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"A Firenze l’acqua è di tutti: niente bolletta per i poveri", di Tommaso Galgani

I poveri e gli svantaggiati non devono pagare la bolletta dell’acqua. Non è solo un principio ideale. Ma anche un progetto concreto che stanno portando a termine Comune di Firenze e Publiacqua, la società che per conto dei municipi (che ne controllano il 60%, mentre il resto è di partner privati tra cui Acea) gestisce la rete idrica per decine di comuni tra il capoluogo toscano, Prato e Pistoia.Come si configura questa operazione? Niente bolletta, di regola, per chi è povero o non può permettersi di pagarla. A patto che certifichi la sua condizione attraverso l’Isee, come già avviene per chi ha sconti sulle utenze di certi servizi del Comune (dagli asili nido alle mense scolastiche). E a chi è destinato il progetto di Publiacqua? Si pensa ad anziani con la pensione minima, famiglie monoreddito con figli, nuclei con lavoratori in difficoltà (cassintegrati, disoccupati, licenziati) o con portatori di handicap. Il tutto dovrebbe andare in porto in un mese (serve l’ok dell’Ato e degli altri comuni soci di Publiacqua).
IL PIANO
Spiega la ratio dell’operazione il presidente di Publiacqua Erasmo D’Angelis: «Si tratta di istituzionalizzare ciò che in parte già facevamo ». L’azienda infatti stanzia ogni anno circa 500mila euro per venire incontro alle famiglie più bisognose, abbattendo fino all’80% il costo della bolletta (ne beneficiano quasi 5mila nuclei). «Ma ora si fa un ulteriore passo avanti: già nel nostro
piano tariffario si prevederà l’abbattimento della bolletta per chi
dimostrerà di versare in difficoltà economiche. Siamo al cospetto, credo, del primo esperimento di questo tipo in Italia», dice D’Angelis. Che comunque non smetterà di accantonare i soliti 500mila euro annui per i più bisognosi: «Quelli resteranno e saranno destinati a situazioni di sopravvenuta emergenza: una separazione in famiglia, un licenziamento, una difficoltà improvvisa». Al presidente
dell’azienda l’operazione “niente bolletta ai poveri” fa da spunto per una riflessione generale sulla
gestione dei servizi idrici: «È un altro segnale che l’acqua, qui da noi, è un bene pubblico e resta sotto il controllo del pubblico. È importante che si capisca che qui non si lavora per il profitto,ma si spendono ingenti risorse per fare grandi investimenti, sulle infrastrutture e sulla qualità del servizio, nel nome dell’interesse della collettività. Da noi c’è e ci sarà grande spazio anche per l’etica». Proprio su questo fronte Publiacqua ha già fatto parlare di sé. L’acqua infatti non è gratis solo per i poveri. Ma anche per chi va alla coop di Gavinana, a sud di Firenze. È infatti da ottobre che lì c’è un fontanello di Publiacquadove chi va al supermercato può rifornirsi di acqua senza sborsare un centesimo. Un risultato raggiunto grazie all’accordo, primo del genere in Italia, tra Publiacqua e Unicoop Firenze, con l’obiettivo “ecocompatibile” di dissuadere l’acquisto di acque imbottigliate. «Questa che abbiamo fatto con Unicoop Firenze è un’operazione innanzitutto culturale ma anche con non indifferenti benefici economici per le tasche dei cittadini. Non si capisce per quale motivo la Toscana debba essere la regione europea con i più alti consumi di acqua imbottigliata. La gente lo ha capito e lo testimonia il successo dei nostri fontanelli sul territorio – alcuni anche ad acqua gassata, ndr -, che in un anno e mezzo hanno erogato oltre 10 milioni di litri di acqua», spiega D’Angelis.
IL RILANCIO SULLA TIA
Tra i promotori del progetto di abbattere la bolletta dell’acqua ai poveri c’è anche il consigliere comunale fiorentino di Sel Eros Cruccolini. Che ora rilancia: «Si applichi lo stesso principio anche alla Tia», la tariffa sui rifiuti. «L’acqua è un bene pubblico e anche per i meno abbienti è un diritto. Faccio notare
che chi ha problemi economici certificati già si rivolge ai servizi sociali del Comune, ricevendo contributi per pagarsi le utenze, oltre ai buoni gas e luce. Dunque per Palazzo vecchio questa operazione può essere anche a costo zero», chiude Cruccolini.

L’Unità 16.01.11

"Bastano 300 parole per restare in Italia", di Sara Ricotta Voza

«La base minima per ottenere il permesso di soggiorno». Domani a Firenze e Asti i primi test di lingua per stranieri. Notte prima degli esami, questa, per i 170 immigrati a Firenze e i 10 ad Asti che domani si sottoporranno al primo test di italiano per stranieri reso obbligatorio per richiedere il permesso di soggiorno «lungo». Non sarà la maturità classica col suo carico di incubi, ma per chi vede in gioco la possibilità o meno di restare in Italia a tempo indeterminato, forse, significherà una notte insonne.

A farsi le domande classiche del candidato in ansia: sarà facile, difficile, che mi chiederanno? Di certo non pretenderanno i congiuntivi o una traduzione simultanea dal politichese, lì cadrebbero fior di italiani doc, ma la preoccupazione c’è, se non altro perché è un’assoluta novità, qualcosa che qui non s’è mai fatta. Tutto parte da una direttiva dell’Unione europea che prevedeva la possibilità – non l’obbligo – di esigere una sorta di «prova d’integrazione» da parte degli immigrati che chiedessero il permesso di soggiorno a tempo indeterminato. L’Italia ha deciso di avvalersene e il decreto del Ministero dell’Interno del 4 giugno 2010 ha disciplinato il tutto in generale. Due circolari successive sono entrate nel particolare e hanno incaricato le Prefetture di occuparsi della parte organizzativa e i CTP (Centri Territoriali Permanenti) di quella «esecutiva», di preparazione del test. Ma chi ha stabilito livello e «bontà» dell’italiano richiesto, l’Accademia della Crusca? Quella no, ma comunque enti certificatori riconosciuti dal Ministero degli Esteri e dell’Istruzione: l’università degli stranieri di Siena e di Perugia, quella di Roma Tre e la Società Dante Alighieri.

