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"Cultura, un business per ventenni", di Giuseppe Bottero

A Torino due studenti poco più che ventenni hanno fondato la rivista letteraria «Inutile». Da un vecchio cinema può rinascere una sala hi-tech che proietta film di artisti emergenti e introvabili pellicole Anni Sessanta. In un vecchio borgo che si affaccia sul Monte Rosa può sorgere una città abitata solo da teatranti, con la gente che va a fare la spesa in maschera e in costume d’epoca. Una rivista può essere concepita in treno, un festival internazionale nella cucina di mamma.

Mentre il tasso di disoccupazione giovanile schizza a livelli record e le piazze si riempiono di ragazzi che protestano contro i tagli alla cultura, c’è qualcuno checon la forza delle idee, della Rete e del gruppo- riesce a cambiare le cose, a riprendersi gli spazi. Ecco quattro storie di under 30 che provano, nel loro piccolo, a costruire un’Italia diversa.

Il laboratorio di teatro nel paese fantasma
Campsirago era un paese fantasma, vuoto, abbandonato, patrimonio storico e culturale di un’talia che non c’è più. Un paese agricolo, un nucleo di case isolato geograficamente e storicamente». Quando alla fine degli Anni Ottanta se ne sono andati anche gli ultimi figli dei fiori, che avevano occupato le case dei contadini, sembrava che per il vecchio borgo che guarda il Monte Rosa non ci fossero più speranze.

Non è andata così, perché Campsirago, nel giro di pochi anni, è diventato il paese dei teatranti e adesso è la sede della compagnia «Scarlattine», che ha creato un laboratorio per far crescere i ragazzi che si affacciano sul palco per la prima volta. «Abbiamo una residenza in cui si trasferiscono per mesi i ragazzi di compagnie italiane e internazionali – spiega il direttore Michele Losi -. In cambio dell’ospitalità non chiediamo nulla, ma spesso il gruppo che ha provato da noi tutto l’inverno mette in scena lo spettacolo nel festival che organizziamo ogni estate».

Il borgo vive di nuovo, e negli uffici della «Scarlattine» piovono richieste: i prossimi ospiti saranno turchi. «Il nostro orgoglio – così Losi – è aver messo in piedi una città del teatro. Un laboratorio per le compagnie del futuro».

Seicento euro a testa per il cinema high tech
Al bar, al posto di Coca Cola e pop corn, ci sono barrette biologiche e bicchieri di vino rosso. Invece dei blockbuster sullo schermo scorrono le immagini in bianco e nero della Nouvelle Vague, i documentari indipendenti lanciati dai Festival, i b-movie che hanno fatto innamorare Tarantino.

E’ il mondo sottosopra, quello che dal 3 febbraio andrà in scena al vecchio Crauco, il cinema incassato nel quartiere popolare del Pigneto, Roma Est, a due passi dai bar in cui Pasolini girò «Accattone». E’ il mondo sottosopra, e il motore sono sessanta trentenni che hanno affittato la sala chiusa dal giugno scorso e dopo un autunno passato con la cazzuola in mano per rimetterla a nuovo adesso sono pronti all’inaugurazione. Il nome, «Kino», l’hanno rubato un locale di Berlino.

I soldi li hanno sborsati da soli: seicento euro a testa, con la prospettiva concreta, dice Cristiano Gerbino, «di non rivederli mai più. Sappiamo benissimo che la nave può affondare nel giro di sei mesi, ma per quei centottanta giorni noi saremo vivi e pulsanti». Molti dei soci del «Kino» si sono conosciuti in piazza, mentre protestavano contro i tagli. Poi Facebook ha fatto il resto. Riunioni, appelli, idee. Adesso è tutto pronto, si parte. Prima proiezione: «Altrimenti ci arrabbiamo». Praticamente una dichiarazione d’intenti.

La rivista che scopre i romanzieri
Si sono accorti che le cose stavano cambiando quando in libreria hanno trovato gli autori lanciati dalla loro rivista. Il primo è stato Marco Drago, che ha pubblicato con Feltrinelli. Poi è stato il turno di Giorgio Fontana, con Mondadori. Prima era tutto un gioco da studenti. «Abbiamo fondato “Inutile” perché le riviste letterarie che conoscevamo non ci piacevano», raccontano Matteo Scandolin e Alessandro Romeo.

L’idea è del 2005: avevano appena 23 anni. Un lustro dopo il magazine è ancora in piedi e nei mesi scorsi è sbarcato anche su Internet, senza abbandonare il formato cartaceo, un gigantesco foglio ripiegato in otto parti che si trova in libreria, nei circoli Arci e nelle stazioni. «Il Web? La nostra presenza è molto attiva e attenta. Grazie alla Rete siamo riusciti a conoscere autori stranieri con cui sarebbe stato difficile rapportarsi», spiega Matteo.

Ma come funziona una rivista auto-prodotta? «Facciamo quasi tutto via e-mail e al telefono- dice Alessandro-. Poi, quattro o cinque volte all’anno ci troviamo di persona, a Venezia o a Torino». Di soldi ne girano pochi, ma non è un motivo per mollare. «Spesso ai ragazzi manca la voglia di andare oltre le prime difficoltà – dice Matteo -. Magari si prova a organizzare qualcosa, ma ci si ferma quasi subito».

Nella masseria i writer diventano artisti
Se durante l’anno il centro di Grottaglie è invaso da signore di mezza età a caccia di ceramiche da collezione, a marzo il piccolo comune pugliese si riempie di punk e graffitari in arrivo da mezzo mondo, tutti ospiti di Angelo Milano, il ventottenne che organizza «Fame Festival», kermesse che – in tre edizioni – ha lanciato alcuni degli artisti più quotati a livello europeo. Da Grottaglie – 30 mila abitanti, a mezz’ora di macchina da Taranto – c’è passato il re dei writer Blu, una manciata di mesi prima di finire alla Tate Modern di Londra.

Gli sono bastati un paio di giorni per trasformare le case abbandonate in pezzi da museo post-moderno. Con lui, i gemelli brasiliani Os Gemeos, l’americano Momo e il fotografo francese Jr, che nel 2010 si è portato a casa il «Ted Prize», il premio che una super-giuria assegna alle persone «che cambieranno il mondo». Prima di lui l’avevano vinto anche Bill Clinton, Bono e il fondatore di Wikipedia Wales.

«Qui gli artisti vengono gratis, sulla fiducia – dice Milano – anche perché il festival non riceve nessun finanziamento. Dormono a casa di amici, mangiano da mia madre. A fine settembre organizziamo una mostra: la metà del ricavato va a pittori e illustratori. L’altra finisce nelle casse di “Fame”, che così riesce a sopravvivere».

Il ritorno sui banchi di Aziz e Violeta "Faccio il test e poi vado in cantiere", di Maurizio Crosetti

Al via l´esame d´italiano per ottenere il permesso di soggiorno. L´esordio a Firenze e Asti: sei esercizi di ascolto, lettura e scrittura: “Ma erano tutti facili”. Adesso, il ghiaccio che hanno nel cuore lo devono scrivere: e non è mica facile mettere l´acca al posto giusto. Ghiaccio, mamma, giglio, matita e matite. Io sono tu sei egli è. Parole tutte mescolate, sul foglio bianco e nella testa, parole che nella bocca sembrano incastrate bene, però con l´inchiostro è un problema ed è facile sbagliare. Ma senza parole esatte, niente permesso di soggiorno. Se non sai scrivere Italia, non puoi viverci dentro.
Si comincia con la nebbia dietro la finestra, e sono in dieci a guardarla: Klodjan, Hasman, Adil, Violeta, Flutura e Naim che sono marito e moglie, Arben e Aziz, Salman e Happy che è nigeriana e a occhio, sì, assomiglia al nome che porta: «Sono contenta di essere qui, è la legge. Se una cosa si deve fare, la facciamo».
La scuola non è una scuola ma l´ex ufficio tecnico comunale, ora si chiama Centro Territoriale Permanente, hanno ricavato aule e laboratori tra i vecchi muri rossi. Fa freddo. I dieci candidati devono dimostrare di conoscere almeno l´80% delle parole dell´esame: ascoltano dialoghi sul cd, leggono testi, compilano un modulo. Gesti pratici tra lingua e vita, qui non ci sono Dante e Manzoni. «Ringrazio Facebook perché mi ha insegnato a scrivere agli amici italiani, così sarò promossa», dice Violeta Koteva, moldava, la prima a uscire dall´aula dopo due ore. Ha consegnato il suo scritto ed è convinta che sia andata bene: «Non era difficile».
Vengono dal Marocco e dal Senegal, dalla Turchia, dalla Macedonia e dalla Nigeria. Hanno tutti un lavoro, hanno figli italiani che frequentano le nostre scuole, e spesso prendono voti più alti dei loro compagni. Un´Italia che esiste ben prima del test e va oltre, lavora, si muove, parla e ascolta, prova a spiegarsi e tenta di capire. «Faccio l´operaio, sono qui da sette anni, ho imparato l´italiano da solo, l´esame era proprio semplice», dice Arben Kazimi, albanese. «Anche se non me l´aspettavo: in fondo, chiediamo solo un permesso di soggiorno lungo, mica la cittadinanza».
C´erano cinque ore di tempo per consegnare gli elaborati, quasi tutti hanno finito in meno di tre, anche perché ad aspettarli non c´erano il bidello o l´intervallo, ma il lavoro. «Scusate, scappo in cantiere, faccio il muratore», dice Aziz. «Questo compito è una cosa giusta, perché ci obbliga a imparare: se non parli l´italiano non ti prendono da nessuna parte. E almeno, d´ora in avanti eviteremo di fare la coda per il permesso annuale, si perdeva un giorno intero».
«Non ho mai studiato, per campare faccio la badante e in Italia mi trovo bene», spiega Happy Okodono, 31 anni, convinta di avercela fatta: «Solo un po´ di emozione». Entro tre giorni, lei e i suoi nove compagni sapranno dalla Prefettura se sono stati promossi, e in caso contrario potranno ritentare subito. «Non credo sia stato un impegno troppo arduo, di sicuro non abbiamo fatto nulla per renderlo tale», dice una delle esaminatrici, la professoressa Maria Teresa Gangi. «Stiamo comunque parlando di un italiano di sopravvivenza».
E se invece il “quizzettone” diventasse un filtro per rendere più difficile la consegna dei permessi di soggiorno? A prima vista non sembrerebbe, anche se il rischio di creare la categoria degli “stranieri col bollino blu” esiste. «Qualora si evidenziassero criteri e aspetti tesi a discriminare gli extracomunitari – afferma il direttore scolastico del distretto di Asti, Francesco Contino – molti di noi non sarebbero d´accordo».
Chi arriva ad affrontare questo esame, messo a punto dall´Ufficio scolastico provinciale, ha già compiuto un percorso preciso, e con le parole italiane fa i conti ogni giorno. Diverso è per gli stranieri appena arrivati, che stanno seguendo le prime lezioni nell´altra stanza. Venti allievi del “gruppo accoglienza”, alla lavagna la professoressa Floriana Basso, scuola media “Goltieri”. Capire per essere, tra plurali e singolari, verbi e aggettivi, accenti e doppie. Vicino al disegno dei girasoli di Van Gogh, un cartellone riassume le varie forme di “essere” e “avere”, e lì dentro c´è proprio tutto. La grande carta geografica dell´Italia, sul muro, più che un luogo sembra uno scopo, o magari un sogno. «I ragazzi seguono con grande attenzione, in tanti sono minori, e tutti prendono la scuola molto sul serio». In questo, forse, a lezione dovremmo andare noi.

