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«La lezione di Bologna serve a tutto il Pd per battere Berlusconi», di Andrea Bonzi

Il vincitore «Ora tutti uniti per conquistare il Comune al primo turno Frascaroli e Zacchiroli li vorrei in squadra. Il mio esempio? Chiamparino» A Bersani voglio dire: il Pd bolognese c’è, conta su di noi. Fai come noi e vedrai che cambieremo l’Italia». La sua prima battaglia Virginio Merola l’ha vinta, e bene. Nella notte tra domenica e ieri, l’ex assessore della giunta Cofferati è stato eletto candidato sindaco del Centrosinistra sotto le Due Torri. Una sfida dominata nettamente: delle oltre 28.000 preferenze espresse dai cittadini, Merola ne ha raccolte 16.000, pari a oltre il 58%. E ora fa appello a tutte le forze della coalizione «per vincere, quando si voterà a maggio, già al primo turno». Merola, in un momento in cui le primarie vengono messe in dicussione, che valore ha l’exploit di partecipazione dei cittadini? Se a Bologna offri un’occasione di democrazia, i cittadini non la perdono. Sto leggendo il libro di Luca Ricolfi, “Perché siamo antipatici”, in cui si sostiene che la sinistra viene sconfitta se si presenta con la puzza sotto il naso. Ecco, penso invece che serva umiltà. Quanto ha pesato secondo lei il clima generato dalla raccolta firme per mandare a casa Berlusconi? Può aver inciso, Bologna capisce bene ciò che sta succedendo al Paese e non può accettarlo. Ma credo anche che sia stata una reazione agli uccelli del malaugurio, che avevano pronosticato un flop per queste primarie. Quali sono le prossime mosse? Innanzitutto mi prenderò una settimana di riposo, per raccogliere le idee dopo questo periodo intenso. Intendo confermare Maurizio Cevenini come presidente del Comitato elettorale, se vorrà. E ovviamente tenere conto delle proposte di Amelia Frascaroli e Benedetto Zacchiroli (gli sfidanti, ndr). Poi ridefinirò la macchina per la campagna elettorale, già divisa in gruppi tematici: intendo definire il programma con tutte le 28mila persone che si sono recate alle urne. Se le amministrative saranno il 15 maggio, come sembra, la strada è ancora lunga. Giovedì, poi, parteciperò alla manifestazione della Fiom contro la Fiat e l’accordo di Mirafiori (in Emilia-Romagna si sciopera il 27, non il 28 come nel resto d’Italia, ndr).
Parliamo dei suoi concorrenti: insieme hanno totalizzato 12.000 preferenze, di cui oltre 10mila della Frascaroli. Lei ha detto più volte di voler “ripartire da tre”, ma le piacerebbe averli a fianco in un’ipotetica giunta? Il risultato di Amelia è importante. A me piacerebbe averli entrambi in squadra, ma devo anche dire che il sindaco è indipendente e nomina lui gli assessori: faremmo un torto a loro se oggi dessimo loro il posto.
È un errore annunciare la giunta in campagna elettorale. E poi, nessuno di noi si è candidato per fare l’assessore. Rispettiamoli.
Lei ha fatto l’assessore all’Urbanistica con Sergio Cofferati. Cosa si porterà dietro di quel periodo che, nel bene e nel male, ha diviso Bologna?
Credo che quella giunta abbia seminato molto. Uno degli errori di quella esperienza ma non è colpa di Cofferati è che l’esposizione dell’ex segretario Cgil ha messo in ombra quanto fatto in quegli anni. Ritengo che Cofferati sia un grande uomo politico, forse sovradimensionato per il ruolo di sindaco. Da lui ho imparato che “partecipare è decidere”. Ha qualche ricetta particolare per governare?
Non bisogna aver paura dell’impopolarità, quando si sostengono le proprie tesi. Con queste primarie, credo che ci siamo già lasciati dietro un po’ di passato, e ora possiamo guadagnare tanto futuro. Bologna avrà il rango che merita, e lo faremo insieme ai cittadini. Voglio dimostrare che cambiare è possibile.
È possibile cambiare anche il Pd?
Io credo che i cambiamenti fatti dal segretario Raffaele Donini sotto le Due Torri abbiano avuto forte consenso: penso alle primarie, all’autonomia dei circoli. Qui c’è un candidato che non è stato deciso da quattro persone in una stanza. Non è poco.
C’è qualche altro primo cittadino a cui si ispira?
Stimo Chiamparino. Tutti dicevano che era un funzionario di partito, ma credo che abbia fatto buone cose a Torino. Poi vorrei citare Andrea Tolomelli, sindaco di Argelato (Bologna), 30 anni, che ha vinto le primarie contro tutti e ora fa il sindaco molto bene.
È pensabile una lista civica del sindaco? Se all’interno del Centrosinistra nascerà una lista civica che sostiene il sindaco ben venga, ma non ci sarà una lista civica del sindaco. Io credo che serva un progetto civico, anche se viene da un sindaco orgoglioso della sua tessera di partito. Bersani l’ha contattata?
Ci siamo sentiti nella tarda mattinata, è stata una chiamata molto affettuosa. Nel Centrodestra il candidato non c’è ancora. Ma intanto c’è la disponibilità di Stefano Aldrovandi, che si presenta con un profilo civico ma che pare sensibile alle sirene di Pdl e Lega. Che ne pensa?
È un bene per Bologna se si forma un Terzo Polo, credibile e autonomo, rigorosamente alternativo a Pdl e Lega Nord, che sono impresentabili. Servono proposte per migliorare la città. Poi, deciderà lui il da farsi: non posso certo fare un appello a non candidarsi.