Quattro enti che si sono messi insieme in una associazione temporanea e hanno redatto un «Sillabo» delle prove a cui attenersi. «Lo abbiamo creato secondo i principi del quadro comune europeo di riferimento» spiega Alessandro Masi, vicepresidente della Società Dante Alighieri, che però esprime anche a nome degli altri enti un certo disagio. « Noi abbiamo scritto, diciamo, “i Dieci comandamenti” in materia, ma se poi vengono seguiti o no non lo sappiamo». Ma che difficoltà prevede il livello A2 indicato dall’Unione europea? «Un livello un po’ superiore alla sopravvivenza» spiega Massimo Arcangeli, il responsabile scientifico della Dante che ha scritto coi colleghi il Sillabo. « Parliamo di un numero ristretto di vocaboli, 200-300, legati agli ambiti della vita quotidiana». Né filosofia né politica, quindi, ma famiglia, lavoro, luoghi, negozi, azioni semplici. Resta il fatto che a sapere veramente cosa ci sarà nei test è chi li ha «materialmente» preparati. Patrizia Margiacchi è l’insegnante del Ctp di Firenze (e esaminatrice presso l’Università degli Stranieri di Siena) che ha scritto quelli che verranno «somministrati» (così si dice) ai primi 170 della scuola Arnolfo Di Cambio-Beato Angelico di Firenze. Non può darci quelli veri, naturalmente, ma una traccia sì, quella che vedete in grafica. Con una rassicurazione per i candidati più preoccupati: «Si useranno carta e penna e non ci sarà la prova orale». Forse, qualcuno, stanotte dormirà un po’ meglio.

La Stampa 17.01.11

"Cosa rischia davvero Silvio", di Alessandro Gilioli

Cinque domande e cinque risposte per capire l’ultima tempesta giudiziaria sul Cavaliere e le sue possibili conseguenze: le accuse, la difesa, i tempi dell’eventuale processo. E, naturalmente, la politica. “Il Giornale” di famiglia ha già deciso: l’inchiesta è una «mignottata» basata su «chiacchiere», e comunque «le bombe su Silvio non scoppiano mai», sono «solo petardi mediatici». Una linea non molto diversa da quella tenuta sabato sera dal Tg1, che ha dato la notizia dell’indagine sul premier dopo lunghi servizi sulla Tunisia, sul voto a Mirafiori e sulla stella a cinque punte dipinta su un muro a Viareggio, facendo poi ascoltare per vari minuti solo la versione del premier, un audio preso di peso dal sito dei Promotori della Libertà.

Ma aldilà della propaganda, in che cosa consiste veramente la nuova inchiesta giudiziaria di Milano sul Cavaliere e che conseguenze può avere, sia giudiziarie sia politiche? Cerchiamo di capirlo basandoci su quello che si è appreso finora, attraverso cinque domande e altrettante risposte.

1. Di che cosa è accusato Berlusconi?
I reati ipotizzati sono due. Il primo è la violazione della legge numero 38 del 2006: «Chiunque compie atti sessuali con un minore di età compresa tra i quattordici e i diciotto anni, in cambio di denaro o di altra utilità economica, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa non inferiore a euro 5.164».

Non dunque “favoreggiamento” né “sfruttamento” della prostituzione minorile, come alcuni giornali hanno scritto, ma semplicemente atti sessuali “prezzolati” con minori. Si tratta di una legge bipartisan, voluta quindi anche dai berlusconiani, che al tempo della sua approvazione erano maggioranza di governo. In particolare, l’articolo in questione fu rivendicato durante la discussione parlamentare, il 3 maggio 2005, dall’allora ministro per le Pari Opportunità Stefania Prestigiacomo: «Particolarmente significativo è l’articolo 1 che prevede l’incriminazione di colui che compie atti sessuali con un minore di età compresa tra i 14 e i 18 anni in cambio di danaro o di altra utilità economica. Si tratta di una disposizione contenuta originariamente in un altro disegno di legge governativo, quello contenente misure contro la prostituzione, che ha costituito oggetto di un emendamento governativo al presente provvedimento».

Il secondo reato di cui è accusato Berlusconi è concussione, articolo 317 del codice penale nella sua formulazione approvata con la legge 26 aprile 1990: «Il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio che, abusando della sua qualità e dei suoi poteri costringe o induce taluno a dare o promettere indebitamente, a lui o ad un terzo, denaro od altra utilità, è punito con la reclusione da quattro a dodici anni».

Nel caso dell’inchiesta in questione, si riferisce alla telefonata alla Questura di Milano del 27 maggio scorso con cui, secondo l’accusa, la polizia sarebbe stata indotta a liberare Ruby prima che fosse conclusa la procedura di identificazione e ad affidarla immediatamente a un “delegato” di Berlusconi (Nicole Minetti) in contrasto con quanto stabilito dal giudice dei minori che ne aveva stabilimento l’inserimento in una comunità.

La concussione contestata sarebbe “per induzione” e non “per costrizione”: Berlusconi non avrebbe ordinato formalmente di rilasciare la minore e di affidarla alla Minetti ma avrebbe fatto leva sul proprio ruolo e sulla propria qualità di Presidente del consiglio per influenzare indebitamente le forze dell’ordine, anche mentendo sull’identità della ragazza («è la nipote di Mubarak»).

2. Su che cosa si basa l’accusa?
Le circa 300 pagine scritte dai tre Pm che conducono l’indagine (Boccassini, Forno e Sangermano) sono, nella loro interezza, a disposizione soltanto della procura stessa e della difesa del premier.

Quello che dunque si sa è basato solo su indiscrezioni giornalistiche secondo le quali le accuse si fonderebbero sull’incrocio tra intercettazioni telefoniche, tabulati telefonici, localizzazione delle ragazze in una certa data grazie alla celle telefoniche a cui era agganciato il loro cellulare, analisi di file video e fotografici trovati nel computer di Ruby (e forse di altre ragazze), oltre agli esiti di alcune perquisizioni a diverse ragazze (inclusa la stessa Ruby) e ad alcune testimonianze dirette (anche di ragazze che hanno partecipato ai festini) acquisite dalla magistratura attraverso interrogatori. Le intercettazioni non sono state fatte su utenze di Silvio Berlusconi (essendo parlamentare, questo è vietato) ma su quelle di altre persone (coimputati e possibili testimoni).

