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Sospesa l'Assemblea Nazionale PD a Napoli

Bersani chiede chiarezza: “I problemi che sono emersi a Napoli dopo le primarie non possono condizionare il lavoro che si sta facendo nel Paese per costruire un’alternativa. Chiedo un immediato incontro alla coalizione di centrosinistra che ha organizzato le primarie a Napoli per dare una risposta politica convincente ai problemi emersi dalla consultazione”. Bindi: “L’Assemblea sarà riconvocata nel mese di febbraio”.

“Adesso bisogna fare chiarezza. I problemi che sono emersi a Napoli dopo le primarie non possono condizionare il lavoro che si sta facendo nel Paese per costruire un’alternativa. Ho chiesto alla presidente Rosy Bindi di sospendere l’Assemblea nazionale, concepita anche per il lancio della candidatura a sindaco decisa dalle primarie, e chiedo un immediato incontro alla coalizione di centrosinistra che ha organizzato le primarie a Napoli per dare una risposta politica convincente ai problemi emersi dalla consultazione, al di là delle determinazioni procedurali della Commissione di garanzia.

Ritengo che questo sia il modo più onesto e serio di corrispondere efficacemente alla straordinari volontà di partecipazione che i cittadini di Napoli hanno dimostrato. Dobbiamo infatti rivolgerci tutti alla nostra responsabilità principale: quella di non consentire che la destra fallimentare e impresentabile di Berlusconi e Cosentino possa prendere il governo della più’ grande città del Mezzogiorno, dalla quale deve invece venire un segnale di riscossa per il Sud e l’intero Paese”.

Così il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani ha chiesto a Rosy Bindi, presidente dell’Assemblea nazionale del Pd di sospendere la due giorni napoletana fissata per il 28 e 29 gennaio.

La richiesta è stata accolta. Rosy Bindi: “L’Assemblea sarà riconvocata nel mese di febbraio”.

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Slitta la scadenza del 12 febbraio per le superiori?

Il capo dipartimento del Miur Biondi non lo esclude. Il ministero sta valutando l’opportunità di far slittare in avanti la data di scadenza per l’iscrizione alle scuole secondarie superiori o, quanto meno, agli istituti professionali. Lo ha detto il capo dipartimento del Miur, Giovanni Biondi, nel corso della rubrica radiofonica del GR 1 La radio ne parla, curata da Ilaria Sotis e dedicata alle iscrizioni e ai bilanci in rosso delle scuole, alla quale hanno preso parte anche Rita Di Goro per l’Age, Giorgio Rembado per l’Anp e Orazio Niceforo per Tuttoscuola.

Il motivo del possibile spostamento in avanti del termine ultimo per le iscrizioni è legato alla necessità per il ministero di completare gli accordi, in corso di definizione con tutte le regioni, relativi al rilascio della qualifica al termine del terzo anno degli istituti professionali, soppressa in via ordinaria dalla riforma Gelmini ma ripristinabile sulla base di apposite convenzioni tra il ministero e le singole regioni, che hanno competenza esclusiva in materia di qualifiche professionali.

Sarebbe opportuno che il ministero facesse rapidamente chiarezza sulla materia indicando la nuova data di scadenza delle iscrizioni e precisando se la proroga riguarda solo i professionali o, come sarebbe forse più corretto nei confronti dei genitori, tutte le scuole secondarie superiori.

da TuttoScuola 27.01.11

Studenti in fuga, Sos Università", di Flavia Amabile

Calo costante nel numero di iscrizioni: in 8 anni perso il 10%. E i migliori scelgono atenei privati. Nemmeno l’Università è più quella di una volta e gli italiani l’hanno capito. Il rapporto presentato ieri dal Comitato Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario mostra la grande fuga degli studenti dalle facoltà. Al decimo posto nel mondo e al quinto in Europa il sistema universitario italiano sembra aver perso appeal negli ultimi anni.

Calano innanzitutto le matricole. Nel 2003 erano stati il 74,5%, oltre 7 su 10, i diplomati che avevano deciso di proseguire gli studi e iscriversi all’università. Nel 2008/2009 – dopo una serie di diminuzioni progressive – siamo al 66%, il 2% in meno rispetto all’anno precedente. E i dati provvisori del 2009/10 registrano ancora un calo: i diplomati che si trasformano in matricole sono il 65,7%. «È cambiato l’atteggiamento culturale delle famiglie – spiega Luigi Biggeri, presidente del Cnvsu -. Una volta si cercava nella laurea la promozione sociale, ora ci si è resi conto che proseguire gli studi nella maggior parte dei casi non permette di fare alcun salto di classe sociale».

