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"Il paese rovesciato", di Nadia Urbinati

L´Italia è un paese surreale, per raccontare il quale non ci sono più parole. Un paese rovesciato, dove tutto funziona esattamente all´opposto di come le cose funzionano in un paese democratico.
Non è necessario appellarsi agli ideali della democrazia. E´ sufficiente comparare il nostro paese con altri paesi reali per vedere la folle assurdità nella quale la nostra società è immersa.
In quale altro paese del mondo occidentale succede che un capo di governo sta aggrappato al suo ruolo per poter sfuggire alla giustizia?
In quale altro il presidente del Consiglio si fa latore di un messaggio distruttivo come quello di cercare di essere eletti per poter restare impuniti?
In quale altro paese democratico l´intero staff di legulei, avvocati e mediatori del presidente del Consiglio siedono in Parlamento, non per rappresentare gli italiani (un oggetto di nessun interesse) ma per prendersi cura quotidianamente degli interessi del loro cliente, il quale é anche il loro padrone?
In quale altro paese moderno un leader politico eletto, e che per questo dipende dalla legge come ciascuno di noi, si fa calunniatore della legge e dei suoi magistrati e tiene consiglio con i suoi uomini alla maniera di un Don Rodrigo per escogitare le bugie migliori per raggirare la legge?
Quale altro leader nel mondo occidentale usa le tribune internazionali per gettare discredito sulle istituzioni del suo paese, per stracciare le norme che non rispondono ai suoi immediati e più diretti interessi?
In quale altro paese i cittadini devono prendere continuamente le distanze dal governo che rappresenta la loro nazione ogni qualvolta si trovano a dover spiegare l´allucinante assurdità di un leader che usa il potere politico per coprire quel che fa in privato?
In generale succede proprio il contrario: chi ricopre incarichi pubblici é chiamato a rendere conto anche della vita privata se desta sospetti di illecito – del resto, la pratica del rendere conto serve proprio a fugare i dubbi, a ristabilire la legittimità.
Ma in Italia avviene il contrario: la legittimità è propagandata ma mai appoggiata su certezze.
Nell´era Berlusconi chi ha un incarico pubblico può meglio nascondere quel che fa senza lasciare ai cittadini la possibilità di sapere, di rendersi conto dei fatti, di fugare se necessario i dubbi, di giudicare con correttezza.
Dopo aver proclamato di voler andare dai giudici per chiarire ogni dubbio sulle accuse di prostituzione di minori e concussione, il premier ha clamorosamente rovesciato la sua strategia: non solo non vuole presentarsi ma ha messo in scena una straordinaria campagna contro le istituzioni. In questo modo rinsalda la sua legittimità a spese della legittimità dello Stato.
Nell´Italia di oggi tutto é rovesciato.
In quale altro paese succede che il leader del governo offende pubblicamente giornalisti e cittadine, mostrando disprezzo per una parte del paese senza subire alcuna effettiva conseguenza?
La tolleranza finora dimostrata nel nostro paese per questo leader é il segno di un´impotenza che preoccupa e non ci fa onore. Chi ci offende non può essere degno di governarci.
E che cosa dire del suo alleato più fedele, la Lega?
La Lega Nord nacque qualche decennio fa al grido “Roma ladrona” ma non si é fatta alcun scrupolo a servirsi di quella Roma per rafforzare il suo peso nelle regioni dove miete consensi e governare l´Italia unita allo scopo di disunirla.
In quale altro paese un movimento federalista e quasi secessionista vive all´ombra della politica nazionale e addirittura vuole imporre una legge istitutiva del federalismo che straccia l´autonomia dei comuni, asservisce i governi delle città al governo di Roma in una maniera che è degna di un centralismo napoleonico?
In quale altro paese, una minoranza ha così tanto potere da decide come l´identità politica della nazione debba essere?
C´è, in effetti, un accordo fondamentale e non solo strumentale fra la Lega e Berlusconi, poiché entrambi sono dispregiatori del bene generale, cioè dell´Italia e degli italiani come nazione, nel nome dei loro interessi parziali: quelli di un impero economico privato e quelli di un´area geografica.
Rovesciando tutte le norme, l´Italia é l´unica democrazia costituzionale nella quale la minoranza governa esplicitamente e nel disprezzo ostentato della legge e delle istituzioni.

La Repubblica 30.01.11

"Mezzogiorno, la brutta fine dei fondi", di Gianfranco Viesti e Francesco Prota

Nulla di buono dalla riprogrammazione del Fondo per le aree sottoutilizzate. Le scelte del governo hanno cancellato, fino al 2015, l’importante contributo, qualitativo e quantitativo, che sarebbe potuto venire dalla politica di sviluppo territoriale. La principale manovra di politica economica realizzata in questa legislatura è stata la riprogrammazione e l’utilizzo delle risorse del FAS, Fondo per le Aree Sottoutilizzate, nazionale.

