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"La lezione che viene dal degrado", di Mariapia Veladiano

Per arrivare a questo risultato è stato indispensabile un impegno collettivo davvero ragguardevole. Sindaci e amministrazioni dalle cinquanta e più sfumature di ideologie che hanno sistematicamente ritenuto più importante asfaltare campagne per la comodità dei loro elettori e lastricare piazze per la sagra dello gnocco fritto, governanti di corso lungo-lunghissimo oppure più o meno novelli che nel loro (per quanto breve) permanere in Parlamento han trovato modo di dissimulare “riforme” scolastiche nello spazio bianco fra due articoli di legge finanziaria, elettori, e molti erano ben genitori, che hanno ostinatamente votato chi questo faceva e questo prometteva di fare.
Se il 58% delle nostre scuole non è a norma, e molte di queste sono un vero pericolo, è perché un mare di persone per un mare di anni non ha ritenuto importante investire lì e un mare di altre gliel’ha permesso. Adesso un pezzo di verità è che a voler prendere in mano la scuola non si sa da che parte cominciare. Arrivano i dati Ocse e ci dicono che siamo in fondo per gli apprendimenti. Arriva il rapporto Censis e scopriamo che stare seduti in classe è più pericoloso che andare in bici in tangenziale. Ma un altro pezzo di verità è che bisogna avere la pazienza di distinguere. C’è purtroppo una geografia dell’insuccesso scolastico, che in parte, non sempre, anche qui si deve distinguere, in parte coincide con la geografia del degrado delle scuole. Perché esistono regioni e comuni che nelle scuole hanno sempre investito. Questi con lo sblocco del patto di stabilità a favore della scuola potranno (meritoriamente) investire nel perfezionamento del cappotto termico della loro scuola e acquisire meriti ecologici, altri potranno forse far smettere di piovere in aula. E poi: un conto è il degrado estetico, che conta eccome, ma che può essere combattuto e non esibito. Le pareti scrostate possono essere coperte di disegni di bimbi, o di carte geografiche. Ma altra cosa è il pericolo. Abbiamo costruito un mondo di strade, spazi pubblici, piazze, in cui bambini, persone, e anche animali, sono un fastidioso problema di sicurezza da risolvere. Per cui a scuola li portiamo in macchina i figli, e chissaquando diventano autonomi. Ma dobbiamo pensare che almeno in classe poi stanno al sicuro, abbastanza. Che i muri non crollano. E allora? E allora va certo bene liberare risorse per le scuole, da qualche parte bisogna cominciare e però ci vorrebbe qui un (impopolare) frullato di solidarietà nazionale. Perché vien da dire che sarebbe ovvio finanziare prima di tutto le 3600 scuole che hanno problemi alle strutture portanti e sembra incredibile che possano esistere scuole così. Far partire con il piano straordinario per l’edilizia scolastica anche un piano straordinario di condivisione, fra chi la scuola l’ha sempre avuta in mente e chi invece, sciaguratamente, no. Perché i bambini son bambini, tutti ugualmente pieni di diritti. E la favola della cicala e la formica è solo un mostruoso inno all’egoismo che uccide la convivenza. Che uccide e
basta.

La Repubblica 01.06.14

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“Qui si sbriciola il futuro”: l’emergenza, di CORRADO ZUNINO

