Latest Posts

"L’economia nazista e la Shoah dei disabili", di Massimiliano Boschi

Gusci vuoti», «zavorra umana», «vite non degne di essere vissute», sono quelle che il Terzo Reich decise di eliminare a partire dal 1933. Persone che non solo era lecito uccidere, ma addirittura utile. Perché erano un costo per le casse della Germania nazista e perché «inquinavano» la presunta razza ariana. Il retroterra alla giustificazione dell’ eliminazione delle «vite indegne» fu garantito dalla macchina propagandistica del Terzo Reich. Vennero affissi migliaia di manifesti rappresentanti l’immagine di un «minorato» assistito da un infermiere. In alto campeggiava una cifra a caratteri cubitali: «60.000 marchi» di seguito la spiegazione: «Ecco cosa costa una persona che soffre di malattie ereditarie alla comunità tedesca».
Per spiegare meglio il concetto arrivarono i libri in cui si sottolineava come «il costo di cura per una persona geneticamente malata è otto volte superiore rispetto a quello di una persona normale. Un bambino “idiota” costa quanto quattro o cinque bambini sani. Il costo per otto anni di istruzione normale è di circa 1.000 marchi. L’istruzione di un bambino sordo costa circa 20.000 marchi. In tutto, il Reich tedesco spende circa 1.2 miliardi di marchi ogni anno per la cura ed il trattamento medico di cittadini con malattie genetiche». Ergo, meglio risolvere il problema alla radice.
Anche il cinema fece la sua parte: in Opfer der Vergangenheit (vittime del passato), vennero alternate le immagini dei sani e giovani «ariani» con i «degenerati» ospiti dei manicomi. Il film venne proiettato in 5.300 sale del Reich. Un altro film del 1941, Ich Klage an (Io accuso) si spinse più in là e provò a mettere in buona luce l’idea dell’eutanasia di Stato che stava dietro al progetto denominato «T4» che prevedeva la soppressione o la sterilizzazione di persone affette da malattie genetiche o da più o meno gravi malformazioni fisiche e mentali. Si calcola che a seguito del progetto T4 vennero uccisi circa 70.000 «malati di mente», migliaia i bambini, probabilmente più di cinquemila. Erwin Polz, Heinz Frank e Horst Schmidt furono solo tre di queste giovani vittime. Sono ricordati ancora oggi perché citati nel libro di Alice Ricciardi von Platen Il nazismo e l’eutanasia dei malati di mente. I primi due furono uccisi a seguito dell’insistenza dei loro genitori: i medici nazisti, infatti, avevano considerato le loro vite degne di essere vissute, almeno per un altro po’ di tempo. Ma i loro genitori presentarono apposita istanza per chiedere che i loro figli venissero eliminati. Per il bene del Reich e della razza ariana. Furono accontentati.
Horst Schmidt, due anni , venne, invece, classificato come «soggetto idiota non recuperabile» dal direttore dell’ospedale psichiatrico di Eichberg che così si espresse rivolgendosi all’apposita commissione: «Il bambino ha occhi mongolici, plica mongolica, lingua tozza, orecchie mal modellate, naso schiacciato, zigomi sporgenti, eccessiva lassità delle articolazioni; è psichicamente ritardato, non è in grado di alimentarsi, né di stare seduto o in piedi. Tuttavia è affettuoso». La risposta del responsabile della Commissione non è che la raggelante comunicazione burocratica della condanna a morte di un bimbo di due anni: «Oggetto: trattamento dei bambini idioti. Con riguardo alla Sua comunicazione relativo al bambino Horst Schmidt, nato l’8.10.1942, Le comunico che non vi è più alcun ostacolo al trattamento del bambino in base alle circolari del Signor Ministro degli interni del Reich, relativamente del 18/8/1939 e del 1/7/1940. La prego di voler comunicare a suo tempo, l’esito del trattamento. Heil Hitler».
Solitamente, per procedere all’eliminazione delle giovani vite i medici scioglievano nel tè dei bambini un barbiturico, il luminal, in dosi via via crescenti, fino a che non sopraggiungeva il coma e quindi la morte. Per i soggetti più resistenti, come ha raccontato Robert Jay Lifton nel suo I medici nazisti, si passava alla morfina o alla scopolamina. Per gli adulti, invece, si pensò a qualcosa di più pratico: un’iniezione letale o la camera a gas. Allo scopo erano stati predisposti appositi centri di eliminazione dove un medico provvedeva all’iniezione o, successivamente, ad aprire il rubinetto del gas. Un modello che venne modificato ed esteso ai campi di concentramento, soprattutto nei territori occupati durante la guerra. Dall’eutanasia di Stato che colpiva i malati di mente, si passò al genocidio degli ebrei. I manicomi aprirono la strada ai campi di sterminio, la fine della guerra lasciò in piedi solo i primi.

