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"Le altre donne" di Concita De Gregorio

Esistono anche altre donne. Esiste San Suu Kyi, che dice: «Un’esistenza significativa va al di là della mera gratificazione di necessità materiali. Non tutto si può comprare col denaro, non tutti sono disposti ad essere comprati. Quando penso a un paese più ricco non penso alla ricchezza in denaro, penso alle minori sofferenze per le persone, al rispetto delle leggi, alla sicurezza di ciascuno, all’istruzione incoraggiata e capace di ampliare gli orizzonti. Questo è il sollievo di un popolo».

Osservo le ragazze che entrano ed escono dalla Questura, in questi giorni: portano borse firmate grandi come valige, scarpe di Manolo Blanick, occhiali giganti che costano quanto un appartamento in affitto. È per avere questo che passano le notti travestite da infermiere a fingere di fare iniezioni e farsele fare da un vecchio miliardario ossessionato dalla sua virilità. E’ perché pensano che avere fortuna sia questo: una valigia di Luis Vuitton al braccio e un autista come Lele Mora. Lo pensano perché questo hanno visto e sentito, questo propone l’esempio al potere, la sua tv e le sue leader, le politiche fatte eleggere per le loro doti di maitresse, le starlette televisive che diventano titolari di ministeri.
Ancora una volta, il baratro non è politico: è culturale. E’ l’assenza di istruzione, di cultura, di consapevolezza, di dignità. L’assenza di un’alternativa altrettanto convincente. E’ questo il danno prodotto dal quindicennio che abbiamo attraversato, è questo il delitto politico compiuto: il vuoto, il volo in caduta libera verso il medioevo catodico, infine l’Italia ridotta a un bordello.

Sono sicura, so con certezza che la maggior parte delle donne italiane non è in fila per il bunga bunga. Sono certa che la prostituzione consapevole come forma di emancipazione dal bisogno e persino come strumento di accesso ai desideri effimeri sia la scelta, se scelta a queste condizioni si può chiamare, di una minima minoranza. È dunque alle altre, a tutte le altre donne che mi rivolgo. Sono due anni che lo faccio, ma oggi è il momento di rispondere forte: dove siete, ragazze? Madri, nonne, figlie, nipoti, dove siete. Di destra o di sinistra che siate, povere o ricche, del Nord o del Sud, donne figlie di un tempo che altre donne prima di voi hanno reso ricco di possibilità uguale e libero, dove siete? Davvero pensate di poter alzare le spalle, di poter dire non mi riguarda? Il grande interrogativo che grava sull’Italia, oggi, non è cosa faccia Silvio B. e perché.

La vera domanda è perché gli italiani e le italiane gli consentano di rappresentarli. Il problema non è lui, siete voi. Quel che il mondo ci domanda è: perché lo votate? Non può essere un’inchiesta della magistratura a decretare la fine del berlusconismo, dobbiamo essere noi. E non può essere la censura dei suoi vizi senili a condannarlo, né l’accertamento dei reati che ha commesso: dei reati lasciate che si occupi la magistratura, i vizi lasciate che restino miserie private.

Quel che non possiamo, che non potete consentire è che questo delirio senile di impotenza declinato da un uomo che ha i soldi – e come li ha fatti, a danno di chi, non ve lo domandate mai? – per pagare e per comprare cose e persone, prestazioni e silenzi, isole e leggi, deputati e puttane portate a domicilio come pizze continui ad essere il primo fra gli italiani, il modello, l’esempio, la guida, il padrone.

Lo sconcerto, lo sgomento non sono le carte che mostrano – al di là dei reati, oltre i vizi – un potere decadente fatto di una corte bolsa e ottuagenaria di lacchè che lucrano alle spalle del despota malato. Lo sgomento sono i padri, i fratelli che rispondono, alla domanda è sua figlia, sua sorella la fidanzata del presidente: «Magari». Un popolo di mantenuti, che manda le sue donne a fare sesso con un vecchio perché portino i soldi a casa, magari li portassero. Siete questo, tutti? Non penso, non credo che la maggioranza lo sia. Allora, però, è il momento di dirlo.

