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"Spegniamo il premier che insulta in tv", di Giovanni Valentini

“Postribolo televisivo”. Coniata da un personaggio come Silvio Berlusconi, che è esperto e cultore della materia, la sprezzante definizione del talk-show di Gad Lerner rischia di risultare un complimento.
O addirittura un titolo di merito. Detto dall´uomo che minaccia di ridurre l´Italia a un puttanaio, potrebbe apparire perfino un elogio, se non fosse in realtà tanto gratuito quanto offensivo per il conduttore del programma, per le sue ospiti e soprattutto per i telespettatori de “La 7” che lo seguono.
Siamo, dunque, all´inaugurazione di un nuovo genere tv? Dal talk-show passeremo al sex-talk? Arcore sarà ribattezzata Hardcore? Più prosaicamente, ci troviamo di fronte alla più violenta e devastante invasione di campo (televisivo) che sia mai avvenuta nella storia della tv mondiale. Un capo di governo che chiama in diretta lo studio di una trasmissione in corso per attaccare un giornalista che fa il suo mestiere, aggredire e insultare gli ospiti, infangare una rete concorrente. E per di più, con un linguaggio che – alla luce delle sue disinvolte ed equivoche abitudini o frequentazioni notturne – alla fine gli si ritorce contro, come in un complesso freudiano, riferito non a caso allo sviluppo psicosessuale.
Non è la prima volta, purtroppo, che il premier-tycoon irrompe con toni intimidatori nelle trasmissioni di emittenti altrui, pubbliche o private. Dietro lo scudo istituzionale della sua carica, il capo del governo torna a comportarsi da capo-popolo e nello stesso tempo da capo-azienda, interpretando così da protagonista assoluto quel conflitto di interessi che rappresenta tuttora un´anomalia su scala planetaria. Ma questa volta l´esternazione va al di là di ogni limite e regola, tanto da configurare un abuso di potere mediatico.
Al pari di qualsiasi altro privato cittadino, ovviamente Berlusconi ha tutto il diritto di difendersi dalle accuse della magistratura nelle sedi appropriate: i tribunali della Repubblica. E in quanto leader politico e presidente del Consiglio, non solo può ma deve farlo al più presto, senza la pretesa di scegliersi i giudici a proprio piacimento. Aggiungiamo che sul piano giudiziario pure lui ha diritto alla presunzione d´innocenza, fino a quando non verrà emessa una sentenza definitiva; ma qualsiasi cittadino ha tutto il diritto di giudicarlo già sul piano dell´affidabilità politica e del rigore morale in base alla flagranza dei suoi comportamenti personali, del suo – diciamo così – stile di vita.
Nel frattempo, se lo ritiene utile e opportuno, il premier-tycoon è libero naturalmente di difendersi anche sul piano mediatico, affrontando però un confronto civile e un autentico contraddittorio al di fuori delle sedi domestiche più o meno compiacenti delle sue reti tv e dei suoi giornali: vale a dire rispondendo alle domande dei giornalisti e alle contestazioni degli interlocutori. Altrimenti, resta valido l´esempio di Giovanni Floris che la settimana scorsa ha legittimamente rifiutato una telefonata in extremis di Berlusconi a “Ballarò”, invitandolo a partecipare alla trasmissione della settimana successiva. Senza ricevere, peraltro, alcun riscontro.
Non si può tollerare oltre che il presidente del Consiglio intervenga in diretta per distribuire insulti a questo o a quelle, continuando a trattare tutte le donne come le sue ospiti nella villa di Arcore o nel residence dell´Olgettina, nel grottesco e patetico tentativo di “scomunicare” una trasmissione o una rete tv proprio nel momento in cui rischia di essere scomunicato lui dalla Chiesa cattolica. Questo è, del resto, il metodo per così dire dialettico che adottano abitualmente i suoi epigoni e supporter – politici o giornalisti – nei talk-show televisivi: l´insulto personale, l´aggressione verbale, l´offesa diretta o indiretta. Non si va per discutere, ma per provocare e litigare. Non si fa un dibattito, ma una rissa.
Né tantomeno è più ammissibile che il capo del governo, in una temperie del genere, continui a lanciare “videomessaggi” a reti unificate che in effetti bisognerebbe chiamare videocomizi. Monologhi, soliloqui o vaniloqui. Discorsi a senso unico, senza una domanda, un´eccezione o una replica contestuale. Una prassi inaccettabile su cui, in nome del pluralismo e dell´imparzialità, l´ex presidente della Rai e oggi deputato del Pd, Roberto Zaccaria, ha giustamente richiamato con una lettera-interrogazione l´Autorità sulle Comunicazioni.
A maggior ragione quando questi videocomizi vengono diffusi in versione integrale dalle tv del Biscione, realizzano illegittimamente – secondo la stessa legge Frattini sul conflitto di interessi – un “sostegno privilegiato” a favore del premier-tycoon. E allora, l´Authority ha il potere e il dovere di intervenire.