l’Unità 27.1.11

******

“E se la memoria si trasforma in industria?”, di Tobia Zevi

Viviamo un’epoca strana, schizofrenica. Siamo immersi in un flusso costante di informazioni, e sempre meno capaci di formarci un’opinione consapevole. Il numero di libri pubblicati aumenta perennemente, ma la preparazione reale dei più giovani risulta dalle indagini scoraggiante. Questa situazione produce una divaricazione tra cultura «alta» e cultura «bassa», con reciproco scambio di accuse tra «élitisti» e «mediocri».
Cosa c’entra la memoria? A dieci anni dall’istituzione del 27 gennaio, molti risultati sono acquisiti. La sensibilità è maggiore, soprattutto grazie all’impegno straordinario di testimoni e insegnanti. Però. L’ignoranza rimane dilagante, il fenomeno carsico del negazionismo si perpetua (e una legge servirebbe a poco), molte iniziative sono discutibili. Mi chiamano spesso da varie parti d’Italia: «Mi manderesti un ragazzo a testimoniare? Anche un’oretta può andare…». Ma testimoniare cosa?
Al proliferare di manifestazioni di ogni genere si contrappone una ricerca storica sempre più raffinata – valga come esempio Uomini comuni di Cristopher Browning -, più incline a mostrare contraddizioni e specificità. Secondo lo storico David Bidussa il 27 gennaio non si inserisce in un «calendario civile», una serie di momenti cruciali e condivisi della nostra storia. Questa ricorrenza fa piuttosto parte di un «calendario vittimario» (Giovanni De Luna) per sua natura non collettivo.
Il medesimo iato c’è in letteratura. Se Aharon Appelfeld, decano della letteratura israeliana, riteneva impossibile raccontare il lager, Primo Levi fu capace di elevare il campo di sterminio alla forma di scrittura più alta. Una prosa che, confrontandosi con il male assoluto, doveva ricostruire una propria grammatica specifica, descritta magnificamente nei saggi di Pier Vincenzo Mengaldo.
La letteratura della Shoah nasce dunque consapevole della estrema difficoltà teorica e pratica, e il tema rimane attuale grazie a grandi autori come Daniel Mendelsohn. Nel frattempo, però, la Shoah è anche genere letterario. Non è colpa degli scrittori. Ogni autore ha diritto a essere giudicato per la qualità letteraria della sua opera. Ma il fenomeno resta. Ho letto recentemente Blocco 11 di Piero Degli Antoni (Newton Compton, pp. 248, euro 12,90), un thriller ambientato in un lager assai simile ad Auschwitz. Il volume, ben scritto e assai scorrevole, presenta una vicenda chiaramente fittizia: il comandante del campo rinchiude per una notte dieci prigionieri nella lavanderia, chiedendo loro di selezionare chi debba essere fucilato. Attraverso dialoghi serrati e trasformazioni dei personaggi il testo giunge a una conclusione inaspettata, confermandosi avvincente.
Ma perché ambientare questa storia ad Auschwitz, e non, per esempio, in una prigione del Cile di Pinochet? Perché la Shoah tira. E quando la Memoria si trasforma in industria risponde alla sua logica, non all’esigenza fondamentale di conoscere il proprio passato.
Se vogliamo che la Memoria sia un monito per i giovani, che i giovani sappiano pensarsi come potenziali carnefici oltre che come potenziali vittime, occorre tracciare un nuovo percorso di conoscenza. Doloroso. Un sentiero che unisca la raffinata disciplina scientifica della Shoah alla Memoria come genere di consumo culturale e politico. Per garantire il futuro della Memoria.

L’Unità 27.01.11

«Non solo Pompei: così il ministro ha umiliato il Belpaese», di Luca Del Fra

Dopo ogni annuncio in pompa magna ecco i tagli, e poi i crolli e nei casi più drammatici anche le inchieste. Fenomenologia del filosofo che ha trasformato il permanente in transeunte…

I galantuomini della cricca afflitti dall’inchiesta sulla protezione civile lo chiamavano «quello che lavora con Nastasi». Nessuna definizione scolpisce meglio. Sandro Bondi come ministro dei Beni e delle Attività Culturali (Mbac): un’ombra nascosta dietro il suo capogabinetto – il dinamico e discusso Salvo Nastasi –, mentre l’intero settore culturale italiano si sfarinava, tra la drammatica diminuzione delle risorse economiche pubbliche e gli sperperi. Predicatore di efficienza, nemico giurato dei cosiddetti privilegiati della cultura e quindi ministro assenteista quant’altri mai, Bondi in circa tre anni al Collegio Romano c’è stato poco, mostrando fin da subito un sovrano disinteresse per il suo dicastero.
Il che non gli ha impedito di dettare le sue surreali linee guida per il Mbac già dalla primavera del 2008 quando, fresco di nomina e ancor gonfio della vittoria elettorale, al Teatro Argentina di Roma ha incontrato il mondo dello spettacolo per la prima della sua serie di ramanzine.
Si capì subito che per le attività culturali – cinema, teatro, musica, danza, opera – sarebbero stati, come poi è accaduto, anni nerissimi. Il ministro era interessato ad altro: «Vorrei impiegare i fondi a mia disposizione per cose meno transeunti – disse allora –, per esempio nell’archeologia», gettando non una luce su quanto voleva fare, ma un’ombra grottesca su quanto poi è accaduto. Vuoi perché quei «fondi a mia disposizione», zacchete!, furono subito tagliati, vuoi perché da allora nei siti archeologici più importanti, da Pompei a Roma, si sono susseguiti vorticosamente incidenti, commissariamenti, crolli, inchieste, e perfino l’Istituto Superiore del Restauro è stato sfrattato dalla sua storica sede.
Nell’autunno 2008 per la sua prima intervistona da ministro – altra ramanzina stavolta contro il teatro d’opera –, accolse il giornalista della “Stampa” brandendo un pingue volume del vocabolario della Crusca e ieratico statuì: «Questo rimane…».
Estate 2010: arizacchete!, eccoti tagliati anche i fondi per la pregiata Accademia della Crusca e tutti gli altri istituti di cultura. Così alla fine ingenerosamente gli è stato ascritto un potere arcano, iettatorio per intenderci. I soliti ingrati certo, ma almeno si riconosca a quest’uomo la capacità di trasformare il permanente in transeunte, o meglio estinto. Mentre a uso dei media largiva i suoi balzani vaticini, in anni molto critici Bondi ha abbandonato il ministero nelle mani di funzionari e funzionarietti, tutti rigorosamente
scelti tra i burocrati –ma oggi si definiscono manager–, e tutti accessoriati con scrupoli a tasso assai variabile.
A perenne monito restano quasi tre anni di inchieste, di appalti e concorsi truccati e annullati, di inefficienze nella gestione del patrimonio dell’Aquila dopo il terremoto, di consulenze e di contratti ad amici e perfino ai parenti dell moglie, della ineffabile direzione generale alla valorizzazione del patrimonio – affidata a Mario Resca ex manager McDonald –, coronati dall’intero sistema spettacolo al collasso.
A fronte di questo Bondi ha inveito contro la “sinistra” e chiunque adombrasse una critica, arrivando a dichiarare: «In consiglio dei ministri mi sono battuto contro i tagli dei finanziamenti alla cultura!». E lasciamo perdere che in quella sede pare che Tremonti, Brunetta e Calderoli si dessero di gomito e ridacchiando in quell’atmosfera cameratesca che tanto piace a Silvio facessero oggetto di scherno il loro collega. Se, come dice lui, si è veramente battuto, la verità è che Bondi ha fallito. Una disfatta, oltretutto da lui stesso avallata, quando nei primi due anni come ministro ha più volte giustificato come necessari i tagli al Ministero della cultura, tagli causati dalla crisi e che sarebbero stati orizzontali –vale a dire eguali per tutti i ministeri. Ma orizzontale sarà lui: durante il mandato di Bondi infatti la quota parte del bilancio dello stato per il Mbac è scesa da 0,29% (2007 ultima finanziaria del centro sinistra) allo 0,21 del 2010, al previsto 0,19 del 2011. Altre voci evidentemente salivano. Le cose quindi andranno ancora peggio: dopo decenni di
pareggi perfino il Teatro alla Scala rischia un bilancio in passivo –zacchete tris!–, Bondi l’aveva già “battezzato”, definendolo «un’eccellenza».

