Latest Posts

"Quando l'equità migliora la vita", di Enrico D'Elia

In genere, gli indicatori statistici di benessere misurano soprattutto i fattori che contribuiscono a generarlo. E ciò porta a sopravvalutare il benessere individuale. Per lo stesso motivo, anche una maggiore sperequazione delle risorse tra gli individui tende a far sovrastimare il benessere collettivo. Mentre invece ogni aumento delle disuguaglianze riduce il benessere collettivo, a parità di Pil. E solidarietà e coesione sociale dovrebbero essere considerati come strumenti indispensabili per raggiungere livelli di benessere più elevati.

Si stanno moltiplicando i tentativi di misurare il livello di sviluppo economico e sociale attraverso indicatori complementari al Pil, soprattutto dopo la conclusione dei lavori della commissione Sen – Stiglitz – Fitoussi, e inevitabilmente l’attenzione cade su qualche approssimazione del benessere collettivo. (1) Sarebbe opportuno riesaminare alcuni risultati acquisiti quasi un secolo fa su questo argomento, quando furono anche gettate le basi dell’attuale sistema di contabilità nazionale, di cui il Pil è solo l’elemento più noto.

DIFFICILE MISURARE IL BENESSERE

Il primo punto fermo è che il benessere non può essere misurato direttamente, perché si tratta di una condizione tipicamente soggettiva, al pari della felicità, dell’amore, della bellezza di un’opera d’arte, eccetera. Per questo motivo, sono sostanzialmente falliti i vari tentativi di misurazione del benessere mediante scale ordinali (ricavate chiedendo a ciascun individuo di dare un “voto” alla propria condizione) o deducendolo dalle preferenze rivelate dagli intervistati nella scelta tra diverse combinazioni di beni e condizioni di vita. Forse, di fronte al problema della misurazione del benessere, dovremmo ispirarci alla famosa scena del film “L’attimo fuggente” in cui il professor Keating/Robin Williams invita gli studenti a strappare dal libro di testo le pagine iniziali, che pretendono di spiegare come si misura “scientificamente” il valore di un’opera letteraria in base ad alcuni discutibili parametri quantitativi.
L’unica cosa che si può fare realisticamente è considerare il benessere come il risultato di un processo produttivo e misurare i fattori che lo generano. Alcuni sono valutabili in modo relativamente semplice, come i beni materiali e i servizi (disponibili sia sotto forma di flussi, sia di stock di ricchezza accumulata), altri lo sono un po’ meno, come la cultura, lo stato di salute, le condizioni ambientali e sociali, la qualità delle relazioni sociali, la sicurezza, le prospettive future, eccetera. Una delle poche cose che sappiamo (o che crediamo di sapere) sulla funzione di produzione del benessere individuale è che i suoi input hanno un rendimento decrescente. Infatti, se moltiplichiamo per due reddito, ricchezza eccetera è improbabile che raddoppi anche il benessere individuale (e che migliori proporzionalmente la posizione relativa di ciascun individuo in una scala ordinale), semplicemente perché è impossibile mangiare il doppio, guidare due auto allo stesso tempo o vedere due film contemporaneamente. Se le cose stanno così, qualsiasi combinazione dei beni e servizi disponibili (come il Pil e la ricchezza materiale) e degli altri fattori che producono condizioni di vita migliori può fornire solo una approssimazione per eccesso del benessere pro capite (comunque misurato).