L’Unità 19.01.11

"Il sermone della decenza", di Barbara Spinelli

Dovrebbe esser ormai chiaro a tutti, anche a chi vorrebbe parlar d´altro e tapparsi le orecchie, anche a chi non vede l´enormità della vergogna che colpisce una delle massime cariche dello Stato, che una cosa è ormai del tutto improponibile: che il presidente del Consiglio resti dov´è senza neppure presentarsi al Tribunale, e che addirittura pretenda di candidarsi in future elezioni come premier. Molti lo pensano da tempo, da quando per evitare condanne il capo di Fininvest considerò la politica come un sotterfugio.
Non un piano nobile dove si sale ma uno scantinato in cui si «scende», si traffica, ci si acquatta meglio. La stessa ascesa al Colle resta, nei suoi sogni, una discesa in sotterranei sempre più inviolabili. Molti sono convinti che i suoi rapporti con la malavita, la stretta complicità con chi in due gradi di giudizio è stato condannato per concorso in associazione mafiosa (Dell´Utri), il contatto con un uomo – Mangano – che si faceva chiamare stalliere ed era il ricattatore distaccato da Cosa Nostra a Arcore – erano già motivi sufficienti per precludergli un luogo, il comando politico, che si suppone occupato da chi ha avuto una vita rispettosa della legge.
Ma adesso l´impegno a fermare quest´uomo infinitamente ricattabile perché incapace di controllare la sua sessualità deve esser esplicitamente preso dai responsabili politici tutti, dalla classe dirigente in senso lato, e non solo detto a mezza voce. È una specie di sermone che deve essere pronunciato, solenne come i giuramenti che costellano la vita dei popoli. Un sermone che non deleghi per l´ennesima volta il giudizio morale e civile alla magistratura. Che pur rispettando la presunzione d´innocenza, certifichi l´esistenza di un ceto politico determinato a considerare l´evidenza dello scandalo e a trarne le conseguenze prima ancora che i tribunali si pronuncino. Ci sono reati complessi da districare, per i giudici. Questo non vieta, anzi impone alla politica di delimitare in piena autonomia la dignità o non dignità dei potenti.
Non è più solo questione del conflitto di interessi, che grazie alla legge del 1957 avrebbe sin dall´inizio potuto vietare l´accesso a responsabilità politiche di un titolare di pubbliche concessioni (specie televisive). Chi è sospettato d´aver pagato prostitute o ragazze minorenni, d´aver indotto – sfruttando il proprio potere – un pubblico ufficiale a fare cose illecite, chi è talmente impaurito dall´arresto di Ruby dal presentarla in questura come nipote di Mubarak, chi ha avuto rapporti con mafiosi e corrotto testimoni o giudici, deve trovare chiuse le porte della politica, anche se i Tribunali ancora tacciono o se vi son state prescrizioni. Attorno a lui deve essere eretto una sorta di alto muro, che impersoni la legge, la riluttanza interiore d´un popolo a farsi rappresentare da un individuo dal losco passato e dal losco presente. Tra Berlusconi e la politica questo muro non è stato mai eretto, nemmeno dall´opposizione quando governava. Se non ora, quando?
È così da millenni, nella nostra civiltà: una società ha anticorpi che espellono le cellule malate, o non li ha e decade. L´ostracismo fu un prodotto della democrazia ateniese, nel VI secolo a.C. Eraclito scrive: «Combattere a difesa della legge è necessario, per il popolo, proprio come a difesa delle mura». Berlusconi non avrebbe dovuto divenire premier, e non perché si disprezzi il popolo che lo ha eletto: non avrebbe dovuto neanche potersi candidare. Comunque, oggi, non può restare o tornare in luoghi del comando che hanno una loro sacralità: non può, se la coerenza non è una quisquilia, nemmeno presentarsi come patrono del proprio successore. Non è un monarca che va in pensione.
Gli italiani più restii a vedere lo sanno, altrimenti non avrebbero acclamato in simultanea, da 16 anni, Berlusconi e tre capi dello Stato. È segno che in un angolo della coscienza, sognano quel decalogo che nelle parole di Thomas Mann «altro non è che la quintessenza dell´umana decenza»: il non rubare, il non pronunciare il nome di Dio invano, il non dire il falso, il non sbandierare valori senza rispettarli, il non adulterare ciò che è chiaro e puro confondendolo con il torbido e l´impuro. È come se i padri costituenti avessero presentito tutto questo, vietando plebisciti di capi di governo o di Stato: come se condividessero la diffidenza di Piero Calamandrei per l´inclinazione italiana alla «putrefazione morale, all´indifferenza, alla sistematica vigliaccheria».
La responsabilità del sermone è dunque per intero nelle mani dei parlamentari, liberi per legge da vincolo di mandato. Così come è in mano ai contro-poteri che costituzionalmente limitano il dominio d´uno solo (parlamento, magistratura, stampa). Contro-poteri su cui la sovranità popolare non ha il primato, se è vero che essa viene «esercitata nelle forme e nei limiti della Costituzione» (art 1).
Già una volta, nella «chiamata di correo» di Craxi, i politici caddero nel baratro, degradando se stessi. Fu il buco nero di Tangentopoli, e spiega come mai ancora abitiamo un girone dantesco fatto di menzogna e omertosi sortilegi. Il buco nero sono le parole di Craxi in Parlamento, il 3 luglio ´92: «Nessun partito è in grado di scagliare la prima pietra. (…) Ciò che bisogna dire, e che tutti del resto sanno, è che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale.(…) Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia (…) criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale. Non credo che ci sia nessuno in quest´aula, responsabile politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi, i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro».
Difficile dimenticare il silenzio che seguì: nessun deputato si alzò, e ancor oggi la nostra storia stenta a non essere storia criminale. Ancor oggi si vorrebbe sapere perché i deputati che si ritenevano onesti rimasero appiccicati alla poltrona. Craxi pagò appropriatamente, perché le sentenze erano passate in giudicato e la legge è legge, ma pagò per molti: anche per Berlusconi, che con il suo aiuto costruì il proprio apparato di persuasione televisiva e profittò del crollo della Prima Repubblica sostituendola con un suo privato giro di corrotti e corruttori.
I deputati rischiano di restar seduti anche oggi, come allora: per schiavitù volontaria, o peggio. Il sermone oggi necessario deve essere un impegno a che simili ignominie non si ripetano. Proprio perché il conflitto d´interessi è sorpassato, e siamo di fronte a un conflitto fra decenza e oscenità, fra servizio dello Stato e servizio dei propri comodi, fra libertinaggio innocente e libertinaggio commisto a reati. Da molto tempo, c´è chi ha smesso di parlare di Palazzo Chigi: preferisce parlare di palazzo Grazioli come sede dell´esecutivo, e fa bene. Che si salvi, almeno, l´aura associata ai luoghi italiani del potere.
Domenica scorsa, Berlusconi ha fatto dichiarazioni singolari, oltre che ridicole. Definendo gravissima, inaccettabile, illegale, l´intromissione dei magistrati nella vita degli italiani ha detto: «Perché quello che i cittadini di una libera democrazia fanno nelle mura domestiche riguarda solo loro. Questo è un principio valido per tutti, e deve valere per tutti. Anche per me». L´uguaglianza fra cittadini equivale per lui alla libertà di fare quel che si vuole, in casa: anche un reato, magari. Non riguarda certo l´uguaglianza di fronte alla legge. L´antinomia stride, e offende. Siamo ben lontani dall´ingiunzione di Eraclito, se tutto diventa lecito nelle mura domestiche, e non appena succede qualcosa di criminoso l´uguaglianza cessa d´un colpo, e comincia l´età dei porci di Orwell, in cui tutti sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri.

La Repubblica 19.01.11

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“La tristezza della lussuria”, di ENZO BIANCHI

La sapienza dei padri della Chiesa fin dai primi secoli ha saputo distinguere tra alcuni peccati gravissimi – passibili di «scomunica» e di una lunga penitenza pubblica prima della riammissione nella comunità cristiana: apostasia, adulterio, omicidio, aborto… – ma legati a un singolo gesto e altri peccati o vizi «capitali» che sono invece espressione di una patologia spirituale molto più profonda.