Ci sono 4.400 segnalazioni dai sindaci d’Italia, ora impacchettate in un ufficio di Palazzo Chigi. Ogni tanto il premier Renzi fotografa il pacco a doppio spago
e twitta la foto: «Abbiamo iniziato a smistare le lettere dei primi cittadini, le scuole da rifare». Sono ottomila i sindaci in Italia, quindi uno su due ha una scuola malmessa nel suo territorio. L’iniziativa di governo, che si è chiusa lo scorso 15 marzo, prevedeva la segnalazione dell’istituto nelle condizioni peggiori. Soltanto uno. Molti sindaci
non si sono contenuti e hanno allegato l’elenco: «Caro collega, ti segnalo poi…». Renzi è il collega.
Il sindaco di Avezzano provincia dell’Aquila, Gianni Di Pangrazio, ha scritto una lettera al premier per ringraziare e segnalare. «Condivido in pieno la tua scelta di partire con l’azione di governo dando priorità alle scuole poiché è
lì che si formano le nuove generazioni. Ad Avezzano, terra ballerina, stiamo lavorando da tempo, con i tempi biblici della burocrazia, per avere la disponibilità dei fondi del progetto “Il futuro in sicurezza” ». In quell’elenco di edifici congelati dalla burocrazia non c’è, tuttavia, la scuola simbolo di Avezzano, l’immobile Corradini-Fermi. È degli anni Venti, è un Deco, è vincolato per comprensibili ragioni storico-architettoniche. Di Pangrazio l’ha scelta tra tante. «Non possiamo toccarlo per mille ragioni, ha bisogno di un intervento di consolidamento». Rischia di venire giù, serve l’azione coordinata dal governo.
A Villafranca in Lunigiana il sindaco Pietro Cerutti ha chiesto — dritto per dritto — 3,9 milioni da investire nel nuovo plesso scolastico pensato per ospitare un liceo scientifico e l’Istituto professionale Belmesseri. Con il primo miliardo e due speso sono fermi alle strutture portanti. I liceali di Villafranca sono costretti nel vecchio convento di San Francesco e così hanno scelto di affiancare l’iniziativa del sindaco con una cartolina a testa recapitata al presidente del Consiglio: fotografa lo stato dell’arte del nuovo plesso antisismico.
Il Comune di Livorno ha indicato le scuole medie Pazzini di via San Gaetano: c’è già un disegno per rifare la copertura in alluminio e migliorare l’efficienza energetica, risistemare la facciata e dare la possibilità di un accesso civile alle aule per chi ha difficoltà. Un ascensore, un nuovo percorso per andare in palestra. La ristrutturazione dei bagni. Costa, tutto, 703 mila euro. Già che c’era il sindaco Alessandro Cosimi ha raccontato a Renzi di tutte le scuole bisognose di interventi a Livorno: cinquantuno tra nidi, materne, elementari e medie per un costo di 3,7 milioni. «Non sbricioliamo il futuro dei nostri ragazzi».
In Veneto le lettere inviate al premier sono passate, per conoscenza, all’attenzione dell’Ufficio scolastico, che così ha realizzato un censimento locale. Solo per la riqualificazione e la bonifica dall’amianto sono stati presentati 203 progetti: ne sono andati avanti 83. Servivano 150 milioni, ce ne sono 10. A Belluno il sindaco Jacopo Massaro chiede 5 milioni per restituire a trecento scolari la principale scuola elementare, la Aristide Gabelli. Padova ha individuato la primaria Ardigò: il progetto preliminare è pronto, mancano 700 mila euro, potrebbero arrivare con lo sblocco del patto di stabilità sugli investimenti per l’edilizia scolastica (decreto 66, a giorni convertito in legge). Per l’intera città ci sono 10,6 milioni pronti, fin qui non si sono potuti toccare per l’austerity imposta dall’Unione europea. A Cesena il patto di stabilità ha fermato l’ampliamento del complesso di San Vittore (6,4 milioni, Iva compresa).
Anche un sindaco d’opposizione come il leghista Flavio Tosi ha presentato l’elenco di necessità per Verona: «Speriamo non sia la solita l’elemosina». Federico Pizzarotti, Cinque stelle inquieto, ha scritto al “caro Matteo” per avere fondi per tre strutture di Parma. Una, è la contestata scuola europea: costata 35 milioni, non è finita. Il Comune di Ariccia alle porte di Roma ha puntato alto e chiesto la realizzazione di un polo scolastico «in grado di includere in un unico, ampio e moderno spazio tutto il ciclo dell’obbligo e dell’infanzia ». Progetto ambizioso, mancano 13 milioni. «Si possono recuperare con la vendita delle cubature delle scuole Bernini e via Vittoria», ha assicurato il sindaco Emilio Cianfanelli.
A Bari lo spot si è acceso sulla materna Regina Margherita nel rione Madonnella, a Foggia sulla media De Sanctis. Il sindaco di Andria, Nicola Giorgino, vorrebbe riaprire il Riccardo Jannuzzi nel quartiere di Santa Maria Vetere: è una secondaria, chiusa dal sisma del 2002. Servono 3 milioni. Ecco, il terremoto che colpì San Giuliano di Puglia, Campobasso. Ventisette bambini e una maestra morti schiacciati. Progettisti, costruttori, tecnico comunale, sindaco dell’epoca: tutti condannati in Cassazione. Il sindaco in carica, Luigi Barbieri: «Dopo la nostra tragedia gli sforzi fatti sono stati pochi».

La Repubblica 01.06.14

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Nelle scuole italiane 342 mila alunni vicini all’amianto
E in 24 mila istituti impianti fuori norma, di Valentina Santarpia

