Latest Posts

"La follia del click-day per gli immigrati", di Tito Boeri

Attivate il “mini-client” e cliccate con il vostro “mouse”, come spiegato nella “slide” successiva, recitano le istruzioni del ministero. E attenti, aggiungeremmo noi, a non commettere errori nella compilazione della domanda: anche la minima incertezza nel trascrivere un nome o un indirizzo potrebbe costarvi cara.
Non riuscireste a regolarizzare la persona cui affidate la cura dei vostri cari, detta “badante”. E voi immigrati con un permesso di soggiorno non potreste permettere ai vostri figli di raggiungervi senza doversi rivolgere ai criminali, quelli che organizzano il traffico degli immigrati clandestini, pagando un “pizzo” elevato e rischiando la loro vita.

Tutto avverrà in poco più di un minuto nei tre click-day a vostra disposizione. Bisognerebbe chiamarli “abdic day”, perché sanciscono l’incapacità di governare i flussi migratori, la scelta di abdicare da questa responsabilità. Nel peggiore dei casi si lascia ai professionisti delle pratiche telematiche (le istruzioni sul sito del ministero sono tutt’altro che semplici e infarcite di termini inglesi, ostici per molti datori di lavori domestici) la scelta su chi regolarizzare e chi non. Nel migliore sarà invece un razionamento lasciato interamente al caso.

Ma davvero un paese come il nostro non può scegliere quali immigrati far arrivare da noi, non può stabilire priorità? Abbiamo già milioni di immigrati che vivono da anni in Italia e che vorrebbero ricostruire le
loro famiglie da noi. I nuovi arrivati si integrerebbero molto più facilmente di chi arriva senza conoscere nessuno. Abbiamo uno stato sociale che non aiuta chi non è più autosufficiente e famiglie che diventano sempre più piccole, non più in grado di offrire la cura di qualità di cui gli anziani avrebbero bisogno. Gli immigrati che tappano questi buchi sono sempre più indispensabili, non possiamo farne a meno. Abbiamo anche un bisogno disperato di talenti, di manodopera qualificata per riconvertirci su produzioni a più alto valore aggiunto. Uno studente straniero che prende un dottorato da noi, molto spesso grazie a borse di studio a carico del contribuente italiano, che parla la lingua italiana e che potrebbe creare tanti nuovi posti di lavoro, è spinto ad andarsene altrove al termine dei propri studi. Non sarebbe più efficiente cercare di trattenerlo da noi anziché affidarsi al caso o confidare sul suo click veloce?

Sarà un “abdic day” anche perché, una volta di più, servirà soprattutto a regolarizzare chi è già da noi illegalmente, anziché a regolare i flussi in ingresso, come recita ipocritamente il decreto che lo istituisce. Chiederemo a queste persone di uscire e poi rientrare col rischio peraltro di non poterlo fare se identificate come irregolari nel momento in cui lasciano il nostro paese. Sarebbe una beffa per chi vince la gara del click-day, una beffa pagata all’ipocrisia di leggi che fingono di regolare gli ingressi sapendo bene che finiscono per lo più per sanare irregolari già da noi.

Non appena si è sentito odore di elezioni anticipate, la Lega ha fatto affiggere sui muri di Milano un manifesto con l’immagine di un barcone di disperati in arrivo sulle coste italiane. Titolo eloquente: “Vogliono farli tornare”. Paradossalmente se la prendono proprio con il Presidente della Camera che ha sottoscritto assieme a Bossi la normativa sull’immigrazione. La Bossi-Fini gestisce da dieci anni le politiche dell’immigrazione in Italia.

Il manifesto è rimasto senza risposta. Anche perché l’immigrazione è uno dei tanti temi che divide l’opposizione, spaccata tra l’ideologia e il pragmatismo. Proviamo allora a darla noi la risposta. No, non vogliamo farli tornare, anche perché non hanno mai smesso di arrivare, valicando altre frontiere. Né vogliamo farli deportare nel deserto libico e stringere accordi molto impegnativi con i dittatori del nord-Africa, regimi antidemocratici e sulla via del tramonto. Vogliamo solo governare l’immigrazione. Voi siete capaci di farlo solo a parole e rigorosamente solo in campagna elettorale.