L’Unità 27.01.11

******

«Povera cultura, Bondi è salvo tra assenze e flop del Terzo polo», di Federica Fantozzi
La mozione di sfiducia viene bocciata con 314 no contro 292 sì. Più le due astensioni della Svp. 22 i voti di scarto. Rissa sfiorata tra Fli e Lega. IdV: merita un calcio nel sedere. Il Pd: lasci stare Berlinguer.

Fallisce la tenaglia tentata dalle opposizioni contro Sandro Bondi. Alla prova dei voti gli assenti, l’astensione della Svp e il gruppo dei Responsabili salvano il ministro dei Beni Culturali. E il Terzo Polo, alla prima prova di identità compiuta, si squaglia.
La mozione di sfiducia individuale viene bocciata con 314 no contro 292 sì. Più le due astensioni della Svp, che con l’ennesima capriola dopo aver annunciato la sfiducia si lascia rincuorare dall’attivismo di Bondi sulla rimozione delle vestigia fasciste altoatesine e dai pannelli esplicativi ai monumenti bolzanini.
La maggioranza sarà pure inchiodata a quota 314, come dicono i finiani rimembrando gli identici numeri del 14 dicembre contro Berlusconi. Ma stavolta i voti di scarto sono 22, non 3. Un terzo oltre le più infauste previsioni di una pur annunciata sconfitta. Al punto che già dal mattino il leader Udc Casini, fiutata l’aria, si era smarcato con un «anche i bimbi dell’asilo sanno come finirà…». E in aula, al momentodelle dichiarazioni di voto, né segretari né capigruppo ci hanno messo la faccia. Tra assenti e in missione, nell’Udcmancano Pezzotta (malato), Ria, Ricardo Merlo, Volonté relatore a Strasburgo. Due lib-dem, Tanoni e Melchiorre. I Misti Guzzanti e Gaglione. Nell’Mpa 4: Misiti, Latteri, Lombardo e Commercio. Nel Fli le due neo-mamme Bongiorno e Cosenza, Luca Barbareschi (che aveva espresso pubbliche perplessità) ma anche la colomba Giuseppe Consolo e Guido Paglia. Nel Pd 4 assenti annunciati in una nota per malattia: Rossomando, Fedi, Capano, Mastromauro. Ci sono invece Parisi con febbre e l’altra neo-mamma Federica Mogherini.
Nel PdL manca solo Zacchera. Bondi, che ha insistito con Cicchitto per evitare slittamenti della mozione decisiva per il suo destino, fa un discorso dai toni duri: «Vi importa davvero la cultura o tentate cinicamente di dare una spallata al governo? ». Si asciuga il sudore, legge gli appunti, sottolinea che per la prima volta si vota la sfiducia a un ministro «non per responsabilità individuali ma collegiali, perché sarei accondiscendente ai tagli di Tremonti».
Segue un dibattito surreale dove Bondi vuole riformare il ministero trasformandolo da «ostacolo» in «soluzione», il dipietrista Zacchera cita le intercettazioni della “cricca” e Fini lo richiama all’ordine per turpiloquio, il collega Barbato gli fa da “gobbo” televisivo innalzando un cartello sul Villaggio Preistorico di Nola finché i commessi lo disarmano. La Repetti, compagna del ministro in giacca bluette, si agita. Zacchera vorrebbe dare a Bondi un metaforico calcio nel sedere, e il centrodestra insorge.
I ministri arrivano tardi, Tremonti senza sedia incombe tra Bossi e Maroni, proprio sopra il posto vuoto di Berlusconi (che si materializza solo per votare) in plastica rappresentazione di un ipotetico futuro. Granata cita Ezra Pound, il filosofo professor Buttiglione loda Checco Zalone, il piddino Ventura invita il ministro a «lasciar stare» l’etica berlingueriana, Cicchitto rievoca il crollo della torre di Pavia sotto il governo De Mita. Nucara prende la parola per annunciare che la diaspora Repubblicana è finita, si è riunito con Luciana Sbarbati «e se lei fosse qui voterebbe come me la fiducia a Bondi».
Arriva il momento del voto. Parte la chiama. I finiani Granata e Lo Presti quasi vengono alle mani (di nuovo) con i vicini del Carroccio e poi si chiariscono. Bocchino vota tra i buuuuh del PdL. Fini ha ceduto lo scranno a Lupi che fa le prove tecniche di successione: «Colleghi, vorrei commenti e non ululati, e lo dico io con il mio cognome».

da l’unità del 27.1.11

"La macchina del tempo della signora Gelmini", di Giovanni Belfiori

L’India avanza con una scolarizzazione di massa, l’Italia arretra con abbandoni scolastici tra i più alti in Europa. Il nostro futuro è segnato dall’insipienza di chi ci governa. C’è chi arretra e c’è chi avanza. C’è chi taglia e c’è chi investe. C’è chi si chiama Italia e chi India. Mentre da noi il terno terribile Berlusconi-Gelmini-Tremonti ha smantellato, nel giro di tre anni scarsi, la scuola pubblica, in India i dati relativi alla scuola sono : il 96,5% dei bambini indiani fra i 6 e i 14 anni va a scuola. Per un un paese che ha un miliardo e 200 milioni di abitanti, il dato è impressionante. In Italia i numeri della dispersione scolastica sono allarmanti. Nel 2009 la quota di giovani che ha interrotto precocemente gli studi è stata del 19,2% e ha collocato il nostro Paese in una delle posizioni peggiori nella graduatoria dei 27 Stati dell’Unione Europea (media 14,4% nel 2009). Le incidenze dell’abbandono scolastico raggiungono percentuali drammatiche in Campania Puglia, Sicilia e Sardegna dove quasi un giovane su quattro non porta a termine un percorso scolastico/formativo dopo la licenza media.

