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Pd Modena, “l’altra metà” del partito vuole pesare di più

Convocata per questa sera la Conferenza provinciale delle donne “luogo d’elaborazione di idee per valorizzare le differenze di genere”
E’ stata convocata per venerdì 14 gennaio la Conferenza provinciale permanente delle donne del Pd. L’incontro si terrà alle 20.30 nella Sala C di palazzo Europa. La Conferenza – si legge in una nota – vuole essere “luogo di elaborazione di proposte e di idee per rendere la politica più vicina alla vita delle persone e più capace di interpretarne i bisogni attraverso la valorizzazione delle differenze di genere”. Alla conferenza provinciale di Modena seguirà l’assemblea costitutiva della conferenza regionale delle donne democratiche che si terrà a Parma sabato 22 gennaio. Ai primi di febbraio è prevista la Conferenza nazionale di Roma.

“Le donne italiane – spiegano Mariangela Bastico e Caterina Liotti, rispettivamente coordinatrice e referente per Modena del gruppo regionale Conferenza delle donne – sono le più penalizzate in Europa nell’occupazione, nella carriera, nella rappresentanza politica e nel carico del lavoro domestico e delle responsabilità di cura. Crediamo sia un prezzo altissimo che fa male alle donne ma fa ancora più male al Paese, attraversato da una crisi sociale ed economica durissima. Relegare le donne ai margini dell’economia e della vita sociale e politica vuol dire privarsi di una grande opportunità di crescita. Per questo – concludono Bastico e Liotti – siamo impegnate, a livello locale e nazionale, a formulare proposte programmatiche che diano più peso al punto di vista di genere nella politica complessiva del partito”.

"La strage dei teatri", di Claudio Martini*

I guasti prodotti dai tagli lineari alla spesa pubblica svelano già tutta la loro pesantezza. Gravissima è la situazione della cultura italiana, alla quale il Governo sottrae, tra tagli generali e forte riduzione del Fondo Unico per lo Spettacolo (Fus), le risorse essenziali per vivere. I bilanci di Regioni ed Enti locali stanno evidenziando questo vero e proprio dramma nazionale. Tutti i sostegni pubblici vengono rivisti al ribasso, spesso sotto il livello minimo di sopravvivenza per enti e associazioni culturali.Ma il colpo finale arriverà con le prossime decisioni sui trasferimenti del Fus. Il taglio programmato dal Governo è quasi il
40% di quanto stanziato un anno fa. In questo modo mancherà l’ossigeno per tutti, dalla Scala al Maggio Fiorentino, dalle orchestre regionali ai teatri di base.
Un disastro nazionale. Per l’Italia la cultura è risorsa primaria e insostituibile, al pari dell’educazione e della ricerca scientifica.
È su questa triade che si fonda la nostra competizione qualitativa sui mercati globali. Che fare, dunque, oltre al sacrosanto dovere di denunciare questo scempio inaudito di risorse e di futuro?
Una prima questione riguarda noi, i nostri governi locali e regionali. Bisogna esprimere un’idea alternativa a quella dei tagli di Bondi e Tremonti. Ha poco senso criticare la Destra per la penalizzazione della cultura se poi nei singoli territori i nostri Sindaci o Presidenti fanno lo stesso, anche se “costretti” dalla crisi dei bilanci. Qui si gioca una partita identitaria per i governi del centrosinistra. O la triade educazione- ricerca-cultura è davvero “la” priorità, anche per lo sviluppo, la coesione sociale ed il futuro dei giovani: e allora non può essere tagliata da noi. Oppure rischiamo la retorica non credibile di chi critica il governo senza proporre modelli davvero alternativi. L’altro corno è la ricerca di un nuovo rapporto con i privati. In Italia grave è l’arretratezza della legislazione sulle donazioni private alla cultura. Non c’è il minimo incentivo fiscale, né una regia nazionale che assicuri trasparenza e qualità ad un’alleanza strategica tra pubblico e privato. Siamo indietro pur essendo il paese che si fregia di possedere la più alta quota di patrimonio culturale del mondo! Paradosso straziante. Ai privati non va chiesto un sostegno acritico ed episodico. Va offerto un progetto-paese sulla cultura,che evidenzi il contributo decisivo che essa dà anche alla promozione della nostra economia, dei nostri prodotti. Non c’è più tempo. Prima che teatri ed orchestre chiudano serve un sommovimento corale, nel nome dell’interesse generale del nostro amato Paese.

