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Mirafiori, Bersani: "FIAT mantenga gli impegni. Ora rispettare l'accordo"

54% dei voti per il sì all’accordo contrattuale. Il segretario PD: “Ora nuove regole per rappresentanza e partecipazione. Mirafiori non esaurisce il problema auto in Italia, il governo deve intervenire con una politica industriale”. Fassina: “Aprire il confronto, il governo convochi le parti”. I commenti degli esponenti PD

La lunga notte del referendum sull’accordo contrattuale si chiude con la vittoria del sì: dopo uno scrutinio durato circa 9 ore, con un vero e proprio testa a testa, l’accordo su Mirafiori è stato approvato con il 54% di voti favorevoli. Decisivo il voto degli impiegati. Al voto, iniziato con il turno delle 22 di giovedì, hanno partecipato 5.119 lavoratori, oltre il 94,2% degli aventi diritto. Il sì ha ottenuto 2.735 voti, pari al 54,05%. A votare no sono stati invece in 2.325 (45,95%), 59 le schede nulle e bianche. Nei primi seggi scrutinati, quattro del reparto montaggio e uno della lastratura, dove la Fiom è tradizionalmente forte, ha prevalso il no. Poi la situazione si è rovesciata: al seggio 5, quello degli impiegati, su 449 iscritti hanno votato in 441 e 421 hanno a favore dell’accordo. Ma anche nel conteggio complessivo dei soli operai, il sì ha prevalso anche se soltanto per 9 voti. Fra le oltre 4.500 tute blu, al montaggio e alla lastratura si è registrato il 53% di no, mentre i sì sono stati prevalenti al reparto verniciatura. L’affluenza al voto è stata record: 94,9%, più alta del referendum di Pomigliano d’Arco.

Le dichiarazioni degli esponenti PD

Pier Luigi Bersani : Adesso che i lavoratori di Mirafiori hanno votato quel risultato va rispettato, e va rispettato anche per quel tanto di disagio che rappresenta. Quindi ora Fiat mantenga gli impegni e si rivolga a tutti i lavoratori.
Le forze sociali e anche quelle politiche si occupino di lavorare su un obiettivo preciso e chiaro entro i tempi dell’attivazione dell’accordo. Si facciano nuove regole per quel che riguarda la rappresentanza, la rappresentatività e la partecipazione. Infine si abbia chiarezza sulle prospettive del settore auto, perché Mirafiori non esaurisce il problema auto in Italia, in particolare per quello che riguarda gli sviluppi. Credo che il governo debba uscire dalla nebbia e finalmente fare quello che fanno tutti i governi alle prese con il settore auto: capire, leggere la situazione e intervenire con una politica industriale.

Stefano Fassina (responsabile economia e lavoro Pd) :Il risultato del referendum a Mirafiori va riconosciuto da tutti e deve far riflettere tutti. L’accordo viene giudicato dai lavoratori e dalle lavoratrici irrinunciabile, ma regressivo. In particolare, bocciano l’accordo gli operai più esposti all’intensificazione dei ritmi di lavoro”. In questo quadro, secondo Stefano Fassina,, ”ora, si devono affrontare i punti più controversi. L’azienda faccia la prima mossa: apra un confronto con tutte le rappresentanze sindacali per affrontare un dissenso così ampio ed i tanti “si” così forzati -suggerisce- Non si può governare una grande fabbrica con la logica del comando e della deterrenza. Infine, il Governo smetta di lavorare ad alimentare il conflitto. Prenda un’iniziativa, convochi le parti e offra un contributo a risolvere i problemi aperti”.

Piero Fassino (candidato alle primarie per il sindaco di Torino): Quello espresso dai lavoratori di Mirafiori e’ un si’ che consente di dare certezze alla produzione e al lavoro, ma e’ anche un esito sofferto che testimonia delle difficolta’ e del malessere di tanti operai”. Cosi’ l’ex segretario dei Ds, Piero Fassino, candidato alle primarie del Pd per il sindaco di Torino commenta l’esito del referendum di Mirafiori che ha visto prevalere il si’ con il 54% dei consensi.
“E’ ora responsabilita’ di tutti, in primo luogo dell’azienda -prosegue- farsi carico di tale disagio e creare le condizioni affinche’ tutti i lavoratori e tutte le organizzazioni i sindacali siano coinvolte nell’applicazione dell’accordo. A maggior ragione -conclude- non e’ ulteriormente accettabile la passivita’ del governo a cui chiediamo di compiere quelle indispensabili scelte di politica industriale che fino ad oggi sono state totalmente assenti”.

Gianfranco Morgando (Segretario regionale PD Piemonte): Il risultato positivo del referendum garantisce l’investimento su Mirafiori e mantiene aperto il futuro industriale di Torino. Si è trattato di un voto molto sofferto, che dovrà essere analizzato senza trionfalismi e senza forzature di alcun tipo. La decisione deve essere rispettata, comprendendo le ragioni per cui molti operai hanno rifiutato il loro consenso, ma senza contrapporre operai ad impiegati perché, come disse Luciano Lama nel 1980, “anche i capi sono lavoratori”. Con il loro sì, accettando sacrifici non indifferenti, i lavoratori hanno fatto la loro parte. Ora spetta alla Fiat fare la sua. Marchionne in tempi rapidi deve dare certezze sui progetti industriali. Il PD lavorerà affinché si possa riaprire il confronto sulla rappresentanza sindacale con il coinvolgimento di tutti gli interessati. In attesa di avere presto un Governo in grado di occuparsi di politiche industriali e non solo degli scandali del Premier.

Cesare Damiano (capogruppo Pd in commissione Lavoro alla Camera): Il risultato del referendum va rispettato, anche perché l’alta affluenza alle urne, oltre il 96%, è la testimonianza della partecipazione diretta ad una battaglia che ha visto una profonda divisione e che porta con sé elementi di difficoltà e di sofferenza che vanno ascoltati. Con il sì, si apre una pagina nuova che deve chiarire l’elemento di scambio tra la crescita dell’utilizzo degli impianti e della produttività del lavoro e la certezza degli investimenti, dei nuovi modelli da produrre, della occupazione da garantire e della scelta della non delocalizzazione degli stabilimenti.
Al tempo stesso, sarà compito delle parti sociali e della politica superare le contraddizioni e i nodi irrisolti che l’accordo porta con sé: in primo luogo quello della rappresentanza del sindacato nei luoghi di lavoro, che deve garantire a tutti i lavoratori la possibilità di una libera scelta non subordinata al vincolo esclusivo della sottoscrizione degli accordi. Ci auguriamo che le parti sociali rinnovino, anche su basi nuove, l’accordo del dicembre del ’93 sulla rappresentanza. Da questo atto propositivo e unitario potrebbe scaturire l’impegno del Parlamento per una legislazione di sostegno su questi temi, che dia valore universale alle regole in tutte le aziende italiane.
Desolante è, ancora una volta, l’assenza del governo che, nel corso di questa vertenza, non ha minimamente chiarito i suoi impegni di politica industriale a sostegno di un settore strategico. Una distanza enorme rispetto alle scelte e alle risorse messe a disposizione da Obama, Sarkozy e Merkel.

Pierpaolo Baretta (capogruppo del Pd nella commissione Bilancio della Camera): Adesso si volti pagina e si passi ad investimento “La vittoria del ‘si’ impegna la Fiat all’investimento e mi auguro che la Fiom accetti il risultato per voltare pagina e ricostruire un miglior rapporto tra i sindacati. Se infatti si chiude positivamente la parte sull’investimento e l’occupazione resta aperta quella sulle regole e sulla rappresentanza”.

