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"Sì alla nuova formazione dei prof", di Alessandra Migliozzi

Via libera, con rilievi, da parte della Corte dei conti. Il consigliere Bruschi: ora i decreti attuativi. Via libera della Corte dei Conti (ma con rilievi) alla nuova formazione iniziale degli insegnanti. Negli scorsi giorni è arrivata la sospirata registrazione del regolamento a cui aveva lavorato il consigliere del ministro Max Bruschi, che era rimasto imbrigliato nelle maglie della magistratura amministrativa a causa di un sospetto di eccesso di delega da parte del ministero.

Ora il problema sembra superato. Con il provvedimento che passa, ma non indenne: la Corte ha oscurato alcuni commi del regolamento, che, come si legge nel documento siglato il 7 gennaio dal dirigente Paola Lo Giudice, andranno eliminati. I commi incriminati sono cinque: articolo 8 comma 2, 15 comma 2 e 22, 15 comma 24, 5 comma 2. In queste porzioni del provvedimento c’è il rinvio «esplicito a successivi provvedimenti per l’istituzione di lauree magistrali relative alle classi di abilitazione della scuola secondaria di secondo grado», si legge sul sito dello stesso Max Bruschi secondo cui comunque «la modifica stilistica non tocca il provvedimento, che può entrare finalmente nella sua fase attuativa». Sui tempi, però, c’è ancora incertezza. Al ministero puntano a far partire i nuovi tirocini abilitanti per chi è già in possesso di una laurea e i nuovi corsi universitari per diventare professori in occasione del prossimo anno accademico. Ma a quanto Italia Oggi è in grado di apprendere su questa scadenza è ancora buio, anche a causa dei tempi lunghi che sono stati necessari per registrare il regolamento in Corte dei Conti. Insomma, il lavoro da fare con le università sarebbe ancora in alto mare per poter partire già a settembre-ottobre. Ma cosa prevede la nuova formazione degli insegnanti?

Per l’insegnamento nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria è previsto un corso di laurea magistrale quinquennale a ciclo unico, niente 3+2 insomma, comprensivo di tirocinio da avviare a partire dal secondo anno di corso. Per l’insegnamento nella scuola secondaria di primo e secondo grado diventa invece obbligatorio un corso di laurea magistrale biennale ed un successivo anno di tirocinio formativo attivo. I docenti dovranno avere una formazione linguistica di livello B2 in inglese e anche competenze informatiche adeguate. I tirocini si faranno sul campo, nelle scuole.

Ora servono i decreti ministeriali attuativi per stabilire, in concorso con le università, modelli di accesso ai corsi universitari. Decreti annuali saranno invece riservati a programmare, come già avviene per le altre lauree a numero chiuso, quanti candidati potranno essere accettati a frequentare i corsi stessi.