*UNIVERSITÀ DI TORINO PRESIDENTE FORUM PD POLITICHE LOCALI

L’Unità 14.01.11

"Le ragioni di Marchionne e le ragioni di tutti", di Ezio Mauro

Due, tre cose sulla Fiat e il Paese prima che si conoscano i risultati del referendum di Mirafiori. Prima, per ragionare fuori dall’orgia ideologica di chi si schiera sempre con il vincitore e di chi pensa che i canoni della modernità e del progresso – oggi – sono sanciti dal rapporto di forza. Il voto e la sfida di Torino non disegneranno un nuovo modello di governance per l’Italia, come sperano coloro che oggi attendono da Marchionne quel che per un quindicennio ha promesso Berlusconi, senza mai mantenere. Soprattutto non daranno il via né simbolicamente né concretamente – purtroppo – ad una fase generale di crescita del Paese. Il significato della partita di Mirafiori è un altro, e va chiamato col suo nome: la ridefinizione, dopo tanti anni, del rapporto tra capitale e lavoro. Un manager che è lui stesso transnazionale, che ha spostato il baricentro della Fiat da Torino a Detroit, ha liberato la famiglia proprietaria dal vincolo centenario con l’automobile ma anche dalla responsabilità verso il Paese, ha deciso un assemblaggio multinazionale dei prodotti che cambierà per sempre la fisionomia e la natura dell’automobile italiana, cambia a questo punto anche le regole del gioco. Se devo vendere nel mercato globale – dice Marchionne all’operaio – devo produrre al costo e alle condizioni di quel mercato, e se in Italia le condizioni e i costi sono diversi devono adeguarsi: solo così io investirò a Mirafiori, altrimenti andrò in Canada.