Sergio D’Antoni, (responsabile Pd dell’organizzazione e delle politiche sul territorio): “L’affermazione del sì al referendum di Mirafiori va salutata con ottimismo perché in un contesto di dura crisi apre a investimenti che garantiscono il pieno mantenimento dei livelli occupazionali. Fiat non deve perdere tempo nella realizzazione di quanto promesso. Procedere con il piano significa onorare la responsabilità e il coraggio di tutto il mondo del lavoro, che si e’ espresso a favore dell’accordo del 23 dicembre”. Lo afferma Sergio D’Antoni, responsabile dell’organizzazione e delle politiche del Pd sul territorio. “Ora che i lavoratori hanno deciso, chi è rimato fuori ne deve trarre le conclusioni e aggiungere la propria firma. Mirafiori offre oggi l’opportunità di aprire una stagione di unità nel mondo del lavoro che consenta di far applicare integralmente l’accordo e di difendere al meglio diritti del lavoratori. Comprendere questo vuol dire essere consapevoli che serve una evoluzione nei rapporti industriali e sindacali nel solco di nuovi modelli partecipativi di democrazia economica. Il Partito democratico deve elaborare una proposta che porti a un modello di piena e condivisa responsabilità e investa le forze sociali di una reale capacità decisionale sui processi di sviluppo. Di certo c’è – conclude D’Antoni – che di fronte a questi temi e alle alte sfide che abbiamo di fronte, il governo non può continuare a fare lo spettatore. Esca dal coma, se ne è capace, e dia risposte concrete di politica industriale a cominciare da Termini Imerese”.

Lucia Codurelli (commissione lavoro Camera): Il risultato del voto alla Fiat è di grande responsabilità, un voto espressione di una grande dignità, un voto che esprime un grande disagio presente, disagio che deve fare riflettere tutti, soprattutto chi a parole dice di voler rappresentare i lavoratori e fa giustizia rispetto ai pronostici di tanti grilli parlanti. Come pure è innegabile che il governo del processo con questo risultato è quanto mai difficile.
Marchionne rispetti i lavoratori e non provochi ulteriormente la situazione e la smetta di offendere quelli che hanno avuto il coraggio e a testa alta di dire di no , quelli che non si sono piegati ai suoi diktat, che hanno avuto il coraggio di dire no non solo per loro, ad un accordo lesivo di diritti fondamentali.
Marchionne ammetta che il no ha prevalso in produzione, ha prevalso dove si incide in modo pesante sull’organizzazione del lavoro e non solo, e, che il si ha vinto solo grazie agli impiegati che in modo plebiscitario hanno detto si. Definire conservatori chi ha votato no è un grossa offesa che va respinta in toto al mittente. E’ un’ offesa anche all’intelligenza di chi la pronuncia.
Facile dare questi giudizi, facile essere innovativi a parole, quando al di la dei risultati in azienda la retribuzione di Marchionne è vicina ai 40 milioni di euro all’anno, contro i miseri 1000/1200 mensili dei turnisti. Lo snodo sta qua.
Ora questo risultato così clamoroso, chiede che il grande fronte del no, che non si può ridurre alla sola Fiom e lo sanno tutti almeno gli onesti intellettualmente, non può essere rappresentato, occorre che la rappresentanza sia per tutti e questo deve essere il primo passo. Sacconi sarebbe bene che cominciasse a fare il suo lavoro da Ministro del Lavoro non da macellaio come ha fatto finora, perseguendo solo la divisione sindacale e non la condivisione, (personalmente ho ottimi ricordi di ex Ministri del Lavoro che nulla hanno a che vedere con questo) a fronte di una crisi sociale senza precedenti , crisi economica e di sviluppo senza proposte e sostegno dal governo.

Vincenzo Vita (senatore del Pd): “Il referendum alla Fiat, accanto alla prevalenza dei ‘sì’, mette in luce anche un risultato particolarmente significativo dei `no`. Non solo perché la percentuale dei contrari è assai più alta di quanto le previsioni facessero immaginare, ma soprattutto per essersi realizzata, la consultazione, in un quadro di pressioni e in un contesto mediatico molto a `santificare` Marchionne. Dell’esito si deve ora tener conto seriamente, dando l`opportunità a una minoranza quasi maggioranza, di poter trovare le forme giuste per affrontare almeno la questione dei diritti sindacali”.

La posizione PD sull’accordo Fiat Mirafiori

«Scuola: Class action dei precari. Già 17 mila adesioni», di A.Mig.

I precari della scuola si preparano a portare in tribunale lo Stato, aiutati dalla Cgil, che sta promuovendo una apposita vertenza, e dal Codacons, che prepara una vera e propria class action

ROMA – I precari della scuola si preparano a portare in tribunale lo Stato, aiutati dalla Cgil, che sta promuovendo una apposita vertenza, e dal Codacons, che prepara una vera e propria class action. Obiettivo: garantire un contratto a tempo indeterminato dopo anni di supplenze e sostituzioni a termine. Una recente sentenza del tribunale di Siena ha imposto la trasformazione di un contratto a tempo determinato di un’insegnante in servizio da più anni sullo stesso posto in un rapporto di lavoro a tempo indeterminato. E questo non è stato l’unico caso in cui i giudici hanno dato ragione ai precari Ora potrebbero scattare una valanga di ricorsi. Il Codacons ha dato tempo ai docenti di aderire (gratuitamente) alla propria class action entro il 22 gennaio, termine entro il quale, in base al Collegato lavoro, è possibile impugnare l’ultimo contratto di lavoro per chi ha tre anni di lavoro precario alle spalle. Il requisito base per partecipare alla class action è aver prestato servizio di supplenza per due anni continuativi e la richiesta è la trasformazione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato. A pochi giorni dal lancio dell’inizitiva, «sono già 17mila le adesioni». spiega il presidente del Codacons Carlo Rienzi. E aggiunge: «Si punta a far ottenere il contratto a tempo indeterminato e anche i compensi passati, equiparati a quelli dei professori di ruolo». Anche la Cgil sta operando in questa direzione, ma su singoli casi e avverte: «Si tratta di una vertenza molto complessa i cui esiti non sono certi perché allo stato attuale i pronunciamenti positivi emessi dal giudice di primo grado sono pochi». Il sindacato valuterà caso per caso. In Italia i precari della scuola sono 230mila, il 48% si trova al Sud. Per molti le cause rappresentano una speranza per poter avere il posto fisso dopo anche 20 annidi lavoro a termine.

da Il Messaggero

A Mirafiori vince il sì con il 54,1% dei voti. La lunga notte dello stabilimento Fiat»*

L’accordo tra Fiat e sindacati per il rilancio dello stabilimento di Mirafiori è stato approvato con il 54% dei sì. Lo rivela l’Ansa citando fonti sindacali. L’accordo era stato firmato da Fim, Uilm, Fismic e Ugl mentre non hanno firmato l’intesa la Fiom e i Cobas. I voti favorevoli all’accordo – riferiscono fonti sindacali – sono stati 2.736 (il 54,05%) mentre i voti contrari all’intesa sono stati 2.326 (il 45,95%).

