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"In Italia mancheranno 20 mila medici. Più pensionati che nuovi ingressi", di Margherita De Bac

È un’emorragia inesorabile. Se non verrà tamponata porterà in breve al dissanguamento della sanità pubblica in termini di medici. I dirigenti ospedalieri, i primari e gli aiuti per usare termini più masticati dai cittadini, sono in via di estinzione. Uno dei problemi urgenti da risolvere secondo lo schema di Piano sanitario nazionale per il triennio 2011-2013 approvato ieri dal Consiglio dei ministri nella sua forma preliminare. Il documento che indica obiettivi e correttivi è all’inizio del cammino. Dovrà essere votato dal Parlamento. Tra i capitoli nevralgici, le risorse umane. Previsioni nere. La stima è che entro il 2015 diciassettemila medici lasceranno ospedali e strutture territoriali per aver raggiunto l’età della pensione. In parte non verranno rimpiazzati per la crisi economica e i tagli del personale. In parte mancheranno i rincalzi. Dovremo anche noi ricorrere all’assunzione di stranieri come Gran Bretagna e Stati Uniti? La crisi italiana si avvertirà in modo sensibile a partire dal 2012, avvio di un «saldo negativo tra pensionamenti e nuove assunzioni» . La forbice tra chi esce e chi entra tenderà ad allargarsi anche per penuria di nuovi professionisti sfornati dalle scuole di specializzazione. Squilibrio ancora più evidente nelle Regioni in deficit che devono gestire rigidi piani di rientro. I tecnici del ministro della Salute, Ferruccio Fazio, propongono correttivi che consistono nell’aumento di risorse finanziarie per la formazione degli specialisti. Bisognerebbe innalzare il numero dei contratti finanziati dallo Stato. Ora sono 5 mila, insufficienti. L’analisi va nel dettaglio. Dal 2012 al 2014 è prevista una carenza di 18 mila medici che diventeranno 22 mila dal 2014 al 2018. Legato a questo il problema degli specializzandi in medicina veterinaria, odontoiatria, farmacia, biologia, chimica, fisica e psicologia che oggi non ricevono borse di studio. Per la loro formazione viene indicata una copertura per 800-1.000 contratti. Per Stefano Biasioli, segretario della Confedir, la confederazione dei dirigenti in pubblica amministrazione, «lo squilibrio tra necessità e programmazione nelle scuole di specializzazione è un fenomeno già presente che si sta aggravando anche perché il numero di posti nelle scuole non viene adattato alle esigenze di mercato» . Alcune specialità sono in uno stato di sofferenza cronica. Anestesia, radiologia, pediatria, nefrologia, geriatria (con la popolazione che invecchia) e tutta la chirurgia. «Si guadagna molto poco agli inizi, si rischia molto. Due ragioni per scegliere altre strade» , testimonia le difficoltà dei colleghi il trapiantologo Antonio Pinna. Il Piano sanitario individua altri ingranaggi da cambiare nella sanità. Occorre riqualificare la rete ospedaliera con la riconversione degli ospedali di piccole dimensioni e la loro trasformazione nei nuovi modelli di offerta territoriali sviluppati dalle Regioni. Va rivista, poi, la rete dei laboratori di analisi, mal distribuiti. Soprattutto in considerazione della sua importanza: il 60-70%delle decisioni cliniche partono da qui. Il Piano si sofferma anche sul tema delle vaccinazioni con particolare attenzione a quella antimorbillo.

Corriere della Sera 22.1.11

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Denunce e stipendi bassi Fuga dalla chirurgia. Sguarniti anche i posti da pediatra. «Troppo stress», di Simona Ravizza