Dammi dunque il tuo lavoro secondo le mie necessità, in cambio ti darò più salario e il posto. Non c´è altro perché il posto, in tempi di crisi e di esclusione sociale, diventa la suprema garanzia e ne assorbe ogni altra. Anzi, perché l´investimento sia redditizio, ho bisogno di un controllo totale della produzione, via dunque i diritti (lo sciopero, la rappresentanza) perché sono una variabile indipendente, che rompe il modello di controllo: questo è il nuovo diritto-dovere in cui si esercita la libertà d´impresa. Le ragioni di Marchionne sono quelle della globalizzazione. Ma ci sono anche le ragioni degli altri, che sono le ragioni di tutti, perché chiamano in causa addirittura la democrazia.
Noi vediamo che in questo schema il rapporto tra capitale e lavoro si semplifica perché perde ogni cornice, si rinchiude nella fabbrica, smarrisce ogni valenza nazionale, dunque simbolica, quindi politica. Separato dai diritti, il lavoro torna ad essere semplice prestazione, merce. Ma insieme con i diritti, il lavoro diventava un elemento di dignità e di emancipazione (concetti più ampi del solo, indispensabile salario), dunque di cittadinanza, dando un senso alla Costituzione che lo pone a fondamento della Repubblica proprio per queste ragioni, intendendo in sostanza che senza libertà materiale – nel senso più largo ma anche più concreto del termine – non c´è libertà politica.
Ora, nessuna tra le parti in causa accetterebbe di definire la democrazia come un valore relativo, comprimibile in particolari condizioni davanti a specifiche esigenze. Bene. Ma vediamo oggi che alcune componenti della democrazia, cioè i diritti legati al lavoro (che sono anche i diritti dei più deboli, portatori delle maggiori disuguaglianze) possono essere comprimibili, se il mercato lo vuole, dunque diventano relativi. Soprattutto, questo non rappresenta un problema generale, ma solo dei singoli interessati, che senza più una classe di appartenenza, un partito di rappresentanza, una società con il senso del legame solidale tra i vincenti e i perdenti della globalizzazione, devono ormai cercare risposte individuali ad una questione collettiva: che non riescono più a far diventare una questione di tutti, vale a dire politica nel senso più alto del termine. Mentre le ragioni del mercato, le ragioni della produzione, vengono considerate comunemente come un problema generale, da condividere.
La vicenda si compie nella cornice spettacolare e dirimente del referendum, dove si confrontano apertamente il sì e il no. Ma qual è il grado di libertà dell´operaio di Mirafiori che va a votare (qualunque sia la sua scelta), sapendo di avere in realtà una sola risposta a disposizione, perché il no equivale alla perdita del posto di lavoro, per sé e per gli altri? Sarà anche questo un problema di democrazia sostanziale, appunto di libertà, oppure per gli operai valgono regole a parte?
Dico questo pensando che sia un grave errore non partecipare al referendum e comunque non riconoscerne l´esito, che deve essere in ogni caso vincolante per tutti, anche nelle condizioni date. Non solo: credo anche che l´urto della globalizzazione, che ci costringe a fare i conti non soltanto tra noi e gli altri (i Paesi emergenti), ma tra noi e noi, resettando regole e condizioni, non vada lasciato interamente sulle spalle dell´imprenditore. Ma c´è pure un modo per negoziare produttività, competitività, compatibilità salvaguardando nello stesso tempo i diritti legati al lavoro, semplicemente perché sono a vantaggio di tutti e dunque a carico di ciascuno, in quanto fanno parte del contesto democratico in cui viviamo, della moderna civiltà italiana ed europea.
Per questo è stupefacente l´incultura gregaria della sinistra che ha smarrito il quadrante della modernità e della conservazione, e pensa che l´innovazione sia cedere al pensiero dominante perché non ha un´idea propria del lavoro oggi, delle nuove disuguaglianze, del legame tra modernizzazione, partecipazione e solidarietà, come dice Beck, quindi la London School of Economics, non un´università marxista del secolo scorso: «Se il capitalismo globale dissolve il nucleo di valori della società del lavoro si rompe un´alleanza storica tra capitalismo, Stato sociale e democrazia», quella democrazia che è venuta al mondo in Europa proprio «come democrazia del lavoro». Cosa c´è di più innovatore e progressista che difendere questo nesso della modernità occidentale, che lega insieme l´economia di mercato, il welfare e la democrazia quotidiana che stiamo vivendo in questa parte del mondo?