Il ministro del Welfare Maurizio Sacconi intervistato al Gr2 ha commentato: «L’esito del referendum apre un’evoluzione nelle relazioni industriali soprattutto nelle grandi fabbriche che dovrebbe consentire un migliore uso degli impianti e effettiva crescita dei salari».

Affluenza record alle urne delle carrozzerie di Mirafiori: ha votato il 96% degli aventi diritto. La percentuale è più alta di quella che fu registrata nel referendum per Pomigliano (95%). La Commissione elettorale ha precisato che il numero di votanti è stato di 5213 sui 5431. Lo spoglio è iniziato poco prima delle 21.30.

Il referendum è passato sul filo di lana. Dopo quasi 10 ore di scrutinio, nei 9 seggi, oltre a quello del turno di notte, è arrivato il risultato che assegna, di misura, la vittoria al sì. Per la prima metà dello scrutinio, riguardante i seggi dove hanno votato gli operai addetti al montaggio, si era avuta una predominanza del no, poi con lo scrutinio del quinto seggio, quello degli impiegati, il risultato si è ribaltato. In totale i voti validi sono stati 5.060, mentre le schede bianche o nulle sono state 59. I votanti, quindi, sono stati 5.119, su 5.431 aventi diritto.

Lo scrutinio si è protratto oltre le attese, ed è durato oltre nove ore. Poco dopo l’inizio dello spoglio, il primo intoppo si è verificato al seggio 8, il secondo ad essere scrutinato, dove all’appello sembrava mancassero una cinquantina di schede. Il successivo riconteggio da parte della commissione elettorale ha però verificato la regolarità del voto. Fino alla fine non è mancata suspance: durante lo scrutinio dell’ultimo seggio, si sono verificati momenti di tensione con il malore di un rappresentante della Fiom e la conseguente sospensione dello spoglio terminato oltre le 7 di questa mattina.

La prevalenza dei «no» si è avuta nei primi quattro seggi scrutinati relativi al montaggio con 1.576 voti contrari e 1.386 a favore e nel seggio 2, uno dei due relativi alla lastratura, con 218 no e 202 sì. In totale, i «sì» degli operai delle carrozzerie di Mirafiori, senza il seggio relativo al voto degli impiegati, superano i «no» di 9 voti.

La cronaca minuto per minuto delle ore più sofferte, nella notte:
1:44 – Risolto il giallo delle schede scomparse
Sarebbe stato risolto, secondo quanto riferisce la Fim Cisl, il giallo delle 58 schede mancanti durante lo spoglio dei voti del referendum allo stabilimento Fiat di Mirafiori. A questo punto «il voto è valido» spiega il sindacato. Perché dopo aver ricontato le firme di quanti hanno votato al seggio 8, che sarebbero 775, le schede che al momento mancano all’appello sarebbero «non più di 7 o 8», che potrebbero essere in una altra urna. E a questo punto per la commissione elettorale il voto viene considerato valido», spiega il sindacato dei metalmeccanici della Cisl. La commissione, sempre secondo quanto riferisce all’Ansa il sindacato, ha anche rivisto, modificandolo di un solo voto, il conto al seggio 8 dei sì e dei no: il dato finale sarebbe quindi di 360 si e 407 no.
1:21 – Su 2.180 voti prevale il “no” con 52,43%
Dopo lo scrutinio dei primi tre seggi allo stabilimento di Mirafiori e 2.180 schede esaminate il “no” prevale, secondo l’Ansa, con il 52,43% e 1.143 voti. I “sì” hanno raggiunto quota 1.011 voti con il 52,43%. Le schede bianche o nulle sono 26 par all’1,19%.
1:11 – I “no” vincono anche nel seggio numero sette
Anche nel seggio numero sette, sempre del reparto montaggio, dello stabilimento di Mirafiori i no hanno prevalso sui sì. Secondo fonti sindacali i no sono stati 374 a fronte di 349 sì.
00:48 – Forse le schede mancanti sono in altre urne
La possibile spiegazione del «giallo» delle decine di schede «scomparse» nel seggio 8 del referendum di Mirafiori potrebbe – secondo l’Ansa – consistere nel fatto che quattro grandi seggi (il numero 8 “congelat”, il 7, il 6 e il 5) sono stati allestiti in un’unica grande sala di un ex ristorante e quindi i votanti avrebbero potuto introdurre le schede non nelle urne non del seggio di appartenenza. Secondo ex lavoratori delle carrozzerie esperti della fabbrica, la commissione dovrà procedere allo scrutinio di tutti i seggi allestiti in questa sala per poter evidenziare se davvero manca un numero cospicuo di schede all’appello.
00:18 – Il riesame delle schede del seggio 8
Una parte della Commissione elettorale dello stabilimento Fiat di Mirafiori si «stacca» dal resto per dedicarsi al riesame delle schede del seggio numero 8 e all’esame degli elenchi elettorali per risolvere il “giallo” delle 58 schede mancanti. Il resto della Commissione va avanti con lo scrutinio del seggio numero sette (sempre nel reparto montaggio).
E chiaro che se non si risolve il giallo – secondo l’Ansa – le schede non si trovano negli altri seggi né si scopre l’errore negli elenchi il voto complessivo sull’accordo di Mirafiori rischia di essere invalidato.
23:57 – Giallo sulle schede mancanti
Nel secondo dei seggi scrutinati (numero 8, montaggio) mancano all’appello 58 schede ed è probabile si vada al «congelamento» del voto del seggio. Sulle schede che sono state scrutinate ci sono 407 no, 360 sì e 11 tra bianche e nulle. All’appello – riferiscono fonti sindacali – mancano 58 schede.
23:34 – Secondo seggio ai “no”
Il secondo seggio scrutinato, il numero 8, ha dato un risultato uguale al primo, ma con uno scarto maggiore. i “no” all’accordo sono 447, mentre i “sì” si fermano a quota 362. Secondo gli osservatori l’esito in questo seggio, sempre del reparto montaggio, doveva essere più equilibrato, almeno così era nelle previsioni. Procedono a rilento le operazioni di scrutinio, anche se i prossimi seggi dovrebbero essere più rapidi nello spoglio.
22:15 – Primo seggio ai “no”
Dai cancelli iniziano ad arrivare le prime indiscrezioni , ma sono assolutamente parziali. Secondo fonti ufficiose di più sigle sindacali nel primo seggio scrutinato su 9 hanno votato 362 no e 300 sì. Si tratta del reparto “montaggio”, dove era attesa un’alta percentuale di “no”. I dati ufficiali arriveranno nella notte.

* da www.ilsole24ore.com

I COMMENTI DELLA VIGILIA (di Stefano Natoli)
Secondo Bruno Vitali , segretario nazionale della Fim «l’alta affluenza fa ben sperare per il si. Rispetteremo l’esito qualunque sia». Eros Panicali, segretario nazionale della Uilm sottolinea che «non si è mai verificata una percentuale così alta, segno che i lavoratori sono consapevoli che é in discussione il loro destino».

