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"Voti alle università, lite sull’agenzia Tremonti: sono tutti di sinistra", di Lorenzo Salvia

Il decreto è stato approvato dal consiglio dei ministri appena due giorni fa. Ma potrebbero già riaprirsi i giochi per l’Anvur, l’Agenzia per la valutazione che dovrà dare i voti alle università pesando anche sulle distribuzione dei fondi pubblici. Non hanno convinto tutti i sette nomi scelti dal ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini in una rosa di quindici indicata dal comitato d’esperti guidato dell’ex direttore della Normale Salvatore Settis. Forse dubbi e critiche non hanno a che fare solo con l’università, ma la questione sta diventando un caso. Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha telefonato alla Gelmini, criticandola per aver scelto professori troppo vicini alla sinistra. Tutte e sette le persone hanno una grande esperienza nella valutazione, e quindi un curriculum adatto all’incarico. Perché una critica del genere? E, soprattutto, a chi sarebbe rivolta? L’unico nome che ha una coloratura politica è quello di Andrea Bonaccorsi, apprezzato economista dell’Università di Pisa che alla valutazione ha dedicato molta della sua ricerca. Proprio per questa preparazione ha collaborato con il Pd, partito al quale viene considerato vicino, in particolare all’area di Enrico Letta. L’altro nome sarebbe quello di Fiorella Kostoris, stimata economista della Sapienza, anche lei con una ottima esperienza nella valutazione. Viene data come probabile presidente dell’Anvur, ed è l’unica figura nota non solo tra gli addetti ai lavori. La Kostoris è l’ex moglie di Tommaso Padoa Schioppa che, scomparso da poco, era proprio sulla poltrona di Tremonti nell’ultimo governo Prodi. Ed è noto che in passato fra Tremonti e Padoa Schioppa, oltre alla stima ed alla collaborazione, ci sia stata anche qualche tensione. Possono cambiare i professori scelti solo due giorni fa? In teoria sì perché il percorso del decreto è ancora lungo, con il parere delle commissioni parlamentari, l’esame del Consiglio di Stato ed un nuovo passaggio a Palazzo Chigi. E perché questa non è l’unica perplessità sulla lista uscita dal consiglio dei ministri. Secondo Enrico Decleva — presidente della Conferenza dei rettori e Magnifico della Statale di Milano — ci sono due problemi: «Mancano rappresentanti del Sud e non sono coperte le aree umanistiche e giuridiche» . Ci sono due economisti, un ingegnere, un fisico, un medico, un veterinario ed una sociologa. Ma restano scoperte discipline importanti come il diritto, le lingue, la storia, proprio quelle dove la valutazione è meno diffusa e anche più difficile. Per questo Decleva ha chiesto al ministro di aggiungere all’Anvur altri due componenti, con una modifica da introdurre nel decreto Milleproroghe in questi giorni all’esame del Parlamento. Del resto le stesse critiche sono state avanzate anche dal Pd con Luigi Zanda, vicecapogruppo al Senato. Ma è possibile questo cambiamento? I sette nomi scelti dalla Gelmini faranno parte del comitato direttivo, che dell’Anvur è sì la testa ma anche la parte meno operativa. A valutare in concreto le università sarà il braccio dell’agenzia, e cioè i 14 gruppi di lavoro, uno per ogni area disciplinare. È forse questa la sede migliore per garantire la competenza nelle singole materie. Resta il problema del Sud, perché è vero che ci sono Torino e Padova, Genova, Pisa e anche Trieste. Ma al di sotto di Roma, l’unica con due professori, non c’è neanche un rappresentante. Qui c’è stato un imprevisto. Nella rosa iniziale di quindici candidati c’erano due professori delle università di Napoli. Ma uno di loro, Giuseppe Paolisso, ha ritirato la sua candidatura all’ultimo momento. L’altro — lo storico Andrea Graziosi — è rimasto fuori anche perché dice la legge che nel comitato ci devono essere almeno due donne. Quote rosa sì, quote Sud no: e alla fine è stato impossibile far quadrare tutti i conti.

Il Corriere della Sera 23.01.11

"Cig 2010, la stangata in busta paga:ogni lavoratore ha perso 8mila euro", di Laura Mateucci

Una perdita di 4,6 miliardi di euro in busta paga, circa 8mila euro per ogni lavoratore. Secondo le elaborazioni dell’Osservatorio cig della Cgil su dati Inps, è questo l’effetto nel 2010 dell’utilizzo della cassa integrazione che ha registrato in totale 1,2 miliardi di ore autorizzate, più di un quarto delle quali in deroga, coinvolgendo circa 580mila lavoratori. Le regioni in cui si è registrato il ricorso più alto alla cig nel corso del 2010 sono quelle del nord. Dal rapporto Cgil al primo posto (per ore di cig autorizzate), c’è la Lombardia con 314 milioni 277 mila e 391 ore da inizio anno a novembre scorso, che corrispondono a 150.516 lavoratori. Segue il Piemonte con 185 milioni e 742mila ore per 88.957 lavoratori e il Veneto con quasi 125 milioni di ore per 59.779 lavoratori. Prima nel sud, la Puglia con 71 milioni di ore che coinvolgono oltre 34mila lavoratori. Nel Lazio, sono state autorizzate 68 milioni di ore per 32.625 lavoratori.