In India -rileva un articolo di Giampaolo Cerri su Italia Oggi di martedì 25 gennaio- la dispersione nel periodo della scuola dell’obbligo riguarda il 4,5% e dal 2009 al 2010 è scesa di mezzo punto. Sono dati contenuti nell’Annual Survey of Education Report 2010, e stanno lì a dimostrare che i paesi emergenti sono, in realtà, già emersi; che India, Cina e Brasile, nonostante possano contare su una sterminata forza lavoro a poco prezzo e con diritti sindacali pressoché inesistenti, puntano a sostituire il ruolo guida a livello mondiale dell’Europa e degli Stati Uniti proprio attraverso la scolarizzazione di massa, l’istruzione diffusa e di qualità crescente, le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

Scolarizzare vuol dire automaticamente aumentare le opportunità e rendere più mobile la società. Far sì che anche un bambino della regione del Bundelkhand possa avere accesso e successo negli studi, significa dare valore concreto ai principi della democrazia. L’India lo ha capito, e non da oggi. Il ministro Gelmini, invece, pensa che la scuola del futuro sia, pressappoco, quella della società che s’affacciava all’era industriale descritta da Charles Dickens. L’India si affaccia al mondo globalizzato del terzo millennio, l’Italia aziona la macchina del tempo per finire in pieno Ottocento (ma qualcuno ha avvisato Berlusconi che nell’età vittoriana i festini in topless e i bunga bunga non erano ben visti?).

www.partitodemocratico.it

"L'orrore si racconta così" di Wlodek Goldkorn

Il 27 è il Giorno della Memoria. Ma gli ultimi testimoni della Shoah stanno morendo. Così il museo di Auschwitz ha deciso di cambiare. Perché il campo diventi anche uno spunto di riflessione sul nostro domani. Non potevano pensare, e tantomeno immaginare, i soldati dell’Armata Rossa che nella loro marcia verso Berlino, il 27 gennaio 1945 scoprivano l’esistenza del lager in Alta Slesia, che quel luogo sarebbe diventato il simbolo della Shoah e l’icona della Memoria. Avevano visto ben peggio, e prima, i militari sovietici: Treblinka, campo di sterminio dove 900 mila ebrei sono passati direttamente dai treni alle camere a gas; Sobibor e Belzec di cui perfino si stava perdendo la memoria, perché non c’erano praticamente superstiti. Ad Auschwitz trovarono pochi prigionieri, per lo più malati, ma comunque vivi (tra loro Primo Levi), baracche in muratura e in legno, i resti delle fabbriche dove lavoravano per la gloria del Terzo Reich e il profitto delle sue imprese i reclusi schiavi.

Oggi, sono oltre un milione trecentomila le persone che nell’arco di un anno visitano il Museo di Auschwitz, più di quante non vanno a vedere tutti i simili luoghi di memoria altrove, messi insieme. Di questi 550 mila sono polacchi; gli altri arrivano da vari paesi del mondo (gli italiani sono 64 mila: più degli israeliani). Gli studenti costituiscono i due terzi degli ospiti. Questa statistica è importante perché il numero dei visitatori è in costante e vertiginoso aumento: quasi triplicato, rispetto al 2001. Vengono nel lager perfino oltre 35 mila coreani, 8 mila giapponesi, più di 10 mila tra cinesi e singaporesi l’anno. E allora, dato che l’Olocausto, nell’immaginario del mondo, ha assunto ormai le sembianze di Auschwitz, cosa vedono i visitatori? Che tipo di messaggio ed emozioni viene loro trasmesso? E soprattutto, cosa vedranno nel prossimo futuro? Perché, ed è questa la notizia, il museo simbolo di quello che Hannah Arendt (in una lettera all’amico Sigmund Neumann) chiamava il “male radicale”, mentre altri pensatori parlavano di “una realtà inenarrabile”, sta per cambiare pelle e adattarsi alle nuove sensibilità. Sensibilità, frutto non solo della ricerca storica più recente, ma prima di tutto del passaggio delle generazioni.

Piotr Cywinski, 39 anni, intellettuale cattolico impegnato nel dialogo tra le culture e le religioni, infanzia e studi tra Francia e Svizzera, da quattro anni dirige il museo. Ha preso tempo. Ha cercato di ascoltare, imparare, di non agire senza la necessaria ponderazione. Nel suo ufficio dentro il campo (le persiane chiuse, quasi per lasciare tutto lo spazio all’immaginazione) dice: “Sessantasei anni, quanti sono passati dalla liberazione, sono lo spazio di tre generazioni. E qui tra poco, tra i visitatori ci saranno i nipoti di gente nata dopo la Shoah”.

Aggiunge: “Dato che la memoria familiare dura non più di tre generazioni, quel tipo di memoria è in pratica estinto”. Sentita la domanda, come preservare il ricordo senza più testimoni (gli ultimi stanno per passare alla miglior vita: è la legge della natura), Cywinski tace per un attimo, e poi si lancia: “Guardi, che i veri testimoni non li abbiamo mai sentiti parlare: perché sono coloro che non ce l’hanno fatta. I veri testimoni sono diventati cenere nei forni crematori. Chi è sopravvissuto ha raccontato quello che voleva ricordarsi”. Cywinski riformula la tesi (davvero radicale) di Primo Levi de “I sommersi e i salvati”, sull’impossibilità di testimoniare fino in fondo, o se vogliamo della intrinseca inattendibilità del “reduce”. Il grande scrittore si suicidò. Oggi, quella sua tesi sta per diventare il leitmotiv del luogo di memoria per eccellenza.