Il comitato per il no: se vince il si come Charlot in Tempi moderni
«Al montaggio ci aspettiamo che prevalga il no», sostiene Rocco Moscato , portavoce del comitato spontaneo per il no nato in questi giorni tra i lavoratori delle carrozzerie. Moscato, che assisterà alle operazioni di scrutinio in qualità di osservatore, ha spiegato che il no potrebbe vincere «perché la nuova tempistica lavorativa, definita dalla Fiat per la catena di montaggio, costringerà i lavoratori come Charlot in Tempi Moderni»

Berlusconi, «a vincere sarà il buonsenso »
Il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, si è invece detto convinto che con la vittoria del no la situazione sarebbe «sostanzialmente irreversibile il giorno dopo» con il rischio di perdere un investimento «decisivo per l’intera filiera dell’auto italiana». Sul risultato del voto regna l’incertezza anche se prevale la fiducia su un risultato positivo. «Penso che vinceranno i sì con percentuale piuttosto elevata e che quindi vincerà il buonsenso» – ha detto questa mattina il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi mentre in quella parte del sindacato che ha firmato l’accordo (Fim,Uilm, Fismic e Ugl mentre Fiom e Cobas hanno detto no) c’è ottimismo sulla vittoria del sì ma non ci si sbilancia sulle percentuali.

«I lavoratori che voteranno sì, che sono fiducioso saranno la maggioranza, non solo voteranno con la schiena dritta al pari degli altri ma daranno prova di buonsenso e di avere sale nella zucca» ha detto il numero uno della Fim, Giuseppe Farina rispondendo alle dichiarazioni di Luigi de Magistris (Idv) di «autocertificazione di schiavitù». «È un referendum importante – ha detto il leader della Uilm Rocco Palombella – ma dal risultato incerto. Sono comunque fiducioso che la maggioranza dei lavoratori voterà si. Non credo la percentuale sia molto ampia».

«Sul risultato – dice il numero uno della Fismic, Roberto di Maulo – sono fiducioso che i lavoratori di Mirafiori anche questa volta avranno la lucidità e la maturità di difendere il proprio posto di lavoro. L’alta partecipazione al referendum secondo il segretario nazionale Ugl Antonio d’Anolfo – è il »segnale del fatto che i dipendenti di Mirafiori hanno capito l’importanza di esprimersi su un accordo che garantirà loro stabilità e occupazione«.
«L’unico dato che abbiamo è una affluenza significativa, assolutamente prevedibile – dice il segretario Fiom di Torino Federico Bellono – c’e una pressione fortissima sulle persone. Non avremmo dubbi sulla vittoria del no all’accordo se si trattasse di un referendum libero. Pensiamo che in tutti i casi, sia di vittoria di sì che del no non sarà un plebiscito».

Cgil, dietro l’accordo non c’è nessuna modernità
Comunque andrà il referendum la Cgil si augura che le modalità che propone la Fiat non si diffondano: »Le ipotesi e le modalità che propone la Fiat – ha detto il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso – non fanno parte della cultura di questo Paese e non devono diffondersi. Se l’accordo Fiat è moderno – ha detto ancora – ben venga la conservazione perchè‚ dentro quell’accordo non c’è nessuna modernità, c’è l’idea antica del comando autoritario e del rapporto puramente gerarchico tra il lavoratore e l’impresa«.

Fra bandiere e striscioni, anche slogan contro “Marchion-no”
Sul piazzale davanti alla Porta 2 anche oggi tante bandiere, gli striscioni della Rsu Fiom della Ferrari, dell’Alfa Romeo di Arese, della ex carrozzeria Bertone. E anche oggi è proseguito il volantinaggio, soprattutto da parte del fronte del no, e non sono mancati alcuni momenti «caldi» tra i rappresentanti dei due schieramenti, spesso a beneficio delle telecamere delle numerose televisioni italiane ed estere.
Fra i molti carteli esposti figurano: “Marchion-no” (in cui il cognome dell’a.d. é storpiato per dare più risalto al no all’accordo) e «Le nostre vite valgono più dei loro profitti». Lo slogan più gettonato: « Marchionne in Canadà la fabbrica resta qua».