Incrociando questi e altri elementi, i Pm sarebbero giunti alla conclusione che Berlusconi avrebbe commesso i due reati in questione in tempi diversi.

I rapporti sessuali con la minorenne Ruby sarebbero avvenuti, secondo il comunicato della procura «dal febbraio al maggio 2010», quindi con una certa continuità e in modo non occasionale. In particolare nel mirino degli inquirenti ci sarebbero le festività di primavera dell’anno scorso: tra il 4 e il 5 aprile (Pasqua), tra il 24 e il 26 aprile 2010 (Liberazione) e il 1° maggio.

La concussione sarebbe invece avvenuta il 27 e 28 maggio 2010, cioè nella notte in cui Karima El Mahroug detta Ruby finì in questura per essere poi liberata e affidata a Nicole Minetti.

Per l’ipotizzato reato di concussione, la procura ha raccolto diverse testimonianze su quanto avvenuto quella notte e ha acquisito le registrazioni delle telefonate fatte quella sera dai poliziotti che furono convinti a liberare la minorenne, accusata di furto.

3. Qual è la linea difensiva?
Gli avvocati del premier contestano tutto, a partire dalla liceità stessa dell’indagine penale aperta dalla procura di Milano. Infatti, dice Ghedini, per l’ipotizzato reato di prostituzione minorile dovrebbe essere competente la procura di Monza e non quella di Milano, perché i fatti si sarebbero svolti nella villa di Arcore.

La procura tuttavia fa leva sulla norma in base alla quale quando si indaga su più reati “prevale” – per determinare la competenza – il luogo dove è avvenuto il reato più grave: cioè la concussione, a Milano.

Ma gli avvocati del premier contestano che anche l’indagine sulla concussione sia di pertinenza della procura di Milano: gli atti, dicono, dovevano essere immediatamente trasmessi al cosiddetto tribunale dei ministri, competente «per i reati commessi (da ministri) nell’esercizio delle loro funzioni». In altri termini, secondo la difesa l’eventuale telefonata in questura sarebbe stata fatta dal Cavaliere nell’esercizio delle sue funzioni di premier.

Dopodiché la difesa nega anche il merito delle accuse.

Per il reato ipotizzato più grave, la telefonata del premier alla Questura di Milano, secondo Ghedini era finalizzata solo ad assumere informazioni sulla vicenda e comunque non costituiva un pressione tale da poter essere configurata come concussiva.

Per i presunti rapporti sessuali tra il premier e Ruby, difficile sostenere che Berlusconi non fosse al corrente dell’età della ragazza: infatti nella telefonata in Questura chiede di «affidarla» alla Minetti, e un maggiorenne non si «affida» a nessuno. Certo, il premier potrebbe sostenere di essere venuto a sapere della minore età di Ruby solo quella sera, ma non si tratta di una strategia difensiva con alte probabilità di vittoria.

Ecco perché Ghedini punta invece a negare, semplicemente, che i rapporti sessuali ci siano mai stati, contando sul fatto che la stessa Ruby nega di averne avuti e che eventuali telefonate tra ragazze in proposito sarebbero, secondo Ghedini, soltanto chiacchiere al limite della mitomania, non prove giudiziarie.

Ma non è detto che, anche in assenza di rapporto sessuale con Ruby, il reato di prostituzione minorile cada. Infatti c’è una sentenza della Corte di Cassazione (la numero 37188 del 2010) che riferendosi alla prostituzione parifica all’atto sessuale vero e proprio qualsiasi forma di «prestazione che oggettivamente sia tale da stimolare l’istinto sessuale». In altri termini, se venisse provato che una minorenne partecipava (con spogliarelli, lap dance e altro) a esibizioni al termine delle quali poi Berlusconi si appartava con maggiorenni, in base a questa sentenza il reato si sarebbe comunque consumato. Compito delle difesa sarà quindi anche evitare che siano provati eventuali comportamenti “sexy” di Ruby nei festini e nelle notti trascorse ad Arcore
.4. A questo punto che cosa succede all’indagine?
I Pm hanno chiesto al Gip il giudizio immediato, a cui si può ricorrere quando la prova della responsabilità dell’indagato «appare evidente».

Se il Gip accetta questo percorso, si salta l’udienza preliminare e si va direttamente al dibattimento.

Attenzione, il giudizio immediato non è il patteggiamento (che prevede il consenso dell’imputato nello stabilire la pena): è solo un modo per snellire i tempi e la procedura, viene deciso dal Gip anche se l’imputato non è d’accordo e non implica alcun accordo sulla pena.

Se invece il Gip non accetta il procedimento con giudizio immediato, si procede per via ordinaria.

I tempi dell’indagine e dell’eventuale rinvio a giudizio cambiano dunque a seconda di questa prima decisione del Gip.

In caso di accettazione del giudizio immediato, si potrebbe arrivare a una sentenza di primo grado (sempre che vengano rigettati i conflitti di competenza addotti dalla difesa). Altrimenti, si parla di anni, come in ogni processo penale ordinario.

In vista della richiesta di giudizio immediato, i Pm hanno chiesto a Berlusconi (come previsto dalla legge) di comparire in tribunale in un giorno a sua scelta tra il 21 e il 23 gennaio, cioè tra il venerdì e la domenica della prossima settimana. L’indicazione del weekend non è casuale, perché difficilmente in quei giorni il premier può addurre impegni di governo tali da costituire legittimi impedimenti valutabili come tali dal giudice, secondo quanto deciso pochi giorni fa dalla Consulta.

In ogni caso il Gip può decidere se procedere o no al giudizio immediato anche in assenza (contumacia) dell’imputato.

E’ la prima volta, nei diversi procedimenti che hanno convolto Berlusconi, che la procura chiede il giudizio immediato: segno che i Pm credono nella assoluta robustezza del loro impianto accusatorio.

5. Che effetti politici avrà la vicenda?
Non più coperto dal “Legittimo impedimento assoluto” appena corretto dalla Consulta, il premier è al momento privo di solidi scudi giudiziari.

