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“Fiom discuta con noi su come restare dentro la fabbrica”, intervista a Susanna Camusso di Roberto Giovannini

Una fabbrica non è una partita di pallone, non vince chi fa più gol. Hanno prevalso i sì, ma credo vada valutato che per gestire Mirafiori è stata scelta la strada del comando autoritario. E nessuno mi convincerà mai che l’autoritarismo sia più efficace, in termini di qualità, di condizioni decise in modo consensuale».
Susanna Camusso, la Cgil riconosce il risultato del referendum?

«Certo: avevo chiesto di votare, indicando il no. Ma riconoscere il risultato significa capire che il progetto della Fiat non ha raccolto il consenso degli operai. Nel voto operaio la distanza tra i sì e i no è di nove voti, e se si osserva il voto al montaggio e alla lastratura, la cui vita è direttamente cambiata dall’accordo ad excludendum, il no prevale nettamente».

Eppure, hanno prevalso i sì. E’ una sconfitta della Fiom?

«Continuo a pensare che quando si perde c’è una quota di responsabilità propria: è la lezione di Di Vittorio. Bisogna però riconoscere alla Fiom di aver fatto un straordinario lavoro a sostegno del no, mettendoci faccia, iniziativa e fantasia. Nessuno può dire che sia minoritaria e isolata».

Dunque la Fiom dovrebbe aderire all’intesa?

«Deve continuare a discutere con noi su come restare in fabbrica. Ma è un problema che riguarda tutti: davvero Cisl e Uil pensano di andare avanti senza consentire ai lavoratori di eleggere rappresentanti? Abbiamo tempo un anno per fare riflessione. Lo dico a Cisl e Uil, ma anche a Confindustria. Dice che con il contratto dell’auto la Fiat rientrerà nel sistema confindustriale? Ma si può immaginare un modello di relazioni fondato sullo strappo continuo?».

Perché lei ritiene che Fiat non rientrerà in Confindustria…

«So che nel frattempo per due dei suoi più grandi stabilimenti non riconosce contratto e rappresentanza. A Confindustria e agli altri sindacati chiedo come possiamo esercitare il nostro ruolo perché il sistema abbia regole cogenti per tutti».

Chissà se Confindustria, Cisl o Uil saranno davvero interessate a ristabilire queste regole.

«Qualunque sindacato deve chiedersi come dar voce a chi ha detto che quelle condizioni di lavoro sono insopportabili. Il segretario della Cisl ha detto che non gli piace che noi non siamo rappresentati. Possiamo discutere come uscirne? Noi proponiamo un accordo per una legge che renda effettiva la validità erga omnes dei contratti. Ho visto dichiarazioni interessanti in merito di Sergio D’Antoni, del presidente Gianfranco Fini, del ministro Roberto Maroni. In un Paese normale il governo convocherebbe le parti per risolvere il problema».

C’è la possibilità che l’esempio Fiat sia imitato da altri.

«Credo sia interesse di tutti non moltiplicare questi casi».

Marchionne ha detto che il voto è una svolta storica contro l’immobilismo. Un voto contro la Cgil?

«Un po’ di moderazione farebbe bene a tutti».

Non sarebbe stato meglio per la Fiom firmare a giugno 2010 l’accordo di Pomigliano, ed evitare le newco?

«Qualche responsabilità c’è, di fronte a una sconfitta. Ma si è visto che la riorganizzazione produttiva ha in realtà lo scopo di eliminare ogni opinione differente. Nessuno che si fa accompagnare lieto dal carnefice».

E adesso, vi aspettate una newco con le nuove regole di Mirafiori anche a Melfi e Cassino?

«Il timore che questo schema si ripeta c’è. Confido che persone intelligenti come quelle che occupano il vertice Fiat colgano fino in fondo il senso di questo voto. Sono i lavoratori a dire che non si può continuare così».

La sinistra si è divisa sull’accordo e sul voto. Che opinione ne ha?