La Repubblica 18.01.11

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Immigrazione, test d’italiano
Firenze, anche mamme con bimbi.

Tutti promossi. Tranne uno. Per chi ha superato l’esame, il sogno di ogni immigrato ora si trasforma in realtà: avranno il permesso di soggiorno a tempo indeterminato. È il risultato del test – il primo in Italia – di conoscenza della lingua italiana per il rilascio del permesso di soggiorno Ce per soggiornanti di lungo periodo, che si è tenuto stamane nella sede della scuola media Beato Angelico.

Diciassette i candidati a Firenze: sedici quelli che hanno avuto via libera. Sapranno i risultati tra una settimana, invece, i nove immigrati che hanno affrontato lo stesso esame ad Asti: erano tutti sorridenti, comunque, quando usciti dalla scuola in cui si è tenuto il test, il che fa pensare che sono convinti di aver superato la prova.

Nel capoluogo toscano è realtà, da oggi, quel permesso, per Mbaye, ventiseienne senegalese che stamane ha portato nell’aula di esame il suo piccolo Falu, 4 mesi. Il marito, pure lui immigrato dal Senegal, fa il meccanico e non poteva tenerlo. Così, mentre Mbaye scriveva le risposte ai quiz, i commissari hanno coccolato il piccino, l’hanno tenuto in braccio, accarezzato. Lui, alla fine, si è addormentato sulla spalla di un dirigente dell’ufficio scolastico. È realtà anche per l’insonnolito Arion, albanese che parla con la c aspirata, che ieri, alla vigilia della prova, ha lavorato fino alle 2 di notte in pizzeria. Anche Minire, incinta, è qui con il suo bambino, Orghes di 2 anni, e il marito Bashk. Hanno portato il figlio più grande, 8 anni, a scuola e sono corsi a dare l’esame. «È giusto parlare la lingua – dice Bashk -, buona idea fare i test. Per noi sarà importantissimo avere questo permesso di soggiorno, eviteremo ogni anno di chiedere il rinnovo perdendo almeno un giorno per la pratica». E spendendo dagli 80 ai 200 euro per ottenerlo.

Tutti sono venuti in Italia molti anni fa (almeno 5 quelli richiesti dal ministero degli Interni per accedere alla prova) da Senegal, Albania, Tunisia, Filippine, dal Sudamerica, dalla Siberia. C’è Florian, albanese, magazziniere, che con il suo lavoro mantiene moglie e un figlio mentre un secondo è in arrivo. Nel banco accanto a lui, è china sui fogli Natalia Skvortsova, dalla Siberia, che parla un buon italiano e per vivere insegna alle estetiste la ricostruzione delle unghie. «Ho studiato molto – racconta Caterina, colombiana, da 10 anni in Italia, dipendente di una casa di riposo – soprattutto negli ultimi giorni. Mi aspettavo domande sulla Costituzione, domande di politica. Invece, queste prove mi hanno sorpreso.

Per chi è qui da tanti anni e parla l’italiano sono semplici. È andata bene, però. È giusto che chi vive qui conosca la lingua, è un elemento importante per avere rapporti con le altre persone, per inserirsi meglio e per trovare lavoro». Neppure per Aurora Carranza, 51 anni, ex suora filippina, rispondere al test è stato difficile. Lo ammette contenta, alla fine. «Insegno italiano agli stranieri – racconta -, e devo dire che non ho avuto problemi. Dopo 20 anni in Italia, insomma, doveva andare bene…».

L’ufficio scolastico provinciale e la prefettura hanno organizzato il test seguendo le linee guida del ministero degli Interni. Per i candidati è stata allestita una classe con quattro file di banchi nell’auditorium dell’istituto. L’esame si componeva di 6 prove in tre capitoli, ascolto, comprensione della lettura e produzione scritta. Hanno ascoltato brevi dialoghi e poi risposto a domande sul luogo dove il colloquio avrebbe potuto svolgersi. Inoltre, hanno scritto due testi immaginari: prima una cartolina ad un amico, invitandolo per le vacanze, e poi una richiesta alla prefettura per avere informazioni sui documenti da presentare per ottenere la cittadinanza. «Erano tesi, emozionati e anche un po’ frastornati dalla folla di giornalisti, cameramen e fotografi che li attendeva fuori dalla scuola – racconta la professoressa Patrizia Margiacchi -. Poi, a prova iniziata, il clima si è rasserenato.

Sono stati bravi, alcuni parlano bene l’italiano, altri si arrangiano. Per tutti, è stata una prova importante, molto importante».

L’Unità 17.01.11

"Dal Palazzo in crisi esce la referendite", di Michele Ainis

Quest’anno la Pasqua di Resurrezione è caduta in forte anticipo, subito dopo la Befana. Ma a risorgere non è un uomo, bensì un istituto di democrazia diretta: il referendum. Ricordate? Ne avevamo celebrato i funerali, quando la consultazione sul porcellum promossa da Guzzetta e Segni toccò il picco negativo d’affluenza al voto: 23 per ento. Succedeva nel giugno 2009, e a quel punto nessuno avrebbe più scommesso un euro sul futuro dei referendum. Anche perché dal ’97 in poi, sotto l’astro della seconda Repubblica, ne erano via via falliti 24, sempre per la medesima ragione: niente quorum. Eppure proprio un referendum (nel 1946) aveva battezzato la prima Repubblica, e ne aveva poi scandito l’esistenza, recandoci in dono divorzio e aborto negli anni 70, lo stop al nucleare durante gli 80, un nuovo sistema elettorale all’alba dei 90. Insomma un passato glorioso, ma ormai tutto consumato, come una candela.