INATTIVITA’ FORZATA Il rapporto traccia il bilancio del 2010. In termini di ricorso alla cassa integrazione l’anno fa registrare, secondo il segretario confederale Cgil Vincenzo Scudiere, «il risultato peggiore di sempre, andandooltre il punto più basso della crisi produttiva toccato nel corso del 2009, e che va letto in parallelo al tonfo degli ordinativi nell’industria registrato dall’Istat». Da gennaio dello scorso anno a dicembre, nell’arco dei 12mesi, l’aumento complessivo delle ore di cig è stato del 31,7% sul 2009 per un totale di oltre 1,2 miliardi di ore. Il numero di lavoratori in cig delinea un’ampia area di «forzata inattività produttiva» che può essere calcolata all’interno della platea dei disoccupati. Sommando quindi i cassintegrati insieme agli scoraggiati l’indice di disoccupazione complessivo oscilla tra il 10,7% e l’11,4% (alla luce dei 580mila in cig a zero ore). Per quanto riguarda la platea di scoraggiati, lo scorso anno 114.562 persone hanno rinunciato ad iscriversi alle liste di collocamento. «Il debole segnale di ripresa – dice Scudiere – sta tutto in queste cifre: senza un autorevole intervento del governo sulla politica fiscale, a vantaggio dei redditi medio bassi, e scelte politiche per la ripresa industriale, il paese non uscirà dalla attuale situazione, dove ormai sta aumentando la componente strutturale della crisi». Il rapporto Cgil denuncia «una situazione economica e sociale sempre più insostenibile per milioni di lavoratori» che ricevono coperture economiche «inconsistenti e irrisorie mentre molti continuano invece a restare senza sostegni». L’analisi calcola come, nel corso del 2010, i lavoratori parzialmente tutelati dalla cig hanno perso nel loro reddito 4 miliardi 615 milioni 489mila e 747 euro netti, mentre ogni singolo lavoratore, che è stato a zero ore in tutto questo periodo, ha avuto una perdita certa di 8.007 euro netti. Nel dettaglio la cassa integrazione ordinaria (cigo) ha segnato nel corso dello scorso anno una battuta d’arresto rispetto al 2009, totalizzando 341 milioni e 810mila ore con un calo del 40,7% sull’anno precedente. La cassa integrazione straordinaria (cigs) tra gennaio e dicembre 2010 ha registrato un consistente aumento sul 2009, +126,4%, per un volume di 488 milioni 790mila di cigs. Infine, per quanto riguarda la cig in deroga (cigd) il 2010 si contraddistingue come l’anno record con 373 milioni 37mila ore autorizzate, con un incremento del 206,5% sull’anno precedente, e il coinvolgimento di circa 180mila lavoratori. Proprio per quest’ultima si pone ora il problema del rifinanziamento.

L’Unità 23.01.11

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L’anno più nero della cassa integrazione

Per i lavoratori in cassa integrazione il 2010 è stato l’anno più nero: una perdita complessiva di 4,6 miliardi di euro in busta paga, cioè circa 8.000 euro per ognuno dei quasi 580 mila lavoratori coinvolti; e un miliardo e 200 milioni di ore autorizzate, +32% su un 2009 già di crisi estrema. Sono questi i numeri del fenomeno elaborati (su dati dell’Inps) dall’Osservatorio Cig della Cgil. Va peraltro precisato che le ore di Cig autorizzate non corrispondono mai a quelle effettivamente utilizzate, che risultano sempre meno numerose delle potenziali.

In termini di ricorso alla cassa integrazione l’anno passato fa registrare, secondo il segretario confederale della Cgil Vincenzo Scudiere, «il risultato peggiore di sempre, andando oltre il punto più basso della crisi produttiva toccato nel 2009, e che va letto in parallelo col tonfo degli ordinativi nell’industria registrato dall’Istat». Da gennaio dello scorso anno a dicembre, nell’arco quindi dei 12 mesi, l’aumento complessivo delle ore di Cig è stato del 31,7% rispetto sul 2009 per un totale di 1.203.638.249 ore di cassa autorizzate.