Per il ministero delle Infrastrutture, ci vorrebbero 110 anni per mettere in sicurezza tutti gli edifici scolastici italiani. Per il presidente del Consiglio Matteo Renzi basterebbero tre miliardi e mezzo, da sbloccare entro il 2014. Ma queste sono le ipotesi. I fatti sono altri: 24 mila scuole statali su 41 mila, cioè poco meno di sei su dieci, hanno gli impianti (elettrici, idraulici, termici) che non funzionano, sono insufficienti o non a norma. Novemila strutture hanno gli intonaci che cadono a pezzi, in 7.200 edifici bisogna rifare tetti e coperture, 3.600 sedi necessitano di interventi sulle strutture portanti, 2.000 sono quelle che espongono i loro 342 mila studenti al rischio amianto.
I numeri snocciolati dal «Diario della transizione» del Censis, che fa il punto sullo stato dell’edilizia scolastica, non fanno che confermare i rapporti di Legambiente, Cittadinanza attiva, e le segnalazioni che giungono ogni giorno da decine di scuole di tutta Italia. Eppure fanno l’effetto di uno schiaffo in pieno viso. Perché una cosa è stilare aridi bilanci di interventi necessari, e altro è rendersi conto che alla maggior parte delle nostre scuole, il 57%, basterebbe tenere in piedi la manutenzione ordinaria per poter garantire una permanenza dignitosa nelle aule a migliaia di studenti: lo dicono i 2.600 dirigenti scolastici consultati, che segnalano come solo il 36% delle scuole abbia bisogno di manutenzione straordinaria, quindi di interventi speciali e specifici.
Nella maggioranza dei casi basterebbero i lavoretti comuni che si fanno in qualsiasi casa per evitare che diventi malandata. Eppure parliamo di edifici vetusti, che risalgono anche a settant’anni fa: più del 15% è stato costruito prima del 1945, un altro 15% è datato tra il 1945 e il 1960, il 44% risale al ventennio 1961-1980, e solo un quarto è stato costruito dopo il terremoto dell’80, quindi adeguandolo alle nuove norme antisismiche.
Ma i lavori, anche quando si fanno, sono fatti male. Sempre stando alle considerazioni dei presidi, che hanno valutato la qualità degli interventi realizzati in oltre 10 mila edifici scolastici pubblici negli ultimi tre anni, sono più di un quarto le strutture in cui sono stati fatti interventi inadeguati, se non addirittura sbagliati: l’abbattimento delle barriere architettoniche è risultato scadente o insufficiente in una scuola su cinque, il 22,5% dei lavori di manutenzione ordinaria non è andato a buon fine, il 33,7% delle reti digitali è risultato scarso, come il 32,8% delle opere di manutenzione straordinaria. È un problema di risorse, ma anche di utilizzo di risorse. Fino ad oggi la farraginosa macchina burocratica ha previsto che le scuole potessero ricevere fondi solo dopo una serie di complessi passaggi che prevedevano l’intervento di uffici scolastici regionali, Regioni, sindaci e ministero dell’Istruzione (Miur): una macchina burocratica lenta e pesante in cui sono spesso rimasti incastrati i buoni propositi.
Dei 500 milioni di euro attivati con le delibere Cipe del 2004 e del 2006, a metà del 2013 ne erano stati utilizzati 143 milioni, relativi a 527 interventi sui 1.659 previsti, rileva il Censis. È andata un po’ meglio con i fondi europei: il programma operativo 2007-2013 gestito dal Miur e relativo al Fondo di sviluppo regionale attivo nelle regioni Campania, Calabria, Sicilia e Puglia, ha assegnato più di 220 milioni di euro a 541 scuole per interventi sulla sicurezza degli edifici, il risparmio energetico, l’accessibilità delle strutture e le attività sportive. Il dl fare, varato dal governo Letta, ha stanziato 150 milioni per l’avvio immediato di 603 progetti di edilizia scolastica: «La recente assegnazione del 95,7% di queste risorse rappresenta sicuramente un cambio di passo», sottolinea il Censis. Ma bisogna ammettere che se di soldi in ballo ce ne sono tanti, finora se ne sono visti troppo pochi.«I dati diffusi non ci colgono impreparati — replica il sottosegretario all’Istruzione con delega all’edilizia scolastica, Roberto Reggi —. Il governo conosce bene la situazione. Proprio per questo abbiamo in programma già oltre 8.200 interventi da far partire nel 2014. Altri undicimila scatteranno all’inizio del 2015. Con le opere previste solo quest’anno interesseremo circa un quarto delle scuole e quindi due milioni di studenti». Bisogna aspettare, dunque: che le ipotesi si trasformino finalmente in fatti.