La Repubblica 31.01.11

"Ora Berlusconi chiede aiuto a Bersani", di ce.bu.

Silvio Berlusconi è in difficoltà e questo è ormai assodato. Non si spiegherebbe altrimenti il contenuto e la forma della sua lettera pubblicata oggi sul Corriere della Sera e indirizzata al segretario del Pd Pier Luigi Bersani.
LEGGI IL TESTO
Si potrà anche ironizzare su certe espressioni del premier, arrivate dopo giorni di verbali a luci rosse. Così come quando scrive di voler dare una “frustata” all’Italia oppure di non amare la “botta secca” per il Paese.

Ma gli elementi che più fanno riflettere della lettera politica e programmatica di Berlusconi sono altri. Il presidente del Consiglio invita il leader dell’opposizione a stringere un patto bipartisan per far ripartire l’economia, ma lo fa fuori tempo massimo. Già mesi, ormai anni fa, era stato proprio Bersani a spronare l’esecutivo a darsi da fare per l’economia stagnante dell’Italia. E Berlusconi aveva sempre risposto parlando d’altro, di un’economia in salute o di giudici che lo perseguitavano.

Ma non solo. Berlusconi nella sua lettera arriva a blandire Bersani (“uomo dalla cultura pragmatica dell’emiliano”) dopo avergliene dette di tutti i colori in passato. E quello che appare più beffardo è il richiamo e l’invito a riprendere il processo di liberalizzazione dell’economia italiana che proprio Bersani aveva avviato da ministro dell’Economia (dalla portabilità dei mutui senza spese agli interventi sulle professioni) e che Berlusconi e i suoi alleati, allora all’opposizione, avevano osteggiato in tutti i modi. Il Paese e i cittadini romani in particolare non potranno dimenticare, ad esempio, le proterve manifestazioni dei tassisti che osteggiavano le proposte di Bersani.

Insomma, un Berlusconi che si riscopre liberale e favorevole alle liberalizzazioni oltre ogni possibile credibilità, un Berlusconi che lusinga Bersani dopo averlo insultato a più riprese, un un Berlusconi che invoca la collaborazione parlamentare dopo aver a lungo ignorato il Parlamento, un Berlusconi che si richiama a Napolitano dopo averlo aggredito in diverse occasioni, appare un Berlusconi in grande difficoltà.

L’Unità 31 gennaio 2011

"Linguaggio, ecco perché Berlusconi usa le parole postribolo o insufflare", di Leonardo Tondelli

Ci si abitua a tutto, col tempo, e il giorno che Berlusconi a rete unificate mostrerà le chiappe ai giudici noi spegneremo la tv sbadigliando, ormai assuefatti. Nel frattempo la scorsa settimana si è limitato a telefonare in diretta a Gad Lerner rimproverandogli di condurre non una trasmissione ma un “postribolo”, e di farlo in modo “spregevole, turpe, ripugnante”. Diamo per scontato che l’intervento di Berlusconi sia stato estemporaneo, e che lui abbia usato nella foga le prime parole che gli venivano in mente; al limite se le sarà appuntate su un foglietto prima di prendere la linea. Non suonano comunque incredibilmente sue?

In effetti, chi altri in tv può permettersi, al colmo dello sdegno, di usare la parola “turpe”? Forse lo stesso presidente del Milan che si compiace di pronunciare “giuoco”, che si lamentava che qualcuno “insufflasse” notizie tendenziose ai quotidiani stranieri. Berlusconi del resto può dire quello che vuole, essendo il capo. Chiunque altro vada in tv, soprattutto sui suoi canali (cioè tutti, ormai), ha imparato da anni a limitarsi, a ridurre il proprio vocabolario a quelle mille, quelle cinquecento parole che sono più che sufficienti a vendere qualcosa a un “bambino di undici anni, neanche tanto intelligente” (da sempre il target ideale Mediaset). Quindi: non si dice “postribolo”, ma “bordello”, e meglio ancora “casino”; non “spregevole”, ma “stronzo”, che è effettivamente cosa spregevole, o “capra” quando si vogliono evitare grane legali. Eppure il Capo non parla proprio così. L’insipida neolingua televisiva l’ha imposta a tutti, tranne che a sé stesso.