La Repubblica 26.01.11

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“Gli adepti di Media-setta”, di
GABRIELE ROMAGNOLI

Come è possibile essere ancora berlusconiani? Non dico di (centro) destra, conservatori, anticomunisti, liberalpapisti o qualunque altra definizione ci si voglia dare per stare da quella parte politica.

La domanda è: come si può ancora credere (di credere) a Silvio Berlusconi? Alla legittimità dei suoi comportamenti, al fondamento meritocratico delle sue nomine, alla soglia minima di logica delle sue giustificazioni e perfino all´opportunità delle sue “cosiddette” espressioni verbali?
Si dirà: per tornaconto personale. I fedeli sono stati comprati, promossi, promessi e (loro sì) mantenuti. Può esser vero, ma non per tutti e non per tutto. È una spiegazione semplicistica. Ha il difetto di troppe argomentazioni anti-berlusconiane: non ragiona “a contrario”, ma come lui. Non cerca un punto di vista laterale e nitido. Da cui capire se c´è una motivazione più profonda dietro il fatto che alcune signore si alzano a comando dalle sedie dei talk show e altre no, che alcuni corifei cantano ogni mattina e altri da qualche tempo tacciono. Che cosa induce i primi a restare sulla nave? La risposta, per molti di loro, ha a che fare con una condizione particolare nella quale si sono messi. Per comprenderla bisogna sfogliare l´album della memoria e rivedere almeno due fotografie illuminanti. Una fu scattata alle Bahamas: Silvio Berlusconi corre, seguito dai i suoi uomini più fidati. Tutti sono vestiti alla stessa maniera, rigorosamente di bianco. L´altra fu presa su uno yacht, ai tempi spensierati della signora Ariosto: lì Silvio Berlusconi è al centro e gli altri intorno. Di nuovo tutti hanno la stessa maglietta, in questo caso a righe. Sono due dei tanti indizi che portano a considerare il rapporto tra il premier e i suoi (non a caso ho già usato questa parola) fedeli, come quello che si crea all´interno di una setta. Lui è il guru, loro gli adepti.
Altri segnali? La pretesa di una dedizione assoluta e cieca: chi contrasta il guru viene prima accusato di eresia, poi allontanato, infine coperto di nefandezze. La ritualità degli incontri, la loro scansione cerimoniale, per quanto bislacca: lo stesso cibo, la stessa musica, lo stesso relax. Il volonteroso sacrificio delle vestali, in guerra tra loro per sedere sulle ginocchia del guru (il sommo Rael, per dire, aveva appeso alla parete la foto delle preferite, con tanto di stellette al merito). MediaSetta, ecco cosa. A cui votarsi, a maggior ragione se questo particolare guru, invece di prendere e basta, elargisce: non solo illusioni, stili di vita, risposte al vuoto, ma anche beni materiali, cariche, appalti. Con questo, davvero chi ne beneficia è convinto, al netto del tormentone sulla persecuzione giudiziaria, che il suo guru non abbia passato il segno, non stia dicendo cose prive di ogni fondamento, prima che politico o giuridico, logico?
