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"Sul caso FIAT precari contro operai", di Bruno Ugolini

Nel grande dibattito aperto su giornali e Tv attorno al caso Fiat, c’è stato qualche precario che ha lamentato il troppo scalpore suscitato. Per denunciare la propria attesa di contratti ballerini, la mancanza di ferie, nessun diritto a stare malato ricevendo comunque un sostegno economico, nessun diritto a scioperare in caso di soprusi, nessuna possibilità di essere rappresentati da un sindacato. Noi, si aggiungeva, non possiamo nemmeno essere protagonisti di un referendum e votare per unSi o per un No. I nostri “contratti” sono indiscutibili e i nostri partner imprenditoriali sono tanti Marchionne che hanno già vinto senza troppi clamori. Un atteggiamento ben comprensibile. Qualche operaio delle Carrozzerie di Mirafiori potrebbe ribattere che nemmeno il suo futuro è assicurato e che comunque molto difficilmente i precari dei nostri giorni, presenti sì nel lavoro manifatturiero, ma soprattutto nei servizi pubblici e privati, o nel commercio e nei giornali, si adatterebbero a sostare anche dieci ore al giorno sulle future catene di montaggio di Mirafiori. Qualche intellettuale ha alimentato questa contrapposizione tra precari e operai di Mirafiori, irridendo una sinistra che non firmerebbe appelli pro-precari, ragionando sulle novità “liberatorie” della globalizzazione. Ed è vero che tale fenomeno “libera” e fa crescere forze nuove all’Est e in Asia, sia pur costrette in gabbie prive di diritti e salari adeguati. Nel nostro Occidente una parte degli imprenditori (non tutti, come testimoniano chimici e tessili) utilizzano tale presenza come esercito di riserva per ottenere un livellamento di diritti e salari nostrani. Quale è l’alternativa per la sinistra? Qualcuno sbraita nei confronti di serbi o cinesi, considerati nuovi crumiri. Altri pensano che la globalizzazione tende a rendere tutti precari, quelli di Mirafiori e i collaboratori a progetto. Prenderne atto o tentare strade diverse? Sarebbe importante, ad esempio, se scendesse in campo un sindacato multinazionale capace di coordinare le diverse realtà produttive. Ad ogni modo per i precari (diffusi ormai in tutta Europa) la sinistra farebbe bene ad uscire da una contrapposizione senza esito tra le due categorie (operai e precari), da questa guerra tra poveri. Magari indicando, anche per i precari, una via di lotta e obiettivi raggiungibili ( come aveva tentato il governo Prodi). Operazione non facile per il fatto che il sindacato arranca nel cercare di organizzare una moltitudine che in questo campo spesso opera in solitudine e che comunquepoco si fida del sindacato stesso. La Cgil della Camusso si è mossa con la campagna sui giovani “non più disposti a tutto” e con le iniziative per i ricorsi previsti dal decreto governativo del governo. Piccoli passi, ma meglio delle tante dissertazioni accademiche.

L’Unità 24.01.11

Confindustria stringe i tempi. "Nuove regole entro aprile", di Roberto Mania

Confindustria, ora, è costretta ad accelerare i tempi. Il contratto aziendale alla Fiat-Chrysler di Pomigliano e Mirafiori, non più associata a Viale dell´Astronomia, ha trasformato lo scenario e, con uno strappo senza precedenti, anche le regole del gioco. «Bisogna saper cavalcare il cambiamento», ha detto ieri la presidente degli industriali, Emma Marcegaglia. E il cammino sembra in parte già segnato: nuove regole entro aprile. Per riportare la Fiat all´interno di Confindustria, per aggiornare il sistema di contrattazione, per fissare i nuovi criteri della rappresentanza, per modernizzare la stessa struttura confederale. Un percorso che non richiede l´azione del governo mentre impone un difficile dialogo con Cgil, Cisl e Uil, divise come non mai sulle strategie e sulle proposte. Il confronto già avviato sulle politiche per la crescita, che coinvolge anche le altre organizzazioni imprenditoriali, è in stand by. Senza un chiarimento tra la Cgil e gli altri sindacati e tra la Cgil e la Confindustria rischia di finire in un binario morto a meno che non si voglia trascinare in un accordo separato tutti gli altri, dalla Confcommercio ai banchieri dell´Abi. Marcegaglia ha assicurato che non è questo il suo obiettivo. Che, anzi, rimane quello di riportare in campo la Cgil di Susanna Camusso.
La Confindustria comincerà a parlarne domani e dopodomani nelle riunioni del Direttivo e poi della Giunta. L´impianto della nuova proposta confindustriale, molto in linea con la riforma del 2009 non condivisa dalla Cgil, è già stato definito: non la fine del contratto nazionale (l´ha ripetuto anche ieri la stessa Marcegaglia) ma un suo alleggerimento a vantaggio della contrattazione decentrata, soprattutto quella aziendale. L´ipotesi della Federmeccanica di rendere alternativi il contratto nazionale e quello aziendale era già stata presentata alcuni anni fa dalla Confindustria. Ha sicuramente l´appoggio del vicepresidente Alberto Bombassei e può interessare i grandi gruppi (non a caso la Fiat di Sergio Marchionne l´ha già adottata). Per i piccoli, invece, sarà più difficile uscire dal contratto nazionale a meno che non accettino di “mettersi il sindacato in casa”.
Un contratto nazionale più leggero renderà anche più semplice l´operazione di accorpamento di alcuni contratti tra loro (come sono già disposti a fare i sindacati), ma pure di definire contratti specifici (come quello dell´auto) per determinati settori o addirittura realtà aziendali.
Orario e inquadramento resteranno i due grandi capitoli riservati in esclusiva al contratto nazionale, così il minimo di trattamento economico. Lasciando al contratto aziendale il compito principale di collegare gli aumenti retributivi ai risultati dell´impresa. Per rendere effettivo questo modello (peraltro incentivato fiscalmente dal governo) la Confindustria dovrà convincere molti imprenditori ad abbandonare la pratica dei premi tendenzialmente fissi che riduce il negoziato con i sindacati. È la stessa Confindustria, infatti, a stimare intorno a non oltre il 4-5 per cento la media dalla quota variabile della retribuzione annua di un lavoratore.
Novità anche per l´orario di lavoro. Gli industriali – e il contratto Pomigliano-Mirafiori fa da apripista – puntano a rendere più flessibile la prestazione oraria, superando di fatto l´orario settimanale e legandola il più possibile all´andamento del mercato.
Infine la rappresentanza: Confindustria è pronta al confronto con Cgil, Cisl e Uil ma chiede una proposta unitaria dai sindacati.