L’Unità 25.01.11

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“Bersani incassa il successo
Prodi: ha vinto la democrazia”, di A. Bo.

Bersani incassa il bel successo del Pd alle primarie e dice: ora uniti per vincere. Prodi: ha vinto la democrazia. Vendola apprezza la partecipazione e aggiunge: non pretendo che vincano sempre quelli che piacciono a me. Per il Pd è un bel successo. E il segretario Pier Luigi Bersani lo incassa con soddisfazione. Evitato il rischio di un bis di Milano con la vittoria del candidato di Vendola si è complimentato al telefono con Virginio Merola e i segretari regionale Bonaccini e cittadino Donini per complimentarsi (la stessa cosa ha fatto a Napoli). «Ora dobbiamo lavorare per l’unità ha detto il leader Pd e costruire una proposta vincente e un clima favorevole per battere il centrodestra». Invito subito raccolto da Bonaccini, che parla di Merola come «candidatura ancora più forte. Ora definiamo il progetto di governo per la città». E anche da Donini, secondo cui «il Pd ha vinto, voluto, difeso e valorizzato questo strumento. L’ho detto: non c’era niente di più civico che far scegliere il candidato sindaco ai cittadini».
Soddisfatto anche Romano Prodi: «Ha vinto la democrazia», ha commentato l’alta affluenza 28.400 persone, 3.000 in più rispetto al 2008 alle primarie che a Bologna hanno visto l’ampia affermazione dell’ex assessore Pd Virginio Merola con il 58% (16mila preferenze). La soddisfazione è palpabile, sotto le Due Torri. «È la dimostrazione gongola il Professore che, quando la competizione è libera e vera e si dà alla gente la possibilità di essere coinvolta nelle scelte, la risposta è positiva».
VERSO LE ELEZIONI
Ora si guarda al 15 maggio, data probabile delle amministrative, con più serenità. L’obiettivo è vincere al primo turno, contando magari nella divisione tra la coppia Pdl-Lega che presenterà il candidato a inizio marzo e, al momento, è in alto mare – e il costituendo Terzo Polo, che punta forte sulla disponibilità di Stefano Aldrovandi (ex Fondazione Del Monte, ex Hera) di vestire i panni di un novello Guazzaloca. Un primo passo, intanto, è stato fatto. Fondamentali in chiave-affluenza anche gli altri due concorrenti: Amelia Frascaroli, sostenuta da Sel, Verdi e Federazione della Sinistra, che ha ottenuto 10.500 preferenze (pari al 36% circa), facendo il pieno nei quartieri del centro storico, e Benedetto Zacchiroli, fermo poco sotto i 1.600 voti (5,6%). Non è da sottovalutare, poi, il richiamo della petizione per chiedere le dimissioni di Berlusconi, che ha ottenuto in un solo giorno oltre 20mila sottoscrizioni. Non a caso, infatti, Merola ha coniato lo slogan «ricomincio da tre», promettendo il coinvolgimento degli altri due ormai ex avversari, anche se non necessariamente nella giunta. Importante, in questo senso, la dichiarazione di Nichi Vendola, che era venuto a Bologna, alcune settimane fa, per sostenere la Frascaroli, che al Tg3 ha dichiarato: «Non ho la presunzione che debbano vincere ovunque quelli che vorrei io, e credo che questo possa tranquillizzare il Pd. Viva le primarie, non si deve aver paura, non ci sono esiti scontati». Esultano anche i dipietristi: «Bologna oggi rappresenta il punto da dove la vera politica dei cittadini può ripartire dice Silvana Mura, parlamentare e segretaria regionale dell’Idv non si può perdere questa chance che gli elettori di Centrosinistra hanno voluto accordare».