«Non ha una rotta, una bussola, un’idea. Ha una gran voglia di invadere il nostro campo. Facile schierarsi, nel dibattito sindacale; ma non sanno che idea di Paese hanno in mente. Vale ancor di più per il governo, che ha accreditato l’idea che questo è un Paese in cui si può fare di tutto. Nessun primo ministro direbbe quel che ha detto il nostro, che se la Fiat se ne va fa bene. Capisco, come ci dicono le cronache, che era un tema che lo preoccupava meno di altri».
“LE ALTRE SIGLE «Non penso che sostengano un modo di contrattare che vede un sindacato escluso»”

La Stampa 16.01.11

Adulterare gli alimenti non è più reato Legge cancellata dal 'semplificatore' Calderoli

Il provvedimento ‘taglialeggi’ abroga la l.263 del 1962, che puniva le sofisticazioni dannose alla salute. La denuncia del pm Guariniello: “Bloccati i processi sulla mozzarella blu e su altri casi simili”. Il Pd: “Presenteremo un emendamento al decreto milleproroghe”. Più che semplificare, il ‘taglialeggi’ varato dal ministro Roberto Calderoli rischia di azzerare l’ordinamento giuridico, abrogando leggi di vitale importanza. Se infatti si è rivelato un falso allarme quello dell’abrogazione del tribunale dei minori 1 (in effetti la norma di abrogazione c’era, ma è stata corretta in extremis prima della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale), al momento sembra definitiva l’abrogazione della legge 263 del 1962, che puniva le adulterazioni alimentari. A denunciarla il pm di Torino Raffaele Guariniello, che si occupa abitualmente di questo tipo di reati, e che dalla seconda metà di dicembre si trova di fatto bloccato, non avendo più alcuna normativa alla quale fare riferimento. Tra i procedimenti bloccati c’è anche quello sulle “mozzarelle blu”.

Ma come si è arrivati all’abrogazione di una legge così importante, che tutela la salute dei cittadini? Il provvedimento “taglia-leggi” del ministro per la semplificazione, Roberto Calderoli, ha cancellato le norme risalenti a prima del 1970. Per evitare che finissero al macero delle leggi di cui si riteneva “indispensabile la permanenza in vigore”, il decreto 179 del 2009 aveva previsto che entro un anno venissero corretti “eventuali errori e omissioni”, stilando un apposito elenco di provvedimenti da salvare: la 263/62, non vi compare e, quindi, deve essere considerata abrogata a partire dall’11 dicembre.

Finora il pm Guariniello aveva continuato a indagare su “mozzarelle blu” e altri fenomeni analoghi grazie a una sentenza della Cassazione, depositata il 31 marzo 2010, che analizzando l’intreccio delle norme stabiliva che la 263/62 restava in vigore fino a dicembre. Il termine, però, ormai è scaduto e adesso, anche se la legge venisse riesumata, i processi si concluderanno con delle assoluzioni in base al principio che devono essere applicate le norme più favorevoli agli imputati.

Il magistrato ha preso contatto con il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, per chiedere se è possibile prendere dei provvedimenti che salvino le indagini. La vicenda viene anche denunciata dal Pd, che annuncia la presentazione di “un emendamento al decreto milleproroghe per ristabilire la legge sulla tutela degli alimenti e salvaguardare la salute a tavola degli italiani”.

Proprio questa mattina, Guariniello ha sospeso la procedura verso il rinvio a giudizio per due casi, scoperti a Torino, di messa in commercio di pesce adulterato: “Restiamo senza il baluardo che ci permetteva di combattere adulterazioni e contaminazioni”, ha denunciato il magistrato, ricordando che anche “in passato c’erano stati blandi tentativi di depenalizzazione che non erano andati a buon fine. Ma questa non è una depenalizzazione: è un’abrogazione vera e propria. Vuol dire che certi comportamenti diventano leciti”.

Secondo Guariniello è possibile tuttavia che il governo trovi il modo di ripristinare la legge. “Ma il problema – spiega – è che dallo scorso dicembre la 283 è stata di fatto eliminata, visto che non è stata inclusa nello speciale elenco delle norme da salvare. Per questo motivo, in tribunale non può più essere applicata. E gli imputati, in caso di processo, a meno che non vengano contestati anche altri reati, dovranno essere assolti”.