Chi ha conosciuto personalmente alcuni dei suoi restanti scudieri è perplesso nell´apprendere che uomini di una trascorsa raffinatezza estetica hanno sceso gli scalini che portano a una qualsivoglia tavernetta, o nel seguire le peripezie retoriche di chi ha prestato il proprio intelletto a cause più degne. Ha comunque una certezza: questi, quando vanno a letto la sera, nel momento esatto in cui spengono la luce, sanno. Lo sanno: che il re è nudo, che il guru ha una tunica bianca sempre più trasparente e sotto, niente di niente.
E allora perché si svegliano, si alzano e recitano ancora la stessa improbabile preghiera? Molti anni fa incontrai un uomo, in Svizzera. Era un dentista. Soprattutto, era l´unico sopravvissuto al suicidio dei massa della Setta del Sole. Arrivato sul luogo dell´incontro con il vecchio guru ormai disperato e gli altri adepti (banchieri, musicisti, scrittori) aveva avuto una sensazione di disagio ed era tornato indietro, salvandosi dal rogo finale. Gli chiesi se non avesse mai avuto prima quella sensazione, se avesse sempre creduto ciecamente. Rispose che un anno prima, frugando nel magazzino della villa in cui il guru ospitava i seguaci, aveva trovato il proiettore con cui creava l´ologramma spacciato per soprannaturale apparizione e si era reso conto di tutto. Domandai allora perché, a quel punto, non avesse lasciato la setta. Rispose: ero andato troppo lontano, da tutti gli altri e soprattutto da me stesso; avevo rinnegato tutto quello in cui avevo creduto prima per un´immagine fasulla, ma non potevo tornare indietro, non avevo niente a cui tornare, il me stesso di prima non c´era più.
Ci sono molti personaggi pubblici nella condizione di quel dentista. Sono andati troppo lontano, soprattutto da se stessi. Liberisti che hanno giustificato il monopolio. Censori bigotti che hanno chiuso gli occhi davanti alla trave dopo aver gridato per la pagliuzza. Professionisti della stampa che ne han fatto coriandoli. Perfino gli avvocati, che per dovere provano a puntellare ogni possibile versione dei fatti, anche loro: come possono proporci un alibi per la notte del 32 gennaio?
L´incantesimo è passato, alcuni l´hanno affermato dopo 16 anni nella MediaSetta, ha dell´incredibile, ma pazienza, almeno son scappati, come il dentista prima del rogo. Questi che restano avendo visto non solo il proiettore nel magazzino, ma la diavolina accendifuoco in tutte le stanze, devono essere davvero convinti di non poter avere una vita migliore fuori da lì. Forse pensano di ricoprire alti incarichi senza altri meriti che la disponibilità. Forse credono (di credere) davvero nel raggio di luce che squarcerà il cielo, indicherà il guru, lo solleverà al colle e loro con lui. Poi spengono la luce e si danno la buonanotte da soli.

La Repubblica 26.01.11

"Se anche i sondaggi non contano più", di Marcello Sorgi

Il Pdl, attorno al 30 per cento o appena più sotto, non ha risentito (o ha risentito pochissimo) del caso Ruby. Il Pd, che oscilla tra il 24 e il 26, di conseguenza non ne ha beneficiato. La Lega è sempre forte, 11-12. Il Terzo polo può arrivare al 13, ma mentre l’Udc è stabile attorno al 6, Fli si muove su una banda larga che va dal 3,5 all’8. Allo stesso modo Vendola e la sinistra radicale, attualmente fuori dal Parlamento, sono quotati, in caso di voto, fino al 15 per cento.

