Latest Posts

«Quattro euro l’ora ma chi vuole lavorare deve cederne una parte», di Giuseppe Vespo

Stefania Crogi, segretaria generale Flai-Cgil, cos’è il caporalato in agricoltura? «È il mercato delle braccia, che ha sostituito il collocamento pubblico: quando un’azienda ha bisogno di raccogliere o stoccare prodotti agricoli si rivolge ai caporali. Questi selezionano le persone da portare nei campi o nelle aziende agroalimentari ».

Come avviene il reclutamento?

«Sia nel modo classico, la mattina presto nella piazza del paese, sia coi telefonini: si riuniscono le persone in un punto e le si carica sul camioncino per portarle nei campi ».

Quanto guadagna chi lavora in questo modo?

«Circa quattro euro l’ora, per otto ore al giorno e nei periodi di maggior lavoro si arriva a dodici ore al giorno. Ma chi vuole lavorare è costretto a cedere parte del salario giornaliero al caporale».

Il caporale è,come lo si immagina, il signorotto di campagna?

«Nel meridione in parte sì. Al centro- nord, invece, dove il fenomeno si è esteso, il caporalato spesso è messo in atto dalla criminalità organizzata, che così entra nelle aziende sane, o dalle agenzie che forniscono manodopera. In questo caso, si tratta di agenzie che operano formalmente nella legalità mache spesso abusano della forma societaria della cooperativa: prendono in subappalto un lavoro, per esempio la disossatura del prosciutto, e poi costringono i lavoratori in condizioni disumane, nella insicurezza e con salari da fame. Non a caso sono frequenti gli incidenti. Quando si tratta di extracomunitari, poi, tutto questo è esasperato ».

Chi sono i caporali etnici? «Sono gli stranieri che fanno arrivare i loro connazionali in Italia con la promessa di un lavoro e di un contratto. In realtà si tratta di ingaggi fasulli, contratti falsi o di pochi giorni.Ma una volta qui, l’extracomunitario è succube del suo caporale».

L’Unità 25.01.11

******

“Campi e cantieri: i numeri” Il rapporto che fotografa mali e squilibri del sistema, di Marco Ventimiglia

È un rapporto asettico, e proprio per questo ancor più drammatico. Si chiama “Campi e Cantieri I numeri”, ed è l’analisi compiuta da Flai Cgil e Fillea Cgil relativa alla situazione lavorativa in agricoltura ed edilizia. Per quanto riguarda il primo settore, attualmente risultano essere 1.037.000 i lavoratori regolarmente iscritti negli elenchi anagrafici dell’Inps, di cui quasi il10%è di provenienza extracomunitaria. Il 40% sono donne mentre 9 su 10 hanno un contratto a tempo determinato. Ma ad impressionare sono soprattutto altre due cifre: la media lavorata è di appena 120 giorni, ma oltre il 70% non raggiunge le 51 giornate lavorate, ovvero il limite necessario ai fini previdenziali. Fin qui la fotografia dell’Inps, che assume tinte ben più fosche integrandola con le stime Flai relative a caporalato e sfruttamento. Per cominciare un numero che non si può non definire agghiacciante: 400.000 lavoratori dell’agricoltura debbono obbedire ad un caporale. Per sessantamila di questi va ancor peggio poiché sono costretti a vivere «in condizioni di assoluto degrado, in alloggi di fortuna e sprovvisti dei minimi requisiti di vivibilità ed agibilità». E se il 30% di lavoro nero nei campi del Nord Italia può apparire un dato pessimo, che cosa pensare del 50% al Centro e addirittura del 90% nel Meridione?