Comportamenti generati da «pensieri malvagi» che in certo senso minano la personalità stessa di chi li commette, facendolo finire in una spirale di depravazione sempre più disumana: autentici «vizi dell’anima», che nascono dal cuore e che a partire dal cuore vanno contrastati. Tra questi la lussuria, il rapporto deformato con il sesso, una passione che porta a ricercare il piacere per se stesso, il godimento fisico avulso dallo scopo al quale è legato.

Il piacere sessuale è il più intenso piacere fisico, un piacere complesso che investe il corpo e la psiche, un piacere inerente all’atto sessuale, di cui tuttavia costituisce solo un aspetto. Ora, se il piacere è cercato nella «quantità», nella compulsione, nell’eccedenza, l’incontro sessuale viene ridotto alla sola genitalità, al piacere fisico e all’orgasmo, l’interesse si focalizza sull’organo specificamente implicato in esso e lì si rinchiude, senza aperture ad alcuna finalità. L’unico scopo diventa possedere l’altro per farlo strumento del proprio piacere: l’altro è ridotto al suo corpo, alle sue parti erotiche e desiderabili, diventa un oggetto, addirittura un elemento feticistico… Ma l’energia sessuale è unificante quando è rivolta all’amore, alla comunicazione, alla relazione, cioè a una «storia» d’amore; ridotta all’erotismo, invece, essa frammenta, divide, dissipa il soggetto.

Chi è preda della lussuria assolutizza la propria pulsione e nega la relazione con l’altro, compiendo così una scissione della propria personalità e riducendo l’altro a una «cosa», prima ancora che a una merce. Le pulsioni erotiche, non più ordinate e armonizzate nella totalità del sé, sfogano la propria natura caotica e selvaggia, fino a sommergere l’altro, indotto nella fantasia o nella realtà – quasi sempre con prepotenza – all’atto sessuale: la lussuria si manifesta là dove il piacere sessuale è incapace di sottostare alle elementari regole della dignità propria e altrui.

Eppure questa passione nasce nello spazio della sessualità, dimensione umana positiva tesa alla comunione tra uomo e donna: la complessità del piacere sessuale non riguarda solo la genitalità e l’orgasmo, ma coinvolge la persona intera, con tutti i suoi sensi. Linguaggio d’amore, manifestazione del dono di sé all’altro, il piacere sessuale è coronamento dell’unione e, come tale, resta inscritto nella storia di un uomo o di una donna: appare nella pubertà ed è accompagnato dalla fecondità, per poi conoscere una stagione di sterilità, fino alla sua estinzione. La lussuria, per contro, consiste nell’intendere il piacere come realtà scissa dai soggetti, dalla loro storia d’amore, ed è perciò una ferita inferta a se stessi e all’altro. Quando si separa il corpo dalla persona, allora l’esercizio della sessualità è sfigurato, degenera, sfocia in aridità, diventa ripetizione ossessiva, obbedisce all’aggressività e alla violenza. L’amore, che è dono di sé e accoglienza dell’altro, è smentito radicalmente dalla lussuria, che vuole il possesso dell’altro; e così il rapporto sessuale, che dovrebbe essere un linguaggio «altro», sempre accompagnato dalla parola ma anche eccedente la parola stessa, diventa la morte del linguaggio, della comunicazione, impedendo di fatto ogni comunione. Viviamo in un contesto culturale, costruito ad arte da molti mass media e sfruttato dalla pubblicità, in cui l’unica realtà non oscena è quella dell’erotismo: è ormai inevitabile imbattersi in immagini erotiche, che si imprimono nella mente per riemergere in seguito e stimolare fantasie perverse. Per reagire a tale clima ammorbante dovremmo acquisire la consapevolezza che la lussuria toglie la libertà: chi ne è schiavo finisce per asservirsi all’idolo del piacere sessuale, un idolo ossessionante che innesca una pericolosa dipendenza. Chi è preda della lussuria è come malato di bulimia dell’altro, lo cosifica in modo reale nella prestazione sessuale o in modo virtuale nell’immaginazione. La vera perversione in atto nella lussuria è infatti quella che induce a concepire l’altro come semplice possibilità di incontro sessuale, come mera occasione di piacere erotico. Come non notare oggi il fenomeno della senescenza precoce dell’esercizio sessuale nelle nuove generazioni? Come ignorare l’esercizio di un eros virtuale, la pornodipendenza da internet? Per questa strada ci si incammina verso il baratro di un libidogramma piatto, si uccide l’eros per sempre.

Una gestione sana del piacere sessuale comporta che la presa di coscienza di un corpo sessuato si accompagni alla volontà di incontrare l’altro nella differenza e nel rispetto dell’alterità: si tratta di integrare la sessualità nella persona, attraverso l’unità interiore della persona nel suo essere corpo e spirito. Certo, richiede una padronanza di sé, ma questa è pedagogia alla vera libertà umana: o l’essere umano domina le proprie passioni oppure si lascia da esse alienare e ne diventa schiavo. Il lussurioso riceve come salario del proprio vizio una tristezza e una solitudine più pesanti, alle quali pensa di riparare entrando nella spirale lussuriosa per nuove esperienze, nuovi incontri, nuovi piaceri: sì, una spirale «dia-bolica» che separa sempre di più piacere da relazione e fecondità. Per questo la disciplina interiore, anche nello spazio della sessualità, è sempre opera di libertà e, quindi, di ordine e di bellezza: è uno sforzo di umanizzazione capace di trasformare anche l’esercizio della sessualità in un’opera d’arte, in un capolavoro che corona una storia d’amore.