Studenti del 6 ° anno di Medicina che per essere motivati a diventare chirurghi vengono invitati in una sala operatoria virtuale del Policlinico di Milano. È la fine degli anni Novanta e, per la prima volta in Italia, Alberto Peracchia e il suo braccio destro Luigi Bonavina avvertono i segnali di disaffezione al bisturi. Sono trascorsi vent’anni e la crisi di vocazioni è esplosa: su 278 borse di studio annuali in Chirurgia generale una su cinque non viene assegnata per mancanza di candidati. È la stima di Jacques Megevand della Società italiana di Chirurgia: «Il troppo stress e le denunce penali in aumento hanno fatto perdere appeal alla figura del chirurgo— dice il medico, docente all’Università di Pavia—. Oltretutto gli stipendi sono rimasti al palo. Come si ricorda spesso in corsia la generazione dei nostri maestri, con la paga di un mese, poteva comprarsi la Cinquecento. Noi a malapena uno scooter» . Ma non è solo questione di numero di aspiranti. È emblematico il caso dei pediatri. All’Università Statale di Milano le 12 borse di studio vanno a ruba. Peccato, però, che le corsie pediatriche sono sempre più sguarnite: mancano almeno 70 pediatri in Lombardia sui 518 al lavoro. «Bisogna aumentare i contratti di specializzazione» , ripete da mesi Gian Filippo Rondanini, primario del reparto Materno infantile dell’ospedale di Vimercate e autore di un sondaggio sui posti scoperti nelle pediatrie lombarde. Non solo: «Turni massacranti, pochi weekend liberi e richieste di risarcimento danni spingono i già pochi neospecializzati a diventare pediatri di famiglia» . È racchiusa in questi due estremi l’emergenza medici in Italia. E il risultato è sempre lo stesso: gli ospedali si svuotano. Le avvisaglie ci sono già persino in città come Milano. Le professioni del chirurgo e del pediatra ospedaliero— per limitarsi solo ai cas i più e c l a t a n t i — perdono attrattività. In più c’è da fare tornare i conti tra le aspirazioni dei camici bianchi, il numero di borse di studio da 30 mila euro l’anno ciascuna che possono avere una copertura economica da parte del ministero dell’Istruzione (ancora poche rispetto al fabbisogno) e le richieste di specialisti avanzate dai singoli ospedali. Una sfida complessa che si intreccia con un altro drammatico problema: l’ondata di pensionamenti prevista nei prossimi 20 anni che rischia di spopolare definitivamente le corsie. Di qui l’allarme che trapela dal Piano sanitario per il 2011-2013 approvato ieri dal Consiglio dei ministri: entro il 2015 17 mila medici lasceranno ospedali e strutture territoriali per andare in pensione, nel 2018 saranno 22 mila. Le previsioni della Fnomceo, la Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri guidata da Amedeo Bianco, sono ancora più fosche. Tra medici di famiglia, ospedalieri, pediatri di libera scelta e professionisti della Guardia medica tra cinque anni ci sarà un saldo negativo di 41 mila camici bianchi: dai 294.971 di oggi ai 253.420 del 2015. Per arrivare ai meno 90 mila del 2030 (205.952). «La sfida principale è riuscire a programmare in modo corretto il numero di ingressi a Medicina e nelle Scuole di specializzazione — spiega Amedeo Bianco —. Bisogna, poi, guardare al di là dello spirito corporativo per rispondere alle esigenze dei malati che si manifesteranno nei prossimi anni» . Così la Lombardia, per esempio, inizia già a correre ai ripari. Nelle linee guida per il 2011, appena varate dalla Giunta, sono stati finanziati 6 milioni di euro per aumentare le borse di studio messe a disposizione dal ministero dell’Istruzione. Oltre ai pediatri, servono rinforzi soprattutto per gli anestesisti, i ginecologi, i nefrologi e i gastroenterologi. Sullo sfondo resta il monito di Luigi Bonavina, oggi alla guida della Chirurgia generale dell’Irccs Policlinico San Donato di Milano, ma sempre dello stesso avviso: «Per tenerli a lavorare in ospedale, e soprattutto farli entrare in sala operatoria, i giovani vanno motivati» . Per bloccare l’emorragia in corso è necessario, insomma, anche ridare un nuovo appeal alla figura del medico.