La Repubblica 24.01.11

" Niente funerali: B. è al party", di Tommaso Cerno e Emiliano Fittipaldi

Il 20 settembre, alle esequie del parà Alessandro Romani morto in Afghanistan, c’erano tutti tranne lui. Rimasto ad Arcore. Dove si era festeggiato con 24 ragazze fino alle 4 del mattino. E alla fine il Cav. «era distrutto». Silvio Berlusconi era atteso oggi ai funerali di Luca Sanna, 33 anni, il caporalmaggiore ucciso qualche giorno fa in Afghanistan. Non si è fatto vedere. Probabilmente ha preferito, dopo lo scandalo Ruby, evitare di presenziare a una cerimonia funebre mandando il sottosegretario Gianni Letta.

Non è la prima volta che Berlusconi salta appuntamenti istituzionali così delicati: sembra incredibile, ma lo scorso 19 settembre, mentre la salma del paracadutista della Folgore Alessandro Romani, trentaseienne originario di Roma, veniva accolta con cordoglio a Ciampino, il presidente del Consiglio era al telefono con Nicole Minetti. Di scendere a Roma per salutare la famiglia del giovane militare ucciso da un cecchino non gli è passato, probabilmente, nemmeno per la testa: la sera, ad Arcore, erano infatti attese 24 ragazze, insieme ai suoi amici Emilio Fede e Carlo Rossella.

Così l’unico intervento ufficiale del premier sulla morte di Romani resta quello del 17 settembre, il giorno dell’attentato. Poche righe da Palazzo Chigi: «Ho appreso con dolore la notizia della morte del tenente Romani… A lui va il mio più profondo ringraziamento e alla sua famiglia il mio più sentito cordoglio». Il 18 il Cavaliere sembra in forma: va fino a Taormina, a presenziare al Congresso de La Destra dell’amico Francesco Storace.

Ma il 19 settembre , una domenica, non si muove da Arcore. Tanto che alle 14,30 sono il ministro della Difesa Ignazio La Russa, il sindaco di Roma Gianni Alemanno, il governatore del Lazio Renata Polverini e i vertici militari gli unici ad accogliere il feretro di Romani. Che fa Berlusconi? Alle 16,30 Nicole Minetti parla con un’amica che diventerà testimone chiave nell’inchiesta su festini e prostituzione ad Arcore. La consigliera regionale della Lombardia insieme al Cavaliere sta organizzando una festa per la sera. «Ho sentito adesso the boss of the boss. Gli ho detto “Ahhh, allora stasera guarda che porto una mia amica”. Mi fa: “Ottimo”. Gli ho detto: “Guarda che ha la seconda laurea, ti dà del filo da torcere”. “Ottimo”. Si vede che non poteva parlare…».

È l’intercettazione , ormai famosa, in cui la consigliera regionale spiega all’amica, T.M, che cosa succede durante la cena allegra del presidente.

Il pomeriggio, mentre i familiari del parà accolgono il figlio caduto, c’è un vorticoso giro di telefonate tra le 24 invitate. Tra loro le gemelline De Vivo, Barbara Faggioli, la prostituta Maria Ester Garcia Polanco, Barbara Guerra, Iris Berardi, altre escort e show girl come Raffaella Fico. A Ciampino la cerimonia si è conclusa da un pezzo. Ad Arcore iniziano le danze. La serata è divertente, secondo le intercettazioni si conclude a notte fonda, verso le 2 e 30. Le ragazze vanno via con gioielli e buste da 2000 euro, altre prendono ancora di più. Secondo gli inquirenti qualcuna si ferma per tutta la notte: le De Vivo, Aris Espinosa, la Fico.