Il fatto che B. parli strano non significa che parli difficile. Le sue stravaganze lessicali non appartengono al gergo grigio degli intellettuali di fine Novecento; non sono i soliti termini vacui o incomprensibili evasi dall’ambito accademico. Berlusconi pesca piuttosto nel melodramma ottocentesco, nel repertorio lessicale al tempo stesso magniloquente e popolare dei libretti d’opera e dei romanzi d’appendice. Gli arcaismi che sceglie o si lascia sfuggire diventano immediatamente comprensibili, grazie al contesto e alla sintassi sempre lineare. Quando dice “insufflare” capiamo tutti al volo cosa intende, anche se non abbiamo mai sentito la parola: la rarità del termine però aggiunge al messaggio qualcosa di più. È quel dettaglio dissonante che in un qualche modo rafforza la verosimiglianza della frase, e in gergo televisivo si direbbe che “fora”: attira l’attenzione di spettatori e commentatori, in nove casi su dieci finisce sui titoli dei giornali e a volte crea veri e propri tormentoni.

Due giorni prima dell’intemerata berlusconiana all’Infedele, sullo stesso canale Pier Luigi Bersani aveva confessato a Irene Bignardi di avere anche lui parlato ‘difficile’ in gioventù. Del resto il segretario PD si è fatto le ossa nel periodo delle “convergenze parallele”, quando il linguaggio della politica era un idioletto comprensibile a pochi. Col tempo ha saputo rinnovarsi, eliminando i tecnicismi e cercando slogan tra i modi di dire della quotidianità. Lo sforzo di voler parlare a tutti c’è, non si può negare, ma non si può nemmeno fingere che non sia uno sforzo. Anche Veltroni, l’indomani, al Lingotto, ha regalato un altro dei suoi lunghissimi discorsi in cui è riuscito a parlare di tutto, inserendo aneddoti anche gustosi, ma in un italiano rigorosamente medio, un po’ pedestre, mondato di ogni stravaganza. Insomma, mentre Veltroni e Bersani censurano consapevolmente il proprio dizionario nel tentativo di farsi capire da un non meglio identificato italiano medio, Berlusconi se ne frega e attacca ai lati, mescolando alto e basso, “turpe” e “coglione”, “postribolo” e “bunga bunga”. La differenza tra le due manovre assomiglia a quella tra certe fiction rai dove tutti (studenti, professori, bidelli) parlano lo stesso irrealistico italiano medio, appena appena impreziosito da qualche intonazione dialettale, e i feuilleton Mediaset con Garko e la Arcuri, che sfoggiano termini desueti come chincaglieria non sempre comprensibile, ma straordinariamente decorativa. Alla fine c’è un pubblico per entrambi i prodotti, ma il secondo sembra ancora il più popolare.

E la teoria qual è? Beh, forse Berlusconi ha vinto quando ci ha convinto che gli italiani stessero al centro, e che per raggiungerli avremmo dovuto rinunciare alle nostre parole difficili, tecniche, espressive. E mentre ci autocensuravamo alla ricerca del fantomatico Centro lui operava nel senso opposto, prosperando ai bordi, riuscendo nell’impossibile impresa di conciliare gli estremi, nazionalisti e leghisti, imprenditori e disoccupati, cattolici e puttanieri, mescolando barzellette e melodramma – una forza centrifuga che spingeva verso l’esterno, verso l’estremo, schiacciandoci al centro in una morsa. Se invece di seguire i suoi consigli avessimo ragionato sul suo linguaggio, chissà, forse oggi ci sarebbe rimasto qualche elettore in più. O almeno qualche parola in più, che è meglio di niente.