La Cgil tiene a sottolineare che il numero di lavoratori in cassa integrazione contribuisce a delineare una zona di «forzata inattività produttiva» molto più ampia di quella dei disoccupati in senso stretto. Sommando alla platea dei disoccupati quella dei cassintegrati e degli scoraggiati, che non provano nemmeno a cercare lavoro iscrivendosi alle liste di collocamento, l’indice di disoccupazione complessivo sarebbe del 10,7%, cioè la stessa quota che era stata valutata qualche giorno fa dall’ufficio studi della Banca d’Italia.

Per quanto riguarda gli scoraggiati il rapporto ricorda che lo scorso anno 114.562 persone hanno rinunciato a iscriversi alle liste di collocamento. «Il debole segnale di ripresa – dice Scudiere – sta tutto in queste cifre: senza un autorevole intervento del governo sulla politica fiscale, a vantaggio dei redditi medio bassi, e scelte politiche per la ripresa industriale, il Paese non uscirà dalla attuale situazione, dove ormai sta, prepotentemente, aumentando la componente strutturale della crisi». Il rapporto della Cgil denuncia «una situazione economica e sociale sempre più insostenibile per milioni di lavoratori», che ricevono coperture economiche «inconsistenti e irrisorie mentre molti continuano invece a restare senza sostegni».

L’analisi calcola come, nel corso del 2010, i lavoratori parzialmente tutelati dalla Cig abbiano perso nel loro reddito 4.615.489.747 euro netti, mentre ogni singolo lavoratore che è stato a zero ore in tutto questo periodo, ha avuto una perdita economica certa di 8.007 euro netti, anche al netto del consumo effettivo delle ore di Cig autorizzate.

Nel dettaglio la cassa integrazione ordinaria (Cigo) ha segnato lo scorso anno una battuta d’arresto rispetto al 2009, totalizzando 341.810.245 ore con un calo del -40,7% sull’anno precedente. La cassa integrazione straordinaria (Cigs) nell’intero periodo tra gennaio e dicembre 2010 ha registrato un raddoppio e oltre rispetto al 2009, pari a un +126,4% per un volume di 488.790.424 ore.

Infine, per quanto riguarda la cassa integrazione in deroga (Cigd) il 2010 si contraddistingue come l’anno record con 373.037.580 ore autorizzate, con un incremento del 206,5% sull’anno precedente e il coinvolgimento di circa 180 mila lavoratori. Proprio per quest’ultima voce si pone ora il problema del rifinanziamento. Comunque urge una ripresa economica vera.

La Stampa 23.01.11

"Ritorna in scena il partito democratico", di Eugenio Scalfari

È molto difficile in queste settimane di tensione politica, giudiziaria, mediatica, che ci sia in Italia un evento tale da esimerci dallo scandalo Berlusconi. Se ne è dovuto occupare, nel linguaggio appropriato che è quello della più alta istituzione dello Stato, il nostro Presidente della Repubblica e se ne è dovuto occupare addirittura il Papa. E ovviamente se ne occupano i giornali per soddisfare il legittimo diritto dei loro lettori ad essere informati.
Ieri Ezio Mauro ha indicato ancora una volta la linea del nostro giornale: a noi non interessano i comportamenti privati delle persone che rientrano nell´ambito della loro libera scelta; a noi interessano i comportamenti non saltuari ma ripetuti fino a esser diventati uno stile di vita d´un uomo pubblico, anzi del più importante degli uomini pubblici, che sono inevitabilmente di (cattivo) esempio all´insieme dei cittadini e che contrastano con l´articolo 54 della Costituzione secondo il quale il rappresentante di un´istituzione deve tenere alto il decoro dell´ente che rappresenta.
Voglio qui citare le parole con le quali Walter Veltroni ha aperto ieri il suo discorso al Lingotto di Torino, dedicate proprio a questo tema, perché in quelle parole ci riconosciamo interamente: «Un uomo di governo che minaccia i giudici che lo indagano: sono le agghiaccianti parole pronunciate da Berlusconi nell´ultimo suo messaggio televisivo».
«Ciò che dava più dolore – ha aggiunto Veltroni – è che quella espressione minacciosa sulla “punizione” dei magistrati veniva pronunciata davanti alla bandiera tricolore. Nessuno può dimenticare che per difendere l´onore di quella bandiera e di questa nazione molti magistrati hanno dato la vita. La situazione in cui l´Italia si trova è davvero grave e pericolosa. Il presidente del Consiglio è accusato non di comportamenti ma di gravi reati. Egli sostiene per l´ennesima volta che solo di fandonie e di complotti si tratta. Ma non lo deve dire in Tv facendosi scudo del suo ruolo e utilizzando il suo impero mediatico. Deve dirlo ai magistrati, come ogni cittadino».
Ho citato Veltroni perché l´evento sul quale mi sembra doveroso oggi riflettere e commentare è il suo discorso, la risposta di Bersani, l´ingresso – finalmente – del Partito democratico in un´arena politica dove finora era mancata la presenza della maggiore forza d´opposizione. Quest´assenza suscitava sconcerto e turbamento, molti davano per liquidato il riformismo democratico italiano e il vuoto che a causa di quell´assenza si stava creando rendeva ancor più difficile lo sblocco d´una situazione sempre più insostenibile.
Ieri questo vuoto è stato colmato o almeno sono state poste le premesse perché lo sia. Con lucidità di pensiero e con fermezza d´intenti. La maggior forza d´opposizione è finalmente entrata in campo con un obiettivo e un programma. Ora il quadro è finalmente completo ed è questo che dobbiamo esaminare: la sua efficacia, la sua capacità di modificare gli equilibri e di sanare gli squilibri, l´accoglienza che potrà ricevere da un Paese turbato, insicuro, arrabbiato.