L’Unità 25.01.11

"Munnezza, la camorra impera", di Enzo De Luca

Crisi come quella in cui versa da diciassette anni il ciclo dei rifiuti in Campania non si chiudono con i decreti legge. Da quando si è insediato, ad aprile 2008, il governo Berlusconi ne ha prodotti cinque. L’ultimo, il decreto legge 196 del 26 novembre 2010, sarà inefficace come i precedenti perché perpetra la logica dell’emergenza e non elimina storture che rischiano di alimentare altra confusione. Quando si dispone che la titolarità della Tarsu va sottratta ai Comuni e assegnata alle Province, anche se la camera ne ha stabilito la decorrenza al gennaio 2012, non si fa altro che rendere più difficoltosa l’uscita dalla crisi.
Il risultato della propaganda del centrodestra, cui fanno riferimento la Regione e quattro delle cinque Province della Campania, è che l’emergenza è ancora lì, la Tarsu è tra le più alte d’Italia, le comunità sono pronte a contrastare l’apertura di nuovi sversatoi e le discariche esistenti sono prossime all’esaurimento.
Il termovalorizzatore di Acerra, inaugurato a fine marzo 2009 e ora sotto inchiesta, funziona male e gli impianti di complemento costruiti si sono rivelati inadeguati. I rifiuti vengono inviati fuori regione e c’è da affrontare la questione, che è anche sociale, dei debiti dei consorzi in liquidazione. Sul territorio sono accatastati circa sette milioni di ecoballe, che di eco non hanno nulla e continuano ad avvelenare l’ambiente già imbottito, specie nel napoletano e nel casertano, di rifiuti pericolosi giunti dalle industrie del Nord attraverso la premiata ditta “Camorra spa”.
In commissione di inchiesta sulle ecomafie, il presidente della Regione Caldoro ha dichiarato che per archiviare la crisi occorrono tre-quattro anni, profilando il rischio di perdere i fondi stanziati dall’Unione europea e attualmente congelati, mentre il ministro dell’ambiente Prestigiacomo il 13 gennaio consegnava alla commissione ambiente dati preoccupanti.
Mi fa piacere che il ministro abbia deciso di inserire nel testo del decreto legge la proposta di utilizzare le cave abbandonate e dismesse presenti in Campania. Si assesterebbe un duro colpo alla criminalità che, come risulta da inchieste ed indagini, detiene il monopolio sulla gestione di gran parte di tali aree, spesso terminali di veleni industriali e rifiuti tossici.
Da vice presidente della commissione di inchiesta sulle ecomafie, accogliendo il monito del procuratore antimafia Piero Grasso, resto convinto che il primo passo è la lotta alla criminalità che su questo aspetto, non è organizzata, è organizzatissima.
E a proposito di questo decreto, il procuratore della repubblica di Santa Maria Capua Vetere, Lembo ha detto: «Temo che la moltiplicazione delle competenze possa perpetrare l’emergenza, il presupposto principale per l’infiltrazione della camorra». Per affrontare questo dramma è necessaria una visione complessiva: perciò abbiamo presentato un ddl per l’emergenza della Campania e un ddl quadro in materia di gestione integrata dei rifiuti.
La logica del commissariamento reiterato contrasta con le direttive del pacchetto clima 20-20-20 dell’Ue, per salvaguardare le risorse ambientali e valorizzarle in termini di sviluppo sostenibile. La crisi dei rifiuti non esiste solo in Campania. Puglia, Lazio, Sicilia, Calabria potrebbero trovarsi a dover fare i conti con le stesse criticità. Sta a noi raccogliere il grido di queste comunità e far sentire, in maniera determinata, la presenza dello stato a partire dalla Campania, avamposto ed emblema di un Sud sempre più sfregiato dalle mafie.