SQUILIBRI PROFONDI Del resto, a essere completamente squilibrato, e quindi a produrre più facilmente storture di ogni genere, è l’intero assetto dell’agricoltura nostrana, con ben 2 milioni di aziende, molte delle quali formate ufficialmente da una singola persona, e solo 75 imprese che occupano più di 500 dipendenti. E non va certo meglio vedendo le cose nell’ottica della sicurezza. Nel 2009, infatti, sono stati 53mila gli infortuni sui campi con 125 morti, mentre le malattie professionali sono salite del 113% con 4.000 casi. Altro capitolo e altri dolori per l’edilizia. Qui, secondo i dati ufficiali del 2009, gli occupati risultano essere 1.900.000, dei quali 1.250.000 dipendenti e 650mila indipendenti. Di questi solo il 5,6% sono donne mentre gli immigrati risultano essere il 30%. Quest’ultimi risultano in forte crescita rispetto al 2008, con un +16,2% fra i dipendenti, +41,1% fra gli autonomi, e +56,2% degli irregolari. Anche in questo caso le stime della Fillea Cgil rendono assai più cupo l’insieme. «I lavoratori in nero e sotto ricatto sono 400mila, un fenomeno che riguarda manodopera straniera e italiana» cui generalmente viene chiesta/imposta qualcuna di queste cose: aprire partita IVA, accettare contratti part-time per mascherare invece tempi pieni con fuoribusta in nero, accettare sottoinquadramento, dichiarare meno ore lavorate sempre con fuoribusta, ricorrere ai permessi in caso di infortunio non grave. Non meno squilibrato dell’agricoltura l’assetto delle imprese, che nell’edilizia risultano essere 825mila ma con una media di appena 1,5 lavoratori in quel che Fillea definisce «un sistema frammentato e destrutturato di micro imprese ». Terribili, infine, i numeri sugli infortuni, ben 94mila nel 2009 con 218 morti.

L’Unità 25.01.11

******

«Si sfruttano le persone e si alimenta la criminalità»

Walter Schiavella, segretario generale Fillea-Cgil, si può quantificare il fenomeno del caporalato?

«In edilizia dei circa 400mila lavoratori in nero almeno 150mila sono intermediati, ovvero reclutati dai caporali.È un fenomeno in crescita negli ultimi tempi e si accompagna a quelli più tipici che si registrano nei momenti di crisi economica ».

Per esempio?

«Le false partite iva: edili costretti a figurare come liberi professionisti anche quando lavorano come dipendenti. Gli ultimi dati segnano una esplosione dei lavoratori autonomi del 41 per cento solo tra gli stranieri».

Dove è più diffuso il caporalato?

«In tutto il territorio nazionale. In particolare nelle grosse realtà urbane, come Roma o Milano, dove c’è più lavoro».

Come viene ingaggiato e quanto guadagna un intermediato?

«Il reclutamento avviene nella forma più classica, davanti ai cantieri o fuori dai depositi di materiale edile, ma anche con gli sms e sulla base di banche dati informatiche che raccolgono i contatti dei lavoratori. La paga giornaliera oscilla fra i 30 e i 50 euro e capita anche che non venga corrisposta». Cosa comporta il ricorso a questo tipo di reclutamento?

«È uno degli elementi che inquinano il mercato. Da una parte perché si sfruttano i lavoratori, dall’altra perché spesso dietro questo tipo di gestione del capitale lavoro si nasconde la criminalità organizzata ».

Che risposte avete dalle istituzioni quando sollevate questi problemi?

«In Parlamento sono bloccate da tempo due proposte di legge del Pd. Oggi però non vediamo alcuna volontà politica. In Italia, per citare il procuratore Pier Luigi Vigna, puniamo chi traffica illecitamente con gli animali da compagnia, non è pensabile che gli uomini non abbiano pari dignità degli altri esseri viventi.

L’Unità 25.01.11

"Ma noi siamo donne o bambole?", di Irene Tinagli

Molte donne in questi giorni si stanno interrogando sul loro ruolo nella società italiana, come è accaduto ogni volta che, in questi ultimi anni, qualche scandalo sessuale ha scosso il mondo della politica. Eppure la questione del ruolo femminile in Italia ha radici più profonde e diffuse di quanto emerga dalle ultime vicende di cronaca e va ben oltre i confini di Arcore o di via Olgettina. Se l’ennesimo scandalo che coinvolge il premier serve a riaprire il dibattito su un tema così importante, va bene, ma se vogliamo davvero cogliere l’occasione per una riflessione approfondita, non possiamo fermarci lì.

Forse val la pena ricordare alcuni dati resi noti pochi giorni fa dall’Istat e passati quasi sotto silenzio: in Italia una donna su due non lavora e non cerca lavoro. Donne semplicemente «inattive». Si tratta di un tasso di inattività che supera quello di tutti gli altri 26 Paesi europei (con l’esclusione di Malta, se questo può consolare). Specularmente, le donne «attive» sono il 46,3%, un dato che fa vergognare di fronte al 66,2% della Germania, al 60% della Francia, per non parlare del 71,5% dei Paesi Bassi. Perché le donne in Italia non si mettono nemmeno alla prova? Preferiscono veramente altre strade di realizzazione personale (maternità e famiglia, per esempio) o rinunciano a priori perché consapevoli di un Paese in cui i loro sforzi e i loro sacrifici non verranno riconosciuti e non incontreranno gratificazioni né nel settore pubblico né in quello privato?