da ItaliaOggi 18.01.11

"Precari, solo una settimana per i ricorsi contro le aziende", di Luisa Grion

Basta una raccomandata per far partire la procedura, poi ci saranno 270 giorni per portare le carte in tribunale. Tra i 100 e i 150 mila dipendenti pubblici e privati interessati agli effetti della norma del collegato lavoro. Se siete lavoratori precari e vi state chiedendo se fare o non fare causa all´azienda che in passato vi ha assunto con contratti irregolari, parlate ora o tacete per sempre. Avete sei giorni di tempo a partire da oggi per decidervi. Anzi di meno, perché la deadline è fissata per il 23 gennaio, domenica prossima, giorno festivo. Così prevede la norma del «collegato lavoro» dedicata ai tempi per impugnare un contratto a tempo determinato scaduto.
L´articolo in questione (numero 32), ribattezzato dai sindacati «tagliola anti-precari», stabilisce infatti che a partire dal giorno dell´entrata in vigore della legge (il 24 novembre scorso) i lavoratori che vogliono contestare un contratto a termine, un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa (co.co.co) o a progetto (co.co.pro), hanno sessanta giorni di tempo per passare ai fatti. Dopo la contestazione non sarà più ammessa.
Il fatto è che la norma è retroattiva: vale non solo per i contratti ancora in essere (che dovranno essere impugnati entro due mesi dalla scadenza) o per quelli futuri, ma anche per le prestazioni del passato. Ora o mai più dunque: prima del collegato, invece, per agire in giudizio, non c´era altro termine che la prescrizione (potevano passare fino a cinque anni).
La norma riguarda tutti i contratti, pubblici e privati, è interessa quindi tutti i lavoratori che in passato hanno dovuto fare i conti con accordi senza garanzie, che fissavano sulla carta termini sbagliati o ruoli diversi da quelli effettivamente svolti. La Cgil fornisce una prima stima fra i 100 e i 150 mila precari interessati alla denuncia, ma solo alla fine di questa settimana si saprà quanti sono i dipendenti che hanno effettivamente deciso di fare causa. Fra le categorie più presenti, si prevedono quella dei medici e degli insegnanti nel settore pubblico, i precari della comunicazioni nelle aziende private, i precari Rai e quelli delle Poste.
Secondo il sindacato ci sono due ostacoli che frenano la libera decisione: da una parte la scarsa informazione, dall´altra la paura di entrare in conflitto con aziende che in futuro possono essere ancora datrici di lavoro. Sulla scarsa conoscenza delle nuova norma l´accusa è precisa. «Il governo – dice Fulvio Fammoni segretario confederale Cgil – avrebbe dovuto sentire l´obbligo di informare i lavoratori, anche attraverso l´uso della pubblicità istituzionale, ma non ha fatto nulla. Questa è una norma sbagliata, ingiusta e con vizi di costituzionalità. La legge doveva ridurre il contenzioso e fare trasparenza, ma non sarà così. Rischia di essere una sanatoria per le imprese che mettono in atto comportamenti scorretti». I sindacati, tutti, stanno invitando gli interessati a consultare i loro siti o ad entrare nei loro uffici per avviare la causa, ma anche per avere consulenze in proposito e stabilire se gli accordi contestati sono o no impugnabili.
La procedura, va detto, si può avviare anche comunicando all´azienda l´intenzione di procedere con una semplice lettera (raccomandata con ricevuta di ritorno) che dovrà essere inviata entro e non oltre il 23 gennaio (fa fede il timbro, ma bisogna considerare il giorno festivo). Dopo di che ci saranno altri 270 giorni di tempo a disposizione per portare le carte in tribunale.
Quanto alla libertà di scelta, vanno fatti conti con la stagionalità del lavoro. Molti precari lavorano infatti nella stessa impresa con successivi contratti a tempo determinato e l´intervallo fra l´uno e l´altro può facilmente superare i 60 giorni. Prima di impugnare il «vecchio» accordo, il precario farà inevitabilmente i conti con la possibilità di un rinnovo. E forse deciderà di tacere.

La Repubblica 18.01.11

"Le Asl mandano in rosso le scuole", di Alessandra Ricciardi

È come un fiume che si ingrossa, ogni giorno che passa c’è una nuova scuola che riceve richieste pressanti di pagamento da parte della Asl locale. Fatture che -dal Veneto al Piemonte alla Campania- vanno dai 100 ai 300 euro per un mese di visite mediche di controllo (circa 30 euro a visita) chieste dagli istituti scolastici. Le fatture più vecchie risalgono a gennaio 2006, mese di picco stagionale causa influenza, ed è su queste che c’è la maggior premura delle aziende sanitarie. Obiettivo: evitare che dopo 5 anni i pagamenti cadano in prescrizione. E si arriva fino a questi ultimi mesi quando vi è stata una vera impennata nei controlli. Il decreto legge 112/2008 ha infatti imposto l’obbligo delle visite fiscali nel pubblico impiego anche per un solo giorno di malattia. In media, secondo stime sindacali, gli arretrati arrivano complessivamente a 10-15 mila euro, a seconda del tipo di istituto. Un vero salasso per quelle scuole, e sono tante, che sono già in difficoltà, capace di mandare in rosso il fondo ordinario per il funzionamento. Ma gli istituti, al momento, non hanno nessuna scappatoia giuridica per sottrarsi alle richieste, visto che con una sentenza della Consulta del 2010 si è stabilito che le regioni non hanno competenza in materia.