Ma per comprendere meglio la portata della rivoluzione in atto occorre fare un passo indietro. Cywinski cerca di essere diplomatico: “L’attuale mostra permanente è nata dieci anni dopo la fine della guerra, e risente l’atmosfera di quegli anni, gli anni Cinquanta (la migliore guida al museo è stata appena pubblicata in italiano: Carlo Saletti e Frediano Sessi, “Visitare Auschwitz”; Marsilio, ndr.). Gli ex detenuti volevano rendere indelebili le esperienze che hanno vissuto sulla propria pelle: era il dolore che volevano esprimere”. Tradotto in parole povere, Auschwitz, fino a pochissimi anni fa è stato un luogo di guerra delle memorie, spesso di manipolazione politica.
La mostra del 1955 presenta un mondo in bianco e nero: da un lato il martirio e l’eroismo dei buoni, condito con retorica antifascista del periodo; dall’altra i boia, l’incarnazione di ogni male. E tante vere e proprie reliquie, esposte nelle teche: capelli, occhiali, valigie, scarpe. Molto orrore (qualcuno, tra i discendenti delle vittime arrivò a parlare di un “lunapark degli orrori” e chiederne la chiusura) e poca riflessione. E poi, la questione che sembra paradossale: Auschwitz è luogo di memoria della Shoah o degli antifascisti? Dei polacchi o degli ebrei? E basti pensare che il 19 aprile 1967, inaugurando il “monumento internazionale” nel campo, l’allora premier polacco parlava della resistenza, della fratellanza dei popoli, del martirio dei polacchi, ma non dell’Olocausto e degli ebrei. Si era in guerra fredda e alla vigilia della rottura di ogni rapporto tra i paesi dell’area sovietica e Israele. Ma non è solo la percezione soggettiva di chi si è voluto o dovuto confrontare con Auschwitz ad aver permesso tante e opposte chiavi interpretative.

È la struttura e la storia del lager ad averlo, per così dire, favorito. Nato nel 1940 come un campo di concentramento per prigionieri politici polacchi, solo negli anni successivi Auschwitz diventa anche un campo di sterminio, un luogo in cui i deportati vanno nelle camere a gas, senza lasciare traccia, senza neanche essere registrati, senza nemmeno avere un numero tatuato sul braccio. E poi, c’era anche un campo di lavoro, a Monowitz. “Questa triplice funzione del lager”, spiega lo storico israeliano-tedesco Dan Diner, tra i massimi esperti della materia, “ha fatto sì che ci fossero tanti ricordi e infinite possibilità di declinarli”.

Ma tutto questo è ormai passato. E così il direttore Cywinski può parlare di una nuova normalità di quel luogo fin troppo simbolico. “Non deve essere un’icona Auschwitz”, dice, “dev’essere invece un prisma attraverso cui vedere l’Europa e la sua storia, ma anche uno strumento per prepararsi ad agire nel mondo di oggi e avvenire”. Ecco dunque che al centro della nuova mostra (“Che speriamo di cominciare ad allestire tra due anni, per finirla in cinque: è un lavoro faticoso, complesso che coinvolge decine di esperti”) ci sarà la questione della “responsabilità personale”.

Il percorso attraverso il lager sarà articolato in tre tappe. “La prima avrà al centro”, dice Cywnski, “Auschwitz come progetto”. Si parlerà di architetti, ingegneri, elettricisti, artigiani, gente comune che viene coinvolta nella costruzione di un luogo, e che “non si pone la domanda a che cosa servono le strutture che ciascuno di questi uomini e donne contribuisce per edificare”. Si noterà che le sorveglianti (e lo si vede nelle foto recentemente scoperte) erano “delle belle ragazze, che potrebbero essere figlie di ciascuno di noi”. La seconda parte parlerà della Shoah, ossia della distruzione. Sì, ci saranno ancora le valigie e le scarpe (“Le scarpe suscitano emozioni fortissime nei visitatori”), ma in un contesto diverso; perché il cuore di quella parte della mostra saranno le foto, portate via dal lager dalla prigioniera Lili Jacob, ritrovate decenni dopo (in Italia pubblicate in “Album Auschwitz”, Einaudi).

Sono immagini scattate dalle Ss tra il maggio e il giugno 1944 e che documentano il cammino verso le camere a gas. Accanto ci saranno le poche foto scattate segretamente da alcuni membri di Sonderkommando, ebrei addetti a ripulire le camere a gas e a incenerire i corpi: quelle foto – sfocate, con l’obiettivo messo in perpendicolare – testimoniano gli ultimi istanti delle vittime. E neanche Cywinski trova le parole per descriverne l’impatto emozionale. E poi la terza tappa, “che sarà la narrazione del campo. Si parlerà non delle vittime e dei carnefici, del bene e del male, ma della vergogna (concetto chiave di Levi), del degrado, della “disumanizzazione” delle persone, o meglio di quello che io chiamo “l’asse del comportamento umano”, dice Cywinski. E prosegue: “La mostra deve preparare nell’immediato a visitare il lager di Birkenau, accanto”. Ne parleremo. “In assoluto deve essere uno strumento affinché chi è venuto qui sia capace di porsi domande e reagire, quando tornato a casa vede alla tv scene di genocidio nel Darfur o sente un discorso razzista contro i rom”. E qui siamo alle riflessioni della Arendt sul processo Eichmann che le costarono l’ostracismo di una buona parte del mondo ebraico.

Intanto già oggi ad Auschwitz molto è cambiato. Si parla apertamente di soldi (la Germania sta donando 60 milioni di euro: l’obiettivo è ottenerne 120 milioni per assicurare un degno futuro). E anche le 260 guide d’ora in poi non saranno tradotte, ma dovranno parlare direttamente la madre lingua del gruppo di visitatori: “L’idioma del cuore, senza mediazioni”. E ancora: il campo viene visitato da detenuti polacchi, insieme agli agenti penitenziari. E ci sono soldati e poliziotti israeliani: esempi di come la memoria serva a riflettere sul presente e a costruire il futuro. Fa infine (ottima) impressione visitare i laboratori di restauro. Vi lavora una quarantina di giovani che preferiscono conservare – usando strumenti tecnologici all’avanguardia – vecchie scarpe e carte ingiallite (“Non è feticismo, sono documenti di storia”), piuttosto che restaurare i dipinti di Velázquez. I capelli invece, sulla cui permanenza nelle teche avevano da ridire i figli e i nipoti delle vittime? “Abbiamo deciso di lasciarli deperire, fra vent’anni non ci saranno più”.