Il Cavaliere, probabilmente, era soddisfatto. Almeno stando ai racconti che T.M ha fatto il giorno dopo a un amico: «Io ho vissuto la serata come se fossi al “Bagaglino”… poi qualcuno ha iniziato a fare vedere il culo e da lì la serata è decollata».

Il giorno dopo, lunedì 20 settembre , nel pomeriggio alla Basilica di Santa Maria degli Angeli si officiano i funerali del tenente Romani. In chiesa ci sono tutti: il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che abbraccia i genitori, i presidenti di Senato e Camera Renato Schifani e Gianfranco Fini, i ministri La Russa, Brunetta e Meloni, Nicola Zingaretti, Pier Ferdinando Casini e i capi delle Forze Armate. Berlusconi è ancora ad Arcore: proprio come oggi ai funerali di Stato di Sanna, a rappresentare Palazzo Chigi c’è Gianni Letta.

Che cosa stava facendo il nostro premier quel pomeriggio? Il presidente del Consiglio in serata ha in programma una cena di gala nella sua villa Gernetto a Lesmo insieme agli imprenditori della moda, Santo Versace in primis. Ma è il dopocena che, forse, gli interessa di più: Roberta Bonasia, sua presunta fidanzata, non è potuta venire al festino della sera prima. Deve recuperare: così – secondo le telefonate intercettate che la ragazza fa al fratello il giorno dopo – la invita all’happening con una novantina di imprenditori. Poi verso mezzanotte il Cavaliere torna a Milano, in bella compagnia. «Siam state lì e abbiamo fatto festa con le ragazze» commenta la Bonasio «C’era anche qualcuno che c’era alla cena, un macello!». Il solito: discoteca, buste coi soldi, belle ragazze.

La serata da Silvio dura fino alle 4 del mattino. «Lui, ovviamente, distrutto». Le ultime forze per chiedere un favore a Roberta: contattare tre ragazze da portare il prossimo week-end. Questo ad Arcore. A Roma, invece, le bandiere erano a mezz’asta per lutto cittadino.

da L’Espresso 21.01.11

Al Lingotto il Pd ritrova l’unità «Così torneremo a vincere», di Maria Zegarelli

In un momento «drammatico per il Paese», dal Lingotto riparte un Pd «più unito», con proposte dei Modem che la maggioranza condivide. Con la voglia di parlare ad un vasto elettorato e diventare forza di governo. È il giorno del ritorno di Walter Veltroni, di nuovo qui al Lingotto di Torino dove tutto iniziò quel giugno del 2007, ma nulla è più come allora. Allora delineò il profilo del partito democratico e lanciò la sua candidatura alle primarie, oggi ri-
lancia il progetto del Pd da leader della minoranza interna e l’appuntamento, che rischiava di essere un punto di rottura, diventa l’occasione di una ritrovata unità del partito nell’obiettivo di mandare a casa Silvio Berlusconi. Anche a costo di nuove elezioni che nel Pd nessuno vuole davvero. Concorde l’analisi di Veltroni e del segretario Pier Luigi Bersani sul punto: l’Italia è sull’orlo del precipizio, un momento «drammatico», lo definisce il leader Pd, per i colpi di coda di un premier che vede il suo tramonto e lo combatte con tutto il suo potere mediatico, economico e politico a costo di mettere a rischio le stesse istituzioni che rappresenta. Piena la sala Gialla del Lingotto, piena quella Azzurra aperta per contenere le migliaia di persone arrivate già dalle prime ore del mattino. Applauso convinto quando Veltroni dice «basta sentirsi ex di qualcosa», chiudiamo con il Novecento, entriamo nel nuovo Millennio e accettiamo la sfida della modernità, dell’innovazione, «superiamo i conservatorismi di destra e di sinistra». Veltroni sceglie la linea del dialogo e della proposta, Bersani la coglie, alla fine della giornata i commenti sono unanimi: un passo in avanti di tutto il partito.
Ma i distinguo restano e aspettano la prova dei fatti per capire se davvero il Pd può vincere la sua sfida. Bersani nota: «Sulla proposta politica non c’è lontananza, il partito è pronto alla battaglia che il paese ci chiede». Ed eccola la battaglia: «Un nuovo governo, non un ribaltone, che comprenda tutte le forze parlamentari, con un premier che sappia garantire un clima istituzionale nuovo», ma se questa strada non fosse percorribile, dice l’ex segretario, e se la prospettiva dovesse restare «la livida prosecuzione di un governo al tempo stesso inesistente e pericoloso, con un ulteriore imbarbarimento della situazione nazionale», allora «le opposizioni, unite, dovrebbero chiedere le elezioni». «Noi siamo pronti – assicura Bersani – e in quel caso vinceremo». Già, a patto di dirci «la verità – incalza Veltroni -, oggi gli italiani non credono ancora che da noi e più in generale dal centrosinistra, possa giungere la risposta ai loro problemi». Dunque bisogna proporre «un progetto coraggioso di cambiamento e una proposta di governo autorevole» per riconquistare «menti e cuori» degli italiani per tornare ad essere «il primo partito del paese». Tre le condizioni per farcela: non opporre al populismo di destra un populismo di sinistra; affrancarsi dall’illusione della coazione “a ripetere la fatica di Sisifo di costruire schieramenti eterogenei” ed avere il coraggio dell’ innovazione. Veltroni lancia l’Agenda Italia 2020, “facciamo come la Germania” un pacchetto “di riforme chiare e precise” per far si che in un decennio si dimezzi il debito pubblico (portandolo all’80%), cresca la produttività e si consenta il risanamento finanziario, in «un contesto di maggiore giustizia sociale e di sostenibilità ambientale». Riduzione della spesa corrente, carriere e stipendi legati al risultato – anche per Marchionne -; valorizzazione del patrimonio pubblico; detassazione degli stipendi delle donne, delle partite Iva e individuazione di una no tax area per le famiglie. Rilancia un sistema forte di flexicurity, nuove relazioni sindacali e ridefinizione delle regole di rappresentanza, più contrattazione collettiva e partecipazione dei lavoratori alla vita dell’azienda. Paolo Gentiloni lo definisce il Manifesto del partito democratico, «il Lingotto, la nostra Pontida».
«Non dobbiamo essere come Ulisse, che ha nostalgia della propria terra – esorta Veltroni -, ma come Abramo, aperto alla speranza di terre nuove e cieli nuovi» e non rinunciare alla vocazione maggioritaria. «Non ho mai avuto dubbi – replica Bersani sull’esigenza di un autonomo profilo del Pd , ma dentro un meccanismo gravitazionale, un partito che ha un progetto ed è attrattivo in diverse direzioni». Ma la riscossa democratica ha bisogno di molti attori, da qui l’appello del segretario alle «élite del paese», intellettuali, economiche, imprenditoriali: «Chi sta zitto oggi non so come potrà parlare domani».

