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"La forza delle primarie è il futuro del centrosinistra", di Pietro Spataro

Nessuno ci avrebbe scommesso un euro. Ma anche questa volta, a sorpresa, il popolo del centrosinistra si dimostra più maturo di quello che a volte pensano i suoi leader. Nonostante tutto. Nonostante le polemiche e le divisioni che serpeggiano nel Pd. Nonostante che il clima che si respira a Bologna come a Napoli non sia dei più sereni. E nonostante, soprattutto, il vento di sfiducia e di rassegnazione che le vicende del “premier-bunga bunga” con la sua corte di escort minorenni stanno facendo soffiare sul Paese.

Il primo fermo immagine di questa fredda domenica di gennaio è questo: quasi settantamila persone si mettono in fila per scegliere il loro candidato sindaco, accettano la sfida di non delegare a nessuno un loro diritto. E’ una bella immagine pulita. Quella che è sfilata ieri, sotto le Due Torri o in Piazza Plebiscito, è davvero un’altra Italia rispetto a quella che viene rappresentata nelle cene hard di Arcore o viene raccontata nei tg del padrone. E’ un’Italia diversa, che esercita liberamente un “potere democratico”.

Per Bologna il voto ha un di più che sta nel risultato finale. Il Pd riesce a evitare, grazie a un gruppo dirigente giovane e determinato, di fare il bis di Milano e di consegnare la vittoria al candidato vendoliano. Virginio Merola, scelto dal Pd, assessore con Cofferati e uomo dal solido curriculum di amministratore, riesce a farcela, secondo gli exit poll, con un vantaggio di quasi nove punti su Amelia Frascaroli. Ora dovrà avere il coraggio, come ha promesso di fare, di andare alle elezioni coinvolgendo gli altri due candidati che hanno dimostrato di avere delle buone idee per la città. A Napoli, invece, un voto frammentato tra tre candidati del Pd alla fine costringe a un testa a testa tra Umberto Ranieri e Andrea Cozzolino che però distanziano Libero Mancuso, il candidato sponsorizzato da Vendola. E’ un buon motivo, questo, per evitare in futuro divisioni così assurde dentro un partito e difficilmente comprensibili per l’elettore.

Siamo qui, in un’altra bella giornata di buona politica. E proprio per questo quei 70 mila che tra Bologna e Napoli sono andati a fare il loro dovere civico lanciano due messaggi chiari. Il primo dice che ormai le primarie fanno parte della costituzione materiale del centrosinistra, sono lo strumento con cui si esercita la democrazia e che regolano il rapporto tra leader e popolo. Non si può tornare indietro, non è consentito a nessuno. Certo, si devono correggere gli errori (e qualcuno ce n’è, come dimostrano le polemiche a Napoli sull’”inquinamento” del voto in alcuni quartieri), stabilire regole migliori e garanzie per tutti. Ma quel diritto di scegliere candidati e leader è ormai entrato nella vita del centrosinistra. Il secondo messaggio, non nuovo ma ripetuto ieri con vigore, dice che se i leader del Pd e del centrosinistra perdessero un po’ più di tempo a stare in mezzo alla loro gente, se si accorgessero di quanta energia c’è alla periferia e di quanta voglia di combattere per il cambiamento, se avessero il coraggio di dare voce a chi in mezzo a quella gente, con fatica e intelligenza, lavora ogni giorno (e tanti di loro sono giovani), forse le cose andrebbero in un altro modo e la credibilità di una alternativa a Berlusconi sarebbe sicuramente più convincente e più robusta. Ci vuole un po’ di umiltà, ci vuole il coraggio di mettere da parte carriere e destini personali. Ma non c’è dubbio che è l’unica strada per dare un futuro a quell’Italia diversa e quindi a tutta l’Italia.

L’Unità 24.01.11

"Primarie, il boom di Bologna e Napoli il centrosinistra ha scelto i candidati sindaci", di G.C.