Improbabile tuttavia che cerchi di far approvare in tempi rapidi il Lodo Alfano costituzionale, cioè la riedizione con modifica della Costituzione della legge che rendeva improcessabili le alte cariche dello stato. Infatti è una strada molto in salita: Napolitano ha già espresso forti perplessità (con una lettera formale alla commissione Affari costituzionali del Senato), la discussione è ferma da mesi e i tempi di una modifica della Costituzione rischiano di essere più lunghi di quelli dell’inchiesta milanese (tanto più con l’attuale maggioranza risicata a Montecitorio).

Ecco perché il premier ha detto che questa volta vuole difendersi in tribunale: non ha altre strade a disposizione.

Diversi notisti politici ritengono che, come da carattere, il premier cercherà quindi di trasformare un problema in un’opportunità, rovesciando il tavolo per uscire dalla palude parlamentare in cui era finito negli ultimi mesi, dopo l’uscita dalla maggioranza di Fini e il tentativo di creazione di un nuovo gruppo d’appoggio all’esecutivo (quello dei cosidetti ‘responsabili’, che tra l’altro rischia di perdere pezzi dopo le vicende delle ultime ore).

In pratica, questo significherebbe che utilizzerebbe quella che lui chiama ‘persecuzione giudiziaria’ per arrivare a elezioni in primavera, in una sorta di referendum sulla sua persona che si terrebbe in concomitanza con i processi milanesi (non solo il caso Ruby, ma anche quelli già in corso, a iniziare dalla corruzione Mills).

Sarebbe, evidentemente, la sconfitta di quanti – nell’entourage del Cavaliere – fino a ieri gli consigliavano di navigare a vista e di non forzare i toni, accettando come ‘accettabile compromesso’ anche la sentenza della Consulta.

L’inchiesta Ruby ha insomma indirettamente terremotato lo scenario dell’appeasement e potrebbe portare a uno scontro frontale in cui sarebbe lo stesso premier a muoversi verso lo scioglimento delle Camere, nella speranza di uscire dalle urne abbastanza forte per rintuzzare ogni attacco e proseguire la sua strategia politica, sia per quanto riguarda la permanenza a palazzo Chigi sia per quanto riguarda le possibili ambizioni in vista del Quirinale.

Se però la nuova indagine andasse a dibattimento e se, per ipotesi, i processi si concludessero dopo i vari gradi di giudizio con una condanna definitiva (quindi si parla comunque di almeno due o tre anni) il premier rischierebbe di essere interdetto dai pubblici uffici.

Uno scenario che tuttavia è, per ora, solo fantapolitico.

In ogni caso già da mesi, quindi ancora prima che Berlusconi fosse inquisito, l’avvocato Ghedini ha utilizzato la legge sulle “indagini difensive”, che possono essere anche preventive (cioè svolte per difendersi da un’inchiesta ancora eventuale e futura), per interrogare diverse ragazze pronte a dichiarare che ad Arcore non si faceva sesso.

L’Espresso 15.01.11

"Che bravo il prof online già 300 milioni di lezioni", di Laura Montanari

La lezione del prof si scarica sull´iPod o su un tablet e la si ascolta ovunque, fuori dalle pareti di un´aula. Il podcast cresce e crescono le università che offrono gratis, audio e video di conferenze e lezioni in rete. Il più grande «campus» accademico del mondo si trova su iTunes U: 300 milioni di lezioni in download, in 4 anni, dalla piattaforma di Apple che distribuisce corsi e immagini . Lì sono appena sbarcate la Bocconi di Milano e l´università di Pisa. Allo stesso indirizzo, in quel crocevia di saperi senza pedaggio, si erano già insediate nei mesi passati altri quattro atenei italiani. Chiunque può ascoltare la registrazione del docente in cattedra che spiega, mostra slide, diagrammi, video dalle università dei cinque continenti. È una specie di facoltà globale: si può scegliere cosa trasferire sul computer, sul cellulare o sugli altri supporti elettronici. Si trova di tutto. Dalle lezioni di macroeconomia, ai segreti delle particelle elementari, dall´etica di Einstein a Mark Twain, dai misteri dell´ultima supernova alle tecniche di chirurgia toracica. Da Berkeley, da Yale, da Oxford, dal MIT, da Stanford, da Insead, da Coimbra, da molte altre.
Le lezioni in podcast sono un soccorso per gli studenti che non frequentano, una risorsa per i distratti che non hanno preso bene gli appunti, un´opportunità per chi vuole approfondire o semplicemente conoscere. Su iTunes U ci sono i contenuti forniti da 800 università, 350mila lezioni che docenti, famosi o sconosciuti, tengono nei propri atenei e di cui non resterebbe traccia se non fra gli allievi che li ascoltano in diretta al chiuso di quelle stanze. Col podcast invece l´orizzonte diventa globale.
Molte accademie hanno elaborato proprie piattaforme di podcasting e di web learning, alcune riservate agli iscritti, altre ad accesso libero. Qualcuno ha messo filmati di lezioni sui canali di Youtube (per esempio la Bocconi di Milano o l´università di Reggio Emilia). Ma al momento il crocevia più affollato resta quello di Apple con contenuti che arrivano da 80 Paesi.
Se le università americane sono state le prime a sperimentare questa strada, da qualche anno sono arrivate anche le italiane. In avanscoperta è andata la Federico II di Napoli con un suo portale, «Federica», che raccoglie migliaia di lezioni. Ha debuttato su iTunes U nella scorsa primavera con corsi di medicina, chimica, biologia, ma sull´Apple store fra le lezioni più scaricate offerte dall´ateneo napoletano ci sono quelle sulla Divina Commedia tenute dal professor Raffaele Doglio, dantista e docente di letteratura italiana.
Anche in mezzo a tutta questa tecnologia si torna lì, tra l´Inferno e il Paradiso, in 15 lezioni. «Ho ricevuto mail da un viticoltore californiano e da un sacerdote del Mozambico che avevano seguito il mio corso di storia medioevale» racconta divertita Enrica Salvatori, docente dell´università di Pisa, altro ateneo che debutta su iTunes. Salvatori da anni sperimenta il podcasting, ha creato anche un sito (historycast.org) con lezioni divulgative sulla storia: da Federico II, al Natale nel Medioevo, ai Vangeli apocrifi.
Su iTunes si trovano anche gli atenei di Trento, Trieste, Modena e Reggio Emilia. «Noi puntiamo sulle conferenze piuttosto che sul podcast dei corsi anche se ne abbiamo già di matematica e di informatica» spiega Tommaso Minerva dell´università di Modena. Lì si viaggia a una media di circa 12mila titoli scaricati la settimana, in testa alla hit c´è la conferenza di un sociologo, Vanni Codeluppi su: «Libertà immaginaria: le illusioni del capitalismo tecno-nichilista».