Deve pagare lo stato centrale, che ha imposto l’obbligo, e dunque pagano le scuole. Del resto, nel caso in cui si dovesse passare alla messa in mora per mancato pagamento, il danno erariale ricadrebbe direttamente sul dirigente. Letteralmente tra l’incudine e il martello, questi, stretto tra la necessità di far fronte a spese più urgenti, quelle per il funzionamento delle scuole, e l’evasione delle fatture delle Asl. Ecco perché, nelle varie conferenze di servizio convocate d’urgenza sul territorio, molti dirigenti stanno rivendicando un intervento del ministero dell’istruzione: o si danno più fondi proprio per le visite fiscali oppure si ripristina un minimo di discrezionalità nella scelta dei controlli da fare. Perché nella lotta ai fannulloni, di cui la visita obbligatoria è un’arma, non ci siano costosi automatismi.

da ItaliaOggi 18.01.11

"L'Europa stretta tra i giganti", di Marta Dassù

Difficile, anzi impossibile, che la visita di Stato di Hu Jintao negli Usa fallisca. Da Pechino e da Washington è descritta come la visita più importante da trenta anni. Da quando Deng Xiaoping, nel suo pragmatismo, decise di chiedere l’aiuto del capitalismo americano per salvare il comunismo cinese. Ma difficile anche che il summit Hu-Obama riesca a cambiare le cose: la superpotenza di ieri e di oggi, l’America, e il suo sfidante di domani, la Cina, sono condannate a un rapporto ambiguo. Perché hanno interessi e visioni troppo diversi – su di sé e sul proprio ruolo nel mondo – per riuscire a costruire un vero condominio; ma hanno anche legami economici e finanziari troppo importanti per potersi permettere una rottura. Per questo il G-2, più che la guida del XXI secolo, sembra soprattutto un compromesso: parziale e temporaneo.

La storia delle relazioni internazionali non è affatto tranquillizzante su quello che potrebbe accadere. Tutte le volte che una nuova potenza ha sfidato l’ordine costituito, sono nati tensioni e conflitti. Il problema degli Stati Uniti di oggi, di fronte all’ascesa di una Cina che ha in tasca il 25% di tutte le riserve finanziarie al mondo e larga parte del debito estero americano, ricorda agli studiosi anglosassoni il declino dell’impero britannico di fronte all’affermazione dell’America e del dollaro. La crisi finanziaria del 2008 ha rafforzato la sensazione che un ciclo si sia compiuto: l’America è l’Impero democratico del passato, la Cina è l’Impero di Mezzo, neo-confuciano, che ritrova la grandezza perduta e conquista il futuro.

Può darsi: ma è una previsione superficiale o almeno semplicistica perché trascura una serie di incognite decisive, anzitutto sulla tenuta del modello cinese. La Cina deve ancora dimostrare, con un Pil pro capite attorno ai 4000 dollari, che riuscirà a diventare ricca prima di diventare vecchia (la demografia va in questo senso); e non è chiaro come riuscirà a tenere insieme i delicati tasselli del proprio miracolo economico. L’inflazione, che oggi si riaffaccia, è una spia ricorrente di possibili tensioni sociali; rese più delicate dalla successione prevista, nel 2012, alla «quinta generazione» di leaders. Hu Jintao è consapevole di questa potenziale fragilità interna; per questo, seduto a cena alla Casa Bianca, dirà a Obama che la Cina ha comunque bisogno di un rapporto costruttivo con l’America. E delle sue tecnologie.

Il Presidente americano, che guarda invece alla rielezione nel 2012, ha nella Cina un punto debole. Ha gestito male la fase iniziale dei rapporti con Pechino (la famosa mano tesa del 2009); e Cina significa per gli americani – all’inizio di una ripresa senza posti di lavoro – competizione sleale e delocalizzazione. Obama tenterà di fare capire ai suoi elettori che un rapporto cooperativo con Pechino è il male minore possibile; ma dovrà anche ottenere qualcosa, di vero o di semi-vero: la parziale rivalutazione dello yuan, già in corso; progressi sulla tutela della proprietà intellettuale; accordi sulle energie rinnovabili.

Entrambi, Obama e Hu, sanno che il 2010 è stato un anno fallimentare per il «rapporto bilaterale più importante al mondo» – per usare l’espressione di Hillary Clinton che innervosisce gli europei. Dovranno ricominciare da capo dal punto meno facile: la costruzione di un minimo di fiducia reciproca.