Corriere della Sera 22.01.11

"Federalismo, il governo dà sette giorni: ma non basta", di Raffaella Cascioli

Concessa solo una mini-proroga, insuffi ciente per Pd e Terzo polo
Lega come Giano bifronte per cambiare tutto o per non cambiare niente. Con il volto dialogante del ministro Calderoli che ottiene in consiglio dei ministri una proroga di una settimana per l’approvazione del decreto attuativo sulla fiscalità comunale. O con l’inossidabile celodurismo di Umberto Bossi che, a quanti ieri gli chiedevano se era possibile un rinvio di 6 mesi per il varo complessivo del federalismo, rispondeva con una pernacchia.
Preoccupa la latitanza del vero deus ex machina della devolution, quel Giulio Tremonti che invece di concedere autonomia fiscale ai comuni continua ad accentrare ammazzando il federalismo e facendo esplodere la finanza derivata.
All’indomani della tenaglia stretta intorno al federalismo da Pd e Terzo polo – che hanno chiesto più tempo non solo per la delega ma anche per il decreto sulla fiscalità comunale, profondamente modificato dall’esecutivo nel corso di una notte e definito inaccettabile da opposizioni e comuni – è la Lega a prendere tempo. Con un rinvio di una settimana che dovrebbe, a parere del Carroccio, sciogliere i nodi di un decreto attuativo criticato da più parti, a cominciare dai sindaci (leghisti inclusi). «La verità – spiega Marco Stradiotto, senatore Pd e membro della bicameralina – è che questo è un federalismo pasticciato che va bene solo a quanti non vogliono che cambi nulla». Con uno slittamento dei tempi al 2 febbraio e in assenza, ancora ieri e con ogni probabilità fino a martedì, della relazione tecnica il decreto sulla fiscalità comunale stenta a uscire dal pantano nel quale lo stesso Calderoli sembra averlo condotto. Tanto più che, stando così le cose, Pd e Terzo polo continuano a insistere sulla necessità di radicali modifiche del provvedimento pena un voto contrario che, visti i mutati rapporti di forza in bicameralina, si tradurrebbe in un parere negativo del parlamento. Fin qui il metodo, ma è sul merito che poi lo scontro è feroce visto che nell’ansia di intestarsi la bandiera del federalismo i leghisti e il governo hanno prodotto un testo quantomeno pasticciato che, soprattutto, rischia di fare danni sia alle casse dei comuni che ai portafogli dei contribuenti.
Nella partita a scacchi che, in queste ore, Lega (più che l’insieme della maggioranza) e opposizioni stanno giocando è determinante sia la forma che il contenuto. La forma è che ieri Calderoli (che ha condiviso le proposte dell’Anci) ha ricordato che, nonostante lo slittamento, i tempi di approvazione sono certi e che lo schema di decreto «è stato sufficientemente approfondito in Conferenza unificata, in Bicamerale e nelle commissioni competenti». Calderoli ha omesso di dire che il decreto è profondamente cambiato e che lo studio dell’impatto delle nuove norme su comuni e contribuenti non è ancora nelle mani dei parlamentari. Al punto che l’Anci all’unanimità ha chiesto che il nuovo testo torni in conferenza unificata, mentre il presidente dell’Associazione dei comuni Chiamparino ha lasciato intendere che con un altro governo sarebbe possibile per la Lega incassare il federalismo. E se il Pd con Marco Causi, vicepresidente della Bicameralina, parla di modifiche sostanziali a patto che il governo «dimostri finalmente la volontà di confrontarsi con le proposte del Pd e delle altre opposizioni», anche il Terzo polo ha rilanciato la palla nell’area avversaria. «Così com’è – ha detto il leader dell’Udc Casini – è improponibile e in queste condizioni noi voteremo no. E non servirà una settimana in più o in meno». Una settimana è poca cosa ma potrebbe anche essere sufficiente a una radicale inversione di rotta del provvedimento: di questo ne sono certi i parlamentari del Pd ma anche i rappresentanti del Terzo polo in bicameralina_ Linda Lanzillotta (Api), Mario Baldassarri (Fli) e Gianluca Galletti (Udc). La scelta è politica è spetta al governo operarla, tanto più che, ha precisato Baldassarri, la situazione è gattopardesca e se passasse la riforma i comuni si troverebbero a dipendere molto più di adesso dalle risorse derivate: «Con una battuta si può dire che il titolo del provvedimento dovrebbe essere “Accentramento statalista delle risorse”».
E se per la Lanzillotta questo decreto non raddrizza l’albero della finanza pubblica, come raccontato da Tremonti, ma anzi finisce per storcerlo del tutto, Galletti ha avvertito che «se la Lega pensa di ricattarci con lo spettro del voto sbaglia di grosso: il nostro no è di merito, perché con questa riforma si rischia di far pagare più tasse ai cittadini». E il perché è presto detto: serve una compartecipazione dei comuni all’Iva e non all’Irpef, occorre un tetto all’aumento della pressione fiscale e tariffaria, una modifica della tassa di soggiorno da modulare sulle stanze e non sulle persone, un range massimo per l’Imu che non superi il 7%. Mentre sulla cedolare secca sugli affitti, al momento non coperta, occorre fissare al 20 e al 15%, si può coprire la perdita di gettito anticipando i tagli previsti dalla P.A. per l’acquisto di beni e servizi.
La partita ricomincerà la prossima settimana quando il Terzo polo presenterà un emendamento al milleproroghe per far slittare di sei mesi il termine ultimo della legge delega che scade a metà maggio. E su questo, nonostante il niet di Bossi disposto a uno slittamento limitato rispetto all’aut-aut del 26, il presidente del senato Schifani è apparso più accomodante: «Se serve un rinvio, di qualche giorno o di qualche mese, non sta a me dirlo, ma se il rinvio deve servire affinché larghe maggioranze arrivino ben venga un rinvio». Tremonti è avvertito.