Il Corriere della Sera 01.06.14

"La scuola dimessa", di Paolo Di Paolo

Di scuola si parla quasi sempre da fuori. Parlano gli ex insegnanti, gli ex alunni, parlano i sociologi, parlano i ministri, gli ex ministri, parlano gli scrittori. Difficile che se ne parli da dentro; raro che chi ha ancora davvero a che fare con i banchi e le aule insegnanti, studenti, collaboratori scolastici, genitori sia interpellato e chiamato in causa. Ciascuno ha un’idea di scuola, di come dovrebbe essere: meno frequente che sappia com’è realmente, con quali problemi concreti deve confrontarsi ogni mattina. Allora può bastare una lettera, la lettera di un rappresentante dei genitori di un liceo romano, per sentire che vento soffia dentro la scuola. Gianfranco, un padre, si rivolge ai ragazzi, ai figli. Prende le mosse da un episodio specifico: l’installazione di telecamere all’interno della scuola per individuare studenti spacciatori o detentori di droga. Le polemiche sono state feroci; è seguito un incontro tra docenti, genitori e dirigenza. Nella lettera, di cui riportiamo alcuni brani in questa pagina, si legge fra l’altro: «Vi scrivo per chiedervi scusa. Fino al giorno della mia elezione come rappresentante avevo vissuto la scuola di mia figlia come “semplice” genitore». Poi cosa è accaduto? Dice Gianfranco di essere un ottimista deluso, dice che sedendo in consiglio di istituto ha percepito «una certa dose di autoreferenzialità burocratica» e di chiusura, fino a un muro contro muro che somiglia a un conflitto. «Tutto nel liceo avviene contro. C’è sempre un nemico». Ma Gianfranco difende l’opportunità dell’intervento dei genitori sulle scelte della scuola: non è delegittimazione dell’autorità della scuola, è o dovrebbe essere un dialogo necessario. Rispetto alla questione della droga, sono stati individuati grazie alle telecamere sei studenti, le conseguenze saranno pesanti, «ma lo stesso giudice è agli atti ha scosso la testa, chiedendosi: dov’era la scuola? Possibile che nessuno abbia fatto qualcosa?». Gli interrogativi di Gianfranco toccano il tema centrale del mandato educativo della scuola. Lo scopo della scuola, e della scuola superiore in particolare, è solo quello di trasmettere informazioni? «L’educazione come processo morale e culturale sparisce per far posto alla conoscenza come processo individuale di cattura ed elaborazione dell’informazione. (…) La scuola non se ne occupa più, ci pensino le famiglie, se proprio vogliono» scriveva Giuseppe Mantovani in un libro del 1998, L’elefante invisibile, in cui a partire da alcuni episodi di cronaca scolastica statunitense ragiona sul rapporto educazione/repressione. La lettera di Gianfranco è sintomatica di un disagio, racconta la difficoltà di rapporto fra genitori e docenti. L’«interferenza» si traduce in attrito: gli insegnanti sentono messa in discussione la loro autorità/autorevolezza, si asserragliano, talvolta anche giustamente, dietro alla cattedra. Si sentono in sostanza delegittimati: lo racconta bene Andrea Bajani nel suo La scuola non serve a niente, appena pubblicato da Laterza. «Ho pensato scrive Bajani a quei professori che poi la mattina si siedono alla cattedra e abbassano la testa spaventati perché negli occhi dei ragazzi vedono gli occhi dei genitori che gli hanno urlato in faccia il giorno prima». Forse è per questo che Gianfranco precisa, a scanso di equivoci: «le professoresse della classe di mia figlia lo sanno: per me sono delle eroine». Svilite, malpagate. Ma questo non toglie, aggiunge, che compattarsi in una sfida contro «certi genitori» non porti da nessuna parte. Simone Giusti, insegnante che si occupa da anni di orientamento e formazione, commenta così: «Non sono tanti in Italia i genitori che riescono con questa capacità di ragionamento a dialogare con la scuola. E non trovo niente di scorretto nella lettera. Credo che però si debba allargare lo sguardo oltre i licei, e pensare ai genitori che non hanno questa capacità argomentativa né i mezzi per dialogare con la scuola. Si sentono esclusi, o peggio, si auto-escludono. Sono assenti. Questo avviene soprattutto negli istituti professionali e in contesti che definiremmo svantaggiati e difficili. La scuola non ha paura dei genitori, quando sono assenti. Quando sono presenti è questo il paradosso sembra invece spaventata». Come se ne esce? La scuola non può imporre, spiega Giusti: da quella che avverte come «interferenza» dei genitori dovrebbe aprire lo spazio del dialogo, del coinvolgimento. Vieni dalla mia parte, dovrebbe dire la scuola al genitore, facciamo il cammino insieme. «Quando la scuola arriva a dover ricorrere a un giudice per fare il proprio lavoro, significa che ha delegato, o forse addirittura abdicato». Giusti è d’accordo con il genitore firmatario della lettera aperta: quando si sente abbandonata, priva di un mandato sociale, l’istruzione si rifugia nel tecnicismo, nella burocrazia. Perde l’anima, insomma. «La riforma dell’autonomia scolastica è rimasta a metà, incompiuta. Gli insegnanti sono come numeri impazziti assegnati dal ministero a questa o a quella struttura. In queste condizioni non è facile costruire una comunità educativa e si rischia di dare forma a un’entità burocratica arcigna e senza strumenti. Da anni il ministero è in mano a tecnici, e non era questa la strada intrapresa tra gli anni Settanta e i Novanta, il cammino è interrotto e andrebbe ripreso». Forse il mezzo non è quello di alcuni questionari vagamente surreali che alcune scuole hanno spedito, tramite i ragazzi, ai genitori. Domanda: questa scuola ha una buona attenzione nella proposta formativa rispetto alla necessità di contribuire ad educare e formare lo studente dal punto di vista umano? Il quesito è già di per sé un po’ farraginoso, ma il vero problema sono le opzioni di risposta: molto in disaccordo, in disaccordo, d’accordo, molto d’accordo. Ma su cosa? E con chi?

L’Unità 31.05.14

"Dall’Imu al caos l’eredità del Pdl", di Ruggero Paladini

La Tasi potrebbe aumentare il prelievo sulle prime case di oltre il 60% rispetto al 2013. La stima della Banca d’Italia si basa sui livelli di tassazione dei Comuni capoluogo di Regione. «Considerando un’abitazione principale non di lusso, nella media … il prelievo si è ridotto complessivamente di circa il 40% fra il 2012 e il 2013. Come i lettori ricorderanno, nelle trattative per il varo del governo Letta-Berlusconi impose la condizione di eliminazione dell’Imu sulla prima casa, da intendersi come la casa in cui il proprietario abita (se ha una sola casa ma non vi risiede, non è “prima casa”).