Con variazioni anche consistenti, ma con tendenze perfettamente concordanti, dati come questi sono stati esposti lunedì sera a «Porta a Porta» dai tre maggiori sondaggisti presenti sul mercato delle opinioni, Renato Mannheimer della Ispo, Alessandra Ghisleri di Euromedia e Roberto Weber di Swg, le cui divergenze semmai riguardano il tasso di fiducia su Berlusconi: ancora alto, oltre il 50 per cento, per la Ghisleri, che lavora per il centrodestra, e più basso, tra il 33 e il 35 per cento, per Weber che lavora per il centrosinistra, e per Mannheimer, che ha ricordato come i sistemi di misurazione dei tre istituti in questo caso siano diversi e non comparabili.

Sollecitati da Bruno Vespa, tutti i presenti in studio si sono esercitati ad analizzare i dati. Berlusconi è l’unico che può decidere senza riserve se andare o no a elezioni anticipate. La Lega ha un trend così favorevole che le conviene puntare sullo scioglimento delle Camere. Per tutti gli altri il voto è un’incognita, anche se per la sinistra radicale l’ora della rivincita sembra scoccata e il Pd non potrà non tenerne conto.

I sondaggisti accompagnavano queste opinioni con varie osservazioni, sul Fli ad esempio, simbolo ancora non troppo conosciuto e di conseguenza difficile da testare. O ancora sul caso Ruby, che al contrario essendo già noto da tempo, anche se adesso ne stanno uscendo i dettagli, non sposta consensi perché è già stato metabolizzato dagli elettori.

Ma a un certo punto Mannheimer Ghisleri e Weber hanno tirato fuori l’ultimo dato, relativo agli elettori che non si pronunciano, arrivati addirittura al 40 per cento. Se la metà ci ripensa, spiegavano – e non è affatto impossibile che accada, specie in caso di elezioni politiche -, dalle urne usciranno sorprese imprevedibili. Così, per la prima volta, davanti al record degli italiani nauseati dalla politica che sono diventati il primo partito, i sondaggisti hanno dovuto ammettere che anche i loro stessi sondaggi ormai non contano più.

La Stampa 26.01.11

Federalismo: l'unica legge senza testo Nuova riforma “tormentone”

Il federalismo dovrebbe diventare legge ma nessuno sa se esiste un nuovo testo su cui si basa. Bersani: siamo davanti ad una “totale svendita dello spirito e del concetto stesso di federalismo. Chi vuole fare davvero la riforma federalista la può fare in realtà solo con noi, ragionando sulle nostre proposte”. Il federalismo è più una barzelletta che una riforma. I testi che dovrebbero costituirne l’ossatura compaiono e scompaiono come fossero l’equivalente del coniglio dal cilindro del mago. Un primo decreto, un secondo decreto e ora la promessa di un nuovo testo che rimette le cose apposto ad opera del ministro Calderoli. Ma non basta, oggi è arrivata anche la data di scadenza del federalismo comunale entro il 3 febbraio. Peccato solo che del nuovo testo nessuno sa nulla! Pier Luigi Bersani ha più volte ribadito che i progetti finora presentati dal governo contengano una “totale svendita dello spirito e del concetto stesso di federalismo. Chi vuole fare davvero la riforma federalista la può fare in realtà solo con noi, ragionando sulle nostre proposte”.

“Abbiamo presentato due testi e 64 emendamenti. Possiamo discutere solo se li accettano”. E sulla possibilità che venga approvata una nuova norma sull’addizionale Irpef, il giudizio è stato ancora più duro: “non può trasformarsi in una nuova tassa a base locale”.

Stefano Fassina, responsabile Economia e Lavoro del Pd, ha sintetizzato l’ennesimo fallimento del governo sulla riforma federale con una battuta. “Oggi il presidente La Loggia ha fissato la scadenza ultima per il decreto sulla fiscalità comunale. Ma su che cosa si vota il 3 febbraio? Non c’è un testo. Il ministro delle complicazioni Calderoli è affannosamente impegnato a scrivere il terzo decreto. Quando viene presentato? Dove sono le relazioni tecniche?”.