L’ultimo rapporto del World Economic Forum sulla parità di genere nel mondo del lavoro e delle imprese ci pone al 74° posto, dopo Malawi, Ghana e Tanzania, per fare alcuni esempi. A far scendere il nostro Paese nella classifica è soprattutto la scarsa performance sul fronte delle opportunità di lavoro e di carriera. Una difficoltà legata, secondo i risultati dell’indagine, ad una carenza di servizi di supporto (come gli asili), ma anche alla mancanza di modelli femminili di riferimento e ad un clima generale molto maschilista. E dove potrebbero trovare questi modelli le donne italiane? Tranne alcune recenti eccezioni che iniziano a farsi strada in importanti istituzioni di rappresentanza (Marcegaglia e Camusso), il mondo politico non offre certo grandi esempi. Nonostante il governo possa contare sulla presenza di alcune donne, è indiscutibile che i ruoli chiave della politica italiana restano saldamente in mano a uomini, tanto nel centrodestra quanto nel centrosinistra. La lotta di successione in entrambe le coalizioni ha sempre visto e continua a vedere uomini come protagonisti. Nel centrodestra si sono via via fronteggiati Fini, Bossi, Tremonti, con saltuarie incursioni di Sacconi e Brunetta; al centro Casini, Rutelli raggiunti ora da Fini; identica cosa nel centrosinistra: Veltroni, D’Alema, Bersani, Franceschini, Vendola. Neppure tra i nomi dei giovani emergenti troviamo delle donne. In pole position ci sono Renzi e Zingaretti.

Dove sono le donne? Nel centrodestra sono a far quadrato attorno al premier. Nel centrosinistra hanno appena dato avvio ad una campagna di protesta dal titolo «non siamo bambole». Una polemica che, all’indomani del Lingotto 2, in cui gli invitati a parlare erano esclusivamente uomini, poteva sembrare diretta agli stessi leader del centrosinistra, ma che risulta invece diretta al premier. Ma cosa cambierà davvero per le donne italiane una volta che questo presidente del Consiglio non calcherà più, per motivi legali, politici o semplicemente biologici, la scena politica? A quali leadership innovative ed illuminate potranno guardare le donne per cercare supporto, identificazione, attenzione, rispetto e, soprattutto, opportunità di crescita per loro stesse e per il Paese? A guardare bene viene anche da chiedersi se le donne stesse siano pronte. Pronte non solo e non tanto a dichiararsi «esseri pensanti» invece di bambole, come facevano le suffragette di un secolo fa, ma pronte ad assumersi vere responsabilità di leadership. E soprattutto pronte a smarcarsi dall’ala protettrice dei loro mentori, a uscire dall’ombra, a sentirsi responsabili e artefici del loro successo e non eternamente grate a chi ha dato loro una opportunità come se non fosse meritata. Come se la gratitudine la si dimostrasse con la sottomissione e non con l’assunzione della piena responsabilità del proprio ruolo ed il semplice svolgimento del proprio lavoro. Ma qua si entra in un terreno che travalica la mera questione femminile e che chiama in causa un cambiamento culturale che non riguarda solo le donne, ma un Paese intero.

La Stampa 25.01.11

"Formazione iniziale docenti. La Corte dei Conti chiede numerose modifiche. A quando i nuovi percorsi? E le graduatorie?", a cura della Federazione Lavoratori della conoscenza

Dopo oltre tre mesi dall’annuncio del Ministro, la Corte dei Conti non ha ancora registrato il regolamento sulla formazione iniziale degli insegnanti.
Da alcune notizie di stampa abbiamo appreso di numerosi dubbi e rilievi da parte della Corte dei Conti sul regolamento per la formazione iniziale degli insegnanti annunciato dal Ministro il 10 settembre 2010. In particolare, la Corte ha chiesto di eliminare dal testo qualsiasi rimando a successivi provvedimenti da adottarsi con semplici decreti ministeriali in quanto gli stessi devono seguire lo stesso iter del regolamento.

Dovranno, quindi, essere adottati con regolamento i provvedimenti relativi a:

1. i requisiti per l’accesso alle lauree magistrali per l’insegnamento nella scuola secondaria di II grado;
2. le lauree magistrali necessarie per accedere al tirocinio per la scuola secondaria di II grado
3. i percorsi finalizzati alla formazione e all’abilitazione degli insegnanti tecnico pratici
4. le procedure e i percorsi finalizzati al conseguimento della specializzazione per le attività di sostegno didattico agli alunni con disabilità da parte degli insegnanti aventi titolo per l’inserimento nelle graduatorie di istituto.