QUANTO CONTA LA SOLIDARIETÀ

Ma i problemi non finiscono qui. Se il benessere individuale non aumenta esattamente nella stessa proporzione dei rispettivi fattori produttivi, allora il benessere associato alla media di questi fattori non corrisponde al benessere medio di ciascun individuo. Sembra un gioco di parole, ma significa semplicemente che, anche dopo aver raccolto e sintetizzato al meglio tutti i possibili indicatori su ciò che migliora le condizioni di vita, ci troveremmo tra le mani una stima sistematicamente distorta del benessere. C’è di più: accettando l’ipotesi sulla particolare forma (convessa) della funzione di produzione del benessere individuale, si deve ritenere che, a parità di Pil e di altre condizioni, una concentrazione di questi fattori nelle mani di pochi individui produca un benessere complessivo inferiore a quello che si avrebbe nel caso di una distribuzione più equa. (2) Il risultato è che, come rilevato da quasi un secolo, il problema della misurazione del benessere finisce per intrecciarsi intimamente con quello della distribuzione delle risorse, ovvero con questioni etiche e politiche. In ogni caso, anche limitandoci a considerare solo il particolare trade off tra benessere ed equità generato dalla convessità delle funzioni di utilità, si rafforza il sospetto che le misure del benessere disponibili rappresentino solo una approssimazione per eccesso del benessere effettivo. E questa approssimazione peggiora drasticamente nelle società dove le sperequazioni tra gli individui sono più ampie. Quindi non deve stupire che in molti paesi l’aumento del reddito vada di pari passo con un peggioramento del grado di “felicità” dei cittadini. (3)
C’è un vecchio trucco statistico per uscire da queste sabbie mobili: quello di misurare l’ammontare dei fattori produttivi del benessere facendo riferimento a individui che si trovano in diverse posizioni nella graduatoria della disponibilità di ciascun fattore: ad esempio a metà classifica, nella zona retrocessione del quarto peggiore, oppure nell’élite rappresentato dal decimo migliore. Il vantaggio di questi indicatori è che, a differenza della semplice media, consentono almeno di misurare il benessere in condizioni standard, indipendentemente dalla distribuzione effettiva delle risorse e dalla forma della funzione di produzione del benessere. Purtroppo è molto complicato elaborare simili statistiche, mentre il Pil o la ricchezza pro capite sono stimati periodicamente da qualsiasi istituto di statistica ed esistono sempre più rilevazioni sulla qualità dell’ambiente, sulla cultura, sulle condizioni di salute, e così via.
Tuttavia, l’attuale carenza di dati statistici dovrebbe essere uno stimolo alla loro produzione, piuttosto che un freno alla elaborazione di misure di benessere sempre più accurate e all’avvio di politiche che tendano a migliorare realmente le condizioni di vita dei cittadini. Oltre tutto, si può ricavare qualche indicazione di policy anche in attesa di statistiche più appropriate. Ad esempio, qualsiasi policy maker, a prescindere dalle sue convinzioni etiche e politiche, dovrebbe essere consapevole che ogni aumento delle disuguaglianze riduce il benessere collettivo, a parità di Pil, e che, viceversa, è possibile migliorare lo standard di vita dei cittadini rendendo più equa la distribuzione delle risorse, quando non ci si può aspettare troppo dal Pil, come nei periodi di recessione o di bassa crescita. In altri termini, la solidarietà e la coesione sociale non devono essere considerati solo come valori in sé, ma piuttosto come strumenti indispensabili per raggiungere livelli di benessere più elevati. Nel frattempo, gli statistici non dovrebbero più dimenticarsi di incorporare gli indicatori di disuguaglianza nelle misure sintetiche del benessere sociale. Tutto per colpa (o per merito) di una derivata seconda negativa, e senza scomodare ideologie e convinzioni politiche.

(1) Su come andare “oltre il Pil” si rimanda al recente contributo su lavoce.info e ai lavori del gruppo di lavoro europeo. In Italia sono elaborati periodicamente il Quars (qualità regionale dello sviluppo) e il Piq (prodotto interno di qualità).
(2) La parità di condizioni è essenziale perché, in un contesto dinamico, Pil e ricchezza potrebbero aumentare con la disuguaglianza se questa premia gli individui più produttivi. Inoltre, il benessere individuale dipende anche dal confronto con le condizioni degli altri membri di una stessa collettività, ma tanto per semplificarci la vita, possiamo supporre che la maggiore soddisfazione dei privilegiati compensi esattamente l’infelicità/invidia di tutti gli altri, almeno a livello aggregato.
(3) Su questo tema si rimanda all’ampio studio su un centinaio paesi di Stevenson e Wolfers, pubblicato nel numero di primavera del 2008 dei Brookings Papers on Economic Activity.

da lavoce.info

Il Partito Democratico a fianco dei lavoratori

Domani, giovedì 27 gennaio, in occasione della manifestazione della Fiom-Cgil in programma a Bologna, il Partito Democratico sarà presente con un punto informativo al quale interverranno, tra gli altri, Stefano Fassina, Stefano Bonaccini e Raffaele Donini. Il Partito Democratico è a fianco di tutti i lavoratori: di quelli che alla Fiat hanno dovuto pronunciarsi in un difficile referendum, dei tanti lavoratori che anche in questa Regione subiscono le pesanti conseguenze della crisi e dei giovani che non trovano occupazione o sono impiegati in condizioni di inaccettabile precarietà.

Domani, giovedì 27 gennaio, il Partito Democratico sarà presente alla manifestazione della Fiom-Cgil in programma a Bologna, con un proprio punto informativo, in cui verranno raccolte le firme per la petizione “Berlusconi dimettiti”.

Saranno presenti, tra gli altri, Stefano Fassina, Responsabile Economia e Lavoro PD nazionale, Stefano Bonaccini, Segretario del PD dell’Emilia-Romagna e Raffaele Donini, Segretario del PD di Bologna.