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Una prima osservazione riguarda la riapparizione di Veltroni sulla scena politica dopo due anni dal Congresso del 2008 e un anno dalle dimissioni da segretario del partito.
Ha parlato da leader, con la passione e l´eloquenza d´un leader ed anche con il senso di unità e di generosità che un leader deve avere, il desiderio di fare squadra, di rilanciare una scommessa all´insegna del cambiamento. «Dobbiamo uscire dal Novecento», ha detto e ripetuto più volte e più volte ha cercato di scrollare di dosso il fin qui diffuso rimprovero che veniva mosso al Pd e a tutta la sinistra, d´essere paradossalmente diventato una forza conservatrice anziché innovativa.
«Non ci potrà mai essere una forza più radicale della nostra» ha detto «perché più radicale del nostro riformismo non ci sarà nulla e nessuno». E citando Mark Twain: «Tra vent´anni sarete più delusi per le cose che non avrete fatto che per quelle che avrete fatto. Quindi mollate le cime. Allontanatevi dal porto sicuro. Prendete i venti con le vostre vele. Esplorate. Scoprite. Sognate».
La platea del Lingotto e probabilmente i democratici militanti e i tanti diventati indifferenti o addirittura ostili per delusione subita, è questo che aspettavano: non di perenne attracco ai porti dove impera il politichese, la conservazione dell´esistente, le rivalità tra capi e capetti, tra galli e galletti, ma il coraggio di fronte alle novità e la capacità di affrontare il mare aperto.
Bersani è un uomo concreto. D´Alema un politico fine. Franceschini un combattente esperto. Enrico Letta un abile diplomatico. All´interno di un recinto. Veltroni ha anche lui queste qualità insieme ai difetti che in tutti rappresentano l´altra faccia dei punti di forza; ma possiede un “in più” che nessuno degli altri ha: è capace di evocare un sogno. Non il sogno dell´utopia, ma quello che emerge dalla realtà.
Si discute spesso del carisma e della sua definizione. Spesso il carisma sconfina nel populismo ed è quello di Berlusconi. Ma ci fu il carisma di De Gasperi, che certo non era un populista, e quello di Berlinguer, quello di Ugo La Malfa, quello di Craxi, quello di Pertini. C´è stato uno specialissimo carisma di Ciampi e quello di Romano Prodi e quello, impalpabile perché volutamente privo d´ogni retorica, di Giorgio Napolitano.
Ebbene, c´è anche un carisma di Veltroni: il realismo che evoca il sogno di un´Italia nuova e di una nuova frontiera. Veltroni ha ricordato nel suo discorso Roosevelt e Luther King e la nuova frontiera kennedyana. Potrà funzionare oppure no il suo carisma, ma nel Pd oggi è il solo che possieda quel requisito e se non lo saprà usare la responsabilità sarà soltanto sua.