Vittoria del Pd, in Emilia il bersaniano Merola. In Campania Cozzolino. Sotto il Vesuvio 44 mila votanti, superati i dati del 2005. Le accuse di brogli, Veltroni: “Il partito è unito e sta discutendo come tutti i grandi partiti democratici”. Il popolo Pd si riprende le primarie. Proprio quando Bersani e molti big democratici discutono di congelarle, aggiustarle, fare un tagliando, è boom di elettori a Bologna e a Napoli dove si sceglie il candidato sindaco del centrosinistra. Chi temeva il flop, è stato costretto a ricredersi.
A Napoli un record: 44.751 presenze ai gazebo, più che alle primarie di Prodi. Un ottimo risultato, che ad un certo punto ha visto Andrea Cozzolino, il “delfino” dell´ex governatore Antonio Bassolino, proclamarsi vincitore con il 37 per cento su Umberto Ranieri battuto solo per mille voti di scarto. Terzo sarebbe arrivato l´ex magistrato Libero Mancuso, candidato di Sinistra, Ecologia e Libertà. Quarto l´assessore comunale democratico Nicola Oddati. Un risultato però “sporcato” dalle polemiche reciproche sui brogli. I quattro candidati hanno tutti parlato di gravi anomalie e due consiglieri regionali dicono di avere visto in alcuni quartieri cittadini che «personaggi estranei al Pd hanno condizionato il risultato portando a votare persone in cambio di soldi». Ranieri ha chiesto di verificare il voto in alcuni sezioni e di annullare eventualmente i risultati. Richiesta di verifiche sono arrivate anche da Mancuso. Ma Cozzolino nella notte aveva già dato il via ai festeggiamenti.
Se nel capoluogo partenopeo l´ex magistrato Mancuso non è riuscito nel sorpasso del Pd (come Giuliano Pisapia a Milano), è la sfida di Bologna che ha visto i Democratici inseguiti dal candidato vendoliano. Amelia Frascaroli, cattolica, volontaria Caritas, pedagogista. I votanti sono stati 28.336, anche qui un boom, e i risultati finali vedono vincitore Virginio Merola con il 58,3 per cento. La Frascaroli ha invece ottenuto il 36 per cento. Ex assessore della giunta Cofferati, Merola era il candidato su cui puntava il Pd appoggiato anche da Maurizio Cevenini, che si è ritirato per motivi di salute. Dopo il Cinzia-gate che costrinse Flavio Delbono alle dimissioni, i Democratici bolognesi sono stati in grande fibrillazione nella città commissariata. È stato chiesto persino all´ex premier Romano Prodi di candidarsi a primo cittadino per far risalire l´appeal di un centrosinistra sotto botta. In molti pronosticavano un flop. Invece a votare sono andati in più di ventottomila per tre candidati: oltre a Merola e Frascaroli, in gara c´era anche Benedetto Zacchiroli.
E quindi, all´indomani del “Lingotto 2”- la convention di Veltroni – le primarie tornano al centro del dibattito del Pd. L´ex segretario ribadisce ieri alcune questioni. Prima fra tutte la potenzialità di un Pd che sappia attrarre: «Può contare su un elettorato del 42% . Non c´è un partito che abbia un tale potenziale», dichiara al Tg3, ricordando i sondaggi che danno attualmente il Pd al 24%. A proposito della pacificazione del partito nel momento dell´emergenza democratica e del vergognoso pantano berlusconiano, rincara: «Il Pd è unito e, come tutti i grandi partiti democratici discute: i partiti che non discutono finiscono come il Pdl. Senza un grande partito democratico forte, senza un Pd che costituisca il perno di un´alternativa al berlusconismo, non si potrà aprire un altro ciclo e bisogna oggi progettare il post berlusconismo». Ribadisce la necessità di un nuovo governo con tutte le forze post dimissioni di Berlusconi. Rosy Bindi commenta: «Non corriamo il rischio di una scissione».

La Repubblica 24.01.11

"Alle elementari arriva la pratica musicale", di Lorenzo Salvia

Un decreto del ministro dell’Istruzione prevede per la prima volta la sperimentazione della musica ma il problema è che l’iniziativa dovrà essere a costo zero. Terza elementare, ore 11, lezione di violino. In altri Paesi europei è da tempo una realtà, noi siamo ancora ai primi passi. Ma qualcosa si muove per introdurre a scuola lo studio di uno strumento musicale, con regolare voto a fine anno. Un decreto firmato pochi giorni fa dal ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini prevede, dal prossimo anno, la sperimentazione della «pratica musicale» nelle elementari dove al momento la musica semplicemente non esiste.