La Stampa 19.01.11

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“Ecco tutti i pagamenti alle ragazze”, di Marco Ludovico

Sono due gli assi della procura di Milano nella partita a poker con il premier Berlusconi, che irride le accuse di concussione e sfruttamento della prostituzione. Si tratta di due testimoni: Caterina Pasquino, che ospita Ruby all’inizio del maggio 2010; Floriano Carrozzo, un carabiniere che frequenta la stessa Ruby tra il 2009 e il 2010.
Tutto comincia da un furto
La Pasquino denuncia alla Polizia Ruby per un furto di 3mila euro e gioielli. Poi, il 7 luglio, viene interrogata. «Durante la sua conoscenza con la Ruby, la stessa le ha raccontato di alcune sue amicizie di gente famosa?» le chiedono. La risposta è semplice e diretta: «Ricordo che diceva di essere molto amica del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, con il quale, a suo dire, è stata spesso a casa del premier dove ha cenato, ballato e fatto sesso con lui, il quale le dava molto denaro».
Ruby vuol entrare nell’Arma
Sentito il 13 dicembre scorso, il carabiniere Carrozzo spiega di aver conosciuto Ruby in discoteca e dichiara che la ragazza gli dice che «era proprio la sua ambizione poter diventare un giorno carabiniere». Karima all’inizio del 2010 gli dice di essere minorenne e gli racconta di essere amica del premier. Lui non le crede fino a «quando sui giornali ho letto il coinvolgimento di Ruby rispetto alle serate ad Arcore». E si convince. Poi, il militare dell’Arma fornisce agli inquirenti una traccia fondamentale: «Ho saputo da Ruby che lei era minorenne a gennaio/febbraio 2010 ed è in questo frangente» sottolinea Carrozzo «che mi confidò anche del fatto che il Presidente del Consiglio aveva saputo da lei che era minorenne».
Spunta Pier Silvio e Barbara
Gli investigatori vanno a verificare le modalità di pagamento nel 2010 delle bollette per le forniture di elettricità e gas delle utenze di via Olgettina, 65 intestate a Nicole Minetti, Maria Esther Garcia Polanco, Iris Berardi, Barbara Guerra ed Elisa Toti, tutte donne che risultano alle «feste» con il premier. I versamenti sono effettuati dalla stessa Minetti e da Giuseppino Scabini, storico manager di Mediaset. Particolare curioso, emerge che nell’ufficio postale di Cologno Monzese confluiscono i soldi per le ragazze ma anche quelli per i versamenti Inps di Pier Silvio e Barbara BerlusconiI bonifici del Cavaliere
Ci sono anche le tracce di due bonifici, da 10mila euro ciascuno, effettuati direttamente da Silvio Berlusconi a una delle giovani partecipanti alle feste ad Arcore, tra le prove che i pm di Milano hanno indicato nell’invito a comparire a carico del presidente del Consiglio per prostituzione minorile e concussione.
I pm scrivono che due diversi bonifici sarebbero partiti da due filiali del Monte dei Paschi di Siena di Segrate (Milano), una delle quali si trova proprio «nelle immediate vicinanze degli uffici della Spa “Dolcedrago”, dove risulta operare Spinelli». Due bonifici da 10mila euro e entrambi a favore dell’ex “meteorina” Alessandra Sorcinelli. Sul conto corrente della ragazza, infatti, si legge nelle carte dei magistrati, «si rilevano due bonifici in entrata, il 16 luglio 2010 e il 17 settembre 2010».
I soldi chiesti a Spinelli
Quando Ruby, invece, nei mesi scorsi viene trovata a Genova con 5mila euro in contanti addosso, la ragazza marocchina spiega agli agenti che quei soldi glieli ha dati Lele Mora, altro indagato nell’inchiesta per il giro di prostituzione, «a mezzo del suo segretario di nome Augusto con il quale mi sono incontrato davanti al Palazzo dei Cigni a Milano». La marocchina, però, come risulta dalle intercettazioni, ha chiesto soldi anche direttamente a Spinelli. In una telefonata del 15 settembre scorso dice: «Guardi signor Spinelli, io sono veramente nella merda. Non so se posso passare comunque lì da lei?».
L’agenda con Frisullo
Spunta nell’agenda di Michel, una delle ragazze interrogate, il nome di Sandro Frisullo, assessore nella giunta di Nichi Vendola, coinvolto nell’inchiesta sulla sanità. Frisullo era legato a Gianpaolo Tarantini, che aveva introdotto Patrizia D’Addario a Berlusconi. E nell’agenda c’è anche Massimiliano Verdoscia, sodale di Tarantini.

Il Sole 24 Ore 19.01.11

Prove di dialogo Cgil-Confindustria. Bersani: «Ora un sistema di regole», di Laura Matteucci

Ricucire lo strappo nelle relazioni industriali dopo Mirafiori. Anche Confindustria spinge in questa direzione, «noi siamo molto interessati ad un’intesa sulla rappresentanza», dice la presidente Emma Marcegaglia, «ma prima si devono mettere d’accordo Cgil, Cisl e Uil». Vista oggi, sembra ci sia più sintonia tra Marcegaglia e Pierluigi Bersani piuttosto che tra i confederali. Il segretario del Pd accelera: «Entro un anno, prima che parta tutto il meccanismo a Mirafiori, bisogna avere un modello di rappresentanza sindacale, di diritti, di esigibilità dei contratti, che metta in situazione di certezza il sistema, non questa o quell’altra azienda. È ora che le forze sociali e politiche si prendano le loro responsabilità». Primo vis-à-vis dopo il referendum di Torino – mentre Marchionne già pensa di applicare lo stesso accordo anche a Melfi e Cassino, e il governo agonizza sempre più per lo scandalo Ruby e le altre ragazze del mucchio – tra la leader degli industriali, la segretaria Cgil Susanna Camusso e il segretario Bersani. L’occasione è la presentazione, a Milano, del libro Il futuro è di tutti, ma è uno solo di Valeria Fedeli, per anni segretaria dei tessili Cgil, ovvero uno dei settori che più ha subìto, ma ha meglio affrontato, le sfide di un’economia in rapida trasformazione. La mitica globalizzazione. «Eppure, nessuna azienda si è mai comportata come la Fiat – dice Fedeli – I punti cardine sono sempre stati innovazione, diritti del lavoro, e nessuna deroga al contratto nazionale». Ma Marchionne, si sa, è un outsider, fuori anche da Confindustria (anche se Marcegaglia sottolinea: «lunedì ci sarà un incontro Federmeccanica-sindacati per definire il contratto dell’auto », e «non appena ci sarà, c’è la volontà di rientrare attraverso le due newco di Mirafiori e Pomigliano») e, come ribadito ancora ieri, andrà avanti per la sua strada. Una posizione «molto difensiva» la sua, la definisce Camusso: «Come al solito non racconta il piano di Fabbrica Italia, e disegna un modello che scarica i costi solo sui lavoratori». «Il cuore del discorso – continua la leader Cgil – mi pare che sia quello di Paesi che fanno una politica industriale e attraggono investimenti e una dichiarazione della Fiat che, invece, dice che in questo Paese non c’è politica industriale».