La nuova Auschwitz è possibile, perché è cambiata la storiografia. Valgano due esempi: in “Bloodlands. Europe between Hitler and Stalin”, l’americano Timothy Snyder colloca la Shoah nel quadro di massacri perpetuati in varie forme tra Polonia, Ucraina, Bielorussia, Russia, a partire dagli anni Trenta. Nel fondamentale “Lo sterminio degli ebrei. Un genocidio” (Einaudi), l’inglese Donald Bloxham parla della Shoah come del culmine di genocidi iniziati nell’Ottocento. Spiega Diner: “La Shoah segna una crisi epistemologica dell’Occidente, rende inutili gli strumenti del sapere. Allora, per poter razionalizzare l’inspiegabile, usiamo termini generici come “genocidio”. Ecco perché Auschwitz muta, ma va bene così, non possiamo vivere senza parole”.

A pochi chilometri da Auschwitz, ecco il campo di Birkenau. Il cancello, i binari della ferrovia. A destra e a sinistra i resti delle baracche. Si percorrono 700 metri di terra battuta. Sono i 700 metri che hanno fatto le vittime, a sinistra gli uomini, a destra le donne, appena scese dai treni. In fondo, prima della linea delle betulle (Birkenau vuol dire luogo delle betulle) l’enorme monumento: pietre, massi e scritte multilingue che parlano della memoria. A destra e a sinistra: le macerie dei crematori, fatti saltare in aria dai tedeschi in fuga. A fianco, da ciascun lato, simmetriche come le macerie, quattro lapidi: parlano delle ceneri sparse. E qui finisce la parola. Restano solo le lacrime.

L’Espresso 27.01.11

Appalti G8, verso il processo "A Bertolaso case, soldi e sesso", di Carlo Bonini

Da Anemone a Balducci, in 22 sotto accusa: un patto criminale. Chiuse le indagini: “Per 11 anni hanno truccato il mercato e saccheggiato le risorse pubbliche”. Per 11 anni, «uno stabile sodalizio a delinquere» ha governato il Sistema dei Grandi appalti pubblici di questo Paese, «pilotandone le scelte», saccheggiandone le risorse, truccando il mercato, umiliando le regole di imparzialità e trasparenza. Per 11 anni, «un´associazione per delinquere ha commesso una serie indeterminata di corruzioni, abusi di ufficio, rivelazioni di segreto d´ufficio, favoreggiamenti, mettendo la funzione dei funzionari pubblici a disposizione di privati imprenditori, tra cui principalmente Diego Anemone e il gruppo di imprese a lui riconducibile». Perché, «di fatto, i funzionari pubblici hanno operato a servizio del privato e consentito che la gestione degli appalti avvenisse in maniera del tutto antieconomica per le casse pubbliche a favore degli imprenditori». E dei loro astronomici «profitti illeciti». In soli quattro anni, dal 2004 al 2009, e per il solo Diego Anemone e il suo occulto socio, il grand commis di Stato ed ex presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici Angelo Balducci, una somma pari a 75 milioni 523.617, 88 euro.
IL SISTEMA DEI GRANDI APPALTI
Con un provvedimento di 23 pagine di avviso di conclusione indagini, i pubblici ministeri di Perugia Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi, chiudono, dopo 11 mesi, il troncone principale dell´indagine ereditata da Firenze sui Grandi Appalti (Mondiali di Nuoto di Roma del 2008, G8 della Maddalena, 150 anni dell´Unità d´Italia). Fotografano cosa di questa storia, oggi, la pubblica accusa dà per accertato. Lasciano in sospeso, separandole, le posizioni di Claudio Scajola (tuttora non indagato) per il mezzanino vista Colosseo, dell´ex ministro Pietro Lunardi e dell´arcivescovo di Napoli Crescenzio Sepe per le vicende di “Propaganda Fide”. Annichiliscono quel che resta dell´immagine pubblica dell´ex capo della Protezione Civile Guido Bertolaso per il quale l´accusa di corruzione non solo viene confermata, ma, se possibile, si aggrava, lì dove si arricchisce di una circostanza: «Aver materialmente ricevuto 50 mila euro in contanti dalle mani di Diego Anemone». E ancora: consegnano l´ex procuratore aggiunto di Roma Achille Toro al disonore di aver venduto la sua funzione di magistrato.
Le 23 pagine anticipano la richiesta di rinvio a giudizio di 22 indagati per reati che vanno dall´associazione a delinquere, alla corruzione aggravata in atti di ufficio, al favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione. Tutti nomi già noti alle cronache di questo ultimo anno (i funzionari pubblici Angelo Balducci, Guido Bertolaso, Mauro Della Giovampaola, Fabio De Santis, Claudio Rinaldi. Gli imprenditori Diego Anemone, Ezio Gruttadauria, Bruno Ciolfi. Spicciafaccende come il commercialista Stefano Gazzani e l´architetto Angelo Zampolini. Segretarie e prostitute brasiliane di casa allo “Sporting Village” di Anemone). Tutti, tranne uno: l´ex senatore democristiano transitato nel Pd Francesco Alberto Covello, vicepresidente dell´Istituto per il Credito sportivo, in questa veste accusato di corruzione per aver agevolato (anche se mai erogato) un mutuo di 18 milioni di euro a Diego Anemone.
BERTOLASO, ANEMONE E BALDUCCI
È un presepe della vergogna al centro del quale i pm collocano la triade Bertolaso-Anemone-Balducci. All´ex capo della Protezione Civile, a differenza degli altri due, viene contestata la “sola” corruzione aggravata e non anche l´associazione per delinquere. Ma con argomenti di straordinaria gravità. «Quale responsabile della gestione dei “Grandi Eventi” – si legge – ha compiuto atti contrari ai doveri di ufficio per favorire Diego Anemone nell´aggiudicazione degli appalti del quarto, quinto e sesto lotto dei lavori per il G8 della Maddalena (…) Ha compiuto scelte economicamente svantaggiose per la pubblica amministrazione, consentendo che i costi aumentassero considerevolmente». Peggio, «ha posto stabilmente la propria funzione pubblica a disposizione degli interessi di Diego Anemone», in cambio, per quel che i pm hanno potuto accertare, di «una serata allo “Sporting village” con la prostituta Monica Da Silva Medeiros», di «massaggi (il corsivo è dei pm ndr.) con tale Francesca Muto», dell´affitto «di un appartamento in via Giulia a Roma», di «50 mila euro consegnatigli brevi manu da Anemone il 23 settembre 2008».
Di Balducci e Anemone, molto si sa. I pm, tuttavia, sottolineano una circostanza. Che il «patto a delinquere» stretto tra i due «sin dal 1999», utile a pilotare «gli appalti del G8 della Maddalena, della caserma “Zignani” del Sisde in piazza Zama a Roma, delle opere per i 150 anni d´Italia, per il parco della musica», aveva come cemento «una sorta di società effettiva tra i due, che finanziava investimenti di ingente valore».
«L´ASSERVITO PROCURATORE ACHILLE TORO»
L´ex procuratore aggiunto di Roma Achille Toro è accusato di corruzione in atti giudiziari, corruzione per atti contrari ai doveri di ufficio, rivelazione di segreto di ufficio, favoreggiamento. «Ha asservito le sue funzioni – si legge – agli interessi di Angelo Balducci». «È intervenuto sui pm di Roma Assunta Cocomello e Sergio Colaiocco, inducendoli a compiere atti contrari ai doveri di ufficio». Ha «barattato» i segreti delle indagini di Firenze e Roma sul Sistema degli appalti, con contratti di co.co.co dei figli Camillo (indagato) con il ministero delle Infrastrutture e Stefano con la Protezione Civile.