Gregaria la sinistra, parassitaria la destra di governo, che usa la forza altrui esclusivamente per regolare i conti ideologici del Novecento visto che non è riuscita a saldarli per via politica, non avendone l´autorità. Ed è un puro ideologismo, non un semplice infortunio, il plauso del Capo del Governo all´idea che la Fiat debba lasciare l´Italia se dovesse perdere il referendum, punendo Torino, le famiglie operaie, l´indotto, il Paese per leso liberismo, altrui. Come se il dividendo ideologico (peraltro preso a prestito) fosse per il Capo del governo italiano più importante del lavoro, della sicurezza, del destino di una città e di un Paese.
Il vuoto della politica ha impedito di chiedere a Marchionne, mentre fissa nuove regole agli operai, di spiegare natura, rischi e potenzialità dell´investimento promesso, chiarendo anche, se il costo del lavoro pesa per il 7 per cento nel valore di un´automobile, quali sono le garanzie dell´azienda che anche tutto ciò che dà forma al restante 93 per cento si stia rimodellando in funzione delle nuove esigenze del mercato mondializzato, per riguadagnare le quote perdute di competitività: garantendo profitti e lavoro. Se la sfida è globale, riguarda appunto tutto e tutti.
Ma il vuoto della politica è più grave se si alza lo sguardo da Mirafiori e si raccorda la Fiat all´Italia. Un Paese fermo legge la sfida di Marchionne come una rivoluzione copernicana e una riforma capitale non del sistema di produzione ma delle relazioni di potere che lo governano: come se fosse possibile per la politica acquistare in outsourcing le riforme che non è capace di produrre in proprio, e gestirle senza condivisione.
La realtà è che l´innovazione berlusconiana del ´94 si è accontentata della conquista del potere ed è invecchiata esercitandolo, insieme con tutti i protagonisti in campo – sempre uguali, sempre gli stessi – di maggioranza e d´opposizione. Attorno il mondo ha fatto un giro, è nata Google, è rinata al mercato la Cina: l´Italia è ferma. Guidandola, Berlusconi diventa il simbolo di un Paese bloccato, il cui immobilismo non può però certamente dipendere solo da lui. Attorno alla politica nazionale, il sistema non ha più prodotto uomini riconosciuti come quadri internazionali dalla comunità europea e mondiale, come ai tempi di Ruggiero, Prodi, Monti, Padoa Schioppa, Bonino. Tolta l´eccellenza della moda e in particolare del lusso (che non può trainare da solo l´economia di un Paese) è ferma la produttività e la competitività del sistema industriale, quindi della crescita. Ma appassisce persino la stessa vecchia scuola delle Partecipazioni Statali, declina l´università e tutto il sistema d´istruzione – vero investimento a medio e lungo termine sul futuro -, le televisioni sono diventate inguardabili salvo le nicchie di Sky e della nuova «7». L´establishment ha confermato di non esistere, accontentandosi di essere un network di autoprotezione da rotocalco, incapace di svolgere la funzione nazionale di un richiamo alle regole e ai canoni europei, ma preferendo adattarsi al modus vivendi di un Paese rimpicciolito e rattrappito, pur di staccare qualche dividendo di piccolo potere, all´ombra del potere dominante. Così, inevitabilmente, l´immagine complessiva del Paese è declinata fino a raggiungere i più ingiusti stereotipi che ci hanno sempre accompagnati: in modo che nelle cancellerie non si fa nemmeno più lo sforzo di distinguere la realtà italiana dai luoghi comuni, perché la coincidenza è più comoda, e un´Italia debole fa comodo a tanti.
Il debito pubblico, nella sua massa enorme e nell´impotenza anche culturale della politica di affrontarlo per noi e per i nostri figli, è la fotografia di questo blocco. Che rende difficile affrontare gli spiragli di ripresa che gonfiano le vele alla Germania, ma consentono alla Francia di mantenere lo status di grande Paese se non più di grande potenza, ridanno speranza all´America, cambiano con Cina, India e Brasile la geopolitica mondiale.
Si capisce che in questo quadro la Fiat sembri una soluzione, ma è l´indicazione di un problema. Stupisce, piuttosto, che in tutti gli inviti politici alla «responsabilità», alla «pacificazione», all´«emergenza» che coprono il gran mercato della compravendita di deputati (l´unico fiorente) manchi l´unico appello veramente necessario al Paese: quel «patto per la crescita» che può cambiare l´Italia e che sarà l´indispensabile piattaforma di speranza per il dopo-Berlusconi.