E invece no, talvolta il passato può tornare. Nei giorni scorsi la Consulta ha acceso il verde del semaforo su 4 referendum: quello sul legittimo impedimento promosso da Italia dei valori, quello contro la costruzione di centrali nucleari, infine i due referendum sull’acqua, che da soli hanno raccolto un milione e 400mila firme. Negli stessi giorni il 96% dei dipendenti Fiat di Mirafiori ha votato il referendum sul futuro dello stabilimento, superando perfino l’affluenza record di Pomigliano d’Arco (95%). Mentre altri referendum s’allestiscono in questo o in quel comune: per esempio a Belluno le istituzioni hanno deciso di consultare i cittadini sul passaggio dal Veneto al Trentino.
Fin qui l’onda referendaria ci è scivolata addosso senza bagnarci più di tanto, senza destare la nostra attenzione collettiva. Ci incuriosiscono semmai le escort del presidente del Consiglio, le sue baruffe con il presidente della Camera, l’avvento di terzi e quarti poli. O almeno è questo lo specchio del paese che riluce da tv e carta stampata. Ma è uno specchio deformante, ed è un errore infiggervi lo sguardo. Perché quell’onda solleva una domanda di democrazia, e segnala un sentimento d’affezione alla democrazia italiana. Di questi tempi, non è affatto un evento secondario. Alle ultime regionali un terzo degli elettori è rimasto a casa, mentre il partito del non voto (sommando astenuti, schede bianche e nulle) ha raggiunto il 40 per cento. Quando si voterà di nuovo, questo (non) risultato potrebbe diventare anche più rotondo, come ci raccontano tutti i sondaggi dei quali disponiamo. Insomma c’è un divorzio fra popolo e Palazzo, ma a quanto pare non abbiamo ancora divorziato dallo stato. Altrimenti non c’interesseremmo neppure ai referendum, non ne appoggeremmo in massa la

Tuttavia non c’è contraddizione tra il rifiuto della democrazia rappresentativa e il ritorno di fiamma per la democrazia diretta. Questo doppio atteggiamento esprime al fondo un’unica matrice, un altolà alla degenerazione del sistema dei partiti. Perché sono i partiti che hanno svuotato il Parlamento, riempiendolo di soldatini di piombo nominati dai signori di partito. E perché sempre i partiti hanno svuotato il referendum: prima tenendolo per 22 anni in quarantena (la legge istitutiva è del 1970), poi frodandone a più riprese i risultati (come avvenne nel 1993, dopo il referendum sul finanziamento pubblico ai partiti), infine organizzando l’astensione per far saltare il quorum.
Tutto sommato, in questi giorni stiamo soltanto preparando una rivincita, ci riprendiamo lo spazio che era nostro, di noi elettori con una museruola sulla bocca. Sarà per questo che i partiti reagiscono invocando l’abolizione del referendum, come ha fatto Mario Valducci, presidente della commissione Trasporti della Camera. Però attenzione, perché i partiti hanno pur sempre in tasca una pistola carica: lo scioglimento anticipato delle assemblee legislative, che rimanderebbe i referendum alle calende greche. D’altronde questa pistola ha già fatto fuoco nel 1972, nel 1976, nel 1987, nel 1994. Sta a vedere che sparerà di nuovo.

Il Sole 24 Ore 18.01.11

L’ira di Bersani «Ma il premier si rende conto del danno che sta arrecando al Paese?», di Simone Collini

Prospettive Il segretario ai suoi: «Prepariamoci a tutto». Le telefonate con i leader Fli e Udc. «È indegno di governare l’Italia Salga al Quirinale e si dimetta». Per Veltroni la debolezza del Pd nei sondaggi «è un’anomalia, uno degli elementi che spiega il procrastinarsi dell’agonia di Berlusconi». Latorre: «Auspicabili elezioni anticipate per uscire dall’intollerabile pantano»

«È indegno di rappresentare l’Italia. Ma si rende conto del danno che sta arrecando al paese? Se avesse un minimo di senso dello Stato dovrebbe subito salire al Quirinale e rassegnare le dimissioni». Pier Luigi Bersani evita per tutta la giornata di commentare pubblicamente lo stillicidio di citazioni da atti giudiziari che gettano una luce sempre più inquietante sullo scandalo che coinvolge Berlusconi. Ma con i suoi il segretario del Pd è stato chiaro: «Prepariamoci a tutto». Voto compreso.
Dell’attuale situazione Bersani ne ha parlato anche in colloqui telefonici con Gianfranco Fini e con Pier Ferdinando Casini. La valutazione che ne è uscita è che se anche gli esponenti di Pdl e Lega dovessero giocare la carta del rinvio al tribunale dei ministri (nella giunta per le autorizzazioni il centrodestra è sopra di un voto) quanto uscito finora rende comunque complicato per il premier resistere a lungo: un po’ per la gravità del contenuto delle intercettazioni un po’, come dice la capogruppo del Pd nella Giunta per le autorizzazioni a procedere Donatella Ferranti, perché «ci sono tutti gli elementi per un rito immediato»: «Al di là delle eventuali responsabilità penali quello che ne emerge è un agghiacciante quadro di sfruttamento della prostituzione e un triOFFENSIVA AL COPASIR
Per Rosy Bindi il premier deve «togliere dall’imbarazzo il paese» e «liberare il campo». Se invece si dovesse aggrappare ancora alla poltrona, l’offensiva dell’opposizione passerà anche per il Copasir, visto che dalle intercettazioni emerge che è molto facile accedere all’abitazione del capo del governo («siamo entrate senza alcun tipo di controllo»). Dice il deputato del Pd Ettore Rosato, membro del Comitato parlamentare di controllo sui servizi: «Interessi del Paese sono messi in discussione dagli atteggiamenti ingiustificabili del premier». Giovedì Gianni Letta andrà in audizione, ma il Pd darà battaglia chiedendo che sia il premier a «riferire sulla sicurezza»: «È gravissimo che ragazze entrino nella residenza di Berlusconi, a prescindere da considerazioni etiche o morali, perché espone il premier al rischio di ricatti: tra quelle signorine potrebbe infatti esserci anche qualche spia inviata da servizi segreti di Paesi stranieri».
PANTANO ED ELEZIONI
Il punto però è anche cosa succederà dopo, ammesso che Berlusconi si dimetta. Il Pd valuta sempre un governo di «responsabilità istituzionale» il modo migliore per affrontare i problema del paese, ma si sta anche preparando alle urne anticipate. «Non pensino che abbiamo paura del voto», ha detto ai suoi Bersani quando gli hanno riferito che Fabrizio Cicchitto ha messo tra il novero delle possibilità le elezioni. Non a caso al capogruppo del Pdl alla Camera ha risposto David Sassoli («se volete andare alle elezioni noi siamo pronti, col voto sarà certificato il vostro fallimento») e anche il vicepresidente dei senatori Pd Nicola Latorre ha lanciato il guanto di sfida: «Sono auspicabili le elezioni anticipate per uscire da un pantano non più tollerabile».
Nel Pd c’è però anche chi, come Walter Veltroni, dice che la debolezza del partito nei sondaggi «è un’anomalia, uno degli elementi che spiega il procrastinarsi dell’agonia di Berlusconi». Per l’ex segretario dei Democratici c’è la «difficoltà di affermare l’alternativa» e ora è il momento di fare del Pd «un’alternativa capace di modernizzare: al Lingotto dice parlando dell’iniziativa di sabato prossimo ci proponiamo di dare un contributo in questa direzione».

L’Unità 18.01.11

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Berlusconi Ruby, come umiliare l’Italia
Il presidente del Consiglio attacca i giudici in tv. Alla Camera le carte con le intercettazioni hard. Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi , il massimo rappresentante del nostro Paese nel mondo, indagato per concussione e induzione alla prostituzione minorile, ha completato la compilation di accuse possibili che un cittadino possa collezionare, spaziando da un campo all’altro dei codici civili e penali. Ma quest’ultima accusa ha veramente superato per gravità tutte le altre. Silvio Berlusconi è stato convocato per il prossimo fine settimana a presentarsi presso i pm del tribunale di Milano che indagano sul caso Ruby, con l’accusa di concussione e induzione alla prostituzione minorile.

Non si tratta più di gossip, non si tratta di squallidi rapporti con escort di lusso adulte e consapevoli del loro agire. In questo caso l’invitata d’onore di feste e festini svoltesi nelle residenze di un ultra settantenne era una ragazzina: Karima El Mahroug, detta Ruby. Una minorenne di 17 anni che per legge andrebbe tutelata dagli adulti e non sfruttata anche solo come immagine, come una bella scultura da esporre in mezzo ad altri vecchi tromboni durante le cene.

Ma al momento il Cavaliere non sembra intenzionato a presentarsi in tribunale e rispondere ad un interrogatorio davanti all’accusa. Nonostante i proclami iniziali, l’unica risposta del premier è stata quella di diffondere un videomessaggio, nel quale si è espresso sempre secondo il proprio classico ed ormai collaudato clichè: ha mosso pesanti accuse contro l’operato dei pm di Milano (quindi nulla di nuovo), ha cercato di distogliere l’attenzione del cittadino o meglio dell’utente televisivo dalla gravità del fatto in sè, (l’accusa di concussione e induzione alla prostituzione minorile), inserendo un nuovo e misterioso elemento. La notizia bomba è che Berlusconi è fidanzato in casa, indi per cui non può andare con altre donne: insinuazione che ha ovviamente scatenato del gossip puro a partire dalle testate giornalistiche nazionali fino ai giornaletti di quartiere, passando ovviamente dalle trasmissioni televisive che occupano i nostri pomeriggi.

Il maxi fascicolo di 300 pagine di verbali dettagliati su come si sarebbero effettivamente svolti i fatti è arrivato oggi alla Camera e Pierluigi Castagnetti il Presidente della Giunta per le autorizzazioni a procedere ha preannunciato che verrà esaminato dalla giunta mercoledì prossimo.

Dopo la diffusione del video di Berlusconi, nel quale il premier cerca di ripulire la propria immagine devastata dal suo stesso modus operandi, la reazione del mondo politico e culturale è stata immediata. Pier Luigi Bersani ha denunciato innanzitutto la vergognosa aggressione ai magistrati da parte del premier e poi ha definito l’ultima esternazione auto difensiva uno spettacolo desolante e imbarazzante. “Viene negata l’evidenza –ha detto Bersani –il cavaliere pensa che gli italiani siano stupidi”.