E quindi ormai meno di un diciannovenne su due si iscrive all’Università. Negli ultimi anni questo dato è stato in continua diminuzione: se nel 2003-2006 si era ancora intorno al 56%, nel 2007/08 si era già scesi al 50,8%, e nel 2009/2010 siamo al 47,7%. «L’università italiana manifesta pertanto una ridotta capacità di attrarre i diciannovenni, rispetto a quanto accade in molti paesi all’estero», commenta il Comitato.

«È il fallimento di questo modello di università – spiega Biggeri – ma anche del mercato del lavoro e della capacità di creare lavoro da parte delle imprese». Il fallimento è evidente soprattutto se si va a vedere che cosa accade nelle diverse regioni. Dove c’è occupazione i giovani non perdono tempo a iscriversi all’università. «L’Indicatore di proseguimento degli studi dalla scuola superiore all’università presenza infatti differenze non banali tra le varie provincie: i valori più alti si hanno nelle provincie di Teramo, Bologna, Isernia e Rieti – con oltre 80 immatricolati ogni 100 maturi -, mentre i valori più bassi si registrano nelle provincie di Catania, Sondrio e Vercelli – con una percentuale di immatricolati su maturi tra il 40% ed il 50%». In altre parole, a Teramo, Bologna o Isernia – non avendo alternative – ci si iscrive all’università. A Catania, Sondrio e Vercelli, dove un lavoro si trova più facilmente, si preferisce non perdere tempo se non si è convinti di voler proseguire.

La conseguenza è un forte calo dei laureati, scesi a quota 293 mila, il 13% in meno rispetto a otto anni fa quando erano oltre 338 mila. Tutto questo perché è molto alto anche il numero di abbandoni. «Soltanto il 32,8% degli studenti porta a termineun corso di laurea, a fronte di una media Ocse pari al 38%», precisa il Comitato. Nell’anno accademico 2009/2010 c’è un’ulteriore diminuzione di oltre 15mila unità, con un tassi di abbandono (mancate iscrizioni al secondo anno di corso) pari al 16,7%. Insomma, meno uno studente su tre si laurea e quasi quasi 2 su 10 abbandona dopo il primo anno. Cresce anche la quota di «immatricolati inattivi», rispetto all’anno precedente, è arrivata al 13,3%. Ed anche la regolarità degli studi è in diminuzione: ogni dieci studenti iscritti, quattro sono fuori corso, e le facoltà con gli studenti più assidui risultano quelle con prove di selezione all’ingresso e accessi programmati.

La fuga non è però generalizzata, ma riferita soprattutto alle università pubbliche. Altre attirano i più bravi, infatti gli studenti che hanno un voto di maturità superiore a 90 si rivolgono ad università non statali. La Luiss di Roma (con il 68,1%), la Bocconi di Milano (con il 58,0%), il Campus Biomedico di Roma (con il 52,6%) e il San Raffaele di Milano (con il 52,5%). Seguono l’Università della Calabria ed il Politecnico di Bari, con il 40,8%.

Ancora un segnale di allarme arriva dalla cifra sui pensionamenti. Nei prossimi 5 anni si possono stimare oltre 14 mila cessazioni dal servizio del personale docente. A rischio emorragia sono soprattutto le aree scientifiche. Particolarmente critica la situazione nelle aree delle Scienze fisiche, di Ingegneria civile e Architettura dove le uscite dei professori ordinari saranno almeno del 32%. «È impensabile non affrontare quest’uscita con una programmazione adeguata», avverte Biggeri.