I NUOVI CORSI – Alcune scuole offrono corsi di vario tipo ma sono volontari, fuori dall’orario normale e senza un voto che fa media. Lo studio del pianoforte, della chitarra — ma anche dello strumento più antico, la voce — diventerebbe invece una materia come tutte le altre a partire dalla terza elementare. Possibile in un’epoca di tagli agli organici? Proprio visto il momento, la sperimentazione dovrebbe essere a costo zero. «Le istituzioni scolastiche — si legge nel decreto — affidano l’insegnamento curricolare di pratica musicale nella scuola primaria a docenti compresi nell’organico». Nessun maestro in più, e non è certo una sorpresa. Gli insegnanti di musica saranno cercati tra i maestri oggi di ruolo alle elementari, scegliendo quelli che hanno un diploma di conservatorio o almeno un titolo di studio musicale. Non sono tantissimi ma ci sono e per la sperimentazione l’obiettivo è trovarne mille. Il decreto è il risultato del lungo lavoro fatto dal comitato per l’apprendimento pratico della musica, guidato da Luigi Berlinguer. L’ex ministro, scelto da Fioroni e confermato dalla Gelmini, ha sempre insistito su questo punto. Ed è proprio leggendo i documenti del comitato che si capisce quali sono le ragioni profonde della scelta. L’obiettivo non è creare un esercito di concertisti, persone che un domani si guadagneranno da vivere con la musica. L’idea è che suonare uno strumento favorisca l’apprendimento di tutte le discipline, perché attiva le diverse aree del cervello, non solo quella razionale ma anche quelle dell’emozione e della creatività. Far di canto aiuta a far di conto, come si dice. Non solo. È vero che suonare uno strumento è più difficile che disegnare o scrivere un poesia, ma perché la musica dovrebbe essere l’unica arte a restare fuori dalle nostre classi? Senza contare che suonare con gli altri è un ottimo esercizio per lavorare con gli altri, come e meglio di uno sport di squadra. E per fare musica d’insieme non serve un’orchestra ma basta un semplice coro di classe.

SISTEMA ABREU – Un sogno, visto che oggi le scuole faticano a star dietro a ben altri problemi? Forse, ma altri Paesi ce l’hanno fatta. Senza arrivare al clamoroso successo del sistema Abreu, che in Venezuela coinvolge 350 mila bambini, in molti scuole lo studio di uno strumento a scuola è una realtà da anni. È così in Germania, in Francia, in Spagna, per non parlare delle scuole di Corea e Singapore che (forse non a caso) sono sempre ai primi posti nella classifiche internazionali sul rendimento degli studenti. Tranne che nel nuovo liceo coreutico, oggi nella scuola italiana la musica esiste solo alla medie. Ma qui, salvo eroici casi isolati, spesso tutto si riduce a sapere dove è nato Mozart, quante sinfonie ha scritto Beethoven, aggiungendo qualche disco da ascoltare e qualche canzoncina con il flauto per far commuovere mamma e papà il giorno di Natale. Il decreto dice che anche alle medie le due ore di educazione musicale dovrebbero passare dalla teorica alla pratica, con l’insegnamento di uno strumento. Qui le cose dovrebbero essere più semplici. Alle medie tutti i professori di musica uno strumento lo sanno suonare e infatti il decreto parla solo di «attività di formazione per gli attuali docenti». Resta da capire come saranno coperti i costi di questi corsi di aggiornamento. Un libro dei sogni? Forse, ma vale la pena di rifletterci.

Il Corriere della Sera 24.01.11

"L'Italia resta in coda su innovazione e accesso al credito", di Francesca Barbieri

Meglio della Germania sul terreno dell’imprenditorialità, più forti della Spagna per efficienza dell’amministrazione pubblica, a pari merito con la Gran Bretagna per livello di integrazione sul mercato unico europeo. Le buone notizie si fermano qui. L’Italia esce dal confronto europeo con poche luci e molte ombre: il nostro paese non è un terreno fertile per lo sviluppo delle piccole e medie imprese, almeno in base agli indicatori fissati dallo Small business act. Una partita che si gioca su dieci campi diversi: imprenditorialità, seconda possibilità, pensare in piccolo, amministrazione recettiva, aiuti di stato, finanza, mercato unico, innovazione, ambiente e internazionalizzazione.
Ciascuno corrispondente a un mix di princìpi, giudicati essenziali dalla Ue per creare condizioni paritarie di concorrenza tra le Pmi e per migliorare il contesto giuridico e amministrativo europeo.

L’Italia è sempre ben al di sotto della media Ue, con l’unica eccezione dell’imprenditorialità, per cui si registra un risultato di poco inferiore. Su questo fronte emerge che negli ultimi anni il tasso di natalità delle imprese è stato più basso rispetto alla media Ue, ma abbiamo avuto una maggiore propensione a fondare aziende ad alto tasso di crescita. «Significa che c’è un gruppo di imprenditori di nuova generazione – spiega Paolo Gubitta, docente di organizzazione aziendale all’università di Padova e direttore scientifico Mba imprenditori della Fondazione Cuoa – che ha saputo individuare aree di business interessanti ed è in grado anche di cogliere le opportunità del mercato».