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Le sue proposte politiche, economiche, sociali, sono state “offerte” come suggerimenti al gruppo dirigente e agli organi del partito, dei quali si è ben guardato dal mettere in discussione il ruolo. Ma erano suggerimenti così precisi e circostanziati, così “oltre” il politichese corrente da costituire un programma e una strategia.
A partire dall´Europa, che non deve e non può diventare uno Stato, ma deve però esprimere un governo che guidi l´economia del continente e un Parlamento che sia eletto direttamente da tutti i cittadini dell´Unione.
E poi: una politica economica che abbia come obiettivo la crescita, la cultura, la ricerca; una politica finanziaria volta alla riduzione del debito pubblico; un patto con i ceti abbienti per farli contribuire al finanziamento necessario a ridurre il debito con un prelievo patrimoniale diluito in tre anni così come fu fatto nel 1998 con la tassa per l´ingresso nell´euro; una politica dei redditi in favore delle donne, delle famiglie, dei giovani, dei lavoratori, delle partite Iva, delle imprese, ottenuta con sgravi concretamente indicati; il federalismo visto come autonomia delle comunità. «L´Italia – ha detto con molta efficacia – è la comunità delle comunità, un Paese molteplice, la cui molteplicità può essere una grande ricchezza o una grande sventura ma che comunque non potrà mai esser cancellata perché è iscritta da secoli nella nostra storia».
Ha detto anche parole molto chiare sul caso Marchionne, l´altro evento che ha fatto irruzione nella nostra immobile economia. Un´irruzione positiva secondo Veltroni, che ora però dovrà dimostrare la sua capacità di vincere la sfida del mercato con nuovi modelli di auto, nuovi investimenti, un piano industriale adeguato associando però i lavoratori al controllo e alla partecipazione nell´azienda agli utili ed anche al capitale e assicurando la rappresentanza di tutti i lavoratori senza discriminazioni.
Infine la lotta alla mafia e alla corruzione, indicando anche qui gli strumenti concreti per renderla efficace.

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C´è stata, nel discorso di Veltroni, anche un´apertura a Vendola, un invito a collaborare e a non chiudersi nei veti, nel massimalismo e nell´utopia. In realtà quell´apertura è stata possibile perché Veltroni – così penso io – è il solo nel Pd che possa ridimensionare Vendola. Anche il governatore con l´orecchino è portatore d´un sogno. Se si confronta soltanto col politichese, il sogno di Vendola vince anche se isolerebbe la sinistra in una presenza puramente testimoniale. Ma se il sogno vendoliano e la sua “narrazione poetica” si confronta con un sogno che emerge dalla realtà, allora l´orecchino non basta a fare la differenza anche se può dare un contributo ad un riformismo “ben temperato”.

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La risposta di Bersani è stata una presa d´atto all´interno della cornice indicata da Veltroni. Una presa d´atto coraggiosa e costruttiva, l´invito a fare squadra e a vitalizzare le strutture del partito, rinnovandole se necessario, spronando i democratici alla battaglia.
Bersani ha un suo modo di parlare paesano e colloquiale. Dopo il discorso di Veltroni così teso e intenso, faceva uno strano effetto, di quelli che spesso Crozza provoca quando lo imita a “Ballarò”. Uno strano effetto ma molto positivo, di chi ricorda che un partito è comunque lo strumento di filtraggio sia della realtà sociale sia del sogno d´una nuova frontiera. Ma su questo non c´era contrasto con Veltroni, che aveva concluso il suo discorso con l´elogio della politica, quella praticata con la maiuscola, come il solo strumento che consenta la realizzazione del bene comune.
Oppure del male comune, come quello in cui il Paese è sprofondato e dal quale deve riemergere se vuole ancora avere un futuro.

La Repubblica 23.01.11

"In Italia 800 mila schiavi", di Federico Formica

Salman si sveglia prima dell’alba. Poi va a cercare di far la giornata, a offrirsi a decine di caporali. Se va bene, lo prendono in un cantiere (40 euro al giorno) o in una serra (30 euro). Nove ore di lavoro filate, ovviamente senza alcun contratto. Se va male, resta a casa. Tutte le mattine, ogni giorno è così.

Nel 2002 Salman non era venuto dalla Tunisia per ingrossare le fila di un esercito di sfruttati. Ma ci è finito dentro comunque. E adesso lavora nella zona più oscura del lavoro nero, quella dei due settori più devastati dal fenomeno del caporalato: edilizia e agricoltura. Dove ci si scambia manodopera a bassissimo costo, a seconda delle giornate.

Salman non sarà a Roma il 24 gennaio. Troppo costoso il viaggio dalla provincia di Ragusa dove vive e lavora. Ma per lui e per tutti quelli come lui, lunedì prossimo potrebbe essere un giorno importante. Le organizzazioni Fillea e Flai, i due comparti di Cgil che si occupano rispettivamente degli edili e dei braccianti, hanno indetto un’assemblea nazionale congiunta. Durante i lavori verrà presentata una proposta alla politica: l’introduzione del reato di caporalato con pena da 3 a 6 anni. Ancora oggi, infatti, per i mercanti di braccia è prevista solo una sanzione amministrativa di 50 euro per ogni lavoratore occupato. Lo stabilì il decreto legislativo 251 del 2004. Deterrente zero, controlli zero.