La Repubblica 16.01.11

"Rivolta tunisina. Il mondo arabo aspetta l’effetto domino", di Umberto De Giovannangeli

Dal Cairo ad Algeri, da Amman a Tripoli c’è chi teme e chi auspica la rivoluzione dei gelsomini Gli analisti: una grande lezione per i regimi. C’è chi parla di una «Danzica araba». Chi evoca una nuova «Primavera di libertà». C’è chi lo spera. E chi lo teme: l’effetto domino della rivolta tunisina. Da Algeri al Cairo, da Tripoli ad Amman, da Beirut a Rabat… Una dialettica che emerge dalle analisi che occupano le prime pagine dei più autorevoli quotidiani arabi e internazionali. «Ben Ali e il suo clan sono stati cacciati. La formidabile rivoluzione democratica del popolo tunisino ha spazzato via la sanguinaria dittatura di Ben Ali. I tunisini si sono liberati della paura, hanno affrontato a mani nude le forze della repressione».
Esordisce così un editoriale del giornale algerino El Watan, uno dei principali quotidiani del Paese maghrebino, noto per dare ampio spazio alle voci dell’opposizione nella regione. «Ben Ali è la storia di un potere assoluto in Tunisia da 23 anni. Ma è anche una storia che si può riscontrare in quasi tutti i Paesi arabi. I tunisini hanno appena dato una lezione a tutti coloro che pensano che non siamo pronti alla democrazia e che lo status quo è una necessità assoluta per impedire agli islamici di accedere al potere. Una visione semplicista e accomodante», prosegue ancora l’editoriale prima di porsi gli interrogativi d’obbligo: «Che accadrà in Algeria? Accentueranno la repressione o cambieranno direzione definitivamente
ascoltando la voce della ragione e facendo imboccare al Paese la via della democrazia e delle riforme politiche?». «Gli algerini si ribellano a intervalli regolari. E sarà sempre così se i dirigenti non prenderanno le misure di quello che, in profondità, agita la nostra società. La rivolta popolare dei tunisini è adesso diventata il nuovo faro del mondo arabo», conclude il giornale.
Da Algeri a Beirut. Il quotidiano libanese An Nahar ha pubblicato ieri un editoriale nel quale sostiene che «l’eco» di questa rivoluzione senza precedenti possa risuonare «in più di un Paese della regione». Secondo Bilal Saab, ricercatore all’Università del Maryland, «la politica in Medio Oriente spesso si evolve velocemente e questo per la porosità dei confini e la condivisione delle culture». In ogni caso, è difficile prevedere al momento gli effetti della protesta tunisina nel breve periodo». «Il messaggio è molto forte. Ma è difficile sapere se quello che è successo in Tunisia possa ripetersi da qualche altra parte, come in Algeria o in Egitto», dice Amr al-Chobaki dell’Istituto di studi politici e strategici al-Ahram del Cairo. La capacità di sopravvivenza dei regimi arabi autoritari non va sottostimata, aggiunge l’analista. La Tunisia è uno Stato che non ha mai lasciato «una porta aperta per la società civile o per l’opposizione», spiega Chobaki, mentre in Egitto, ad esempio, il regime ha lasciato piccole valvole di sfogo «per permettere al popolo di rallentare le tensioni e per evitare l’esplosione (di un conflitto, ndr) sociale». È «la prima rivolta popolare che ha portato alla rimozione di un presidente nel mondo arabo», spiega Amr Hamzawy del Carnegie Middle East Centre di Beirut. «Potrebbe essere fonte di ispirazione per il resto del mondo arabo», ha aggiunto, in quanto «alcuni ingredienti (all’origine della rivolta, ndr) in Tunisia sono rilevanti ovunque», dal Marocco all’Algeria, dall’Egitto alla Giordania. Tra questi, l’alto tasso di disoccupazione, l’uso violento della forza da parte della polizia e la violazione dei diritti umani. L’esempio tunisino ha dimostrato come tutto questo possa essere cambiato dal popolo. Non è necessaria un’invasione come in Iraq. È una grande lezione per i regimi autoritari nella regione», rimarca Hamzawy.
Considerazioni che vanno oltre il mondo arabo. «La rivolta in Tunisia ha elettrizzato la regione», scrive il New York Times, e «i più entusiasti sostengono che si tratta della Danzica araba», facendo un parallelo con la rivolta avviata nel 1980 da Solidarnosc nella città polacca, che portò poi al crollo del sistema sovietico nell’Europa Orientale. «Ciò appare prematuro osserva il NYT anche perché non sono ancora chiari i contorni del nuovo governo emerso in Tunisia e perché la Tunisia è alla periferia del mondo arabo». Tuttavia, prosegue il quotidiano, «la proteste in Tunisia sono viste come una rivolta popolare che va al di là della religione e dell’ideologia», che offre «un nuovo modello di dissenso in una regione dove l’opposizione è stata monopolizzata dagli estremisti islamici». Una riflessione che si ritrova anche sulle pagine di Le Monde, in particolare in una intervista alla politologa e militante della Lega tunisina per i diritti umani, Larbi Chouikha. I fatti dell’altro ieri dimostrano che “le rivoluzioni di velluto si possono fare in un Paese arabo” afferma la studiosa. “Noi non siamo un popolo che sprofonda nell’obbedienza, e ciò potrebbe avere un effetto domino nella regione». Anche il quotidiano britannico The Independent apre con un’analisi in cui si sottolinea che i problemi sociali che hanno spinto i tunisini a ribellarsi contro il regime di Ben Ali sono comuni ad altri paesi arabi. “Si tratta di una vera rivoluzione oppure i membri di un’altra elite prenderanno il posto di del presidente Ben Ali?» si chiede The Independent, osservando che si tratta di una “domanda cruciale per il resto del mondo arabo, dove altri regimi corrotti di polizia si trovano di fronte agli stessi problemi sociali, politici ed economici della Tunisia», e il «parallelo più immediato è l’Egitto, dove il regime sclerotico del presidente Hosni Mubarak è aggrappato al potere».