La Stampa 27.01.11

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“Matricole in calo e i più bravi si iscrivono agli atenei privati”, di ALESSANDRA MIGLIOZZI

ROMA – I neo diplomati bocciano il sistema universitario italiano, soprattutto quello statale: gli atenei attraggono sempre meno i ragazzi freschi di maturità che, dove c’è lavoro di qualità, preferiscono un contratto all’iscrizione ad un corso di laurea. In Italia meno di un diciannovenne su due prosegue gli studi dopo il diploma. E chi lo fa, se ha una bella pagella in uscita dalle superiori, punta sugli atenei privati di maggior prestigio per completare il proprio percorso: università come la Luiss e la Bocconi raccolgono le percentuali più alte dei migliori diplomati, quelli che prendono voti dal 90 in su. È la fotografia scattata dall’annuale Rapporto del Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario (Cnvsu), che racconta di un sistema accademico in buona salute (siamo quinti in Europa per qualità e decimi al mondo), ma sempre meno attraente per i giovani. Un dato, quest’ultimo, che impone una riflessione agli atenei, in particolare quelli pubblici, bocciati dai migliori studenti. Entro 5 anni, poi, il sistema perderà 14mila professori che andranno in pensione, ma, segnala Luigi Biggeri, presidente Cnvsu, «manca una programmazione dei posti da mettere a concorso per coprire i buchi».
LA FUGA
Nel 2002/2003 il 74,5% dei neo diplomati sceglieva l’università. Nel 2009/2010 sono scesi al 65,7%. In particolare, meno di un 19enne su due (47,7%) nel 2009/2010 ha scelto di proseguire gli studi. Un calo drastico rispetto al 56% del 2006. Dove c’è occupazione, si legge nel Rapporto, i giovani non si immatricolano: l’università non viene percepita come un volano per la propria carriera, meglio partire da un contratto. Gli immatricolati sono scesi a quota 293mila contro gli oltre 338mila di otto anni fa. Un giudizio preciso sulla qualità del sistema accademico emerge poi dai super bravi: chi prende più di 90 alla maturità sceglie università private. Alla Luiss il 68,1% delle neo matricole fa parte della rosa dei diplomati migliori, alla Bocconi sono il 58%. Seguono il Campus Biomedico di Roma (52,6%), il San Raffaele di Milano (52,5%). Un giudizio che, forse, vale più di qualunque classifica.
L’ABBANDONO
Gli abbandoni fra il primo e il secondo anno calano dal 17,5% al 16,7%, ma il 40% degli studenti è fuoricorso. La regolarità è in diminuzione, la situazione è migliore solo nelle facoltà a numero chiuso. I laureati sono scesi, nel 2009, sotto la soglia dei 300mila. Da soli quelli triennali sono diminuiti di 2mila unità. In calo anche i dottori precoci, che si laureano prima del previsto, ma la gran parte si concentra ancora in modo anomalo in alcune università telematiche.
BORSE DIMEZZATE
L’università attrae poco, forse, anche perché per chi non ha i mezzi frequentarla può essere difficile: nel 2010 sono stati dimezzati i fondi per le borse di studio, calati del 60%. Solo l’81% degli idonei riceve il sussidio e solo il 22% di chi ha una borsa ha accesso ad alloggi universitari.
PROF OVER 60
Il corpo accademico invecchia a vista d’occhio: gli ordinari over 60 sono il 50%. La loro età media è passata dai 58 anni del 1998 ai 63 del 2010. Fra gli associati solo il 5% ha meno di 41 anni. Invecchiano anche i ricercatori. Aumenta la quota di donne: sono il 20% degli ordinari e il 45% di chi fa ricerca. L’età media elevata spiega il fatto che nei prossimi 5 anni andranno in pensione oltre 14mila docenti. Per facoltà come Architettura e Ingegneria Civile è allarme: uscirà il 32% dei prof ordinari. «Vanno riprogrammati gli accessi – sottolinea il presidente Biggeri – o si rischiano emorragie di docenti in determinate aree di studio». C’è poi il caso dei ricercatori in fuga dall’università: tra il 2000 e il 2010 il 50% di quelli che sono usciti dal sistema sono stati dimissionari, hanno scelto di fare altro, soprattutto fra i più giovani, gli under 45.

Il Messaggero 27.01.11

"Nuovi segreti. La verità mediatica", di Carlo Galli

«La tendenza a nascondere le cose a ha contagiato anche le democrazie. Mistificare assume una rilevanza pubblica perché nessuno può più esercitare il diritto di critica». La politica non è lo spazio né della Verità né della Menzogna. Non deve ospitare un Assoluto da custodire a ogni costo, né un Vuoto radicale di senso, in cui tutto è possibile; né un Bene né un Male. Perché spesso l´uno si rovescia nell´altro.

