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Le parlamentari Pd: Berlusconi calpesta la dignità delle donne

L’on. Ghizzoni e la sen. Bastico tra le firmatarie della richiesta di dimissioni del premier. Ci sono anche due parlamentari modenesi del Pd – l’on Manuela Ghizzoni e la sen. Mariangela Bastico – tra le firmatarie della richiesta di dimissioni di Silvio Berlusconi presentata dalle deputate democratiche.

“La dignità delle donne e delle istituzioni – si legge nell’appello – non può essere ulteriormente calpestata: Berlusconi si deve dimettere. Siamo all’ultima fermata, quella dei festini con le minorenni, della sovrapposizione fra vita privata e ruolo pubblico del premier, abituato a comprare tutto: aziende, deputati, donne. Non in nostro nome, Presidente Berlusconi. Restituisca la dignità che ha scippato alle donne, al Parlamento, al Paese. Si Dimetta”.

Parole che riecheggiano nella lettera aperta che le donne della segreteria del Pd hanno indirizzato al Presidente del Consiglio per invitarlo a rassegnare le dimissioni. Nella lettera si punta il dito sull’imbarazzo di un intero Paese causato dal comportamento del Premier, che riduce le donne a merce e oggetto di scambio. Mentre, come conclude la lettera aperta “le donne di questo Paese sono altro: sono talento, lavoro, impegno, fatica, bellezza, cuore, passione, dignità e serietà. In nome della nostra dignità e serietà, esigiamo rispetto”.

Le due parlamentari modenesi invitano coloro che condividono le motivazioni delle donne del Pd a firmare la lettera (lo si può fare online sul sito del Partito democratico) per “rivendicare la dignità delle donne e del Paese”. Anche questi temi saranno al centro della Conferenza regionale delle donne Pd che si terrà a Parma sabato 22 gennaio.

"La svolta di Bersani: è ora di pensare al voto", di Maria Teresa Meli

«A questo punto dobbiamo anche pensare al voto anticipato»: così il segretario del Pd Pier Luigi Bersani. E una svolta per il Partito democratico. Finora la parola elezioni era stata pronunciata solo davanti ai microfoni, alle telecamere e ai giornalisti per dimostrare che non si aveva paura del ricorso alle urne. Ma questa volta nel Pd si punta sul serio a questo obiettivo. Bersani non sta parlando a uso e consumo dei cronisti, ma sta esaminando la situazione con alcuni dei suoi fedelissimi, al riparo — almeno teoricamente — da orecchie indiscrete. Il segretario del Pd è seriamente convinto che le urne potrebbero portar bene al centrosinistra E che, comunque, la situazione si sta incancrenendo e il voto potrebbe essere l’unica strada per rimettere in moto li Paese. L’altro ieri, dopo che i commissari del partito avevano visto le carte, si era tenuta una riunione lampo per valutare la situazione- e già in quell’incontro si era fatta strada l’idea delle elezioni anticipate_ il giorno appresso, l’ulteriore accelerazione.

«Credo che ormai il Paese si sia stufato di Berlusconi», è l’opinione del leader del Pd, confortata da un sondaggio. Insomma, questa volta al Nazareno non voglioho farsi prendere in contropiede: guai a dare l’immagine di un partito paralizzato, che non è mai in grado di prendere una decisione in tempi bevi. «Vediamo se anche in questa occasione qualcuno dirà che non prendiamo posizione», dicono dal Pd. Basta con l’eccessiva prn- _ denza, che non paga Del resto, già l’altro ieri il vicecapogruppo al Senato Nicola Latorre aveva detto a chiare lettere: «Per uscire da questo pantano a questo punto è auspicabile andare al voto».

Pasdaran del fronte pro elezioni è Rosy Bindi. La presidente del Pd spiega a qualche compagno di partito la sua linea: «Se andiamo al voto ora abbiamo la strada spianata, dopo tutto quello che è successo. Secondo me dovremmo rompere gli indugi». Dunque, la linea è questa Il governo d’emergenza— il governassimo, per intendersi — appare come una ‘soluzione non più praticabile nel caso in cui Berlusconi cada. Sembra ormai puntarci il solo Franceschini. Secondo il capogruppo alla Camera dei deputati i margini di manovra ci sarebbero. Ma nell’entourage bersania no la convinzione è un’altra. E, cioè, che dopo il voto parlamentare del 14 dicembre, dopo che è stata riconfermata la fiducia al governo, quella strada non sia più percorribile. Il che, tutto sommato, per molti nel Pd non è un male. Anzi è proprio un bene, visto che imbarcarsi in un’avventura del genere avendo contro Antonio Di Pietro e Nichi Vendola sarebbe stato complicato e, probabilmente, controproducente.