da www.ilsole24ore.com

«Il patto diseguale», di Massimo Giannini

La vera sfida di Mirafiori comincia adesso. Sapremo solo a notte fonda l´esito del referendum . Ma quando il nuovo paradigma della modernità impone una riscrittura così radicale del patto tra Capitale e Lavoro, rifondandolo sullo scambio disuguale e asimmetrico tra un salario e il nulla, l´esito sembra scontato.
«Vinceranno i sì, anche se in molti avrebbero preferito votare no», era la previsione della vigilia. I primi voti scrutinati danno un risultato diverso, con i sì e i no in bilico intorno al 50%. Già questo sarebbe un risultato clamoroso, che potrebbe far saltare tutti gli scenari. Con la sua consueta, lapidaria schiettezza, l´amministratore delegato del Lingotto Sergio Marchionne aveva spiegato la sua linea: se prevalgono i sì andiamo avanti con l´investimento e diamo una scossa all´Italia, se prevalgono i no ce ne torniamo a festeggiare a Detroit e ce ne andiamo a fare auto in Canada. Una posizione «win-win»: io vinco comunque. La realtà è assai più complessa. In attesa di capire l´esito della consultazione, qualcosa si può dire subito. Su due punti fondamentali: i contenuti dell´accordo e sulle prospettive che si aprono.
1) Sui contenuti dell´accordo. È diseguale lo scambio sui diritti (ammesso che su questo terreno, nonostante la dura legge della globalizzazione, qualcosa si possa e si debba scambiare nelle democrazie occidentali). Ma si potrebbe dire: hai ceduto sul diritto individuale allo sciopero, hai ceduto sul «mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimento d´azienda», hai ceduto sui «diritti di costituzione e di assemblea delle rappresentanze sindacali aziendali». Ma in cambio hai ottenuto la versione italiana della Mitbestimmung, cioè la co-gestione conquistata da decenni dai sindacati tedeschi della Ig-Metall, presenti nei consigli di sorveglianza della Volkswagen, oppure la partecipazione all´azionariato ottenuta dai sindacati americani dell´Uaw, presenti nei consigli di amministrazione con il 63% della Chrysler. E invece non è così.
È diseguale lo scambio sulle retribuzioni (ammesso che siano vere le cifre scritte dall´azienda sull´accordo separato). Si potrebbe dire: hai ceduto sulle pause ridotte, hai ceduto sui turni, hai ceduto sulle indennità di malattia. Ma in cambio hai ottenuto l´allineamento del tuo salario medio annuo (23 mila euro in Italia) a quello dei tuoi colleghi tedeschi (42 mila euro in Germania). E invece non è così. La tua pausa ridotta vale 18 centesimi l´ora, cioè un euro al giorno, cioè 32 due euro al mese, lordi e persino esclusi dal calcolo del Tfr. Il tuo straordinario possibile, 120 ore all´anno, è a discrezione dell´azienda, vale teoricamente 3.600 euro di aumento futuro, ma sconta una contraddizione attuale: l´accordo prevede «la cassa integrazione straordinaria, per crisi aziendale… per tutto il personale a partire dal 14 febbraio per la durata di un anno». Come potrai fare lo straordinario, se starai in Cig per tutto il 2011?
2) Sulle prospettive future. Resta il sospetto che fossero vere le affermazioni sfuggite a Marchionne a «Che tempo che fa», il 24 ottobre: «Senza l´Italia la Fiat potrebbe fare molto di più…». Produrre auto in Italia, per la Fiat, è un problema che neanche l´accordo su Mirafiori può risolvere. Al supermanager italo-svizzero-canadese, apolide e multipolare, il Belpaese non conviene. Per due ragioni di fondo.
Non c´è convenienza «politica». Lo dicono i fatti. Finora il salvataggio e il rilancio della Fiat sono avvenuti sulla base di uno schema collaudato con gli Stati: io costruisco, salvo o rilancio le fabbriche, tu mi paghi. È avvenuto in una prima fase in Italia, finchè sono andati avanti gli ecoincentivi. È accaduto in Messico, dove il Lingotto ha ottenuto un prestito statale da 500 milioni per rifare l´impianto di Toluca. È accaduto in Serbia, dove per l´impianto di Kragujevic il gruppo incassa un contributo statale di 10 mila euro per ogni assunzione. È accaduto in America, dove l´operazione Chrysler è passata attraverso il «bailout» pubblico da 17 miliardi di dollari. E sta accadendo in tutti gli altri Paesi dove la Fiat vuole essere presente, dal Canada al Brasile, dall´Argentina alla Polonia.
Nel mondo i governi stanno spendendo soldi per salvare l´auto, e tra i principali stakeholder del settore ci sono proprio gli Stati. Obama ha speso 60 miliardi di dollari per le Chrysler, Ford e Gm. Sarkozy ha speso 7 miliardi per Psa-Renault. La Merkel ha speso 3 miliardi per la Opel. In Italia gli aiuti pubblici sono finiti nel 2004. Per la Fiat, dunque, lo Stato non è un interlocutore. E non lo è il governo, che non ha un euro da spendere e un «titolo» per intervenire. Ecco perché Marchionne può andarsene, se crede e quando crede, con la «benedizione» di Berlusconi, che in due anni (di cui quasi uno da ministro dello Sviluppo ad interim) non ha trovato il tempo per convocare almeno una riunione sul caso Fiat.
Non c´è convenienza economica. Lo dicono i numeri. La Fiat produce all´incirca 2,1 milioni di automobili l´anno. Circa 730 mila sono in Brasile, dove lavorano 9.100 dipendenti: ogni operaio sforna 77,6 automobili. Circa 600 mila in Polonia, dove lavorano 6.100 dipendenti: 100 auto per ogni operaio. In Italia 22.080 operai producono meno di 650 mila auto: 29,4 auto per dipendente. Il tasso medio di utilizzo degli impianti, da noi, oscilla tra il 30 e il 40%, con punte bassissime a Cassino (24%) e a Pomigliano (14%), contro una media dell´80% negli impianti dei costruttori franco-tedeschi. Su queste basi, in teoria, si fonderebbero gli accordi separati a Pomigliano e Mirafiori: bisogna lavorare di più, per schiodare l´Italia dallo scandaloso 118esimo posto (su 139) nella classifica Ocse sull´efficienza del lavoro.
Ma qui c´è il grande rebus e il grande limite della Dottrina Marchionne. Il grande rebus: riportare il coefficiente di utilizzo degli impianti a livelli competitivi è un impegno colossale: può bastare il «modello» di accordo sottoscritto da Fim, Uilm, Fismic e Ugl il 23 dicembre scorso? Nessuno, realisticamente, lo può credere. Non può bastare la rimodulazione dei turni su quattro diverse tipologie. Non può bastare la riduzione di 10 minuti delle pause giornaliere infra-turno. Non possono bastare le 120 ore annue di «lavoro straordinario produttivo». Non può bastare il disincentivo all´assenteismo basato sul mancato pagamento del primo giorno di malattia collegata a periodi pre o post festivi. Non può bastare nemmeno la «nuova metrica del lavoro» imposta dal famigerato metodo «Ergo-Uas», la scomposizione post-taylorista dell´ora di lavoro di ogni operaio in 100 mila unità di «tempo micronizzato» e la previsione pseudo-orwelliana di 350 operazioni effettuate dal singolo operaio in 72 secondi ciascuna.
Il problema della produttività non si risolve così, senza una strategia sull´innovazione di prodotto. Produrre di più per fare che cosa? Questo è il grande limite della Dottrina Marchionne. Se con un colpo di bacchetta magica il «ceo» riuscisse a far lavorare gli impianti italiani a ritmi di produttività tedeschi o americani, e se per magia ogni operaio di Mirafiori o di Pomigliano sfornasse 100 automobili all´anno come il «collega» serbo, la Fiat non saprebbe che farne. Le vetture prodotte in più resterebbero invendute nei piazzali. La Fiat non è in affanno perché la sua offerta, sul piano dei volumi, non riesce a soddisfare la domanda. Non è in affanno per ragioni di quantità, ma di qualità. È in difficoltà perché non ha nuovi modelli, soprattutto nella gamma alta e nel segmento a più elevato contenuto ecologico e tecnologico. E perché i modelli che ha soffrono sempre di più la concorrenza straniera. Nel 2010 il calo delle immatricolazioni Fiat (meno 16,7%) è il doppio della media del mercato (-9,2). E la quota di mercato si è ridotta al 30% (era 32,7 nel 2009).
Sulla carta, il rilancio di Mirafiori dovrebbe servire a colmare queste lacune. Con la produzione di «automobili e Suv di classe superiore per i marchi Jeep e Alfa Romeo». Con la possibilità di «produrre fino a più di mille auto al giorno per un totale di 250-280 mila vetture l´anno». Con l´investimento promesso che «supera il miliardo di euro, suddiviso tra Fiat e Chrysler». Questo è l´impegno del Lingotto, affidato al comunicato stampa accluso all´intesa e sottoscritto dai sindacati firmatari. Non c´è nulla, nel testo dell´accordo, che ne garantisca il rispetto. E non c´è nulla, nel misterioso piano «Fabbrica Italia» da 20 miliardi, che apra uno scenario industriale plausibile sui prossimi dieci anni. Si tratta allora di aggrapparsi disperatamente a quello che si ha, qui ed ora. E per il futuro, affidarsi a Marchionne. Una «scommessa» giocata su una «promessa». Il rischio è altissimo. Se fallisce, perdono tutti. Perdono i sindacati e la politica. Ma perde anche la Fiat. E perde anche Marchionne, anche se se ne torna a brindare a Detroit.

da www.repubblica.it

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«E Marchionne vince comunque», di Alberto Statera