Ma non poteva essere una soluzione duratura, soprattutto in periodi in cui i governi italiani sono alle prese con il fiscal compact. Tra l’altro le indicazioni della Commissione europea (e degli altri istituti internazionali dal Fmi all’Oecd) suggeriscono di alleggerire il carico fiscale sul lavoro, ma non quello sugli immobili o sui consumi. Su questi ultimi si potrebbe anche dissentire, ma per quanto riguarda gli immobili la totalità degli economisti ritiene l’imposizione immobiliare meno distorsiva di altri prelievi. Da quest’anno dunque entra in vigore la Tasi; ha un’aliquota di base all’1 per mille elevabile al 2,5 per mille. I Comuni possono applicare un’addizionale di 0,8 punti ed elevare l’aliquota fino al 3,3 per mille, allo scopo di concedere delle detrazioni. Dice la Banca d’Italia: «Nel 2014, nell’ipotesi di applicazione della Tasi ad aliquota base, il prelievo aumenterebbe di circa il 12% (rimanendo comunque ben al di sotto del livello registrato nel 2012)». Ma «Se ciascun capoluogo applicasse un’aliquota pari al 2,5 per mille, il prelievo complessivo crescerebbe di oltre il 60% rispetto al 2013».

Se il ritorno all’imposizione della prima casa era in qualche modo scontato, non lo è affatto il modo in cui è avvenuto.

La scelta di concedere una larghissima autonomia ai Comuni può anche essere considerata positiva da qualche acceso federalista, ma rischia di creare molti pasticci. Il Comune può (più che) triplicare l’aliquota, e concedere detrazioni, ma in molti casi (in effetti nella maggioranza dei casi) non ha le conoscenze necessarie per scegliere aliquota e detrazioni. Può rischiare di far pagare abitazioni che erano esenti con l’Ici o l’Imu montiana, con le conseguenze facilmente immaginabili, o può essere troppo generoso e perdere gettito.
La maggioranza dei Comuni ha deciso di rinviare; prendere tempo è positivo, anche se getta nell’incertezza i contribuenti. Per molti di essi lo stress di non sapere quando e quanto dovranno pagare supera il dispiacere del prelievo in sé.
Rimangono poi gli eterni limiti dell’Ici-Imu-Tasi. I valori sono calcolati su estimi catastali effettuati in tempi preistorici; la discrepanza rispetto ai valori di mercato si è ridotta con l’aumento da 100 a 160 effettuato con l’Imu, ma le differenze tra un immobile ed un altro non sono cambiate. Se in media i valori attuali sono circa la metà di quelli di mercato, in molti casi il rapporto è nettamente più basso, mentre in altri si avvicina pericolosamente all’unità, e talvolta il valore stimato supera quello di mercato. Gli immobili più favoriti sono quelli più antichi, quelli più penalizzati sono quelli più recenti.
La delega fiscale ha tra i suoi obiettivi proprio quello di riformare il Catasto, giungendo ad un sistema parametrale basato sui metri quadri. L’Osservatorio del mercato immobiliare ha da tempo, per quanto riguarda le abitazioni, prodotto delle stime dei valori, nel complesso attendibili e molto meno arbitrarie di quelle vigenti, che avrebbero già potuto essere utilizzati. Speriamo che l’attuazione della legge delega non vada alle calende greche.

Altri aspetti: la Tasi concede troppa autonomia ai Comuni, e crea una differenza eccessiva tra le “prime case”, le altre abitazioni, e gli immobili strumentali, sui quali il peso è cresciuto troppo.
Il caso di chi ha una sola abitazione ma non vi risiede, citato all’inizio, presenta delle evidenti incongruenze dal punto di vista equitativo. Il caso di chi ha un mutuo che grava sulla casa deve essere preso in considerazione, riducendo l’imposta. Sono questioni che vanno affrontate e risolte; l’imposizione immobiliare per il finanziamento dei Comuni è una necessità; speriamo che gli atteggiamenti demagogici non abbiano più lo spazio che hanno avuto finora. Se c’è spazio per riduzioni del prelievo, l’obbiettivo deve essere soprattutto il lavoro.

L’Unità 31.05.14

"Stabilizzati quasi 14mila insegnanti di sostegno", di Eugenio Bruno e Claudio Tucci