L’Unità 23.01.11

"Il vero "orrore" è isolare i magistrati", di Roberto Saviano

Ho ricevuto la laurea honoris causa in Giurisprudenza, mi è stata conferita dall´Università di Genova; è stata una giornata per me indimenticabile. Credevo fosse fondamentale impostare la lezione, che viene chiesta ad ogni laureato, partendo proprio dall´importanza che il racconto della realtà ha nell´affermazione del diritto. Soprattutto quando il racconto descrive i poteri criminali. Senza racconto non esiste diritto. Proprio per questo ho voluto dedicare la laurea honoris causa ai magistrati Boccassini, Forno e Sangermano del pool di Milano. Marina Berlusconi dichiara che le fa orrore che parlando di diritto si difenda un magistrato. Così facendo avrei rinnegato ciò per cui ho sempre proclamato di battermi. Così dice, ma forse Marina Berlusconi non conosce la storia della lotta alle mafie, perché difendere magistrati che da anni espongono loro stessi nel contrasto all´imprenditoria criminale del narcotraffico non vuol dire affatto rinnegare. Non c´è contraddizione nel dedicare una laurea in Giurisprudenza a chi attraverso il diritto cerca di trovare spiegazioni a ciò che sta accadendo nel nostro Paese. Mi avrebbe fatto piacere ascoltare nelle parole di un editore l´espressione “orrore” non verso di me, per una dedica di una laurea in Legge fatta ai magistrati. Mi avrebbe fatto piacere che la parola “orrore” fosse stata spesa per tutti quegli episodi di corruzione e di criminalità che da anni avvengono in questo paese, dalla strage di Castelvolturno sino alla conquista della ´ndrine di molti affari in Lombardia. Ma verso questi episodi è stato scelto invece il silenzio.
Orrore mi fa chi sta colpevolmente e coscientemente cercando di delegittimare e isolare coloro che in questi anni hanno contrastato più di ogni altro le mafie. Ilda Boccassini, coordinatrice della Dda di Milano, ha chiuso le inchieste più importanti di sempre sulle mafie al Nord. Pietro Forno è un pm che ha affrontato la difficile inchiesta sulla P2 ed ha permesso un salto di qualità nelle indagini sugli abusi sessuali, abusi su minori. Antonio Sangermano, il più giovane, ha un´esperienza passata da magistrato a Messina, recentemente ha coordinato un´inchiesta, una delle prime in Italia, sulle “smart drugs”, le nuove droghe. Accusarli, isolari, delegittimarli, minacciare punizioni significa inevitabilmente indebolire la forza della magistratura in Italia, vuol dire togliere terreno al diritto. Favorire le mafie. Ecco perché ho dedicato a loro la lezione di cui, qui di seguito, potete leggere un ampio stralcio.