Secondo quanto ha potuto accertare l’Ansa, il primo caso di assoluzione si è verificato lo scorso 21 dicembre in un tribunale dell’Italia del Sud. L’interessato era il gestore di un esercizio commerciale: il suo avvocato ha sollevato la questione e il giudice lo ha assolto “perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato”.
Ma questa non è una depenalizzazione: è un’abrogazione vera e propria. Vuol dire che certi comportamenti diventano leciti”.

www.repubblica.it

La crisi di CIVIT dimostra il fallimento di Brunetta

Giovanelli chiede le dimissioni di Brunetta da ministro: “Nomine clientelari e corruzione in aumento”. “Finalmente il velo dell’ipocrisia e della demagogia si è strappato. Noi abbiamo avuto forti dubbi sulla utilità e sulla efficacia della Commissione per la valutazione e la trasparenza della pubblica amministrazione”. Così l’on. Oriano Giovanelli, Presidente del Forum della Pa e innovazione del PD commenta la notizia di oggi su La Repubblica che tratta sulle dimissioni di Pietro Micheli dalla Civit per “troppa burocrazia e pressioni” all’interno dell’ente. “Si trattava di una specie di specchietto luccicante – continua il deputato del PD – sopra una riforma che riproponeva vecchie ricette dirigiste e centraliste. Ne abbiamo poi criticato la sostanziale dipendenza dal ministro e l’esorbitante costo. Questo è il risultato. Il manifesto più eloquente del disastro Brunetta. Prima l’esproprio sulle scelte per la Pa che Tremonti ha fatto ai suoi danni, poi le nomine clientelari, l’aumento della corruzione, poi ancora la sostanziale indifferenza del sistema alla sua tanto strombazzata riforma; ora anche il fallimento della Civit. Brunetta si dimetta – conclude Giovanelli – per manifesta incapacità e inutilità”.

www.partitodemocratico.it

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“Lotta ai fannulloni la commissione fa flop”, di PAOLA COPPOLA