Per il PD, incremento della produttività e sostegno degli investimenti non possono essere separati dalla piena garanzia dei diritti fondamentali e della dignità dei lavoratori.
La limitazione dei diritti di rappresentanza dei lavoratori e dei sindacati rappresentativi contraddice i principi di fondo della democrazia e impedisce una gestione corretta delle relazioni industriali; perciò va sanata la ferita alla rappresentanza elettiva dei lavoratori aperta a Pomigliano e Mirafiori.

L’Italia ha bisogno di una stagione di riforme per poter tenere insieme investimenti innovativi, qualità del lavoro e retribuzioni adeguate dei lavoratori.
Per questo motivo, il PD porta avanti proposte per la politica industriale e per una riforma della rappresentanza e della democrazia nei luoghi di lavoro che coniughi l’efficacia dei contratti collettivi subordinata al consenso dalla maggioranza dei lavoratori con la piena rappresentanza sindacale di chi dissente.

Mentre il governo nazionale abbandona la politica industriale e soffia sul fuoco della divisione sindacale, il PD è impegnato a tutti i livelli delle sue responsabilità di governo in questa Regione, a sostenere la coesione e l’unità del mondo del lavoro, le politiche per la produttività e l’innovazione e l’impegno comune di lavoratori, sindacati e imprese di fronte alle difficili sfide della grave crisi in corso.
In questa terra vive una tradizione di relazioni dialettiche e positive tra rappresentanze dei lavoratori e delle imprese, qui c’è un impegno delle istituzioni regionali e locali finalizzato a realizzare le condizioni di una ripresa e di uno sviluppo fondato sulla pari dignità di tutte le forze del mondo del lavoro.

Boris Pahor: «Non dimenticate gli orrori del fascismo», di Marisa Fumagalli

«Quando cesserò di indignarmi, sarà l’inizio della mia vecchiaia. Così, diceva Gide, vero?» . Sorride, Nicole Michelangeli, ambasciatrice di Francia in Slovenia, mentre il suo discorso rivolto a Boris Pahor («La vostra vita è segnata dal coraggio, dalla perseveranza, dalla ribellione contro ogni totalitarismo» ) si avvia alla conclusione. Poi, lo scrittore triestino di lingua slovena, 97 anni, applaudito da amici e giornalisti, prende la parola. Ed è un fiume in piena. Tra passato e presente, senza perdere un colpo. Al collo, la medaglia di Commendatore delle Arti e delle Lettere: è l’ultima onorificenza accordatagli dal ministro della Cultura francese, dopo che lo stesso ministero l’ha nominato Ufficiale del medesimo Ordine e dopo che il presidente della Repubblica, nel 2007, gli attribuì la Legion d’Onore. Ma Pahor, che vanta altre decorazioni (manca quella italiana, da lui rifiutata ritenendo «parziale» la motivazione indicata dalla municipalità di Trieste), non si considera un uomo-monumento. Ha la scorza del combattente. Sopravvissuto ai campi di concentramento nazisti (esperienza raccontata in Necropoli, il suo libro più famoso), guarito dalla tubercolosi («Con le cure de medici francesi» ), ha trascorso la sua seconda vita, lunga ormai, insegnando letteratura italiana e scrivendo in lingua slovena. Quasi una contraddizione. «Non è così — fa notare —. Certo, fui costretto a imparare l’italiano quando i fascisti estirparono la nostra cultura. Lo fecero con repressioni feroci. Ma debbo ammettere che, pur nella costrizione, la vostra letteratura mi ha dato molto» . E cita Alessandro Manzoni, Giacomo Leopardi, Elio Vittorini di Conversazione in Sicilia, gli autori del neorealismo. Il punto dolente, invece, riguarda la politica. «Non mi rassegno alla rimozione dei crimini fascisti che viene sistematicamente perseguita da ogni parte, destra e sinistra italiane — afferma —. Come se il nazismo avesse automaticamente assorbito le malefatte di Mussolini» . «Ci fu la tragica vicenda della foibe, ma non furono meno orrendi i campi di concentramento italiani ai danni degli sloveni» , aggiunge. Boris Pahor incontra spesso gli studenti; a loro racconta la sua Storia. «Storia vera» , dice. E, volutamente, scrive i romanzi nella sua lingua madre. Ribellione, testimonianza. Prima del congedo, rivela al «Corriere» un piccolo segreto: «Una settimana fa, per i vent’anni dell’indipendenza slovena, il presidente Danilo Turk si è recato a Roma dal capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Anch’io ero stato invitato. Ho preferito addurre una scusa. Con le mie parole, avrei potuto creare qualche imbarazzo nel corso di una visita cordiale» .