Il blog di Leonardo sull’Unità (www.unita.it) http://leonardo.blogspot.com

"Lega Predona e la stangata del federalismo", di Massimo Giannini

Con il decreto di Calderoli c’è una sola certezza: più tasse per tutti

Dalla gigantesca cortina fumogena che avvolge il federalismo fiscale, nella versione municipale appena riscritta dal ministro Calderoli, emerge finalmente una luminosa certezza. Pagheremo più tasse.
Secondo la grancassa leghista – amplificata da un governo che dalla Legge di Stabilità del 28 maggio 2010 non ha più varato uno straccio di misura strutturale – la rivoluzione federale avrebbe dovuto cambiare la storia italiana.
Gli enti locali avrebbero lucrato un dividendo politico: rafforzare il rapporto con i cittadini con l’offerta di servizi più legati ai territori. I contribuenti avrebbero ottenuto un vantaggio economico: costi certi per le prestazioni, e meno imposte per tutti. La prima è e resta un’incognita assoluta. La seconda invece non lo è più. Il nuovo testo del decreto, che andrà all’esame della Commissione bicamerale della Camera giovedìi prossimo, prevede infatti una gragnuola di potenziali inasprimenti fiscali. Ai 4.781 comuni (ora sotto la soglia dello 0,4%) viene restituito il potere di aumentare le addizionali Irpef già a partire dal 2011. Non solo. I sindaci potranno introdurre tasse di scopo per finanziarela costruzione di specifiche opere pubbliche. I capoluoghi di provincia e le città d’arte potranno istituire una tassa di soggiorno fino a 5 euro per notte. Se a questo aggiungiamo la nuova cedolare secca sugli affitti (sostitutiva dell’Irpef) e la nuova Imu sulle seconde case (sostitutiva della vecchia Ici), il quadro è completo. Per poter chiudere i bilanci senza dover tagliare all’osso i servizi essenziali (asili per bambini, welfare per gli anziani, trasporti per tutti) i sindaci non avranno altra via che inasprire i tributi. Sono loro stessi a riconoscerlo, nel centrodestra e nel centrosinistra.
Un capolavoro per un Paese che è appena salito sul «podio» della classifica mondiale della pressione fiscale: secondo gli ultimi dati Ocse, tra il 2008 e il 2009 siamo passati dal 43,3 al 43,5%, ed ora siamo terzi dopo Danimarca e Belgio. Se Roma è Ladrona, la Lega è Predona.