Una riforma storica, che l´Italia aspetta da anni, divenuta un giocattolo nelle mani della politica. Impantanata tra gli «adempimenti burocratici» che non snelliscono la pubblica amministrazione né migliorano i servizi ai cittadini. E che ora rischia di fallire. Con una lettera-denuncia al ministro Renato Brunetta si consuma l´addio di Pietro Micheli dalla Civit. La Civit è la Commissione indipendente per la valutazione, la trasparenza e l´integrità delle amministrazioni pubbliche, che ha un ruolo di primo piano nell´attuazione della riforma.
Micheli si è dimesso due giorni fa, torna a lavorare all´estero, uno dei 5 membri nominati a dicembre 2009, arrivato apposta dalla Gran Bretagna, dove era consulente del corrispettivo organismo inglese. Va via perché «non credo vi siano più i presupposti per lavorare», dice. E accusa: a dispetto dei risultati iniziali, i difetti nell´impianto e «i gravi difetti nel modo in cui sta essendo attuata, rischiano di far naufragare» la riforma.
Nelle sue parole c´è il rammarico di chi ha trascorso 150 giorni per il Paese a parlare con dipendenti e amministratori, spiegare il testo, scrivere documenti, e oggi traccia un bilancio negativo. Ritiene che la nota “autorità anti-fannulloni” rischia di perdere la partita perché non ha margini d´azione. «La mia valutazione attuale – si legge – è che i limiti stiano prevalendo sul cambiamento e i vizi di un sistema da riformare non siano stati affrontati in modo corretto e con l´intensità di energie politiche e risorse economiche che la sfida richiede».
Sotto accusa l´impianto della riforma costruita sui cardini della performance e della valutazione e i poteri della Commissione – finita nella bufera quando il presidente Antonio Martone, anche se non indagato, è rimasto coinvolto nell´inchiesta sull´eolico e la nuova P3 – , che deve indirizzare, coordinare e sovrintendere alle valutazioni dei dipendenti pubblici e garantire la trasparenza delle amministrazioni. Dopo il consenso della campagna anti-fannulloni, la riforma si è concentrata sulla “performance individuale” dei dipendenti.
Premi e sanzioni ne sono stati il fulcro, ma le risorse per i primi sono state azzerate dalla legge di stabilità. L´assenteismo si è ridotto, ma «ha finito per deprimere la reputazione e il senso di appartenenza di tanti», denuncia Micheli. Che tornelli e telecamere non basteranno a rimotivare. «Per rendere la PA più efficiente e competitiva bisogna risolvere i problemi a livello organizzativo e di sistema» suggerisce l´ex membro della Civit «puntando sulla creazione di valore pubblico e la valutazione degli impatti dell´azione amministrativa».
Per chiarire la sua scelta ricorda anche le difficoltà. La Commissione non ha potere ispettivo né sanzionatorio, come il National Audit Office inglese che ha un organico di 800 persone contro le 12 di quello italiano, senza sede propria ma ospitato dagli uffici dell´Aran. La commissione è indipendente solo sulla carta: «Le ingerenze della politica sono fortissime – racconta Micheli – ha un budget di 8 milioni di euro l´anno: la metà va a progetti vagliati da Brunetta e dal ministero dell´Economia». E ricorda che «oltre alle pressioni su come usarli, i fondi stanziati per il 2010 non sono ancora allocati».