Ma resta il nocciolo duro del gap di produttività: i 43.200 euro di valore aggiunto per addetto ci pongono sotto la soglia di Germania, Francia e Regno Unito. Solo nelle aziende con almeno 50 dipendenti si azzerano i differenziali con i nostri competitor. «Per superare il gap bisogna crescere – sottolinea Mario Benassi, docente di economia dell’innovazione alla Statale di Milano – e una strada potrebbe essere rafforzare le reti d’impresa: i dati mostrano una scarsa propensione delle Pmi italiane a cooperare, ma nella realtà sono tanti gli accordi taciti che non emergono dalle statistiche». La crescita dipende anche dal buon management. «E qui c’è un altro gap del nostro paese – osserva Gubitta -: la minore diffusione di competenze per l’innovazione». La rete tecnologica non viene usata per fare business, siamo indietro nella percentuale di Pmi che hanno redditi da nuovi prodotti (54% a fronte della media Ue del 64%) e nella quota di personale con titoli di studio elevati (14% contro 30 per cento).

I ritardi dell’Italia riguardano anche l’internazionalizzazione: è ultima in classifica, alle spalle di Ungheria e Repubblica Ceca, zavorrata dalla lentezza dei tempi dell’export, pari a 20 giorni, quasi il doppio rispetto agli 11 europei.

L’Italia è invece penultima nel ranking finanziario, in primis a causa delle difficoltà nell’accesso al credito (il 24,6% delle Pmi segnala problemi) e dei ritardi sui pagamenti (30 giorni, il doppio rispetto alla Ue). «L’attività imprenditoriale è più incerta – commenta Gubitta – visto che i costi per far rispettare i contratti sono ben più elevati rispetto agli altri paesi. Un deterrente per gli stranieri che si chiedono se vale la pena investire nel nostro paese».
Il rapporto con la pubblica amministrazione resta difficile, ma c’è un sensibile miglioramento certificato dai buoni risultati su alcuni indicatori, come ad esempio il numero di giorni necessari per avviare un’attività (10 contro 17 di media europea).

Nel complesso i risultati evidenziano come la quota di aiuti di Stato destinati alle Pmi (il 37%, quasi quattro volte la media europea) non abbia prodotto risultati tangibili. «Due le possibili spiegazioni – conclude Gubitta -: o le risorse si distribuiscono a pioggia, oppure sono assegnate senza un chiaro disegno strategico».

