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"Il disprezzo delle regole", di Claudio Tito

Il meccanismo è sempre lo stesso. Evitare il contraddittorio, sostituire il reale con il virtuale. Silvio Berlusconi anche stavolta vuole utilizzare la tattica sperimentata da tempo. Quella che gli ha consentito di uscire indenne da quasi tutti gli incedenti politici e giudiziari degli ultimi 17 anni. Presentarsi in televisione per esporre le proprie ragioni. Senza, però, ascoltare quelle degli altri. Senza mediazioni. Né quella giudiziaria, tanto meno quella giornalistica. Tentando di ricomporre di volta in volta un rapporto diretto con i cittadini e con gli elettori.
L´obiettivo non cambia mai: bypassare le regole che disciplinano il reale per rituffarsi nel virtuale. Così, dinanzi ad un´inchiesta giudiziaria che muove i suoi passi in base ai codici e presenta i suoi atti come prevede l´ordinamento vigente, la risposta del presidente del consiglio è proprio quella di far slittare il confronto su un altro piano. Come se alle domande poste dai magistrati si potesse replicare rivolgendosi ad altri interlocutori. Avendo così la certezza di un solo verdetto: l´autoassoluzione.
Il presidente del consiglio non ha ancora scelto se presentarsi il prossimo week end davanti ai giudici che gli hanno inviato un mandato di comparizione. Una decisione che maturerà nei prossimi giorni e che si baserà con ogni probabilità soprattutto sulle convenienze politiche più che legali. Se la strada che porterà alle elezioni si dovesse rivelare inevitabile, allora il Cavaliere opterà per trasformare le aule dei tribunali in una platea da cui far partire la campagna elettorale. In caso contrario farà di tutto pur di cancellare l´appuntamento con i pm di Milano. La mossa di ieri, infatti, è dettata proprio dal tentativo di uscire dal gioco sancito dalla legge. Si difende in televisione nella convinzione che dei suoi atti debba rendere conto solo a chi lo ha votato e ai telespettatori. Cerca in questo modo di arginare l´impatto delle notizie contenute nelle trecento pagine trasmesse dalla procura alla Giunta per le autorizzazioni della Camera. Rilancia sperando di non farsi schiacciare dal peso dei documenti forniti dai procuratori.
Eppure, per sgombrare davvero il campo dai dubbi e dai sospetti che anche molti dei suoi sostenitori stanno ormai coltivando, il capo del governo ha una sola possibilità: illustrare le sue ragioni in tribunale. Dimostrare davanti ai giudici e non davanti alle telecamere che le accuse a suo carico sono infondate. La fisiologia istituzionale imporrebbe questa unica e sola soluzione. Aggirarla rischia di trascinare il dibattito politico e l´attività del governo in una paralisi troppo lunga per il Paese. In una palude in cui tutti affondano.
Pensare poi di poter utilizzare come fattore decisivo l´improvvisa presenza nella sua vita privata di una nuova fidanzata, di una «relazione stabile» dopo la separazione dalla seconda moglie, sembra essere più uno stratagemma del suo marketing politico-aziendale che non un concreto elemento di prova a disposizione della sua difesa. L´ennesimo tentativo di blindare la propria privacy fornendo ai telespettatori – solo ai telespettatori – gli aspetti più edificanti della sua stessa privacy.
Nessuno infatti può ignorare che i racconti relativi alle feste di Arcore poco si addicono ad una cenetta tra fidanzati. Senza contare che questo non è certo il primo episodio. Non si tratta di un “unicum”. È l´ultimo dettaglio di una sequenza piuttosto lunga. E il giurare di non aver «pagato» mai una donna, mal si concilia con i tanti precedenti. Le registrazioni di Patrizia D´Addario sono qualcosa di più di una favola. I viaggi a Casoria per incontrare Noemi Letizia non sono pure invenzioni dei soliti «complottisti». Le denunce della moglie Veronica Lario non possono essere semplicemente gli sfoghi di una consorte ferita nell´orgoglio e nell´onore. Così come gli inviti del suo miglior alleato Umberto Bossi «a pensare meno alle donne», non rientrano nel novero dei consigli faziosi.
Il presidente del consiglio si liberi dunque della sindrome del complotto. Si affranchi definitivamente dal sospetto che i magistrati agiscono con l´esclusivo obiettivo di colpirlo. E – con il senso delle Istituzioni che dovrebbe avere un´alta carica dello Stato – si difenda nelle aule dei tribunali e non negli studi televisivi.