Sulle questioni commerciali e valutarie la tensione di partenza è forte; ma lo sono anche i vincoli. L’America indebitata non può alienarsi il suo principale creditore; la Cina non può rischiare di scatenare tensioni protezionistiche nel nuovo Congresso americano. Per ora una Cina che investe miliardi di dollari a sostegno dell’euro e prevede un futuro in cui lo yuan diventerà una moneta internazionale di riserva non può che difendere il dollaro. Il predominio internazionale del dollaro, ha dichiarato Hu Jintao al Wall Street Journal, è un prodotto del passato; ma il futuro non è ancora qui. Solo quando avrà mercati finanziari aperti e molto più liquidi – in altri termini: quando avrà modificato l’attuale modello di capitalismo di Stato – la Cina potrà pensare a una sua moneta globale. E fino a quando l’economia cinese dipenderà dal dollaro, Obama lo sa, anche la nuova assertività dei militari resterà sotto controllo.

La sicurezza asiatica, come hanno dimostrato le frizioni del 2010, ha tutti gli ingredienti per forti tensioni. Washington sta rilanciando le vecchie alleanze regionali, cosa che la Cina legge come una nuova strategia di contenimento ai suoi danni. Pechino rivendica interessi nazionali nel Mar Cinese meridionale, e l’America si chiede quanto bilanci militari poco trasparenti servano a preparare la proiezione della forza cinese, chiudendo la fase del «basso profilo» in politica estera. Ma anche qui: per ora Washington e Pechino preferiscono cooperare al minimo (la crisi coreana ne è un esempio, così come le sanzioni all’Iran) piuttosto che entrare in una prova di forza. Poi si vedrà.

Dopo le ingenue aspettative del 2009 e le tensioni eccessive del 2010, il vertice di Washington segnerà probabilmente un giusto riequilibrio. Il condominio che l’Europa teme non nascerà. La Cina non ha ancora veramente deciso come trasferire la propria ascesa economica in responsabilità internazionale; l’America non sa ancora come adattarsi a un sistema globale che non riesce più a dominare. L’Europa sbaglierebbe, tuttavia, se si limitasse a tirare un sospiro di sollievo. Il sistema internazionale cambierà comunque: e se un accordo fra i Grandi non ci sarà, ci sarà uno scontro. Se non riuscirà a creare le premesse per fare parte di chi decide, invece di chi subisce, il Vecchio Continente verrà sballottato fra la vecchia dipendenza dalla sicurezza americana e i nuovi soldi che arrivano dalla Cina. Uno scenario poco piacevole, da qualunque parte lo si guardi.