La Repubblica 27.01.11

"Sachsenhausen, un monito per l'umanità", di Riccardo Valsecchi*

Era il lager modello dei nazisti. Oggi un museo. Le motivazioni che portarono alla deviazione nazista sono presenti ancora oggi. L’unico modo per evitare che degenerino è sapere cosa significava vivere sotto una dittatura, essere prigionieri in un campo. Sachsenhausen – È una giornata gelida e dalle nuvole sopra il cielo di Brandeburgo scende un misto di pioggia e neve che, appena giunge al suolo, si trasforma in poltiglia e fango.

“Proprio lì dove siede lei ora”, spiega Günter Morsch, esperto di storia del nazismo e direttore del Museo della memoria di Sachsenhausen, “si trovava la scrivania di Anton Kaindl, l’ultimo famigerato Comandante delle SS assegnato a questo lager. Qui venivano prese le decisioni su tutto ciò che riguardava il campo.”

Costruito nel 1936, Sachsenhausen è stato il primo vero e proprio campo di prigionia nazista: “Dal 1936 al 1945 sono state imprigionate circa 200 mila persone, di cui il 20% d’origine ebraica”, spiega Morsch. “Alla fine della guerra, quando i nazisti scapparono, restavano solo tremila prigionieri stremati dalla fame e dalle malattie”.

“Sachsenhausen era qualche cosa più di un lager”, continua il direttore, “in quanto doveva rappresentare, secondo gli intenti nazisti, un campo modello dove progettare nuove forme di sfruttamento del lavoro carcerario”.

Accanto ai dormitori a est dell’entrata si trova l’area in cui i prigionieri venivano portati a marciare per ore e ore al fine di testare la resistenza degli stivali destinati alla Wehrmacht, le truppe militari naziste; nelle baracche a ovest, invece, erano localizzate le officine metallurgiche, le sartorie e le falegnamerie.

Poco distante, il braccio della morte: qui i ribelli, i malati e coloro che non erano abili al lavoro venivano “terminati” tramite fucilazione o impiccagione. Nel 1943, per disposizione dello stesso Kaindl, fu aggiunta una camera a gas. Tutt’intorno pannelli commemorativi raccontano la storia di alcune delle vittime.

Prof. Morsch, perché è importante ricordare?

“Prima di tutto, per rendere alle vittime il tributo che non hanno avuto in vita. Poi, perché questo luogo rappresenta una controprova per il futuro. Sachsenhausen è la testimonianza della potenziale brutalità e violenza di cui sono capaci gli uomini. Infine, perché le motivazioni che hanno portato alla deviazione nazista, ovvero l’idea che la vita sia ingiusta, che non ci siano sufficienti opportunità di lavoro per tutti e l’invidia verso gli altri, sono presenti ancora oggi e l’unico modo che abbiamo per evitare che degenerino è il ricordo e la conoscenza di cosa significava vivere sotto una dittatura, essere prigionieri in un lager. Se ancora oggi vengono pubblicati libri come quello di Thilo Sarrazin, dove sono esposte tesi con velleità scientifiche sulla differenza tra gli esseri umani, tra le classi sociali, sulle distinzioni etniche, concetti che sono stati parte integrante della società tedesca e che hanno condotto al folle genocidio perpetrato dai nazisti, allora il valore della memoria è ancora più forte e necessario.”

Anche i nazisti sostenevano l’importanza dell’analisi scientifica per lo studio dei fenomeni sociali. A questo scopo, a Sachsenhausen si utilizzava materiale umano, come fece l’italiano Guido Landra che proprio in questo lager si recò nel 1939 per studiare i tratti razziali dei detenuti. Le baracche R1 e R2 erano destinate invece agli esperimenti scientifici veri e propri: qui l’omosessualità veniva “curata” tramite castrazione, mentre Karl Brandt, medico ufficiale di Hitler, in queste baracche conduceva esperimenti d’inoculazione di virus di epatite epidemica su cavie umane.

Sachsenhausen è particolarmente famosa per essere stata la base operativa dell’Operazione Bernhard, la più grande contraffazione di valuta della storia, finalizzata a mettere in crisi l’economia britannica attraverso l’immissione massiccia di banconote false. La stampa dei biglietti ebbe luogo presso le baracche 18 e 19 e furono impiegati 137 deportati ebrei esperti nel settore. Da questa storia è stato tratto un film, “Il falsario”, vincitore dell’Oscar 2007 come miglior film straniero.