Un´illustre tradizione che, in età moderna, nasce in parte da Machiavelli e dalla Ragion di Stato, collega la politica al Male e teorizza anche la liceità, per il potente, di mentire; il potere politico è segreto, le sue vie e le sue ragioni sono nascoste al popolo, a cui la vera finalità dell´agire politico – la potenza – non va rivelata; anzi, la si deve schermare, dissimulare, rappresentare falsamente come fosse orientata al Bene. Il potere è opaco, e tale deve rimanere; non può essere indagato né criticato, perché trascende la comprensione della gente comune, dei cittadini.

La modernità politica si è affermata attraverso la lotta illuministica contro gli arcana imperii, contro il combinarsi di segreto, dissimulazione, menzogna, a cui ha opposto la luce della ragione pubblica, capace di indagare e rischiarare quelle tenebre. E ciò è avvenuto in nome della Libertà; che è anche la libertà dei cittadini di non essere ingannati dal potere, e di vivere in uno spazio politico trasparente, pubblico e condiviso.

Ciò non significa che la menzogna non abiti la politica moderna. E non solo perché spesso i politici mentono; ma per il motivo più radicale che anche la politica moderna si è creduta portatrice di Verità – di una Verità di liberazione contro l´antica oppressione – , e che in nome delle sue certezze assolute si è sentita legittimata a ogni comportamento – la menzogna, ma anche ben di più – per difenderle e affermarle: la spietatezza dei totalitarismi novecenteschi ne è testimonianza. Ma anche senza entrare negli inferni totalitari – in cui Verità e Menzogna si rovesciano continuamente l´una nell´altra – la menzogna ha contagiato perfino le democrazie: la politica moderna ha un nucleo di segreto – la difesa dello Stato, la sua potenza – a cui, nonostante sia in contraddizione con la democrazia, non sa rinunciare, anche a costo della menzogna di Stato, della falsa rappresentazione del reale. Lo si è visto nel contesto imperiale degli Usa – che dal Vietnam all´Iraq hanno mentito per giustificare le loro guerre – e anche nel più modesto spazio italiano, in cui la politica degli omissis rispondeva alla medesima logica di salvaguardia, attraverso la menzogna, del presunto Bene superiore dello Stato. La tragedia della politica sta proprio qui: nella dialettica fra segreto del potere e libertà dei cittadini.

L´età contemporanea ci mostra che la Menzogna si sposa alla politica anche nel fabbricare mediaticamente un mondo di favola e nell´elargirlo a platee di cittadini ridotti a spettatori, che non possono esercitare il diritto di critica, di fare domande, di avere risposte; è Menzogna anche l´illusionismo che trasforma il discorso pubblico in una fiction. Ma oggi la cronaca ci rivela un nuovo rapporto fra politica e menzogna; quello delle bugie private, a proposito di reprensibili comportamenti personali, che assumono rilevanza politica proprio perché la politica è stata identificata con un uomo, un corpo, una vicenda personale. Questa privatizzazione della Menzogna, con effetti pubblici, unisce al tragico il farsesco; ma viola ugualmente l´unica Verità a cui la politica democratica possa aspirare: quella che nasce in una comunità politica dal libero confronto di cittadini liberi dall´inganno e dalla manipolazione.

La Repubblica 27.01.11

"L'amara vittoria del Premier", di Michele Brambilla

Bondi non è stato sfiduciato, e resterà ministro. La Camera l’ha salvato con 314 voti. Coloro che gli contestavano la gestione dei beni culturali, e i crolli a Pompei, si sono fermati a quota 292. Questi i freddi dati di cronaca. Ma se non vogliamo prendere in giro i lettori (e gli elettori), dobbiamo aggiungere che, benché la giornata parlamentare di ieri ruotasse attorno a questa votazione, del ministro Bondi e tanto meno dei crolli a Pompei ieri alla Camera non importava niente a nessuno. L’attacco a Bondi era in realtà un attacco al governo; e la difesa di Bondi una difesa del governo.