La Repubblica 14.01.11

"Alemanno, bel federalista", di Vannino Chiti

Alemanno, bel federalista
Alla faccia del federalismo. Il sindaco di Roma Gianni Alemanno ne è un vero campione: discute del rinnovo della sua Giunta con i capigruppo del Pdl e con il presidente del consiglio. Si vanta di avere avuto da quest’ultimo carta bianca. E noi che pensavamo che un sindaco, tanto più della Capitale, non avesse bisogno di chiedere un permesso per la propria giunta al primo ministro.
Eravamo abituati a Rutelli e Veltroni, evidentemente “meno federalisti”, perché a loro un simile comportamento non sarebbe mai passato per l’anticamera del cervello. Mi riservo di esprimere un giudizio sul nuovo governo capitolino, se e quando verrà varato, ma insisto sul punto: tutta la vicenda della crisi al comune di Roma è iniziata in un modo che spiega chiaramente quale idea di federalismo abbia la destra della Capitale: una riunione insieme ai capigruppo di camera e senato, Cicchitto e Gasparri, alla quale è seguito lo scioglimento della giunta e un comunicato di Alemanno nel quale si diceva che quella nuova sarebbe stata fatta in «piena collaborazione con il Pdl, dai vertici nazionali fino ai responsabili territoriali» e si ringraziavano in modo particolare i capigruppo stessi per l’appoggio dato. Poi, dulcis in fundo, l’incontro con Berlusconi.
A questo punto una domanda sorge spontanea: si può essere federalisti praticando l’esatto contrario, non difendendo neppure l’autonomia e la responsabilità, vorrei dire il prestigio, del ruolo del sindaco? E un governo che si fonda sull’alleanza tra Pdl e Lega, con queste pratiche diffuse e portate avanti da esponenti di primo piano, cosa intende quando parla di federalismo? Propaganda? Visione ottocentesca di tanti staterelli separati? Un’altra mangiata romanesco-padana questa volta, magari, sulla scalinata del Campidoglio?
Cosa ha in testa veramente Gianni Alemanno? Forse ha ragione Mario Lavia che l’11 gennaio ha scritto sulle pagine di questo giornale che la poltrona di sindaco è ormai per lui scomoda. Intanto Roma sta vivendo un momento buio. Una fase negativa che ha toccato il suo apice con lo scandalo di Parentopoli ed è proseguita con l’azzeramento della Giunta. Il sindaco è stato incapace di governare Roma. Sono stato sorpreso dal livello scadente dimostrato in due anni e mezzo di mandato. È mancata una visione della città: in tutte le scelte compiute, dai rifiuti, alla sanità, dai progetti – che devastano il territorio – alla mobilità, la giunta Alemanno ha dimostrato di avere per Roma una impostazione separata e contrapposta alla sua regione, ha inseguito una politica frammentaria e improvvisata, dannosa per la città, lanciando proposte assurde come quella del Gran Premio di Formula Uno all’Eur.
Alemanno farebbe bene a prendere atto del fallimento non solo della sua Giunta ma prima di tutto suo personale e rassegnare per coerenza le dimissioni. È dunque iniziato il “dopo Alemanno”? In ogni caso sì: la crisi della destra è insanabile. Ora tocca al Pd far sentire la propria voce. Dobbiamo, da subito, costruire un progetto di governo nuovo e alternativo. Roma ha urgenza di chiudere questa parentesi e di avere nuovi protagonisti alla sua guida.

da Europa Quotidiano 14.01.11

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“La notte infinita di Alemanno”, di Mariantonietta Colimberti