Da Europa Quotidiano 25.01.11

"La difesa del bene comune", di Vito Mancuso

Nel discorso di ieri, atteso dall´Italia con un interesse forse mai avuto prima per le parole di un Presidente della Cei, il cardinal Bagnasco ha disposto le artiglierie, ha caricato i proiettili, ha puntato nella direzione giusta. E ha iniziato a colpire con parole infuocate come non era mai accaduto prima i comportamenti del capo del governo, andando ad affiancare le sue critiche a quelle espresse in precedenza dal Presidente della Repubblica e dal Presidente degli industriali. Quando però è stato il momento di compiere la missione fino alla fine, il cardinale ha rivolto le sue armi altrove. Il risultato, quest´oggi, è che tutti possono dire che sono contenti, persino i sostenitori del governo, per una situazione analoga a quella del dopo-elezioni quando nessuno dice di avere perso. La gerarchia cattolica aveva l´occasione di aiutare gli italiani a fare chiarezza per uscire da una situazione che li rende ridicoli al mondo e peggio ancora a se stessi, ma non è stata capace di portarla avanti fino in fondo, immolandola sull´altare della diplomazia.
Bagnasco ha esordito parlando di “nubi preoccupanti che si addensano sul nostro paese”, ha continuato con la “perversione di fondo del concetto di ethos”, ha detto che “a vacillare sono i fondamenti stessi di una civiltà”, ha proseguito con il “consumismo” e la “cultura della seduzione” da cui scaturiscono una “rappresentazione fasulla dell´esistenza, volta a perseguire un successo basato sull´artificiosità, la scalata furba, il guadagno facile, l´ostentazione e il mercimonio di sé” con il risultato di un “disastro antropologico”. Quando poi è giunto a toccare la più stretta attualità ha parlato di “debolezza etica” e di “fibrillazione politica e istituzionale”, ha ricordato che “si moltiplicano notizie che riferiscono di comportamenti contrari al pubblico decoro e si esibiscono squarci di stili non compatibili con la sobrietà e la correttezza”, e infine ha ricordato l´art. 54 della Costituzione che sottolinea il dovere per chi governa di misura, sobrietà, disciplina e onore. Insomma un´analisi limpida e forte, a tratti severa, come si conviene al momento drammatico del paese. Ma alla fine è mancato il coraggio di andare fino in fondo nel combattere i mali evocati, ha vinto la diplomazia e ha perso la profezia. Infatti dopo tutte queste analisi all´insegna della chiarezza evangelica, il cardinale ha girato le artigliere dall´altra parte puntandole verso i magistrati milanesi e ha proclamato in perfetto stile curiale, e non senza una sottile sfumatura di ambiguità per l´uso del pronome indefinito: “… mentre qualcuno si chiede a che cosa sia dovuta l´ingente mole di strumenti di indagine”, col risultato, per Bagnasco, che così si passa “da una situazione abnorme all´altra”. Ovvero: il capo del governo ha torto, ma i magistrati non hanno ragione, esagerano.
Sia chiaro che nessuno si aspettava scomuniche, ma che almeno quello “scatto di coscienza e di responsabilità” che lo stesso cardinale chiede agli italiani fosse mantenuto con coerenza fino in fondo sì. Nel discorso di qualche giorno fa al Corpo diplomatico il Papa ha detto della minaccia costituita da alcuni programmi di educazione sessuale nelle scuole. Senza entrare nel merito, chiedo che cos´è un´ora scolastica di educazione sessuale rispetto alle notizie che ogni giorno entrano nelle case con tutti i sexy-gate che periodicamente ricorrono in questa colossale permanente maleducazione sessuale e antropologica, che ora si chiama Ruby ora in molti altri nomi, ma il cui vero nome è “Legione” come rispose l´indemoniato a Gesù: “Mi chiamo Legione perché siamo in molti” (Vangelo di Marco 5,9). La Chiesa poteva contribuire a far sì che chi vuole godere di questa compagnia lo faccia pure giorno e notte quando e come vuole ma senza coinvolgere la politica e la vita degli italiani, ma non ha avuto il coraggio per andare fino in fondo.
La Chiesa, è noto, ha una lunga storia con il tema prostituzione, ben prima della comparsa di tutte queste signorine nelle ville del capo del governo. Dalle prime pagine della Bibbia alla genealogia di Gesù, dalle parole evangeliche “le prostitute vi passeranno avanti nel regno dei cieli” all´appellativo patristico sulla Chiesa casta meretrix e alle parole di Dante che accusano i papi di “puttaneggiar coi regi”, la prostituzione ha sempre accompagnato il cammino del cristianesimo. Nulla di strano, perché ha sempre accompagnato il cammino dell´umanità. Quindi nessuno si aspettava che il cardinal Bagnasco si stracciasse le vesti scandalizzato. Ma tra lo scandalo di un Savonarola e le parole di biasimo in sé giuste rese però innocue dal biasimo riversato sui magistrati per il troppo zelo, c´è una bella differenza.
So bene che vi sono legittimi interessi dell´istituzione Chiesa da salvaguardare come i finanziamenti alle scuole cattoliche, le esenzioni delle tasse per gli edifici ecclesiastici, la battaglia parlamentare sul biotestamento e materie similari. Ed è giusto che il presidente della Cei tenga conto di tutto ciò. Ma vi sono dei momenti nei quali bisogna guardare davvero unicamente al bene comune, momenti nei quali chi sta in alto si ritrova solo, ed è chiamato a responsabilità profetiche e morali senza poter coniugare tutti gli interessi in gioco. Ieri la gerarchia della Chiesa italiana era in questa situazione. Le parole di Bagnasco sono state per molti tratti un buon esempio di cosa significa parlare di politica senza fare ingerenze partitiche, perché la nostra situazione non è più questione di destra o di sinistra ma solo di decenza e di dare un governo vero a un paese che ne ha urgente bisogno. Alla fine però ha ceduto alla diplomazia, ha usato il bilancino che le consente di avere tutti i forni sempre aperti. E così il sale evangelico ha perso ancora un po´ del suo sapore.