Il Corriere della Sera 26.01.11

"Bidussa: La giornata della memoria è in affanno, cambiamola", di Simonetta Fiori

“La commemorazione ufficiale dell´Olocausto ormai è diventato solo un esercizio mnemonico. Manca la presa di coscienza”. Lo storico sociale dell´Istituto Cervi s´interroga su quanto sia ancora adeguata la ricorrenza del 27 gennaio
“Il bilancio dell´iniziativa non è da considerare negativo Ha avuto il merito di estendere enormemente la sensibilità sulla Shoah ma non basta più”. “Non siamo stati capaci di costruire una storia narrata popolare. La nostra è una storiografia litigiosa che ha ceduto al modello della tv”.La giornata della memoria, il 27 gennaio, compie dieci anni. E se indiscusso appare il successo dell´iniziativa sul piano delle celebrazioni e della produzione editoriale, ci si comincia a interrogare sull´efficacia su un anniversario sempre più schiacciato sul «marketing memoriale». Un consumo veloce e rassicurante. Una storia usa-e-getta piegata a un utilizzo autoassolutorio piuttosto che un´indagine perturbante dentro l´orrore che ancora ci appartiene. Un martirologio che rischia di rimanere muto sulle inquietudini del presente.
Dall´Istituto Cervi, officina di ricerca e di ripensamenti, parte una riflessione che non vuole certo demolire una data significativa ma pone alcuni interrogativi su una cerimonia appannata dalla ritualità. «C´è una stanchezza della memoria», dice David Bidussa, storico sociale delle idee e membro del consiglio scientifico del Cervi nonché direttore della Biblioteca della Fondazione Feltrinelli. «E come altre scadenze del calendario pubblico, il 27 gennaio si mostra in affanno».
Perché?
«Aver memoria non significa soltanto ascoltare una testimonianza o vedere immagini mostruose. Significa rielaborare tutto questo dentro di sé, assumendolo nei propri codici culturali. La consapevolezza del passato dovrebbe agire nel presente».
E invece?
«La memoria rischia di diventare come l´enciclopedia: la consulti solo per sapere cos´è successo e poi la metti via, come fosse un lemma o un tomo ingombrante. Esercizio mnemonico più che acquisizione della coscienza. Una memoria dal fiato corto».
Questo è diventato il 27 gennaio?
«Non voglio liquidare la ricorrenza con un bilancio negativo: ha il merito di aver esteso enormemente la sensibilità sulla Shoah. Ma è rimasta una ricorrenza estranea alla nostra storia nazionale. Il 27 gennaio è la data dell´apertura dei cancelli di Auschwitz: una data del calendario civile europeo trasferita nel calendario nazionale. Abbiamo rinunciato ad affiancarle un´altra ricorrenza che riguardasse più direttamente la storia italiana. In Francia, ad esempio, esiste la data del 16 luglio, che ricorda la razzia di 13 mila ebrei rinchiusi nel Velo d´Hiver a Parigi. Una data riferita a qualcosa che è accaduto altrove rischia di diventare una “non data”. È come se avessimo voluto fare di questa ricorrenza un´occasione di riflessione metafisica, togliendole storia».
Un modo per assolverci da qualsiasi responsabilità?
«Non basta osservare l´orrore, per rifiutarlo. Bisogna capire come funzionava la sua potente macchina, e com´è stata raccontata più tardi dai suoi artefici. In Uomini comuni Christopher Browning ci introduce alla violenza introiettata da persone normali (non criminali delle SS) le quali hanno spiegato le loro efferatezze con l´argomento che allora apparivano necessarie e giuste, addirittura “consolanti per la coscienza”. Quegli uomini non erano nati violenti: lo sono diventati. Le loro testimonianze ci dicono molto di più di quel che ci raccontano i crimini commessi».
Sta dicendo che è prevalsa finora una memoria rassicurante.
«Temo che il meccanismo attivato dal 27 gennaio consista nell´osservare con raccapriccio ciò che allora accade, rallegrandoci in fondo che oggi quella tragedia non stia accadendo a noi. Invece io propongo un´altra prospettiva: mentre qualcuno attraversava l´orrore, c´erano milioni di persone che voltavano altrove lo sguardo. Ora, in forma certamente meno estrema e meno drammatica, alcune scene si vanno ripetendo nella nostra civiltà. Non ci accorgiamo della crudeltà che accompagna le espulsioni o le vite violente nelle periferie: c´è un lato brutale nella nostra quotidianità che abbiamo deciso di espellere dallo sguardo».
La nostra indifferenza paragonata all´indifferenza di 70 anni fa?
«La macchina della persecuzione era caratterizzata da una ripetitività travestita da segni rassicuranti: “prepara la valigia” si diceva all´ebreo da deportare, un invito banale che dissimulava la tragedia. Vorrei che oggi riflettessimo di più sull´ambiguità di quei gesti che siamo abituati a pensare come rassicuranti».
L´”abuso della memoria”, per usare una formula di Todorov, porta molti studiosi a invocare più storia e meno memoria.
«Io non porrei limiti alla memoria, ma nel maneggiare i materiali occorrono maggior tenacia e minor fretta. La storia filtrata dai media tende sempre più alla banalizzazione. Per leggere un documento servono molte cose: interpretazione, educazione allo sguardo, conoscenza del suo uso nel tempo. Credere che un documento parli da solo è la via più diretta per capire poco. La foto del bambino di Varsavia con le mani alzate è esemplare: Fréderic Rousseau ci ha spiegato che una foto da noi guardata dalla parte della vittima nasce come documento del buon lavoro dei carnefici. Un serio esercizio storico a cui in molti hanno rinunciato».
È critico verso i suoi colleghi?
«Gli storici hanno un´enorme responsabilità. Non siamo stati in grado di costruire una storia narrata, anche problematica, che fosse popolare. Inoltre la nostra è una storiografia molto litigiosa, e anche presuntuosa, che è andata perdendo in questi anni la sfida con le altre discipline. In molti hanno ceduto al modello televisivo, nell´illusione di disintegrare precedenti miti: il risultato è che ne hanno costruito di nuovi, e non sono più in grado di dominarli. Prevale una narrazione mediatica che ormai appartiene alla postmemoria, ossia a una rivisitazione fantasiosa della storia. È una sostanziale abdicazione al mestiere».
A dispetto della sacralità della memoria, lei sostiene, oggi prevale il consumo.
«Si mangiano velocemente le storie. E si consumano i materiali. Occorrerebbe anche uscire da quello che Giovanni De Luna ha definito sul Venerdì un calendario vittimario: non siamo più in grado di ragionare se non in veste di vittime. I testimoni devono continuare a parlare, ma noi abbiamo il dovere di rielaborare le loro voci anche per misurarci con il presente. Perché da quella storia non siamo fuori, e con il suo codice di violenza occorre ancora fare i conti».