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È difficilissimo in questa fase storica italiana parlare al grande pubblico di come la parola possa contrastare un potere fatto di grandi capitali, di eversione, di forza militare, di grandi investimenti internazionali. Ogni volta che mi trovo a parlare nelle università piuttosto che in tv, c´è sempre dell´incredulità: come è possibile che lobby così potenti possano avere paura della parola?
In realtà forse la dinamica è un po´ più complessa. Non è la parola in sé, scritta, pronunciata, dichiarata, ripresa, quella che fa paura. È la parola ascoltata, sono le persone che ascoltano e che fanno di quella parola le proprie parole. È questo che incute timore alle organizzazioni criminali. Paura che non riguarda semplicemente la repressione, loro la mettono in conto, come mettono in conto il carcere. Ma quasi mai mettono in conto l´attenzione nazionale e internazionale. Che poi significa semplicemente una cosa: significa dire che queste storie non riguardano solo gli addetti ai lavori, i politici locali, i magistrati, i cronisti, ma riguardano anche noi. Quelle storie sono le nostre storie, quel problema è il nostro problema, e va risolto perché è come risolvere la nostra stessa esistenza.
Raccontare è parte necessaria e fondamentale del diritto. Non raccontare è come mettere in discussione il diritto. Può sembrare un pensiero astratto ma quando si entra in conflitto con le organizzazioni, il loro potere, il loro modo di fare, allora si inizia a capire. E si capisce perché, non solo in Italia, c´è chi investe energie e interviene non sul racconto delle cose, ma su chi le racconta. Come se il narratore fosse responsabile dei fatti che sta narrando. Si invita per esempio a non raccontare l´emergenza rifiuti a Napoli per non delegittimare la città: quindi non sono i rifiuti che delegittimano la città ma chi li racconta. Se un problema non lo racconti, e soprattutto se non lo racconti in televisione, quel problema non esiste. È una sorta di teoria dell´immateriale, ma in realtà fa capire quanto sia fondamentale la necessità di raccontare.
Non è una particolarità italiana, dicevo. In Messico per esempio negli ultimi sei mesi sono stati ammazzati 59 giornalisti: ragazzi che avevano aperto dei blog, che avevano fondato delle radio, giornalisti delle testate più importanti. Caduti per mano del narcotraffico, che è oggi il più potente del mondo e che ha deciso di impedire la comunicazione di quello che sta succedendo in Messico con una scelta totalitaria, nell´eliminazione sistematica di chiunque tenti non solo di raccontare. Qualsiasi persona che inizi a raccontare diventa immediatamente un nemico, un pericolo perché accende la luce, anche piccola, ma che può interessare.
Ricordo una persona che ho molto stimato, e avevo conosciuto quando decise di esprimermi solidarietà nei momenti più difficili della mia vita: Christian Poveda. Aveva deciso di andare in Salvador a raccontare la Mara Salvatrucha, potentissime bande di strada che controllano lo spaccio della coca. Poveda li riprende con il loro consenso e ne fa un documentario dal titolo La vida loca, meravigliosamente tragico, forte perché anche lì c´è quel principio: queste storie diventano le storie di tutti. Ebbene Poveda con questo documentario comincia ad accendere luci ovunque, anche sui rapporti tra le Maras e la politica. Iniziano ad arrivare i giornalisti. E il 20 settembre del 2009 sparano in testa a Christian, che muore in totale silenzio, sia in Italia che in Europa, lasciando in qualche modo una sorta di ormai fisiologica accettazione: hai scritto di queste cose, o meglio hai ripreso questo cose, non puoi che essere condannato.
Spesso la morte non è neanche la cosa peggiore. Chi prende questa posizione, chi usa la parola per raccontare, per trasformare, paga un prezzo altissimo, nella delegittimazione, nell´isolamento e in quello che devono pagare i loro cari. La poetessa russa Anna Achmatova vive il periodo della rivoluzione bolscevica, il regime la considera una dissidente, una sorta di scarto della società del passato da modificare. Il suo ex marito che è un grandissimo poeta, viene fucilato, bisognava indebolirla in tutti i modi. Lei era già diventata una poetessa di fama soprattutto in Francia, quindi era difficile toccarla senza dare un´immagine repressiva della Russia sovietica. La prima cosa che fanno è cercare di spezzarle la schiena poetica: le arrestano il figlio. Lei è disposta a scambiare la vita del figlio con la sua. Non serve a molto, lui resta in carcere e lei racconta una scena bellissima: ogni mattina migliaia di donne si mettevano in fila davanti alle carceri sovietiche portando dei pacchi, spesso vuoti, soltanto per vedere l´espressione del secondino. Se il secondino accettava il pacco significava che la persona, marito, figlio, fratello, padre, era viva. Se non lo accettavano era stata fucilata. Quando lei si presenta il secondino la riconosce: «Ma lei è Anna Achmatova». Lei fa cenno di sì, e la persona che sta dietro: «Ma lei è una poetessa, quindi può raccontare tutto questo». Lì c´è una poetessa, piccola magra, devastata dai suoi drammi, che diventa all´improvviso la speranza. I versi diventano la speranza: può raccontare, può far esistere, cioè può trasformare.
Mi sono sempre chiesto come si fa a vivere così, come hanno fatto queste persone a sopportare decenni di delegittimazione, per aver scritto poesie o anche solo delle canzoni. Come è successo a Miriam Makeba, a cui il governo bianco sudafricano ha inflitto trent´anni di esilio per il disco “Pata pata”, una canzone che racconta di una ragazza che vuole solo danzare, divertirsi, che vuole essere felice. Ma questo fa paura, voler vivere meglio fa paura, Miriam Makeba fa paura. E più canta nei teatri di tutto il mondo, più l´Africa intera si riconosce in quella canzone, che non parla di indipendenza, di lotta ai bianchi, ma di voglia di vivere e felicità. Fin quando non arriva il governo Mandela che la richiama in Sudafrica. È anche questa l´incredibile potenza della parola. Per questo sono convinto che il racconto sia parte del diritto, non può esistere il diritto senza racconto. Ma oggi, e non è solo la mia opinione, in Italia chi racconta ha paura. Certo, siamo in una democrazia, non abbiamo a che fare con un regime, con le carceri. Non siamo in Cina. Ma non si può negare che chiunque oggi decida di prendere in Italia una posizione critica contro il potere, contro il governo, rischia la delegittimazione, rischia di essere travolto dalla macchina del fango. Quando accende il computer per iniziare a scrivere sa già cosa gli può succedere. La formula è scientifica e collaudata: «Se tu racconti quello che dai magistrati è considerato un mio crimine, io racconto il tuo privato. Tutti hanno scheletri nell´armadio, quindi meglio che abbassiate lo sguardo e molliate la presa».
Ma per gli intellettuali raccontare è una necessità, comunque la si pensi. E in queste ore il loro compito è quello di dire che non siamo tutti uguali, non facciamo tutti le stesse cose. Certo, tutti abbiamo debolezze e contraddizioni, ma diverso è l´errore dal crimine, diversa è la corruzione dalla debolezza. Mentre si cerca di far passare il concetto che siamo tutti “storti” per coprire le storture di qualcuno. Oggi si parla molto di gossip e il gossip è rischioso, perché lo si usa per nascondere i fatti emersi dalle inchieste e per dimostrare che «fanno tutti schifo». E il compito, ancora una volta, delle persone che ascoltano, che scrivono e che poi parlano, è quello di discernere, di capire, ovunque esse siano, con i figli a tavola, nei bar, comunque la pensino.
C´è una bellissima preghiera di Tommaso Moro: Dio aiutami ad avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, di sopportare le cose che non posso cambiare ma soprattutto dammi l´intelligenza per capire la differenza. Questo è il momento in cui in noi possiamo trovare la forza di cambiare e comprendere finalmente che non dobbiamo credere che tutto quello che accade sia inevitabile e quindi soltanto sopportare.
Infine, dedico questa laurea e questa giornata, che ovviamente non dimenticherò per tutta la vita, a tre magistrati: alla Boccassini, a Forno e a Sangermano, che stanno vivendo, credo, giornate complicate solo per aver fatto il loro mestiere di giustizia.