La Repubblica 25.01.11

"Una valanga di impugnative rischia di travolgere la Gelmini", di Pippo Frisone

Soltanto nella scuola si stimano in almeno 50mila le raccomandate inviate dai precari docenti e ata all’indirizzo del Miur in viale Trastevere. Il 23 gennaio 2011 son scaduti i termini previsti dal collegato-lavoro per impugnare le irregolarità ela reiterazione dei contratti a termine.
Soltanto nella scuola si stimano in almeno 50mila le raccomandate inviate dai precari docenti e ata all’indirizzo del Miur in viale Trastevere.
La maggior parte delle impugnative riguarda l’abuso fatto dal MIUR con la reiterazione dei contratti a termine per più di tre anni.
La violazione è palese, come stanno riconoscendo i Giudici, quando le ragioni della reiterazione non poggiano su motivi oggettivi (tecnici-produttivi-organizzativi o sostitutivi) ma solo su una scelta dell’Amministrazione mirata al risparmio della spesa sul personale.
Una volta determinata la quantità complessiva di organici (di diritto e di fatto) per garantire il funzionamento del servizio scolastico, la mancata stabilizzazione dei precari assunti a T.D.su posti liberi e vacanti per oltre un triennio non trova più alcuna giustificazione.
La violazione non è solo della direttiva CEE del 28.6.99 che recepisce l’accordo quadro sul lavoro a T.D. ma anche della stessa legge italiana ed in particolare del Dlgs. 368/01 sul lavoro a termine che fissa in non più di tre anni la reiterazione dei contratti.
Per correre ai ripari dopo alcune sentenze favorevoli ai precari, la Gelmini fa approvare nella legge n.167 del 24.11.09 un emendamento (capoverso14bis) che ribadisce la trasformazione dei contratti dei docenti a tempo determinato “ in a tempo indeterminato solo in caso di immissione in ruolo”. Mettendo così in sicurezza e restringendo ancor più quanto lo stesso CCNL all’art.40- comma 4 prevedeva e cioè che “il rapporto a tempo determinato può trasformarsi a tempo indeterminato per effetto di specifiche disposizioni normative “
Si è voluto così tagliare la strada alla trasformazione automatica a tempo indeterminato dei contratti a termine, sancita dal dlgs.368/01 e alla stessa direttiva europea sul limite alle reiterazioni. Ma come si fa a sostenere che l’apposizione di un termine è giustificato da ragioni organizzative o di altra natura, non certo oggettiva , quando il fabbisogno per il regolare funzionamento del servizio scolastico comprende oltre 100mila contratti a termine, costantemente reiterati di anno in anno?
Altro cavallo di battaglia delle impugnative è la violazione del principio della non discriminazione tra lavoratori con contratti a tempo indeterminato e a tempo determinato.
A parità di orario, qualifica e prestazioni non trovano più alcuna giustificazione le differenze retributive tra personale di ruolo e personale precario. Accertato il servizio prestato per più anni alle dipendenze del Miur, ai precari va riconosciuto il diritto alla progressione professionale retributiva e a percepire le differenze stipendiali maturate in ragione dell’anzianità maturata. Su questo terreno la giurisprudenza in questi ultimi anni pare oramai consolidata e orientata a riconoscere al personale precario il diritto alle differenze stipendiali e alla carriera.
Come se ne esce da questa situazione che per molti versi sarà dirompente non solo per la Gelmini ma anche per le casse dello Stato?
Nel caso delle stabilizzazioni, varando un serio piano triennale di assunzioni, recuperando più o meno quello che il Governo Prodi aveva elaborato e coprire così non solo il turn-over come ha fatto la Gelmini negli ultimi due anni, ma l’intero fabbisogno del funzionamento.
Occorre determinare dotazioni organiche funzionali e coprirle una volta per tutte con personale stabilizzato, superando l’attuale dicotomia tra organico di diritto e organico di fatto.
Quanto alle anzianità e alla progressione di carriera , questa va riconosciuta subito, ope legis (visto il blocco contrattuale fino a tutto il 2012), a quanti hanno avuto una reiterazione dei contratti a T.D. oltre il triennio, prevedendo il riassorbimento all’atto della successiva assunzione in ruolo.
Ciò consentirà un allineamento delle anzianità per tutto il personale attualmente in servizio sia di ruolo sia non di ruolo, salvaguardando così il principio della non discriminazione.
Saranno gli anni successivi poi a decidere se, come e quando la carriera del personale della scuola si baserà ancora sulle anzianità oppure sul riconoscimento del solo merito.
E se gli attori di questo cambiamento dovranno essere ancora Berlusconi, Brunetta e Gelmini. Considerato lo spettacolo a cui stiamo assistendo in questi ultimi mesi, francamente ci auguriamo di no!