Tali risorse erano state destinate dal Quadro Strategico Nazionale 2007-13 e dalla delibera CIPE 166/2007, alle politiche di sviluppo territoriale: cioè spesa in conto capitale, per l’85% nel Mezzogiorno e per il 15% nel CentroNord. Questa manovra ha avuto luogo, fra il maggio 2008 e fine 2010, attraverso un insieme straordinariamente complesso di disposizioni di legge e di delibere dello stesso CIPE, che ha modificato progressivamente, ma radicalmente, il FAS. Il quadro d’insieme non è stato poi mai ricostruito in forma organica e trasparente. Tutta la materia è divenuta oscura, quasi impenetrabile. La discussione pubblica e la valutazione di questa manovra è stata assai modesta, certamente di molto inferiore all’importanza che essa ha per l’economia italiana.

Anche sulla scorta di analisi precedenti (1), un gruppo di lavoro del Cerpem di Bari ha provato a ricostruirla. Obiettivo del lavoro è stato verificare quali effetti queste decisioni abbiano avuto sia sulla tipologia di spesa (corrente/conto capitale) sia sulla sua allocazione territoriale. Si è lavorato sui dati d’insieme di competenza, essendo quasi impossibile ricostruirne sia i flussi di cassa, sia la ripartizione fra diversi esercizi finanziari. A tal fine sono state individuati e analizzati tutti i documenti ufficiali relativi al FAS. Per ricostruire le nuove destinazioni di queste risorse sono state formulate alcune ipotesi. La principale è che le risorse oggetto di tagli, o destinate al risanamento della finanza pubblica, rientrando nel complessivo Bilancio dello Stato, si sarebbero poi ripartite come l’insieme della spesa pubblica italiana (90% spesa corrente, 10% spesa in conto capitale; 65% CentroNord, 35% Mezzogiorno). In alcuni casi (esenzione ICI, risorse per la CIG), la ripartizione territoriale è stata effettuata con parametri più fini (famiglie proprietarie, beneficiari). Nei casi dubbi, nei quali le disposizioni normative non consentivano di comprendere con certezza tipologia di spesa (come per l’emergenza rifiuti in Campania) e destinazione territoriale (le manutenzioni stradali e ferroviarie), si è adottato un approccio “conservativo”, ipotizzando che si tratti di spesa in conto capitale ripartita secondo i criteri originali del FAS (85/15). Una piccola quota non è stata definita.

Si tratta nell’insieme di 43,4 miliardi di euro. Come detto, si sarebbe dovuto trattare di spesa in conto capitale. L’effetto più importante della manovra è stato quello di dirottare almeno 23,6 miliardi da spesa in conto capitale a spesa corrente. A titolo di confronto si consideri che la spesa totale in conto capitale della P.A. nel 2008 è stata pari a 60 miliardi. Questa decisione non pare particolarmente lungimirante. A seguito della crisi internazionale, si sono certamente rese necessarie risorse aggiuntive per la finanza pubblica. Sottrarle però in misura così cospicua agli stanziamenti per infrastrutture di cui l’Italia ha estremo bisogno anche per rafforzare la competitività delle imprese, se può aiutare la finanza pubblica certamente non aiuta la crescita. Non a caso, la Banca d’Italia segnala che in Italia le spese in conto capitale nel 2010 si sono ridotte del 18,2% (2).

Alcune rilevanti decisioni hanno comportato il taglio di fondi FAS per il generale obiettivo di stabilizzazione della finanza pubblica. Ma si sono stati anche utilizzi specifici, con effetti redistributivi più netti, con specifiche platee di beneficiari. E’ il caso dell’esenzione ICI per le famiglie più abbienti (oltre 1 miliardo); è il caso dei 4 miliardi per gli ammortizzatori in deroga, che hanno un impatto territoriale molto squilibrato (3). Particolarmente rilevante per il suo significato politico è stato quanto disposto con il d.l. 154/08 (art. 5.3) che ha destinato 640 milioni alle amministrazioni comunali di Roma e Catania: in tempi di “federalismo fiscale”, e di dilagante retorica sulla necessità di premiare gli enti locali “virtuosi”, il Governo ha destinato risorse ad hoc per ripianare disavanzi correnti. Il messaggio alle amministrazioni locali, specie del Sud, è stato devastante: è stata premiata la cattiva, e non la buona, amministrazione.

L’altro effetto della manovra è stato di natura territoriale. Con la ripartizione iniziale del FAS 36,9 miliardi erano destinati al Mezzogiorno e 6,5 al CentroNord. La manovra alloca invece 18,9 miliardi al Mezzogiorno e 19,4 miliardi al CentroNord; 4,6 miliardi sono stati destinati a diversi interventi post-terremoto in Abruzzo. Con una decisione priva di equità, il carico dell’indispensabile solidarietà nazionale è quindi stato posto su risorse destinate per l’85% al Mezzogiorno. Ipotizzando gli interventi in Abruzzo finanziati da un “onere di solidarietà nazionale” proporzionale alla popolazione delle due circoscrizioni (4), la manovra ha determinato uno spostamento dal Sud al CentroNord di 16,5 miliardi di euro (5). La risposta del Governo alla crisi ha comportato un onere fortemente concentrato sui cittadini del Sud.