Il Sole 24 Ore 24.01.11

"E se il Cavaliere uscisse di scena", di Ilvo Diamanti

E se domani Berlusconi uscisse di scena, travolto dagli scandali e dalle inchieste giudiziarie, più che dall´opposizione politica. Lasciato solo dagli alleati. Dalla Lega, che ha già annunciato l´intenzione di andare subito al voto, se il federalismo si arenasse in Parlamento. Da Umberto Bossi, sempre più infastidito dallo stile di vita del Premier (a cui consiglia di «darsi una calmata»). Criticato dagli industriali, che considerano l´azione economica del governo insufficiente contro la crisi. (Lo ha ribadito anche ieri Emma Marcegaglia.) Dalla stessa Chiesa vaticana, fino a ieri indulgente seppure imbarazzata. Danneggiato dall´immagine internazionale, a dir poco logora. Infine, elemento definitivo e determinante, sfiduciato dagli italiani, dai suoi stessi elettori. (Nonostante i sondaggi degli ultimi giorni non suggeriscano grandi spostamenti elettorali. Segno di un´assuefazione etica molto elevata).
Anche in queste condizioni, Berlusconi, probabilmente, resisterebbe fino in fondo. («Non mi piego, non mi dimetto, reagirò», ha ripetuto due giorni fa.) D´altronde, ha sempre dato il meglio (o forse il peggio) di sé di fronte alle emergenze. Sull´orlo dell´abisso. Come il barone di Münchausen, che riesce a sollevare se stesso e il proprio cavallo, tirandosi su per il codino.
Eppure “se” – e sottolineo “se” – all´improvviso Berlusconi uscisse di scena, messo all´angolo da coloro che hanno, da tempo, atteso (e preparato) questo momento. Ma anche da molti “amici” e cortigiani, come avviene sempre al potente, quando cade in disgrazia. Allora: cosa accadrebbe?
In primo luogo, si sfalderebbe la maggioranza. Quel patto tra partiti e gruppi raccolti intorno a lui – e da lui – dal 1994 fino ad oggi. La Lega, An, i gruppi post e neodemocristiani che ancora non si sono allontanati da lui, confluendo nel Terzo Polo.
Il Pdl, in primo luogo. L´ha detto a “Ballarò” il ministro Angelino Alfano, tra i più vicini al Premier. Senza Berlusconi, il Pdl non potrebbe esistere né resistere. Perderebbe senso e fondamento. Identità, organizzazione e risorse. Come un ghiacciaio enorme, dove stanno un po´ meno di un terzo degli elettori, ma una quota molto più ampia del sistema mediatico, della classe politica e amministrativa – centrale e locale: si scongelerebbe.
Poi, la Lega. Se ne andrebbe per conto proprio, attirando gli elettori, i gruppi economici e sociali, ma anche gli amministratori e i leader vicini alla sua proposta politica. Giulio Tremonti, per primo.
Nel complesso, si spezzerebbe quel puzzle fragile che Berlusconi aveva composto. Perché, va detto, Silvio Berlusconi è l´unico ad aver “unito” l´Italia, nella Seconda Repubblica. A modo suo, intorno a sé. Questa base elettorale e questo ceto politico, un tempo distribuito su base nazionale, nel passaggio da Fi al Pdl si sono meridionalizzati. Si disperderebbero. In che direzione? Nel Centro-Sud: un elettorato frammentato e instabile, largamente controllato da lobby locali, singoli leader, mediatori politici. Probabilmente si frazionerebbe ulteriormente, in tante piccole leghe meridionali. Nel Nord, invece, la Lega rafforzerebbe il suo radicamento e il suo peso elettorale. Non aderirebbe a una nuova alleanza di centrodestra con un partito rimasto senza leader. Ma, probabilmente, investirebbe, senza troppe remore, nell´indipendenza della “Padania”. Approfittando della crisi economica e delle difficoltà dell´euro.
Il centrosinistra, perduto il “nemico”, si rifugerebbe nella sua fortezza di sempre. Le Regioni del Centro. Per non vedersi schiacciato dalla Padania, dal governo romano – di centrodestra – e dal Sud, fiaccato dalla crisi e dalla frammentazione.
Insomma, l´uscita di scena di Silvio Berlusconi accentuerebbe le divisioni del Paese, che egli, in questi anni, ha coltivato e dissimulato. E aprirebbe un vuoto di potere: politico e di senso. Visto che l´intera architettura di questa Repubblica è stata concepita da lui. E si regge su di lui. Perché Silvio Berlusconi è l´inventore della Seconda Repubblica. Colui che ha imposto la personalizzazione e il marketing in politica. Il format a cui si sono uniformati tutti i partiti, a destra e a sinistra. Berlusconi: ha alimentato l´anticomunismo e, in modo simmetrico, l´antiberlusconismo. Insieme al contrasto Nord-Sud e all´orientamento anti-romano, affermati dalla Lega, le fratture “ideologiche” più importanti degli ultimi 17 anni.
Se Berlusconi uscisse di scena ora, all´improvviso, non solo la maggioranza, ma anche l´opposizione di centrosinistra – il Paese stesso – si troverebbero spaesate. Il sistema politico italiano, scosso da conflitti politici e di leadership, perderebbe la bussola. Il corpo dello Stato, riassunto, insieme al corpo politico e sociale, rischierebbe di decomporsi, insieme al corpo del Capo, che li riassume tutti in sé. (Come ha evocato Mauro Calise, nella nuova edizione de Il Partito personale, edito da Laterza).
Lungi da me l´intenzione di legittimare l´esistente. Anche nelle “democrazie del pubblico” (come le chiama Bernard Manin, nel volume pubblicato dal Mulino), diffuse in Europa e in Occidente, Berlusconi costituisce un´anomalia. Per il grado di concentrazione dei poteri che ha realizzato. Lui, capo del governo, del partito maggiore, proprietario del più grande gruppo mediatico privato, ma influente anche sui media pubblici. È giusto superare questa anomalia, che condiziona da troppo tempo la nostra democrazia. Al più presto. Anche perché Berlusconi appare, da tempo, indebolito. Insieme a lui, si sono indeboliti: il sistema politico, il senso civico, per non parlare del rapporto con lo Stato e lo stesso Stato. Già tradizionalmente deboli, fra gli italiani. Si sono indeboliti anche i fragili legami di solidarietà che legano un Paese tanto diviso.
Tuttavia, occorre essere consapevoli che se Berlusconi abbandonasse la scena politica, per ragioni politiche o giudiziarie (o per entrambi i motivi), i problemi del Paese non si risolverebbero. All´improvviso. Ma si riproporrebbero seri e gravi. Non meno di adesso. Non ne usciremmo, non ne usciremo, senza realizzare le riforme annunciate ed eluse, dopo la fine della prima Repubblica. Ecco: se Berlusconi uscisse di scena, occorrerebbe ri-costruire, ri-formare e ri-fondare la nostra democrazia attraverso “un processo costituente condiviso”. Rinunciando al vizio e al brivido dell´anomalia. Anche se una “democrazia normale” non è nelle nostre corde, nella nostra tradizione.
Ma, personalmente, mi sarei stufato degli effetti speciali.