da La Repubblica

"L´etica relativa di un Paese indulgente", di Ilvo Diamanti

È probabile che i recenti scandali abbiano eroso ulteriormente la popolarità di Berlusconi. Che, dopo la scorsa estate, si era già sensibilmente ridimensionata. Non più del 35-36% degli italiani, infatti, valuta il suo operato con un voto uguale o superiore a 6.Cioè: la sufficienza. Tuttavia, non bisogna pensare che i nuovi scandali producano effetti immediati e visibili anche sul piano del consenso elettorale. In primo luogo perché parte dei consensi perduti dal Pdl vengono drenati dalla Lega. (E occorrerebbe un´opposizione davvero competitiva.) Poi, perché sarebbe errato pensare che Berlusconi abbia costruito il proprio consenso su valori specifici e “originali”, imposti da lui. In parte è vero il contrario. Berlusconi ha, semmai, intercettato un sentimento comune che gli pre-esisteva. Attraverso l´azione personale e mediatica. Da un lato, ha riprodotto la passione degli italiani per “l´arte di arrangiarsi”. Il distintivo nazionale, insieme all´attaccamento alla famiglia (come dimostrano le indagini condotte da Demos e liMes, negli ultimi vent´anni). Berlusconi lo ha esibito con orgoglio. L´uomo dei fatti, che si è fatto da sé. Imprenditore ingegnoso, riluttante alle regole e a chi le impone. Lo Stato, il pubblico, la sinistra, i comunisti. Sinonimi.
D´altra parte, Berlusconi ha captato il relativismo etico diffuso nella società. Esisteva già prima – e da molto tempo. Lui si è dedicato, con impegno e passione, a praticarlo. In modo aperto e palese. Senza vergognarsene. In passato, gli uomini politici coltivavano i loro vizi privati nell´ombra. Nel retroscena. Lui no. Ne ha fatto sfoggio. Nelle sue ville e nelle sue residenze si è sempre assistito a un viavai di ragazze e di persone appariscenti. A feste rutilanti. Non propriamente coerenti con l´immagine pubblica di un uomo di Stato. Difficile, peraltro, invocare il diritto alla privacy, visto che il Premier ha trasformato le sue residenze “private” in luoghi di rappresentanza “pubblica” e ufficiale. Dove si svolgono incontri e attività di governo. Dove vengono ricevuti Presidenti, sovrani e leader di altri Paesi. Difficile, anche perché Berlusconi ha costruito il consenso sul privato esibito in pubblico.
Tuttavia, le avventure “private” del Premier non hanno traumatizzato gli italiani. Non tutti, almeno. Utilizzando alcune indagini dell´Atlante Politico condotte fra novembre e dicembre, abbiamo costruito una mappa delle opinioni degli italiani verso gli atteggiamenti e gli stili di vita del Premier. Ne abbiamo ricavato 5 tipi. Due dei quali decisamente negativi. A) Gli “indignati”: ritengono offensivi gli atteggiamenti di Berlusconi (verso la famiglia, le donne e gli omosessuali). Costituiscono il 22% degli italiani (intervistati). B) Largamente “critici” si dicono, inoltre, il 32% dei cittadini. C) All´opposto, troviamo un gruppo di “ultrà” del Premier. I “tifosi”, limitati al 5%, sono schierati – senza se e senza ma – accanto a lui. Qualunque cosa egli dica o faccia. D) Accanto ai tifosi incontriamo una componente ampia e significativa, pari al 16%, di “ammiratori”. Anch´essi sostengono il Premier e ne approvano le parole e le opere. Il privato del Premier – in particolare – non li sconcerta. Essi, anzi, lo approvano, anche se con qualche – lieve – distinguo. Come i “tifosi”, non credono fino in fondo a queste notizie. Pensano a un complotto dei magistrati e dei comunisti. Dei magistrati comunisti.
Tra queste posizioni antagoniste, galleggia una porzione ampia della popolazione. E) Un italiano su quattro, infatti, si dimostra “indulgente”. Giudica, cioè, i comportamenti e gli atteggiamenti di Berlusconi “discutibili ma non gravi”. Li disapprova senza condannarli. Anche sotto il profilo etico, quindi, Berlusconi divide gli italiani a metà. O forse è vero il contrario: Berlusconi ha captato e riprodotto le divisioni (e le debolezze) “etiche” degli italiani. Pubbliche e private. Che fanno guardare con indulgenza e perfino aperta approvazione le storie di donne e donnine, ragazze e ragazzine in cui è coinvolto, di continuo, il Premier.
Va detto che gli orientamenti complici e comprensivi riflettono le divisioni politiche. Per cui crescono sensibilmente nel passaggio da sinistra a destra. Ma sono, comunque, diffusi anche tra gli elettori di opposizione. Visto che il 17% degli elettori del Pd si mostra “indulgente” verso il Premier e un ulteriore 7% esprime “ammirazione” per le gesta del Premier. Orientamenti ancor più condivisi nella base dell´Udc. D´altronde, neppure l´identità cattolica scava una distanza etica profonda rispetto a questi atteggiamenti. Il 28% dei cattolici praticanti, infatti, si dichiara indulgente verso i comportamenti del Premier, il 22% li approva senza riserve. E la quota delle ragazze più giovani (18-29 anni) che ritiene offensivo l´atteggiamento di Berlusconi verso le donne è ridotta: poco più di un terzo. Appaiono, cioè, molto più indulgenti rispetto ai “giovani” uomini.
Ripetiamo: si tratta di una mappa ricostruita in base a sondaggi condotti un paio di mesi fa. Prima delle recenti inchieste e intercettazioni, legate all´accusa di sfruttamento della prostituzione minorile. Mi sembra possibile e, anzi, probabile, che gli ultimi eventi abbiano peggiorato l´immagine del Premier e della sua coalizione. Tuttavia, gli scandali inseguono Berlusconi ormai da quasi due anni. E la vicenda di Ruby Rubacuori è esplosa più di tre mesi fa. Inoltre, l´informazione su questi fatti è filtrata e rielaborata dai media pubblici e privati più popolari in modo spesso reticente. Peraltro, come abbiamo già detto, è da mesi che la popolarità del Premier è bassa. Espressa da poco più di un terzo degli elettori. E quindi da una quota di persone inferiore a coloro che dimostrano indulgenza oppure ammirazione nei confronti delle sue “imprese” con le donne.
Ciò conferma che Berlusconi, in una certa misura, abbia intercettato una corrente d´opinione di lungo periodo. Un relativismo etico, che riguarda la concezione della donna e del suo ruolo. Nella società, nella famiglia, nelle relazioni di genere. Insieme a un sentimento omofobo, mai dissimulato. Oltre a una diffidenza radicata verso le istituzioni e le regole pubbliche. Berlusconi non ha “inventato” questi atteggiamenti e questi modelli etici, trasferendoli agli italiani attraverso i media. Li ha, invece, “rappresentati” (cioè: ha dato loro rappresentanza e rappresentazione). E li ha, inoltre, amplificati. Legittimati. Imposti come modelli (e consumi) di successo. Liberarsi di Berlusconi, per questo, non basterà a liberarci dal berlusconismo. Perché è un´anomalia che abita in noi, nella nostra storia e nella nostra società. “Curarlo” non sarà facile. Dovremo curare anche noi stessi.