Non si sono però spostate risorse “da infrastrutture al Sud” a “infrastrutture al Nord”. La complessiva riduzione della spesa in conto capitale è tale, che nello stesso CentroNord si scende da 6,5 a 3,3 miliardi. Molto grave è naturalmente il quadro del Sud: la spesa in conto capitale scende da 36,9 a 11 miliardi. Questo dato, come i precedenti, è però ottimistico, perché presuppone che sia effettivamente rispettato il vincolo di spesa per l’85% nel Mezzogiorno per alcuni degli stanziamenti decisi, che non hanno una chiara indicazione geografica. Tale vincolo è stato reso meno stringente, perché, come recita la delibera CIPE 31/2010, non è più riferito alle specifiche allocazioni (6). Prova ne è la ripartizione effettuata dal Ministero della Pubblica Istruzione delle risorse FAS per l’edilizia scolastica, che non rispetta affatto il vincolo di destinazione.

Il FAS si sarebbe dovuto concretizzare in programmi di interventi definiti ex ante, frutto – pur con tutti i limiti del caso – di decisioni trasparenti, concertate con Regioni e parti sociali, e soggette a valutazione e monitoraggio. Le decisioni di spesa del 2008-10 appaiono difficilmente riconducibili ad un quadro programmatico con chiare priorità; si tratta di un insieme di interventi frammentati (ad esempio molti lotti di strade). Quadro non privo di singolarità: si pensi ad esempio alla delibera CIPE 69/2009, che, per “misure di accompagnamento nazionale a favore dell’apertura nel Mediterraneo dell’area di libero scambio 2010”, assegna 150 milioni al Comune di Palermo, anche per interventi nell’igiene ambientale (7). La programmazione FAS era poi aggiuntiva rispetto ad un livello “normale” di investimenti pubblici ordinari. Non si dispone più del Quadro Finanziario Unico, predisposto dal MISE-DPS che consentiva di verificare, quantomeno ex-post, questa circostanza. A giudicare però dalla tipologia di molte delle opere finanziate (edilizia scolastica, carceraria, sanitaria; manutenzioni stradali e ferroviarie), vi è la chiara impressione che i residui e limitati stanziamenti FAS al Sud siano non addizionali ma prettamente sostitutivi di mancata spesa ordinaria. D’altronde pare difficile classificare l’edilizia carceraria o le manutenzioni stradali fra le politiche prioritarie per lo sviluppo del Sud.

Nella difficile difesa di queste scelte, esponenti del Governo hanno più volte fatto riferimento alla circostanza che in passato l’impiego del FAS – specie da parte delle Regioni – sarebbe stato molto lento e frammentato in interventi non strategici. Ma in tutto questo scritto si fa riferimento solo a risorse nella disponibilità del Governo nazionale. Proprio per superare le difficoltà del passato, il Governo avrebbe potuto impiegarle direttamente, in pochi grandi interventi strategici (ad esempio per le ferrovie), stabilendo le proprie priorità, concentrando la spesa, dando un esempio della sua capacità di “fare”. Si è deciso diversamente.

La capacità di ripresa dell’economia del Sud dopo la crisi del 2008-09 è molto limitata, a causa della gravità della caduta dell’occupazione e dalla connessa sensibile debolezza della domanda delle famiglie; della contenuta capacità di investimento delle imprese; dei tagli operati alla spesa pubblica corrente; e soprattutto della modesta capacità di esportazione. Le scelte del Governo hanno sostanzialmente cancellato, fino al 2015, l’importante contributo, qualitativo e quantitativo, che sarebbe potuto venire dalla politica di sviluppo territoriale nazionale, e l’effetto di stimolo, anche per l’intera economia italiana, che ne sarebbe derivato. Nel silenzio più assordante della politica e delle rappresentanze degli interessi, la parte più debole dell’economia nazionale ha così – anche per questa manovra – probabilmente di fronte a sé un lungo periodo di stagnazione, dalle ricadute civili, sociali ed economiche difficilmente prevedibili.

1. SVIMEZ, Rapporto SVIMEZ 2010 sull’economia del Mezzogiorno, il Mulino, Bologna, 2010; A. Misiani, Il saccheggio dei fondi FAS e la finzione dei fondi anti-crisi, luglio 2009 www.nens.it; MISE – DPS, Rapporto Annuale 2008 e 2009.
2. Bollettino Economico, n. 63, gennaio 2011, pag. 40
3. A. Misiani, Ammortizzatori sociali, crescono gli squilibri territoriali, gennaio 2011, www.nens.it
4. Esso determina un contributo alla ricostruzione dell’Abruzzo per 1,6 miliardi dalla dotazione FAS Mezzogiorno e per 3 miliardi dalla dotazione CentroNord
5. Anche in assenza di questa ipotesi il quadro non muta significativamente.
6. Nella ipotesi più pessimistica la spesa in conto capitale al Sud potrebbe scendere fino a 9,5 miliardi, accrescendo per ulteriori 1,5 miliardi la redistribuzione territoriale di cui si è detto prima.
7. O alla circostanza che, chissà perché, la statale Sassari-Olbia non è finanziata dal Fondo Infrastrutture ma da quello “Economia Reale”.