da ScuolaOggi 25.01.11

"Moratti, 50 milioni di consulenze d´oro", di Luca De Vito

Era il 16 febbraio del 2009 quando ad Arcore Letizia Moratti fu costretta a sacrificare il suo braccio destro, l´uomo che il sindaco di Milano avrebbe voluto (incontrastato) anche al comando dell´Expo del 2015. Eppure, a distanza di due anni, Paolo Glisenti detiene ancora il record degli “stipendi d´oro” concessi dal Comune: 987mila euro, dal luglio del 2006 fino a quello showdown. Il suo, però, è solo il caso più eclatante di cinque anni di consulenze d´oro affidate dall´amministrazione di centrodestra. Perché adesso che, per la prima volta, è saltato fuori l´elenco completo degli incarichi esterni distribuiti dalla giunta, si scopre che la cifra totale sfiora i 50 milioni di euro.
Bisogna scorrerle tutte, le 195 pagine fitte di nomi anche di studi professionali, associazioni, università. E superconsulenti. Dentro c´è di tutto: da chi è stato chiamato per tenere corsi di lingua o danza per i cittadini nei consigli di zona, alle grosse commesse necessarie per la progettazione e la direzione tecnica dei lavori pubblici. Sommando le parcelle si superano i 48 milioni (e mancano cinque mesi alla fine del mandato), spesi per affidare 2.773 incarichi al di fuori di una macchina comunale che comunque può contare su oltre 16mila dipendenti e 170 dirigenti.
Tra i dieci incarichi costati di più in questi anni, molti sono stati pagati dall´assessore al Verde e al Decoro Maurizio Cadeo. Si parte da Cosimo Ambrogio Maiorano, figura sempre presente e con responsabilità centrali: è lui, con un compenso totale di 500mila euro, a essersi occupato della ricerca degli sponsor per “progetti speciali” come le luci natalizie. Al libro paga di Cadeo (400mila euro) anche Gianluca Comazzi: candidato (non eletto) nella lista del sindaco è diventato il Garante per gli animali. Unica iniziativa degna di nota: la recente presentazione del “passaporto degli animali”. Un altro braccio destro dell´assessore è Fabio Massimo Saldini, con 5 incarichi e 379mila euro: architetto di fiducia di Paolo Berlusconi, è stato nominato da poco delegato di Roberto Formigoni per la moda e il design.
E poi ci sono le voci riconducibili direttamente a lady Moratti (1 milione e mezzo) e alla comunicazione (692mila euro). Si parte da Red Ronnie, il presentatore che, armato di telecamera, segue ovunque il sindaco-commissario straordinario di Expo. Tra i consulenti per rafforzare «il piano di comunicazione strategica» anche lo scrittore Alain Elkann. Molti, naturalmente, sono i professionisti di alto livello. Anche per incarichi che l´amministrazione ha dovuto affidare per vicende problematiche: l´ex rettore della Bocconi Angelo Provasoli, ad esempio, ha affiancato i vertici comunali per risolvere il caso del fallimento – per debiti – di una società partecipata di Palazzo Marino; Carlo Federico Grosso è uno degli avvocati chiamati per seguire la causa aperta contro le banche per i derivati. Più di un milione e mezzo, poi, è stato speso per studiare le nuove regole urbanistiche. Tra le cifre minori anche qualche curiosità: la cantante Wilma De Angelis, è stata protagonista di uno spot per i vigili.
In un periodo di casse comunali vuote, Letizia Moratti – finita anche nel mirino della Corte dei Conti per la riorganizzazione della macchina comunale e l´assunzione di dirigenti – continua a ripeterlo: «Abbiamo tagliato le consulenze risparmiando 18 milioni in quattro anni». Il buon esempio, sostengono i suoi, è partito da lei: lo stipendio di Elkann sarebbe dovuto essere di 90mila euro per un anno. È diventato, con l´accordo dell´interessato, 35mila euro. Ma il capogruppo del Pd in consiglio comunale Pierfrancesco Majorino attacca: «La cifra per le consulenze è folle. Chiediamo una commissione di inchiesta e la pubblicazione sul sito del Comune dell´elenco».