La Stampa 18.01.11

"La sindrome della giovinezza", di Ilvo Diamanti

La gioventù manifesta segni di disagio sempre più vistosi. Proteste e ribellioni si alternano a ondate di violenza urbana. In Europa e oltre. Lo ha scritto Bernardo Valli nei giorni scorsi su queste pagine, per spiegare il crollo del regime in Tunisia. «le rivolte giovanili -ha scritto Valli- sono potenti detonatori che possono imporre svolte politiche». Anche, se le tensioni espresse dai giovani non rivelano tematiche comuni, espresse da componenti specifiche. Disegnano, invece, una scena composita. Più che un movimento indicano, forse, una «sindrome». Un malessere che presenta sintomi diversi di origine diversa. Con un volto comune, riconoscibile dall´età. Giovane, talora giovanissima.
Gli episodi che compongono la “sindrome giovanile” sono numerosi ed eterogenei. Per contesto, contenuto, modello di azione. Ne isoliamo alcuni, particolarmente noti.
Ci sono, anzitutto, le rivolte studentesche. Si susseguono in diversi paesi europei, con vampate improvvise. In Grecia: nel 2008, dopo la morte di un ragazzo in seguito a scontri con la polizia. Negli scorsi mesi, dopo la manovra del governo per rispondere alla crisi economica e finanziaria. Adeguandosi alle condizioni imposte dalla Ue. In Inghilterra, il mese scorso, dopo la decisione del governo di aumentare le rette nelle università, è esplosa una vera guerriglia. Decine di migliaia di studenti, fiancheggiati dai genitori, hanno trasformato gli spazi intorno alla Camera dei Comuni e a Westminster in un campo di battaglia. In Francia è da anni che gli studenti manifestano. Nel 2006: contro la legge che istituiva il «contratto di primo impiego». Nello scorso autunno: contro la riforma che eleva l´età della pensione. Si sono mobilitati in massa, in tutta la Francia. La protesta degli studenti ha investito anche la Spagna, a sostegno degli scioperi proclamati dai lavoratori contro lo stato miserevole del mercato del lavoro e i tagli della spesa sociale.
In questa chiave vanno considerate anche le manifestazioni che si sono svolte in Italia, nello scorso autunno, contro la riforma Gelmini. Promosse da studenti e ricercatori.
Ma la sindrome giovanile non ha interessato solo le scuole e gli studenti. La contrassegnano anche le rivolte che hanno incendiato (letteralmente) le banlieue di Parigi nel 2005 – e in seguito. Protagonisti: non studenti, ma adolescenti «marginali» di origine africana e maghrebina.
Infine, va considerato anche ciò che sta avvenendo in Tunisia. Dove il regime guidato da Ben Ali è crollato all´improvviso, sotto la spinta di una rivolta che ha ragioni sociali, economiche e politiche profonde. Innescata dal gesto disperato di un giovane di 26 anni, Mohammed Bouaziz, laureato in economia, ambulante occasionale. Si è dato fuoco per protestare contro il sequestro del suo banchetto di frutta e verdura. E i giovani, gli studenti costituiscono una parte importante, forse maggioritaria, della mobilitazione che si è propagata nel paese. Contagiando la vicina Algeria, trascinata, anche lì, dai giovani.
Contesti diversi, motivi diversi, obiettivi diversi. Una comune connotazione generazionale. Marcata da problemi comuni.
La disoccupazione, anzitutto. Colpisce il 40% dei giovani (15-24 anni) in Spagna, il 20% nella zona di Parigi, il 25% in quella di Londra. E il 29% in Italia, ma 10 punti percentuali in più nel Mezzogiorno. In Tunisia – rammentava ancora Bernardo Valli – il 72% dei disoccupati ha meno di 29 anni. In Marocco: il 62%. In Algeria: il 75%. Dovunque, per i giovani, è divenuta normale la precarietà. In Italia, più di 2 milioni di giovani non studiano e non lavorano (dati Istat). Stanno lì, ai margini, ad attendere che qualcosa succeda. E intanto fanno lavori e lavoretti informali, oltre che temporanei. Si dice, con un po´ di retorica, che i giovani sono vittime di un «furto del futuro». Vero, ma non basta. Occorre aggiungere che il loro futuro è pesantemente consumato dal presente. La disoccupazione e la precarietà di oggi: appaiono senza fine. In-finite. Peraltro, la società, la politica, gli adulti: non offrono più modelli, né riferimenti. I sistemi di valore, le organizzazioni di rappresentanza politica, per primi i partiti. Sono in crisi. Prevalgono, invece, le logiche del marketing, dei media. Che schiacciano l´orizzonte sul presente. Anzi, sul “quotidiano”. Così si affermano sentimenti di sfiducia e delusione. Oppure, all´opposto, si diffondono le proposte fondamentaliste. Perché danno significato al malessere, alla protesta. Ma anche alla domanda di identità e di riconoscimento.
A questa sindrome contribuisce l´insofferenza verso la riduzione dell´intervento pubblico, in particolare – ma non solo – nella scuola e nell´università. I giovani temono il declino dello Stato previdenziale e provvidenziale – e, dunque, l´indebolirsi – ulteriore -delle garanzie per il “loro” futuro. Difficile spiegare loro che i tagli e le riforme servono a rimediare ai danni prodotti dai più anziani. Difficile chiedere loro di farsi carico della competizione globale. Di pensare in chiave futura, se il futuro – per loro – non esiste più. È stato abolito. Da qui la differenza da altre, precedenti, ondate di protesta. Il Sessantotto, in particolare. Era un movimento anti-autoritario. Progettuale. Oggi invece la protesta giovanile riflette uno stato di necessità. Anche in Italia, dove solo il 10% della popolazione ha tra 15 e 24 anni (in Tunisia è il 25%). La loro protesta è una forma di legittima difesa. Serve a rivelare al mondo che esistono. D´altronde, i giovani italiani sono largamente a-ideologici. Comunque, più a destra dei loro genitori (socializzati intorno al Sessantotto). Non credono nei partiti e neanche nel Parlamento. Sono presidenzialisti. D´altronde, sono cresciuti nell´era di B., della Lega e dei partiti personali. Comunisti e democristiani, per loro, sono parole in-significanti. Quando sono nati, il muro di Berlino era già caduto. Oppure era lì lì per crollare. Sono i ragazzi della Seconda Repubblica. Una generazione im-mediata. Ancora poco auto-consapevole. Non crede alle mediazioni ed è abituata a fare i conti con il presente immediato. Questi giovani, sono reattivi, pronti a sperimentare vecchie e nuove forme di partecipazione. Le loro famiglie: li tutelano, ma, al tempo stesso, li mantengono in libertà vigilata. Una condizione – in apparenza – comoda. In realtà, frustrante e sempre più difficile da sopportare. A (da) cui i giovani sperano di (s)fuggire. Prima o poi esploderanno anche loro.