E dunque da un certo punto di vista si può dire che ieri Berlusconi ha ottenuto una nuova vittoria. Il voto di sfiducia al ministro dei Beni culturali era stato annunciato come una specie di giorno del giudizio. Il quarto, dopo quelli in cui s’è votato sul sottosegretario Caliendo (4 agosto scorso), sui cinque punti del programma (29 settembre), e sul governo rimasto orfano dei finiani (14 dicembre). Tutte prove di ribaltone, e tutti fallimenti. Il governo Berlusconi ha sempre dimostrato di avere i numeri per resistere. Magari con difficoltà; ma comunque resiste.

Ma può per questo Berlusconi dirsi tranquillo? È evidente a tutti che, come dicevamo, nonostante le apparenze Bondi e le sue politiche culturali ieri non erano i protagonisti della scena ma solo comparse. Così come comparse erano i pur volonterosi parlamentari presenti al voto. I veri protagonisti della giornata politica erano altri personaggi: quelli di cui si occupano le nuove 227 pagine che la Procura di Milano ha inviato alla Camera sull’ormai celeberrimo «caso Ruby». Sarà anche sgradevole dirlo perché le istituzioni ne escono mortificate: ma è evidente a tutti che il futuro del governo ormai non dipende più da quello che succede alla Camera e al Senato, ma da quello che i magistrati accertano e che i giornali pubblicano. Nella Prima Repubblica a un certo punto si cominciò a dire che la politica non la si faceva più in Parlamento ma nelle segreterie dei partiti. Oggi non la si fa più nemmeno nelle segreterie dei partiti, ma nei tribunali e nella coscienza dell’opinione pubblica.

Berlusconi non può tirare il fiato per il voto di ieri alla Camera, perché le nuove carte della Procura sono ben più preoccupanti per lui che non la perdita di un ministro. Già quello che si era letto nelle prime trecento pagine era a dir poco imbarazzante. Quello che comincia a trapelare dalle carte di ieri è ancora peggio. È desolante, sconfortante. A inchiesta iniziata e perfino a inchiesta ormai pubblica, non si è placato il giro di telefonate con cui si comunicavano compensi alle ragazze, assegnazioni di appartamenti, convocazioni di riunioni ad Arcore per stabilire una linea difensiva. Colpiscono in particolare le frasi pronunciate (e naturalmente intercettate) da Nicole Minetti, la consigliera regionale della Lombardia accusata di aver fatto da maîtresse. A scandalo scoppiato si sfoga, dice che si vuole dimettere, che vorrebbe avere una vita normale – fidanzarsi, sposarsi, avere figli – e non sa come fuggire dal pasticcio in cui s’è cacciata. Dice cose terribili sul premier, che accusa di averla messa nei guai e poi scaricata.

Non sappiamo se tutto questo comprenda dei reati. Ma sappiamo che in questi ultimi dieci giorni il presidente del Consiglio – e tutta una sfilza di testimoni interrogati dai suoi avvocati – hanno assicurato che non solo non ci sono reati, ma anche che non c’è neppure nulla di indecoroso. Ci hanno parlato di serate innocenti, di allegre canzoni, di film visti con un lettore dvd come fanno dopo cena milioni di piccoli borghesi. E invece il quadro che emerge è tutt’altro, e riesce davvero difficile (per non dire altro) sostenere a oltranza la tesi dell’equivoco, della millanteria, dello scherzo telefonico.

Non è tanto una questione morale, quanto una questione di credibilità politica. L’inchiesta di Milano sembra raccontarci il crollo di una classe dirigente, un crollo al cui cospetto quelli di Pompei contestati al povero Bondi sono ben poca cosa.

La Stampa 27.01.11

Bonaccini: «Bologna dice al Pd: più uniti e basta parlar male», di Pietro Spataro

«Abbiamo vinto le primarie, ora ci sono le secondarie…». Stefano Bonaccini è il giovane segretario del Pd dell’Emilia Romagna e fatica a nascondere la soddisfazione per il risultato. Pensa che da Bologna parta un messaggio per il Pd: se si sta uniti e si lavora sodo nel territorio si superano tutte le difficoltà: «Basta parlare male di se stessi».

Allora, avete tirato un sospiro di sollievo: un bel risultato. Quindi, primarie avanti tutta?
Sì, c’è stata una splendida partecipazione che dimostra che quando dai fiducia ai cittadini questi la restituiscono. A Bologna c’è bisogno di buona politica e, dopo il commissariamento pure svolto al meglio dalla Cancellieri, di un governo democratico eletto. Però, come non ci siamo depressi dopo il caso Delbono, né abbiamo declinato dopo la malattia che ha colpito Cevenini, non ci dobbiamo esaltare oggi. Perché abbiamo vinto la prima partita ma ci sono le “secondarie” che sono decisive. Certo quel risultato così netto ci consente di preparare un programma e irrobustire la coalizione.