IL FILOSOFO E IL RAGIONIERE E questo è un altro punto sul quale Bersani e Marcegaglia sembrano pensarla in modo non dissimile: «Le vicende di questi giorni allontaneranno ancora di più il Paese dai suoi reali problemi», dice la presidente degli industriali. «Questo governo – riprende il segretario Pd – ha un disinteresse micidiale per l’economia reale, è tutto in mano a Tremonti che un po’ fa il filosofo, un po’ il ragioniere, ma non si occupa mai dei problemi come farebbe un idraulico». E i problemi, l’ha riconfermato ancora ieri Bankitalia, sono assai. «Non è che li può risolvere solo chi sta alla catena di montaggio, e non possiamo nemmeno diventare cinesi – dice Bersani – Lo sforzo bisogna distribuirlo, e chi ha di più deve dare di più. Il problema del made in Italy riguarda qualità, produttività, tempi, c’è bisogno di conoscenza, di ridurre lo stress e la pressione sull’organizzazione del lavoro. Di meccanismi che consentano la stabilizzazione dei lavoratori ». Perchè questo è un altro tema sull’importanza del quale si trovano d’accordo tutti: la precarietà, in Italia vera conseguenza della flessibilità, «il fatto che le giovani generazioni si sentono abbandonate dal Paese», dice Camusso. Marcegaglia invita la Cgil a riprendere la discussione al Tavolo per la crescita e l’occupazione, per chiudere un accordo raggiunto su tutti i punti, tranne quello della produttività. E Camusso, parlando di relazioni industriali, indica come parole chiave reciprocità e democrazia. «È essenziale un sistema di regole – spiega – Una stagione così difficile ha bisogno di maggiore rappresentanza e democrazia che in passato». Una nota anche sulla Fiom, che «può aver fatto errori,ma ha il grande merito di pensare ai lavoratori e alle loro condizioni», dice Camusso.Eche nonsi può identificare come il problema della Cgil. Del resto, chiude, «io non mi permetterei mai di dire a Confindustria che il loro problema si chiama Marchionne».
Laura Matteucci

"Valutazione dei prof la via giusta è il dialogo", di Giovanni Bachelet*

Sul Sole del 12 gennaio Andrea Ichino non riesce a spiegarsi come mai, nelle quattro città che dovevano servire (alla Gelmini e al comitato scientifico-tecnico di cui egli è parte) come campione per la valutazione di scuole e docenti, l’esperimento abbia incontrato «tanta freddezza non solo tra i sindacati, ma anche tra i singoli docenti meno schierati». Il flop è clamoroso se davvero in tutta Torino una sola scuola (su oltre cento) ha accettato, costringendo il ministro a trovarsi una nuova grande città. Poiché recenti indagini suggeriscono disponibilità dei docenti a essere valutati, il flop merita una spiegazione (e correzione di rotta): nel breve periodo, per risparmiare a ministro e comitato altri oceanici sberleffi; nel medio e lungo, per evitare alla scuola italiana altri dieci anni di stop a ogni discorso sulla valutazione.
In un anno di presidenza del Forum politiche dell’istruzione del Pd ho trovato nei sindacati, nelle associazioni professionali e nei singoli docenti e dirigenti una buona apertura di credito verso la valutazione. Non mancava una disponibilità di massima e nemmeno l’informazione, come Ichino ipotizza nelle conclusioni; mancava, specialmente nelle condizioni politiche e scolastiche date, il consenso a un’operazione per molti aspetti propagandistica e niente affatto “terza” rispetto al ministro. Un paziente può conoscere e apprezzare il protocollo di sperimentazione di una cura, ma non fidarsi del medico che deve applicarlo. O ritenere che in un ospedale cadente, al quale stanno tagliando l’elettricità, sia meglio non sottoporsi a esperimenti promossi dal primario.

Gli operatori scolastici di destra, di centro e di sinistra ai quali si chiede oggi di aderire all’esperimento di valutazione hanno visto scomparire, negli ultimi due anni, il modulo alle elementari o, per dire, il piano nazionale-informatica alle superiori, senza riguardo al merito, ai dati sperimentali, ai paragoni internazionali. Hanno visto i debiti delle scuole non più onorati dallo stato. Dopo aver ascoltato il ministro affermare che gli insegnanti italiani sono i peggio pagati e i più anziani d’Europa, il governo ha bloccato sia la carriera dei docenti in ruolo, sia l’accesso al ruolo dei giovanissimi: in Italia, dal 2008, nemmeno Pico della Mirandola, se si laurea, può diventare insegnante.

Chi vive nella scuola sa bene che ci sarebbe bisogno di risorse, strutture e valutazione di rango europeo; ma quando sente parlare di Europa solo per la valutazione mentre per tutto il resto sembra di scivolare verso il Terzo mondo, il timore è la presa in giro. Per questo, penso, arriva il rifiuto perfino se la valutazione è sperimentale e fatta in modo morbido (soltanto quattro città). C’è rimedio? Forse. Attilio Oliva, presidente di Treellle, ricordando che il progetto Usa Partnership for XXI Century Skills (P21) è condiviso dal più potente sindacato degli insegnanti e da 4o grandi imprese, chiedeva lo scorso aprile: «Perché anche da noi non succede che Confindustria e grandi organizzazioni sindacali collaborino per una scuola migliore, visto che è un campo in cui prevalgono evidenti interessi comuni?». Oggi è facile rispondere: perché il ministro, per questa sperimentazione, ha scelto di chiamare tre fondazioni vicine a Confindustria, ma non i sindacati. Come parlamentare aggiungo: il governo si è mosso senza consultare o coinvolgere il Parlamento. Questo modo di procedere è arrogante: confrontare le idee serve a fare meno errori. Solo chi non ha mai bazzicato una scuola può meravigliarsi che il collegio docenti bocci qualcosa: muoversi senza campagne preventive miranti a conquistare consenso fra i docenti sul territorio equivale al classico elefante nella cristalleria.