L’Unità 16.01.11

“Un´onda d´urto per le folle può svegliare i paesi arabi.
Un incidente non programmato può scatenare una rivolta e poi una rivoluzione”, di Tahar Ben Jelloun

Il fatto che Ben Ali sia partito lasciando il Paese in una situazione di confusione e di panico sta a dimostrare fino a che punto l´uomo non meritasse di essere un capo di Stato. Giunto al potere con un golpe (approfittando della malattia di Bourghiba) nel 1987, ha governato la Tunisia con metodi autoritari. Eppure questo Stato di polizia, dove la tortura era all´ordine del giorno e ogni espressione dell´opposizione veniva repressa, ha beneficiato del sostegno della Francia e dell´Italia, che lo ritenevano il miglior garante contro l´integralismo religioso.
Ma al di là di questa constatazione, gli eventi degli ultimi giorni in Tunisia hanno una portata storica, non solo per i tunisini ma per tutto il mondo arabo. È un´onda d´urto che rischia di risvegliare le folle di Algeri, del Cairo, di Damasco e di molti altri Paesi con regimi autoritari e impopolari. Non dimentichiamo che in contemporanea con le manifestazioni in Tunisia, anche in Algeria la folla ha invaso le piazze. Certo, i due regimi sono assai diversi tra loro, non fosse altro che per le importanti risorse (gas e petrolio) di cui l´Algeria è ricca. Ma c´è una realtà che accomuna quei due popoli: sono stanchi, non ne possono più dei regimi al potere. Ecco dove conduce la dittatura. Presto o tardi la rivolta popolare esplode.
In Tunisia tutto è incominciato con le umiliazioni subite da un giovane venditore ambulante, Mohamed Bouazizi, che si è immolato dandosi fuoco. A forza di vedersi disprezzato, sfruttato, derubato e umiliato, il popolo si ribella. Tanti giovani che hanno studiato e ottenuto un diploma o una laurea non trovano lavoro. La disoccupazione colpisce un terzo della popolazione attiva. E intanto Ben Ali e il suo parentado hanno Hanno fatto man bassa del Paese creando un partito unico, che serviva a fornire opportunità d´affari a diverse famiglie.
Sappiamo che in questa rivoluzione l´esercito ha avuto un ruolo positivo, rifiutando di reprimere i manifestanti: questo il motivo della destituzione del generale Amar. Gli islamisti, ai quali veniva negata la possibilità di esprimersi, non hanno approfittato della sollevazione per farsi vivi. L´esercito si è riversato nelle piazze dopo la fuga di Ben Ali e conta di poter giocare un ruolo in futuro.
L´esempio tunisino farà riflettere l´Algeria e l´Egitto. Entrambi i Paesi hanno regimi impopolari e condizioni di ingiustizia simili. La differenza sta nel fatto che in Algeria, fin dal 1962 il potere è nelle mani di un esercito che si arricchisce grazie ai proventi del gas e del petrolio; mentre l´Egitto è un Paese povero, sovrappopolato e minato dall´integralismo religioso. Qui è nato, nel 1930, il primo movimento islamista, quello dei Fratelli musulmani. Oggi migliaia di islamisti marciscono nelle carceri egiziane. Recentemente un avvocato, Ayman Nour, ha osato presentarsi alle elezioni presidenziali sfidando il presidente Mubarak. È stato prima estromesso dalla sua attività professionale, poi arrestato con l´accusa di aver falsificato la lista delle persone che avevano firmato per la sua candidatura e condannato a tre anni di carcere.
A volte è un incidente non programmato a scatenare una rivolta, e poi una rivoluzione. È quello che è accaduto in Tunisia, a Sidi Bouzid, pochi giorni prima di Capodanno. Nessuno pensava che da qui si sarebbe arrivati alla caduta del dittatore Ben Ali.
(Traduzione di Elisabetta Horvat)

La Repubblica 16.01.11

" Sei mesi per riscrivere gli statuti. Università: la riforma Gelmini entra in vigore il 29 gennaio", di Ro.Ci.

La riforma Gelmini dell’università è stata pubblicata nella Gazzetta ufficiale del 14 gennaio (supplemento ordinario n°11) ed entrerà in vigore il 29 gennaio 2011. Entro un anno il governo dovrà predisporre tutti i 49 decreti attuativi previsti dal testo, mentre gli atenei avranno sei mesi per riscrivere i loro statuti. È anche previsto un periodo di tolleranza di altri tre mesi, quindi ottobre, dopo il quale se i Senati Accademici e i Consigli di amministrazione non avranno predisposto lo statuto, il ministero dell’università procederà con i suoi esperti alla sua scrittura. Dopo le vacanze natalizie, tutti gli atenei stanno predisponendo le procedure con le quali eleggere le commissioni composte da 12 docenti e ricercatori più due studenti e il rettore. Il movimento No-Gelmini sta cercando di trasferire la sua opposizione in queste commissioni. Si è mossa in questa direzione l’assemblea di ateneo di Palermo che ha chiesto di sottoscrivere una petizione in cui si chiede di eleggere i membri della commissione per non lasciarli scegliere al rettore. Nella stessa direzione sembra andare la proposta di Francesco Peroni, rettore dell’Università di Trieste, che intende convocare «un’assemblea generale di ateneo», per «coinvolgere la comunità universitaria, in tutte le sue componenti». Anche il coordinamento dei professori associati (Conpass, che si riunirà a Napoli il 4 e 5 febbraio) e quello dei ricercatori (Rete 29 aprile il cui coordinamento è stato convocato a Roma giovedì 20 gennaio) hanno messo a punto un documento che si apprestano a diffondere in tutti gli atenei in cui si chiede l’eleggibilità delle commissioni. L’obiettivo di questa azione coordinata è di garantire la rappresentanza all’intera comunità accademica.