“La Lega – ha continuato Fassina – ha tradito il federalismo. Ora per mettere una pezza, il governo
propone di aumentare l’addizionale comunale all’Irpef. Nessuna autonomia per i territori, tagli ai servizi comunali e aumento delle tasse per i cittadini e imprese: ecco il federalismo leghista.

Dello stesso parere anche Davide Zoggia, responsabile Enti Locali del Partito Democratico. “Dove è il testo del decreto di cui parla La Loggia? Le relazioni tecniche? Su cosa si vuole il nostro parere? Si continua a operare in maniera disorganica aggiungendo e togliendo pezzi da una sorta di caotico meccano. E’ sempre più chiaro che la Lega sta cercando in maniera disperata di portare a casa qualche cosa purché sia. La Lega cerca una vittoria politica incurante del merito della proposta, a noi invece interessa il merito visto che si tratta del futuro dei nostri territori e di chi li abita. Per ora abbiamo assistito solo all’aumento delle tasse locali, tagli lineari e a una parallela diminuzione dell’autonomia: l’esatto contrario del federalismo. Ancora una volta dobbiamo dire no, e finché non si deciderà di partire dalla proposta del Pd, con i tempi necessari, non si riuscirà mai a dare una forma compiuta a questo importante progetto”.

Per Francesco Boccia deputato Pd e componente della Bicamerale sul federalismo, “la relazione tecnica della Ragioneria generale dello Stato sulle coperture finanziarie del federalismo municipale conferma tutte le difficoltà nate dalle politiche economiche e fiscali di questi mesi. Ci preoccupa la diminuzione di gettito sulle imposte di registro, ipotecarie e catastali tra il 2008-2009 per oltre 850 milioni. Se queste sono le leve fiscali, i Comuni non avranno autonomia e capacità di gettito: la relazione della Ragioneria, sommata al monito del Fmi, conferma che l’Italia non ha scelta, deve cambiare registro e adottare misure straordinarie e una politica economica e fiscale nuova per bloccare la crisi e affrontare il federalismo fiscale perché il caos è alle porte”.

“Apprendiamo che il ministro Calderoli avrebbe intenzione di presentare un nuovo testo per il decreto sul fisco comunale: continua così il tormentone di un decreto sbagliato fin dall’origine e che ha bisogno di radicali cambiamenti”. Lo ha detto Marco Causi, deputato Pd e vicepresidente della Bicamerale sul federalismo, il quale ha spiegato: “Come riscrivere il decreto è contenuto nero su bianco nel parere alternativo depositato oggi dal relatore delle opposizioni, il senatore Pd Barbolini, e negli emendamenti al parere dell’onorevole La Loggia presentati dal Pd e dalle altre opposizioni. Se davvero il governo vuole lavorare con serietà sul federalismo, mi auguro che accolga finalmente le nostre proposte sull’autonomia impositiva dei comuni e sugli sgravi fiscali per gli inquilini in affitto”.

A.Dra

www.partitodemocratico.it

Le donne del Partito democratico: “Non siamo bambole”

Una trentina di modenesi hanno partecipato alla Conferenza regionale delle donne Pd. Dieci di loro saranno delegate alla Conferenza nazionale di Roma del 18 e 19 febbraio. Dieci le modenesi del Partito democratico che parteciperanno come delegate alla Conferenza nazionale delle donne Pd in programma a Roma il 18 e 19 febbraio prossimi. Sono Simona Arletti, Grazia Baracchi, Monica Brunetti, Ingrid Caporioni, Stefania Cargioli, Daniela De Pietri, Maria Rosa Fino, Caterina Liotti, Rita Monticelli, Antonietta Vastola.