La Repubblica 17.01.11

"Riforma: Bocciata!", di Marina Boscaino

Nel corso di un convegno, la Cisl ha comunicato i risultati di un’indagine Swg, secondo cui il voto medio dei docenti italiani alla riforma della scuola è di 3,6 punti su 10. Non sono capaci di incassare colpi senza scadere nella volgarità e nell’attacco pretestuoso. Parlano spesso a vanvera, illudendosi evidentemente che il fatto stesso di parlare possa servire a coprire il vuoto del loro malgoverno.
I fatti. È cosa nota che la Cisl non è esattamente un sindacato “antagonista”: persino in questi anni bui e in questa violazione sistematica di norme e diritti ha mantenuto un atteggiamento che eufemisticamente definirei moderato. Nel corso di un convegno, la Cisl ha comunicato i risultati di un’indagine Swg, secondo cui il voto medio dei docenti italiani alla riforma della scuola è di 3,6 punti su 10: quale imprevedibile sorpresa! Il delitto di lesa maestà è stato immediatamente stigmatizzato da viale Trastevere, che ha gridato all’incoerenza di quell’esito con i dati Ocse-Pisa, contemporaneamente pubblicati, che vedono un aumento delle competenze dei 15enni scolarizzati italiani, risultate un po’ meno disastrose di quanto lo siano normalmente dai rilevamenti delle indagini periodiche che l’Europa impone.
“Che c’azzecca?” direbbe qualcuno. Niente, infatti. Da una parte l’indice di gradimento della cosiddetta riforma presso i docenti; dall’altra la valutazione delle competenze degli alunni. Uno sbotto di furore incontenibile nella dichiarazione del Ministero dell’Istruzione: “Solo poche ore fa sono stati resi noti in tutto il mondo i risultati dell’indagine sull’andamento dei sistemi scolastici internazionali. Una rilevazione autorevole e oggettiva secondo cui aumenta la qualità della scuola italiana, che dopo anni inverte un trend negativo e torna a guadagnare posizioni. Evidentemente a qualche sindacato è venuto il mal di pancia, ma soprattutto ha visto crollare tutti gli slogan scanditi in questi anni”. Hanno omesso, gli stizziti esternatori, di specificare che – oltre che inutili da contrapporre al legittimo (non esattamente un fulmine a ciel sereno) disamore degli insegnanti – quei dati rispondono alla situazione del 2009, quando il governo malgovernava da pochi mesi, l’“epocale riforma” della scuola italiana non era ancora stata varata, persino i tagli – il vero e proprio “fiore all’occhiello” dell’azione governativa, quantizzabili in 140mila posti falcidiati nei 3 anni seguenti – non erano ancora esecutivi. Con quei risultati, insomma – buoni o cattivi che siano – Berlusconi, Gelmini & Co non c’entrano assolutamente nulla. Contro la Cisl, ancora, un florilegio di insulti da parte di esponenti della maggioranza, mirati soprattutto a colpire i soliti, immarcescibili, insegnanti “fannulloni”: una responsabilità socio-politica-culturale (quella di questo marchio ormai indelebile all’intera categoria) di cui dobbiamo ringraziare il ministro Brunetta.
Questo è il livello di pratica democratica, confronto, riflessione, a cui tentano di piegare la nostra intelligenza: ci vorrebbero sull’attenti, plaudenti e complici di una delle gestioni più sconsiderate che la pubblica istruzione abbia avuto nella sua storia.

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"La riforma della rappresentanza,la nuova sfida aperta dalla Cgil", di Luigina Venturelli

Se la prima fase della partita si è appena chiusa con il referendum di Mirafiori, la seconda si apre oggi con la presentazione a Cisl e Uil della proposta Cgil sulla rappresentanza sindacale. In giornata, sulle scrivanie dei leader confederali che hanno firmato l’accordo separato, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, arriverà il documento su cui scommette la segretaria generale di Corso Italia, Susanna Camusso. Non solo per ricomporre le fratture generate dalla vertenza Fiat, assicurando così alla Fiom la possibilità di rientrare nella fabbrica torinese,ma anche per prevenire la reazione a catena che la strategia Marchionne potrebbe generare in altre aziende, del settore metalmeccanico e non.

LA PROPOSTA CGIL La bozza approvata dal direttivo di sabato scorso prevede, tra l’altro, la soglia del 5% (calcolato tra numero di iscritti e voti ottenuti nelle elezioni Rsu) per considerare rappresentativo un sindacato, la verifica tra i lavoratori a trattativa aperta in caso di contrasti tra i negoziatori, e il ricorso al referendum vincolante per superare il permanere del dissenso tra le diverse sigle. L’obiettivo, ha spiegato Camusso, è «costruire una modalità di coinvolgimento dei lavoratori che sia precedente le rotture, darci un metodo che provi a evitare che ogni grande vicenda si concluda con una rottura tra le organizzazioni ».Atal fine la Cgil ha già chiesto un incontro a Cisl e Uil, anche se difficilmente il dialogo si aprirà prima che il clima tra le tre confederazioni si sia svelenito. Dunque, non prima dello sciopero generale delle tute blu indetto dalla Fiom per il prossimo 28 gennaio. Allo stato attuale, le premesse per arrivare ad una riforma condivisa della rappresentanza sindacale sono scarse. «Una proposta unitaria esiste già, se vogliono procedere su quella strada possiamo firmare anche domattina»ha fatto sapere Bonanni, riferendosi al documento unitario del 2008 sottoscritto da Cgil, Cisl e Uil, ma rifiutato dalla Fiom. Mentre il testo proposto ora da Corso Italia servirebbe «solo a confermare la spinta al veto dei metalmeccanici».