da Europa Quotidiano 22.01.11

Vigili del fuoco a Modena, Ghizzoni: “Sordità arrogante del governo”

L’on. Manuela Ghizzoni del Pd raccoglie l’allarme lanciato dai sindacati di categoria sulla carenza di uomini e mezzi dei Vigili del fuoco di Modena e presenta un’interrogazione al ministro dell’Interno. La deputata Pd rivolge a Maroni precisi quesiti su come il Governo intenda affrontare la grave situazione di carenza di personale di grado superiore, che svolge la mansione di coordinare il soccorso negli interventi e nei turni di servizio, e quando metterà a disposizione le risorse per l’acquisto di una nuova autogru per la sede di Carpi. In merito alla questione ecco una dichiarazione della parlamentare Pd.

«Il Governo e le forze di maggioranza – inclusi gli autorevoli esponenti modenesi – continuano a mostrare una disattenzione colpevole e una sordità arrogante ai molti appelli lanciati dai locali Vigili del fuoco. Lo stesso ingiustificabile atteggiamento mostrato nei confronti delle interrogazioni presentate dal Pd sulla carenza di personale e sulla obsolescenza degli automezzi. Ma non ci arrendiamo: rivendichiamo il diritto di avere risposte sui problemi che riguardano la sicurezza dei cittadini e i diritti dei lavoratori del soccorso. La sostituzione di un automezzo potrebbe apparire come una questione marginale, ma non è così poiché l’autogru è indispensabile al soccorso tecnico urgente e per il salvataggio di vite umane: attualmente il mezzo a disposizione di Carpi, datato 1982, è fuori uso da tre mesi. Un’assenza inaccettabile per una città e un comprensorio densamente abitati, attraversati dall’autostrada e densi di attività produttive.

A oggi, la carenza dei capisquadra e dei capireparto ha assunto proporzioni gravissime: addirittura da aprile non vi sarà in servizio alcun caporeparto, come hanno puntualmente denunciato i sindacati di settore. In questa situazione sono molti i vigili del fuoco che svolgono funzioni superiori sulla scorta di molta professionalità ma in assenza dei requisiti richiesti per la regolarità giuridica e amministrativa del soccorso. Senza dimenticare che queste mansioni superiori vengono svolte senza retribuzione! Cosa intende fare il Ministro? Pensa di continuare a cavarsela contando sul precariato o intende dare risposte definitive, a tutela del lavoro e della sicurezza, totem della destra al Governo, ma solo a parole?»

www.pdmodena.it

Bersani a le Invasioni barbariche: "Se si vota vinciamo noi"

Intervistato da Daria Bignardi il segretario PD evidenzia la necessità di una buona politica, torna a chiedere le dimissioni di Berlusconi e non esclude la sua candidatura in caso di elezioni anticipate.