Sì, è vero, le luci risplendono nella notte al quarto piano della palazzina dirigenziale del Lingotto, forse stavolta non è soltanto la pigra fantasia giornalistica a tenerle accese. E forse Sergio Marchionne e John Elkann sono davvero asserragliati lì e non nella vicina pizzeria di via Nizza ad aspettare i risultati del referendum.
Il 51% vittoria di misura, 63% vittoria piena, oltre il trionfo. Quasi un coatto plebiscito bulgaro della classe operaia a favore dell´innovazione ai tempi della globalizzazione, un risultato «storico» nella ridefinizione del rapporto malato tra capitale e lavoro. L´instancabile lider maximo Sergio Marchionne, il manager di ferro italo-svizzero-canadese che saltellando tra i fusi orari non si stanca mai, è stato descritto dalle oceaniche agiografie dilagate in questi giorni come un uomo che si attribuisce da sé la condanna a «una vita di merda», spesa tra jet intercontinentali, squallide periferie di Detroit e notti solitarie a Torino, che nella stagione meno gelida lo portano qualche volta a passeggio sotto le arcate dei Murazzi, quando non ascolta il “tinello marron” di Paolo Conte, che per umanizzarlo gli zelatori gli hanno attribuito come cantautore preferito. E´ più o meno l´ora in cui gli operai del primo turno alla catena di montaggio di Mirafiori si alzano dal letto e corrono assonnati a prendere il treno per andare in fabbrica. Loro senza il gradevole conforto dei 4 milioni e mezzo di stipendio fisso e del centinaio di milioni di stock options maturate o maturande.
Sarà un po´ stucchevole, ma una fenomenologia del vincitore di Mirafiori non può che tener conto dell´asserito e provato stakanovismo di questo figlio del popolo – il papà era maresciallo dei carabinieri – che mai in sei anni si è piegato ai riti borghesi della torinesità. Sembra niente, ma persino uno storico dell´economia autorevole come Giuseppe Berta lo considera un tratto non secondario nella vicenda che in questa gelida notte di gennaio dovrebbe far entrare per forza la globalizzazione in un corpo neghittosamente resistente come Mirafiori. Ma in fondo poco importa che la borghesia sabauda non sia mai riuscita ad averlo al suo desco e per questo lo considera poco più che un corpo estraneo. Come proclama il professor Pietro Ichino, esimio giuslavorista e senatore del Pd, Marchionne va ringraziato per la scossa che ha dato a un sistema che non può più andare avanti con relazioni ossificate, con liturgie ormai reperti di un mondo che non c´è più. Un merito tale che oscura persino, secondo gli ammiratori, l´asserita carenza di nuovi e decenti modelli di auto della Fiat, pur da tempo promessi, e il mistero che avvolge ancora il mitico programma di 20 miliardi di investimenti in cinque anni.
Esiste davvero il piano Italia e vale il sacrificio operaio della nuova organizzazione del lavoro prevista dal World Class Manifacturing? O tutti gli sforzi finanziari saranno destinati ad anticipare la presa del 51% della Chrysler? Nella vecchia fabbrica inaugurata da Mussolini nel 1939, oggi onusta di storia come nessun´altra in Europa e anche di ruggine, lo spoglio non è ancora finito, ma lassù al quarto piano o in pizzeria c´è un uomo che è un manager ma si muove come un padrone del vapore ora che la Famiglia in ritirata non interferisce più nelle prerogative manageriali, che festeggia sobriamente la vittoria. Sì, perché in fondo è una vittoria bifronte, dal momento che egli stesso ha detto che in caso di maggioranza di no gli sarebbe comunque convenuto lasciare l´Italia, trovando incredibile certificazione nell´autolesionismo del premier della Repubblica italiana.
Mirafiori sopravviverà, ma il professor Berta profetizza a buona ragione che la nuova Fiat-Chrysler e non Chrysler-Fiat marchionnesca sarà un´Idra a tante teste, dentro e fuori i confini d´Italia. Chissà che allora non torni di moda l´antico motto americanizzante: «Ciò che è bene per la Fiat è bene per l´Italia».
Molti si sono affannati a descrivere le scelte marchionnesche come dettate da esclusive esigenze aziendali per sfuggire agli ormai insostenibili barocchismi del sistema italiano di relazioni industriali. Ma nel balbettio vuoto e talvolta grottesco della politica ufficiale nessuno ha fatto più politica di Marchionne. In un colpo solo ha rivelato la rozza inconsistenza del governo e della maggioranza, ha spaccato il fronte sindacale, diviso la sinistra e il Partito democratico, che già da tempo Chiamparino considerava come una specie di insopportabile condominio litigioso al centro della capitale: «Quando arrivi a Sant´Andrea delle Fratte – ridacchia amaro – è come se ci fosse una segnaletica stradale che ti indica i diversi piani e corridoi con i nomi delle correnti e delle loro varie componenti». Uscendone, Marchionne ha coventrizzato persino la Confindustria che già non godeva proprio di buona salute. Ma chi l´ha detto che l´apolide canado-abruzzese, che il professor Berta e tanti altri a Torino giudicano una specie di Forrest Gump in termini di codici genetici e modelli borghesi alla sabauda, non sapesse perfettamente del vespaio politico in cui avrebbe messo le mani?
Correvano i primi giorni dell´ottobre scorso quando, tra lo stupore generale, bollò lo «zoo Italia», ormai privo di serietà, di rigore, di etica, di senso delle istituzioni e dello Stato, avvolto com´è in una cultura disastrosa che contribuisce ad alzare continuamente la tensione sociale. Si poteva essere più chiari?
Non era forse quasi un manifesto politico di denuncia di un Paese alla deriva che non riesce a sostenere né le imprese né i lavoratori, né i consumi né lo sviluppo, in un immobilismo senza speranza? Si chiese persino se qui la vita vale la pena di essere vissuta.
Da stanotte lo yankee subalpino senza cravatta d´ordinanza sabauda si gioca tutto qui e sul Michigan. Per carità, nessuno lo santifichi, come tende spesso a fare questo Paese, né lo butti preventivamente all´inferno. Di sicuro non è un eroe. Ma chissà che non aiuti qualche coraggioso resipiscente a tentare di uscire da questa fumante palude nazionale.

da www.repubblica. it

«L'eredità che resta all'Italia», di Luigi La Spina

Conclusa la votazione sul futuro di Mirafiori e in attesa di conoscerne il verdetto, si può osservare che l’altissima affluenza alle urne ha testimoniato la profonda consapevolezza dell’importanza di questa scelta per i destini individuali e concreti sia dei 5500 lavoratori direttamente interessati, sia per tutti coloro che, fuori da quei cancelli, sanno che anche la loro sorte è legata allo sviluppo produttivo di quella fabbrica. Ma costituisce anche il segnale di come sia stato compreso pure il valore simbolico che ha ormai assunto questo risultato, caricato inoltre, nei giorni scorsi, da una discussione a volte troppo astratta, con toni esasperati e inquinati da pregiudizi ideologici e polemiche strumentali.

Era forse inevitabile, del resto, una reazione così accesa alla proposta Fiat per Mirafiori perché non si può sottovalutare la sua forte carica innovativa, anche oltre gli stretti confini delle relazioni industriali, almeno per due motivi: la chiarezza con la quale si sono poste le condizioni all’Italia di un mercato globalizzato e altamente competitivo, quale quello dell’auto, e l’impossibilità di risolvere il confronto con le vecchie liturgie politico-concertative di un consenso da raggiungere ad ogni costo. Semplicemente perché quel possibile costo rischia di escludere il progetto dalle compatibilità del mercato. In un Paese dove i settori protetti da corporazioni agguerrite e non esposti a una concorrenza aperta e mondiale sono la maggioranza, il solo aver presentato, senza ipocrisie e senza possibilità di dilazioni a tempi infiniti, tali problemi ha avuto perciò un effetto dirompente.

La speranza è quella che il risultato del voto confermi le prospettive di un forte sviluppo dell’attività nello stabilimento di Mirafiori, condizione essenziale pure per il lavoro nell’indotto, ma anche per il futuro economico e sociale di tutto il territorio torinese. Ma, da domani, qualunque sia il verdetto e la sua proporzione tra i «sì» e i «no», è necessario che si allarghi il carico di responsabilità che si è abbattuto, ingiustamente, solo su 5 mila e 500 persone. Sì, perché è parso che solo da loro, dal loro comprensibile e comunque difficile travaglio di coscienza, dipenda tutto il futuro della manifattura italiana e, magari, dell’intero settore dell’industria nazionale.