IL RICORSO ALLE VIE LEGALI La strada di Susanna Camusso si prospetta tutta in salita. Pur confermando che il sindacato «valuterà se ricorrere alla magistratura» per evitare che la Fiom resti esclusa da Mirafiori dopo l’esito del referendum alle carrozzerie torinesi, la segretaria non ha dubbi, la strada giudiziaria comunque «non basta » e «non si può affidare la rappresentanza sindacale al ricorso della magistratura». E certo non aiuta l’apparente apertura del ministro Maurizio Sacconi che, augurandosi che la Cgil rinunci alle vie legali per salvaguardare la rappresentanza sindacale a Mirafiori, ipotizza un’intesa tra le confederazioni «nella misura in cui la Cgil avrà anche la delega della Fiom a negoziare». Lo scopo resta sempre quello: mettere a tacere il dissenso delle tute blu di Maurizio Landini.

L’Unità 17.01.11

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“Quei lavoratori da proteggere”, di Tito Boeri

INVECE dell’accordo storico abbiamo avuto un disaccordo senza precedenti. Non sarà facile governare Mirafiori.Non sarà facile governare gli impianti con il 50% di operai favorevoli e il 50 di contrari. Sarà una sfida in più per Marchionne. Meglio, comunque, sospendere il giudizio sul suo operato. I manager vanno giudicati dai risultati e non dalle intenzioni. Potremo fra due o tre anni trarre un primo bilancio della sua gestione. Nel frattempo bene che gli azionisti rivedano gli schemi di remunerazione del management in modo tale da incentivare il raggiungimento di obiettivi di lungo periodo. Bene anche che il governo si schieri a favore del paese, spingendo affinché tra questi obiettivi ci sia anche la salvaguardia degli attuali livelli occupazionali senza ulteriori aiuti di Stato, incrementi salariali per i lavoratori in linea con i miglioramenti di produttività e, soprattutto, il mantenimento a Torino del cuore delle fasi di progettazione, quelle in grado di avere ricadute produttive sull´intero sistema produttivo.
Il referendum a Mirafiori è stato salutato dal nostro ministro del Lavoro come una nuova era nelle relazioni industriali. Ci indica, invece, una volta di più che è un sistema che fa acqua da tutte le parti: copre sempre meno lavoratori, interviene sempre più in ritardo e accentua, anziché gestire, i conflitti, non incoraggia gli aumenti di produttività e salari. Costringe a creare una nuova azienda e ad uscire dalle associazioni di categoria per fare contrattazione a livello decentrato, diventando così ancora meno governabile. Le riforme più urgenti riguardano le regole sulle rappresentanze sindacali, i livelli della contrattazione, la copertura delle piccole imprese, i minimi inderogabili e i confini fra contrattazione collettiva e politica.
Nel confronto su Mirafiori la frattura tra i sindacati si è ulteriormente accentuata. Occorrono regole che permettano la contrattazione – il che significa prendere impegni con la controparte e rispettarli – anche quando il sindacato è diviso. E che non condizionino come a Mirafiori la rappresentanza dei lavoratori alla firma del contratto.
I livelli della contrattazione. Nelle aspre polemiche di questi giorni, i sindacati si sono rinfacciati di avere sottoscritto accordi ben più onerosi per i lavoratori in altre imprese. Alla Sandretto la Fiom (non la Fim) ha firmato per deroghe al ribasso dei minimi salariali fissati dal contratto nazionale, pur di salvaguardare i livelli occupazionali. Alla STM, alla Micron e alla Exside, Fim, Fiom e Uilm hanno accettato turni che impongono il lavoro notturno molto più di frequente e con maggiorazioni salariali inferiori a quelle previste alla Fiat. E ci sono molte piccole e medie imprese nel metalmeccanico in cui si accettano condizioni di lavoro ancora più pesanti in quanto a turni e pause. Non c´è nulla di male se un sindacato accetta queste condizioni in un´azienda e non in un´altra. Può farlo perché i lavoratori hanno esigenze diverse, perché le caratteristiche delle mansioni sono differenti, perché le condizioni del mercato e il potere contrattuale dei lavoratori cambiano a seconda dell´impresa e delle condizioni del mercato del lavoro locale. Questo dimostra che c´è bisogno di contrattazione azienda per azienda. E´ l´unica che permetta al sindacato di salvaguardare posti di lavoro in aziende in difficoltà o di rinunciare ad aumenti salariali per fare assumere più lavoratori. A livello nazionale si può solo contrattare sui salari, non sui livelli occupazionali. Chi si oppone al rafforzamento del secondo livello della contrattazione, rinuncia di fatto a tutelare molti posti di lavoro.
La contrattazione aziendale è difficile in aziende medio-piccole. In molte di queste non potrà che continuare a valere il contratto nazionale. Oltre a dare copertura contro l´inflazione bene che fissi delle regole retributive più che dei livelli salariali uniformi da imporre in realtà tra di loro molto differenziate. Ad esempio, si può stabilire che una quota minima dell´incremento della redditività di un´azienda sia trasferita ai lavoratori sotto forma di salario più alto. Un sindacato che continua a lasciare da soli i lavoratori delle piccole imprese nel loro tentativo di partecipare agli incrementi di produttività non ha futuro nella stragrande maggioranza delle imprese italiane. Come evidenziato anche dalla composizione del voto a Mirafiori (il turno di notte, che avrà i maggiori carichi di lavoro e incrementi retributivi, ha votato a larga maggioranza a favore del sì, al contrario degli altri reparti) oggi molti lavoratori italiani sono disposti a lavorare di più e in condizioni più pesanti pur di guadagnare di più. Non sorprende data la stagnazione dei salari negli ultimi 15 anni.
Questo ci porta ai minimi inderogabili. Bene definirli con precisione e preoccuparsi di farli rispettare per tutti. Ci vogliono dei minimi al di sotto dei quali nessun contratto può scendere. Devono essere per forza di cosa essere fissati per legge e valere per tutti, anche per chi lavora nel sindacato, nei partiti o nel volontariato. Ci vuole un salario minimo orario. Ma ci vogliono anche un´assicurazione sociale di base, a partire da quella contro la disoccupazione.
Infine i confini tra contrattazione e politica. Troppi politici hanno perso in queste settimane un´ottima occasione per stare zitti, pronunciandosi a favore o contro l´accordo Mirafiori. E´ una ingerenza fastidiosa, inaccettabile, e hanno fatto bene i leader confederali a denunciarla. Ma bisogna ammettere che troppe volte è proprio il sindacato a chiamare in causa la politica. Lo ha fatto anche a Mirafiori. Bene che la smetta. La politica non si fa certo pregare quando si tratta di invadere terreni su cui non dovrebbe avere alcuna voce in capitolo.