Le dieci donne sono state elette sabato 22 gennaio nel corso della Conferenza regionale delle donne del Pd che si è tenuta a Parma nei locali della Camera di commercio e alla quale hanno partecipato una trentina di delegate modenesi, tra le quali Palma Costi e Manuela Ghizzoni. I lavori sono stati aperti dalla sen. Mariangela Bastico che ha guidato il coordinamento politico della Conferenza. Hanno partecipato alla Conferenza di Parma anche il presidente della Regione Vasco Errani e il segretario regionale del Pd Stefano Bonaccini.

La Conferenza è stata anche l’occasione per lanciare la raccolta di firme della campagna “Berlusconi dimettiti” che ha visto una straordinaria affluenza di persone al banchetto allestito in pieno centro. E’ stata Caterina Liotti dell’esecutivo provinciale del Pd, a consegnare parte delle firme all’assessore del Comune di Parma Lorenzo Lasagna. Nella sola giornata di sabato sono state raccolte oltre 20 mila firme in tutta la Regione. Da oggi è l’appello anche sulle pagine del portale regionale del Pd, all’indirizzo www.pder.it.

“«Non siamo bambole» è lo slogan che abbiamo scelto – spiega Caterina Liotti – per esprimere la nostra indignazione nei confronti della mercificazione della donna e riportare finalmente l’attenzione sui problemi veri del Paese”.

Bersani: Italia e italiani abbandonati ai loro problemi

Ormai il paese non ha più la barra, non ha una guida. Il governo è impantanato nei problemi di Berlusconi e non sta facendo niente di niente. Il Pd deve emergere come una forza solida, credibile, responsabile, disciplinata. Questo è il ruolo che dobbiamo avere”. “Dobbiamo avere tutti la consapevolezza che ci troviamo in un passaggio cruciale, perché siamo di fronte al discredito del paese ma anche alla paralisi del governo, all’abbandono dell’Italia, dei problemi e dei bisogni dei cittadini ”. Lo ha affermato questa mattina il segretario del Partito Democratico, Pier Luigi Bersani, chiudendo la riunione della segreteria nazionale del Pd insieme ai segretari regionali.

“Ormai il paese non ha più la barra, non ha una guida. Il governo è impantanato nei problemi di Berlusconi e non sta facendo niente di niente”. In questo contesto, ha richiamato il segretario del Partito democratico “il Pd deve emergere come una forza solida, credibile, responsabile, disciplinata. Questo è il ruolo che dobbiamo avere”.

Nel corso della chiusura dei lavori della segreteria nazionale Bersani ha anche affrontato il tema del federalismo. “Il testo presentato dal governo contiene una totale svendita dello spirito e del concetto stesso di federalismo. Chi vuole fare davvero la riforma federalista” ha concluso il segretario del Pd “la può fare in realtà solo con noi, ragionando sulle nostre proposte”.