Due giorni fa quando è stato emesso il mandato di comparizione per Berlusconi, sulla vicenda Ruby il leader del Pd aveva rilasciato una dichiarazione alla stampa, di cui trasmettiamo il video. “Una minorenne, com’era Ruby al momento dei fatti su cui si indaga, dovrebbe andare a scuola e non a cena, per così dire, da dei vecchi ricconi -ha detto Bersani nell’intervista -. Non dovrebbe girare con migliaia di euro in tasca. Non dovrebbe essere buttata fuori dalla Questura per poi essere un’ora dopo, riconsegnata ad una prostituta. Perché una minorenne è una minorenne, a prescindere dal fisico che ha e da quello che ha in testa. Dunque, va tutelata”.

Rosy Bindi, Presidente dell’Assemblea nazionale del Partito Democratico ha evidenziato come il premier nel suo video – difesa abbia cercato ancora una volta di mistificare e capovolgere la realtà, in quanto nessuno può invocare la privacy per impedire alla magistratura di accertare reati inconfessabili.
“Anziché difendersi con spot televisivi -ha detto Bindi – se ha il senso della dignità del ruolo che ricopre, Berlusconi si presenti dai magistrati e usi le sedi proprie per dimostrare la propria correttezza e integrità morale. Se ha violato la legge si difenda con gli strumenti previsti dallo Stato di dritto. Solo così dimostrerà di essere un premier normale, come altri leader di grandi democrazie europee. Se c’è infatti qualcosa di anormale nella situazione italiana è il potente e continuo abuso di poteri e funzioni da parte del capo del governo e la sua pretesa di immunità politica e morale. Ma per fortuna la democrazia in Italia è ancora forte è questo grazie anche alla magistratura e alle altre istituzioni che correttamente esercitano i poteri affidati dalla Costituzione e dalle leggi. E’ ancora un Paese libero, malgrado e nonostante, i continui tentativi di Berlusconi di stravolgerne le fondamenta”.

A difesa della ruolo della magistratura si è espressa Anna Finocchiaro, Presidente del gruppo del Pd al Senato. “E’ davvero stucchevole vedere e sentire gli attacchi del Pdl alla magistratura, colpevole solo di svolgere il proprio dovere, rispetto a una vicenda squallida che non fa che danneggiare il nostro Paese. Mi auguro che ci sia sacrosanto rispetto per le indagini. Non possiamo permetterci di gingillarci di nuovo, e per mesi, con le questioni che riguardano Silvio Berlusconi e i suoi discutibili comportamenti. L’Italia ha bisogno di un governo che si occupi dei problemi concreti dei cittadini, cioè del lavoro, della crisi economica, del futuro dei giovani”. E su questo si è soffermato anche Andrea Orlando, Responsabile Giustizia del Pd che ha dichiarato: “A noi non interessa strumentalizzare la patetica vicenda che riguarda il presidente del Consiglio, sulla quale sarà necessario fare piena chiarezza. Vorremmo, anzi, che non fosse l’ennesimo pretesto di questo governo per aggredire la magistratura e non occuparsi dei veri problemi del Paese”.

Uno degli aspetti che emerge dall’inchiesta della Procura di Milano, sul caso Ruby – Berlusconi è che a prescindere dall’esito processuale, si conferma comunque la grande ricattabilità del Presidente di una delle più grandi potenze del mondo, rispetto al proprio modello di vita. “E questo, in un Paese normale, dovrebbe essere sentito come un pericolo per tutti”, ha notato Emanuele Fiano Presidente Forum Sicurezza del Pd.

Purtroppo, l’intera vicenda è raccontata poco e male anche dai mezzi di comunicazione televisivi, hanno denunciato gli esponenti del Pd. Vincenzo Vita, componente Pd in Commissione Vigilanza Rai ha evidenziato come ‘nel Tg1, alla vicenda Ruby non si sia dedicato altro che un pastone politico con botta e risposta tra esponenti dei vari Partiti, tralasciando ciò che forse al direttore Minzolini è sembrato trascurabile: il racconto dei fatti’.

Le notizie che emergono da quest’ultima inchiesta sono il segno finale della decadenza di questo modo di essere della destra italiana e di come gli anni del berlusconismo abbiano ridotto il nostro Paese. “E’ una vergogna avere un Presidente del Consiglio indagato anche per concussione e prostituzione minorile, un Premier che si è messo in una condizione di tale gravità da gettare discredito sul Paese e sulle cittadine e sui cittadini italiani –ha detto la senatrice del Pd Vittoria Franco -.E’ necessaria una reazione sempre più attiva dell’opinione pubblica a questa destra indecente”.

Alleghiamo un pezzo della lettera che quasi due anni fa la allora moglie di Berlusconi, Veronica Lario mandò ai giornali, probabilmente per discostarsi pubblicamente dalle squallide vicende che riguardavano il marito. Le frasi del suo scritto, suonano oggi come palesemente rivelatrici di una realtà che è emersa successivamente e che ben descrive Silvio Berlusconi.

Probabilmente avremmo dovuto dare maggiore credito a colei che maggiormente conosce il premier nella sua intimità: la moglie.

“…… Qualcuno ha scritto che tutto questo è a sostegno del divertimento dell’imperatore. Condivido. Quello che emerge dai giornali è un ciarpame senza pudore. E tutto in nome del potere. Figure di vergini che si offrono al drago per rincorrere il successo e la notorietà. E per una strana alchimia, il Paese tutto concede e tutto giustifica al suo imperatore …..” (Veronica Lario – aprile 2009)

Anto. Pro.

www.partitodemocratico.it

"Ma cosa c’entra la privacy?", di Giovanni Cocconi

Attenti ai diversivi. Attenti ai fattoidi. Attenti a non guardare il dito invece della luna. Perché la dama bianca, i debiti di Lele Mora, il complotto dei magistrati sono soltano depistaggi, contraffazioni, le mosse disperate di un uomo disperato. Le intercettazioni rivelate ieri smentiscono definitivamente la favola del “non sapevo, non pensavo”. Silvio Berlusconi sapeva e ha fatto di tutto perché non si sapesse. E ora sta cercando di raccontare un’altra storia, di inventarsi un altro Berlusconi. Che ha «uno stabile rapporto di affetto con una persona». Che non ha mai pagato nessuno. Che ha soccorso economicamente Lele Mora «in un momento di grande difficoltà». Che ha aiutato una minorenne perché ha un cuore grande così.
Perfino i giornali amici lo hanno capito, e provano – come si dice – a buttarla in vacca. Il Giornale, per esempio, ieri titolava: «Berlusconi è fidanzato». E il giorno prima il direttore di Libero, Maurizio Belpietro, scriveva: sì, Berlusconi è un vecchio porco, ma meglio lui di quegli ipocriti degli altri. Non esattamente una linea difensiva a prova di bomba, anzi una prima parziale ammissione del triste spettacolo al quale ci troviamo di fronte e che un buon pezzo di Italia ha ormai capito da tempo: che a palazzo Chigi non c’è uno statista ma un puttaniere, un organizzatore di festini a pagamento, un vorace e compulsivo sfruttatore di ragazze (anche minorenni), un vecchio satiro in piena attività. Chissà se i giornali della destra si divideranno tra fatti e falsità, tra prove e omertà, tra veri ricatti e presunte dame bianche. Sarebbe un bel derby. Chissà se (e come) proveranno a negare l’evidenza.
Per questo non abbiamo capito la nota con la quale il Garante per la privacy ieri si è affrettato a richiamare giornali e tv alla «necessità di valutare con scrupolo l’interesse pubblico delle singole informazioni diffuse» e di «bilanciare il diritto-dovere di informare sugli sviluppi dell’inchiesta con il rispetto delle persone, in particolare di quelle non direttamente coinvolte». Una strana nota, se si pensa che quando scoppiò il Rubygate ci fu chi, sul web, pubblicò le fotografie della ragazza (allora minorenne) e il Garante rimase in silenzio. Ora, invece, interviene. Ma per tutelare chi? Le ragazze che partecipavano ai festini? I complici del presidente del consiglio? Chi chiedeva soldi per stare zitta? O le testimoni A B e C che hanno partecipato alle serate ma in disparte e di cui oggi conosciamo, appunto, solo le iniziali? «Non puoi nemmeno immaginare cosa avveniva lì» ha raccontato una delle ragazze presenti. Appunto, la privacy non c’entra: ora gli italiani hanno il diritto di saperlo.

da Europa Quotidiano 18.01.11

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“Il girone infernale del sultano”, di PIERO COLAPRICO E GIUSEPPE D´AVANZO