Dunque, elezioni che, però, allo stato attuale rimangono un’aspirazione. «A questo punto convengono alle opposizioni ma a Berlusconi non convengono, quindi è difficile che ci si riesca ad arrivare, perché il centrodestra farà di tutto per scongiurare questo rischio», spiega Beppe Fioroni a un gruppetto di deputati del Partito democratico. Ma il Pd non sarebbe Pd se non si dividesse anche su una prospettiva che, almeno al momento, non appare poi così vicina nel tempo. La minoranza interna, infatti, non tifa per le elezioni anticipate. Tutt’altro. Walter Veltroni, Paolo Gentiloni e Beppe Fioroni hanno bisogno di tempo per mandare avanti il loro progetto di partito alternativo a quello di Bersani. Il voto lo bloccherebbe sul nascere. Senza contare che con lo scioglimento anticipato della legislatura il candidato premier del Pd sarebbe inevitabilmente Bersani. Mentre la minoranza lavora su due ipotesi: Matteo Renzi o Nicola Zingaretti_ Per questa ragione, mentre i bersaniani ormai non fanno mistero di sperare nell’interruzione anticipata della legislatura, quelli della minoranza, invece, dipingono questo scenario come una vera e propria iattura.

Osserva Gentiloni «Andare al voto adesso sarebbe da irresponsabili, il premier deve dimettersi e in Parlamento va trovata una maggioranza che sostenga un governo che vada oltre Berlusconi». Ma, come osserva ironicamente un autorevole membro della segreteria, probabilmente «sarà Berlusconi a salvare Il Pd e a evitare che il partito si divida, perché rimarrà al suo posto e non ci saranno elezioni».

Il Corriere della Sera 10.01.11

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Bersani: “Non chiediamo voto, ma dimissioni”

”Noi non chiediamo le elezioni anticipate, non le temiamo ma non togliamo a Berlusconi le castagne dal fuoco. E’ lui che deve levare dall’imbarazzo se stesso e il Paese, vada dai giudici da dimissionario e poi si rimetta alle decisioni del capo dello Stato”. Cosi’ il segretario del pd, Pierluigi Bersani, risponde ai giornalisti che gli chiedono se le opposizioni chiedono le elezioni anticipate dopo l’inchiesta milanese sul caso Ruby. ”Se arriviamo al voto – aggiunge Bersani – e’ per un suo totale fallimento. Lui ha tradito l’articolo 54 della Costituzione che pretende da chi ha cariche pubbliche disciplina e onorabilita”’. ”Berlusconi ha tradito la Costituzione su cui ha giurato e – sostiene Bersani – e non c’e’ bisogno della magistratura per sostenere questo”. Il leader del Pd definisce incomprensibile la difesa del Pdl intorno al premier: ”E’ difficile spiegarselo, sembra un meccanismo di solidarieta’ portato all’eccesso anche davanti a queste evidenze”. Il segretario del Pd invita ”chi ha responsabilita’ morali, anche l’elite del Paese, a dire una parola chiara perche’ se ingoiamo anche queste cose dobbiamo vergognarci”.

Il segretario Pd ha avuto un breve colloquio con il presidente della Camera Gianfranco Fini al termine della presentazione a Montecitorio dell’edizione nazionale degli scritti di Antonio Gramsci. ”Chi ha responsabilita’ morali – sostiene Bersani – deve dire una parola chiara su questa vicenda vergognosa e sul fatto che da due anni noi vorremmo parlare di paese e di lavoro mentre giriamo sempre intorno ai problemi del premier”.

D’Alema: venga al Copasir
”Siamo sempre in attesa, domani vediamo il sottosegretario Gianni Letta e glielo chiederemo di nuovo”. Cosi’ il presidente del Copasir Massimo D’Alema torna a chiedere che ”come dice la legge” il premier riferisca al Comitato. ”E’ assurdo che questo – afferma D’Alema – sia al centro di un dibattito visto che per legge il premier deve riferire periodicamente al Copasir. A noi non interessa che cosa il premier fa nelle sue case, non si tratta di curiosita’ malsana ma la legge attribuisce a lui delle competenze esclusive sulle quali e’ tenuto a riferire”. D’Alema ha spiegato che la ricattabilita’ del presidente del consiglio, che sarebbe emersa anche nelle intercettazioni sull’inchiesta milanese, ”e’ un altro problema”. La questione principale e’ che il premier e’ tenuto per legge a riferire su temi come ”la politica di sicurezza, il segreto di Stato, la dotazione finanziaria dei servizi”. ”Voi – afferma il premier rivolto ai giornalisti – siete interessati a certi temi ma vi faccio presente che negli ultimi tre anni il Copasir ha chiesto quattro volte al premier di venire a riferire, quindi e’ una richiesta antecedente a questa vicenda”.
19 gennaio 2011