Quello che dovrebbe uscire dalla Corte, dopo le risposte ai rilievi da parte del Ministero, sarà quindi un regolamento monco in particolare rispetto alla formazione iniziale per la scuola secondaria di II grado.

A questo punto le ipotesi di attivazione dei percorsi a partire dal 2011/12 (e del Tirocinio Formativo Attivo già da questo anno accademico) rischiano di cadere nel vuoto.

I tempi si allungano a maggior ragione se si considera che tutti i successivi regolamenti sulla scuola secondaria di II grado potranno essere adottati solo una volta approvato il regolamento sulle Classi di Concorso che come è noto è ancora in alto mare.

Confermiamo il nostro giudizio critico e preoccupato sull’impianto ed in particolare la mancanza di ogni rapporto con il reclutamento, come invece previsto dalla normativa. Mentre nulla si dice sulle migliaia di docenti inseriti nelle graduatorie ad esaurimento che da anni aspettano l’assunzione a tempo indeterminato.

L’attuale situazione delle graduatorie ad esaurimento, inoltre, impone una riflessione complessiva sul sistema, in modo che sia garantito il rapido esaurimento delle stesse, perlomeno contestualmente all’avvio di un nuovo sistema di reclutamento, anche attraverso una adeguata ripartizione delle assunzioni tra i due sistemi che garantisca il personale precario già abilitato. Va in questo senso la nostra proposta di un piano pluriennale di assunzioni a partire già dal prossimo settembre: la cosiddetta “Operazione 100.000”.

Anche in considerazione della fase transitoria prevista dal regolamento sulla formazione iniziale, che prevede percorsi abbreviati per l’abilitazione nella scuola primaria e dell’infanzia e la possibilità di acquisire l’abilitazione attraverso il solo Tirocinio Formativo Attivo per la scuola secondaria, va prevista una specifica soluzione dal punto di vista delle modalità di reclutamento per tutti i docenti coinvolti.

Inoltre per un completo assorbimento del personale precario privo di abilitazione, che in questi anni ha garantito il funzionamento delle scuole, andrebbe previsto un piano pluriennale degli accessi in modo da dare risposta a tutte le legittime aspettative delle lavoratrici e dei lavoratori precari.

E’ anche urgente che, in attesa della definizione del nuovo sistema di reclutamento, siano individuate soluzioni transitorie che garantiscano possibilità di reclutamento anche per i docenti abilitati o abilitandi che non hanno potuto includersi nelle graduatorie ad esaurimento.

A parere della FLC CGIL, attivare un nuovo sistema di formazione iniziale e di reclutamento, che sia in grado di garantire trasparenza ed equità oltre che di evitare il formarsi di nuovo precariato, implica la necessità di risolvere tutte le situazioni in essere, attraverso la previsione di procedure transitorie specifiche, a partire dall’assunzione dei docenti inseriti nelle Graduatorie ad esaurimento.

www.flcgil.it

"L'inghippo sugli stipendi dei prof solo una parte prenderà gli aumenti", di Salvo Intravaia

Ministero e parte dei sindacati avevano assicurato che gli scatti, bloccati dalla manovra, erano stati reintegrati. Ma ora, guardando le buste paga, per circa 400mila, questo avverrà con tre anni di ritardo. E parte l’allarme. Sorpresa amara in busta-paga per 300 mila docenti e 70 mila non docenti della scuola. Nel prospetto dello stipendio di gennaio, nonostante le rassicurazioni di parecchi sindacati e dello stesso governo, migliaia di insegnanti, bidelli e personale di segreteria scoprono che per ottenere il prossimo scatto di stipendio dovranno attendere otto anni, non più sei come stabilito dal contratto. Una enormità se si considera che il contratto della scuola è scaduto a fine 2009 e che nel frattempo il costo della vita crescerà almeno di 15 punti.

La notizia circola da diversi giorni in alcuni siti specializzati. Al momento, i più cauti battezzano la questione come semplice “giallo sugli scatti”. Ma basta confrontare i prospetti di dicembre e gennaio inviati dal ministero dell’Economia agli interessati per comprendere la portata del blocco degli scatti, che alcuni sindacati giurano di avere disinnescato. Per comprendere la questione occorre fare un passo indietro, ritornando al mese di giugno del 2010, quando il governo sotto i colpi della crisi economica mondiale e della speculazione internazionale vara una megamanovra finanziaria da 25 miliardi.