Più 559 cattedre alle superiori, di cui circa 290 per la reintroduzione di un’ora di geografia nei primi due anni degli istituti tecnici e professionali. Stabilizzazione di 13.342 docenti di sostegno. Qualche posto in meno invece nella primaria (-63 rispetto al 2013/2014) e alle medie (-915), che si compensano però con l’aumento di 419 unità nella scuola dell’infanzia e con quello appena citato delle superiori. È il saldo della dotazione di professori di ruolo prevista per l’anno scolastico 2014/2015, che si conferma a quota 600.839: la stessa degli ultimi tre anni per effetto della legge Monti di fine 2011 che ha congelato la consistenza del personale ai valori del 2012-2013 (nonostante a settembre, secondo gli ultimi dati provvisori del ministero dell’Istruzione, si registri un incremento degli alunni sui banchi di quasi 40mila unità). A prevederlo è il decreto interministeriale Mef-Miur che la prossima settimana sarà all’esame della Conferenza unificata e che Il Sole 24 Ore è in grado di anticipare.
A settembre entreranno in vigore le novità previste dal decreto Carrozza. Cioè il ripristino dell’ora di geografia nei tecnici e professionali. Gli oneri per i professori in più sono coperti da uno stanziamento di 3,3 milioni per il 2014 e di 9,9 milioni a regime dal 2015. Si stabilizzerà anche la seconda tranche di 13.342 di docenti di sostegno (finora utilizzati in organico di fatto), e anche in questo caso la relativa spesa (108 milioni annui) è già conteggiata dal Dl 104. Nel 2015 si dovrebbe completare poi il piano con l’assunzione della terza e ultima tranche di altri 9mila professori di sostegno, per arrivare a un organico di diritto complessivo di 90.469 docenti e rispettare così le indicazioni della Consulta che ha cancellato ogni restrizione nell’utilizzo degli insegnanti di sostegno per garantire le esigenze degli studenti disabili.
Passando agli organici, alla scuola dell’infanzia sono attribuiti 81.771 posti; alla primaria 198.787; alle medie 130.846 posti e alle superiori 189.435. La ripartizione è affidata ai direttori scolastici regionali tra le circoscrizioni provinciali di competenza (e tra i gradi di scuola). Il decreto ripartisce anche le cattedre tra le singole regioni. Rispetto all’anno scolastico che si sta per concludere la Sicilia ne avrà 504 in meno, scendendo così a 58.463. Anche Campania (-387), Puglia (-340) e Calabria (-183) ne perderanno alcune mentre Lombardia (+410), Emilia Romagna (+396), Toscana (+269) e Lazio (+246) avranno un saldo attivo.
Nella determinazione dei contingenti provinciali si terrà conto delle situazioni di disagio (zone montane e piccole isole) e una particolare attenzione dovrà essere riservata ai luoghi caratterizzati da un forte tasso di abbandono scolastico. L’istituzione di nuove sezioni di scuola dell’infanzia dovrà avvenire in collaborazione con gli enti territoriali, mentre nella scuola primaria si conferma l’opzione delle 40 ore (il tempo pieno), su richiesta delle famiglie (ma potrà essere realizzata solo in presenza di strutture idonee). Il tempo scuola nelle ex elementari è di 24, 27, 30 ore settimanali, nei limiti delle risorse dell’organico assegnato. La dotazione organica viene comunque fissata in 27 ore settimanali per classe, senza compresenze (ciò dopo il riordino operato dalla legge 169 del 2008). Nelle secondarie di secondo grado, poi, è confermata la possibilità delle scuole di utilizzare la quota di autonomia del 20% dei curricoli per potenziare gli insegnamenti obbligatori per tutti gli studenti, e in particolare le attività di laboratorio. Ma anche per attivare ulteriori insegnamenti con cui potenziare l’offerta formativa. Il decreto interministeriale, infine, conferma l’avvio delle sezioni sportive dei licei scientifici (si parte con la prima classe e non ne ce potrà essere più di una per istituto) e dei nuovi Cpia, i centri provinciali per l’istruzione degli adulti. Qui, in particolare, si specifica che l’organico dei corsi è determinato con riferimento al rapporto non superiore a 10 docenti ogni 160 studenti (fermo restando, in ogni caso, il limite di organico definito dal decreto Miur-Mef).