La Repubblica 26.01.11

"Bondi val bene una messa", di Rudy Francesco Calvo

A Montecitorio oggi il ministro della cultura sulla graticola.. “Credo sia più importante partorire che la mozione su Bondi”. La battuta di Pier Ferdinando Casini anticipa il prevedibile esito della votazione di oggi sulla mozione di sfiducia contro il ministro della cultura. Ieri, infatti, la conferenza dei capigruppo ha respinto la richiesta dell’Udc, sostenuta da tutte le minoranze, di rinviare il voto alla prossima settimana, a causa della sovrapposizione con i lavori dell’assemblea parlamentare del consiglio d’Europa, chiamato in particolare giovedì mattina a esprimersi su un documento di censura alle violenze contro i cristiani in Medio Oriente.
Ad appoggiare l’ipotesi di rinvio era stato anche il capogruppo leghista Reguzzoni, ma al Pdl è bastato fare due conti per imporre lo stop: in questi giorni, la minoranza a Montecitorio è a ranghi ridotti, a causa di diversi assenti per motivi di salute (compresa la finiana neomamma Giulia Bongiorno, cui si riferisce Casini con la sua battuta), ai quali si aggiunge il centrista Luca Volontè, capogruppo del Ppe in consiglio d’Europa, già a Strasburgo da lunedì. Non basterà quindi che i tre deputati che rappresentano il Pd in quel consesso (Franceschini, Fassino e Rigoni) abbiano annullato la trasferta: la bilancia pende decisamente dalla parte della maggioranza. Da qui il veto di Cicchitto e del governo in conferenza dei capigruppo, che ha costretto il presidente Fini a prenderne atto e a confermare il calendario dei lavori.
Salvo sorprese, quindi, il ministro dovrebbe riuscire oggi a salvare la propria poltrona: all’appello nominale dovrebbero rispondere no sulla carta 315 deputati, contro i 305 sì (restano incerti Paolo Guzzanti e i due esponenti della Svp). Nella maggioranza è già scattato il serrate le file, per evitare infortuni come quelli che si sono verificati ancora ieri in senato, dove la maggioranza è stata sconfitta una volta dalle opposizioni e due votazioni si sono chiuse in parità (in discussione c’era la riforma delle norme sul condominio). Il centrodestra utilizzerà quindi il voto odierno come una prova di forza, utile a compattare la maggioranza in vista di passaggi più complicati. Il primo sarà quello sul federalismo, calendarizzato per giovedì 3 febbraio nella relativa bicameralina.
Un passaggio che, al di là del merito della riforma, assume un significato politico più generale. Le opposizioni, e il Pd in particolare, sembrano voler chiudere le porte a un lavoro condiviso, sul quale la Lega ha sempre puntato. Si sono presto sgonfiate anche le voci che lasciavano presupporre un possibile scambio con il Carroccio tra il federalismo e la fine del governo Berlusconi. Bersani, che ieri dopo la riunione della segreteria ha convocato al Nazareno un vertice ristretto ad hoc proprio sul federalismo, è stato netto: «Questa roba devasta il paese». E il vicecapogruppo alla camera Michele Ventura ha confermato che il Pd non condurrà alcuna trattativa sottobanco, ma solo «nelle vie istituzionali».
Bersani rincarerà la dose venerdì, in apertura dell’assemblea nazionale del partito che si svolgerà a Napoli. In quella sede chiederà ancora una volta la fine del governo Berlusconi, per la quale il Pd si sta anche mobilitando nel paese, con la raccolta delle firme (l’obiettivo è raggiungere quota 10 milioni entro l’8 marzo). Al centro dell’assemblea ci saranno le proposte su giovani e Sud, ma anche su cultura, sicurezza, sanità e pubblica amministrazione. Il segnale politico che il Nazareno intende trasmettere è quello di un partito unito e pronto a ogni evenienza, voto compreso. Soprattutto in una fase in cui, anche a seguito della manifestazione del Lingotto (come rivendica la minoranza di Movimento democratico), i sondaggi tornano a far registrare il segno più davanti al trend del Pd.