Il Manifesto 15.01.11

"La classe operaia deve tornare in Paradiso", di Eugenion Scalfari

Anzitutto l’aritmetica. A Mirafiori ha votato il 94 per cento dei dipendenti, 5.136, tra i quali 441 impiegati, capireparto e capisquadra. Le tute blu, cioè gli operai veri e propri, erano dunque 4.660 in cifra tonda. I «sì» all’accordo sono stati il 54 per cento e i «no» il 46 per cento. Al netto del voto impiegatizio i «sì» hanno vinto per 9 voti, due dei quali contestati. Marchionne aveva dichiarato che per andare avanti doveva avere almeno il 51 per cento. Con il voto dei colletti bianchi lo ha avuto, ma senza quel voto no: ha avuto il 50 più nove voti (o sette), per arrivare al 51 gli mancano 41 voti. Questa è l’aritmetica, che ovviamente non dice tutto ma dice già abbastanza. Dice cioè che la situazione di Mirafiori che esce da questa votazione sarà assai difficilmente governabile tenendo soprattutto presente che una parte notevole dei «sì» ha votato di assai malavoglia e molti l’hanno esplicitamente dichiarato. Ed ora una prima domanda alla quale, oltre che Marchionne, dovrebbero rispondere i dirigenti Cisl, Uil e gli altri firmatari dell’accordo: è possibile che in queste condizioni il 49,91 per cento degli operai di Mirafiori sia privo di rappresentanza? Sulla base di un referendum del 1995 infatti – ribadito nell’accordo Fiat-Cisl-Uil ed altri – la rappresentanza è riservata soltanto ai sindacati che hanno firmato l’accordo, ma i loro delegati non saranno eletti dai dipendenti, saranno «nominati » dai sindacati firmatari.

Avete capito bene? Nominati. Esattamente come avviene per i deputati nominati dai partiti con la legge elettorale chiamata «porcellum», porcheria dal suo autore, il leghista Calderoli, circondata ormai da una generale e bipartisan disistima.
La «porcheria» della rappresentanza a Mirafiori che esclude anziché includere, è in regola, lo ripeto, con quanto stabilito dalle intese sindacali vigenti, ma è clamorosamente contraria al buonsenso e al ruolo di una rappresentanza effettiva. Dequalifica metà dei dipendenti al ruolo di «anime morte» reso celebre da Gogol e prassi costante nelle campagne della Russia zarista fino alla rivoluzione del 1905. Si può adottare nella Fiat del 2011? Ancora qualche numero. I lavoratori di Mirafiori iscritti alla Fiom sono seicento; quelli non iscritti a nessun sindacato sono più di duemila.
Sommandoli insieme, i lavoratori che non avranno rappresentanza saranno a dir poco 2.600 su un totale di cinquemila. Se ne deduce sulla base dei numeri che la maggioranza largamente assoluta degli operai di Mirafiori non sarà rappresentata.
Bonanni e Angeletti ritengono che una situazione del genere sia accettabile da veri sindacalisti, senza degradarli oggettivamente a sindacalisti «gialli»?
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Ho scritto ripetutamente (e ancora il due gennaio) che il problema sollevato da Marchionne non è peregrino e non riguarda soltanto la Fiat.
L´economia globale ha reso possibile la formidabile emersione economica di interi «continenti»: Cina, India, Indonesia, Brasile, Sudafrica. Erano paesi addormentati nella loro miseria che ora irrompono terremotando l´intero pianeta e provocando un trasferimento di benessere dal vecchio mondo opulento verso un mondo nuovo di imprenditori, finanzieri, consumatori e lavoratori.
Il caso Marchionne-Fiat ha messo l´economia italiana di fronte a questa realtà, ma in ordine di tempo è l´ultimo (per ora) non il primo; era stato preceduto da centinaia di altri analoghi casi riguardanti imprese di dimensioni medio-piccole messe fuori mercato dall´economia globale. Ne cito due tra le più note: Merloni e Omsa, ma l´elenco ne comprende (e ne comprenderà) moltissime altre. Il trasferimento di benessere dall´Occidente ricco ai paesi emergenti è un dato di fatto che nessuno potrà bloccare. Un altro dato di fatto riguarda gli assetti sociali e la loro auspicabile evoluzione nei paesi emergenti. Non c´è dubbio che col tempo i diritti dei lavoratori, le loro condizioni e i loro salari tenderanno ad allinearsi a quelli occidentali, ma questa evoluzione sociale richiederà un tempo molto più lungo dell´involuzione economica in atto nell´Occidente. È in corso nei paesi emergenti quello che l´economia classica definì il «risparmio forzato» e cioè l´accumulazione del capitale attraverso lo sfruttamento del lavoro.
Pensare quindi di livellare fin d´ora verso l´alto i diritti e le retribuzioni dei lavoratori di quei paesi è pura illusione. Avverrà viceversa (sta avvenendo) il contrario: sono le condizioni di lavoro in Occidente che scenderanno.
Un´alternativa c´è: il soccorso dello Stato alle aziende in difficoltà. E chiaro che imboccare questa strada porta verso un sistema di economia interamente sovvenzionata. È pensabile un´ipotesi di questo genere? Certamente no.
Allora qual è la strada da seguire? L´ipotesi Marchionne è correggibile senza imboccare quella della sovvenzione alle aziende come sistema?
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Sì, l´ipotesi Marchionne è correggibile anzi, deve essere corretta al più presto perché, così come si è delineata a Pomigliano e a Mirafiori, non è accettabile. Non solo perché moralmente ingiusta ma perché non è funzionalmente percorribile. Ezio Mauro, nel suo articolo di venerdì scorso su questo stesso argomento, ha segnalato che – a detta dello stesso Marchionne – il costo del lavoro dell´automobile grava per il 7 per cento sul costo totale.
È evidente a tutti che non si risolve una crisi di queste proporzioni riducendo quel 7 per cento ed è altrettanto evidente che i rappresentanti dei lavoratori hanno il diritto di sapere come è composto il restante 93 per cento e quali misure vengono prese per ridurlo.
Abbiamo già documentato su queste pagine (Massimo Giannini di ieri) che i salari dei lavoratori dell´auto nelle nazioni europee nostre concorrenti sono nettamente maggiori dei nostri. Dunque c´è un difetto, se non altro conoscitivo, nello schema Marchionne e c´è un altro difetto, in questo caso compensativo, che va colmato. Si toglie benessere da un lato; che cosa si dà dall´altro? Il posto di lavoro, risponde la Fiat. Errore. Il posto di lavoro è un salario che compensa il lavoro. Qui c´è un contratto che incide sul benessere complessivo. Come viene compensato?
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Se si cambia il rapporto tra aziende e lavoratori, tra imprese e sindacati, a causa d´una rivoluzione economica di dimensioni planetarie che incide sui rapporti sociali nei paesi opulenti, la conseguenza è che non si può scaricarne tutto il peso su uno solo dei fattori di produzione. Anche l´altro fattore deve entrare in gioco, deve impegnarsi nell´innovazione dei processi e dei prodotti, deve far aumentare la propria produttività e non solo quella proveniente dal lavoro. E così come l´imprenditore e il management controllano le frazioni di minuto del rendimento dei lavoratori, altrettanto concreto e puntuale deve essere il controllo dei rappresentanti dei lavoratori sugli investimenti innovativi dell´imprenditore. Tanto più se le retribuzioni e i premi del manager dipendono dai risultati.
Quali risultati? Gli incrementi del titolo in Borsa o l´attuazione di un piano industriale? I fattori in gioco non sono due ma tre: il lavoro, il management, gli azionisti. La sede è il consiglio di amministrazione.
Perciò i lavoratori debbono essere rappresentati nei consigli di amministrazione, soprattutto per le imprese quotate in Borsa o al di sopra di certi livelli di fatturato e di occupazione. E debbono essere rappresentati anche in appositi organi che vigilano sull´evoluzione della produttività e sulla sua distribuzione.
La soluzione adottata in proposito dalla Volkswagen è la più aderente a questo tipo di rapporti: una “governance” aziendale duale, con un consiglio di sorveglianza dove siedono anche i rappresentanti dei lavoratori e un consiglio di amministrazione che ne attua la strategia. Ma esiste ancora più pertinente, il caso Chrysler dove i lavoratori allo stato dei fatti sono proprietari dell´azienda.
Infine, poiché la perdita di benessere riguarda l´intera società nazionale e l´intero Occidente, mutamenti compensativi dovrebbero anche avvenire sul recupero di una concertazione tra parti sociali e governo, che fu instaurata da Amato e poi soprattutto da Ciampi nel 1992-93 e durò con indubbi risultati fino al 2001, poi fu smantellata e infine soppressa nell´era berlusconiana.
Quando si chiedono sacrifici ad una parte della società, essi vanno bilanciati con un accrescimento dei poteri di quella parte, altrimenti si provocano terremoti sociali di incalcolabili effetti.
A proposito del movimento studentesco si è detto e scritto che il conflitto va molto al di là della riforma Gelmini.
Il conflitto esterna un disagio profondo dei giovani che riguarda il loro futuro, il loro lavoro, la loro partecipazione alle decisioni che riguardano l´avvenire del Paese.
Credo che analogo sia il modo di sentire degli operai. Il conflitto con la Fiat è un aspetto del problema ma non è il problema. Gli operai sono ancora molti milioni ma nell´opinione generale sembrano inesistenti, non hanno più luoghi appropriati nei quali esprimersi e farsi sentire, i sindacati soffrono della stessa separatezza di cui soffrono i partiti.
I lavoratori, stabili o precari, dipendenti o autonomi, reclamano partecipazione e rappresentanza e questi loro diritti stanno scritti in Costituzione. Anzi, la loro formulazione sta addirittura nell´articolo numero 1 della nostra Carta fondamentale. Ecco perché penso che Marchionne sia stato involontariamente utile. Ha aiutato gli immemori a ricordarsi di quei diritti e alla necessità di attuarli