Il Sole 24 ore 31.05.14

"La sfida keynesiana di Via Nazionale", di Massimo Giannini

Sarebbe fin troppo facile mettere in sequenza le parole di Squinzi e le Considerazioni Finali di Visco, e leggerle come un convinto sostegno al «governo Leopolda». Cioè l’ennesima prova del solito vezzo italiota, che spinge tutti a salire sul carro del vincitore. È chiaro che il plebiscito riscosso da Renzi alle europee induce partiti, istituzioni e corpi intermedi a ripensare ruoli e collocazioni. Non serve aver studiato Gramsci, per capire l’importanza del consenso nei rapporti di forza e, in prospettiva, nella costruzione di un’egemonia. Dunque c’è anche questo, nell’apertura di credito sulle riforme tributata l’altro ieri dal presidente di Confindustria, e rilanciata ieri dal governatore di Bankitalia. Il riconoscimento di una grande legittimazione, che obbliga a una grande responsabilità. Con il voto del 25 maggio, gli elettori hanno detto a Renzi: vogliamo fidarci di te, ma ora fai
quello che hai promesso.
SQUINZI e Visco gli ripetono la stessa cosa. Ora hai la forza: usala non più solo per raccontarci come va cambiato il Paese, ma per cambiarlo davvero.
La Banca d’Italia non si limita a dire al premier che è sulla buona strada, con il bonus Irpef da 80 euro alle famiglie e con l’accelerazione del pagamenti dello Stato alle imprese. Lo ammonisce a non abusare della solita leva fiscale (visto che la nuova Tasi inciderà in molti comuni più della vecchia Imu). E gli suggerisce una vera e propria sfida keynesiana. Il rigore è servito a sanare i conti pubblici, anche se il debito resta intollerabilmente alto. Ma i costi dell’austerity, combinati con la Grande Crisi, sono stati micidiali. La crescita latita, e la deflazione incombe.
Per questo urgono le riforme che scandiscono il crono-programma renziano. Con due caveat, fondamentali. Il primo: le riforme non basta annunciarle a Palazzo Chigi e presentarle in Parlamento, bisogna tradurle in pratica (se è vero che solo il 48% delle 69 leggi di riforma varate tra novembre 2011 e aprile 2013 sono arrivate alla fase attuativa). Il secondo: la ripresa non verrà, e i posti di lavoro non nasceranno, se alle riforme non si accompagna un coraggioso rilancio degli investimenti (negli ultimi 4 anni quelli pubblici sono crollati del 30%, nel 2013 quelli privati sono scesi al 17% del Pil, livello più basso del dopoguerra). Aumentare la produttività è necessario, ma è inutile se non si rimette in moto la domanda. Non serve esser rimasti folgorati sulla via tracciata da Thomas Piketty, per rendersene conto.
Stavolta c’è anche un altro messaggio, che viene dalle élite. Ed è un messaggio che finalmente rimette al centro dell’agenda italiana non solo la recessione e la disoccupazione, ma anche la nuova Questione Morale che squassa il Paese, da Milano a Reggio Calabria.
Il presidente di Confindustria, due giorni fa, ha parlato di «scatto morale». Puntando il dito contro le stesse imprese che rappresenta, e dicendo «chi corrompe fa male alla propria comunità, fa male al mercato, produce un grave danno alla concorrenza e a i suoi colleghi». Spetta a «noi imprenditori il dovere di difendere la nostra casa dai corrotti che ci danneggiano e di denunciare i corruttori che ci taglieggiano ». Il governatore della Banca d’Italia, ieri, è stato persino più duro. Tra gli interventi di riforma più urgenti non ha ricordato né la spending review né il fisco, ma «quelli che riguardano la tutela della legalità».
Forse mai, nei saloni di Via Nazionale, si era sentita una condanna così netta contro «corruzione, criminalità, evasione fiscale» che, oltre a «minare alla radice la convivenza civile», distorcono il mercato e distruggono lo Stato, accentuano il carico fiscale per chi paga le tasse e bloccano la generazione di nuove occasioni di lavoro. Forse mai, nelle parole di un governatore, si era celebrato un processo così duro al sistema delle imprese e a quello delle banche, sempre più spesso accusate di malaffare proprio nel tanto celebrato «territorio»: Come dimostrano gli scandali Mps e Carige, e come confermano quei 45 casi di «irregolarità di possibile rilievo penale» scoperti dalla Vigilanza, su 340 ispezioni effettuate presso altrettanti istituti di credito.
«Comportamenti inaccettabili», li definisce Visco, che invoca a più riprese «ossequio della legge », «rispetto delle regole e linearità di comportamenti ». Era ora che l’establishment uscisse allo scoperto, e si pronunciasse su un tema così dirimente. Invece di voltare lo sguardo altrove, come ha fatto troppe volte prima, durante e dopo Tangentopoli, e poi nel ventennio berlusconiano, dominato dalla caduta del principio di legalità e dallo Stato d’eccezione permanente. L’Italia di oggi, purtroppo, sconta anche questo: uno spread etico, non solo economico. E da quello non ci salva la Bce di Draghi, ma solo la buona politica.

La Repubblica 31.05.14

Renzi: “Pronti a guidare l’Ue L’Italia ha scelto la stabilità Governerò per quattro anni”, di Fabio Martini

Sin dalla notte della larghissima vittoria elettorale Matteo Renzi si è imposto un understatement e un profilo basso che hanno di nuovo spiazzato tutti e così, anche chiacchierando nel suo studio di palazzo Chigi con i corrispondenti di alcuni dei più importanti giornali europei che gli chiedono di una sua possibile leadership Ue, lui si vieta ogni trionfalismo: «Non credo che il senso delle elezioni sia che è nato il leader Matteo Renzi. No, il senso delle elezioni è che l’Italia può giocare un ruolo, che l’Italia non è l’ultima ruota del carro, che l’Italia è un Paese che, se cambia, può diventare lei leader d’Europa». In jeans scoloriti, camicia bianca senza cravatta, Matteo Renzi mantiene il suo tono scanzonato e a Philippe Ridet de «Le Monde» che gli chiede un pronostico sul mondiale di calcio, lui risponde: «Sono troppo amico di Cesare Prandelli e poi dicono che se l’Italia vince i Mondiali c’è un punto in più di Pil…». Ma la Francia lo ha vinto nel ’98 e non è arrivato nulla…». Renzi: «Facciamo così, noi lo vinciamo e poi controlliamo, io mi accontento anche di mezzo punto!».

Presidente, è la terza volta in due anni che questo pool di giornalisti viene qui a palazzo Chigi: prima c’era Monti, poi Letta, ora lei. Pensa che il prossimo anno ne troveremo un altro? Quale è la ricetta per restare?

«Non so se sia un bene o un male, ma credo che per qualche anno non ne vedrete altri! L’Italia ha scelto la stabilità e per noi stabilità significa fare riforme molto dure e molto forti. Possiamo permetterci di dire che vogliamo cambiare l’Europa perché partiamo da noi. Perché da noi, dopo 70 anni, non si è votato per le Province. Perché la riforma elettorale è stata approvata in prima lettura. Perché la riforma della Costituzione è ben incardinata al Senato. Perché la riforma del lavoro, scandita in due parti, è già avviata; perché la riforma della Pubblica amministrazione sarà attuata il 13 giugno; perché la riforma della giustizia sarà presentata entro giugno; perchè il 30 giugno inizierà il processo civile telematico. L’Italia sta profondamente cambiando».