Il sindaco di Roma sempre più in affanno si becca pure la bocciatura del patron della Formula Uno.
Si presenterà comunque con le occhiaie della notte insonne questa mattina all’udienza da Benedetto XVI, con una giunta purchessia o – al momento in cui andiamo in stampa è questa l’ipotesi più probabile – accompagnato dal solo consiglio, senza assessori.
Il colpo di teatro ritardato, messo a segno senza avvertire neanche i diretti interessati, non sta portando bene a Gianni Alemanno, incartato in un viluppo di veti incrociati, rifiuti più o meno eccellenti e aspettative di chiunque, nel senso che in quattro giorni si è sentito veramente di tutto.
E visto, anche. Come i manifesti comparsi improvvisamente in giro per Roma, firmati da un sedicente “Popolo della verità” che lancia avvertimenti: «Non si tocchino gli eletti del popolo» e «Nuova giunta per Roma: no al doppio incarico», in un rimando tutto interno alla destra capitolina che si interseca con alcuni esponenti del Pdl romano miracolati da uno scranno nel parlamento nazionale.
Come Stefano De Lillo, senatore fratello di Fabio, assessore all’ambiente della defunta giunta. I due congiunti (in tutto i fratelli De Lillo sono sette), così legati da disporre di un sito web unitario con due parti gemelle e una comune di news, ieri si sono recati al Campidoglio in pellegrinaggio separato, prima l’ex assessore, poi il senatore che cerca di salvargli la poltrona.
Al punto da tirare in ballo il premier («ho sentito il presidente Berlusconi, il tema della giunta di Roma è di importanza nazionale») e annunciare preventivamente una conferenza stampa per lunedì.
Lo stesso Alemanno, uscendo in serata dal suo ufficio dove era stato rinchiuso tutto il giorno (cosa per lui inusuale), per recarsi alla veglia di preghiera contro la persecuzione dei cristiani nel mondo, ha ammesso di non poter fare previsioni.
Il fatto è che il sindaco non riesce a trovare personaggi di rango che possano dare lustro al rilancio auspicato, nonostante lo strenuo impegno del presidente dell’Unione industriali di Roma, Aurelio Regina, fresco di nomina al vertice della Fondazione musica: i nomi circolati (Guido Bertolaso, Andrea Monorchio, Luigi Abete) sono caduti ad uno ad uno, senza nascondere neanche la sorpresa o addirittura il disappunto per essere stati tirati in ballo.
Del resto, la situazione è sotto gli occhi di tutti: una grande capitale non governata e allo sbando, imbruttita e con servizi che non funzionano, un’amministrazione ormai a metà mandato perché, come notano anche persone non ostili ad Alemanno, nel conteggio si esclude l’ultimo anno del quinquennio, che sotto il profilo dell’operatività è considerato già elettorale. Che la caccia si stia presentando più difficoltosa del previsto lo si deduce anche dalla dichiarazione del coordinatore regionale del Pdl, Vincenzo Piso, che, ribadendo che l’intenzione è quella di «creare una giunta all’altezza delle aspettative » con «tecnici che dovrebbero dare la loro disponibilità », ha sentito il bisogno di sottolineare che «Roma non è propriamente Canicattì».
E ieri Alemanno ha ricevuto un altro schiaffo in piena faccia: il patron della Formula Uno, Bernie Ecclestone, gli ha scritto che nessuno vuole due Gran Premi in uno stesso paese.
L’Italia ha già Monza, una gara «storica» considerata «intoccabile ». «Di fronte a questa svolta è evidente che è necessaria una riflessione sul progetto del Gp a Roma» ha ammesso il sindaco. Sicuramente.
E non solo su quello.

da Europa Quotidiano 14.01.11

"Ristabilita l'uguaglianza", di Carlo Federico Grosso

La Corte Costituzionale ha deliberato nei tempi previsti. Con uno stringato, ma esauriente, comunicato diffuso ieri pomeriggio, ha reso pubblici i contenuti della sua importante decisione sul legittimo impedimento. Essi mi paiono assolutamente condivisibili. I giudizi potranno essere esaustivi solo quando si potranno leggere le motivazioni della sentenza.

Oggi mi sembra importante cercare di capire il significato di ciò che è stato deciso e quali saranno le conseguenze sui processi penali del premier.

Vediamo, innanzitutto, di riassumere che cosa stabiliva, esattamente, la legge sul legittimo impedimento. Nel suo art. 1 comma 1 essa elencava i casi «che costituiscono legittimo impedimento per il Presidente del Consiglio a comparire quale imputato nelle udienze penali in ragione del concomitante esercizio di una o più delle sue attribuzioni». Nell’art. 1 comma 3 disponeva a sua volta che il giudice, su richiesta della parte, era obbligato a rinviare il processo ad altra udienza, senza potere procedere ad alcuna valutazione di merito sulla istanza presentata. Nell’art. 1 comma 4 soggiungeva che la presidenza del Consiglio aveva titolo «ad attestare che l’impedimento era continuativo e correlato allo svolgimento delle funzioni», e che in questo caso il giudice era tenuto «a rinviare il processo ad udienza successiva al periodo indicato» (che poteva essere addirittura di sei mesi).

In questo modo si configurava un vero e proprio titolo dell’Alta Carica, insindacabile dal giudice, a non presentarsi alle udienze penali adducendo l’impedimento, e ad ottenere in questo modo, automaticamente, il rinvio del processo (è utile ricordare che l’imputato ha diritto ad essere presente alle udienze penali nelle quali si tratta il suo processo). Secondo i critici, si veniva così a configurare una vera e propria condizione personale d’immunità processuale, che configgeva con il principio d’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, tanto più grave se si considerava che con certificazione, neppure motivata, la presidenza del Consiglio avrebbe potuto «attestare» la continuità dell’impedimento ed ottenere, in questo modo, un rinvio automatico del processo di rilevante durata.