La Repubblica 17.01.11

"Effetto soap opera", di Michele Brambilla

Non sono sicuramente sfuggite a nessuno le fotografie che facevano da contorno a Silvio Berlusconi durante il «discorso alla nazione» pronunciato ieri in un videomessaggio. Sulla scrivania e sulla mensola alle spalle del premier istantanee incorniciate uguali a quelle che milioni di italiani tengono in ufficio. Mamme, papà, mogli, figli, nipoti, ricordi di una vacanza: momenti di vita familiare che accomunano i grandi leader agli impiegati di quarto livello.

L’iconografia scelta dal premier per difendersi da questa ennesima bufera è perfettamente conforme alla sostanza delle parole pronunciate: Berlusconi ha insistito nel rivendicare il ruolo del buon padre di famiglia, ha negato di avere mai pagato, in tutta la sua vita, una donna in cambio di prestazioni sessuali; ha addirittura rivelato che perfino dopo il suo secondo divorzio, quello da Veronica Lario, ha resistito alla tentazione di una terza giovinezza da single cercando e trovando un rapporto «di affetto stabile» con una nuova compagna.

In che cosa è diverso tutto questo dalle precedenti autodifese di Berlusconi? Beh, non è difficile vedere una differenza tra il Berlusconi di ieri e quello che alle accuse di condurre una vita da bon vivant rispondeva ammiccando: che cosa volete farci, a me piacciono le donne. Magari con l’aggiunta: meglio uno a cui piacciono le donne che uno a cui piacciono gli uomini. Battute e confessioni da libertino impunito che avevano trovato l’approvazione del suo mondo, cioè del popolo che lo vota, lo ama e tutto gli perdona. Anche donne di una certa età sorridevano indulgenti di fronte alle scappatelle del capo: «Che cosa volete, l’uomo è cacciatore», dicevano rassegnate le donne romagnole di una volta, lo diceva anche donna Rachele del suo Benito.

Ieri Berlusconi ha scelto invece un’altra strategia, che è poi la stessa del vecchio volume che fece spedire a pioggia a chiunque fosse munito di certificato elettorale (lo ricordate? Si chiamava «Una storia italiana», zeppo di foto di famiglia in posa nella villa di Macherio) e che è anche la stessa strategia appena utilizzata tramite uno dei giornali di famiglia, «Chi», che nel numero della scorsa settimana aveva un servizio sul Natale in casa di un premier attorniato da figli e nipoti; un servizio preceduto e seguito da altri servizi che mostravano invece Di Pietro in compagnia di una misteriosa bionda e Fini su spiagge esotiche con la sua compagna Elisabetta Tulliani, addirittura a pochi metri da Fabrizio Corona e Belen.

La famiglia, insomma, la famiglia. Berlusconi ha chiamato a raccolta gli italiani attorno a uno dei valori più antichi e sicuri del nostro popolo: la famiglia. E anche attorno a una condotta di vita, se non morigerata, comunque ispirata ai tradizionali valori di serietà, di decenza, di eleganza. Con questa scelta, in fondo, Berlusconi ha smentito tutti quei suoi zelanti difensori che sostengono che in casa propria ciascuno fa ciò che vuole, e che nessuno può giudicarlo per quel che accade sotto le sue lenzuola. No, Berlusconi non ha sostenuto questa tesi. Ha sostenuto piuttosto che in casa sua non succede nulla di disdicevole e che nulla, in fatto di lenzuola, gli può essere rimproverato.

E’ probabile, se non evidente, che il cambio di linea difensiva sia stato dettato da una constatazione: il premier ha preso atto che a questioni come queste – i presunti festini a luci rosse, i presunti rapporti con minorenni eccetera – gli italiani sono tutt’altro che indifferenti. Gli italiani e forse non solo gli italiani: Berlusconi è ben cosciente che qui è in gioco anche un prestigio internazionale da difendere.