In un primo momento, gli stipendi degli insegnanti vengono colpiti in tre modi: congelamento del rinnovo del contratto, già scaduto il 31 dicembre del 2009; blocco per un triennio degli scatti stipendiali automatici previsti dal contratto vigente e dirottamento della quota di risparmi destinata al merito per coprire debiti del governo nei confronti delle scuole. Di fronte
ad una simile batosta, opposizioni e sindacati alzano la voce e dopo diverse manifestazioni di piazza e una complessa trattativa con il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, Cisl e Uil scuola e Snals strappano un impegno: il blocco degli scatti automatici viene scongiurato e saranno coperti con la quota di risparmi destinata al merito. Le scuole che vantano crediti nei confronti del ministero faranno come hanno fatto finora: si arrangeranno.

Ma, come sarebbe stato più logico fare, al momento di convertire in legge il decreto sulla manovra il Parlamento non cancella il famigerato comma 23 dell’articolo 9, che blocca gli scatti per il 2010, 2011 e 2012. Preferisce invece aggiungere a tre diversi articoli altri tre commi che solo letti insieme e con notevole sforzo interpretativo riconsegnano gli scatti a coloro che avrebbero dovuto percepirli nel 2010, 2011 e 2012. E, a riprova che “il pericolo è superato”, pochi giorni fa arriva il decreto di Tremonti che assegna i fondi per il 2010. Lasciando intendere che una soluzione analoga sarebbe stata adottata anche per il 2011 e per l’anno successivo.

Ma la verità sembra un’altra: coloro che hanno ricevuto lo scatto di stipendio nel 2010, nel 2009 e nel 2008 restano fregati. Roberta è una insegnante di scuola dell’infanzia che ha ricevuto l’aumento di stipendio a settembre dello scorso anno e fino alla busta-paga del mese di dicembre il suo cedolino indicava il successivo scatto, pari a 2 mila euro l’anno circa, per il 2016. Ma nel prospetto del mese di gennaio, a sorpresa, scopre di “scattare” nel 2018: due anni dopo. Dovrà in sostanza attendere ben otto anni prima di ricevere un aumento di stipendio pari a 100 euro al mese netti.

Il conteggio effettuato da Osvaldo Roman, uno che se ne intende di questioni scolastiche, spiega che tutti i docenti con nove anni di anzianità di servizio perderanno 25 mila euro fino a fine carriera. Saranno un po’ più fortunati coloro che devono rimanere in cattedra per meno tempo: da 18 mila euro a 4 mila per coloro che hanno 35 anni di servizio. Del resto, non è un segreto che con questa manovra sugli stipendi di docenti e Ata il governo intendeva racimolare un bel gruzzolo: 18 miliardi di euro con effetti fino al 2050, come si legge nella relazione tecnica allegata alla manovra.

www.repubblica.it

Emma scarica Silvio: governo fermo da 6 mesi. Fini: se ne vada

Le parole di Emma Marcegaglia piombano come un macigno a turbare i sonni già inquieti di Silvio Berlusconi.
«Da sei mesi a questa parte l’azione del governo non è sufficiente», ha detto ieri sera la presidente di Confindustria ospite di Fazio su Raitre. «Tremonti premier? Perché no», risponde, inserendo una clausola che sbarrerebbe la strada a governi tecnici con la benedizione dei poteri forti. «Un nuovo premier deve essere indicato dagli elettori». E comunque il messaggio è chiaro: gli industriali sono pronti a scaricare Silvio, e a benedire un nuovo candidato dell’asse Pdl-Lega. Marcegaglia prosegue: «Nelle prossime settimane dovremo verificare se il governo è in grado di fare le riforme, altrimenti bisogna fare altre scelte:non si può più aspettare». Altro sale sulle ferite dello scandalo Ruby: «Dai giornali italiani ed esteri esce un’immagine non positiva del nostro Paese. Ma quando sono all’estero sottolineo sempre che c’è un’altra Italia, un’Italia che va a letto presto e si sveglia presto, che lavora, che produce che fa impresa e che si impegna».