L’Unità 19.01.11

"La guerra del gossip da Mussolini al premier", di Gian Antonio Stella

«Io non sono il garzone di un barbiere, ho una posizione da rispettare» . Settant’anni prima di Silvio Berlusconi, perfino Benito Mussolini si era posto il problema del decoro. Era il Duce, era osannato dalle folle, aveva in pugno l’Italia, i giornalisti erano così servili che la Stampa arrivò a scrivere che il suo cavallo bianco, quando lui gli parlava, nitriva «in modo significativo» . E non c’era magistrato, anche se l’adulterio sulla carta poteva essere perseguito, che mai e poi mai avrebbe osato inquisirlo. Era lui che comandava i giudici. Eppure se lo pose, il problema. La rilettura di Mussolini segreto, diari di Claretta Petacci curato da Mauro Suttora e uscito nel 2009 da Rizzoli, alla luce di quanto accade in questi giorni, è assai interessante. Aiuta a capire come sono cambiati i costumi. Nel Paese ma soprattutto lassù in alto. Nel mondo del potere. Il Capoccione, infatti, pagina dopo pagina, sembra avere quasi l’ossessione di non dare scandalo. E se non perde occasione per mostrare i muscoli su tutto il resto, in questa materia si mostra prudente. Spesso prudentissimo. Le voci che girano gli danno fastidio e lo dice anche all’amante: «Tuo marito parlerà naturalmente con gli altri ufficiali, a mensa o altrove, e dirà: “Mussolini, che predica tanto la famiglia, l’unione, i figli, ha distrutto la mia famiglia, mi ha preso la moglie…”. La mia posizione è insostenibile…» . I pettegolezzi sulle sue attività amatorie, più che spingerlo a battute da sciupafemmine, lo preoccupano: «Di chi vuoi che parlino alla Camera, al Senato, a teatro, nei ricevimenti, nelle case? Di Mussolini, di ciò che fa, dice, pensa… Quando erano i primi tempi ho girato in auto scoperta con la Sarfatti, e andavo in giro con lei anche di giorno. Ma allora ero ancora un giornalista, un ragazzo, non quel che sono oggi. Ora è diverso. Sai cosa dicono? “Prima voleva essere Napoleone, ora vuol essere Cesare e non gli basta. Andando di seguito diventerà Nerone”» . Claretta vuole essere invitata al ricevimento per la conquista dell’Albania? Il Duce rifiuta: «Sarebbe uno scandalo. Non ci faccio venire mia moglie, e ci porto l’amante. Sono cose che offendono, non si possono fare, abbi pazienza» . E insiste: «Voglio che tu sia la donna del mistero, che se anche si sa che tu sei la mia amante, non se ne sia sicuri, che allora l’amore perde il profumo. Io tengo al mio prestigio, quando questo pericola io tronco. Lo sa già mezza Roma…» . E ancora: «Dovevamo essere più prudenti. Non sono un uomo comune, sono esposto a tutti i frizzi, a tutti i colpi» . Insomma, guai se la faccenda diventa un tormentone «di cui si parla nei caffè o dalle sarte» . Sinceramente: se si poneva questo problema perfino lui, un dittatore ateo padrone dell’Italia che per avere l’appoggio del Vaticano era arrivato a sposarsi in chiesa e a rimettere i crocifissi nelle scuole, davvero pensava il Cavaliere, a prescindere da eventuali reati (auguri), di potersi permettere tutto?