Ci sbaglieremo, ma ci è parso chiaro che il presidente del Consiglio è preoccupato, più che del possibile risvolto giudiziario, dell’impatto che avrà sull’opinione pubblica interna ed estera la possibile pubblicazione di stralci di atti dell’inchiesta. Soprattutto di stralci di intercettazioni telefoniche. Berlusconi nel videomessaggio si è preoccupato di convincere in anticipo il pubblico sul carattere scherzoso e a volte millantatorio di certe telefonate. Perché l’ha fatto? Non è un mistero per nessuno che Berlusconi quelle intercettazioni le ha lette, essendo allegate all’invito a comparire che gli ha spedito la Procura di Milano. Le ha lette e ieri appariva terrorizzato dall’idea che presto certi discorsi delle ragazze al telefono saranno di dominio pubblico.

Forse un giorno qualche storico accosterà il videomessaggio di ieri al videomessaggio di diciassette anni fa, quello in cui Berlusconi annunciava la discesa in campo («L’Italia è il Paese che amo»). Un accostamento che potrebbe contrassegnare l’inizio e la fine di un’epoca. Chissà. Non è detto che Berlusconi sia arrivato all’epilogo della sua avventura politica: il consenso di cui gode nel Paese è ancora altissimo. È però probabile che un confronto tra i due videomessaggi sarà fatto comunque. Il primo video, quello del ’94, fu studiato dagli esperti di media di tutto il mondo come avanzatissimo modello di persuasione di massa. Il secondo, temiamo, passerà alla storia come prova di quanto sia malmessa l’Italia dei nostri tempi, costretta a vivere in una soap opera.

Comunque la si pensi, infatti, non c’è dubbio che prima ancora che cominci il processo un condannato c’è già, ed è il nostro Paese, condannato appunto a vivere la politica come un Beautiful ancor peggiore dell’originale. Incombono i grandi temi della riconversione industriale, delle nuove relazioni con i sindacati, della competitività sul mercato internazionale, dei grandi investimenti. E invece siamo qui a parlare di Ruby Rubacuori e a vedere un premier che, per rassicurare la Nazione, fa sapere di avere un rapporto stabile con una nuova compagna. «Non si può andare avanti così», ha detto ieri Berlusconi a un certo punto. Siamo tutti d’accordo.

La Stampa 17.01.11

"Fondi terminati, cantiere bloccato a rischio il Memoriale della Shoah", di Alessia Gallione

Salta l’apertura al Binario 21 della stazione Centrale. L’appello della comunità ebraica: “Aiutateci”. Il Comune ha stanziato 750mila euro due anni fa, ma non li ha mai versati. Come gli altri 500mila. L’obiettivo era di ritrovarsi lì, nella pancia della stazione Centrale, il prossimo 27 gennaio. Perché per questo Giorno della Memoria, il Binario 21 sarebbe dovuto essere praticamente finito: il restauro della parte storica terminato, ancora qualche mese di lavoro per veder completato l’intero progetto con la biblioteca e l’auditorium. Ma i soldi necessari per andare avanti sono finiti e gli operai se ne sono andati alla fine dello scorso anno. E oggi, il Memoriale della Shoah, riportato alla luce dopo decenni di oblio, è ancora un cantiere. Che rischia di rimanere incompiuto se non si troveranno i 5 milioni e mezzo di euro necessari per proseguire.

Il viaggio sul treno della Memoria

Per questo, fra due settimane, quella che sarebbe dovuta essere un’inaugurazione simbolica, si trasformerà nell’occasione per lanciare un appello. Questa volta a tutta la città. Con l’idea di far partire una sorta di sottoscrizione per raccogliere anche piccole somme. Perché adesso è anche ai milanesi che il presidente della Comunità ebraica e vicepresidente della Fondazione per il Memoriale si rivolge. «In questa situazione economica — dice Roberto Jarach — chiediamo a tutte le istituzioni, fondazioni, banche, sponsor privati, di contribuire con donazioni. Ma l’appello è rivolto anche ai milanesi e a tutti coloro che hanno a cuore la trasmissione della memoria e questo laboratorio pensato per il futuro, che contribuirà a creare una società più aperta».

La prima pietra è stata posata un anno fa, proprio in occasione del Giorno della Memoria. Accompagnata dalle parole del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che nel 2007 visitò personalmente questo luogo di dolore. Dopo anni di attesa e il rischio di non vederlo mai concretizzato, quel progetto partiva. In cassa c’erano tre dei nove milioni (Comune, Regione, Europa risorse ed Esselunga gli sponsor) che servono per trasformare i sotterranei di via Ferrante Aporti (da dove, tra la fine del 1943 e l’inizio del 1945, partirono una quindicina di convogli di deportati ebrei verso i campi di sterminio) in un posto del ricordo e dello studio. La speranza era di veder arrivare in corso d’opera gli investimenti mancanti. Ma così non è stato.

Lo scorso settembre è stata il sindaco Letizia Moratti a promettere: «Devolveremo 500mila euro per il Binario 21». Insieme con altri 56mila, l’incasso della mostra di Maurizio Cattelan organizzata a Palazzo Reale. L’assegno, però, non è ancora stato staccato materialmente. Anche i primi 750mila euro dell’amministrazione stanziati due anni fa, in realtà, sono rimasti impigliati tra le maglie della burocrazia comunale e soltanto la prossima giunta li sbloccherà. Il sindaco, però, alla vigilia del 27 gennaio rilancia: l’incasso dei biglietti del museo del Castello e di quello del Risorgimento staccati quel giorno sarà destinato al Binario 21. E assicura il proprio impegno: «Questo museo si farà, un museo che non sarà solo uno spazio espositivo, ma anche un luogo di incontro, dibattito, cultura e memoria», dice Letizia Moratti.