da Europa Quotidiano 26.01.11

"La linea d'ombra", di Barbara Spinelli

Viviamo, da ormai quasi un ventennio, nella non-politica. Della politica abbiamo dimenticato la lingua, il prestigio, la vocazione. Dicono che a essa si sono sostituiti altri modi d´esercitare l´autorità: il carisma personale, i sondaggi, il kit di frasi e gesti usati in tv. Ma la spiegazione è insufficiente, perché tutti questi modi non producono autorità e ancor meno autorevolezza. Berlusconi ha potere, non autorevolezza. Non sono le piazze a affievolirla ma alcune istituzioni della Repubblica.
evidentemente non persuase dalle sue ingiunzioni. Le vedono come ingiunzioni non di un rappresentante dello Stato, ma di un boss terribilmente somigliante al dr Mabuse, che nel film di Fritz Lang crea un suo stato nello Stato. Alle varie istituzioni viene intimato di ubbidire tacendo, e già questo è oltraggio alla politica e alla Costituzione.
Specialmente sotto tiro è la magistratura, che incarna il diritto. Un gran numero di magistrati si trova alle prese con un leader-non leader, sospettato di crimini di cui la giustizia indipendente non può non occuparsi. Le sue peripezie sessuali lo hanno minato ulteriormente, essendo forse connesse a reati, e hanno accresciuto la sua inaffidabilità. Questo è il dilemma. Il carisma che ha avuto e ha presso gli elettori non ha prodotto che subalternità o resistenza. Il potere gli dà una parvenza di autorità, ma l´autorevolezza, che è altra cosa, gli manca. Non incarna la legge, il servizio su cui la politica si fonda, perché questi ingredienti non sono per lui primari.
L´autorevolezza del leader è riconosciuta non solo dall´elettore ma dai pari grado e dai poteri chiamati per legge a controbilanciare il suo. Il conflitto tra il Premier e la giustizia non avviene fra due poteri irrispettosi dei propri limiti, come ha detto lunedì il cardinale Bagnasco. Avviene perché il premier indagato non va in tribunale, non accetta l´obbligatorietà dell´azione penale costituzionalmente affidata ai pm (art. 112). I pari grado esigono da chi comanda capacità di comunicare senza di continuo mentire e smentirsi. Esigono un equilibrio psichico che non sfoci in aggressività, in punizioni a tal punto fuori legge che sempre occorre scriverne di nuove.
A questo dovrebbe servire la politica non tirannica: a governare i conflitti nel loro sorgere, a non intimidire. Berlusconi disconosce tali virtù, per il semplice motivo che non sa – non vuol sapere – quel che significhino la politica e il comando. Non il merito e l´autonomia individuale sono stati da lui rafforzati, come tanti italiani s´attendevano, ma l´appartenenza ai giri di potere anti-Stato descritti da Gustavo Zagrebelsky (Repubblica 26-3-10). Non stupisce la contiguità fra i giri e le associazioni malavitose. Ambedue hanno potere di nuocere o favorire, non autorevolezza.
Anche il carisma non è politica alta. Il primo è personale e labile, la seconda essendo un impasto di regole s´innalza sopra il contingente, non si mimetizza nelle voglie della folla, guarda più lontano. La politica alta è distrutta quando i cittadini dimenticano che solo le istituzioni durano. Lo disse Jean Monnet dopo l´ultima guerra, vedendo i disastri commessi dagli Stati e progettando l´Europa sovranazionale: «Solo le istituzioni son capaci di divenire più sagge: esse accumulano l´esperienza collettiva, e da questa esperienza, da questa saggezza, gli uomini sottomessi alle stesse regole potranno vedere non già il cambiamento della propria natura, ma la graduale trasformazione del proprio comportamento». Solo l´istituzione ben guidata ha il carisma, il «dono» di operare per il bene comune indipendentemente da chi governa.
In Joseph Conrad, la scoperta delle capacità di comando è il momento in cui il capo della nave oltrepassa la linea d´ombra e apprende il compito come servizio (il compito di portare nave e passeggeri sani e salvi in porto). È scritto in Tifone: «Pareva si fossero spente tutte le luci nascoste del mondo. Jukes istintivamente si rallegrò di avere vicino il Capitano. Ne fu sollevato, come se quell´uomo, con la sola sua comparsa in coperta, si fosse preso sulle spalle il peso maggiore della tempesta. Tale è il prestigio, il privilegio e la gloria del comando. Ma da nessuno al mondo il capitano Mac Whirr avrebbe potuto attendere un simile sollievo. Tale è la solitudine del comando». Berlusconi è rimasto al di qua della linea d´ombra. La prova che dall´adolescenza ci immette nella maturità, non l´ha superata.