“Se andiamo al voto vinciamo noi, alla grande ed ora qualsiasi cosa accada è meglio di questa situazione, anche le elezioni. Il Premier deve dimettersi, levarsi lui dall’imbarazzo, levare l’Italia dall’imbarazzo». Ospite di Daria Bignardi alle «Invasioni barbariche» Bersani attacca il premier sul caso Ruby affermando che ora ci vuole “un moto dell’opinione pubblica. Si torni alla buona politica. Raccoglieremo dieci milioni di firme per uscire da uno stallo preoccupante e sollevare un moto di opinione pubblica e mandare a casa il premier, il quale ormai “passa i giorni a giustificare come passa le notti. Berlusconi deve dimettersi, “un uomo di 73 anni non fa neanche una telefonata a una minorenne come Ruby. In questo Paese stanno passando messaggi distruttivi. Le accuse contro di lui sono gravissime sarà pure generoso perché ha tanti soldi, ma vedo che è generoso con le ragazze e non ne ho vista una di ragazza brutta”. Bersani vuole un’altra politica, fatta onestamente da gente per bene e noi faremo mobilitazione iniziative e feste”. Qui scherza rispetto alle cene di Arcore: “Le nostre sono altre feste, ci accusano di fare la salamella ma è sempre meglio”.

Cosa c’è (e chi c’è) nel dopo-Berlusconi? Bersani ha detto “Io sono qua, ho l’esperienza e la responsabilità per candidarmi, ma chi mi conosce sa che non metto mai me stesso davanti ai progetti”. E su Vendola non ha dubbi: “Non è l’’Obama bianco’, ma il Garcia Lorca con un linguaggio immaginifico e a volte barocco che piace. Ma io propongo un altro linguaggio perché al prossimo giro penso che sia da offrire al Paese qualcuno e qualcosa di cui fidarsi e non qualcuno e qualcosa da cui essere incantato”.

Quanto alle possibili alleanze ribadisce la sua linea: il Pd chiede a tutte le opposizioni di stringere un’alleanza basata su una piattaforma di interventi urgenti, riforme istituzionali e misure economiche e sociali, e «chi dirà di no dovrà spiegare come intende superare l’era-Berlusconi». Quanto ad una sua candidatura alla premiership del centrosnistra si dichiara pronto: «io sono qua, ho l’esperienza e la responsabilità per candidarmi, ma chi mi conosce sa che non metto mai me stesso davanti ai progetti».

Dal segretario Pd è arrivata anche un’ammissione personale: un libro in preparazione. “Se non ho mai scritto un libro è stato perché ho sempre pensato che bisogna avere l’umiltà di leggere prima di scrivere. Ma penso che questo è il tempo in cui chi ha qualche idea in testa per il Paese la deve mettere giù, è ora di parlare all’Italia. Voglio vedere comunque come finisce – ha ironizzato Bersani – magari con la fine del berlusconismo”.

da www.partitodemocratico.it

"Quelle parole che fanno crescere l'Italia", di Massimo Gramellini

Da La Stampa di Torino, pubblichiamo parte dell’intervento al Quirinale per la Giornata dell’informazione

“Nel preparare con Carlo Fruttero l’almanacco dei 150 anni di storia italiana, ci siamo imbattuti in tanto giornalismo di qualità. Certo, erano tempi non avari di retorica e nelle cronache dei funerali di Vittorio Emanuele II si scioglievano inni «al più valoroso fra i Maccabei». Ma i giornali erano anche capaci di parlare chiaro al potere, come Matilde Serao che in una lettera aperta al ministro Depretis denunciava le condizioni igieniche dei bassi di Napoli, chiedendo di smetterla con «la retorichetta del mare glauco e del cielo di cobalto». E furono i giornalisti a rivelare i primi scandali finanziari dello Stato unitario e a tratteggiare il profilo di Bernardo Tanlongo, presidente della Banca Romana, amico di cardinali e massoni, inesausto dispensatore di mance e di barzellette, che ha fornito il prototipo ai furbetti del quartierino.

Furono sempre i giornalisti a strappare il velo di tanti inferni. Come quello dei carusi, i bambini impiegati nelle miniere di zolfo della Sicilia, la cui scoperta si deve a un gruppo di reporter che riuscirono a intrufolarsi in quegli antri bui per raccontare il supplizio dei piccoli schiavi venduti dai genitori per un sacco di farina e costretti a spezzarsi la schiena 12 ore al giorno in cambio di un pezzo di pane e cipolla. Vi devo dare una notizia: il gossip non lo abbiamo inventato noi. Il giornalista-fustigatore Pietro Sbarbaro distrusse la carriera del ministro degli Esteri Mancini, rivelando che la moglie lo aveva trovato a letto con la cameriera: vistosi scoperto, lui le aveva gridato: «Scusami cara, ero convinto che fossi tu». E quando il ministro degli Interni Francesco Crispi venne accusato di bigamia, fu un giornale dell’epoca, «Il Piccolo», a costringerlo alle dimissioni attraverso una campagna di stampa basata sulle famose «Sei Domande».