Il Corriere della Sera 19.11.10

Donne pd: indignatevi. Le colleghe pdl: è fango

Non si scandalizza Giorgia Meloni, ministra della Gioventù. Anzi è certa che si tratti «dell´ennesima inchiesta per finalità di lotta politica». E le carte dello scandalo delle serate del premier ad Arcore, la minorenne Ruby? Per Meloni è tutt´al più gossip. Risponde con una lettera al responsabile dei giovani del Pd, Fausto Raciti che le aveva chiesto di battere un colpo: «Non c´è nessun reato in un mare di intercettazioni – scrive – fatte per sfregiare l´immagine pubblica del premier, ma non avrei paura ad esprimere una assoluta condanna se fosse provato quanto asserito dai pm». Difende a spada tratta Berlusconi anche Stefania Prestigiacomo: «Nei confronti del premier c´è un tentativo di character assassination». Mariastella Gelmini rincara: «Ad Arcore mai sollazzo solo lavoro». Insomma, schierate e inquadrate, le donne del Pdl non scaricano Berlusconi. E dal Pd incalzano. Le donne della segreteria democratica lanciano una raccolta di firme con la parola d´ordine: «È stata calpestata la dignità delle donne chiediamo rispetto». Parlamentari democratiche chiedono alle «colleghe del Pdl un sussulto di dignità». Barbara Pollastrini ministro delle Pari Opportunità del governo Prodi invita: «Fa tristezza e ricorda i tempi bui la difesa cieca e oltranzista di molte donne del Pdl». Carfagna non ha nulla da dire? Viene al contrario dato alle agenzie di stampa un comunicato delle donne Pdl firmato da Barbara Saltartini e Beatrice Lorenzin: «Appoggiamo con forza l´azione del premier». Un convegno oggi al Senato, organizzato da “Pari e dispari”, parlerà dell´emergenza femminile con Susanna Camusso, Emma Marcegaglia, Emma Bonino.

La Repubblica 19.01.11

«Peggiorando le condizioni di lavoro non si va lontano», intervista a Giulio Sapelli di Oreste Pivetta

Marchionne che fa l’arrogante e non presenta uno straccio di piano, la Cisl che se ne infischia della Fiom, Sacconi che fa il tifo… Giulio Sapelli, storico dell’economia, torinese, grande esperto di globalizzazione e di auto, avrebbe critiche anche per la Fiom, ma le «colpe» del metalmeccanici Cgil si stemperano nel marasma generale, nel pasticcio di Mirafiori, ingigantito dai soliti trombettieri al soldo… Professor Sapelli, intanto Marchionne grida vittoria e promette di estendere l’esperimento… «Di Marchionne vorrei dire che si è comportato nel peggiore dei modi possibili, imitato dai metalmeccanici della Cisl, gestendo la sua sfida industriale nell’epoca della globalizzazione come mai avrebbe dovuto, con un’enfasi insensata, ignorando che altre strade sono possibili. Gli ricorderei, ad esempio, quanto è avvenuto con Federchimica: grazie a quello che io definisco metodo Squinzi, il presidente, sono stati chiusi contratti che presentavano clausole ben più dure. Ma Squinzi ha saputo garantire in cambio innovazione, partecipazione e democrazia, difesa dell’integrità psicofisica dei lavoratori, persino sostenibilità ambientale. Persino tra i metalmeccanici le cose sono andate meglio, come è capitato alla Sandretto di Torino: sacrifici e piani certi per il futuro. Vorrei segnalare poi una questione che Marchionne continua a ignorare: peggiorando le condizioni di lavoro non si va da nessuna parte, non si va da nessuna parte con una forza lavoro afflitta nel giro di dieci anni da spondiliti e da tunnel carpale, malattie professionali, privandosi di quella esperienza, di quella intelligenza tecnica che sono valore fondamentale per l’industria dell’auto. Marchionne rischia la microconflittualità perenne in fabbrica, rischia d’aver creato lui stesso, come insegnava Durckheim che lui sicuramente non ha letto, il mostro, un“anarchico” che gira perennemente nello stabilimento con una bomba a mano in tasca. Marchionne vuol sposare la linea del World Class Manifacturing, il sistema per la massima produttività inventato in Giappone, tralasciandone una parte: quella che riguarda democrazia, partecipazione, cogestione». Professore, le sue critiche vanno anche alla Fim Cisl… «Che avrebbero fatto l’interesse di tutti battendosi per una deroga che garantisse la rappresentanza alla Fiom, anche senza la firma». E per quanto riguarda la Fiom? «Un sindacato diviso in due, con un vertice dai tempi di Sabattini che mastica cultura anarco-soreliana e una base invece di bravi, attenti contrattualisti, tra i quali Airaudo: come abbia difeso i suoi lavoratori è un esempio. La Fiom mi ricorda la Serbia, l’unico paese al mondo che celebra la festa nazionale nel giorno di una storica sconfitta. La storica sconfitta per la Fiom sta nella marcia dei quarantamila». Ora Mirafiori e Fiat prenderanno il volo? «I motori prenderanno il volo, cioè attraverseranno gli oceani per arrivare a Genova e risalire l’Appennino fino a Torino dove verranno montati su auto che torneranno in America, con quali margini economici non si sa. Così Marchionne rispetta l’ordine diObama:aumentare le importazioni. D’altra parte è con i soldi di Obamache Marchionne ristrutturerà Mirafiori. Oddio, anche con i soldi dello stato, visto che Mirafiori e Pomigliano, nel frattempo, sopravvivono in cassa integrazione. Contemporaneamente la Lancia è sparita, l’Alfa scende ancora, il motore common rail l’hanno ceduto alla Bosch, i modelli Fiat non vanno e i cosiddetti uomini di Marchionne si sono licenziati (compreso quel De Meo, che aveva inventato la Cinquecento, finito alla Volkswagen). Mi chiedo che aspettino gli Agnelli a licenziare Marchionne. Si dovrebbero aggiungere i danni dell’indotto, perché Pininfarina e Bertone sono fallite e Giugiaro s’è venduto alla concorrenza ». Che cosa rimarrà della Fiat? «Rimarrà Fiat Industrial, i veicoli industriali, il settore in cui Marchionne non ha messo mano». Checosal’ha infastidita di più in questa storia? «È mancata qualsiasi considerazione della sofferenza imposta ai lavoratori. Poi il passaggio dal pensiero complesso al pensiero unico, il referendum obbligato per tutti. Quindi il comportamento di Sacconi che s’è dimenticato di essere il ministro di tutti…come il sindaco Chiamparino, incline al marchionnismo». Non abbiamo parlato di Confindustria… «La Marcegaglia s’è accodata. Ora spera che Marchionne rientri». L’ultima considerazione? «Per gli intellettuali, che dovrebbero schierarsi dalla parte degli ultimi, per la semplice ragione che del destino degli ultimi non si sa mai nulla».