Se arriveranno i soldi, Jarach è sicuro: «Potremo riprendere a lavorare e, nel giro di un anno, il Memoriale sarà pronto». Ma stavolta sembra necessario l’aiuto di tutti. Tanto che, appunto, si sta studiando la possibilità di organizzare una sorta di raccolta aperta ai cittadini. Non soltanto grandi sponsor e somme ingenti, quindi, ma anche donazioni più modeste. Un’idea che rilancia il presidente della Provincia, Guido Podestà: «Ne ho parlato con il presidente della Fondazione, Ferruccio De Bortoli. Sono convinto che l’ipotesi di una sottoscrizione da parte dei cittadini sia utile. Quando c’è una situazione di difficoltà di questo genere, la società civile può svolgere un ruolo importante. Il Binario 21 è un simbolo che deve andare avanti».

www.repubblica.it

"Giustizia all'italiana, l'elefante zoppo", di Michele Ainis

Così è stata tradita la legalità promessa dai padri della Repubblica. Dal nuovo libro di Michele Ainis sulla Costituzione e i suoi nemici. Si intitola L’assedio, sottotitolo La Costituzione e i suoi nemici, il nuovo libro di Michele Ainis in uscita il 20 gennaio per Longanesi di cui qui anticipiamo un brano. Costituzionalista all’Università «Roma Tre», editorialista della Stampa, nel suo pamphlet Ainis riconduce la crisi di legalità in cui è immersa l’Italia al rapporto truffaldino che la politica, a destra come a sinistra, intrattiene con la Costituzione. Come potremmo prendere sul serio le leggi in vigore, quando la legge più alta viene costantemente vilipesa?

La riforma della giustizia è attesa da quasi settant’anni (le norme in vigore risalgono al 1942). Per mettere pace fra giudici e politici dovremo forse aspettarne altri settanta. Ma i guai della magistratura non si esauriscono nei ceffoni quotidiani dispensati da Silvio Berlusconi alla Procura di Milano. E neppure nella difesa a spada tratta dei colleghi di governo finiti sotto inchiesta (da Brancher a Cosentino), tutti vittime a suo dire d’un furore giacobino, di giudici (come sbagliarsi?) «comunisti». No, l’insulto più violento, quello che fa più male, è l’insulto all’efficienza del sistema giudiziario. Perché la giustizia italiana è una lumaca, e lo sappiamo; e perché l’idea del processo breve – tirata fuori nel 2009 dal governo Berlusconi – servirebbe soltanto ad ammazzare la lumaca. Due anni e basta per ogni grado di giudizio; altrimenti tutti a casa, niente assoluzione né condanna. E perché non due giorni? Se bastasse dirlo in una legge che ogni uomo dev’essere sano come un pesce, i medici sarebbero costretti a cercarsi un altro mestiere.

Non c’è dubbio tuttavia che la lentezza dei processi mina la credibilità del potere giudiziario, oltre a svuotare i diritti dei quali sulla carta (quella costituzionale) saremmo titolari. «Justice delayed, justice denied» (giustizia tardiva, giustizia negata), scrive in una sentenza del 1999 la Corte Suprema degli Stati Uniti. E infatti nel luglio 2009 Bernard Madoff, artefice d’una truffa miliardaria ai danni dei risparmiatori americani, è stato condannato a 150 anni di reclusione dopo un processo concluso nell’arco di sei mesi. In Italia non potrebbe mai accadere, sia perché da noi la truffa è punita con una pena pecuniaria e con la reclusione fino a un massimo di nove anni, sia perché da queste parti il processo ha tempi, come dire?, un po’ più comodi. Tanto che il giudizio sul crack Parmalat si è protratto per sessanta mesi, e quello sul crack Cirio ancora più a lungo.

Ma che cosa ci rende così diversi dai nostri cugini d’Oltreoceano? E quanto è grave la malattia della giustizia italiana, anche rispetto allo stato di salute dei sistemi europei? D’altronde una malattia deve pur esserci, se è vero che la Banca Mondiale – nel rapporto Doing Business 2009 – in tema di giustizia civile classifica l’Italia al 156° posto su 181 Paesi (dopo Angola, Gabon, Guinea e Saõ Tomé), mentre quasi tutti gli Stati europei sono fra i primi cinquanta: Germania al nono posto, Francia al decimo, Regno Unito al 24°, Spagna al 54°. […]

Sta in queste cifre, nella fredda contabilità dei numeri, il tradimento della legalità promessa dai nostri padri fondatori. Sicché l’Italia è diventata una palude, uno stagno d’acque limacciose nel quale siamo immersi fino al collo. Scorri le cronache che incalzano giorno dopo giorno, e t’accorgi che nessun ceto sociale, nessuna categoria professionale è fuori dalla melma. Ci trovi dentro il poliziotto e il giudice, l’imprenditore e il generale, il direttore della Asl così come il prefetto, il banchiere e il professore. E ovviamente il politico di turno, con le sue mani rapaci. Tutti affaccendati in faccende deplorevoli ma ben retribuite, e infatti il faccendiere ormai incarna il mestiere con la più numerosa schiera di seguaci.