Cade l´umore alla lettura delle 389 pagine che raccolgono le fonti di prova contro Silvio Berlusconi, accusato di concussione e favoreggiamento della prostituzione minorile. Anche chi non si è mai illuso della nobiltà dell´uomo o non ha mai apprezzato le sue qualità di capo del governo resta stupefatto dalla miseria, dalla desolazione, dallo squallore delle scene di vita che quelle carte raccontano. È un quadro prima malinconico, ma poi drammaticamente pericoloso per la credibilità delle istituzioni.
C´è un uomo separato dalla realtà e dalla vita, dimentico della sua finitezza, che non vuole con disperata ostinazione fare alcun conto con la morte e pretende e si illude di vivere come un Sultano eterno. Vuole corpi giovani accanto a sé. Vuole essere adulato, magnificato e, come stordito dalla sua ossessione, come cieco, come istupidito dal suo stesso smisurato narcisismo, non vuole accorgersi che intorno a sé ci sono, per gran parte, prostitute. Giovani donne che i suoi prosseneti (Emilio Fede, Lele Mora, Nicole Minetti) ingaggiano e quelle se lo disputano perché un suo “capriccio” – il capriccio di una sera, la passione di tre mesi – può cambiare una vita, pagare un mutuo o venticinque paia di scarpe in un solo shopping o magari aiutare una bimba restata nella favelas.
C´è chi confida che così «siamo a posto per sempre». Altre, come Barbara Faggioli, hanno fretta: «Dai, mi rimangono solo mille euro devo fare cassa per forza anche se la vedo buia a questo week end». C´è chi va per le spicce: «Iris ipotizza che lui voglia anche ridurre le cene e propone di rubare qualcosa in casa». C´è una che smania: «Che palle sto vecchio… guarda… fra un po´ ci manda affanculo tutte quante… quella è la volta buona che lo uccido… vado io a tirargli la statua in faccia… cazzo… qua… ci vuole mandare affanculo senza un cazzo?…». L´altra le ricorda perché sono lì: «Papi… è la nostra fonte di lucro…».
È un girone infernale che scatena ambizioni, appetiti, voglie. Bisogna avere un stomaco di ferro. Lo spiega Nicole Minetti all´amica che vuole consegnare alle notti del Drago. «Giurami che non ti prende male, nel senso cioè ti fai i cazzi tuoi e io mi faccio i cazzi miei. Per l´amor del cielo ne vedi di ogni, cioè nel senso la disperaticion più totale, cioè capirai c´è gente per cui è l´occasione della vita, quindi ne vedi di ogni, fidati di me, punta sul francese che lui sbrocca gli prende bene, digli tutto quello che fai, eccetera eccetera … Ci sono varie tipologie di persone, c´è la zoccola, c´è la sudamericana che non parla italiano e viene dalle favelas, c´è quella un pò più seria, c´è quella di mezzo tipo». Si può stare sulla cresta dell´onda per qualche giorno e saper accettare quando la buona fortuna finisce. «Ieri sera la Lisa se ne è andata anche lei e non lo aveva mai fatto, anche la Lisa ha avuto il suo momento come la Iris e che è così che funziona, ognuna di loro ha avuto il “suo momento” e non bisogna prendersela quando finisce».
I cortigiani (Emilio Fede, Lele Mora, Nicole Minetti) vivono per servire il Sultano. Appaiono sempre in tensione. Il Sovrano può chiamare da un momento all´altro e in poche ore bisogna saper disporre «per la cena» e poi per il dopo cena (il «bunga bunga») e ancora per la notte quando, licenziate e ricompensate coloro non restano a dormire, finalmente intorno alla tre e mezza «le vergini si offrono al Drago». I cortigiani hanno una sola preoccupazione. Preparagli lo spettacolo lascivo che il Sovrano più gradisce.
E leggiamo finalmente una delle molte testimonianze che nelle carte raccontano cosa accade.
«E ora andiamo al “bunga bunga”. Io avevo inteso che quel termine si riferisse alla locazione, alle mura in cui tutti i partecipanti alla cena si erano spostati. In questo “bunga bunga” a luci rosse e non so se lei intendeva perché c´erano le luci rosse o perché l´atmosfera era tale da essere interpretata come a luci rosse, queste ragazze si sono ulteriormente spogliate, non so fino a quale punto, e avvicinandosi a turno e anche in gruppi di due o tre al Presidente, che stava seduto sul divanetto, si strusciavano e si facevano toccare, assumendo un atteggiamento anche provocante e volgare, baci, strusciamenti. Anche all´interno di questo ambiente denominato “bunga bunga” erano presenti degli scomparti dove erano allocati degli abiti per dei travestimenti, ovvero divise da poliziotta o infermiera. Anche la Minetti fece uno spogliarello … (non so) fino a che livello, e cioè se lo spogliarello sì è concluso con la nudità totale della Minetti o parziale. Lo spogliarello fu fatto anche da altre ragazze presenti. Tutta l´atmosfera era molto ridanciana, tutti sembravano divertirsi molto, tranne la T.M., che invece era molto imbarazzata per quello che stava vedendo. Mi disse che era rimasta in disparte sul divanetto e che non aveva partecipato né allo spogliarello né al travestimento né ovviamente aveva consentito che o il Presidente o altre persone la toccassero. In questo stesso contesto T.M. mi disse che vi erano delle ragazze che durante lo spogliarello ballavano molto vicine, mezze nude, ricordando atteggiamenti lesbici. T.M. mi disse di avere percepito chiaramente che vi fosse un´accesa rivalità tra le ragazze, tanto che lei era mal vista dalle stesse in quanto evidentemente temevano che potesse attirare l´attenzione del Presidente a loro scapito; e anche per questo T.M. sempre mi disse di sentirsi molto imbarazzata. Dopo la fine del “bunga bunga” le ragazze sono salite al piano di sopra, dove il Presidente doveva scegliere chi sarebbe potuta rimanere a dormire quella notte. Questo è un momento molto ambito dalle ragazze ed erano tutte in attesa di sapere quale o quali di loro sarebbe stata scelta dal Presidente del Consiglio».
È uno spettacolo patetico e triste appare anche a chi, come M.T., è andata ad Arcore entusiasta di conoscere il presidente del consiglio. Leggiamo come ricorda quella sera.
«Alla fine li è tutto… ti ripeto, me ne sono stata in disparte e a fine serata mi ha anche chiesto: “Ma ti sei divertita?” e io gli ho risposto: “Beh, insomma, non è questo il mio modo”, ma ti dico che anche fisicamente io lo vedevo diverso, nel senso che, quando tu puoi vedere certi discorsi che ha un tipo di piglio, lascia stare che vedi che s´è rifatto che s´è tirato, però ha un piglio di una persona molto decisa, anche come parla è un comunicatore no? Almeno in quello è uno che si vende bene…. E invece no. Sembrava un guarda, ti dico, mi viene bene la figura del “bagaglino” una caricatura…. una caricatura di se stesso… guarda, una cosa molto brutta e molto triste. Forse io pensavo che lui mantenesse un contegno e poi facesse i fatti suoi. Invece no. Assolutamente no. Cioè, lui si presenta in un certo modo, ma molto basso e mi dispiace perché non c´è bisogno.. Non lo so sulla base di certe cose, (si può) arrivare a dire tipo: “Sei malato”, cioè, sua moglie lo diceva…».
Il quadro è malinconico, ma soprattutto ci mostra un Berlusconi che avevamo già intuito nelle criticità che ha dovuto affrontare dal 26 aprile del 2009 e tuttavia cadono le braccia dinanzi alla sua debolezza, alla concreta possibilità che il mondo della prostituzione che lo circonda possa consegnarlo nelle mani di chissà chi. Emilio Fede spesso si accorge di aver portato ad Arcore «brutta gente», «un brutto gruppo», ma tira diritto, l´ossessione del presidente è un forno che brucia troppa legna per poter fare una differenza tra chi è pericoloso, e chi non riserverà tra gli ospiti del sovrano alcuna sorpresa. Quanto la vita disordinata del presidente del consiglio sia una minaccia per la sicurezza delle istituzioni è palese con quel che accade nel rapporto tra il Cavaliere e la minorenne marocchina Ruby Kadima, al centro dell´invito a comparire. Certo, qui ci sono tutti gli elementi che giustificano l´indagine giudiziaria, la convinzione dei pubblici ministeri di Milano di aver raccolto «prove evidenti della colpevolezza» al punto di poter richiedere il giudizio immediato. È una sorpresa leggere nell´invito a comparire come sia documentata la necessità del Cavaliere di condizionare i comportamenti dei funzionari della questura di Milano, per liberare dalla protezione dello Stato una minorenne senza famiglia, senza fissa dimora, senza un reddito. Una ragazza che nelle carte affiora come una abituale prostituta.
«Domanda: Lei ha avuto la percezione che Rubi svolgesse l´attività di entreneuse all´interno dei predetti locali?
Risposta: Sì, ho avuto la netta percezione che Rubi intrattenesse rapporti con tutti i clienti girando tra i tavoli. Certamente la Rubi ho avuto la sensazione che cercasse gente facoltosa a cui spillare dei denari».
Berlusconi lo sa, conosce la sua età, conosce il suo mestiere, sa che l´ha voluta ripetutamente in villa nonostante dopo un primo approccio abbia avuto contezza della sua giovinezza. Per coprire questa sua relazione e occultare la prostituzione che si consuma nelle sue case, i possibili reati che gli si possono contestare e soprattutto scongiurare i danni alla sua immagine di premier e leader.
Leggiamo nel capo d´accusa: «… perché, abusando della sua qualità di Presidente del Consiglio dei Ministri, la notte tra il 27 e il 28.05.2010, avendo appreso che la minore El Mahroug Karima – da lui in precedenza frequentata – era stata fermata e condotta presso la Questura di Milano, si metteva in contatto con il Capo di Gabinetto del Questore, Pietro Ostuni e rappresentandogli che tale ragazza minorenne, di origine nord africana, gli era stata segnalata come nipote di Mubarak, (circostanza peraltro palesemente falsa), lo sollecitava ad accelerare le procedure per il suo rilascio, aggiungendo che il consigliere regionale Nicole Minetti si sarebbe fatta carico del suo affido e, quindi, induceva Pietro Ostuni a dare disposizioni alla Giorgia Iafrate, (funzionaria della Questura di Milano e quella notte di turno) affinché la citata minore El Mahroug Karima venisse affidata a Nicole Minetti, così sottraendola al controllo e alla vigilanza delle autorità preposte alla tutela dei minori, in contrasto con le disposizioni al riguardo impartite dal pubblico ministero di turno: e infatti la minore El Mahroug Karima, non veniva trattenuta in questura, né inviata in una comunità, ma affidata alle ore 2.00 del 28.5.2010 alla Minetti, ancor prima che fossero formalmente richiesti dalla questura di Milano (con fax al commissariato di Taormina, a firma della dott.ssa Iatrate, inviato alle ore 02.20), i documenti necessari ai fini di una sua compiuta identificazione, accertata effettivamente solo alle ore 04.00 nonché senza previo interpello dei genitori della minore stessa circa il suo affidamento a terzi; affidamento alla Minetti peraltro solo formale, essendo indicato (così come certificato per iscritto dalla stessa dr.ssa lafrate nel sopra citato fax spedito al dirigente del commissariato di PS Messina-Taormina) quale domicilio quello di Milano Via Villoresi 19, abitazione non della Minetti ma di De Conceicao Santos Oliveira Michele, persona priva di referenze, alla quale la Minetti non appena uscita dai locali della questura consegnava in effetti la minore. In tal modo ottenendo per sé e per la minore un indebito vantaggio di carattere non patrimoniale consistito, per la minore, nella sua fuoriuscita dalla sfera di controllo delle autorità minorili e, per esso indagato, nell´evitare che El Mahroug Karima potesse riferire del reato di cui al capo che segue (favoreggiamento della prostituzione minorile) e comunque della risalente frequentazione, nonché di altri reiterati episodi di prostituzione verificatisi nella sua dimora privata in Arcore, fatti di rilevanza penale non a lui ascrivibili, ma comunque suscettibili di arrecare nocumento alla sua immagine di uomo pubblico».
Lette le carte si comprende lo sgomento e il panico che afferra Berlusconi quella notte. Il Drago ha divorato anche quella ragazzina che frequenta «da quando aveva sedici anni». La “divora” con passione. Ruby se ne vanta con un suo amico.
«… a lui come lo chiami? Lo zio, il nonno? Come lo chiami?»
Ruby: «E no, papi».
«… E siamo messi bene, Madonna mia! fai come la napoletana, il papi lo chiamava».
Ruby: « No, no, la napoletana è un´altra cosa, io sono un´altra… quella è la pupilla, io sono il culo».
Quando gli dicono che la ragazza è in questura, Berlusconi si spaventa. Riesce a tirarla fuori. Quando scoppia l´affaire, corre a ripari con il solo strumento che conosce: paga. Sentite Ruby: «Il mio caso è quello che spaventa più di tutti., e sta superando il caso di (Noemi) Letizia, di (Patrizia) D´Addario, di tutte… diciamo che adesso siamo preoccupati, il mio avvocato se ne è appena andato, ero con lui… con Lele… loro mi stanno comunque vicini, in effetti… sempre tornando al discorso di prima… gli ho detto…Lele, io ho parlato con Silvio, gli ho detto che ne voglio uscire di almeno con qualcosa… cioè mi dai… 5 milioni… però… 5 milioni a confronto del macchiamento del mio nome…». La bufera mediatica, l´attenzione della magistratura non scuotono o spaventano la ragazza.
Ruby: «… ma non siamo preoccupati per niente, perché… Silvio mi chiama di continuo, mi ha detto: cerca di passare per pazza… racconta cazzate… io ti sarò sempre vicino… mi fa … e avrai da me qualsiasi cosa che tu vuoi… con il mio avvocato gli abbiamo chiesto 5 milioni di euro … in cambio di… del fatto che io passo per pazza, che ho raccontato solo cazzate… e lui ha accettato… in effetti seguiremo questa… questa strada…».
Le pressioni di Berlusconi su Ruby sono dirette. La ragazza ammette: «M´ha chiamato proprio tre minuti fa, m´ha chiamato Rubba. Mi ha detto che s´è sentito con Lele (Mora), che io ho fatto, ho scritto tutte le cose, con l´avvocato e m´ha detto che ha saputo che ho detto tante cose. Le ho detto, guarda, io ho detto tante cose, ma ne ho nascoste tantissime. Le ho detto tutte quelle che ho detto, le ho dette per un semplice motivo, che ero messa davanti all´evidenza non potevo negare. Mi fa, ma noi non siamo in pericolo, noi siamo in difficoltà, mi fa, però sono cose da superare. Le ho detto sì, però io ti volevo fare un´altra domanda, le ho detto, che è quella che m´interessa di più. Mi fa dimmi, le ho detto, cioè, io voglio che almeno, da tutta questa situazione io ne esca con qualche cosa, perché di tutta la situazione cioè, sinceramente, non me ne frega niente. Lui fa, è normale, le ho. Lui mi fa quando il mare è in tempesta non è che le persone si lasciano, una cosa del genere….». La transazione che dovrebbe seppellire il “caso” viene addirittura mediata dall´avvocato che chi lo sa chi gli ha messo accanto. «Ruby racconta al padre: «Sono con l´avvocato che stiamo parlando di queste cose e dobbiamo trovare una soluzione, gli ha detto… Silvio gli ha detto: “dille che la pagherò il prezzo che lei vuole l´importante è che lei chiuda la bocca, che neghi il tutto, e che dica che lei… che dica pure di essere pazza ma l´importante è che lei mi tiri fuori da tutte queste questioni, che io non ho mai visto una ragazza che ha diciassette anni, o che non è mai venuta a casa mia».
Berlusconi è sotto ricatto. Una ragazzina qualunque può fargli paura. Lo si è era già intuito con lo «scandalo di Casoria», con l´arrembaggio di Giampaolo Tarantini a Palazzo Grazioli, ma anche il più critico della vita disordinata di Berlusconi non poteva immaginare questo squallore e tanta vulnerabilità.