La Repubblica 24.01.11

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“Marina B. e le prove di successione”,
di FILIPPO CECCARELLI

ALL´INSEGNA dell´indicibile, “Scende in campo Marina B.” Così annunciava ieri in prima pagina il Giornale della Real Casa. Laddove l´indicibile e il non-detto stanno nel fallimento politico, nel declino biologico e nell´ormai evidente inadeguatezza psico attitudinale del presidente sovrano, malato di quella cosa lì.
Mentre nella rievocata possibilità che veramente scenda in campo sua figlia, Marina B., anche stavolta e di nuovo pare di cogliere quella garanzia di continuità che spesso solo la successione del sangue riesce ad assicurare ai regni in pericolo.
Il messaggio oltretutto è avvalorato, al di là di qualsiasi imminente smentita, dalla grande foto a colori di lei che fissa il lettore con un´espressione piuttosto famigliare. Nel senso che quell´immagine levigatissima, quegli occhi distanti, quelle labbra rese sensuali, e il colore non proprio naturale dei capelli, il vago sorriso di chi la sa lunga, la pelle troppo liscia, e in fondo anche il combinato disposto orecchini-collana e perfino il misterioso fondale che condivide con l´ignaro Saviano, ecco tutto grida al mondo che Marina è tutta sua padre, una specie di giovane Berlusconi con parrucca da donna, un promettente e chirurgico photo-shop di quelli che si adattano al potere in questo tempo di indizi mirabolanti e di riemersioni arcaiche.
Che sia la volta buona, e quindi prossima l´abdicazione di re Silvio, è difficile dire. Di solito queste scelte si praticano e non si annunciano, ma il parlarne ripetutamente vuol dire sempre qualcosa, se non altro un tentativo di saggiare il terreno, o di far abituare all´idea.
E dunque: Marina, Marina e Marina. Già due mesi orsono in ambito berlusconiano (ancora Sallusti, Prestigiacomo, Stracquadanio) la eventuale soluzione della primogenita presidentessa Mondadori, nonché consigliera di Mediobanca, ben piazzata nelle classifiche Forbes sulle donne potenti e fresca vincitrice di Ambrogino d´oro, fu larvatamente segnalata e sollecitata – e non esattamente per i suoi meriti, che pure ci saranno, ma per la situazione di grave disagio in cui si era andato a cacciare l´anziano leader e genitore con il Ruby-gate.
Erano pure i giorni di Pompei, neanche a farlo apposta, e in quella specie di sogno selvaggio che da qualche tempo sono le cronache politiche dei giornali andavano affollandosi le più torve e buffonesche ricadute del bunga bunga. I primi filmati dei convogli di Lele Mora a Villa San Martino; la nota di smentita ufficiale attraverso cui il ministro dell´Economia Tremonti negava di aver usato il termine “puttanella” in un colloquio con l´ex presidente della Camera Casini; la possibilità che Noemi facesse causa a Ruby per alcune sue incaute valutazioni; l´arrivo nei pornoshop dell´antesignano video ispirato ai festini di Villa San Martino, starring Richard Malone e Nikki Cox; la risposta forse tardiva, ma certo originale del leader del Pd Bersani che aveva ritenuto di partecipare a una festa da ballo al centro anziani di Pietralata, festa significativamente intitolata: “Chi Ruby e chi la Rumba”.
Ecco, in questa temperie di gioviale e imbarbarito estraniamento bastò che Marina insorgesse a difesa del padre contro una battutaccia dell´onorevole Bocchino perché l´ipotesi di un passaggio di potere in famiglia si affacciasse dalla finestra che dà sullo scombinato paesaggio politico italiano. Poi però dalla porta maestra dell´azienda berlusconiana, cioè dalla Fininvest, tale possibilità venne risolutamente esclusa con un comunicato che diceva: “Dobbiamo ribadire che non c´è nulla di vero. Si tratta di semplici illazioni e di ipotesi che non sono mai esistite”.
Il problema è che di norma i poteri tengono più a loro stessi che al resto, compresa la verità, per cui sul tema volle dire la sua anche l´altro principe, Piersilvio, che pure lui smentì il “rischio” – questa la parola usata – di una monarchia. Insomma, l´unico a non parlare fu il padre-presidente, e la scelta ereditaria ritornò dunque fra le mura di Arcore, dei palazzi Chigi e Grazioli, oltre che di Cologno e di Segrate. Da cui l´ha involontariamente ritirata fuori Saviano, con cui Marina nuovamente se l´è presa, all´insegna dell´”orrore”, iperbolico sentimento mai come oggi profuso a piene mani.
Per molte cose lo si può provare, in effetti, anche per i rotocalchi che nel duplice sforzo di divertire gli editori divertendoli ne mostrano i corpi nudi e raccontano di come festeggino i loro pubblici e privati compleanni “inscenando per gli amici e i parenti anche una scherzosa lap-dance con una scopa”, ah, che simpatico! A questo punto, e con l´aria che tira, il giornalismo politico non si sente in condizione di escludere nulla.