Ruolo e compiti si sovrappongono a quelli di altri soggetti che interagiscono con la PA, come la Ragioneria dello Stato. Non manager ma soprattutto giuristi i suoi membri, la cui indipendenza è minata dal fatto che «il governo si riserva di determinare nomine, compensi e ambiti di operatività». E nei prossimi mesi – prevede Micheli – ci sarà un fuggi-fuggi dei ministeri dalla valutazione dei dipendenti, come già è accaduto con l´autoesclusione della presidenza del Consiglio e del ministero dell´Economia.

La Repubblica 15.01.11

«Rifugiati. L’Italia sempre più ostile», di Marco Pacciotti

Rari nantes in gurgite vasto” ovvero “sperduti naviganti nell’immenso gorgo”. Così Virgilio descriveva Enea e i suoi in vista dell’approdo sulle coste laziali. Enea e il suo manipolo di donne e uomini erano degli sconfitti in cerca di un luogo dove sopravvivere. Degli autentici profughi di guerra! L’epica letteraria offusca questo dato, ma è così. Proviamo a pensare se fossero esistiti allora i respingimenti in mare. Volendo credere al mito, probabilmente Roma non sarebbe mai esistita. Di uomini e donne rifugiati o sfollati, oggi nel mondo ce ne sono oltre 43 milioni. Migranti forzati, percepiti dal nostro opulento occidente come una minaccia per il nostro benessere. Una falsità. La giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato, che la Chiesa celebra il 16 gennaio, dovrebbe servire, fra l’altro, a dare una corretta informazione e a smuovere le nostre coscienze. Questo popolo in fuga rappresenta solo una minoranza “fortunata” rispetto alle centinaia di milioni che invece non riescono a fuggire da guerre, persecuzioni e carestie. Fondamentale quindi mobilitarsi a sostegno di quelle organizzazioni che sostengono “l’urto” e in favore dei paesi che li accolgono. Paesi che contrariamente alla vulgata, non sono né ricchi né tutti situati nella ormai fobica Europa. Alla testa di questa classifica infatti svettano il Pakistan con quasi 2 milioni di rifugiati, la Siria con oltre 1 milione. Poi la Colombia, il Ciad, la Tanzania, il Kenya. La nostra Europa fa poco, nonostante vanti PIL stratosferici. L’Italia, poi, quasi nulla. Basti pensare che a fronte di una popolazione di 60 milioni, ne accogliamo circa 55.000, la piccola Olanda invece con 6 milioni di abitanti, ne accoglie oltre 80.000. Nel nostro Paese, inoltre, in molti vengono poi abbandonati a se stessi, come nel caso dei 150 somali che vivono nella ex ambasciata somala o degli eritrei a Ponte Mammolo o degli afghani accampati vicino al binario 15 ad Ostiense per citare realtà che conosco direttamente.
Tutto questo nonostante l’Italia aderisca alla Convenzione di Ginevra del 1951 e nonostante la nostra Costituzione all’articolo 10 tuteli i rifugiati. La famigerata politica dei respingimenti in mare dal 2008 ha ridotto la possibilità di richiedere asilo. Tant’è che l’Italia risulta essere l’unico Paese al mondo dove dal 2008 il numero di richieste è crollato di oltre il 50% a fronte di una tendenza a crescere generalizzata. C’è bisogno di modernizzare in chiave europea una legislazione che recepisca i principi espressi dalla nostra Costituzione, di sostenere le organizzazioni che operano nel mondo con l’UNHCR, di dare una mano a tutte quelle realtà che agiscono nel nostro Paese. Fra queste la Liberi Nantes, una società sportiva che in tre anni ha saputo dare un po’ di normalità e gioia di vivere a ragazzi e ragazze scappati per vivere, come fu per Enea.