La Repubblican 18.01.11

Marchionne e la Fiat "L´accordo non si tocca darò gli utili agli operai", di Ezio Mauro

Dottor Marchionne, lei ha vinto il referendum, ma mezza fabbrica le ha votato contro. Eppure era in ballo il lavoro, il posto, il destino di Mirafiori. Si aspettava questo risultato?«Io so che il progetto della Fiat è passato, perché ha convinto la maggioranza. Questo è ciò che conta. Per il resto, chi è stato qui con me fino alle tre e mezza di notte, venerdì, sa che non ho mai dato il risultato per scontato. Anzi, le confido una cosa. Quando me ne sono andato a casa per provare a dormire (poi sono stato sveglio fino alle sei e mezza del mattino) ho lasciato sul tavolo due comunicati. Uno se prevaleva il sì. L´altro se vinceva il no».
E davvero in caso di sconfitta la Fiat sarebbe andata via da Mirafiori?
«Non c´è alcun dubbio. E non certo per una ridicola rivincita. Semplicemente, non avremmo avuto altra scelta».
Ma si possono mettere i lucchetti ad una fabbrica per una sconfitta sindacale, e non per una legge di mercato?
«Ma lei sa quanta legge di mercato ci sarebbe stata dietro quella scelta? Di cosa stiamo parlando? Non è un problema di lucchetti e tantomeno di muscoli. Cosa dovevo fare? Avrei detto venga qui chi vuole, chi è più bravo di me, usi questi spazi per far meglio. Ma io certo non mi sarei seduto a rinegoziare con il sindacato».
E perché no, se magari si intravedeva la strada di un accordo?
«Perché questo contratto c´è già a Pomigliano, e io non posso avere due sistemi diversi per la stessa azienda e lo stesso lavoro».
E adesso che invece ha vinto, non le viene in mente di sedersi a un tavolo e allargare il consenso, recuperando quella metà di fabbrica che non ci sta, come le chiedono in molti?
«Più che altro, io non capisco. Non sono un ingenuo, ma sinceramente non capisco. E´ la logica del retrade, del negoziato continuo per il negoziato, non per arrivare a un risultato. Sono allibito. Mi dispiace, ma sabato mattina alle sei le urne hanno detto che il sì ha avuto la maggioranza. Il discorso è chiuso, anche se dentro quella maggioranza molti cercano il pelo nell´uovo».
E´ più di un pelo, e lei lo sa bene. Senza gli impiegati il sì sarebbe passato con uno scarto di appena 9 voti. Cosa vuol dire questo?
«Niente. Possiamo esercitarci all´infinito, togliere i lavoratori alti, quelli bassi, quelli coi baffi. Conta il saldo, cioè il risultato, nient´altro».
Ci sono due questioni dentro quel saldo. Tra i 440 impiegati, 300 sono capi, 40 sono della direzione del personale. Tra gli operai, al Montaggio e alla Lastratura, le lavorazioni in linea dove si scaricano gli effetti delle nuove condizioni di lavoro previste dall´accordo, ha vinto il no. Cosa ne pensa?
«Il referendum non l´ho chiamato io (anche se avrei partecipato volentieri, spiegando ai lavoratori le ragioni dell´accordo) né sono io che ho fatto le regole. Per me Mirafiori ha deciso, e io sto al risultato, che è un risultato molto importante».
Lei ha detto che è una svolta e una prova di fiducia. Che fiducia, con un lavoratore su due che dice no?
«Senta, se vuole che le dica la mia valutazione non sul risultato, ma sulla campagna che lo ha preceduto, è presto fatto: la Fiom ha costruito un capolavoro mediatico, mistificando la realtà, ma ci è riuscita. Noi, che siamo presenti in tutto il mondo, con una forza di 245 mila persone, ebbene dal punto di vista culturale siamo stati una ciofeca, la più grande ciofeca, e la colpa è soltanto mia».
Perché?
«Perché ho sottovalutato l´impatto mediatico di questa partita, ho sottovalutato un sindacato che aveva obiettivi politici e non di rappresentanza di un interesse specifico, come invece accade negli Usa. Vede, io sono convinto che le nostre ragioni sono ottime. Ma non sono riuscito a farle diventare ragioni di tutti. Mi sembrava chiaro: io lavoratore posso fare di più se mi impegno di più, guadagnando di più. E invece ha preso spazio la tesi opposta, l´entitlement, e cioè il diritto semplicemente ad avere, senza condividere il rischio. Ma questo va bene per uno statale, non per un´azienda privata che deve lottare sul mercato».
Non crede che invece a spiegare il 46 per cento di no ci sia la convinzione che l´accordo chiede di scambiare il lavoro coi diritti?
«Lei deve pensare che non siamo fessi, e nemmeno arroganti. Il contratto firmato contiene tutte le protezioni costituzionali. Le dico di più: io, Sergio Marchionne, non voglio togliere nulla di ciò che fa parte dei diritti dei lavoratori. Ma guardi che qui si parla d´altro: la Fiom è scesa in guerra non per i diritti, ma per il suo ruolo di minoranza bloccante, perché qui salta l´accordo interconfederale secondo cui chi non ha firmato beneficia delle protezioni del contratto senza mai impegnarsi a rispettarlo».
Si può dire in modo opposto: i lavoratori hanno il diritto di scegliersi i rappresentanti che vogliono, e non solo quelli che hanno firmato l´accordo con l´azienda, per di più nominati dai vertici sindacali e non dalla base. Cosa risponde?
«Lo dica pure così, e io le dico che in qualsiasi sistema legale non puoi beneficiare di un contratto se non sei contraente, se non ti metti in gioco e non ti assumi le tue responsabilità di fronte a quelle della controparte. Insomma, non puoi andare a ufo».
Ma lei cercava la rottura o ha davvero provato a trovare un accordo?
«Perché avrei dovuto volere la rottura? Quel che volevo rompere era questo sistema ingessato, dove tutti sanno che noi imprese italiane siamo fuori dalla competitività, non possiamo farcela, eppure tutti fanno finta di niente. Ho tirato avanti per quasi sette anni, poi una notte ad aprile mi sono detto basta. Io metto sul piatto 20 miliardi, accetto la sfida, ma voglio che quei soldi servano, dunque voglio garantire la Fiat e chi ci lavora. Cambiamo le regole per garantire l´investimento attraverso il lavoro. E´ l´unica strada. Non solo: a dire il vero è l´ultima strada».
Poi?
«Poi ho cominciato a parlarne, non con la politica ma con i miei e con il sindacato. Ma ho capito che eravamo sopra una torre di Babele. Io parlavo una lingua, loro un´altra. Tutti facevamo riferimento alla realtà: ma io alla realtà di oggi, così com´è nel mondo globale, la Fiom alla realtà del passato, quella che si è trascinata fin qui impantanandoci fino al collo, come Italia».
Lo sa che lei si è mangiato un patrimonio trasversale di consenso, accumulato negli anni in cui ha salvato la Fiat?
«Non sapevo di averlo, non ne ho visto i benefici, e in questa trattativa non mi sono accorto di avere alcun credito, in Italia. Questo mi spiace, non per me, ma perché evidentemente non sono riuscito a far capire certe cose alla mia gente».
Sta dicendo che ha sbagliato?
«Mi ricordo i primi 60 giorni dopo che ero arrivato qui, nel 2004: giravo tutti gli stabilimenti, e poi quando tornavo a Torino il sabato e la domenica andavo a Mirafiori, senza nessuno, per vedere quel che volevo io, le docce, gli spogliatoi, la mensa, i cessi. Cose obbrobriose, stia a sentirmi. Ho cambiato tutto: come faccio a chiedere un prodotto di qualità agli operai e a farli vivere in uno stabilimento così degradato? In più, la Fiat era tecnicamente fallita, se il fallimento significa non avere i soldi in casa per pagare i debiti. Perdevamo 2 milioni al giorno, non so se mi spiego. E invece sette anni dopo abbiamo ribaltato lo schema, l´animale è vivo, il patto che associa Fiat e lavoratori è vitale e va al di là del contratto in questione. C´era prima di me e oggi sappiamo che ci sarà dopo di me. Anzi tutta questa personalizzazione è fuorviante. Perché se Marchionne fosse il problema, basterebbe poco. Ma tolto Marchionne, il problema resta».