L’Unità 19.01.11

"L'evidenza delle prove", di Giuseppe D'Avanzo

Claqueurs ripetono le solite mosse. Modificano il segno dei fatti accertati. Abitano lo stesso Palazzo lontano dal cuore del Paese. Appartengono alla stessa famiglia e sono feroci nella difesa dello status quo, ordinato intorno al Sovrano istupidito da una sexual compulsivity e dall´amore di sé, Nerone, Eliogabalo, maiestas indegna nel suo modo di essere, ridicola nelle sue fantasticherie, nei suoi gesti, nel suo corpo, grottesca nella sua sessualità.Indifferenti alla meccanica del potere del Sovrano, maschere salmodianti organizzano quadri dove “vero/falso”, “giusto/ingiusto”, “corretto/improprio” sono qualifiche fluide e manipolabili. Vogliono che ogni figura logica svanisca nella nebbia e usano formule confusamente sonore, «accanimento», «deriva giustizialista», «attacco politico», addirittura «golpe». Ugole ubbidienti agitano addirittura il fantasma mentale del Complotto, fiaba degli impotenti, inganno degli irresponsabili che temono la realtà.
È comodo da ribaltare il vaniloquio. Non c´è alcuna «trappola». Nella gabbia Berlusconi s´infila da solo. Una puttana brasiliana lo avverte mentre è a Parigi in una cerimonia ufficiale: la sua Ruby è in Questura. Ruby è del Sovrano. Ha cominciato a vedersela intorno nel 2009: la fanciulla ha sedici anni. Balla la danza del ventre. Il Sovrano si diverte. Se ne incapriccia con l´anno nuovo, il 2010. Logico che si agiti quando lo allertano da Milano. Ruby è minorenne, è nelle mani dei poliziotti, ha la lingua lunga, può rovinarlo. Solo in apparenza è irragionevole che sia egli stesso – presidente del Consiglio – a metterci riparo. Deve farlo per evitare che altri conoscano il segreto della sua relazione. Chiama il capo di gabinetto della Questura di Milano intorno alle 23.45 del 27 maggio. Già quest´intromissione avrebbe dovuto segnare la fine politica di un homme d´Etat. È un dettaglio che le ugole del Sovrano ignorano nel frastuono che organizzano. È un particolare decisivo, al contrario. Questa telefonata è l´incipit della storia e l´iniziativa che configura il reato di concussione. Lo si rintraccia quando un pubblico ufficiale (Berlusconi lo è) abusa della sua qualità o dei suoi poteri per indurre altri a un comportamento indebito. In questura da quell´ora della notte si scatena un inferno sul capo della funzionaria di servizio (Giorgia Iafrate). Riceve in 134 minuti (dalle 23.59.27 alle 02.14.12) quindici telefonate dai suoi superiori (12 dal capo di gabinetto, 3 dal dirigente dell´ufficio prevenzione, il suo capo): una telefonata ogni nove minuti. Quest´esorbitante pressione produce un frutto avvelenato. Un soggetto debole, una minorenne senza famiglia, senza fissa dimora, senza reddito che abitualmente si prostituisce, è sottratta alla tutela dello Stato con l´intervento abusivo del capo del governo che impone un comportamento scorretto ai funzionari della Questura. Alle 2.00 Ruby viene affidata a Nicole Minetti, incaricata del capo del governo, e da questa di nuovo consegnata a una prostituta brasiliana nonostante le indicazioni vincolanti del pubblico ministero. Soltanto dopo, alle 2.20.43, Giorgia Iafrate chiede di accertare la volontà della famiglia di Ruby e soltanto alle 04.00 i poliziotti incontrano i genitori della ragazza, che quindi non saranno mai interpellati, contrariamente a quanto viene riferito al pubblico ministero (è un obbligo ineludibile, hanno la patria potestà).
Nel mondo di cartapesta dell´Italia berlusconiana, maschere salmodianti ripetono «dove sono le prove?»; qualche sempliciotto ne è influenzato mentre le anime fioche dell´informazione afferrano quella domanda come un naufrago il legno (non sia mai che debbano prendere posizione e contraddire il potere). La prova della concussione di Berlusconi è evidente, salda, indistruttibile. Chiunque può vederlo. Accorti, non lo contestano gli avvocati del premier. Si tengono lontano dai fatti. Discutono di forme: era competente la procura di Milano? Rispondono di no, l´inchiesta è quindi illegittima. Istigano alla rivolta le teste di turco che straripano nei talk-show dove sfogano l´angoscia (è davvero al capolinea il Sovrano?) menando fendenti forsennati. Ignorano una regoletta: la giurisprudenza sostiene che il pubblico ufficiale (membro del governo) colpevole di concussione deve essere giudicato dal Tribunale dei ministri se la concussione è funzionale (lo sarebbe stata se in Questura avesse telefonato il ministro dell´Interno). Al contrario, se il pubblico ufficiale abusa non dei suoi poteri, ma della qualità del suo incarico (come nel nostro caso, Berlusconi) niente tribunale dei ministri.