Ma senza una giustizia che funzioni non verremo mai fuori dalla nostra palude collettiva. Nessun rivolgimento sociale o culturale avrà gambe per correre se la magistratura è a sua volta azzoppata, se non può più somministrare i torti e le ragioni. Difatti non è vero, non è affatto vero che l’Italia spenda poco per il suo apparato giudiziario. Però spende male, dilapida quattrini in un’organizzazione elefantiaca, che avrebbe bisogno d’una robusta cura dimagrante. E spende una miseria per i poveri, che a conti fatti sono anche i più penalizzati dall’inefficienza del sistema. Lo dimostra il doppio record circa la cifra destinata al patrocinio legale gratuito (la più bassa in Europa), nonché circa il costo dei processi (il più alto d’Europa). Insomma una giustizia forte con i deboli, debole con i forti. Ne sa qualcosa il detenuto curdo cui nel gennaio 2009 la magistratura di Trieste ha inflitto una multa di 25 euro: aveva tentato d’impiccarsi riducendo a striscioline due federe, e quindi distruggendo un bene pubblico […]

In questa malattia degenerativa gioca anzitutto una componente culturale, che ha trasformato il modo con cui i giudici vivono la propria funzione, la propria stessa indipendenza. Durante l’Ottocento quest’ultima era legata all’idea di leggi certe e chiare, applicabili senza spirito di parte; oggi sappiamo tuttavia che la discrezionalità interpretativa è un momento insopprimibile di ogni decisione giudiziaria, tanto più in un ordinamento permeato da valori elastici e plurali come quelli scolpiti nella Costituzione. L’indipendenza dei giudici si è così tradotta nella salvaguardia della loro libertà ideologica, che a sua volta giustifica e sorregge il correntismo della magistratura. Ma se la premessa è esatta, la conseguenza viceversa è errata. Il fatto che il nostro ordinamento costituzionale sia aperto al pluralismo politico non significa che il pluralismo debba poi abitare anche all’interno della cittadella giudiziaria. Tanto più quando la militanza correntizia finisce per tradursi in militanza politica tout-court, o quando la notorietà acquisita per le inchieste fa guadagnare ai giudici un seggio in Parlamento. In questi casi il meno che possono pensare i cittadini è che gli stessi giudici fossero già schierati mentre indossavano la toga, prima che Montecitorio gli schiudesse i battenti.

Si può allora domandare alla magistratura italiana di tenersi fuori dalla mischia, di non appannare la propria indipendenza saltando dai palazzi di giustizia a quelli del governo? È una richiesta difficile, perché incide sui diritti costituzionali che spettano a ogni cittadino: sarebbe come dire che i ricchi devono star fuori dal Palazzo, introducendo un limite di censo alla rovescia. Ma in generale c’è sempre un che di stonato quando l’arbitro si trasforma in giocatore. Quando succede per esempio che il giudice Di Pietro interroghi (nel 1992) Romano Prodi, per poi sedergli accanto in Consiglio dei ministri. Episodi del genere offuscano la credibilità del corpo giudiziario, e in questo senso provocano il medesimo disagio cui talvolta ci costringono i santoni dell’informazione, quando ce li ritroviamo sui manifesti elettorali.

La Stampa 16.01.11

«Cittadini, ribellarsi è giusto!» Incontro con Stéphane Hessel di Luca Sebastiani