E le primarie? Dopo tutte quelle polemiche…
Guardi, fin dall’inizio io, Errani e il gruppo dirigente regionale, abbiamo condiviso la proposta di Donini che dovessero essere i bolognesi a scegliere il candidato. Penso però che le primarie non sono un fine, restano invece uno strumento che, se utilizzato al meglio, può essere un formidabile volano di partecipazione e di avvicinamento dei cittadini alla politica in un periodo di distacco preoccupante tra elettori e partiti. Comunque, noi facciamo scegliere i cittadini, non decidiamo nel chiuso delle stanze come farà il centrodestra dopo una telefonata da Roma.

Perché ha vinto Merola? Si sono mobilitati i militanti del Pd?
No, credo sia stato premiato non solo per essere il candidato “ufficiale” del Pd ma per avere una robusta esperienza amministrativa. Ora dopo questa larga investitura popolare Merola è più forte per diventare un ottimo sindaco. Voglio però ringraziare Amelia Frascaroli e Benedetto Zacchiroli perché hanno contribuito con idee e passione a rendere vere e contendibili le primarie e a portare ai seggi persone che altrimenti non sarebbero venute. Quello che ho molto apprezzato, e che fa la differenza, è che dopo il risultato, sia l’una che l’altro si sono stretti attorno a Merola per dargli quel sostegno indispensabile in questa corsa. Perché sia chiaro: l’avversario è il centrodestra.

Già si parla della squadra di Merola. Non c’è bisogno di un forte rinnovamento generazionale?
Intanto pensiamo a vincere. Come ha già detto Merola è prerogativa del sindaco definire la squadra. La cosa migliore comunque sarebbe scegliere persone che siano un mix di competenza e rinnovamento.

Quale messaggio arriva da Bologna al Pd nazionale? Merola ha detto a l’Unità: Bersani faccia come abbiamo fatto noi…
Se si sta uniti, se si lavora sodo nel territorio, se si parla meno di alleanze e più di idee, allora anche le difficoltà si superano. La nostra funzione è saper proporre una alternativa. Mi aspetto molto dall’assemblea nazionale di Napoli perché sono d’accordo con Bersani che c’è la necessità di indicare una idea al paese che abbia due capisaldi: una riforma democratica e una riforma economica e sociale. Più sarà chiara la proposta più sarà facile costruire un nuovo centrosinistra.

Ma nel Pd non serve anche aria nuova? Non bisognerebbe dare più spazio a quei giovani che sono in prima linea sul territorio?
Bersani ha detto chiaramente che nel futuro serve una generazione più giovane. È giusto e quella generazione va scelta tra chi sul territorio, nel partito, nella società e nelle amministrazioni ha dimostrato le proprie capacità. Però una nuova classe dirigente non può prendere la guida solo in nome della carta di identità, ma sulla base di proposte serie per il Paese. Sono convinto che in giro per l’Italia ci siano diverse persone all’altezza di questa sfida.

Bonaccini, Berlusconi è in gravi difficoltà travolto dal Ruby-gate eppure il Pd non ci guadagna. Che cosa manca?
Penso abbia idee e progetti, donne e uomini. Però si attarda a parlare male di se stesso e si perde in dispute tra gruppi dirigenti. Adesso però le condizioni del paese devono vederci uniti e capaci di indicare un progetto per l’Italia. In questi anni abbiamo parlato troppo di Berlusconi e poco del berlusconismo che ha cambiato il Paese. Però sento che nell’elettorato di destra c’è una parte che non crede più agli slogan. Hanno detto meno tasse e invece aumentano. Hanno detto più lavoro e invece ce n’è meno. Hanno parlato della scuola delle tre “i” e siamo l’unico paese che non investe nel sapere.

E però il Pd resta inchiodato al 25%…
Diciamo che le premesse per la svolta ci sarebbero tutte. È vero che in Europa i riformisti sono in difficoltà, eppure non va persa la fiducia. Gli aquiloni si alzano in volo con il vento contrario, noi dobbiamo fare la stessa cosa. Abbiamo già sprecato troppo tempo.