Resta anche l´idea, in molti, che Marchionne non creda molto in Torino: è così?
«Guardi, io non ho mai fatto un investimento di così pessima qualità per l´azienda come quelli di Mirafiori e di Pomigliano. Vuol dire crederci, questo, o che altro?»
Vuol dirmi che l´accordo contestato dalla Fiom non soddisfa nemmeno chi lo ha scritto e firmato?
«Voglio dirle che in qualsiasi parte del mondo mi avessero sottoposto un accordo con queste condizioni io mi sarei alzato e me ne sarei andato. Tra Natale e Capodanno ho inaugurato con il presidente Lula uno stabilimento a Pernabuco nel Nordeste brasiliano: bene, l´accordo è un´ira di Dio per copertura finanziaria, concessione dei terreni, condizioni fiscali, come capita anche in Serbia».
E´ come se lei dicesse che da noi manca lo Stato, a creare queste condizioni per l´investimento, no?
«Ma lo Stato ci ha incoraggiati. E che dire del sindacato? Una parte del sindacato è mancata molto di più, perché non ha capito la scommessa, non si è messa in gioco incalzando l´azienda sullo sviluppo, come Solidarnosc che in Polonia, quando ho spostato la Panda a Pomigliano, è venuto a chiedermi il terzo turno».
Il dubbio sull´impegno in Italia riguarda anche la famiglia Agnelli, lo sa?
«Io non ho mai conosciuto l´Avvocato ma mi sono letto per bene la storia della Fiat. E le dico che se c´è un momento in cui la famiglia fa le cose giuste è proprio questo. Hanno varato l´aumento di capitale nel 2003 quando l´azienda era morta, l´hanno salvata con soldi propri, non dello Stato. E oggi stanno cercando di darle un futuro senza mettere i piedi nella gestione politica del Paese, ma restandone ben fuori».
Lei con l´operazione Chrysler li ha liberati dal vincolo centenario con l´automobile italiana, ma anche dal vincolo di responsabilità con il Paese: è così?
«No. Garantiscono la continuità di un capitale intelligente, mettendolo a rischio e affidano la responsabilità di gestione a Pinco Pallino, seguendolo e appoggiandolo. Mi lasci dire che non è un comportamento molto italiano. Tenga conto che hanno trent´anni, un arco temporale molto lungo davanti, sono cresciuti e hanno studiato fuori, come John».
Anche lei è molto poco italiano: nella biografia o nelle scelte?
«Questa è la cosa che mi fa incazzare di più. “Manager canadese”, è l´ultima di tutta una serie che arriva a dipingermi addirittura come anti-italiano, pur di minare la mia identità di manager. Io ho il passaporto italiano, esattamente come lei. Rispetto lo Stato, il Paese e soprattutto i lavoratori, perché credo sia giusto».
Ma per lei non si possono negoziare insieme produttività e tutela dei diritti acquisiti?
«Sì, i diritti personali e sociali, ma non le inefficienze».
Quindi lei ha firmato l´accordo per Mirafiori – che altrove non avrebbe firmato – solo perché è italiano?
«Diciamo per la sfida-Italia. E badi che non voglio affatto far politica, sia chiaro, anzi credo che in questa vicenda ci sia stato un sovraccarico ideologico. Ma ecco il ragionamento che ho fatto. Fiat ha un privilegio rispetto ad altre aziende: ha un´alternativa, può produrre qui o in altri Paesi, dove vuole. Ma io sono convinto che se riusciamo a condividere l´obiettivo, possiamo cambiare l´azienda e renderla davvero competitiva. Ci sono strade più corte e più facili fuori dall´Italia. Ma io e John abbiamo deciso di prenderci la sfida, e non accettare il declino. Si può fare, dunque si deve fare».
Se l´accordo è condiviso, lei dice: e quel 50 per cento di no?
«Questo è il mio compito, e comincia adesso. Devo recuperarli, comunque abbiano votato, e portarli dentro il progetto. Ci sono due voti che mi preoccupano: quello di chi ha votato no su informazioni sbagliate e quello di chi ha votato sì per paura. Voglio convincerli, spiegare chi sono. E´ impossibile che negli Usa dicano che gli ho salvato la pelle e qui la pelle vogliano farmela».
Non crede che ci sia chi ha votato no semplicemente perché vede una compressione dei diritti legati al lavoro?
«Non abbiamo compresso alcun diritto».
Le pause, la rappresentanza, lo sciopero, la malattia: qui le condizioni cambiano.
«Un conto è parlarne da fuori, politicamente, un conto è parlarne in fabbrica. La rappresentanza, oggi un lavoratore su due a Mirafiori sceglie di non averla non iscrivendosi a nessun sindacato. Cambiano le pause, ma abbiamo fatto un gran lavoro per rendere meno pesante il lavoro in linea, e lo faremo ancora. Il no allo sciopero riguarda solo gli straordinari, è un obbligo contrattuale. Sulla malattia interveniamo solo sui picchi di assenteismo».
A Melfi, la metà dei lavoratori ha “ridotte capacità lavorative” per i lavori in linea: non crede che queste nuove condizioni che lei minimizza pesino?
«Non credo, ma voglio anche dirle che noi facciamo automobili e l´auto nel mondo si fa così. Chi viene in fabbrica lo sa».
Ma ha il diritto di sapere anche se l´investimento che lei promette ha un futuro: cosa risponde, con un´assenza di nuovi modelli e la quota di mercato Fiat che in Europa si riduce del 17 per cento?
«Staccata la spina degli incentivi, il mercato va giù. Lo sapevamo. Aspettiamo che si svuoti il tubo, nella seconda metà del 2011, e vediamo. Per quel momento avremo la nuova Y e la nuova Panda. Sta arrivando tutta la gamma Lancia, rifatta con gli americani, la Giulietta è appena uscita, la Jeep verrà prodotta qui in 280 mila esemplari all´anno, per tutto il mondo. E grazie a Chrysler, l´Alfa arriverà in America, con una rete di 2 mila concessionari, e farà il botto».
Dunque non la vende?
«Fossi matto. E´ roba nostra».
E i veicoli industriali?
«Manco di notte. E l´arroganza tedesca, gliela raccomando. Quando volevo comprare Opel, non me l´hanno data perché ero italiano…»
Al lavoratore italiano cosa porta Chrysler?
«La possibilità di fare sistema. Per ottenere i nuovi volumi produttivi, avrei dovuto creare nuovi stabilimenti in America. Invece utilizzo tutte le fabbriche del sistema, porto qui le lavorazioni e metto il know how Fiat a disposizione di Chrysler. Gli impianti girano, i costi si ammortizzano, la gente lavora».
Ma il costo del lavoro che voi riducete con l´accordo pesa solo il 7 per cento sul costo complessivo di un´auto: lei come garantisce che sta lavorando per migliorare anche quel 93 per cento restante?
«Quel 93 per cento che lei cita ha proprio a che fare con il costo di utilizzo di ogni impianto. Fatemelo migliorare e alzerò i salari. Possiamo arrivare al livello della Germania e della Francia. Io sono pronto».
Anche alla partecipazione dei lavoratori agli utili?
«Sì, e le dico che ci arriveremo. Voglio arrivarci. Ma prima di parteciparli, gli utili dobbiamo farli».
Mi pare di capire che dopo Pomigliano e Mirafiori il nuovo contratto investirà anche Melfi e Cassino: è così?
«Non c´è alternativa. Non possiamo vivere in due mondi. Io spero che, visto l´accordo alla prova, non vorranno vivere nel secondo mondo nemmeno gli operai».
Cosa resterà di italiano nelle nuove auto prodotte a Mirafiori?
«Il Centro Stile rimane qui, dunque il design, ma anche i progetti, le piattaforme di origine: la piattaforma della Giulietta è nata qui, è stata riadattata negli Usa adesso torna qui per fare da base ai Suv Jeep e Alfa. E la motoristica è qui».
E la testa?
«Bisognerà abituarsi al fatto che avremo più teste, a Torino, a Detroit, in Brasile, in Turchia, spero in Cina. E un cuore solo. Così rimarranno vive quelle quattro lettere del marchio Fiat. Vediamole. Fabbrica: produciamo ancora, vogliamo produrre di più. Italiana: siamo qui, e non vendiamo nulla. Automobili: resta il cuore del business. Torino: se ha dei dubbi, apra la mia finestra e guardi fuori».