In Francia è diventato un caso che sta varcando i confini nazionali. S’intitola «Indignatevi!» ed è un pamphlet che esorta alla mobilitazione contro gli orrori del nostro presente. L’autore è un ex partigiano di novantatrè anni. Contattarlo non è stato per niente facile. Incontri durante tutta la giornata, interviste, domande e troupe tivù da tutta Europa fin dentro al tinello di casa. La moglie a smistare telefonate, appuntamenti, richieste che in queste ore gli arrivano da ogni dove. A 93 anni Stéphane Hessel poteva godersi un meritato e giusto riposo, soprattutto dopo la vita convulsa, avventurosa e assolutamente encomiabile che ha condotto. Invece il suo ultimo «libretto», come ama chiamarlo con candida modestia, ha fatto un baccano infernale qui in Francia. Nessuno se lo aspettava, né lui, né tantomeno la piccola casa editrice di Montpellier, la Indigène Editions, che qualche mese fa ha avuto l’idea di pubblicare qualche pagina di questo pezzo della storia francese. Più che altro si trattava di un omaggio, di dare la parola con una trentina di paginette al resistente, all’eroe di guerra, all’uomo che aveva speso la vita al servizio dei diritti universali dell’uomo. Poi, appena uscito lo scorso ottobre, si è subito capito che il pamphlet di Hessel, Indignez vous!, per qualche arcano disegno del destino arrivava esattamente nel momento in cui i francesi si volevano sentir scossi, e forse meno soli in questa fase storica segnata dall’individualismo e dalla dittatura della contabilità finanziaria. In questi due mesi la domanda è stata tale che le librerie non facevano in tempo a rifornirsi che già vedevano i loro stock esaurirsi a tempi di record. Ad oggi si sono susseguite una decina di ristampe per un milione di copie tirate e oltre settecentomila vendute. Le case editrici si sono mosse dai quattro angoli del pianeta, e dalla Corea all’Italia, dagli Stati Uniti al Giappone hanno preso d’assalto il telefono della Indigène Editions. Oltralpe Indignatevi! è diventata la parola d’ordine: se ne discute nei caffè, ci si scalda sui giornali e nelle tivù, e anche il primo ministro François Fillon si è sentito in dovere, qualche giorno fa, di dire la sua nel corso della conferenza stampa di inizio anno per calmare gli animi di chi vuole mettere a profitto questa chiamata alla mobilitazione.
«Sinceramente non me lo aspettavo», ci dice Hessel quando la moglie trova anche per il cronista de l’Unità un po’ di tempo prima di cena per discutere di democrazia e partecipazione col sollecitatissimo autore del bestseller del momento. Che ci confessa che forse il successo dipende dal fatto che si tratta di un libro corto e semplice; che forse anche il prezzo «a buon mercato», soli tre euro di costo, ha contribuito; o forse, ma qui Hessel calca sulla voce, semplicemente si tratta di un «titolo provocatore che arriva in un momento in cui molta gente è insoddisfatta del modo in cui la società è governata». Se in Italia il berlusconismo è un narcotico della democrazia che trasforma in catalessi la partecipazione alla res pubblica, non è che in Francia il sarkozismo sia questo propulsore della storia, così come in ogni luogo dove la politica è prona agli interessi di parte, «spesso economici e finanziari». E, dice Hessel «la democrazia senza partecipazione non è più democrazia». Se un tempo l’indignazione era «il primo passo» verso la partecipazione, verso, insomma, l’impegno a cambiare lo stato di cose presente, come si diceva, oggi le ingiustizie macro e micro economiche, le angherie più volgari, lo sfruttamento, la corruzione, la sofferenza anche individuale, sembrano non più in grado accendere alcuna miccia. Ognuno nel proprio angolo a cercare di sbrigarsela, dimentichiamo che la realtà non è un dato immutabile, ma il prodotto dell’azione umana e, magari insieme agli altri, «possiamo provare a cambiarla», dice Hessel.
«Forse per noi era più facile indignarci, le cose erano più chiare», aggiunge, facendo riferimento alla Resistenza al nazifascismo. Lui stesso, «indignato» per l’occupazione raggiunse da Londra la Francia libera del Generale De Gaulle che «aveva saputo dire no e resistere». Per le sue attività durante la guerra venne anche catturato e deportato in vari campi di concentramento tedeschi, ma per una serie di fortunate vicende riuscì prima a salvare la pelle e poi a fuggire. Ciò gli consentì di partecipare da protagonista prima all’avventura del Consiglio nazionale di resistenza e poi addirittura alla commissione dell’Onu incaricata di stendere la Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo.
E a quei valori Hessel fa ancora riferimento. «Quello che dico nel libro è che ci sono un certo numero di valori fondamentali in nome dei quali è necessario indignarsi, e sono i valori della dichiarazione dei diritti universali e quelli della resistenza, che sono valori collettivi forti minacciati» da un potere del danaro che non è mai stato così «grande, insolente ed egoista» come oggi. E ci racconta di come l’interesse generale guidava invece l’azione degli uomini usciti dalla guerra e di come li portò a creare uno Stato che ridistribuiva le ricchezze più equamente.
«In questo mondo ci sono cose insopportabili, e per vederle basta solo guardarle». L’indignazione dei giovani, e non solo, può accendersi di fronte al divario «sempre più intollerabile» tra ricchi e poveri, di fronte alle politiche d’espulsione dei rom e degli immigrati, di fronte alla distruzione del pianeta. Il catalogo è lungo, ma Hessel resta nonostante tutto un incredibile ottimista, un uomo dalla speranza di ferro convinto seguace di un idea semplice che gli viene da Jean-Paul Sartre e recita che bisogna impegnarsi in quanto individui responsabili, perché «la responsabilità non la si può rimettere né al potere né a dio».
Lui che poteva aspirare ad un’esistenza tranquilla, quasi da favola, essendo il figlio di Franz Hessel (traduttore, agiato intellettuale e protagonista nella realtà del triangolo amoroso trasposto sullo schermo da François Truffaut in Jules e Jim), acceso dall’indignazione e mosso dalla speranza, ha invece modellato la sua vita, prima nella resistenza e poi nella diplomazia di alto rango, nell’impegno e il servizio dei valori universali. E ancora oggi conserva l’ottimismo e la speranza tra i suoi orizzonti di condotta. «Le cose possono sempre migliorare, anche oggi, se c’è uno scatto collettivo dei cittadini, una mobilitazione attiva, coraggiosa e fiduciosa in se stessa».
E la speranza riporta i ricordi di Hessel all’amico Walter Benjamin, il filosofo tedesco che salutò a Parigi, nell’estate del ’40, prima di partire fiducioso verso la Resistenza. «Benjamin aveva una visione diversa della storia. Io ero un hegeliano, lui vedeva la catastrofe incombente e forse quella catastrofe lo ha raggiunto nell’hotel di Port Bou, dove braccato dai nazisti si è tolto la vita». Da Benjamin Hessel ha però imparato che la storia non è esente dal rischio di chiudersi drammaticamente, ma persiste in lui, anche alla fine della sua vita, la fiducia nelle capacità collettive dell’uomo. L’importante, chiude prima di congedarci, è «non restare inattivi, non restare indifferenti e non lasciarsi scoraggiare». Consigli di un giovane vecchio.

L’Unità 16.01.11