www.partitodemocratico.it

"Prima e dopo la Shoah: tutte le responsabilità italiane", di Frediano Sessi

Alcuni storici sostengono oggi la necessità di riscrivere la storia della persecuzione e dello sterminio degli ebrei d’Europa in modo «integrato» , mettendo insieme documenti d’archivio di parte nazista e fascista, che rendano conto dei fatti prodotti dagli esecutori e dai loro apparati militari e civili, e la voce delle vittime, non solo sulla base delle testimonianze postbelliche (deposizioni nei tribunali, interviste, memorie ecc.); ma soprattutto utilizzando diari, lettere, annotazioni scritte durante lo svolgersi degli avvenimenti. Così ha fatto recentemente Saul Friedländer (con il suo Gli anni dello sterminio, Garzanti 2009), restituendo al lettore uno sguardo sulla storia più coinvolto, perché dentro le parole, le paure, i drammi e la vita in generale di chi non poteva prevedere forse nemmeno il domani. Ed è certo questo un modo di fare la storia che si oppone a coloro che vorrebbero riscrivere la vicenda del nazismo e del fascismo dando voce solo ai persecutori (siano essi semplici soldati SS o ufficiali e alti gerarchi). Così accade che lo spazio aperto per questa storia vista e ricostruita con gli occhi e la voce delle vittime sia ancora molto ampio, per qualità dei racconti e delle ricostruzioni, ma soprattutto per la possibilità offerta al lettore di cogliere appieno il «sentimento» degli accadimenti, nella loro profonda e articolata complessità. Mario Avagliano e Marco Palmieri, con il nuovo libro Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia. Diari e lettere 1938-1945 (Einaudi, pagine 388, € 15) si collocano in questo solco della ricerca. Non solo: il loro libro estende il «dovere della memoria» a tutto il periodo della persecuzione, dalle leggi razziste del 1938 alla liberazione dei lager e al ritorno dei deportati del 1945. La caduta nel cosiddetto «cono d’ombra della Shoah» dell’Italia viene riportata alla fase della persecuzione dei diritti (quando nel 1938 gli ebrei italiani persero la loro cittadinanza e le possibilità di vivere in patria come italiani), in stretta continuità con quella, seguita all’ 8 settembre del 1943, della persecuzione delle vite. Un continuum storico che accusa il fascismo non solo nella sua espressione rinata sotto la forma della Repubblica sociale italiana. Le lettere, i diari, le annotazioni private, scritti per lasciare una traccia degli avvenimenti (ai famigliari dispersi, agli amici) e del proprio passaggio in terra (per quegli ebrei con destinazione Auschwitz posti di fronte a una deportazione che si preannunciava fin da subito foriera di una grave minaccia alla vita) rendono con forza, evocativa ed emotiva, il trascorrere dei minuti e dei giorni di quei terribili anni. E si coglie sia l’illusione di un possibile cambiamento (per coloro che videro nelle leggi razziste del 1938 un accanimento che sperarono non avesse un seguito concreto e tanto meno drammatico), sia il dramma di una lacerazione con la comunità di una patria che non riconosceva più i suoi figli di «razza ebraica» ; sia la disperazione di chi, pur nella scelta della Resistenza, si percepiva diviso, non più capace di progetti per il futuro, anche quando la morte non spaventava e prevaleva il coraggio della gioia. I documenti «privati» pubblicati da Avagliano e Palmieri, in gran parte per la prima volta, o recuperando testi per lo più introvabili e dispersi, ci propongono un autoritratto della vita degli ebrei sotto il fascismo a tinte forti. Suddivisi in capitoli a carattere tematico o cronologico, consentono anche di ripercorrere in modo agevole e puntuale l’intera storia della persecuzione antiebraica in Italia tra il 1938 e il 1945; e rimandano il lettore, direttamente, senza mezze misure alle colpe del fascismo italiano, a partire dalla campagna di propaganda antisemita, fino alla caccia all’uomo, che fece seguito all’istituzione dei campi di internamento fascisti, e alla collaborazione diretta con i nazisti negli arresti e nelle deportazioni. Tra gli altri capitoli, quello riferito agli ebrei nella Resistenza, insieme a quello della partenza verso i lager e al difficile ritorno alla vita, ci sembrano fortemente carichi di suggestioni e di riflessioni con richiami all’attualità. Molto utile l’introduzione storica che traccia, riferendosi a una ampia bibliografia, una sintesi dei maggiori avvenimenti che portarono il fascismo a collaborare allo sterminio nazista.