L’Unità 26.01.11

Sfiducia al ministro Bondi: intervento dell'On Michele Ventura

Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho ascoltato con la dovuta attenzione la replica del Ministro Bondi al quale vorrei ricordare che non ci si può limitare ad un rendiconto soltanto relativamente a ciò che hanno prodotto coloro che hanno avuto quella responsabilità prima.
Cosa intendo dire? Il Ministro Bondi si è dimenticato che l’unico Governo che ha aumentato sostanzialmente le risorse nel campo delle attività culturali è stato il primo Governo Prodi, nonostante si fosse impegnati in una manovra durissima per l’ingresso nell’euro (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)!
Dopo quel quinquennio, onorevole Bondi, vorrei ricordare a lei ed ai membri della maggioranza che voi avete governato per otto o nove anni! Ve lo dobbiamo ricordare tutte le volte, come se questo fosse un dato ininfluente. Portate dunque le responsabilità del declino per quello che riguarda i finanziamenti e lo stato della cultura nel nostro Paese.
Lei si è rivolto particolarmente ai problemi riguardanti la città di Roma. Ci vuole obbiettività ed equilibrio, lei lo ha chiesto a noi ed io mi permetto di chiederlo anche a lei. Lei ha parlato del Pincio come di uno sventramento. Era un’ipotesi che andava verso una riorganizzazione della città attraverso una pedonalizzazione del tridente. Discutibile, ma ne parli con obiettività. Se parla di Roma deve parlare anche del Parco della musica, dell’Auditorium, del Museo di arte contemporanea (MACRO), del Museo Nazionale delle Arti del XXI Secolo (MAXXI) (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico) che sono stati realizzati e che sono stati una risposta ai fermenti. Certo che il MAXXI lo avete completato voi, ma mi riferisco all’avvio. Perché negare ciò?
Questo mi suggerisce un elemento. Entro maggiormente nel merito della mozione di sfiducia in oggetto. Vede, quando noi l’abbiamo presentata eravamo nel novembre 2010. L’Italia ha assistito poi al perpetrarsi in queste settimane di uno spettacolo avvilente, triste, che segna questa stagione della politica italiana. Certo, questo spettacolo avvilente va oltre lei. Potrei dire che il giudizio severo che noi esprimiamo per l’attività da lei svolta quale Ministro per i beni e le attività culturali è soggetta, come in seguito ad una metamorfosi, al fallimento clamoroso e irrecuperabile dell’intero Governo e del Presidente del Consiglio dei ministri.