(…) Purtroppo la mancanza di una vera opinione pubblica – assenza determinata da secoli di servaggio e da un tasso altissimo di analfabetismo – ci ha fatto contrarre due virus dai quali dobbiamo guardarci ancora oggi. Il primo è l’attitudine a parlare al Potere anziché al Lettore, usando un linguaggio per iniziati. Il secondo difetto, per certi versi l’opposto dell’altro, è la deriva populista che porta a seguire gli umori della piazza anziché a indirizzarli. L’esempio più drammatico si ebbe alla vigilia della prima guerra mondiale, quando quasi tutti i giornali (con l’eccezione di quelli socialisti e de La Stampa del giolittiano Frassati) cedettero alla bramosia interventista di una minoranza chiassosa che forzò la mano al capo dello Stato e al Parlamento. Una prova generale di quanto sarebbe accaduto pochi anni dopo, a opera di un giornalista che la leva del populismo sapeva manovrarla assai bene: Benito Mussolini.

Ma se si osserva dall’alto la storia del giornalismo italiano di questo secolo e mezzo, ci si accorge che fra tante luci e immancabili ombre si stende una linea solida e coerente che arriva fino ai giorni nostri. Si dice che gli italiani non abbiano senso dello Stato, e che semmai sia lo Stato, talvolta, a fare loro senso. Ebbene, contro questo luogo comune, che come tutti i luoghi comuni contiene qualche elemento di verità, il giornalismo migliore ha sempre combattuto, pagando prezzi pesanti durante gli anni di piombo. Perciò vorrei chiudere questo breve viaggio nel tempo con una pagina del nostro almanacco in cui Carlo Fruttero racconta il sacrificio di un suo carissimo amico. E lo fa come nelle poesie di Spoon River, lasciando che a raccontare la storia sia lo stesso protagonista.

«(…) Mal di denti. Così sono uscito dall’ufficio e sono andato dal dentista senza la scorta, che avevo da pochi giorni. E loro mi hanno seguito fino a casa, hanno aspettato che parcheggiassi l’auto in corso Re Umberto e quando poi sono entrato nel portone, in due, forse in tre, mi hanno puntato le pistole. Il rimbombo in quella casa borghese, in quel quartiere borghese. Eliminato “un servo dello Stato” con quattro colpi. Tutti sono venuti, tutti hanno sperato, ma io sapevo che non c’era speranza, il dolore era troppo forte. Avrebbero potuto essere pallottole fasciste o naziste, quando ero nella lotta partigiana con Giustizia e Libertà, e invece muoio a più di sessant’anni per mano di questi idioti, sì, degli idioti ignoranti. È così che li giudico, alla fine.

Certo, lo Stato di cui sono un servo non è uno Stato ideale, ma è in grado di difendersi senza legge speciali, con le armi legali che già possiede e che noi gli abbiamo dato in anni lontani. “Né con lo Stato né con le Br” dicono alcuni personaggi eminenti e improvvidi, ma è una neutralità impossibile: lo Stato per quanto debole, zoppicante, carente, talvolta iniquo, non si può mettere sullo stesso piano di gente che non ha un’idea dietro l’assassinio. (…) Di me diranno che sono un eroe, anche se ho vissuto tutta la mia vita lontano da ogni enfasi. Ho fatto il giornalista, ho commentato i fatti politici che mi passavano davanti, non ho mai auspicato la morte di nessuno. Una vita tutto sommato abitudinaria, moderata, passata a lavorare, leggere, studiare, scrivere, giorno dopo giorno. Ma non è bastato a salvarmi da quel rimbombo nell’androne, da quegli idioti ignoranti. Il 29 novembre 1977 è arrivata la fine, dopo tredici giorni di agonia. Sono stato Carlo Casalegno, vicedirettore de La Stampa di Torino».

da www.lastampa.it

"Alimenti, bene legge su etichettatura. Ora Governo lavori con l'Unione Europea", di Enzo Lavarra

L’approvazione della legge nazionale sulla etichettatura costituisce un fatto di estrema importanza nella lotta per la tutela e la promozione della eccellenza alimentare italiana.