Dunque il rimedio c’è.II governo abbandoni un irresponsabile e fallimentare bipolarismo sdolastico. Dopo due anni di propaganda sul merito non approdata neppure a un modesto e limitato esperimento, prenda atto che non il dialogo con le parti sociali, con il Parlamento o con gli enti locali, ma la sua assenza rende fragile e inconcludente ogni speranza di far fare al paese progressi non effimeri nella dire- zione di una scuola più europea, capace – anche attraverso la valutazione – di portare ogni ragazzo al massimo del proprio potenziale senza che nessun talento vada perduto e nessuna esistenza si bruci, per il bene e lo sviluppo spirituale e materiale della comunità nazionale. Anche i numeri attuali del governo lo suggeriscono: meglio umiltà che arroganza unilaterale.

*deputato e presidente del Forum nazionale politiche dell’istruzione del Pd

Il Sole 24 Ore 18.01.11

"Le previsioni di Bankitalia: pil fermo, disoccupazione e le famiglie più indebitate", di Marco Ventimiglia

Una raffica di dati che fotografa un Paese nella migliore delle ipotesi fermo e per il quale non c’è da aspettarsi nulla anche nel prossimo futuro. Numeri pesanti, quelli forniti ieri da Bankitalia per crescita, disoccupazione e reddito delle famiglie, al cui confronto la constatazione che il fabbisogno statale è in lieve miglioramento fa venire in mente la storiella dell’operazione chirurgica riuscita anche se il paziente è morto… Per Via Nazionale l’Italia si è incamminata in modo incerto sul sentiero della ripresa, con un passo non solo più lento degli altri grandi paesi come la Germania, ma anche sotto la media dell’area euro, con l’ovvia conseguenza di non“agganciare” la crescita economica mondiale, la quale invece avanza a un tasso migliore del previsto. Una ripresa debole che, ed è questa la conseguenza peggiore, non riesce a creare posti di lavoro.

RECUPERO TROPPO LENTO Nel bollettino economico di Bankitalia spicca subito il dato relativo al pil che dovrebbe rimanere inchiodato su un modesto progresso dell’1% nel prossimo biennio (contro la stima del governo che parla di un +1,3% nel 2011 e un+2%nel 2012), a causa di una domanda interna (investimenti e consumi famiglie) ancora al palo. In particolare viene spiegato che i consumi privati continuerebbero a crescere a un ritmo appena inferiore a quello del pil, pari allo 0,8 per cento sia nel 2011 sia nel 2012. «La spesa delle famiglie verrebbe frenata, oltre che da un graduale aumento dei costi di finanziamento (desumibile dalle attese dei mercati sui tassi di interesse a medio e lungo termine), dalla perdurante incertezza circa le prospettive occupazionali e dai minori trasferimenti dal settore pubblico ». Tali fattori orienterebbero le scelte delle famiglie italiane verso un maggiore risparmio, anche se, altro campanello d’allarme, ad aumentare è il debito delle famiglie, che a fine settembre 2010 si attestava al 65% del reddito disponibile. Altro capitolo dolente, come detto, l’occupazione che non solo non riparte ma mostra una riduzione che risulta «più marcata per i giovani, mentre le previsioni di bassa crescita per i prossimi due anni dipingono uno scenario senza una robusta ripresa dell’occupazione». Bankitalia segnala inoltre come, a causa del troppo lento recupero del pil verso i livelli pre-crisi, «le imprese privilegiano forme contrattuali più flessibili rispetto a impieghi permanenti a tempo pieno ».E viene ribadito come i numeri siano peggiori di quelli ufficiali, poiché se ai dati sulla disoccupazione dell’Istat (che la colloca al’8,7% nel novembre 2010), si aggiungessero i lavoratori in cig e quelli che disperano di trovare impiego, il tasso dei senza lavoro arriverebbe a ridosso dell’11%. «Banca d’Italia – ha commentato il segretario confederale della Cgil, Fulvio Fammoni – conferma la previsione per il 2011 e 2012 di un pil piatto che produrrà effetti ulteriormente negativi sull’occupazione. Per questo è così importante che tutte le scelte di questa fase tutelino il lavoro e aiutino a non chiudere imprese e a non perdere occupazione. Queste sono le esigenze reali che non sono state rappresentate prima e non sono certo rappresentabili ora da questo governo».

L’Unità 19.01.11

Berlusconi Ruby, come umiliare l'Italia. Firma l'appello

“Il mondo ci guarda, allora visto che ce l’ha così intensa, Berlusconi si ritiri a vita privata” così Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani attacca il presidente del Consiglio dopo l’uscita degli atti sull’inchiesta sul caso Ruby.
Segreteria Pd: “Calpestata la dignità delle donne, esigiamo rispetto”
Parte la mobilitazione del Partito democratico con la raccolta di firme in tutt’Italia, per chiedere il rispetto della dignità delle donne, calpestata dalle ultime vicende che interessano il presidente del Consiglio. Lo hanno proposto le donne della segreteria Pd- Firma l’appello.

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Dario Franceschini ha chiesto in aula alla Camera a nome del partito democratico le dimissioni di Silvio Berlusconi. “Almeno alla fine del suo percorso politico, l’onorevole Berlusconi abbia un sussulto di dignita’”, ha detto il capogruppo del Pd. Berlusconi “si dimetta e vada a difendersi nelle aule dalle accuse infamanti e se ritiene di essere innocente non rifiuti di andare davanti ai giudici, ma chieda ai giudici di andarci prima possibile”, ha insistito. “Si dimetta e lasci che sia il Capo dello Stato e la sua stessa maggioranza di trovare la strada e le persone giuste per salvare il Paese”
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Silvio Berlusconi, il massimo rappresentante del nostro Paese nel mondo, indagato per concussione e induzione alla prostituzione minorile, ha completato la compilation di accuse possibili che un cittadino possa collezionare, spaziando da un campo all’altro dei codici civili e penali. Ma quest’ultima accusa ha veramente superato per gravità tutte le altre. Silvio Berlusconi è stato convocato per il prossimo fine settimana a presentarsi presso i pm del tribunale di Milano che indagano sul caso Ruby, con l’accusa di concussione e induzione alla prostituzione minorile.

Non si tratta più di gossip, non si tratta di squallidi rapporti con escort di lusso adulte e consapevoli del loro agire. In questo caso l’invitata d’onore di feste e festini svoltesi nelle residenze di un ultra settantenne era una ragazzina: Karima El Mahroug, detta Ruby. Una minorenne di 17 anni che per legge andrebbe tutelata dagli adulti e non sfruttata anche solo come immagine, come una bella scultura da esporre in mezzo ad altri vecchi tromboni durante le cene.