Ecco cosa preme di più alle migliaia di schiavi invisibili del nostro paese: una maggiore presenza di forze dell’ordine e ispettorato del lavoro. «Servono più controlli, molti più controlli», non si stanca di dire Rafik, tunisino di 32 anni, anche lui diviso tra cantieri e serre nel Ragusano. «Quei pochi che si fanno sono inutili. Perché datori di lavoro e caporali se le inventano tutte. In un cantiere dove lavoravo eravamo una decina, ma solo quattro in regola. Bene, quei quattro venivano messi in bella vista sui ponteggi. Noi invisibili, tutti all’interno dell’edificio. Così, se arrivava un ispettore, era facile nasconderci e il nostro capo salvava le apparenze». Valentin, romeno, lavora a Roma da sei anni. Non viene pagato da tre mesi nonostante abbia sempre lavorato. Ne ha viste di tutti i colori. Per lui, l’introduzione del reato di caporalato sarebbe un bel segnale, ma nulla di più. E ci spiega come funziona sotto il cupolone: «Ogni costruttore controlla una zona. Ha contatti ovunque e quando che c’è un’ispezione in vista viene avvertito con un giorno di anticipo. Quando succede, ci raduna e ci intima di restare a casa il giorno successivo».

Due numeri descrivono le proporzioni del fenomeno: le stime elaborate a luglio 2010 dicono che il settore edile italiano si regge sulle spalle di 400 mila lavoratori-fantasma. Più altri 400 mila disseminati per i campi e le serre del nostro paese. Totale: 800 mila schiavi alla mercé di imprenditori e cacicchi di zona senza scrupoli. Ed è una delle cifre più prudenti.

Alcuni lavoratori hanno deciso di partecipare all’assemblea nazionale del 24, racconteranno la loro storia anche alla leader della Cgil Susanna Camusso. Perché ognuno di questi invisibili porta con sé una tessera di un mosaico gigantesco. E ognuno ha una proposta: «Bisogna instaurare un rapporto diretto tra manodopera e datore di lavoro con precisi regolamenti», soistiene Rafik. «Bisogna escludere gli intermediari, tagliarli fuori, altrimenti il circolo vizioso non si spezzerà».

Proprio per togliere di mezzo la figura del caporale, la Cgil ha già proposto al governo una riforma del mercato del lavoro che si basa sulle agenzie tripartite. «I tre soggetti sono datori di lavoro, agenzie di collocamento e sindacati, che svolgono un ruolo di monitoraggio», spiega Stefania Crogi, segretario nazionale Flai. «Questo meccanismo permetterebbe di riprendere il controllo su un mercato che oggi è in mano all’illegalità. Ma il ministro Maurizio Sacconi fino ad ora non ci ha voluto nemmeno ascoltare».

Quella della lotta al lavoro nero è anche una storia di occasioni sfumate. Una delle più importanti fu il ddl 1201, proposto dal governo Prodi. Prevedeva pene da tre a otto anni per i reclutatori illegali di manodopera, più 9000 euro di multa per ogni persona occupata. «Il disegno di legge avrebbe avuto il merito di elevare le sanzioni e di introdurre sanzioni amministrative anche per il datore di lavoro», sostengono gli esperti di Movimento per la giustizia Robin Hood e Avvocati senza Frontiere. «Forse sarebbe stato un deterrente più efficace rispetto alle attuali 50 euro». Poche settimane dopo la presentazione del disegno di legge, l’Unione di Prodi implose. Il resto è storia nota.

L’Espresso 21.01.11

Donne PD: si è svolta a Parma la prima Conferenza regionale

Sul palco, Errani, Serracchiani, Bonaccini, Mirti, Bernazzoli, Puglisi, Bastico e tante donne espressione della società emiliano-romagonla. Raccolte le firme per le dimissioni di Berlusconi, in Regione sono oltre 20mila. Dalla prossima settimana si potrà aderire anche on-line
Più di trecento donne hanno presenziato oggi, a Parma, alla prima Conferenza delle Donne del Partito Democratico dell’Emilia-Romagna. Un grande successo anche per la raccolta firme della campagna “Berlusconi dimettiti” che ha visto una straordinaria affluenza di persone al banchetto organizzato all’ingresso della Conferenza, ospitata presso la Camera di Commercio di via Verdi, in pieno centro. Parte delle firme sono state consegnate simbolicamente ai due assessori alle Pari Opportunità in Provincia e in Comune: Marcella Saccani e Lorenzo Lasagna. Sono oltre 20mila le firme in calce all’appello “Berlusconi dimettiti” raccolte, questa mattina, nei cinquanta banchetti organizzati in Regione. Da lunedì sarà possibile sottoscrivere l’appello anche dalle pagine del portale regionale del PD, all’indirizzo www.pder.it.