MARONI CHIEDE UNA TREGUA Sul tema dell’andare a letto a presto batte anche Roberto Maroni, in una articolo sul Corriere in cui chiede a tutti i partiti «una tregua per tornare a occuparci del Paese», difende il premier («sotto il profilo penale vicenda inconsistente», ma prende anche, e decisamente le distanze dalle notti berlusconiane: «Appartengo a un partito che vive della ruvida concretezza delle genti che vivono di lavoro duro, a letto presto e sveglia presto al mattino». Non solo.«Dopo l’abbuffata di tette e culi vogliano tornare alle cose che interessano i cittadini», incalza Maroni, e insiste: «Lo stile di vita del premier è diverso dal mio». Insomma, niente di rassicurante alla vigilia di una settimana decisiva per il governo, con il confronto col federalismo che riparte oggi con l’incontro tra Calderoli e l’Anci (si vedono anche Pd e Terzo polo per mettere a punto gli emendamenti al decreto sui Comuni) e il voto, con tutta probabilità mercoledì, sulla mozione di sfiducia a Sandro Bondi. Il Pd aspetta di capire cosa faranno Fini e Casini, che la settimana scorsa hanno posto 5 condizioni per non sfiduciare Bondi, a partire da un forte ridimensionamento dei tagli alla cultura.
Richieste assai difficili da realizzare. Sul federalismo, Calderoli annuncia grande disponibilità ad accogliere le richieste di modifica dell’Anci. Ma l’esito dell’incontro, prevista anche la presenza di Tremonti, è tutt’altro che scontato. Pd e Terzo Polo incalzano: «Se il decreto non cambia in modo consistente votiamo no».
L’appello di Maroni sembra cadere nel vuoto. Pd e Idv rispondono subito picche: «Se l’Italia oggi è bloccata e ingovernata la colpa ricade sul governo. E di questa grave situazione la Lega porta una responsabilità enorme», dice il coordinatore della segreteria Pd Maurizio Migliavacca.
Che ribadisce la richiesta di staccare la spina al Cavaliere: «È evidente l’imbarazzo
dei leghisti, ma l’unica soluzione credibile che Bossi e i suoi hanno ora davanti è ammettere il fallimento dell’esperienza berlusconiana e lasciare al proprio destino l’attuale governo». Anche Fli è molto freddina: «La tregua offerta da Maroni è apprezzabile, ma il premier la smetta di gridare al complotto», dice Adolfo Urso. Intanto Fini mette nero su bianco la sua richiesta di dimissioni al premier.
«È opportuno un passo indietro», dice in un’intervista al Corriere Adriatico. Immediata la replica del Pdl: «Dimostra di non essere affatto super partes e di conseguenza deve essere lui a dimettersi da presidente della Camera», tuona Cicchitto. «La stranezza è Fini, un presidente della Camera che è diventato il capo di una piccola fazione», rincara il ministro Frattini. Italo Bocchino respinge la richiesta ai mandanti con durezza:
«Chiedere le dimissioni politiche di Fini mentre la stampa nazionale e internazionale si occupa del bunga
bunga di Berlusconi è da incoscienti».