Le contraffazioni e soprattutto l’emergenza diossina impongono norme efficaci per la trasparenza delle produzioni. Ora occorre da un lato dare immediata esecutività alla legge nazionale, dall’altro incidere nel processo legislativo UE. Come per il decreto del made in Italy per l’olio non deve essere lo spauracchio della procedura di infrazione a frenare le misure di tutela. Del resto anche per latte fresco, pomodori e carne c’è già il consenso UE sulla indicazione dell’origine.

È evidente che per portare a coerenza l’impianto legislativo comunitario occorre una iniziativa costante e una capacità di alleanze del governo italiano che finora è mancata.

A questo fine crediamo necessario un coordinamento operativo di tutti i parlamentari italiani ed europei, del ministero, delle associazioni agricole e dei consumatori per definire una strategia comune nelle sedi UE e sviluppare le iniziative più utili a sostegno dei nostri obbiettivi di fondo.

"Scuola, il Tar boccia le aule-pollaio", di Salvo Intravaia

“Sì alla class action, basta accorpamenti”. La Gelmini: ricorso infondato. Interessati 50mila alunni. Il Codacons: “Si può chiedere un risarcimento fino a 2.500 euro”
Mai più “classi pollaio” nelle scuole. Il Tar del Lazio accoglie la prima class action italiana contro la pubblica amministrazione e condanna il ministero dell´Istruzione. L´azione collettiva, corredata da un lungo elenco di classi sovraffollate, è stata avviata dal Codacons lo scorso anno. In base al provvedimento del Tar, dal prossimo anno scolastico classi con 30 o più alunni sistemati in spazi ridotti dovrebbero essere un brutto ricordo per insegnanti e alunni. Ma il ministro Mariastella Gelmini non ci sta: «Il ricorso presentato al Tar del Lazio – replica – è destituito di qualsiasi fondamento perché le classi con un numero di alunni pari o superiore a 30 sono appena lo 0,4 per cento del totale. Il sovraffollamento riguarda prevalentemente la scuola secondaria di secondo grado e si lega soprattutto alle scelte e alle preferenze delle famiglie per alcuni istituti e sezioni».
«Grazie a questa sentenza – rintuzza il presidente del Codacons, Carlo Rienzi – docenti e famiglie i cui figli sono stati costretti a studiare in aule pollaio, potranno chiedere un risarcimento fino a 2.500 euro in relazione al danno esistenziale subito». I giudici intimano al ministro di emanare entro 120 giorni il Piano generale di riqualificazione dell´edilizia scolastica: il solo strumento legislativo che può concedere alle scuole la deroga ai limiti massimi di affollamento delle classi stabiliti dalle norme vigenti.
In Italia, sono tre le normative che si occupano di affollamento delle classi. Un decreto del 1975 detta le regole per la progettazione delle scuole e prevede che un´aula di scuola elementare o media non possa avere meno di 1,8 metri quadrati per alunno. Per sistemare 30 ragazzini occorre avere a disposizione una classe da 54 metri quadrati, che al superiore diventano quasi 60. Ma, per evitare un affollamento eccessivo in caso di incendio, un altro decreto prevede che in classe debbano esserci al massimo 26 persone: 25 alunni e un docente. Mentre i limiti previsti dal ministero dell´Istruzione sono più generosi: 26 alunni per classe, che solo eccezionalmente possono arrivare a 30.
La realtà nel nostro paese è tuttavia diversa. Le classi con oltre 30 alunni sono infatti poco meno di 1.500. Il fenomeno riguarda quindi circa 50mila allievi. «Compito del governo è garantire le condizioni di sicurezza per tutti – sostiene Francesca Puglisi, responsabile scuola della segreteria del Pd – Se questo non accade non è certo per colpa delle scelte delle famiglie, ma dei forzosi accorpamenti frutto dei dissennati tagli operati dal governo». E la sicurezza? «La questione – spiega la Gelmini – è da sempre una delle priorità del ministero. È già stato stanziato infatti un miliardo di euro ed assegnata una prima tranche di 358 milioni per avviare gli interventi più urgenti».

La Repubblica 22.01.11