La Repubblica 23.01.11

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Pdl, crescono i “dissidenti” deserti i gazebo pro-Silvio

Ruby, una presenza sempre più ingombrante nel Pdl. La minorenne alla corte del premier non mette a disagio solo i cattolici del predellino, ma anche laici ed ex An. C´è chi ha il coraggio di dirlo apertamente, sono in pochi, e chi per paura lo confida solo a taccuini chiusi. Tra i casi più vistosi quello di Milano, dove i giovani del Pdl su idea della 25enne Sara Giudice hanno avviato una raccolta di firme per le dimissioni di Nicole Minetti. Loro la ex “coloradina” se la sono vista sfrecciare davanti nelle liste per la regione. Ma “l´istruttrice” delle cene di Arcore viene difesa dal cattolicissimo Roberto Formigoni: «L´iniziativa è nata al di fuori del partito».
Eppure lo stesso Formigoni è uno di quegli esponenti di spicco del Pdl che in questi giorni nel difendere Berlusconi qualche distinguo lo ha sganciato. Come quando anziché sparare contro le toghe, come vuole il verbo berlusconiano, ha invitato i cronisti ad essere pazienti: «Lasciate lavorare i giudici». E ieri a Milano gli otto gazebo pro-Silvio sono andati deserti: pochi visitatori e zero big. Di cattolico in cattolico si arriva a Maurizio Lupi e Mario Mauro. Il primo – vicepresidente della Camera in grande ascesa nell´entourage del premier – difende a spada tratta il capo. Però aggiunge: «Il mio modo di vivere il matrimonio e l´amore, i miei valori e le mie scelte sono diverse da quelle di cui sento parlare». Stesso discorso per Mario Mauro, capogruppo del Pdl all´Europarlamento che da anni per difendere il premier suda sette camicie: «I miei ideali di vita non sono quelli di Berlusconi».
Imbarazzo, ma anche difficoltà. Alla Camera nessuno osa dirlo apertamente, ma in molti lo confidano: «Ci tocca difendere Berlusconi in tv, in questo momento ce ne vuole davvero…». Il disagio cresce anche tra gli ex An. Il sindaco di Roma Gianni Alemanno per quanto si batta per il suo leader non può fare a meno di dire che serve tranquillità perché «la magistratura deve fare il suo lavoro». In sintonia con la moglie Isabella Rauti, figlia dello storico leader dell´Msi, che parla di «disagio». Meno celebre, ma illuminante, il caso di Marco Zacchera, deputato pdl proveniente da An e sindaco di Verbania. Sul suo sito si spende in favore del Cavaliere, ma definisce «deprimente» la sua condotta e i suoi compagni di serate: doveva sapere «in anticipo che ogni suo comportamento diventa fatalmente pubblico». Ci sono poi gli altoatesini della Svp. Dopo essersi astenuti sulla fiducia parlano di fatti «intollerabili». E oltre che alla Camera – dove ora si dicono pronti a votare contro la fiducia a Bondi – potrebbero essere decisivi anche alla Bicamerale sul federalismo.