“Un film”, spiega Morsch, “è sempre una mediazione tra realtà e finzione. Oggi, però, assistiamo a un processo di spettacolarizzazione volta a conferire rilevanza soprattutto a immagini forti, a prescindere dalla loro autenticità. Il problema è che quando le persone giungono in questi luoghi di commemorazione, possiedono un’idea distorta della realtà. Assume perciò particolare rilevanza la testimonianza dei sopravvissuti, perché è solo tramite essi che possiamo risalire alla verità storica e alla giusta ricostruzione della vita nei lager”.

A Sachsenhausen, per esempio, gli eroi non erano solo contraffattori e tipografi esperti, quali i protagonisti de “Il falsario”, nemmeno campioni d’automobilismo, come l’inglese William Grover-Williams, anch’egli prigioniero in questo lager. Piuttosto gente comune, la cui storia, senza l’opera di ricerca del Museo, sarebbe andata persa per sempre. Tra questi, Robert Ziedolf, un testimone di Geova la cui urna è stata ritrovata nel 2007 nei lavori di restauro delle cucine. Il 17 luglio 1940 Robert fu ucciso perché si era rifiutato, insieme al compagno Franz Welz, di salutare il gerarca Heinrich Himmler in visita al lager. Un piccolo gesto di protesta e, bum, un proiettile alla base del cranio. Fine.

Dopo la guerra, Sachsenhausen divenne un campo d’internamento sovietico destinato ad accogliere 60 mila prigionieri nazisti: “Le condizioni dei detenuti non erano certo migliori”, spiega Morsch, “però i sovietici non attuarono alcun piano di sterminio. Migliaia di prigionieri perirono per fame e per malattia, come d’altronde nello stesso periodo quasi 100 mila persone morirono per le medesime ragioni in tutta la Germania”.

Questo pomeriggio, lungo il perimetro che circonda le baracche, le scolaresche si trascinano malvolentieri nel pantano. Urlano, fanno chiasso, scherzano. Poi, però, la guida esperta le conduce di fronte a dei piccoli camini, ricoperti di una polvere biancastra, che sembra essersi depositata lì da molto tempo: sono i forni crematori, dove i cadaveri dei prigionieri venivano bruciati. Qui, come per incanto, tutto tace, anche il rumore della pioggia che ha preso a scendere forte.

All’esterno del padiglione, una scritta: “E io so una cosa in più, che l’Europa del futuro non potrà esistere senza commemorare tutti quelli che, indipendentemente dalla nazionalità, sono stati uccisi in quel periodo con completo disprezzo e odio, tutti coloro che sono stati torturati a morte, fatti morire di fame, gasati, inceneriti e impiccati”.

*L’autore è Andrzej Szczypiorski, prigioniero nel campo di concentramento di Sachsenhausen.

www.rassegna.it

"Confindustria: il mondo accelera ma l'Italia non tiene il passo", di Laura Matteucci

La ripresa globale «è tornata vigorosa », e «il 2011si presenta come l’anno della stabilizzazione delle aspettative e della riduzione dell’incertezza ». Un giudizio che vale per il mondo intero ma non per l’Italia, che «non tiene il passo». È Confindustria a sottolineare che il nostro Paese «fatica ad andare oltre l’1% nella velocità del Pil». Il problema, insomma, è ancora una volta la crescita, «su cui tutto il Paese si deve concentrare», come dice la presidente degli industriali Emma Marcegaglia. Segnali negativi, intanto, arrivano anche dai consumi. A livello globale «i ritmi di crescita restano differenziati: surriscaldati negli emergenti, soprattutto in Asia; elevati in Usa e Germania; deboli in molti paesi dell’eurozona». E l’Italia, spiega il Csc, «non tiene il passo: la produzione industriale è invariata in dicembre (-0,3% nel 4° trimestre; +1,1% in novembre). È del 17,8% sotto i livelli pre-crisi. Contrastanti i segnali dagli indici Pmi: in dicembre stagnazione nei servizi e maggiore vivacità nel manifatturiero, con l’afflusso di nuovi ordini».

NOVITA’ STRAORDINARIE? Nel terzo trimestre2010è proseguita la flessione dell’occupazione (-0,2% sul secondo). Positivo l’andamento a fine anno: in aumento gli occupati nel bimestre ottobre- novembre(+0,3%, dati provvisori) e in calo la cig nel quarto trimestre (-4,8% le ore complessivamente autorizzate). Ma nei primi tre mesi del 2011 restano negative le aspettative delle imprese riguardo alle assunzioni. «La cosa che mi verrebbe da dire a Confindustria – attacca la segretaria Cgil Susanna Camusso- è che è stata data troppa fiducia alle manovre e alle scelte del governo ». «È aggiornato il Centro studi di Confindustria, ci dice una novità straordinaria? – aggiunge ironicamente Camusso – Purtroppo il nostro Paese continua a essere fermo e questo lo dice anche il Fmi. Se non vengono fatte politiche di stimolo della crescita e di equità fiscale è difficile che si esca da questa situazione. Forse è il momento che anche gli industriali alzino la voce». Viceversa, sembra che la abbassino. Marcegaglia chiarisce le dichiarazioni rilasciate nel corso della trasmissione Che tempo che fa di domenica scorsa, dicendo di non avere intenzione di attaccare il governo, «ma il Paese ha bisogno di essere governato e di fare delle scelte». E, commentando i dati del Csc, «siamo di fronte ad un’economia globale che sta accelerando – spiega Marcegaglia – la Germania va bene, gli Usa vanno verso una crescita molto alta ed una parte dell’Asia continua a crescere. L’Italia no». Un’ultima nota relativa all’inflazione. L’accelerazione dei prezzi (a dicembre +1,9% in Italia da +1,3% a giugno e +2,2% nell’area euroda+1,4%)non è vera inflazione. Nasce dal rincaro delle materie prime, che impatta su alimentari (+0,9% annuo a dicembre in Italia) ed energetici (+7,7% in Italia, +11% nell’eurozona). L’inflazione corre (tolti energia e alimentari) è bassa: +1,5% in Italia, +1,1% nell’area euro, +0,8% negli Usa.

L’Unità 27.01.11