La Repubblica 25.01.11

"Scuola, corsa al liceo scientifico", di Flavia Amabile

Ultimi giorni per le iscrizioni al prossimo anno scolastico. I primi rilevamenti del Ministero raccontano il boom dello scientifico con indirizzo in scienze applicate. Chi ha un figlio in quinta elementare, terza media o all’ultimo anno della materna lo sa, è questo il momento di scegliere. C’è tempo fino al 12 febbraio per decidere ma, tra open-day e ricerche sui siti web degli istituti, i genitori sono in fibrillazione da tempo. Ai nastri di partenza sono quasi sette milioni di alunni in totale. Di questi poco più di mezzo milione sono alle prese con la scelta delle superiori e, a quanto sembra, si stanno orientando soprattutto verso i licei e soprattutto verso un particolare tipo di liceo: lo scientifico con indirizzo di scienze applicate. E’ un vero boom a giudicare almeno da quanto è stato comunicato dal ministero.

Mancano ancora più di tre settimane alla scadenza dei termini visto che di sicuro ci sarà una proroga di qualche giorno perché ancora non si è assestato del tutto il sistema di intese tra Regioni e istituti tecnici, al Ministero dell’Istruzione però si è tenuta venerdì scorso una prima riunione con i sindacati per analizzare i primi dati in vista della formazione degli organici dei prof per il prossimo anno. E il successo di questa particolare formula di scuola superiore è stata comunicata proprio durante quest’incontro.

Si tratta di un liceo scientifico privo del latino e con molto accento sull’informatica e le tecnologie: gli italiani alle prese con la difficile scelta delle superiori devono aver pensato che si trattava della formula migliore per garantire studio e uno sbocco sul mercato del lavoro. Nei prossimi incontri tra ministero e sindacati si cercherà di capire come trovare i professori adeguati per questa domanda superiore alle previsioni.

L’altro elemento che è già abbastanza chiaro, secondo quello che è emerso dall’appuntamento di venerdì, è la conferma della crisi dei tecnici. Nonostante la riforma, sembra che questo tipo di indirizzo non convinca gli italiani. «Già la scorso anno era in atto questa tendenza», avverte Gianni Manuzio, segretario nazionale della Cisl Scuola. «Lo scorso anno nel nostro dossier sulle iscrizioni rilevavamo che c’era stato un calo delle iscrizioni nel settore dell’istruzione tecnica del 2,3%, solo in piccola parte dovuto alla migrazione verso i licei dei corsi dell’opzione scientifico tecnologica. E il calo era ancora più marcato delle iscrizioni nei professionali (- 3,4%), dove invece sembrava incidere non poco (circa il 50% della complessiva riduzione di iscritti) il passaggio degli istituti d’arte al settore liceale».

In generale comunque a frequentare la scuola secondaria di secondo grado dovrebbero essere lo 0,17% di giovani in meno, poco più di 4 mila in cifra assoluta, per un totale di oltre due milioni e mezzo di studenti (circa 2.535.500). Un calo che sembra riferirsi a tutta l’Italia, con l’eccezione di alcune regioni del centro nord: Emilia Romagna (+1,94%), Liguria (+0,10%), Piemonte (+0,95%), Toscana (+0,97%) e Veneto (+0,92%). La Basilicata è la regione dove gli iscritti diminuiscono più che altrove, quasi il 3% in meno siederà nelle classi delle superiori.

In calo gli iscritti anche nella scuola primaria dove dovrebbero essere pari a circa 2.580.000 unità, con un calo dello 0,10%, circa 3 mila studenti in meno. A far diminuire le cifre il Sud dove ci sono regioni come la Basilicata (-3,14%), la Campania (-1,55%)e la Puglia (-1,87%) che registrano i cali maggiori. In aumento soltanto la scuola secondaria di primo grado dove si iscriveranno circa 1.696.500 studenti, con un incremento di oltre 12.000 giovani.

Nei prossimi incontri si discuteranno le questioni di organici ed è evidente che non sarà una discussione semplice. Domenico Pantaleo, segretario generale della Flc-Cgil, avverte il ministero: «L’apertura del confronto sugli organici per il prossimo anno scolastico non può non prescindere da un dato: il taglio previsto di quasi 20mila docenti e 14500 Ata deciso dal governo Berlusconi. Da questo punto di vista la previsione degli alunni per l’anno scolastico 2011/2012 è già superiore di oltre 5mila unità rispetto agli alunni attualmente frequentanti. Questo vuol dire che ci sono più alunni ma i docenti sono diminuiti. Di questo si dovrà discutere per garantire la qualità della formazione degli studenti italiani. Anche sulla base di questi dati òa Flc-Cgil ha chiesto ufficialmente al Ministro di ritirare la terza tranche di tagli, perché la scuole non sono nelle condizioni di sopportare ulteriori decurtazioni di organico».