da www.nelmerito.com

""La misura è ormai colma" l´ira dei pg all´anno giudiziario", di Liana Milella

Alfano reagisce: corporazione che ostacola l´efficienza. Berlusconi vuole «punirli» per via del Rubygate. Loro, i giudici, nel giorno in cui aprono l´attività del 2011, protestano “istituzionalmente”. Poiché, come dice il procuratore di Torino Giancarlo Caselli, «la misura è colma», le toghe usano la Costituzione come scudo. Questo mette l´Anm nelle prime righe del documento letto ai rappresentanti del governo: «Gli attacchi ai giudici sono contro la Carta». Il presidente Luca Palamara, a Roma, appena il Guardasigilli Angelino Alfano ha finito di criticarli («Le vostre resistenze corporative impediscono l´efficienza del sistema giustizia»), replica: «Idealmente e moralmente oggi la magistratura italiana è a Milano. Insulti e denigrazioni al singolo collega sono insulti a tutti noi».
Il vice presidente del Csm Michele Vietti, a Torino, per il secondo giorno insiste: «La magistratura non sottende disegni eversivi, ma svolge un´attività operosa e silente che merita stima». Contro l´ennesimo tentativo di Berlusconi di scansare anche questo processo giocando la carta del tribunale dei ministri, dopo i tre lodi che hanno rallentato i precedenti, Vietti mette un punto fermo: «Una sede processuale non può essere sostituita da altre a propria scelta, che siano mediatiche o di piazza». Un no deciso alle manovre per sfilare il Rubygate ai pm di Milano, magari dichiarando nulli gli atti compiuti finora. Ma è un no anche alla manifestazione anti-giudici del 13 febbraio che il Pdl, nel frattempo, fa rientrare. Nessuna manovra contro i processi perché «nel processo s´incarna lo Stato di diritto».
Al duro florilegio contro la delegittimazione – da Caselli al procuratore generale di Firenze Beniamino Deidda a quello di Venezia Pietro Calogero – il centrodestra reagisce sparando a zero. Ecco il coordinatore del Pdl Sandro Bondi, appena salvato dalla sua maggioranza: «Una sorta di contro potere politico e legislativo, cosa inconcepibile in qualsiasi altro paese democratico, viola i principi essenziali della nostra Costituzione e di ogni democrazia liberale». Alla prima bordata ne seguono molte altre. Ma a dominare la giornata è l´autodifesa degli alti giudici. A Torino la platea ascolta in silenzio la denuncia di Caselli: «Definire cospiratori coloro che sono portatori di legalità non solo è offensivo, ma profondamente ingiusto». Dopo anni di battaglie contro terrorismo e mafia, Caselli mantiene intatta la verve: «Nessun leader democratico al mondo ha mai osato sostenere che per fare i magistrati bisogna essere malati di mente. Nessuno ha mai parlato di complotto giudiziario. Nessuno, coinvolto in un´inchiesta, si è mai sognato di difendersi “dal” processo e non “nel” processo». Per chiudere con quel «la misura è colma», che diventa lo slogan della giornata.
Per Berlusconi non va meglio a Venezia dove il direttore delle carceri Franco Ionta, lì come rappresentante di via Arenula, tra gli applausi, viene invitato dalla presidente della Corte d´appello Manuela Romei Pasetti a “tagliare” il suo intervento. E a Venezia il pg Pietro Calogero, pm famoso per le indagini su Autonomia operaia, non nomina il Cavaliere ma lo critica aspramente. Perché «ha ripetutamente fatto ricorso alla tv per sollecitare il giudizio del popolo ai danni dei magistrati, ribaltando il ruolo da accusato ad accusatore, in una sorta di processo alternativo per invocare la punizione della magistratura». La conseguenza è una: «Il caso Ruby ha portato alla crisi del rapporto tra governo e magistratura con grave turbamento della società civile». Sono intimorite le toghe? Decisamente no. Lo si può dire con il pg di Firenze Beniamino Deidda: «Non meritiamo le minacce di chi rappresenta le più alte istituzioni, ma non ci sentiamo intimiditi, abituati come siamo a non tenere in gran conto minacce e insulti, specie quando vengono dagli imputati».

La Repubblica 30.01.11

"Il Cigno nero d'Egitto", di Lucia Annunziata

Il Cigno nero che proprio in questi giorni a Davos è stato appassionatamente cercato dai cervelloni della economia mondiale, si è materializzato – a sorpresa com’è nella sua natura – ed ha allargato le sue ali sul Nilo. Il Cigno nero, nel linguaggio di Davos, è una figura simbolica statistica, «un evento ad alto impatto, bassa probabilità, bassissima prevedibilità». Esattamente quello che possiamo dire di quello che è successo ieri al Cairo.

Il faraone Mubarak dopo trent’anni di immobilità ha imboccato in poche ore il viale del tramonto. Ha nominato un vicepresidente, il primo nella sua lunga storia politica, mentre una piccola flotta di Lear Jet privati, come in tutti i fine regime, si levava in volo dall’aeroporto cairota con a bordo i suoi figli e i ricchi del Paese, in fuga con le loro famiglie, i loro capitali e le loro Vuitton. La fine formale del regno del Faraone non è stata dichiarata ma certo ce ne sono tutte le sembianze: le decisioni di ieri hanno comunque fatto giustizia di ogni ipotesi che Mubarak si ripresenti alle presidenziali, o che suo figlio Gamal imbocchi la strada della dinastia.