Le questioni che hanno determinato il voto a Mirafiori, infatti, coinvolgono i destini, le condizioni di vita di milioni di nostri cittadini e la posizione dell’Italia nella competizione mondiale dei prossimi decenni. Tocca al governo porle al centro della sua attività, al Parlamento farne il tema dominante del dibattito politico. Così come le forze sociali organizzate, a partire dalla Confindustria e dai sindacati, non possono certo assumere la posizione di «tifosi», più o meno accesi, delle parti in causa. Perché i vecchi rifugi corporativi e assistenziali non reggono più le novità di economie e di società in cui le regole sono profondamente cambiate.

E’ vero che, in una democrazia, le condizioni del lavoro non possono essere solo sottoposte ai voleri del mercato, ma le tutele dei diritti, proprio in una democrazia, non possono essere difese solo per alcune categorie e trascurate per altre. Onestà intellettuale dovrebbe costringere a non ignorare l’ingiustizia che si compie nei confronti di tanti giovani disoccupati, di tanti lavoratori precari, costretti a una flessibilità esasperata e di cui non si vede mai la fine, che non sono difesi da nessun sindacato e la cui voce non ha mai alcun megafono per essere ascoltata.

Ecco perché il futuro dell’industria italiana, ma pure dell’economia italiana, non può dipendere e non si può caricare sulle spalle di coloro che hanno votato a Mirafiori. Anche perché è legato alle condizioni generali del cosiddetto «sistema paese»: lo sviluppo delle infrastrutture, le semplificazioni normative e burocratiche necessarie per alleviare il carico di adempimenti per chi vuole avviare una attività, la struttura di una imposizione fiscale squilibrata e non favorevole al lavoro, una riforma del Welfare che dia anche un po’ di serenità a quelle categorie che oggi ne sono ancora escluse. Infine, forse la condizione più importante: una scuola e una università che riprendano la funzione fondamentale in una democrazia. Quella di una formazione educativa e professionale che favorisca una mobilità sociale ormai negata, di fatto, nell’Italia d’oggi e che, insieme, metta i nostri giovani nelle condizioni di trovare un lavoro dignitoso.

da www.lastampa.it

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«Le tute blu tra rabbia e frustrazione “Lasciati da soli a decidere per tutti”», di Paolo Griseri
Ai cancelli spunta anche il senso pratico: “Votare no è giusto, ma anche un lusso, chi ha famiglia accetterà l´accordo”

TORINO – Non capisci se sono più arrabbiati con la Fiat, con i sindacati, con la politica o con i media che da una settimana hanno trasformato il piccolo spazio davanti al cancello della porta due in un set dove va in scena il primo scontro operaio del nuovo millennio. L´unica certezza è che sono davvero arrabbiati. «E sai perché?», chiede polemico Luciano, 46 anni, 25 passati in Fiat e una gran voglia di spegnere gli altoparlanti degli operai di Pomigliano che assordano la piazza con la pernacchia di Eduardo rivolta a Marchionne. Perché è arrabbiato Luciano? «Perché tanti hanno preferito caricarci sulle spalle un peso che per noi è troppo grande. Siamo operai. Siamo un gruppo anche abbastanza piccolo: noi cinquemila dobbiamo votare e scegliere per tutta Italia. Ma che senso ha? Perché ci hanno lasciati soli? Lo vedi il casino che c´è qui davanti? In fondo al corso, alla porta tre o quattro, non c´è nessuno, la vita è normale, un altro mondo che continua indifferente e ci guarderà alla sera in tv. Perché noi che siamo solo una fetta di Mirafiori dobbiamo scegliere per tutti?». Pasquale non dice che cosa ha votato. Si fa largo come tutti nella selva di microfoni, nell´accampamento dei Cobas, tra le bandiere dell´Usb, tra i camper dei sindacati e quelli delle tv. Prova a riferire i ragionamenti fatti con i compagni in fabbrica in coda davanti al seggio: «Io li capisco quelli che votano sì. Anche se non è giusto, anche se per principio sarebbe giusto votare no. Ma se ci chiudono la fabbrica, che cosa rimane? Fuori da qui non c´è nulla. Diciamola così: chi non ha figli può votare no perché è giusto; chi li ha finisce per votare sì perché deve crescere la famiglia. Votare no è un lusso».
Alle spalle di Pasquale la piazza si anima improvvisamente. Una lite tra delegati degli opposti schieramenti. Volano insulti ma dura poco: il tempo di accendere le telecamere, una ripresa e via, lo scontro è finito. Inevitabilmente Mirafiori è tornata simbolo. Arrivano tutti, anche le scolaresche, come fosse un museo o uno dei luoghi dell´unità d´Italia che in questi mesi Torino celebrerà con particolare impegno: «Siamo una classe del liceo artistico Cottini, ci ha portati il professore». Il professore non declina le generalità: «Meglio così, poi capita che qualcuno protesta. Ma ho pensato di portare i ragazzi perché, in fondo, possono assistere in diretta a un momento storico che potrebbe cambiare la storia delle relazioni industriali in Italia». In effetti la sede del liceo si trova dall´altro lato della strada. Tenere la lezione come se nulla fosse sarebbe stato impossibile (per l´assordante rimbombo degli altoparlanti) e forse assurdo.
Nel frastuono del giorno decisivo c´è chi, come Ugo Monzeglio, pensa al domani. E´ stato un militante della Fiom negli anni ´80 poi è passato in Cgil, ora è pensionato. Fa parte di quelli che consigliano alla Fiom di firmare se vince il sì: «Io penso che uscire dalla fabbrica sarebbe comunque un grave errore. La Fiat è così: una volta che sei uscito non ti fa più rientrare». Pochi passi più in là compare Rocco Larizza, ex operaio delle Meccaniche, ex senatore, l´ultimo segretario dei Ds di Torino prima della nascita del Pd, una vita in Fiat e nel Pci. Rocco ha un punto di vista diverso da Ugo: «Io invece penso che la Fiom non debba firmare. Anche se vince il sì. Perché firmare vorrebbe comunque dire gettare la spugna su una battaglia che è per la difesa dei diritti». Ma così la Fiom rimarrebbe fuori dalla fabbrica. Non è rischioso? Rocco sorride sotto il cappellino: «Se non firma tiene aperta una battaglia. Se firma, la chiude».

da www.repubblica.it

"Auto, carne, energia L'inquinamento è maschio", di Andrea Tarquini

Studio svedese raffronta i consumi e le abitudini di uomini e donne. Dallo scarso uso dei trasporti pubblici alle predilezioni alimentari, fino all’attitudine al fumo e all’alcol, emerge una netta differenza di impatto ambientale tra i due sessi. La differenza tra i sessi non si misura soltanto con l’aggressività maschile, di solito superiore a quella femminile, ma nel rapporto ben diverso di uomini e donne con l’ambiente. Sono i maschi, almeno in Europa, i veri nemici dell’equilibrio ecologico. Lo afferma almeno uno studio effettuato dalla Defence Research Agency svedese, e pubblicato dalla rivista Energy Policy. Studio compiuto da due donne, Riitta Raty e Annika Carlsson-Kanyama, secondo cui per le loro abitudini alimentari, di uso dell’auto o di viaggio in genere, e di consumi gli uomini causano molto più delle donne un’alta produzione di emissioni. Soprattutto a causa della smodata passione per le automobili e il maggior consumo di carne, abitudini che sembrano accomunarli in tutto il Vecchio continente, dalla Scandinavia al Mediterraneo.