La Repubblica 31.01.11

"Fiat, Chrysler e Volkswagen Modelli e tutele a confronto", di Marco Ventimiglia

L’appuntamento è per oggi pomeriggio nella sala conferenze del Pd dove si svolgeràunseminario sul settore dell’auto dopo le tumultuose vicende che hanno portato all’approvazione dell’accordo su Mirafiori «Va bene, la Fiat ha imposto il referendum su Mirafiori, il cui risultato va comunque accettato, però adesso il re è nudo. Ora tocca a Marchionne dimostrare che ci mette i soldi, che ci sono dei nuovi modelli, che gli operai potranno veramente compartecipare agli utili se non contribuire alle decisione aziendali». Cesare Damiano, capogruppo dei democratici in Commissione Lavoro alla Camera, parla alla vigilia di un importante appuntamento. Oggi pomeriggio alle 18, presso la sala conferenze del Pd a Roma, si svolgerà un seminario di approfondimento che assume anche una valenza di grande attualità,come suggerisce il suo argomento: “Il settore dell’auto nella globalizzazione tra tutele e competitività.
Tre casi a confronto: Fiat Chrysler e Volkswagen”. «Con questa iniziativa – spiega Damiano – vogliamo uscire fuori dalla trincea e capire come stanno veramente le cose. E per farlo occorre occuparsi della realtà all’interno delle fabbriche d’automobili, confrontare gli orari di lavoro, gli stipendi, le forme di compartecipazione e di codecisione degli operai all’impresa, e così via dicendo». In quest’ambito, la scelta dei luoghi produttivi dove concentrare il focus non è naturalmente casuale: «Quel che accade in Chrysler è importante sia perché si tratta ormai di una controllata della Fiat, sia perché rappresenta un diverso ed importante modello di rapporti fra sindacato ed azienda, quello americano. Quanto a Volkswagen, si tratta di una realtà industriale dell’auto in Europa che si potrebbe immaginare molto simile a quella torinese, ed invece, come verrà evidenziato durante il Seminario, sta diventando un modello sempre
più distante, purtroppo in meglio, da quel che si sta concretizzando in Fiat».
I FONDI PENSIONE USA
All’incontro odierno parteciperanno esperti e protagonisti del mondo del lavoro automobilistico, quali Giuseppe Berta, storico dell’industria e professore all’università Bocconi,
e Francescantonio Garippo, consigliere di fabbrica del più grande stabilimento tedesco di Volkswagen,
quello di Wolfsburg. «Dalla documentazione che verrà analizzata
e discussa – dice Damiano – emergono delle profonde differenze fra la situazione in Chrysler e quella tedesca, però con un importante denominatore comune, il coinvolgimento degli operai nei risultati aziendali, cosa che manca del tutto in Italia. Negli Usa questo avviene tramite la partecipazione azionaria all’azienda del sindacato, e quindi dei lavoratori, attraverso i fondi pensione. Un meccanismo che può assumere grande importanza, se è vero che in Crysler il sindacato è di fatto il primo azionista».
Quanto a Volkswagen, il coinvolgimento degli operai ha radici
antiche e solide: «In Germania il meccanismo di codecisione e compartipazione è stabilito da leggi varate nel primo dopoguerra, con i
lavoratori che fanno parte di un Comitato di vigilanza attraverso il quale passano tutte le decisioni strategiche. Certo, in Volkswagen non si sciopera più da molti anni e per farlo serve un referendum con l’assenso del 75% dei dipendenti.
Ma a fronte di ciò siamo di fronte ad un gruppo dove gli operai lavorano meno rispetto alla Fiat, guadagnano di più, e ciò non impedisce all’azienda di essere fortemente competitiva nelmondoe di sfornare molti nuovi modelli. In Italia, invece, l’unica questione rilevante sembra essere quella della ridefinizione dell’orario di lavoro e delle garanzie degli operai. Mi sembra ci sia qualcosa che non torna…».