Ma al momento il Cavaliere non sembra intenzionato a presentarsi in tribunale e rispondere ad un interrogatorio davanti all’accusa. Nonostante i proclami iniziali, l’unica risposta del premier è stata quella di diffondere un videomessaggio, nel quale si è espresso sempre secondo il proprio classico ed ormai collaudato clichè: ha mosso pesanti accuse contro l’operato dei pm di Milano (quindi nulla di nuovo), ha cercato di distogliere l’attenzione del cittadino o meglio dell’utente televisivo dalla gravità del fatto in sè, (l’accusa di concussione e induzione alla prostituzione minorile), inserendo un nuovo e misterioso elemento. La notizia bomba è che Berlusconi è fidanzato in casa, indi per cui non può andare con altre donne: insinuazione che ha ovviamente scatenato del gossip puro a partire dalle testate giornalistiche nazionali fino ai giornaletti di quartiere, passando ovviamente dalle trasmissioni televisive che occupano i nostri pomeriggi.

Il maxi fascicolo di 300 pagine di verbali dettagliati su come si sarebbero effettivamente svolti i fatti è arrivato oggi alla Camera e Pierluigi Castagnetti il Presidente della Giunta per le autorizzazioni a procedere ha preannunciato che verrà esaminato dalla giunta mercoledì prossimo.

Dopo la diffusione del video di Berlusconi, nel quale il premier cerca di ripulire la propria immagine devastata dal suo stesso modus operandi, la reazione del mondo politico e culturale è stata immediata. Pier Luigi Bersani ha denunciato innanzitutto la vergognosa aggressione ai magistrati da parte del premier e poi ha definito l’ultima esternazione auto difensiva uno spettacolo desolante e imbarazzante. “Viene negata l’evidenza –ha detto Bersani –il cavaliere pensa che gli italiani siano stupidi”.

www.partitodemocratico.it

"Basta con le ruspe salviamo l'Italia", di Carlo Petrini

In 15 anni edificati tre milioni di ettari di territorio, l’equivalente di Lazio e Abruzzo messi insieme. E con il piano casa il processo ha avuto un’accelerazione. Appello per fermare lo scempio del paesaggio, prima che sia troppo tardi. Visto che in tv i plastici per raccontare i crimini più efferati sembrano diventati irrinunciabili, vorrei allora proporne uno di sicuro interesse: una riproduzione in scala dell’Italia, un’enorme scena del delitto. Le armi sono il cemento di capannoni, centri commerciali, speculazioni edilizie e molti impianti per produrre energia, rinnovabile e non; i moventi sono la stupidità e l’avidità; gli assassini tutti quelli che hanno responsabilità nel dire di sì; i complici coloro che non dicono di no; le vittime infine gli abitanti del nostro Paese, soprattutto quelli di domani.

I dati certi su cui fare affidamento sono pochi, non sempre concordanti per via dei diversi metodi di misurazione utilizzati, ma tutti ci parlano in maniera univoca di un consumo impressionante del territorio italiano. Stiamo compromettendo per sempre un bene comune, perché anche la proprietà privata del terreno non dà automaticamente diritto di poterlo distruggere e sottrarlo così alle generazioni future. Circa due anni fa su queste pagine riportavamo che l’equivalente della superficie di Lazio e Abruzzo messi insieme, più di 3 milioni di ettari liberi da costruzioni e infrastrutture, era sparita in soli 15 anni, dal 1990 al 2005. Dal 1950 abbiamo perso il 40% della superficie libera, con picchi regionali che ci parlano, secondo i dati del Centro di Ricerca sul Consumo di Suolo, di una Liguria ridotta della metà, di una Lombardia che ha visto ogni giorno, dal 1999 al 2007, costruire un’area equivalente sei volte a Piazza
Duomo a Milano. E non finisce qui: in Emilia Romagna dal 1976 al 2003 ogni giorno si è consumato suolo per una quantità di dodici volte piazza Maggiore a Bologna; in Friuli Venezia Giulia dal 1980 al 2000 tre Piazze Unità d’Italia a Trieste al giorno. E la maggior parte di questi terreni erano destinati all’agricoltura. Per tornare ai dati complessivi, dal 1990 al 2005 si sono superati i due milioni di ettari di terreni agricoli morti o coperti di cemento.

Come si vede, le cifre disponibili non tengono conto degli ultimi anni, ma è sufficiente viaggiare un po’ per l’Italia e prendere atto delle iniziative di questo Governo (il Piano Casa, per esempio) e delle amministrazioni locali per rendersene conto: sembra che non ci sia territorio, Comune, Provincia o Regione che non sia alle prese con una selvaggia e incontrollata occupazione del suolo libero. Purtroppo, nonostante il paesaggio sia un diritto costituzionale (unico caso in Europa) garantito dall’articolo 9, la legislazione in materia è in gran parte affidata a Regioni ed Enti locali, con il risultato che si creano grande confusione, infiniti dibattiti, nonché ampi margini di azione per gli speculatori. Per esempio la recente legge regionale approvata in Toscana che vieta l’installazione d’impianti fotovoltaici a terra sembra valida, ma è già contestata da alcune forze politiche. In Piemonte è stata invece approvata una legge analoga, ma meno efficace, suscitando forti perplessità dal “Movimento Stop al Consumo del Territorio”. In realtà, in barba alle linee guida nazionali per gli impianti fotovoltaici – quelli mangia-agricoltura – essi continuano a spuntare come funghi alla stregua dei centri commerciali e delle shopville, di aree residenziali in campagna, di nuovi quartieri periferici, di un abusivismo che ha devastato interi territori del nostro Meridione anche grazie a condoni edilizi scellerati.

Ci sono esempi clamorosi: Il Veneto, che dal 1950 ha fatto crescere la sua superficie urbanizzata del 324% mentre la sua popolazione è cresciuta nello stesso periodo solo per il 32%, non ha imparato nulla dall’alluvione che l’ha colpito a fine novembre. Un paio di settimane dopo, mentre ancora si faceva la conta dei danni, il Consiglio Regionale ha approvato una leggina che consente di ampliare gli edifici su terreni agricoli fino a 800 metri cubi, l’equivalente di tre alloggi di 90 metri quadri.