Che aspetto e quale durata avrà la transizione appena iniziata è ora la domanda. Ma, più in generale, il vero dubbio riguarda il come e il perché del materializzarsi del Cigno nero, cioè di una rivolta che nessuno aveva previsto e che nessuno sa ora come gestire.

Sulla transizione, ci dice qualcosa l’uomo che è stato scelto a guidarla. Omar Suleiman in quanto capo della intelligence egiziana, gestisce da decenni i dossier più delicati di tutto il Medioriente, a partire da quelli dei rapporti con Israele. E i dossier dell’intero Egitto, su cui governa de facto, da quasi altrettanto tempo, insieme a Mubarak. È un uomo stimato dalla corolla di alleati di cui si circonda l’Egitto, nel Paese gode della reputazione di non essere corrotto, ed è capace di tenere nelle mani l’equilibrio fra esercito e potere. Ma non costituisce, come si vede, alcuna rottura con il passato, nemmeno nella età – ha 74 anni, solo otto meno di Mubarak. Il suo nome era infatti già da tempo in cima alla lista dei successori dell’attuale Presidente.

In altri tempi, in un Egitto steso al sole a servire i suoi turisti, coperto da una sottile verniciatura di pace, Suleiman avrebbe avuto la sua chance. L’intera operazione di successione fatta ieri sembra invece essere il classico «troppo poco, troppo tardi».

La maggiore sorpresa di tutte, il Cigno nero appunto, rimane così il movimento che continua a riempire le strade e le città. A cinque giorni di distanza rimane infatti forte, imprevedibile, ma soprattutto illeggibile. Nella sua identità pubblica non è finora rifluito in nessuno dei tradizionali filoni della politica egiziana. O meglio, ne presenta tutte le tracce, ma non ne è definito: ci sono i fratelli musulmani, i militanti democratici del 6 aprile, i comunisti, i trotzkisti, i socialisti, i sindacati degli insegnanti, degli impiegati, cioè tutte le sigle di un mondo molto politicizzato e di grande tradizione organizzativa qual è l’Egitto; eppure nessuna di queste identità è dominante.

Forte rimane soprattutto la vastità della protesta, la potenza della rabbia, la resistenza a rientrare nei ranghi. In queste ore la città è attraversata da squadre armate, rapine, l’assalto alle case dei ricchi; emerge la tendenza a un caos violento, che non si sa se spontaneo o manovrato, di popolo o di provocatori. Manovrato o meno che sia, queste azioni tolgono però il tappo a una tendenza cui finora in Egitto non era mai stato permesso di emergere: lo scontro armato di strada, la tensione sociale fra gente e istituzioni, ricchi e poveri, con tutte le sue potenziali derive.

In questo senso, questa rivolta egiziana che scuote tutto il mondo arabo del Nord Africa può davvero rivelarsi un fenomeno nuovo. Per capire il quale più che rivolgere gli occhi al passato, a Tienanmen piuttosto che alle rivolte nazionaliste post-coloniali, occorre guardare proprio agli Anni Duemila, ai successi e insuccessi della globalizzazione. In cui la crisi finanziaria del 2007 fa da contrappunto amaro allo splendore della rivoluzione Internet. In cui all’inclusione tecnologica fanno da contrappunto l’esplosione della disoccupazione e la crescita vertiginosa dei prezzi delle materie prime alimentari. Per tornare a Davos, proprio questa miscela veniva indicata come il materiale da cui nascono i Cigni neri.

In fondo, a ben guardare, quello che succede in Tunisia, Egitto e altrove in queste ore ha meno a che fare con l’essere «arabi» e molto più con le proteste che hanno attraversato nei mesi scorsi l’Europa del default del debito pubblico. Audace connessione? Forse. Ma se così fosse, quanto ancora più preoccupante sarebbe quello che sta succedendo.