da l’Unità

«Il palinsesto della politica», di Giovanni Valentini

C´è sempre lei, Nostra Signora Televisione, al principio e alla fine delle vicende politiche e giudiziarie di Silvio Berlusconi. L´alfa e l´omega del berlusconismo. Una stella polare, nel bene o nel male, per il nostro premier-tycoon colpito dal conflitto di interessi come da una maledizione biblica.
Anche la “querelle” sul legittimo impedimento, appena risolta dalla Corte costituzionale con una sentenza pilatesca che ha ridotto lo scudo originario a uno scudetto, inizia e termina nel segno della tv. I tre processi per i quali la legge-ponte era stata concepita dalla distorsione (in)costituzionale del centrodestra, e ancor prima il lodo Schifani e il lodo Alfano, derivano tutti dall´intreccio di affari e malaffari che ruotano intorno all´azienda televisiva del presidente del Consiglio. Corruzione di un testimone, già condannato con sentenza definitiva, per coprire i fondi neri della Fininvest e i finanziamenti illeciti al Psi di Craxi; frode fiscale sui diritti televisivi; appropriazione indebita sui diritti cinematografici destinati alla tv. Sono le accuse della magistratura milanese a cui, tra un escamotage e l´altro, verosimilmente Berlusconi riuscirà a non rispondere più.
È una storia infinita che si trascina ormai da molto tempo: dal 1994, anno della fatidica “discesa in campo” del Cavaliere. O meglio, dalla metà degli anni Ottanta, quando iniziò l´occupazione selvaggia dell´etere da parte del Biscione con la compiacenza e la copertura – appunto – del Partito socialista. Una brutta storia, scritta e riscritta mille volte, che ha stravolto la vita politica italiana trasformandola in un palinsesto televisivo permanente.
Eppure, nello studio di Porta a porta, si può ancora sentire un ministro della Repubblica come Ignazio La Russa sostenere che Berlusconi non ha tratto profitto o vantaggi dal suo potere, occultando il fatto che – a parte tutte le altre leggi ad personam – prima il cosiddetto decreto salva-reti e poi la famigerata legge Gasparri hanno assicurato al premier-tycoon l´impunità televisiva, consentendogli di mantenere intatto il suo impero e di aggirare le sentenze della Corte costituzionale emesse in difesa del pluralismo. E così il conduttore Bruno Vespa interviene per dire che la medesima legge Gasparri ha portato benefici anche a Repubblica e al Gruppo editoriale L´Espresso, permettendogli di acquistare una rete televisiva.
La verità, invece, è che tutto ciò sarebbe potuto legittimamente accadere anche prima del 2005, anno in cui il Gruppo acquisì il controllo dell´ex Rete A, poi trasformata in All Music e quindi in Deejay Tv. Era stata infatti la precedente legge Mammì, secondo i principi antitrust, a introdurre nel ´90 il divieto di posizioni dominanti (articolo 15) nell´ambito dei mezzi di comunicazione di massa, stabilendo una “griglia” per limitare gli incroci fra la proprietà delle televisioni e dei giornali: in forza di quella norma, chi aveva il 16% della tiratura complessiva dei quotidiani non poteva detenere neppure una concessione televisiva; chi aveva oltre l´8% poteva controllare una sola rete; e chi era al di sotto questa soglia poteva gestire al massimo due reti. Tant´è che Silvio Berlusconi, controllandone già tre, fu costretto a cedere (formalmente) il Giornale e trovò il modo di eludere la legge girando la proprietà al fratello Paolo.
Nel 2004 il Gruppo L´Espresso deteneva una quota pari al 13,61% (fonte Agcom) della tiratura complessiva dei quotidiani. E quindi, volendo e potendo, aveva il pieno diritto di acquisire una rete televisiva. Non è certamente a Gasparri, dunque, che dobbiamo alcunché.
A ben vedere, l´epilogo della controversia sul legittimo impedimento dimostra una volta di più una tesi che qui abbiamo sostenuto fin dall´inizio: e cioè che Berlusconi non è “perseguitato” – come dice lui – dalla magistratura perché è entrato in politica; ma piuttosto è entrato in politica proprio per non essere perseguito dalla magistratura. Per non rispondere – in altri termini – delle numerose accuse che nel tempo gli sono state rivolte, a cui si aggiunge ora l´onta del “caso Ruby”. Ma bisogna riconoscere che finora, tra rinvii, prescrizioni e leggi ad personam o ad aziendam, il gioco di illusionismo gli è perfettamente riuscito facendo credere a una buona parte degli italiani di essere una vittima del sistema giudiziario anziché un imputato quantomeno restio ed evasivo.
In realtà, un capo di governo raggiunto dalle accuse – giuste o sbagliate – della magistratura dovrebbe avere tutto l´interesse ad accelerare i processi, per andare in tribunale a difendersi e a far valere la propria innocenza. Berlusconi preferisce invece andare in televisione, possibilmente nelle trasmissioni più o meno compiacenti delle sue reti private, per attaccare i giudici o la sinistra e arringare il pubblico magari per telefono, in voce, via audio. Evidentemente, non ha neppure la faccia per presentarsi in video: forse, a questo punto, perfino lui teme di arrossire in diretta sotto il cerone.