La concussione è un delitto molto grave (12 anni il massimo della pena). Lo è soprattutto se, come in quest´affaire, si mostra aggravato da alcune circostanze. Berlusconi manipola la volontà e le condotte dei funzionari della questura per occultare un altro reato, il favoreggiamento della prostituzione minorile, e nascondere il «puttanaio» sotto il tetto di Arcore, «suscettibile di arrecare nocumento alla sua immagine di uomo pubblico».
Anche qui per affogare nell´oblio quel che è accaduto, gli avvocati si avventurano in un´acrobazia. Dicono: ammesso e naturalmente non concesso, che il favoreggiamento alla prostituzione minorile ci sia stato, è stato commesso ad Arcore, Monza. Quindi, competente non è Milano. È una mastodontica grinza, tanto più sorprendente perché i due avvocati del premier sono parlamentari. Stupisce che non ricordino come sia stato proprio questo governo, la loro maggioranza, a reintrodurre la competenza dei reati di violenza sessuale per le procure distrettuali. Quindi, nel nostro caso, a Milano.
Prima che la memoria deperisca e i fatti siano travolti dal rumore, conviene ordinare quali sono «le prove evidenti» dello sfruttamento della prostituzione minorile. Per venirne a capo, è necessario dimostrare: (1) che Ruby si prostituisse; (2) che Berlusconi, consapevole della minore età di Ruby, ha compiuto con la ragazza «atti sessuali» (3) ricompensandola. Dicono: dove sono le prove? La domanda è una corvée d´ossequio. Se si sanno leggere le 389 dell´invito a comparire, le prove si scovano. Un rosario di testimonianze dirette e documenti acustici confermano il “mestiere” di Ruby. La ragazza vende il suo corpo occasionalmente, quando ha bisogno di denaro o quando qualche agiato semplicione le capita a tiro. Succede anche con Berlusconi. Ruby è introdotta alla corte del Sovrano lungo i canali predisposti per accontentarne la sexual compulsivity. Emilio Fede (mente a gola piena e, in prima battuta, dice di non conoscerla, poi di non ricordarla) la scopre tredicenne a Messina. La indirizza al suo braccio destro nella “fabbrica del bunga bunga”, Lele Mora. Il prosseneta la istruisce, la prepara e l´avvia al suo lavoro autentico mascherato in modo maldestro dall´impegno di cubista buono per pagare appena le spese di un paio di giorni al mese. Quando finalmente è pronta viene offerta al Drago. Ruby ha sedici anni. Un carabiniere che l´ha conosciuta in quel periodo riferisce che, è vero, prima del gennaio 2010 – dunque nel 2009 – Ruby era già stata a Villa San Martino due volte. Con il nuovo anno, la relazione con il presidente si fa più intensa. Dal 14 febbraio al 2 maggio 2010 Silvio Berlusconi e la teenager si vedono tredici volte. 14 (domenica), 20 (sabato), 21 (domenica), 27 (sabato), 28 (domenica) febbraio 2010; 09 (martedì) marzo 2010; 04 (domenica, Pasqua), 05 (lunedì dell´Angelo), 24 (sabato), 25 (domenica Festa della Liberazione), 26 (lunedì) aprile 2010; 01 (sabato, Festa del lavoro), 02 (domenica) maggio 2010. In settantasette giorni (dopo il fermo in questura del 27 maggio, sarà impossibile) il presidente pretende che la minorenne dorma sotto il tetto di Villa San Martino con una frequenza di una volta ogni sei giorni. È una prova solida della loro frequentazione. Bisogna ora dimostrare che ci siano stati «atti sessuali» tra il presidente e la ragazza. I caudatari chiedono come prova una fotografia, un video. Non è necessario.