La Stampa 30.01.11

"Tunisi, il futuro è tempo da donne", di Franco La Cecla

Un episodio basterebbe per dare un’idea della partita che si sta giocando in questi giorni in Tunisia.
All’annuncio dell’imminente ritorno a Tunisi del leader in esilio del partito islamico, Ennhanda (Rinascita), Rachid Gannouchi, un tam tam di donne su Facebook sta organizzando una accoglienza numerosa all’aeroporto di Tunisi. Sono già migliaia e hanno deciso di farsi trovare tutte in bikini.
Questo per spiegare agli italiani che in Tunisia c’è un livello di provocazione, dibattito, di presenza intellettuale e di pretesa di laicità che può stupire chi non conosce il paese. In Italia vige l’idea che la Tunisia sia nient’altro che una riserva di manodopera disperata, come in Francia vige l’arroganza – la stessa di Sarkozy – che vedeva in Bel Alì il baluardo contro il fondamentalismo (salvo fare precipitosa marcia indietro all’ultim’ora) . Entrambe le visioni si stupiscono degli avvenimenti di questi ultimi giorni.
La rivolta tunisina è sicuramente una rivolta di piazza, al punto tale che la carovana della libertà non si schioda dal presidio davanti alla Kasbah e in Boulevard Bourghiba. Studenti, insegnanti, donne, contadini, classe media non accettano che il governo di transizione sia gestito da un complice di Ben Alì, quel Mohammed Gannouchi che sta in queste ultime ore liberando buona parte degli intrallazzisti che hanno devastato il paese.
Ma è anche una rivolta di rete, che ha avuto un successo formidabile laddove Ben Alì aveva organizzato un enorme sistema di controllo informatico. Facebook ha reso note nelle ultime ore il modo con cui gli utenti venivano controllati e la maniera – apparentemente neutra – con cui la gestione di Facebook e gli utenti sono riusciti ad aggirare la censura.
Parlo a Roma con Raja El Fani, la figlia di uno dei personaggi più rappresentativi dell’opposizione, Beshir El Fani, uno dei fondatori del Partito comunista tunisino e oggi attivo nel fondare un’alleanza progressista con gente come Mondher Belhaj, 50 anni, brillante giurista e universitario tra Tunisi e Parigi e fondatore del Parti Social Liberal.
Raja mi racconta che una delle cose difficili da spiegare agli italiani è proprio il livello di modernità della società civile tunisina, il ruolo che le donne, avvocatesse, intellettuali, filosofe vi giocano, ma anche la freschezza di un movimento in cui la gioventù s’identifica e che ha preso come inno alla rivolta il video El General del rappeur Ben Amor.
Nel video Ben Alì parlava a un bambino in una scuola di Tunisi e questo scoppiava improvvisamente a piangere. El General era un’accusa diretta, tagliente a un dittatore che lasciava il popolo in miseria e i giovani nell’oscuramento totale. Ben Ammar è stato subito arrestato, ma la rivolta giovanile lo ha preso come simbolo e liberato. Oggi il dibattito continua, fittissimo su Facebook, ed è, mi ribadisce Raja, un dibattito sul futuro laico di un paese che non vuole passare da un dittatore a un errore fondamentalista.
I giovani diffondono dibattiti della tv libanese dove imam sciiti fanno l’autocritica dell’Islam e della sua intolleranza che sta portando il mondo arabo alla rovina. Ci sono figure intellettuali di spicco tra le Femmes Democrates come Khadifa Cherif o Bocha Belhadj Hmida e pensatori come Hichem Jaait e Azzedine Gallouz.
Non bisogna dimenticare che una diaspora impressionante ha fatto sì che una buona parte della classe che oggi sta tornando in Tunisia per ridarle respiro si è formata in Europa ed è fatta di professionisti e universitari di altissimo livello. Alla Tunisia guarda il resto del mondo arabo proprio perché in questo paese l’alto livello culturale, i diritti delle donne, la tradizione di tolleranza per cui c’è ancora qui una forte presenza ebraica consentono di prefigurarvi il primo paese arabo capace di saltare nella globalizzazione e nella democrazia (al pari del molto più instabile Libano, dove però le istanze di laicità sono altrettanto forti).
Sta all’Europa accorgersi di quanto convenga appoggiare questa transizione democratica se vuole avere a che fare con un futuro in cui il mondo arabo non sia solo una minaccia o una sponda da usare con ipocrisia.
La Tunisia per molti versi è molto più laica della Turchia, proprio perché la vicinanza, questa vicinanza completamente rimossa dall’Europa, ne fa a tutti gli effetti non un paese “oltreconfine” ma un confine di specchi. Tunisi a un’ora da Roma e a venti minuti da Palermo dovrà ancora restare nel nostro immaginario un posto di fez, brick, cuscus, Craxi e Hammamet?