da www.repubblica.it)

«Un premier in fuga dal Paese, l’Italia non può permetterselo», di Umberto De Giovannangeli

Il segretario del Pd Bersani: «Per favore, ci vengano risparmiati ulteriori mesi di avvitamento». Vendola «Sgombri il campo, stiamo marcendo». Di Pietro: «Si assuma le proprie responsabilità».
L’Italia non può restare prigioniera di un «premier in fuga da se stesso e dal Paese». È l’allarme lanciato dal segretario del Pd Pierluigi Bersani. Vergogna e preoccupazione per un premier che trascina l’Italia nel fango…

Un premier «in fuga da se stesso e dal Paese». Un Paese che non può restare prigioniero delle nuove vicende giudiziarie che hanno investito Silvio Berlusconi. A lanciare l’allarme è Pierluigi Bersani. Il segretario del Pd chiede «rispetto per le indagini» e che «per favore, ci vengano risparmiati ulteriori mesi di avvitamento dell’Italia sui problemi di Berlusconi. Abbiamo un premier in fuga dal Paese e da se stesso. Dal Paese perché il governo cosa sta facendo? E da se stesso perché costretto ad aggirare cose vere o presunte. Non possiamo permettercelo». Sulla stessa lunghezza d’onda si muove Massimo D’Alema: «La notizia non è nuova nel senso che chiunque sia in grado di vedere le cose così come sono e di giudicarle non sarà rimasto sorpreso. Certamente l’immagine del Paese all’estero è quella che può essere con un presidente del Consiglio in questa situazione», rimarca il presidente del Copasir, a margine del convegno con i democratici di tutto il mondo organizzato alla Camera, a proposito degli ultimi sviluppi del caso Ruby.
SDEGNO GENERALE
«Mi vergogno di avere un premier che si è comportato così», incalza dice il vicesegretario del Pd Enrico Letta parlando al Tg 3. «Il primo ad essere imbarazzato è stato il ministro dell’Interno, per il modo in cui il capo del Governo si è comportato nei confronti della questura di Milano.
Io credo aggiunge Letta che in qualsiasi Paese occidentale, il presidente del Consiglio, colto sul fatto, se ne sarebbe andato». Ma non sarà così con il Cavaliere. Piuttosto che farsi da parte, Berlusconi è pronto a giocare la partita finale con la «magistratura comunista», lacerando ancor più il Paese. «L’Italia vive in questo periodo un momento drammatico di cui la vicenda Fiat rappresenta il fenomeno più evidente. È davvero stucchevole vedere e sentire gli attacchi del Pdl alla magistratura, colpevole solo di svolgere il proprio dovere, rispetto a una vicenda squallida che non fa che danneggiare il nostro Paese», rimarca Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd al Senato. «Mi auguro che ci sia sacrosanto rispetto per le indagini.
Non possiamo permetterci di gingillarci di nuovo, e per mesi, con le questioni che riguardano Silvio Berlusconi e i suoi discutibili comportamenti. L’Italia chiude Finocchiaro ha bisogno di un governo che si occupi dei problemi concreti dei cittadini, cioè del lavoro, della crisi economica, del futuro dei giovani».
OMBRE SUL FUTURO
«La politica deve occuparsi dei problemi del Paese. Quando a una persona capitano dei guai giudiziari se ne occupano gli avvocati nelle sedi opportune. Non bisogna farli diventare dei problemi nazionali», avverte Piero Fassino. Le preoccupazioni del dirigenti Pd vengono rafforzate dalle dichiarazioni di guerra del Cavaliere. «È una vergogna avere un
presidente del Consiglio indagato anche per concussione e prostituzione minorile, un premier che si è messo in una condizione di tale gravità da gettare discredito sul Paese e sulle cittadine e sui cittadini italiani», sottolinea la senatrice Democratica Vittoria Franco.
Indignazione. E preoccupazione.
È il comune sentire dell’opposizione. «Come si fa a tenere in piedi questo governo, con che faccia? Con che lessico, con che dignità? Con che rapporto con il resto del mondo, con che rapporto con il Vaticano? Con che rapporto con la propria gente? Ma come si fa?», rimarca Nichi Vendola. «La vita privata del premier insiste il leader di Sinistra Ecologia e Libertà impedisce a noi di poter vivere la politica come una contesa anche civile e culturale sul futuro del Paese. Credo debba sgomberare il campo, il Paese sta marcendo grazie a Berlusconi». Duro è anche il commento di Antonio Di Pietro: «Ogni volta che deve assumersi le responsabilità dei suoi comportamenti il caimano si difende strillando di essere perseguitato, e i suoi parlamentari fanno a gara per urlarlo ancora più forte di lui», denuncia il presidente dell’Italia dei Valori.

da www.unita.it

«La madre di tutte le inchieste», di Michele Brambilla

Berlusconi indagato: dov’è la novità? Sono anni che è indagato e sono anni che le inchieste e i processi contro di lui non spostano un voto perché ormai gli italiani sono tutti preventivamente schierati.

E non cambiano idea neanche se gli si punta contro una pistola. Chi detesta Berlusconi sostiene che tutti questi processi dimostrano la sua inadeguatezza, per non dire di peggio, a governare. Chi lo ama è convinto che si tratti di una congiura ordita dalle toghe rosse. Insomma l’opinione su Berlusconi è fideistica nel bene e nel male, gli italiani reagiscono «a prescindere» dalla sostanza dei fatti. Dovremmo dunque pensare che anche questa volta la tempesta giudiziaria non porterà nulla di nuovo né a Palazzo, né nell’opinione pubblica. Eppure, eppure. Adesso una novità sembra esserci. Forse addirittura una novità decisiva (in un senso o nell’altro, poi vedremo perché). La novità è la straripante sicurezza ostentata dalla Procura di Milano.