La Repubblica 23.01.11

"Lo sport a scuola, questo sconosciuto", di Pasquale Coccia

L’Italia è il primo paese in Europa per abbandono dell’attività sportiva in età adolescenziale. Colpa di una politica miope che finge di investire nella sperimentazione motoria grazie a uno scambio di ruoli tra il Ministero dell’Istruzione e il Coni. Un dato di fronte al quale il sistema sportivo italiano rimane inerte, e al termine di questo primo decennio del nuovo secolo ci dice che la pratica dello sport sta rapidamente uscendo dagli orizzonti giovanili. L’anno scorso tra scuole medie e superiori ben 2.344 istituti non hanno realizzato alcun progetto sportivo, rinunciando a 13 milioni 467 mila euro stanziati dal Ministero dell’Istruzione mentre 5.226 scuole hanno speso meno delle risorse assegnate per lo sport, determinando un avanzo nelle casse del Miur pari a 9 milioni 984 mila euro.
Si aggiunge al triste primato, un dato preoccupante: nella scuola primaria italiana vi è il più alto numero di bambini obesi d’Europa, segno di alimentazione errata e di scarso movimento, al quale fa seguito il fatto che i bambini italiani sono quelli che giocano meno all’aperto, nonostante il clima mediterraneo, se confrontati con i loro coetanei europei.
A completare il quadro l’indagine effettuata nel 2010 da Eurobarometro, l’Istituto di ricerca dell’Ue, su sport e attività fisica (http://ec.europa.eu/sport/index_en.htm), dalla quale emerge che i cittadini italiani sono i più sedentari d’Europa, insieme ai bulgari e ai greci. Infatti solo il 3% pratica sport in maniera regolare, smentendo i dati diffusi dal Coni, secondo i quali sarebbero 34 milioni gli italiani dediti allo sport (1° Rapporto Sport e Società, Coni-Censis Servizi novembre 2008).
Chi sono i responsabili di questa situazione disastrosa?
L’anno scorso il ministero dell’Istruzione diretto da Mariastella Gelmini, ha stanziato 60 milioni di euro per la promozione dello sport a scuola. Le disposizioni ministeriali, impregnate di burocratismo e di ostacoli di ogni sorta, hanno fatto sì che alle scuole arrivassero informazioni poco chiare e tardive, imponendo agli organi collegiali la costituzione di un centro sportivo scolastico, ridotto a mero atto burocratico, condizione indispensabile per accedere ai fondi per lo sport. Solo gli istituti che avevano insegnanti di educazione fisica di ruolo, hanno potuto usufruire delle risorse finanziarie, mentre, per economizzare i fondi, sono state escluse tutte le scuole che avevano in organico docenti precari, le piccole scuole con meno di nove classi e le scuole di montagna. Il risultato di questa scelta miope è stato che gli studenti di quelle scuole non hanno potuto praticare sport.
L’anno scolastico in corso ha riservato una sorpresa che sa di vera e propria beffa ai danni dei bambini della scuola primaria. Il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini e il presidente del Coni Gianni Petrucci hanno annunciato l’11 novembre 2010 il rinnovo del protocollo d’intesa riguardo alla sperimentazione dell’educazione motoria nella scuola primaria (30 ore in orario di lezione nel periodo febbraio-maggio 2011 tenute da laureati in scienze motorie che affiancano le maestre nell’organizzazione delle lezioni). Iniziata a febbraio 2010, la sperimentazione dovrebbe terminare nel 2012, per dare avvio a un insegnamento stabile dell’educazione motoria nella scuola primaria a partire dal 2013. Se davvero si vuole impartire l’insegnamento dell’educazione motoria ai bambini di tutte le scuole primarie d’Italia, come avviene negli altri paesi europei, occorre un impegno economico pari a 100 milioni di euro, secondo uno studio effettuato dall’associazione di categoria dei laureati in scienze motorie Capdi. Il presidente Gianni Petrucci ha già annunciato che il Coni ha fatto abbastanza, e che toccherà agli enti locali farsi carico dell’onere finanziario. Chi provvederà ai finanziamenti se è già cominciato lo scaricabarile?
Le scuole primarie scelte a campione tra nord, centro e sud per la sperimentazione motoria, quest’anno dovrebbero aumentare di 291 unità, visto che ai 5 milioni di euro messi a disposizione dal Coni si aggiungono 2,5 milioni del Miur. Ci sarebbe da rallegrarsi, se non fosse che la circolare ministeriale emanata dal dicastero diretto dalla Gelmini, che contiene le modalità di accesso alla sperimentazione motoria per il 2011, è stata emanata il 17 dicembre 2010, e tra percorsi burocratici vari, è arrivata alle scuole in piene vacanze natalizie, quando le maestre non c’erano. Hanno trovato la circolare ministeriale al rientro dalle vacanze, ma il termine per le adesioni è scaduto il 31 dicembre 2010.
Le somme che il Coni destina alla sperimentazione motoria nella scuola primaria a partire dall’anno scorso, sono briciole rispetto ai 470 milioni che l’ente olimpico riceve ogni anno dalla finanziaria, grazie ad una legge del luglio 2002 istituita da Giulio Tremonti. L’ente guidato da Petrucci finanziando la sperimentazione motoria raggiunge due obiettivi: dimostrare a coloro che protestano per le eccessive risorse destinate al Coni che in fondo si impegna a favore dei bambini, ed entrare nella scuola primaria per arrivare nel corso degli anni, in accordo con il Miur, a gestire progressivamente un vasto bacino di circa due milioni di bambini dai 6 ai 10 anni, con lo scopo di passare dall’educazione motoria a un’impostazione più «sportiva», più agonistica e selettiva, nella speranza di allevare futuri campioncini.
Il Miur fa da prestanome, mentre il principale operatore finanziario è il Coni. Non è un caso che l’anno scorso i docenti in scienze motorie che aspiravano alle 30 ore di lezione nella scuola primaria, abbiano sottoscritto il contratto di lavoro con i presidenti provinciali del Coni e non con gli uffici scolastici provinciali del Miur, un escamotage che ha consentito di far risultare come datore di lavoro il Comitato olimpico e non il Miur. I docenti di scienze motorie, perciò, sono stati pagati 15 euro a ora, secondo quanto prevede la ex legge Pescante (esenzione tributaria e contributiva) per le società sportive, e non come insegnanti della scuola primaria.
Il protocollo d’intesa Miur-Coni ha siglato uno scambio di ruoli e di responsabilità, che consente al Ministero dell’Istruzione di livellare almeno in parte il divario con gli altri paesi europei, e al Coni, che prende in appalto l’insegnamento dell’educazione motoria di programmare in tempi lunghi «la presa della Bastiglia» della scuola primaria.
Nel protocollo firmato tra il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini e il presidente del Coni Gianni Petrucci, viene meno un compito fondamentale dello Stato: garantire a tutti gli alunni l’insegnamento dell’educazione motoria nella scuola primaria, al pari dell’insegnamento di altre educazioni, che concorrono alla formazione dei bambini.