La Repubblica 24.01.11

"CNR salvo a metà. La Gelmini non riesce a commissariarlo", di Pietro Greco

Il nuovo statuto del Consiglio votato dal CdA viene reso pubblico oggi. La sensazione è quella di scampato pericolo. Il nostro massimo Ente pubblico di ricerca, il Cnr, fondato da Vito Volterra nel 1923, non sarà commissariato e gestito da un burocrate scelto dal Ministro. Ma lo Statuto del Consiglio Nazionale delle Ricerche votato dal Consiglio di Amministrazione che sarà reso pubblico oggi è piuttosto deludente, non esalta l’autonomia dell’Ente e avrà difficoltà a rilanciare la ricerca. Tutto è iniziato con l’ennesimo decreto del Ministro, Mariastella Gelmini, di riordino degli Enti pubblici di ricerca. Nel corso di unaprassi piuttosto macchinosa, ha cercato di imporre per il Cnr uno Statuto in cui, tra l’altro, era prevista la presenza, accanto al Presidente scelto su indicazione della comunità dei ricercatori e di chiara fama scientifica (oggi è un fisico di assoluto valore, Luciano Maiani), di un Direttore Generale senza qualifiche scientifiche scelto dal Ministro. In pratica, un commissario politico. Inoltre lo Statuto ideale voluto da Mariastella Gelmini, in accordo con membri del CdA di nomina governativa, prevedeva un Consiglio di Amministrazione in cui 3 membri su 5 sono nominati dal Ministro e non prevede un rappresentante dei ricercatori interni. Il che significa, anche a prescindere dalla presenza del Direttore Generale, la completa vanificazione del principio di autonomia dell’Ente pubblico di Ricerca. Infine le indicazioni del Ministro prevedevano un limite massimo di 10 anni per il lavoro a tempo determinato (il che significa che dopo 10 anni un ricercatore che non ha un contratto di lavoro a tempo indeterminato va a casa) e un limite massimodel75%delle spese di personale rispetto ai fondi di finanziamento ordinario, il cui ammontare è deciso di anno in anno dal governo. PRECARI FUORI L’insieme del pacchetto, privo di indirizzi strategici di ricerca, costituisce non un allargamento,ma un clamoroso restringimento dell’autonomia. Il Cnr –come rileva Rino Falcone dell’Osservatorio sulla Ricerca – è un ente che gode di alto prestigio internazionale e capace di accedere a risorse esterne. Contro il suo virtuale commissariamento politico si sono mobilitati i ricercatori, con numerose proteste pubbliche; 114 direttori di Dipartimenti e di Istituti; i sindacati; il Consiglio Scientifico Generale dell’Ente e alcuni membri dello stesso CdA. Il presidente onorario dell’Accademia dei Lincei ed ex ministro, il fisico Giorgio Salvini, ha inviato un accorato appello al Presidente della Repubblica. La pressione ha prodotto nei giorni scorsi degli effetti, ancorché parziali. Il CdA ha votato uno Statuto che non prevede la figura del Direttore Generale. Ma non modifica in maniera sostanziale gli altri punti critici. I precari con 10 anni di lavoro andranno a casa. Non potrà essere superata la soglia del 75% per spese di personale di un fondo la cui consistenza sarà decisa dal governo. I ricercatori interni non avranno certezza di essere rappresentati nelCdA. L’Ente non godrà dell’autonomia necessaria per svolgere ricerca di qualità. Insomma, la controriforma Gelmini è stata bloccata. Ma solo a metà.