Il Sole 24 Ore 30.01.11

"Così Bruno Trentin difese il contratto", di Bruno Ugolini

Ho letto con sorpresa il commento di Marco Simoni sul contratto e la lezione di Trentin. La sua riflessione sull’accordo del 1992 tralascia tutto quanto lo stesso Trentin spiegò sulla firma seguita da dimissioni. Non c’era solo il venir meno al mandato ricevuto. Trentin sostenne in quella trattativa che era possibile concordare un’alternativa (come avvenne con Ciampi nel ‘93) alla cancellazione della scala mobile. Ma si trovò ostacolato in Cgil da quello che chiamò «male oscuro» (le correnti di origine politica) e dall’atteggiamento di Amato. Firmò per impedire la minacciata crisi di governo, per salvare l’unità sindacale, per salvare il Paese. E aggiunse in un’intervista al sottoscritto il 6 agosto del 1992: «Non è certamente un buon accordo. Il governo, nella trattativa, si è dimostrato, a mio parere, ancora prigioniero di una vecchia cultura politica e, da questo punto di vista, assolutamente al di sotto delle grandi responsabilità che ha in una fase cosi drammatica come quella che attraversa il Paese. Ho visto prevalere molta furbizia e poco coraggio. Soprattutto di fronte a quelle scelte che sarebbero state risolutive per il risanamento dell’economia ed anche per una sia pur lenta ripresa dello sviluppo…. Noi avevamo, in sostanza, dimostrato di essere disponibili anche ad una politica di estremo rigore nel governo dell’economia, nella crescita dei redditi e quindi anche delle retribuzioni. Ma doveva venire, al tempo stesso, salvaguardato il sistema dei diritti individuali e collettivi costruito dal movimento sindacale in questi anni. E. così si poteva davvero gettare le basi, con una prima intesa di questo genere, di un nuovo patto sociale. Esso poteva sancire il contributo di tutti per uscire dalla crisi. Il contributo di tutti per rimediare alla situazione drammatica dell’economia di cui— e bene ricordarlo — governi passati e gli imprenditori conniventi portano intera la tremenda responsabilità…. Amato non ha potuto e voluto imporre alla Confindustria il rispetto delle regole pattizie, il rispetto dei contratti di lavoro, il rispetto dei diritti acquisiti in trenta anni di contrattazione collettiva. Anzi, ha finito per recepire sotto dettatura il tentativo di vendetta politica della Confindustria. Quello volto a ridimensionare la contrattazione articolata nei prossimi due anni». Quanto poi all’accusa (a Trentin) di aver contribuito a raggiungere un anno dopo, nel 1993, un accordo (su due livelli di contrattazione) che avrebbe portato al deperimento salariale, segnalo quanto ebbe a dire nel 2004 sempre Trentin in una intervista a Repubblica a proposito del fatto che l’inflazione programmata alla base dei rinnovi contrattuali era molto distante da quella reale: «Nessuno dovrebbe mai considerare l’inflazione programmata un diktat inconfutabile. Se le organizzazioni sindacali ritengono che l’ inflazione prevista sia molto distante da quella reale hanno tutto il diritto di metterla in discussione prima di avviare le trattative. Il fatto che la Confindustria o il governo non abbiano rispettato le regole previste dagli accordi del ‘ 93 non significa che il sistema sia sbagliato. Significa piuttosto che non viene applicato. Gli accordi prevedevano ogni anno in primavera un confronto sindacale sull’ inflazione programmata in modo che prima della definizione del documento di programmazione economica del governo si trovasse un’ intesa sulle previsioni dell’ inflazione. Questo non accade da tempo. E ha la conseguenza paradossale che anche in presenza di un’ inflazione bassa, come quella degli ultimi anni, la distanza tra le previsioni e la realtà continua ad essere notevole”. Riporto tali argomentazioni per difendere la dignità di Bruno Trentin. Trovo insopportabile che, per difendere la tesi attuale della Confindustria sul necessario superamento del contratto nazionale, si usi il suo nome. Semmai si potrebbero ricordare la sua elaborazione, nel lavoro per i Democratici di sinistra di Piero Fassino, sulla necessaria riforma del contratto nazionale («non è ozioso quindi riflettere ad un nuovo tipo di contratto di lavoro che possa coinvolgere nei suoi principi fondamentali tutte le forme di lavoro subordinato o eterodiretto e tutta la giungla di contratti che prospera»).