Guardandoci attorno ci sentiamo assediati: il cemento avanza, la terra fa gola a potentati edilizi, che nonostante siano sempre più oggetto d’importanti inchieste giornalistiche, e in alcuni casi anche giudiziarie, non mollano l’osso e sembrano passare indenni qualsiasi ostacolo, in un’indifferenza che non si sa più se sia colpevole, disinformata o semplicemente frutto di un’impotenza sconsolata. Del resto, costruire fa crescere il Pil, ma a che prezzo. Fa davvero male: l’Italia è piena di ferite violente e i cittadini finiscono con il diventare complici se non s’impegnano nel dire no quotidianamente, nel piccolo, a livello locale. Questa è una battaglia di tutti, nessuno escluso.

Ora si sono aggiunte le multinazionali che producono impianti per energia rinnovabile, insieme a imprenditori che non hanno mai avuto a cuore l’ambiente e, fiutato il profitto, si sono messi dall’oggi al domani a impiantare fotovoltaico su terra fertile, ovunque capita: sono riusciti a trasformare la speranza, il sogno di un’energia pulita anche da noi nell’ennesimo modo di lucrare a danno della Terra. Anche del fotovoltaico su suoli agricoli abbiamo già scritto su queste pagine, prendendo come spunto la delicatissima situazione in Puglia. I pannelli fotovoltaici a terra inaridiscono completamente i suoli in poco tempo, provocano il soil sealing, cioè l’impermeabilizzazione dei terreni, ed è profondamente stupido dedicargli immense distese di terreni coltivabili in nome di lauti incentivi, quando si potrebbero installare su capannoni, aree industriali dismesse o in funzione, cave abbandonate, lungo le autostrade. La Germania, che è veramente avanti anni luce rispetto al resto d’Europa sulle energie rinnovabili, per esempio non concede incentivi a chi mette a terra pannelli fotovoltaici, da sempre. Dell’eolico selvaggio, sovradimensionato, sovente in odore di mafia e sprecone, se siete lettori medi di quotidiani e spettatori fedeli di Report su Rai Tre già saprete: non passa settimana che se ne parli su qualche testata, soprattutto locale, perché qualche comitato di cittadini insorge. È sufficiente spulciare su internet il sito del movimento “Stop al Consumo del Territorio”, tra i più attivi, e subito salta agli occhi l’elenco delle comunità locali che si stanno ribellando, in ogni Regione, per i più disparati motivi.

Intendiamoci, questo non è un articolo contro il fotovoltaico o l’eolico: è contro il loro uso scellerato e speculativo. Il solito modo di rovinare le cose, tipicamente italiano. Anche perché l’obiettivo del 20% di energie rinnovabili entro il 2020 si può raggiungere benissimo senza fare danni, e noi siamo per raggiungerlo ed eventualmente superarlo. Questo vuole essere un grido di dolore contro il consumo di territorio e di suolo agricolo in tutte le sue forme, la più grande catastrofe ambientale e culturale cui l’Italia abbia assistito, inerme, negli ultimi decenni. Perché se la terra agricola sparisce il disastro è alimentare, idrogeologico, ambientale, paesaggistico. E’ come indebitarsi a vita e indebitare i propri figli e nipoti per comprarsi un televisore più grosso: niente di più stupido.

Il problema poi s’incastra alla perfezione con la crisi generale che sta vivendo l’agricoltura da un po’ di anni, visto che tutti i suoi settori sono in sofferenza. Sono recenti i dati dell’Eurostat che danno ulteriore conferma del trend: “I redditi pro-capite degli agricoltori nel 2010 sono diminuiti del 3,3% e sono del 17% circa inferiori a quelli di cinque anni fa”. Così è più facile convincere gli agricoltori demotivati a cedere le armi, e i propri terreni, per speculazioni edilizie o legate alle energie rinnovabili. Ricordiamoci che difendendo l’agricoltura non difendiamo un bel (o rude) mondo antico, ma difendiamo il nostro Paese, le nostre possibilità di fare comunità a livello locale, un futuro che possa ancora sperare di contemplare reale benessere e tanta bellezza.

Per questo è giunto il momento di dire basta, perché rendiamoci conto che siamo arrivati a un punto di non ritorno: vorrei proporre, e sperare che venga emanata, una moratoria nazionale contro il consumo di suolo libero. Non un blocco totale dell’edilizia, che può benissimo orientarsi verso edifici vuoti o abbandonati, nella ristrutturazione di edifici lasciati a se stessi o nella demolizione dei fatiscenti per far posto a nuovi. Serve qualcosa di forte, una raccolta di firme, una ferma dichiarazione che arresti per sempre la scomparsa di suoli agricoli nel nostro Paese, le costruzioni brutte e inutili, i centri commerciali che ci sviliscono come uomini e donne, riducendoci a consumatori-automi, soli e abbruttiti.

Una moratoria che poi, se si uscirà dalla tremenda situazione politica attuale, dovrebbero rendere ufficiale congiuntamente il Ministero dell’Agricoltura, quello dell’Ambiente e anche quello dei Beni Culturali, perché il nostro territorio è il primo bene culturale di questa Nazione che sta per compiere 150 anni. Sono sicuro che le tante organizzazioni che lavorano in questa direzione, come la mia Slow Food, o per esempio la già citata rete di Stop al Consumo del Territorio, il Fondo Ambientale Italiano, le associazioni ambientaliste, quelle di categoria degli agricoltori e le miriadi di comitati civici sparsi ovunque saranno tutti d’accordo e disposti a unire le forze. È il momento di fare una campagna comune, di presidiare il territorio in maniera capillare a livello locale, di amplificare l’urlo di milioni d’italiani che sono stufi di vedersi distruggere paesaggi e luoghi del cuore, un’ulteriore forma di vessazione, tra le tante che subiamo, anche su ciò che è gratis e non ha prezzo: la bellezza. Perché guardatevi attorno: c’è in ogni luogo, soprattutto nelle cose piccole che stanno sotto i nostri occhi. È una forma di poesia disponibile ovunque, che non dobbiamo farci togliere, che merita devozione e rispetto, che ci salva l’anima, tutti i giorni.

La Repubblica 18.01.11