L’Unità 24.01.11

"La memoria è giustizia", di Ferruccio De Bortoli

Viviamo schiacciati in un disperato presente e a volte ci assale un senso di vuoto che mette in forse anche la nostra incerta identità italiana. Se è consentito per un attimo evadere dalla stretta e pruriginosa attualità, senza che questo appaia una forma di disimpegno morale, vorremmo cogliere l’occasione della prossima giornata della memoria, 27 gennaio, il ricordo dell’immane tragedia della Shoah, per parlare un po’ di noi stessi e discutere di quello che stiamo diventando: un Paese smarrito che fatica a ritrovare radici comuni e si appresta a celebrare distrattamente i 150 anni di un’Unità che molti mostrano di disprezzare. Noto una certa stanchezza, nell’approssimarsi di una ricorrenza (il 27 gennaio del ’ 45 venne liberato il campo di Auschwitz), peraltro istituita con una legge dello Stato soltanto undici anni fa. Avverto un pericoloso scivolamento nella retorica o nella ritualità dei ricordi. Anna Foa, sul Sole 24 Ore di ieri, giustamente ci metteva in guardia dall’ipertrofia della memoria, che rischia di far perdere l’indispensabile nesso fra funzione conoscitiva (sapere perché non accada più) e funzione etica (cittadini consapevoli dei valori universali e, dunque, migliori). Non mancano, e sono numerose, le eccezioni positive, soprattutto nel mondo della scuola, ma ciò non è sufficiente a dissipare la sensazione di un progressivo distacco dagli avvenimenti, la cui comprensione profonda è indispensabile alla nostra formazione culturale e civile. Avvenimenti che tendono ad allontanarsi, e non solo per effetto del tempo che passa, dal nostro orizzonte identitario, come accade per il Risorgimento o per la Resistenza, di cui la nostra Costituzione è figlia. I negazionisti o i mistificatori abbondano in Rete. Ma dobbiamo temere anche gli indifferenti, e non sono pochi, davanti ai quali le testimonianze dell’esistenza di un male assoluto scorrono come le immagini di una qualsiasi fiction: sembrano non penetrare le coscienze e non muovere alcuna forma di commozione. Svaniscono un attimo dopo essere state viste, nel trionfo di una memoria digitale tanto abbondante quanto fredda. Un bel libro di Frediano Sessi, intervistato sabato da Giovanni Tesio sulla Stampa, e di Carlo Saletti (Visitare Auschwitz, Marsilio) ci insegna a capire come l’universo concentrazionario e di morte fosse il risultato di una mente umana del tutto normale, purtroppo, e non folle o eccezionalmente malata. E che il valore della memoria si affievolisce presto nella banalità e nell’irrilevanza se non c’è insegnamento e riflessione sul presente. «Un’oretta e mezzo di genocidi, guerra, scheletri, morti ammazzati, follia omicida e se non c’è traffico alle undici saremo a Firenze» , scriveva provocatoriamente Andrea Bajani, a proposito di un certo frettoloso turismo della memoria.
Probabilmente abbiamo commesso molti errori di comunicazione, non lo escludo. Vi è forse una certa sovrabbondanza di materiali, non didatticamente ordinati (l’ipertrofia di cui parla la Foa), ma sarebbe assai grave se la società italiana perdesse progressivamente la consapevolezza della propria storia e il ricordo di tanti sacrifici, di tante ingiustizie, del disegno lucido, concepito nella patria della filosofia, del diritto moderno e della musica, di cancellazione di un intero popolo dalla terra. Questo è il senso dell’unicità della Shoah. Nell’indifferenza etica crescono i pregiudizi, nell’ignoranza si cementano gli odi e i sospetti; nella perdita dei valori della cittadinanza, scritti mirabilmente nella nostra Costituzione, fermentano i germi di nuove violenze; le comunità regrediscono a forme tribali. Segni di questa involuzione li troviamo in molti Paesi europei, anzi a dire la verità il nostro appare meno toccato da forme di estremismo quando non di razzismo. Nell’Est liberato dall’oppressione sovietica e accolto, fin troppo generosamente, dall’Unione europea, emergono fenomeni assai più preoccupanti. Ma sbaglieremmo se ci considerassimo totalmente immuni, se coltivassimo, come è scritto nella bella prefazione di Michele Sarfatti al libro di Mario Avagliano e Marco Palmieri (Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia, Einaudi) l’idea, sbagliata, che tutto sommato l’Italia, dopo le leggi razziali del 1938, abbia recitato un ruolo parziale, secondario o addirittura controvoglia, nella grande tragedia della Shoah. «La verità— si legge— è che l’Italia e gli italiani intrapresero autonomamente la persecuzione degli ebrei e la portarono avanti con sistematicità, determinazione ed efficacia. E se il tributo di vite umane tra la fine del ’ 43 e la primavera del ’ 45 fa parte della storia più generale della Shoah, la persecuzione subita dagli ebrei tra il ’ 38 e il ’ 43… resta una macchia specifica sulla coscienza e sulla storia italiana, su cui troppo spesso e troppo a lungo si è preferito soprassedere» . Ma ugualmente ancora poco conosciuto è il grande e generoso contributo di solidarietà agli ebrei che venne da tanti semplici cittadini i quali rischiarono la loro vita per dare assistenza e rifugio ai perseguitati. Uno straordinario capitolo di storia italiana. «Abbiamo sempre avuto dove dormire la notte e la fame brutta non abbiamo mai sofferta» , si legge in una lettera scritta da Cesare Zarfati poco prima di essere deportato. Migliaia di ebrei salvati, da famiglie umili, cittadini anche poveri e poco istruiti, ma consapevoli dei valori universali, che oggi stentiamo a difendere, e per nulla intimoriti da fascisti e nazisti. Quanti oggi avrebbero quel coraggio? Una resistenza civile diffusa, cui diede un contributo prezioso la Chiesa, di cui essere fieri. La memoria è giustizia ed esercizio di etica civile. Quotidiano.