Amministratrici, iscritte, parlamentari, dirigenti locali del PD ma anche molte donne della società sono intervenute alla Conferenza di Parma. Insieme a loro Vasco Errani, presidente della Regione Emilia-Romagna; Debora Serracchiani, parlamentare europea; Stefano Bonaccini, segretario regionale del PD; Lucia Mirti, presidente dell’Assemblea Regionale del PD; Vincenzo Bernazzoli, presidente della Provincia di Parma; Francesca Puglisi, membro della segreteria nazionale del PD e Mariangela Bastico, senatrice del PD.

"Vergognatevi, così nasce l´etica quelle riflessioni da Leopardi a Marx", di Nadia Urbinati

L´indignazione è un moto dell´animo nutrito dal senso di vergogna, un´emozione fondamentale nella fenomenologia dell´etica sociale. Come altre emozioni, la vergogna è “generativa di comportamento” in quanto mette in moto sentimenti, come l´indignazione e la colpa, che agiscono direttamente sulla volontà: per alleviarli si è portati a giustificare la proprie azioni e infine a reagire. Se l´emozione della vergogna è in se stessa non razionale, la serie di sentimenti e azioni che alimenta sono dunque di tipo strategico: le forme con le quali l´individuo che si vergogna agisce sono propositi razionali volti a rimediare il misfatto che ha generato vergogna. Per esempio Papa Benedetto XVI ha commentato i numerosi casi di pedofilia nel clero cattolico con queste parole: “Proviamo profonda vergogna e faremo tutto il possibile perché ciò non accada più in futuro”.
Per questa sua capacità generativa di comportamento, l´emozione della vergogna è stata messa da Giambattista Vico alle origini della società: se “la natura di tutte le cose sta nel loro cominciamento”, allora la natura della storia umana sta nella vergogna primaria, quella di Adamo ed Eva di fronte alla nudità che scoprirono di avere non appena violarono il patto di obbedienza con il loro creatore. Nella Genesi come nel Pentateuco, la vergogna e la colpa figurano alle origini della responsabilità morale. Il rossore che sale sulle guance di chi prova vergogna è il segno della socialità di questa emozione, del bisogno di riconoscimento da parte degli altri e nello stesso tempo del controllo che quel riconoscimento opera sulle nostre azioni: chi prova vergogna non riesce a sostenere lo sguardo altrui e abbassa gli occhi a terra. Questa dimostrazione di vergogna è correlata e complementare alla reazione di indignazione che la conoscenza di un comportamento vergognoso induce. Pertanto, la vergogna ha una fenomenologia doppia: la persona colpevole può provare il desiderio di nascondersi (così nasce il senso di umiliazione); chi assiste può reagire con sdegno. È per questa doppia valenza che poeti e filosofi hanno attribuito alla vergogna un ruolo liberatorio, non solo per l´individuo ma anche per la collettività.
Non provare vergogna, e per converso non provare indignazione, sono da questo punto di vista il segno di una realtà impermeabile all´ethos perché indifferente, e di un atteggiamento di apatico realismo. Una persona che non si vergogna non sente di dover reagire o cambiare comportamento. Per questo scrittori e filosofi si sono spesi per svegliare le coscienze dormienti, educare il senso di indignazione, smuovere l´emozione della vergogna. E quest´opera della cultura dimostra come la vergogna sia segno della civiltà. La forza di questa emozione è naturale ma la forma che prende dipende dall´ethos di una società. Per esempio, ciò che il comportamento sessuale prescrive o censura non è identico in tutte le società, gli “oggetti” della vergogna e quindi dell´indignazione sono contestuali e socialmente situati; ma il meccanismo che li governa è universale nella sua fenomenologia. Universale nel senso che, per riprendere la Bibbia e Vico, le radici della responsabilità morale (e quindi della punibilità) stanno nella capacità che gli individui hanno di sentire la vergogna e la colpa. Su questa base si sviluppa l´azione educativa e culturale.
Nel 1823, Giacomo Leopardi annotava nello Zibaldone: “Niuna cosa nella società è giudicata, né infatti riesce più vergognosa, del vergognarsi”. Convinto della funzione attiva ovvero pratica del “vergognarsi”, Leopardi aveva immortalato la deprimente condizione dell´Italia nel Canto Sopra il monumento di Dante, come a voler muovere i lettori: “Volgiti indietro, e guarda, o patria mia/quella schiera infinita d´immortali/E piangi e di te stessa ti disdegna/Che senza sdegno omai la doglia è stolta/Volgiti e ti vergogna e ti riscuoti/E ti punga una volta/Pensier degli avi nostri e de´ nepoti (…)”.
Provare vergogna sembra quindi essere di sprone, sembra indurre a reagire, come ha scritto Silvana Patriarca. Quante volte si sente ripetere (e si dice) “mi vergogno di essere italiano/a”? Innumerevoli volte, soprattutto negli ultimi anni. Dirlo, ripeterlo instancabilmente segnala la speranza che dalla capacità di sentire vergogna nasca l´indignazione, e di qui la decisione di reagire, di cambiare. Su questa catena di fenomeni lo stesso Marx – notoriamente contrario all´uso di emozioni e sentimenti nella spiegazione dei fenomeni sociali – vergò parole straordinarie a proposito delle politiche illiberali del governo prussiano, commentando che, senza cadere in un vuoto patriottismo, sarebbe stato auspicabile che i tedeschi avessero provato vergogna, e aggiungeva: “Non è la vergogna che fa le rivoluzioni”, tuttavia “la vergogna è già una rivoluzione in qualche modo… se un´intera nazione esperimenta davvero il senso di vergogna è come un leone accovacciato pronto a balzare”.