Il Corriere della Sera 25.01.11

"L'Emilia-Romagna chiede misure ad hoc per le Pmi", di Giorgio Costa

Rafforzare la competitività delle Pmi che devono trovare nel proprio territorio un ambiente in grado di favorirne lo sviluppo e la partecipazione ai mercati mondiali. Deve essere questo, secondo Anna Maria Artoni, presidente di Confindustria Emilia-Romagna, l’obiettivo della nuova politica industriale europea che è stata oggetto di ampio dibattito ieri a Bologna presso la sede di Confindustria tra Antonio Tajani, vicepresidente della Commissione europea e commissario all’Industria e all’imprenditoria, l’assessore regionale alle attività produttive Gian Carlo Muzzarelli e l’Artoni stessa. «La politica industriale europea – ha detto Anna Maria Artoni – deve connettere da un lato la necessità di costruire e rafforzare le grandi imprese leader e dall’altro consentire un forte sviluppo delle piccole e medie imprese in grado di alimentare imprenditorialità diffusa, benessere sociale e grandi opportunità di crescita in molti settori». Per fare ciò, ha aggiunto Artoni, «servono interventi specifici su misura per le Pmi e, in questo contesto, reti di impresa e nuove politiche sui cluster assumono importanza decisiva. Così come non va persa l’occasione dell’ottavo Programma quadro di ricerca e innovazione relativamente al quale nelle prossime settimane sarà lanciata una consultazione volta a raccogliere idee ma che dovrà essere capace di porre l’accento su una politica della ricerca e dell’innovazione business oriented e che, quindi, veda il pieno coinvolgimento delle imprese nel processo di implementazione delle diverse misure».
A questo riguardo il vicepresidente Tajani ha assicurato che è tra gli obiettivi dell’Unione mettere a punto regole più semplici per l’accesso ai finanziamenti comunitari per l’innovazione dedicati alle piccole e medie imprese delle piccole. «Stiamo lavorando – ha detto Tajani – alla semplificazione dei regolamenti di accesso ai finanziamenti anche in ragione delle difficoltà che ci sono state segnalate al riguardo nell’attuazione del settimo programma quadro».
E tutta la politica industriale comunitaria mette al centro del ragionamento l’impresa e il suo sviluppo come vera base sulla quale poggiare le aspettative di crescita e di benessere: «dobbiamo rapidamente tornare all’economia reale fatta di lavoro sviluppo e crescita e dimenticare la sbornia finanziaria. In questo modo – ha spiegato Tajani – sviluppando la manifattura e mettendola al centro delle nostre politiche stimiamo che entro il 2020 in Europa si possano creare 5 milioni di nuovi posti di lavoro. Se poi investiremo il 3% del Pil in ricerca favoriremo da qui al 2025 ben 3,7 milioni di nuovi posti di lavoro, ma dovrà essere una ricerca in grado di facilitare il trasferimento tecnologico e favorire anche settori per noi chiave come il design e la moda». Naturalmente senza chiudere i nostri confini ai capitali e alle risorse straniere ma controllando bene che gli investimenti da oltreconfine non vadano a “rubare” il know how che è fondamentale per la nostra crescita. «Stiamo portando avanti studi e approfondimenti sul tema della tutela degli asset strategici europei e ne discuterò al più presto con i colleghi commissari», ha detto Tajani. Musica per le orecchie del mondo emiliano-romagnolo della ceramica che chiede da tempo anche nuove regole che consentano di contrastare il dumping cinese su piastrelle palesemente vendute sotto i costi di produzione.
Porta di accesso all’Italia
L’Emilia-Romagna potrebbe diventare il gate di accesso all’Europa per i turisti provenienti dall’Asia e dalla Russia. L’idea è del vicepresidente della commissione europea Antonio Tajani secondo il quale il turismo è una risorsa fondamentale per il continente europeo. Partendo da questa premessa l’Emilia-Romagna potrebbe giocare un ruolo fondamentale vista la specializzazione della sua industria turistica, la disponibilità di aeroporti e un sistema alberghiero molto strutturato. In questo senso è importante rafforzare l’immagine turistica dell’Europa per metterla in grado di intercettare quei flussi che, secondo gli esperti mondiali del settore, verranno a crearsi nei prossimi anni

Il Sole 24 Ore 25.01.11