Secondo i calcoli della ricerca gli uomini, specie se single, hanno abitudini che li portano a inquinare di più. Le due ricercatrici hanno preso a confronto i dati delle abitudini e quindi dei consumi medi individuali di energia di uomini e donne in Svezia, Norvegia, Germania e Grecia. I maschi risultano ben più inquinanti delle femmine, con una forbice che si ampia quanto più ci spostiamo da nord a sud. In Norvegia, in media, la differenza di tasso d’inquinamento individuale medio è del 6 per cento in più degli uomini rispetto alle donne. Già in Germania saliamo all’8 per cento, in Grecia balza addirittura al 39 per cento. Singolarmente, anche i maschi del più importante paese scandinavo,
la Svezia di solito considerata all’avanguardia nelle pari opportunità, nella coscienza ecologica e in ogni indice di qualità della vita, non sono così attenti alle natura come le loro concittadine: rispetto a loro consumano in media il 22 per cento in più.

Il generale, il documento sottolinea che le donne in media spendono più energia per abbigliamento, igiene, salute, beni per la casa o cibo. Gli uomini invece sono grandi spreconi quanto a dispendio energetico per il maggior consumo di carne, per i trasporti, e per la produzione di alcol e tabacco causata dalla loro alta domanda. Norvegesi e tedeschi consumano nei trasporti tra il 70 e l’80 per cento di energia rispetto alle donne, gli svedesi il 100 per cento, i greci addirittura il 350 per cento in più. Le informazioni possono essere di grande interesse per promuovere modelli di consumo più efficienti, afferma Annika Carlsson-Kanyama: “Le politiche ambientali dovrebbero cominciare a distinguere tra i due sessi, e in particolare nel settore dei trasporti le campagne per la moderazione nell’uso dell’auto privata e per la priorità ai mezzi pubblici dovrebbero essere più mirate sugli uomini per dimostrarsi più efficaci”. Più mirate, come la pubblicità che ammicca spesso ai maschi suggerendo l’acquisto d’un’auto veloce e potente o di una sigaretta da veri uomini forti. Insomma, le donne hanno spesso un modello di vita e consumi più ‘dolce’ e sostenibile. A modo loro sono più preparate al futuro.

La Repubblica 14.01.11

Viva l'Italia. Tutta intera

Presentazione delle centocinquanta iniziative del Pd per celebrare il 150° anno dell’Unità d’Italia (video)

Festeggiare i 150 anni dell’Unità d’Italia è un dovere morale, politico e culturale. Lo è ancora di più domandarsi il significato dei 150 anni d’Unità oggi. Così il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani ha introdotto la conferenza stampa di presentazione delle centocinquanta iniziative del Pd “Viva l’Italia. Tutta intera” per il grande anniversario della nostra nazione.

“Chi altro potrebbe presentare un progetto del genere? Quale partito italiano? Solo noi. Una volta di più dimostriamo di essere un partito nazionale, fondamentale per la riscossa del Paese”.

Dello stesso parere anche Gianni Cuperlo, responsabile del Centro Studi del Pd e promotore delle iniziative. “Siamo consapevoli di essere un partito e non una fondazione culturale e per questo che viviamo i 150 anni d’Unità d’Italia come una riflessione sul Paese e sulle vere ragioni dell’unità oggi. Questo alla luce del paradosso e dell’anomalia italiana di avere una cooalizione di governo che ha come anima la Lega i cui principi si basano su presupposti opposti al concetto di unità”.

“Il nostro – ha continuato Cuperlo – non sarà un viaggio nella memoria ma un percorso utile per intercettare i veri problemi del Paese e le capire quali siano le prospettive per uscire dalla crisi. Questo è il senso delle 150 iniziative che organizzerà il Pd in tutta Italia con appendici simboliche in tutti i 5 continenti”.

“Il 24 gennaio – ha dichiarato David Sassoli, capodelgazione Pd al Parlamento europeo – da Marsala risaliremo l’Italia fino alla Liguria in un viaggio per ricollegare l’Italia all’Europa. Sarà un’occasione per raccogliere e ascoltare il Paese e i nostri territori. Un’opportunità per conoscere meglio l’Italia e per affrontare con responsabilità le grandi sfide che raccoglieremo”.

150 appuntamenti dal Nord al Sud e all’estero per parlare dell’Italia, di noi, del futuro degli italiani, vecchi e nuovi.
150 appuntamenti per ragionare insieme, tra le altre cose, di: come nacque la Costituzione; come cambia il lavoro; le culture politiche della Repubblica; la democrazia e Sturzo; l’Europa l’Italia e il Mediterraneo; Norberto Bobbio e i diritti universali; il Sud nella storia d’Italia; la scienza e la vita, Francesco De Sanctis; Gramsci e il Risorgimento; lontani da casa, storia dell’emigrazione italiana;
il federalismo democratico; la scuola e il sapere; la sicurezza sul lavoro; la globalizzazione e l’internazionalizzazione delle imprese; immigrazione e nuova cittadinanza; le donne nella storia d’Italia; italiani di frontiera, storia e prospettive delle terre di confine; le infrastrutture e il volto del paese; la giovane Europa dei talenti in movimento; urbanistica e sviluppo; l’agricoltura italiana tra storia e futuro; le “ragioni” per rifare l’Italia; l’acqua bene comune; Giacomo Matteotti e l’antifascismo; mutualismo, cooperazione, associazionismo nella storia d’Italia; l’antimafia; gli ultimi trent’anni di cultura italiana; l’Italia dei prossimi trent’anni raccontata da chi ha meno di trent’anni…
E ancora, insieme: leggeremo, rileggeremo, presenteremo libri, guarderemo film, ci mobiliteremo su facebook, nelle scuole e nelle città…

1861-2011. L’Italia unita compie 150 anni. L’evento ci coglie nel mezzo di una crisi gravissima. Crisi economica e sociale, ma anche crisi democratica e morale col pericolo di diventare un Paese marginale in Europa e nel mondo.
Il paradosso di questo anniversario è anche nel fatto che al governo siede una forza che l’unità del Paese ha contestato sempre, nelle sue ragioni e nei suoi esiti.
Come se fosse possibile, prima ancora che sensato, immaginare il nostro futuro una volta di più “diviso” tra Nord e Sud.
La realtà è che la destra, negli anni, ha fondato il suo consenso su un’ipotesi di dissoluzione del Paese. Hanno raccontato una storia dell’Italia che ha cancellato o stravolto l’intera tradizione democratica, dal Risorgimento in avanti. E tra tutte, questa non è la minore delle loro responsabilità.

Il Pd vuole raccontare un’altra Italia.
Noi la pensiamo diversamente. Per noi l’anniversario storico diventa l’occasione per indicare una via di uscita da quella crisi che segna il venir meno di un’idea di Paese e del suo spirito unitario. L’opportunità, per molti versi irripetibile, di elaborare un progetto sull’Italia e sul nostro destino. E la nostra sarà anche l’occasione per un’analisi sullo stato di salute dell’Italia, sui suoi ritardi storici e soprattutto sulle ragioni future della sua coesione che stanno tutte, al fondo, nella convinzione che sia sempre meglio camminare e cambiare le cose “insieme”.
Nasce così l’idea di un viaggio, un itinerario per biografie, storie e racconti dell’Italia che è stata e di quella che ci piace immaginare. 150 appuntamenti, 150 luoghi della nostra storia e, al tempo stesso, altrettante immagini dell’Italia che sarà.

da www.partitodemocratico.it