È colpevole di favoreggiamento della prostituzione minorile «chiunque compie atti sessuali con un minore di età compresa tra i quattordici e i diciotto anni, in cambio di denaro o di altra utilità economica». Gli atti sessuali possono anche non essere, nel caso dei minori, sesso tout court. Per giurisprudenza costante della Cassazione, è configurabile come «atto sessuale» anche una «palpazione concupiscente». Ecco allora perché in una sequenza logica ci si deve occupare delle malinconiche serate del Sovrano, di quei «bunga bunga» dove, secondo decine di testimonianze, «le ragazze si spogliano, si avvicinano al presidente disteso sul divanetto e a turno, o anche in gruppi di due o tre, si strusciano e si fanno toccare, assumendo un atteggiamento anche provocante e volgare con baci e strusciamenti». Le maledizioni dei corifei del Sovrano non riusciranno a cancellare quel che si vede. Ruby partecipa al sollazzo del premier. Quanto meno – e per la legge non occorre pretendere altro – subisce gli «strusciamenti» di quel signore di 76 anni, le sue «palpazioni concupiscenti». Sono «atti sessuali», Ruby è minorenne. Si comprende perché la procura di Milano creda di aver raccolto fonti di prova sufficienti per chiedere il giudizio immediato e chiudere presto questa triste vicenda. Appare addirittura un sovrappiù documentare il tentativo corruttivo di Berlusconi. Vuole chiudere la bocca alla ragazza. È in affanno e le promette di rivestirla d´oro. Ancora una volta è costretto a muoversi in prima persona e al telefono della ragazza arrivano nei mesi scorsi più o meno un centinaio di telefonate del presidente.
In qualsiasi altro Paese che abbia rispetto di se stesso e delle sue istituzioni, Berlusconi si sarebbe già dimesso. Se questo non avviene, non lo si deve alla tignosa “invincibilità” del grottesco Sovrano che ci governa, ma a una classe dirigente incapace di assumersi responsabilità civili, indifferente a un senso comune dell´appartenenza e all´onore. Lo si deve a una Nazione senza amor proprio. Le tracce di questa triste condizione, si scorgono nei co-protagonisti di quest´affare o nell´assenza di alcune corpi collettivi. È un bestiario dalle mille figure. Un ministro della Repubblica, Ignazio La Russa, apprende che Berlusconi si è inventato «una fidanzata» per uscire dall´angolo. Si precipita dinanzi alle telecamere di un telegiornale per giurare, senza arrossire, che «lui, lo sapeva da tempo». Un avvocato di grande reputazione a Milano, Massimo Di Noia, difende Ruby. Ruby è la parte lesa di un reato sessuale e appare assolutamente irrituale e anomalo (anche se non esplicitamente vietato) che egli si sia prestato a interrogare la sua assistita per conto dell´indagato. E bisogna escludere – perché vietato – che egli abbia richiesto per le investigazioni difensive dell´avvocato di Berlusconi «notizie sulle domande formulate o sulle risposte date» da Ruby ai pubblici ministeri che l´hanno interrogata.
Mostra l´esprit de société la quiete stagnante delle redazioni del Tg1 e del Tg4. Sono governate non da giornalisti, ma da reggicoda del Sovrano. Augusto Minzolini riscrive ogni sera la realtà del Paese governato dal Drago lisciandola da ogni increspatura, conflitto, notizia e accecando l´opinione pubblica. L´altro addirittura spande il denaro del suo giornale per far rientrare in tutta fretta dal Brasile due prostitute da accompagnare dal premier. Che cosa deve accadere perché le redazioni dei due giornali facciano sentire la loro voce, alzino la protesta per difendere il loro onore. Dove sono i sindacati di polizia? Perché non difendono quei funzionari di Milano, umiliati e vinti dall´arroganza del capo di governo. Perché tace la Chiesa? Perché è senza voce il segretario generale della Conferenza episcopale italiana, mons. Mariano Crociata. Che già ebbe modo di dire (menava scandalo l´amicizia del Sovrano con la minorenne Noemi): «Assistiamo ad un disprezzo esibito nei confronti di tutto ciò che dice pudore, sobrietà, autocontrollo e allo sfoggio di un libertinaggio gaio e irresponsabile che invera la parola lussuria. Nessuno deve pensare che in questo campo non ci sia gravità di comportamenti o che si tratti di affari privati soprattutto quando sono implicati minori, cosa la cui gravità grida vendetta al cospetto di Dio». Esiste ancora un´Italia che abbia amor proprio?