La Repubblica 17.01.11

Pd Emilia-Romagna: «Primarie per voto nazionale»

Primare nel Pd, argomento “caldo” tra i democratici: ci saranno elezioni a Bologna, Napoli e Torino. E forse nazionali. Fassino dà il via alle primarie del capoluogo piemontese.
Bonaccini: primarie per candidati nazionali. ”Se si dovesse andare alle elezioni politiche con questa orrenda legge elettorale, il Pd dell’Emilia-Romagna proporra’ di fare le primarie per scegliere i candidati”,dice il segretario regionale Stefano Bonaccini, a ‘Prossima fermata Italia’ l’iniziativa dei rottamatori a Bologna. ”La cosa importante quando si fanno le primarie – ha detto – e’ che non devono essere un’occasione di divisione. Dal giorno dopo l’avversario diventa la destra”.

Civati: basta “però” sulle primarie
”Vorrei che non ci fossero piu’ ‘pero” sulle primarie, mi sembra bizzarro fare pubblicita’ negativa a questo strumento”. Chiosa Pippo Civati, consigliere regionale del Pd della Lombardia e animatore del gruppo dei ‘rottamatori’ all’incontro bolognese, visto che che domenica prossima si scegliera’ il candidato sindaco del centrosinistra. ”Io detesto – ha esclamato Civati – il partito democratico quando non fa il partito democratico, strategie e tattiche lo stanno ammazzando”.

Rottamatori, non c’era Renzi
Il treno di ‘Prossima fermata Italia’, quello dei ‘rottamatori’, messo in moto a Firenze da Matteo Renzi e Pippo Civati, ha fatto tappa a Bologna. Una convention con molte persone, ma più breve (un pomeriggio) e focalizzata sui temi bolognesi (a sette giorni dalle primarie del centrosinistra) di quella della Stazione Leopolda di Firenze. Non c’era Matteo Renzi, dopo le divergenze con l’altro ‘rottamatore’ Civati. Il consigliere regionale lombardo ha pero’ rassicurato il sindaco di Firenze che il movimento di ‘Prossima fermata’ non si trasformera’ in una corrente, ”semmai siamo un lago”.

A Torino partono le primarie. Con Fassino
Tutto questo però mentre le primarie partono. Proprio oggi Piero Fassino ha iniziato la sua campagna in vista delle primarie per scegliere il sindaco di Torino e che si svolgeranno il 27 febbraio. Fassino ha scelto il Lingotto e ripreso il titolo del bel film di Eastwood “Gran Torino” per il battesimo ufficiale. “Scommettere su una città che sia all’altezza della sua grandezza”. “Torino è la mia citta’. Penso sia giusto mettere a disposizione la mia esperienza, ciò che ho conosciuto, imparato e realizzato e che possa consentire di dare a Torino una guida forte e autorevole. Essere sindaco di Torino non è meno importante che fare il ministro, perche’ vuol dire essere a capo di una grande citta’ che pesa su destino dell’Italia”.

Fassino: voto torinese avrà peso nazionale
Il candidato dice di avere in mente tre parole chiave: innovazione, fraternità, accoglienza. E ribadisce che le amministrative torinesi avranno una forte eco nazionale.”Considerata la crisi politica e morale in atto, nel crepuscolo di una destra non piu’ all’altezza” per Fassino le elezioni torinesi rilanceranno la questione del Nord”.