Post scriptum. Un compito della massima importanza in tutta questa vicenda e nelle sue conseguenze vicine e lontane dovrebbe spettare a chi governa il Paese e “in primis” al presidente del Consiglio. Il quale invece, proprio in queste ore, è affaccendato in tutt´altre faccende: Ruby-Rubacuori e la Procura di Milano che l´ha convocato per il 21 gennaio chiedendo al Tribunale di poter procedere con il rito abbreviato perché gli indizi di prova dei quali già dispone sono tali e tanti da ritenere già chiusa la fase istruttoria salvo gli ultimi interrogatori mancanti.
Non entriamo qui nel merito dei fatti, sono già stati descritti ieri su queste pagine da Giuseppe D´Avanzo con una completezza che non ha bisogno di ulteriori approfondimenti. Ma c´è un punto che merita riflessione e risposta al coro orchestrato dai sodali del premier sotto inchiesta. Costoro sostengono (e l´ha sostenuto ieri con un apposito comunicato lo stesso premier) che la Procura milanese è entrata a piedi uniti nella privatezza di persone perbene e questo sarebbe un inaccettabile sopruso che invalida l´ordine costituzionale e va severamente bloccato e punito.
La riflessione è la seguente: il reato, qualsiasi reato, riguarda l´intimità e la privatezza delle persone. Una persona ne uccide un´altra, oppure la rapina, oppure la deruba, oppure la truffa, oppure la stupra. Come avvengono questi atti? Nel buio, in una casa, in una strada deserta, nell´intimità dei rapporti. Quando il magistrato inquirente ha notizia di un reato e apre un´indagine su quell´ipotesi, deve agire inevitabilmente sulla privatezza delle persone, delle famiglie, dei luoghi sospetti. Le indagini giudiziarie riguardano quei luoghi e quelle persone, ovunque abbiano operato. È bene tenere a mente questo punto che il premier disconosce e i suoi turibolanti altrettanto. Se poi la persona sospettata riveste anche ruoli pubblici, ci sono ovviamente ricadute, ma l´istruttoria e il processo si svolgono nel contesto privato dove gli atti delittuosi sono stati commessi. Chi ritiene eversivi questi modi di procedere, ritiene in realtà eversiva la giustizia e il potere giudiziario nel suo complesso. Il che è gravissimo e, questo sì, eversivo.

La Repubblica 15.01.11