La Stampa 25.01.11

La rivolta degli umanisti "Discriminati dal governo", di Simonetta Fiori

Solo scienziati e università del Nord nell´agenzia che valuta gli atenei. Le discipline umanistiche? Non esistono per il governo italiano. Non esiste la storia. Non esiste l´italianistica. Non esiste lo studio dell´arte e dell´archeologia. Non esistono la filosofia né l´estetica. Non esiste, in sostanza, quella tradizione di saperi che conserva il patrimonio e la memoria di un paese. Dal consiglio direttivo dell´Anvur (l´agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca), nominato dal Consiglio dei ministri, sono stati esclusi gli studiosi delle scienze umanistiche. Ed è stato escluso l´intero Mezzogiorno, nel senso che non vi figura nessun rappresentante delle facoltà collocate a Sud di Roma.
All´agenzia spetta un compito fondamentale: giudicare la qualità degli atenei e degli enti di ricerca. Dalle valutazioni discendono i finanziamenti che premiano i risultati migliori. Per questa ragione l´esclusione dell´area umanistica solleva allarme e preoccupazione nella comunità intellettuale. E diventa anche un caso politico. «Ora che finalmente l´Agenzia viene attivata», ha dichiarato Luigi Zanda, vicepresidente del gruppo del Partito Democratico a Palazzo Madama, «il governo ricade nella cattiva abitudine di dividere la cultura tra discipline buone e discipline cattive, e le Università tra quelle del Nord e quelle del Sud». Uno squilibrio che non ha turbato i sonni di Giulio Tremonti, secondo alcuni preoccupato solo di analizzare il colore politico dei consiglieri: ma la sua “furibonda” telefonata alla Gelmini è stata smentita dal Miur. Mentre Paola Binetti mugugna per la nomina dell´illustre genetista, del quale non gradisce il genere di ricerche. «Sono uno scienziato, non un agitatore politico», è la replica di Giuseppe Novelli.
Centrale rimane la questione dell´esclusione delle scienze umane e del Mezzogiorno. «Sbalordito» e «deluso» si dice Salvatore Settis, che fa parte del comitato che aveva proposto una rosa di quindici candidature al ministro Gelmini, la quale poi ha selezionato sette nomi rappresentativi delle varie aree disciplinari, ma non delle scienze umane. «Non riesco a comprendere le ragioni dell´esclusione», interviene lo studioso. «Abbiamo lavorato con serietà e rigore, mettendo in gioco la nostra esperienza internazionale e le nostre competenze. E ora vediamo che sono state tagliate fuori le scienze umane e l´intero Mezzogiorno». Nella rosa dei sette nomi approvati, compaiono due economisti (Fiorella Kostoris e Andrea Bonaccorsi), una sociologa (Luisa Ribolzi), un genetista (Novelli), un veterinario (Massimo Castagnaro), un fisico (Stefano Fantoni) e un ingegnere (Sergio Benedetto): in sostanza le scienze sociali (in larga rappresentanza), le scienze biomediche e le scienze fisiche. «È evidente la sproporzione», continua Settis, che nel suo comitato era l´unico rappresentante delle discipline escluse. In una lettera alla Gelmini ha chiesto che al più presto sia posto rimedio allo squilibrio.
Identiche perplessità provengono da Enrico Decleva, storico dell´età contemporanea e presidente della Conferenza dei Rettori. «Colpisce l´assenza delle discipline umanistiche. E colpisce anche la mancanza delle università del Mezzogiorno. Ma confido nel fatto che il governo provveda ad ampliare il consiglio direttivo».
In fermento è la comunità degli studiosi che operano nelle Facoltà di Lettere e Filosofia, le più penalizzare dalla scelta del ministro. «Il rischio è che alle nostre discipline vengano trasferiti parametri di valutazione che hanno senso solo in campo scientifico», interviene Amedeo Quondam, presidente degli italianisti. In un documento firmato dalle diverse associazioni – oltre gli italianisti, gli slavisti, i latinisti, gli storici dell´arte, i filosofi, gli studiosi di estetica, gli anglisti, gli storici dell´età medievale, moderna e contemporanea, la conferenza dei presidi di Lettere e Filosofia – si chiede che nel consiglio direttivo dell´Anvur «ci sia una rappresentanza qualificata dell´area umanistica» tenendo conto del fatto «che questo ampio settore ha da tempo elaborato una condivisa cultura della valutazione, in grado di tenere conto con equilibrio di quanto lo rende omogeneo a tutti gli altri settori e di quanto invece lo distingue». Valutarlo secondo criteri sbagliati, in sostanza, porterebbe danno alla memoria e al patrimonio di un paese già in forte crisi di identità

La Repubblica 25.01.11