L’Unità 31.01.11

"L'inglese? Insegnatelo prima delle elementari", di Vera Schiavazzi

E se a Parigi pedagoghi come Michel Morel ironizzano sull´inglese non soltanto a 3 ma anche a 5 anni (“come si può imparare un´ora alla settimana la lingua di Shakespeare quando alla stessa età i bambini non conoscono ancora la propria?”), in Italia gli esperimenti più importanti in questo campo vengono cancellati, o semplicemente si esauriscono, per mancanza di fondi. È il caso di Torino, dove non ci sono più soldi – denuncia il Coordinamento genitori – per pagare insegnanti di madre lingua dedicati ai bimbi dell´ultimo anno delle scuole comunali d´infanzia, o della Sardegna, dove il massiccio investimento compiuto su Sardinia speaks english è durato tre anni ma ora appare incerto. Asili e scuole d´infanzia bilingui non mancano, come non manca l´autorganizzazione della madri, che a Roma come a Milano promuovono una volta a settimana la “merenda all´inglese”: con una cifra compresa tra i 50 e gli 80 euro da suddividere tra le famiglie, quattro o cinque bambini vengono intrattenuti con favole, filastrocche e canzoncine in inglese da un´insegnante madrelingua che fa anche da baby sitter. Serve davvero o sono soldi buttati al vento a fronte del fatto che, una volta rientrato a casa, il bambino in questione non sentirà più una sola parola in inglese, almeno fino alle elementari o alle medie? «Se in casa nessuno parla un´altra lingua, se non esistono altre occasioni, allora quella merenda con i compagni è soltanto un momento di gioco come un altro, più o meno piacevole, e ne resterà ben poca traccia – dice Daniela Silvestri, linguista trentina, esperta di didattica precoce dell´inglese – Se invece si prevede che il piccolo possa comunicare in diverse lingue, anche con i genitori in alcune occasioni o con gli ospiti o i compagni di scuola, non esistono controindicazioni al di là del gradimento individuale del bambino».
Altri esperti, come Martin Dodman (Università di Trento) ricordano che «studiare una seconda lingua significa riutilizzare gli schemi mentali che i bambini si sono già costruiti nell´aver affrontato determinate esperienze, e questo li facilita molto». In un nido o un una materna bilingui, parlare due idiomi diversi risponde a una necessità, e aiuta i più piccoli. E un parere a favore arriva anche dalla neuroscienze: «Flessibilità e plasticità della mente sono alla base del funzionamento neuronale dei bambini piccoli – spiega Gianpaolo Donzelli (Università di Firenze) – Così le sinapsi tra neuroni favoriscono l´apprendimento linguistico. Cogliere ed incorporare suoni, accenti, vocaboli con la massima precisione. Da piccoli è possibile sentire i suoni per quello che sono, e li si può riprodurre fedelmente». Molto, ma molto più facile di quel che accade agli adulti.

La Repubblica 30.01.11