Intendo dire, onorevoli colleghi, che noi poniamo al centro il dissolversi della vostra capacità di Governo. Qual è oggi l’attività del Governo? Il Governo si sta occupando, forse, dei grandi problemi che assillano la società? Si occupa, forse, della crescita, dell’università, della cultura, del sapere, dei giovani disoccupati, dei laureati che non trovano sbocco? Si occupa di qualcosa che assomiglia minimamente alle grandi tematiche che investono, anche culturalmente, l’Italia meridionale? Forse il Governo non è piegato su altro?
Onorevoli colleghi della maggioranza, voi direte che questo non c’entra, ma mentre Paesi – e vedo qui il Ministro Frattini – esplodono per contraddizioni e preoccupano, dalla Tunisia all’Egitto, e mentre tutti i giornali si interrogano sulla funzione del Presidente Mubarak – consentitemi questa battuta – noi siamo impegnati a leggere le intercettazioni e assistiamo alle interviste della sedicente «nipotina» del Presidente Mubarak (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)! Questo è infatti lo stato in cui ci troviamo. Eccovi allora chiusi in un fortilizio, con un Presidente del Consiglio piegato sulle sue vicende personali, la cui voce con parole sempre più grevi, irrompe volgarmente nelle trasmissioni televisive, lasciando attoniti e sgomenti.
Ma vorrei venire al tema, senatore Bondi. Nella nostra visione la cultura è fattore fondamentale di sviluppo, non soltanto nella tutela e valorizzazione del nostro patrimonio artistico, ma anche come occasione per nuova occupazione nel campo delle molteplici espressioni culturali e nella sperimentazione di nuove tecnologie d’avanguardia. La nostra mozione è partita da tali presupposti ed era appena avvenuto il primo crollo a Pompei, quasi a rappresentare, dal punto di vista simbolico, il fallimento totale della politica in materia di tutela dei beni, delle attività culturali e, più in generale, dei valori e dei saperi, portata avanti da questo Governo. «Una vergogna nazionale» disse, allora, a proposito di quel crollo, il Presidente della Repubblica.
È solo sua responsabilità. Non siamo né cinici, né ingenui, onorevole Ministro, sappiamo però che avete considerato la cultura – e lei, signor Ministro, lo ha permesso – come un costo per la collettività, da ridimensionare con progressivi tagli. La quota sul prodotto interno lordo del bilancio della cultura si riduce per la prima volta nel 2011 allo 0,19 per cento, la più bassa d’Europa, con un taglio che ci porta complessivamente a risorse pari a 1 miliardo e 429 milioni di euro e, con una proiezione su un quinquennio, di un taglio di 3 miliardi di euro. Avete poi dimenticato – e lei, signor Ministro lo ha permesso – che il nostro immenso patrimonio artistico-archeologico rappresenta il 52 per cento del patrimonio mondiale.
Lei, signor Ministro, ha privilegiato l’attività di coordinatore nazionale del PdL: le sue attenzioni, come le dichiarazioni o le interviste, parlano poco di cultura e molto di Berlusconi. Lei, signor Ministro, non è stato affatto in grado di far valere la sua iniziativa e non è riuscito in alcun modo ad arginare l’irreparabile guasto delle politiche pubbliche per la cultura in Italia, che sono state spiegate con quell’indimenticabile sortita tremontiana: «Con la cultura non si mangia». Lei, signor Ministro, ha visto ogni sfaccettatura della cultura italiana rivoltarsi contro di lei, dalle fondazioni lirico-sinfoniche, coinvolte in un’inattuabile riforma, al più variegato mondo dello spettacolo e del cinema, fino alle grandi istituzioni culturali.
Voglio ricordarle che le risorse per lo spettacolo dal vivo sono scese da 402 milioni di euro a 262 milioni di euro. Lei è il Ministro delle solennità disattese e questa è la risposta che vorrei dare alla sua replica. In quest’Aula ha dichiarato il suo sostegno alla legge sullo spettacolo dal vivo – una delle poche riforme condivise – e poi l’ha abbandonata senza finanziamenti.

PRESIDENTE. Onorevole Ventura, la prego di concludere.

MICHELE VENTURA. Lei, signor Ministro, ha parlato di rapporto virtuoso tra pubblico e privato e ha ristatalizzato le fondazioni liriche. Apra ai privati, attraverso le defiscalizzazioni! E, infine, mi consenta una risposta, e mi avvio a concludere. Lei oggi si è rivolto ai cattolici del Partito Democratico. Lo scorso 16 dicembre si è rivolto ai compagni, ci ha ricordato di essere stato comunista e ci ha parlato di Berlinguer in quella lettera, ha detto: «Ho aderito con entusiasmo, passione e totale condivisione a quella politica di grande afflato culturale e morale rappresentata da Enrico Berlinguer». Io insieme ad altri che Berlinguer l’abbiamo conosciuto bene, mi domando come faccia lei, che trova e cerca ogni occasione per osannare Berlusconi, a richiamarlo (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). Berlinguer era, nella vita di ogni giorno, quello che appare agli occhi di tutti, anche di quelli che non erano d’accordo con lui, un uomo di grandissima dirittura morale, dallo stile di vita irreprensibile, un uomo che quando parlava di austerità – sostantivo ora molto citato da Tremonti – non lo faceva per garantire la semplice sopravvivenza di un sistema economico e sociale in crisi, ma per instaurare, lo cito «giustizia, efficienza, ordine» e, aggiungo, una moralità nuova. Lasci stare Berlinguer, onorevole Bondi, lo lasci stare perché non appartiene più alla stagione che ha inaugurato.

PRESIDENTE. Onorevole Ventura, deve concludere.

MICHELE VENTURA. Concludo dicendo che lei, signor Ministro, si dovrebbe dimettere e si dovrebbe dimettere Berlusconi, per consentire una fase nuova nello sviluppo delle relazioni politiche, per consentirci di parlare dei grandi problemi del Paese (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori).

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