L’Unità 24.01.11

"La scienza riscopre poesie e tabelline", di Andrea Tarquini

Uno studio americano rivaluta un metodo didattico passato di moda e spiega perché è più efficace. Ricordare un testo, dei versi o una sequenza di numeri non è nozionismo ma aiuta a elaborare i concetti. Annotare a mano quel che si studia fa usare la logica molto più che la tastiera di un pc. “Nel mezzo del cammin di nostra vita…”, oppure “Sempre caro mi fu quest´ermo colle…”: chi ricorda ancora a memoria passi della Divina Commedia di Dante o L´Infinito di Leopardi? Negli ultimi decenni imparare a memoria, assimilare passivamente, ripetere e annotare, era andato fuori moda come metodo didattico: nozionismo sorpassato. Invece no: imparare a memoria, leggere e rileggere, ripetere, è spessissimo il metodo migliore per apprendere, fino ai massimi livelli accademici e non solo alle elementari o alle medie. A questa conclusione, rilanciata dai media tedeschi, sono arrivati Jeffrey Karpicke e Janell Blunt, psicologi alla Purdue University di West Lafayette, Indiana, Usa. Al loro studio la rivista “Science” ha dedicato un ampio resoconto.
Il sogno degli studenti universitari, si dice qui scherzando, è arrivare all´esame con un metaforico imbuto che ti immette nozioni e concetti nella memoria. Ma come darsi da soli un “imbuto” funzionante? Jeffrey Karpicke e Janell Blunt suggeriscono in sostanza “keep it simple”, quindi impara a memoria, ripeti e ricorda. E prendi appunti, se possibile a mano perché il collegamento dell´attività motoria dello scrivere col cervello aiuta a ricordare ben più dell´uso della tastiera di un computer. Imparare a memoria e ripetere, dicono Karpicke e Blunt, è un metodo molto più efficace per assimilare nozioni e concetti, e poi averli nella propria memoria e quindi utilizzarli nel ragionamento, in connessioni logiche, rispetto a metodi nuovi come l´uso di cosiddette “concept maps” o “mind maps”. Cioè schizzi e grafici, come nelle illustrazioni scientifiche moderne, in cui i punti e i concetti principali della materia d´apprendimento vengono messi in correlazione tra loro.
Viva l´imparare a memoria e la ripetizione, scrivono i due psicologi su “Science”, spiegando due esperimenti che hanno condotto. Nel primo, hanno consegnato a 80 studenti un testo scientifico da leggere. La metà dei giovani doveva tenere bene a memoria quanto appreso, l´altra metà doveva invece seguire il metodo delle “concept maps” e schizzare una specie di schema-carta geografica con i contenuti più importanti logicamente collegati tra loro. Poi tutti i partecipanti al test hanno dovuto redigere quanto avevano imparato, e quali erano le loro conclusioni logiche. A sorpresa, quei 40 studenti su 80 che avevano semplicemente riscritto e imparato a memoria quanto avevano letto sono andati meglio all´esame-test: ricordavano meglio anche a lungo termine e usavano meglio con la loro logica quanto avevano appreso. La spiegazione dei due scienziati: chi impara a memoria e prende appunti riesce meglio non solo a ricordare le informazioni apprese, ma anche a ordinarle poi autonomamente secondo logica. Insomma, aiuta a sviluppare le capacità cerebrali, e indirettamente anche a essere meno dipendenti dai computer. Dettaglio curioso: scrivere a mano aiuta a ricordare e a usare la logica molto più che non scrivere con la tastiera d´un computer, perché i segnali della mano scrivente a penna al cervello imprimono meglio la memoria.
Il metodo dell´imparare a memoria, ripetere, ricordare e scrivere non è comunque universale, ammonisce Elsbeth Stern, docente di didattica a Zurigo. «Ha un senso imparare a memoria i nomi di tutte le capitali europee, solo se gli studenti hanno un´idea generale di cos´è l´Europa, il metodo perfetto non esiste», aggiunge. Eppure il rapporto pubblicato da “Science” sembra consigliarci di riabilitare il cosiddetto nozionismo demodé. Sempre ricordando modesti che l´essere umano non è “infinito” come il capolavoro di Leopardi.

LaRepubblica 24.01.11

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“Ragazzi meno schiavi del computer Google non basta, servono gli appunti ” Intervista a Bendetto Vertecchi di Paola Coppola

«L´apprendimento sistematico ha un ruolo nell´incrementare la comprensione, aiuta l´allargamento delle esperienze cognitive e rende i ragazzi più autonomi dai mezzi informatici». Per il pedagogo Benedetto Vertecchi bisogna tornare a esercitare la memoria e ridurre l´uso pervasivo della tecnologia.
A che serve memorizzare tabelline e poesie, esercitarsi nel dettato nell´era delle nuove tecnologie?
«Le didattiche degli anni ´60 hanno sostenuto l´idea di conoscenza come risultato della creatività mentale degli allievi, abbattendo i simboli della didattica precedente, per esempio prendere appunti e imparare a memoria. Ma dopo aver liberato gli studenti dalle frasi ripetitive, oggi si assiste a una povertà di apprendimento dovuta al difetto degli strumenti capaci di organizzarlo. Tornare all´apprendimento sistematico è una via per recuperarli».
In che sarebbe diverso oggi rispetto al passato?
«Occorre ragionare a partire dalle potenzialità delle nuove tecnologie, scegliere su quali testi impegnarsi nella prospettiva che diventino parte di un patrimonio stabile. Un sonetto di Petrarca si può imparare a memoria non per effetto meccanico ma per effetto della conoscenza del testo. La memorizzazione delle tabelline può passare attraverso il recupero della capacità di approssimare funzionalmente un risultato. Va bene cercare su Google informazioni ma con un quadro di riferimento. Così si incrementa la comprensione».

La Repubblica 24.01.11