La Repubblica 22.01.11

Rai, l´ira di Garimberti: "Tg1 fazioso", di Goffredo De Marchis

Una lettera ufficiale al direttore generale Mauro Masi. Per manifestare la sua indignazione nei confronti di Augusto Minzolini per come sta seguendo l´inchiesta di Milano sui festini di Arcore. «Nella scaletta, nei contenuti e persino nei riferimento storici» la principale testata della Rai viene costretta a seguire la «faziosità» del suo direttore, denuncia Paolo Garimberti. Il potere del presidente della Rai si limita, per legge, all´esercizio di una moral suasion. Non è nelle sue prerogative prendere provvedimenti, una delle competenze di Masi. Ma quella di Garimberti appare a tutti gli effetti una dichiarazione di guerra contro Minzolini.
«Peggio di Libero», aveva detto il presidente durante il cda giovedì. Al Quirinale per la giornata dell´informazione, Garimberti ha spiegato che «la libertà editoriale non giustifica l´essere faziosi». Queste parole sono bastate a scatenare la reazione del Pdl: «Dietro Garimberti c´è un mandante politico», ha tuonato il vicepresidente della Vigilanza Giorgio Lainati. Ma se Cicchitto e compagni avessero ascoltato le confidenze del numero uno di Viale Mazzini ai suoi collaboratori la loro rabbia avrebbe raggiunto la soglia di guardia. «Il Tg2 e i giornali radio hanno fatto un´informazione completa ed equilibrata sul caso Ruby-Berlusconi. Ho notato invece qualche eccesso nelle cronache del Tg3. Ma niente in confronto a quello che si vede al Tg1», dice il presidente. «Persino il Tg5 è stato di gran lunga più corretto del notiziario di Minzolini», è la sua sentenza.
Il Tg1 «non lascia capire niente allo spettatore», dice Garimberti. E lo fa «in maniera consapevole, strumentale, direi sfacciata». A cominciare dalla scaletta. «Un giorno ha “aperto” con la Tunisia. Giovedì sera il primo titolo era dedicato alla visita del generale Petraues ai nostri militari in Afghanistan. Proprio quando la Santa sede interviene sui comportamenti di Berlusconi». I contenuti. «Attendo il servizio su Bertone e faccio un salto sulla sedia – racconta il presidente ai collaboratori – . Si parte dalla risposta di Bossi poi arriva la dichiarazione del segretario di Stato». Cioè, prima la reazione poi il fatto che l´ha scatenata. Il servizio è costruito ad arte per alzare una cortina fumogena. «Il Tg1 lo vedono 6 milioni e mezzo di persone. Molti di loro tornano a casa a quell´ora. Hanno lavorato tutto il giorno e non sono informati sull´evoluzione della giornata. Se il Tg1 confeziona i servizi in quel modo non gli fa capire un accidente di quello che è successo». Infine, lo ha indignato il paragone storico tra il caso di Giovanni Leone e l´inchiesta attuale su Berlusconi. «Due fatti che non stanno insieme, una forzatura che ha dell´incredibile». Altro esempio di informazione sbilanciata a favore del premier: la Vita in diretta di giovedì pomeriggio, dov´erano ospiti tra gli altri Franco Bechis, vicedirettore di Libero, e Vittorio Sgarbi. Garimberti ha telefonato a Masi per segnalargli la parzialità del programma pomeridiano. «Perché – ha spiegato in una nota ufficiale – le strumentalizzazioni mediatiche esasperano la contrapposizione in atto nel Paese». Un giudizio severo che va esteso, fa sapere il presidente, anche all´ultima puntata di Annozero.
Minzolini risponde a Garimberti: «Ho dato informazioni corrette. Il presidente è disattento». Masi però non è preoccupato per il Tg1. Ieri ha inviato una lettera ai direttori di rete. «Ci vuole più rispetto per i temi religiosi», scrive il direttore generale. Due i bersagli: la Littizzetto per gli interventi da Fazio e la vignetta di Vauro sul Papa mostrata giovedì sera.

La Repubblica 22.01.11