Mai si era visto un comunicato, letto dal capo dell’ufficio, così dettagliato. Mai si erano annunciate prove documentali inconfutabili (si parla perfino di foto e di filmati). Mai ci si era spinti ad allegare queste presunte prove all’invito a comparire inviato all’indagato: è come se i pm fossero sicuri che tanto ormai non c’è più nulla da «inquinare». Mai, soprattutto, una Procura si era spinta a chiedere per Berlusconi il rito immediato. Ai non addetti ai lavori va spiegato che una Procura chiede il rito immediato quando ritiene che le prove siano evidenti e definitive, e che non ci sia bisogno di altre indagini o interrogatori.

Forse è davvero una svolta, perché i casi sono due. O la Procura di Milano non ha le prove documentali che ieri ha fatto intendere di avere, oppure ce le ha davvero. Nel primo caso, non soltanto il premier verrebbe assolto con l’aureola del martire, ma i pm in questione dovrebbero cambiare mestiere e calerebbe una pietra tombale su tutta la cosiddetta «via giudiziaria» usata, secondo i berlusconiani, per sconfiggere il nemico della sinistra. Nel secondo caso, Berlusconi sarebbe invece in difficoltà come mai è stato prima.

Perché siamo così tranchant? Per due motivi. Il primo è che in tutti i precedenti processi l’impianto accusatorio era tale da lasciare lo spazio – ai fan pro o contro Berlusconi – per assumere comunque una posizione colpevolista o innocentista. Una posizione, beninteso, ideologica, non fondata sulla conoscenza delle carte (figuriamoci se gli elettori leggono tutte le carte di un processo). Adesso invece la Procura parla di una «pistola fumante», e quella o c’è o non c’è. Se c’è, anche i berlusconiani più inossidabili non potranno negare l’evidenza del reato. Se non c’è, anche gli anti-berlusconiani più accaniti non potranno negare che la Procura, annunciando prove schiaccianti che non ci sono, ha commesso una grave ingiustizia e alimentato sospetti di una manovra politica.

Il secondo motivo è forse ancora più forte. Senza nulla togliere ovviamente alla gravità di altri reati contestati a Berlusconi, come la corruzione o la frode fiscale, non c’è dubbio che da un certo punto di vista ciò che gli viene contestato adesso colpisce ancora di più l’opinione pubblica. È inutile che qualcuno dica che nella propria camera da letto ciascuno può fare ciò che vuole. Un presidente del Consiglio non è un «ciascuno» qualsiasi, e se organizza feste con escort in vari palazzi, è diverso che se le organizza il signor Pincopallino. Se poi a queste feste fa sesso a pagamento con minorenni (è un reato) e poi telefona alla questura per far liberare una di queste, arrestata per furto, e la spaccia per nipote di un altro capo di Stato estero, allora è ancora più diverso.

Gli italiani si sono assuefatti a certi costumi sessuali? Fino a un certo punto. E poi, potrebbero i centristi appoggiare il governo in cambio di una politica di sostegno alla famiglia, se saltassero fuori certe foto e certi filmati? E la Chiesa, che cosa direbbe la Chiesa? Ci sarebbero ancora monsignori a discettare sul dovere di «contestualizzare»? Accuse del genere, se fossero provate, non sarebbero gossip ma questioni politiche gravi. Vista dall’altra parte, se accuse tanto scabrose si rivelassero infondate o anche solo non dimostrabili, sulla Procura di Milano cadrebbe la colpa di un inaudito colpo basso.

Ecco perché, forse, questa potrebbe essere la madre di tutte le inchieste su Berlusconi. In un senso o nell’altro, potrebbe essere la parola fine a una guerra che da più di quindici anni condiziona la politica italiana, rallentandone quando non paralizzandone l’attività. Più che un’ipotesi è una speranza, perché – lo ripetiamo per l’ennesima volta – il Paese ha altre necessità che non quella di avere un premier impegnato più a duellare con la magistratura che a governare.

da www.lastampa.it