La Repubblica 19.01.11

"Forza Terzo polo, magari su Bondi…", di Mario Lavia

Aria strana, ieri, in Transatlantico. Molto nervosismo, dietro la scorza granitica del “non mollare”, a destra. Clima di attesa, e di speranza, a sinistra. Eppure è stata una giornata importante, molto importante.
Dopo la giornata dei “400 colpi” (le 400 pagine) sparati dalla procura di Milano che hanno costretto Berlusconi all’arrocco televisivo e i suoi alleati a stringerglisi intorno, malgrado tutto, ieri la scena è mutata. Con il Quirinale (e i vescovi) in campo. Un’uscita, quella di Napolitano, che ha preoccupato non poco il premier che nel pomeriggio è salito al Colle, con Gianni Letta, per un incontro fissato da tempo sulle prossime iniziative nell’ambito delle celebrazioni del 150esimo dell’unità d’Italia. Berlusconi ha ripetuto i concetti del suo videomessaggio, il presidente della repubblica ha ascoltato e ha ribadito che è necessario che il capo del governo chiarisca: ne va della credibilità dell’esecutivo e dell’efficacia della sua azione. A Berlusconi peraltro non era sfuggito quel riferimento nella nota quirinalizia della mattina all’urgenza di un chiarimento «nelle sedi previste»: senza frapporre ostacoli, dunque.
Napolitano è ovviamente molto preoccupato.
La crisi di governo, in questa situazione, è davvero possibile. Da ieri, la metà della camera dei deputati la reclama, e in questo senso, è stata una giornata importante. Il Pd ha rotto gli indugi. Bersani ha dato indicazione a Franceschini di “formalizzare” la richiesta di dimissioni in aula, cosa che il capogruppo ha fatto nel primo pomeriggio, portandosi appresso l’Idv.
Ma nulla – in quel momento – dal Terzo polo. Per questo dal Pd è partito il pressing su Casini (forse c’è stato anche un contatto Bersani-Fini) perché si muovesse anche lui. E Casini ha risposto: «Berlusconi faccia un passo indietro». Poi si è associato anche Briguglio. La sortita di Pd, Idv e Terzo polo da un lato punta a smuovere le acque di là, dove d’altronde, come sa bene ognuno che frequenti anche solo un pochino la camera, non si fa altro che parlare di “successioni” di Letta o Tremonti. E dall’altro per costruire un clima, bruciando le tappe, per una svolta della situazione che solo le dimissioni del premier possono imprimere.
C’è una grande occasione per creare le condizioni della crisi. È il voto sulla mozione di sfiducia a Sandro Bondi che ci sarà la settimana prossima, forse mercoledì. L’Udc e Fli rompano gli indugi annunciando una loro mozione. È vero che Bondi a quel punto potrebbe dimettersi da solo, ma sarebbe comunque uno smacco. Lo scandalo-Ruby ha politicamente cancellato il 14 dicembre, forse un voto di Montecitorio, se il ministro resiste, potrebbe sancirlo.

da Europa Quotidiano 19.01.11