La stabilità consente il cambiamento?

«Sì, anche perché il segnale delle urne non si presta ad equivoci. È la prima volta dal 1958 che un partito prende più del 40 per cento, allora credo fosse al governo Fanfani: 56 anni fa. Più forte di così gli italiani non potevano parlare».

Un voto politico o un atto di fede?

«E’ difficile interpretare i flussi elettorali, a maggior ragione è difficile interpretare le emozioni elettorali. Penso che le due cose stiano assieme. È un atto di fede, basato su un ragionamento politico. C’è un modo tipico di dire, buffo, dei politici italiani che perdono le elezioni: ah, gli italiani non ci hanno capito… Come se fosse colpa degli elettori! Ma rovesciando quel modo di pensare, si potrebbe dire che stavolta sono stati gli italiani ad aver capito noi, più e meglio di quanto non sia stata capace la classe dirigente, i giornalisti, i politici».

Dopo tanti falsi allarmi, stavolta l’Europa sembra davvero al bivio, ripensarsi o rischiare di perdersi. L’altra sera, alla cena di Bruxelles con gli altri capi di Stato e di governo c’era la percezione di questo bivio o sono state espresse preoccupazioni rituali?

«Non so valutare le singole posizioni, io dico che se vogliamo salvare l’Europa, dobbiamo cambiarla. Anche nel nostro Paese, quello con la percentuale più alta di votanti e nel quale si è affermato il principale partito al governo, chi ha votato per il Pd ha comunque chiesto di cambiare l’Europa, non di conservarla come è».

La Stampa 31.05.14

Proroga tasse, parlamentari “Pronti all’interpretazione autentica”

Davide Baruffi, Manuela Ghizzoni e Stefano Vaccari su interpretazione banche di art.3 bis. Alcuni istituti di credito, sulla base dell’accordo Abi e Cdp, stanno chiedendo ai propri clienti di andare in banca per rinegoziare il piano di restituzione delle rate dei mutui accesi per il pagamento delle tasse da parte delle aziende colpite dal sisma: la proroga di due anni nella restituzione del prestito, stabilita dal dl 4/2014, viene interpretata come una semplice diluizione del numero delle rate, con la prima rata che scade a giugno 2014. “Lo spirito e la lettera della norma non dicono affatto questo – spiegano i parlamentari modenesi del Pd Davide Baruffi, Manuela Ghizzoni e Stefano Vaccari – comunque, se si tratta di fare ulteriore chiarezza, per venire incontro alle esigenze di chi vive e lavora nella zona del cratere sismico e per un’applicazione omogenea della norma, disporremo un’ interpretazione autentica. Intanto però chiediamo anche alle banche di sospendere, almeno per il momento, gli atti che stanno già intraprendendo”.

L’articolo 3 bis del dl 4/2014, che inserisce la proroga di due anni nella restituzione del prestito acceso presso le banche per il pagamento delle tasse e dei contributi da parte dell’aziende colpite dal sisma, viene interpretato da alcuni istituti di credito come una semplice diluizione in un maggior numero di rate della somma da restituire. E’ la ragione per cui, ad alcuni imprenditori, è già arrivata la richiesta di andare in banca per rinegoziare il piano di restituzione, con la scadenza per la prima rata fissata a giugno 2014. “Lo spirito e la lettera della norma non dicono affatto questo – spiegano i parlamentari modenesi del Pd Davide Baruffi, Manuela Ghizzoni e Stefano Vaccari che hanno a lungo battagliato con la Ragioneria dello Stato per ottenere la proroga – Si parla esplicitamente di differimento della restituzione del debito per un periodo non superiore ai due anni, rispetto alla scadenza originariamente prevista. Se si fosse trattato di una semplice diluizione del numero delle rate da restituire, non si spiegherebbero i dubbi e gli ostacoli, frapposti a lungo dalla Ragioneria dello Stato, che abbiamo dovuto superare per ottenere questo risultato. Ci stupiamo, quindi, dell’interpretazione data alla norma da parte di Abi e Cassa depositi e prestiti che hanno sottoscritto, qualche giorno fa, un’aggiunta alla convenzione originaria che stravolge il senso della norma approvata dal Parlamento e sottoscritta da tutte le forze politiche. Detto questo, comunque, – concludono Davide Baruffi, Manuela Ghizzoni e Stefano Vaccari – se si tratta di fare ulteriore chiarezza, per venire incontro alle esigenze di chi vive e lavora nella zona del cratere sismico e per un’applicazione omogenea della norma, disporremo un’ interpretazione autentica. Il primo provvedimento in discussione in Parlamento nel quale potremmo inserirla è la conversione in legge del dl 74, il cosiddetto Decreto Modena che già contiene disposizioni urgenti per le zone alluvionate. Se si rivelerà necessario, siamo pronti ad avviare questo percorso, ma intanto chiediamo anche ad Abi e alle banche di sospendere, almeno per il momento, gli atti che stanno già intraprendendo”.