendenza. Quest’ultima deve essere sembrata la classica goccia che fa traboccare il vaso. E non ha mancato occasione, Napolitano, nei diversi colloqui informali con esponenti del centrodestra, da ultimo nel tragitto verso e di ritorno dal Palazzaccio con il guardasigilli Angelino Alfano, per avvertire che si stava superando il segno, che le sedi giudiziarie non possono essere sostituite dalla piazza, fisica o mediatica che sia. Messaggio che, immediatamente riferito a Palazzo Chigi, deve aver allertato il premier. Del resto, il centrodestra è fermo a 314 voti, ha una maggioranza numerica ma sempre inferiore ai 316 che pure il Cavaliere aveva sostenuto essere in grado di poter raggiungere e superare abbondantemente, che consente di respingere la sfiducia all’esecutivo e a Bondi ma non assicura la governabilità.

Le opposizioni sempre sul piano numerico sono in grado di condizionare i lavori parlamentari ma non di produrre un’alternativa politica di governo. Ne consegue una condizione di paralisi del Parlamento che acuisce la conflittualità politica e quindi l’instabilità. E’ evidente che bisogna uscire da questa situazione. Come? Per settimane il dibattito politico anche nel centrodestra è stato dominato dall’ipotesi del passo indietro di Berlusconi a favore di un altro esponente della stessa coalizione di governo: Gianni Letta, con cui il premier ha un rapporto fiduciario personale, o Giulio Tremonti, per via della delicata questione dei conti economici e dei legami che il ministro dell’Economia ha con la Lega senza la quale non esisterebbe nemmeno la maggioranza numerica e che aspetta solo di verificare se riescono a passare i provvedimenti sul federalismo. Ma il solo emergere di questa ipotesi è bastato al Cavaliere per prendere le distanzeda Tremonti e sospettare persino del fidato sottosegretario. Muoia Sansone con tutti i Filistei,ma lui non ci sta a fare la parte di Sansone. Altrimenti? Le urne rischiano di diventare una strada obbligata per il Presidente della Repubblica se l’alternativa fosse lo sfascio. Qualcuno ha ieri ha cominciato a rendersene conto e c’è stato qualche colpo di freno. Ma se le ragioni del confronto non riuscissero a prevalere su quelle della discordia non sarà il pronto soccorso di un ipotizzato rimpasto a rimettere in piedi unmalato in rianimazione.

da www.unita.it