Ma il problema non è solo Berlusconi. Al di qua della linea d´ombra è restata l´idea stessa che in Italia ci si fa della politica. La politica non è associata a competenza e disinteresse personale, e chi non entra nelle beghe di quella che in realtà è non-politica, viene chiamato un tecnico o un ingenuo. Non è associata alla verità, ritenuta quasi un attributo pre-politico. È dominio fine a se stesso, e così degenera. Lo Stato funziona se gli ordini vengono eseguiti, ma a condizione che sia custodito il bene comune. Che il potere si nutra di legalità, oltre che della legittimità data dalle urne. Che il privato non prevalga sul pubblico.
La vera corruzione italiana comincia qui: nelle teste, prima che nei portafogli. Non che sia scomparso il politico vero, ma spesso di lui si dice: «È uno straniero in patria». Sono i falsi politici a considerarlo estraneo ai giri, alla loro «patria». L´Italia ha conosciuto la politica alta: quella della destra storica nata dal Risorgimento; quella dei costituenti di destra e sinistra; quella di Luigi Einaudi. In uno scritto del 1956, il secondo Presidente della Repubblica invitò gli italiani a non illudersi: «Nessuno Stato può esistere e durare se non sono saldi i pilastri fondamentali» che sono la difesa, la sicurezza, il diritto, l´ordine pubblico. Senza tali pilastri «gli Stati sono cose fragili, che un colpo di vento fa cadere e frantuma». Al capo politico spetta salvaguardarli, poiché spetterà a lui «dire la parola risolutiva, dare l´ordine necessario».
Difficile dire la parola risolutiva, quando tutto traballa. Quando la linea d´ombra non è riconosciuta e il capo vive o cade nella pre-adolescenza. Uno dei motivi per cui da anni ci arrovelliamo sul potere berlusconiano – è un Regime? un autoritarismo nuovo? – è questa sua incapacità di dire parole credibili. L´ubbidienza al politico, scrive ancora Einaudi, è possibile solo se «gli uomini a cui è affidata l´osservanza della legge non mettono se stessi al di sopra della legge». Se i capi civili «sapranno di essere confortati dal consenso di cittadini, convinti che nessuno Stato dura, che nessuna proprietà, nessuna sicurezza di lavoro, nessuna certezza di avvenire sono pensabili, se tutti non siano decisi ad osservare i principii vigenti del diritto e dell´ordine pubblico».
La sinistra ha scoperto tardi la forza delle istituzioni, dello Stato. Anch´essa ha spesso considerato il sapere tecnico, la legalità, il parlar-vero, come non-politica. Politica era conquista di posti, più che servizio. Non era apprendere la prudenza insegnata nel ‘600 da Baltasar Gracián: la prudenza di chi non si scorda che «c´è chi onora il posto che occupa, e chi invece ne è onorato». Per questo l´opposizione appare vuota, a volte perfino più incompetente di alcuni governanti, non meno indifferente ai meriti, non meno interessata a lottizzare poteri. Lo stesso Veltroni sfugge la politica quando invita a «viaggiare in mare aperto». C´è bisogno di porti, non fittizi. C´è bisogno di capire che non cresceremo più come prima. Che non è straniero in patria chi elogia l´invenzione delle tasse o del Welfare: questo strumento che crea comunità solidali strappandole alla legge del più forte.
È vero, l´Italia ha bisogno di una rivoluzione democratica. Dunque: di una rivalutazione della politica. È la politica che deve vagliare i dirigenti e impedire all´indegno di entrarvi, senz´aspettare la magistratura. Non è solo la sinistra a poter incarnare simile rivoluzione. Possono farla anche le destre, a lungo identificate con Berlusconi. Fini è il primo a riscoprire la politica, e anche la destra storica. C´è una tradizione riformatrice in quella destra, evocata su questo giornale da Eugenio Scalfari nell´88, nello stesso anno in cui denunciò l´ascesa del potere televisivo berlusconiano: la tradizione di Marco Minghetti, di Silvio Spaventa, che esalta la politica come servizio pubblico. Sinistra e destra debbono ritrovarla, come seppero fare dopo il ventennio fascista.