L’Unità 30.01.11

"Quante sono le divisioni del capo dello stato", di Eugenio Scalfari

Siate buoni! Lo dice un uomo anziano che fabbrica ciambelle col buco e ne diffonde il consumo e poi – non so perché – chiude con questa esortazione il suo messaggio pubblicitario. Ma le sue ciambelle sono fatte con ottima farina. Qui, nella ciambella Italia, è l´ottima farina che manca, la nostra è una farina piena di vermi e di impurità ed è la materia prima che fa difetto.
Perciò l´esortazione ad esser buoni, che la più alta autorità dello Stato non cessa di lanciare alle forze politiche e alle istituzioni imbarbarite, cade in un vuoto dove s´incrociano grida, insulti, delegittimazioni e malcostume diffuso in tutti i livelli.
Si accumulano indizi e prove di gravi reati, ma non è neppure questo l´aspetto che desta maggiore sgomento: i reati, veri o presunti, hanno i loro luoghi per essere accertati ed eventualmente puniti; ma è l´indecente spettacolo dei comportamenti viziosi e della paralisi istituzionale che ne consegue a gettare il Paese nello sgomento. L´articolo 54 della nostra Costituzione esorta ed anzi impone al titolare di quella istituzione di comportarsi con decoro, ma non era mai accaduto nella nostra storia di centocinquanta anni che l´onore e il decoro istituzionale fossero violati fino a tal punto.
C´è un solo luogo pubblico, un solo Palazzo, che non è stato lambito da quest´ondata di disistima ed è il Quirinale, la presidenza della Repubblica.Si dice che il Capo dello Stato, al di là delle esortazioni, dell´esempio e dei pressanti consigli, non abbia altri strumenti per intervenire e ci si domanda sconfortati: di quante divisioni dispone Giorgio Napolitano? E´ un potere armato o disarmato? E´ soltanto una voce che grida nel deserto e altro non può fare?
In realtà il Presidente non è soltanto una voce e una presenza vigilante ma non operativa. A parte il potere di promulgare le leggi o di rinviarle al Parlamento, che non può essere reiterato, il Presidente dispone di altri due strumenti previsti dalla Costituzione.
Il primo riguarda la formazione del governo, il secondo lo scioglimento anticipato delle Camere. Si tratta di strumenti estremamente incisivi, che vanno dunque usati con la massima ponderazione, ma che costituiscono una riserva preziosa quando le strutture istituzionali rischiano di decomporsi in un generale marasma.
Questo rischio sta incombendo sulla nostra democrazia, sicché i due strumenti che abbiamo sopra indicati vanno esaminati con attenzione e se del caso utilizzati dal Capo dello Stato che ne ha la titolarità.
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La formazione del governo. La Costituzione stabilisce che «il presidente della Repubblica, sentiti i presidenti delle Camere e i rappresentanti dei gruppi parlamentari, nomina il presidente del Consiglio e, su sua proposta, i ministri». L´articolo successivo prescrive che «il governo entro quindici giorni dal suo insediamento si presenta in Parlamento per ottenere la fiducia».
Questa procedura è chiarissima né si presta ad equivoci. Il Capo dello Stato «nomina» il presidente del Consiglio e le opinioni espresse dai presidenti delle Camere e dei gruppi parlamentari non vincolano il Capo dello Stato ma contribuiscono a renderlo compiutamente informato sugli orientamenti del Parlamento.
Su questa procedura costituzionale si è sovrapposta la prassi dell´incarico esplorativo. Sulla base di questa prassi il Capo dello Stato anziché nominare, incarica una personalità da lui scelta per accertare preliminarmente l´esistenza di una maggioranza parlamentare disposta a dare la fiducia all´incaricato. Se l´accertamento dà esito positivo, l´incaricato scioglie la riserva e il Capo dello Stato lo nomina; se l´accertamento è negativo al Capo dello Stato non resta altra soluzione che lo scioglimento delle Camere.
Questa prassi tuttavia non è affatto vincolante poiché non prevista in Costituzione. Il governo Pella per esempio fu «nominato» da Luigi Einaudi senza l´accordo della Dc di cui Pella era peraltro autorevole membro. Quando si presentò alle Camere la fiducia comunque la ottenne senza averne avuto la certezza preliminare. Le cose andarono in modo non identico ma analogo quando Gronchi nominò Tambroni a capo del governo.
Ci sono situazioni nelle quali la maggioranza esistente è soltanto formale e posticcia e può modificarsi di fronte all´iniziativa del Capo dello Stato il quale, se si rende conto di questa possibilità, può tenerne conto operando di conseguenza. Non si tratta di una forzatura interpretativa ma dello scrupoloso rispetto di quanto stabilisce la Costituzione.
Noi pensiamo che la situazione attuale potrebbe esser risolta, nel caso in cui l´attuale governo fosse sfiduciato o decidesse di dimettersi, direttamente con la nomina d´un nuovo presidente del Consiglio e senza bisogno d´un incarico preliminare.
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Il secondo strumento riguarda lo scioglimento delle Camere in anticipo con la loro naturale scadenza. Esso può essere deciso dal Capo dello Stato senza bisogno che il governo in carica glielo chieda. La Costituzione infatti non prevede questa richiesta.
Naturalmente il Capo dello Stato deve avere una valida ragione per metter fine anticipatamente alla legislatura. Quando per esempio una Camera sia guidata da una maggioranza diversa da quella esistente nell´altra Camera, oppure quando il governo in carica non sia più in grado di governare; oppure per altre ragioni ancora, come accadde quando il Senato fu sciolto anticipatamente per due volte con l´obiettivo di far coincidere nella stessa data la scadenza delle due Camere, che all´epoca avevano una durata diversa.
Il marasma attuale e le reciproche delegittimazioni che si lanciano le più alte cariche istituzionali potrebbe ampiamente giustificare uno scioglimento delle Camere ancorché in presenza di un governo non sfiduciato.
Siamo arrivati al punto che il partito di maggioranza chiede le dimissioni del presidente della Camera, il quale a sua volta chiede le dimissioni del presidente del Consiglio; quest´ultimo insulta quasi quotidianamente la Corte costituzionale e – da quando ha ricevuto mandato di comparizione per essere interrogato per gravi reati – estende l´insulto alla Procura di Milano definendola (anche qui quotidianamente e pubblicamente) sovversiva ed eversiva e rifiutando di presentarsi al suo cospetto per essere interrogato. Come tutto ciò non bastasse, il partito finiano denuncia al Tribunale dei ministri il ministro degli Esteri per abuso d´ufficio, il Pd e l´Udc deplorano il presidente del Senato, i rappresentanti della Lega e del Pdl disertano le riunioni del Copasir (Comitato di controllo parlamentare dei servizi di sicurezza) che ha chiamato a deporre il presidente del Consiglio o in sua vece il sottosegretario Gianni Letta.
Infine si fa strada una singolarissima prassi da parte di Berlusconi d´intervenire telefonicamente nelle trasmissioni televisive per insultare i conduttori e gli ospiti delle medesime, imitato dal direttore generale della Rai, Masi, che interrompe in diretta Annozero dando vita ad una rissa verbale con Santoro davanti a sette milioni di telespettatori.
Se in queste condizioni Giorgio Napolitano decidesse di sciogliere il Parlamento e rimettere il giudizio su quanto avviene al popolo sovrano, credo che nessuno potrebbe formulare nei suoi confronti la menoma critica: farebbe il suo dovere rispettando in pieno la lettera e lo spirito della Carta costituzionale.

La Repubblica 30.01.11