L’Unità 17.01.11

"Per il rientro dei cervelli il bonus non basta", di Luigi Filippini*

Al “rientro dei cervelli” è stata destinata un’ampia produzione normativa. Misure il cui esisto è finora stato incerto e deludente. Perché è importante il rientro dei cervelli? Perché lo sviluppo di un Paese dipende anche dal capitale umano esistente.
Non è facile dire quanti siano gli italiani che lavorano in università o in centri di ricerca all’estero: una stima ipotizza non meno di 20mila. Di certo, coloro che sono ritornati, anche sulla base dei provvedimenti del ministero, sono stati poche centinaia di cui la maggior parte è poi ritornata all’estero.
Le ultime disposizioni sono contenute: 1) nella legge 4 novembre 2005 n. 230; 2) nelle linee guida per il 2005 del decreto ministeriale n. 18/2005; 3) nel Programma per Giovani Ricercatori “Rita Levi Montalcini” del 2009. Anche la legge di riforma dell’università (la legge Gelmini) tratta ampiamente il tema.
La prima norma prevede la chiamata diretta come professore di prima o seconda fascia di studiosi italiani impegnati all’estero, che abbiano conseguito una posizione accademica di pari livello: un cervello torna stabilmente: cioè, entra nei ruoli della docenza universitaria italiana. Anche la legge Gelmini prevede tale possibilità.
Con un apposito finanziamento, la seconda norma permette a ricercatori con attività stabile all’estero da almeno tre anni di ottenere un contratto a termine (rinnovabile entro stretti limiti) con un’università italiana impegnandosi a un’attività continuativa, esclusiva e a tempo pieno. Inoltre questi studiosi sono tenuti a presentare una dichiarazione dell’università o istituzione di origine che attesti la loro messa in congedo o in aspettativa senza assegni per la durata del contratto.
La terza disposizione, con un finanziamento di 6 milioni di euro, offre a giovani studiosi stranieri e italiani, in possesso del titolo di dottore di ricerca o equivalente conseguito da non più di sei anni e impegnati all’estero da almeno un triennio, l’opportunità di svolgere attività di ricerca in Italia. Il compenso lordo annuo era di 40mila euro. La legge Gelmini prevede, inoltre, la possibilità che il titolare di un contratto, dopo aver conseguito l’abilitazione scientifica a professore associato, sia inquadrato in tale ruolo.

La domanda, allora, è: date norme e risorse, perché il rientro dei cervelli non ha funzionato?
A mio avviso anche per mancanza di flessibilità dello stato giuridico dei professori e dei ricercatori. Un professore o un ricercatore che ritorna è lock-in: perde il legame istituzionale con l’istituzione estera e ricade nella legislazione italiana. Se volesse continuare a fare ricerca e a insegnare all’estero, a esempio nella sua “vecchia” università, dovrebbe sottostare alla normativa esistente.
Ma la disciplina sulla compatibilità dell’insegnamento all’estero per i docenti in ruolo nelle università italiane è lacunosa e la sua applicazione risulta dall’intreccio e dalla interpretazione non semplice e univoca di una serie di norme, nessuna delle quali regola direttamente e compiutamente il problema. Si può scegliere di continuare ad assolvere i propri compiti nella università italiana di appartenenza (didattici e altri) ed essere autorizzati a svolgere attività didattiche e di ricerca all’estero. Se si chiede di essere esentati dai compiti nella università italiana di appartenenza esiste il congedo di breve durata oppure il congedo straordinario di più lunga durata. La legge Gelmini prevede ora anche un’aspettativa per un periodo di cinque anni.
È evidente la rigidità della normativa in un contesto in cui la flessibilità è premiante. La possibilità che un professore o un ricercatore facciano parte a pieno titolo di una università o di un centro di ricerca all’estero aiuta il trasferimento di conoscenze, di know how, il movimento di allievi. Cosa che allo stato attuale non è possibile. Di qui la necessità della riscrittura delle norme sullo stato giuridico, sull’incompatibilità e poi della compatibilità con il tempo pieno. In altri sistemi, per esempio Gb e Usa, questi aspetti sono superati.
Un esempio da seguire per migliorare il livello della ricerca e della didattica.

*Docente di Economia politica nella facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano

Il Sole 24 Ore 17.01.11