La Repubblica 26.01.11

"Non seguiamo chi nega futuro ai nostri giovani", di Roberto Perotti

Ognuno dà il giudizio che vuole sulle nottate di Arcore. Ma un fatto è chiaro: molte, forse tutte le ragazze che vi hanno partecipato erano spinte dalla speranza di mettere un piede nel mondo dello spettacolo. La stessa speranza sta dietro la sorprendente posizione delle loro famiglie, che spesso le incoraggiavano ad accettare qualunque cosa pur di favorire quella carriera. Questa speranza è una misura della visione distorta del futuro che ormai attanaglia tante famiglie italiane. Per molte di esse la carriera nello spettacolo è un investimento più solido dell’istruzione. Ma è una chimera costosa, per le povere ragazze che ne sono vittime e per la società. Una su mille ci riesce; ma anche per coloro che ci riescono, la nozione di “carriera” si riduce tipicamente a qualche apparizione, un tempo a Drive in, oggi a Colorado.
Semplicemente, il ritorno economico da questo investimento è tra i più bassi che si possa immaginare. E i danni psicologici di lungo periodo, quando queste ragazze una volta usate si ritrovano senza né arte né parte, non sono quantificabili. Eppure, questo segnale sbagliato alimenta una fabbrica di sogni che deraglia ogni anno migliaia di giovani. È come se le famiglie fossero martellate da una pubblicità ingannevole, simile a quella che spinge milioni d’individui, molti dei quali indifesi, a gettare soldi nelle lotterie.
Ma non è solo un problema privato delle ragazze che cadono nella trappola. Questa fabbrica dei sogni ha effetti negativi su tutti i giovani. I programmi cui le poche fortunate partecipano, e le parti che sono costrette ad accettare, sono degradanti per loro e per le donne italiane, e danno un segnale sbagliato agli adolescenti. Alla tv italiana, a qualsiasi ora e su qualsiasi rete, non si può dare un risultato di calcio o presentare un quiz per famiglie se dietro il conduttore non c’è una ragazza rigorosamente seminuda e altrettanto rigorosamente zitta, o che memorizza al più una battuta pateticamente ammiccante.
Si può obiettare che le donne hanno diritto di fare e mostrare quello che vogliono in tv; vero, ma in paesi dove l’emancipazione delle donne è più avanzata, dove esse più facilmente raggiungono posizioni di rilievo nella cultura, nella politica e nel lavoro, una simile televisione è semplicemente inaccettabile. Gli stranieri restano spesso increduli davanti ai programmi della tv italiana, e si chiedono come le donne possano tollerarli. E qualche anno fa, la clip di una scena del programma per famiglie Domenica in, in cui due ragazze mimavano una scena lesbica, finì, senza ironia, su un sito porno americano. È sorprendente che si parli così poco dell’umiliazione continua cui sono sottoposte le donne e le adolescenti: forse perché si teme di passare per bacchettoni. Ma il risultato di questa sottocultura è un altro fenomeno di cui nessuno parla, l'”adultizzazione” forzata dell’adolescenza, compresa una sessualizzazione volgare e sottomessa. Anche di questo nessuno parla, forse anche perché vi partecipano allegramente tanti giornali, riviste, case di moda e stilisti politically correct.
Cosa si può fare? Se mai è esistito, il codice di autocontrollo chiaramente non ha funzionato; l’Agcom, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, non può o non vuole intervenire efficacemente. L’unica soluzione è l’iniziativa dei consumatori, il boicottaggio delle aziende che fanno pubblicità in questi programmi.
Il boicottaggio è sempre pericoloso: qualcuno si deve ergere a giudice di cosa è accettabile e cosa no. Ma in casi come questi non vi sono alternative, e per fare la frittata bisogna rompere le uova. Il boicottaggio è anche difficile: spesso non si vedono i frutti, soprattutto all’inizio. Ma molti prodotti pubblicizzati in questi programmi sono di largo consumo, per famiglie o persone di tutte le età: le aziende che li producono non possono permettersi controversie. Basterà che un’azienda si ritiri e molte altre la seguiranno. Oggi la tecnologia per organizzare un boicottaggio è molto più efficace di una volta: il tam tam su Facebook o sui blog può mobilitare in un giorno centinaia di migliaia di persone. Il boicottaggio è l’unica alternativa praticabile all’accettazione supina di un umiliante status quo.

Il Sole 24 Ore 26.01.11