Il Manifesto 23.01.11

"Teniamoci stretto questo tricolore", di Lorenzo Mondo

I 150 anni dall’unità d’Italia offrono l’invito a ripensare e riaggiustare anche in senso federalista, secondo le esigenze dei tempi e le accertate manchevolezze, il patto fondativo che ci ha fatti nazione. Ma devono anche liberarci dalla faziosità e dall’incultura che mettono in forse l’unità del paese e inducono al disprezzo del vessillo tricolore. Al centro del discorso, si sa, c’è il Risorgimento, la fondatezza e la dignità delle sue ragioni.

Ed è soprattutto alle estremità della penisola, tra il Nord e il Sud, che si confrontano i più esagitati contestatori del moto unitario. Con una rimozione pudibonda di elementari dati di fatto. Dalla Padania in odore di secessionismo si trascura che a impinguare i Mille di Garibaldi furono soprattutto i patrioti lombardi, seguiti da liguri e veneti. Quelli che riscoprono all’opposto la progressiva mitezza del regime borbonico dimenticano che le menti più aperte e avanzate del Meridione si pronunciarono allora per l’unità. Magari obtorto collo, avendo dovuto accettare l’opzione monarchica e il pennacchio del re piemontese.

Dovremmo assistere a un comico, antistorico, mea culpa? Soltanto la rozza semplificazione di un «Risorgimento senza eroi» potrebbe inoltre svilire gli entusiasmi e i sacrifici di chi si spese nobilmente nelle cospirazioni e nelle battaglie risorgimentali, fino a ispirare i più consapevoli martiri della Resistenza.

Le reciproche efferatezze nella guerra contro il brigantaggio, le inadempienze dello Stato unitario, i ritardi nell’estensione dei diritti civili alle masse popolari, la criminalità organizzata che si mostra irriducibile fino ai nostri giorni, non vanificano gli acquisti di una modernità che non può prescindere da uno Stato unitario. È rimasta piuttosto, in modo più acuto di quanto sia avvenuto altrove, la stentata coscienza di una solidarietà nazionale. Ma chi si trova provvisto di sufficiente senno dovrebbe essere quanto meno orgoglioso di condividere con tutti gli italiani le espressioni di un’alta civiltà, a partire da una lingua straordinaria che purtroppo sentiamo continuamente bistrattare.

Non c’è rivendicazione, ragionevole o stolida, che possa lacerare impunemente questo ammirevole tessuto culturale. Personalmente, mi sento molto legato alla mia terra piemontese, coltivo nordici sensi, ma non saprei rinunciare all’abbraccio ideale con un Verga o un Pirandello, dimenticare l’amicizia con uno Sciascia o un Bufalino. All’ombra, massì, del vivido tricolore

La Stampa 23.01.11