La Repubblica 18.01.11

"Rappresentanza sindacale,il Pd accelera in Parlamento", di Laura Matteucci

La risposta della Cisl non s’è fatta attendere: «La proposta della Cgil su democrazia e rappresentanza sembra più mirata alla soluzione di un problema interno di organizzazione che a trovare una base proficua per un accordo interconfederale, di cui la Cisl conferma la opportunità ed urgenza». Chiude così la segreteria della confederazione guidata da Raffaele Bonanni dopo la lettera della Cgil inviata ieri a Cisl e Uil, con cui si chiedeva di intervenire sulla proposta di riforma della rappresentanza sindacale approvata al direttivo di sabato. Ma intanto anche la politica tenta l’accelerazione. Il pd sta lavorando in Senato per unificare le sue proposte in materia, quella che ha come primo firmatario Paolo Nerozzi e quella di Pietro Ichino, e già settimana prossima potrebbe presentare il documento definitivo di sintesi. Ricomporre le fratture esplose con la vicenda Fiat e con un accordo Mirafiori che, a bocce ferme, lascia fuori dalla fabbrica la Fiom Cgil, ovvero uno dei sindacati più rappresentativi, diventa urgente. Tanto più che, alla richiesta della Fiom di riaprire la trattativa dopo un referendum che di fatto spacca il Lingotto in due, Fim e Uilm non sembra intendano dare seguito. Come dice Cesare Damiano, parlamentare pd nonchè promotore di una legge depositata alla Camera nel febbraio 2009, «la politica deve aiutare una definizione delle regole tra le parti sociali». Il messaggio per il pd è chiaro: «Apra un cantiere che unifichi le proposte – dice Damiano -ne definisca una di sintesi che recepisca anche i contenuti del documento unitario Cgil, Cisl e Uil del 2008, di cui sia Bersani il primo firmatario». Anche Nerozzi, ex Cgil, spinge per un intervento politico: «Una legge di sostegno e di inquadramento ci deve essere – dice – Ma non tutti la pensano così: molti vorrebbero che di rappresentanza e rappresentatività se ne occupasse solo il sindacato».

SOGLIE La proposta Damiano non è poi molto dissimile dall’altra depositata alla Camera già nel 2008 a nome Bellanova, e analoga anche a quella approvata dalla Cgil: soglia di sbarramento al 5% minimo per la presentazione delle liste nei luoghi di lavoro, possibilità di promuovere referendum tra i lavoratori (la proposta Cgil prevede anche la richiesta di verifica di mandato a concludere la trattativa), soglia del 51%di rappresentatività per la validità dei contratti, calcolato tra il dato associativo (gli iscritti) e il dato elettorale, o soglia del 60% se si calcola solo il dato elettorale. In questo caso, se i sindacati firmatari di un accordo raggiungono almeno il 51%, non è previsto obbligatoriamente un referendum. Il meccanismo è lo stesso che regola per legge il pubblico impiego. Inoltre, la proposta disciplina in materia di consultazione dei lavoratori, le cui regole devono essere definite entro sei mesi, a meno di non voler far intervenire d’ufficio, con decreto, il ministro del Lavoro. La proposta Nerozzi al Senato ricalca quella Damiano, ed è depositata insieme a quella di Ichino, che tra i co-firmatari registra anche i senatori Bonino, Chiti, Morando, Marino per citarne alcuni, e che si rifà in tema di rappresentanza allo Statuto dei lavoratori del 1970: la possibilità di rappresentanza viene data alle organizzazioni in proporzione ai consensi ottenuti nelle elezioni periodiche. Quanto alle modalità di elezioni, ogni sindacato sarebbe libero di decidere come meglio crede. Sempre al Senato, dal novembre del 2010 c’è poi un’altra proposta, stavolta firmata da Giuliana Carlino, la capogruppo dell’Italia dei Valori alla commissione lavori. E recepisce in sostanza la proposta fatta dalla Fiom: c’è anche in questo caso una soglia minima al 5% per considerare rappresentativo un sindacato, e l’indicazione di sottoporre a referendum qualsiasi accordo siglato tra sindacato e aziende. Un fatto è certo: se una qualsiasi di queste proposte fosse legge, la Fiom non sarebbe fuori da Mirafiori, nessuna prevede di estromettere un sindacato già dichiarato rappresentativo solo perchè non firmatario di un accordo con l’azienda. «Poichè l’accordo Fiat apre una ferita – riprende Damiano – si tratta di ripristinare il diritto per tutti i sindacati di restare nel luogo di lavoro, anche se non firmatari e purchè abbiano almeno il 5%». Un fiorire di documenti che ha pure un corollario: le proposte pd, sempre alla Camera, in materia di partecipazione, di elezione e modalità di lavoro del comitato di sorveglianza all’interno delle aziende.

L’Unità 18.01.11