Il Corriere della Sera 24.01.11

Il Paese degli Smemorati: "Abbiamo perso l'idea di quale sia il valore della scuola", di Giovanni Belfiori

Angela Nava è presidente nazionale del Coordinamento Genitori Democratici , associazione fondata nel 1976 da Marisa Musu e Gianni Rodari.
Questo anno, elezioni o non elezioni, sarà quello in cui il Paese dovrà fare i conti con i danni gravi, strutturali, che il governo di centro destra ha arrecato al sistema della pubblica istruzione. Danni che ben difficilmente saranno sanabili solo con qualche soldo in più; incrostazioni che per essere tolte avranno bisogno di soluzioni forti.
La situazione è drammatica, culturalmente drammatica, oltre che economicamente, perché in un Paese che è quello della ‘smemoratezza’, sono bastati due anni di Gelmini, preceduti da quelli morattiani, per far quasi perdere la consapevolezza di ciò che la scuola dovrebbe essere e anche di quel che la scuola era stata. Il movimento dei genitori è positivo per tutto quel che riguarda la partecipazione, ma è stato tarato tutto sulle necessità, sulle urgenze di coprire le spese quotidiane, sulle emergenze d’ogni giorno, insomma su ciò che la scuola non dava economicamente piuttosto che su ciò che la scuola avrebbe potuto dare in più.
Solo ora si sta diffondendo la coscienza di quanto il sistema scolastico sia caduto nella qualità, di come la scuola sia diventata una ‘scuola per pochi’, per quelli già dotati, per quelli che hanno una famiglia istruita, benestante alle spalle. Tutti gli altri, nella logica di questo governo, sono quelli che vivranno la scuola come un veloce passaggio che li condurrà al precariato, a lavori di serie Z, alla marginalità sociale, culturale, produttiva. La valutazione numerica o le classi sovraffollate delle scuole primarie hanno lasciato ai margini tutti quei bambini che non sono particolarmente problematici e che in una classe di 20 alunni, con le compresenze degli insegnanti, sarebbero stati serenamente recuperati e portati al livello degli altri o meglio degli altri.
Il vero danno è stato rinchiuderci un po’ tutti in un individualismo di bottega, la corsa a cercare il meglio solo per il proprio figlio, dimenticando che c’è un interesse generale che diventa il benessere di tutti i bambini. Per risalire questa china ci vorrà molto tempo, e non basterà solo una maggiore attenzione economica al mondo della scuola.

Mi pare che questo governo consideri i genitori, la loro partecipazione, quasi come un’appendice inutile e perfino d’ostacolo a un discorso efficientista e produttivo. La pensi così?
No, perché la destra ha anche coccolato i genitori, riferendosi al ventre molle, facendo leva sul loro egoismo. Si è cominciato con la politica dell’anticipo: chi è quel genitore che non dice che suo figlio è il più bello e il più bravo del pollaio e può andare sicuramente a scuola a 5 anni? E questo non ha certo indotto alla riflessione che forse la socialità, lo stare insieme per gruppi di età potrebbe essere fondamentale.
O dire ai genitori che per avere una scuola efficiente occorre rivolgersi alle scuole private, magari con una quota capitaria che vada su ‘mio’ figlio. Il genitore è stato preso in considerazione e molcito negli aspetti più bassi, che erano a scapito della qualità generale, ma davano a ognuno l’illusione –poi rivelatasi perdente- che suo figlio, e solo suo figlio, si sarebbe salvato.

Tutto questo mascherato da una filosofia liberista. Peccato che non una pericolosa centrale terzinternazionalista, ma la Fondazione Giovanni Agnelli, nel suo rapporto sulla Scuola 2010, fa un po’ i conti di quel che all’Italia costa, in termini economici, una scuola che non è motore di mobilità sociale, che ha troppi abbandoni, che è profondamente divisa fra nord e sud, che non riconosce dignità all’istruzione tecnica e professionale. Negare le opportunità a tutti significa disconoscere i talenti che possono esserci a Scampia come nel centro di Milano, nel figlio dell’operaio come nel figlio del professore. Questo non è liberalismo, è una concezione ottocentesca, vecchia, inadeguata alla globalizzazione, perdente.
Sì, ottocentesca e illusoria, perché anche il genitore che crede di salvare suo figlio, capisce che è un’illusione di breve durata, quello stesso figlio che mettiamo nella gabbia dorata, dopo qualche anno si dovrà immettere in una società dove –proprio a causa di – ci saranno sempre più tensioni, più conflitti sociali, più divisioni, e sarà sempre meno attrezzato a viverli, ad affrontarli.

www.partitodemocratico.it