Ebbene, la Corte Costituzionale ha, innanzitutto, dichiarato in modo assolutamente deciso l’illegittimità dell’art. 1 comma 4 della legge sul legittimo impedimento, stabilendo che l’ipotesi d’impedimento continuativo attestato dalla presidenza del Consiglio viola clamorosamente il principio di eguaglianza. Esso infrange infatti, è scritto nel comunicato, l’art. 3 Cost., che prevede, appunto, che «tutti i cittadini sono eguali di fronte alla legge».

In secondo luogo la Corte ha stabilito che è incostituzionale altresì il comma 3 dell’art. 1, «nella parte in cui non prevede che il giudice valuti in concreto, a norma dell’art. 420 ter c.p.p., l’impedimento addotto». Tale comma 3 prevedeva l’automatismo della sospensione del processo: l’Alta Carica presentava istanza di rinvio adducendo l’esistenza di un legittimo impedimento; il giudice era obbligato a disporre il rinvio. Questo automatismo, ha deciso la Corte, viola anch’esso il principio di eguaglianza, introducendo una situazione di privilegio ingiustificabile a favore di determinati soggetti. La norma ritorna, invece, ad essere legittima nella misura in cui si riconosca che il giudice può valutare in concreto, secondo quanto stabilisce per tutti i cittadini l’art. 420 ter c.p.p., se l’impedimento è appunto giustificato o no. Ma ciò significa avere, anche in questo caso, eliminato la norma di privilegio introdotta dalla legge n. 51/2010.

Dell’impalcatura originaria di tale legge rimane in piedi, quindi, soltanto la previsione dei casi d’impedimento, elencati nel comma 1 dell’art. 1. Nei confronti di questa norma la Corte ha infatti precisato che le questioni di legittimità costituzionale sollevate «non sono fondate». Ha tuttavia specificato che esse non sono fondate nella misura in cui «la disposizione venga interpretata in conformità con l’art. 420 ter c.p.p.»: che venga, cioè, interpretata nello spirito dei principi generali enunciati nei confronti di tutti i cittadini. Anche sotto questo profilo, pertanto, pure se non attraverso una dichiarazione d’illegittimità costituzionale, il privilegio sembra pertanto svanire. A questo punto è agevole indicare quali saranno gli effetti della sentenza della Corte sui processi del premier. Essi ovviamente riprenderanno. Il premier avrà, pur sempre, titolo per opporre, di volta in volta, un suo eventuale legittimo impedimento. Il giudice avrà, tuttavia, la possibilità di valutare in concreto la fondatezza o meno dell’istanza. Il principio di eguaglianza risulterà, in questo modo, sicuramente ristabilito. Non è difficile tuttavia immaginare quali saranno le tensioni che si accompagneranno ad ogni istanza presentata e ad ogni decisione di merito del giudice.

Un’ultima riflessione. Nel comunicato della Corte Costituzionale si precisa che le due norme sono state dichiarate incostituzionali per violazione «degli artt. 3 e 138 Cost.». Dell’art. 3 ho già parlato. Il riferimento all’art. 138 Cost. significa, verosimilmente, che a giudizio della Corte il «privilegio» del presidente del Consiglio potrebbe essere reintrodotto attraverso una legge di rango costituzionale. Un principio che era già stato enunciato nelle sentenze che avevano sancito l’incostituzionalità dei lodi Schifani ed Alfano.

La Stampa 14.01.11

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“Caduto il privilegio il premier va alla guerra”, di GIUSEPPE D´AVANZO

C´è una confortante novità e un paio di pessime notizie. La buona nuova è questa: la Consulta demolisce la legge sul “legittimo impedimento”. Berlusconi se l´era affatturata per il presente e per il futuro; per i processi in corso a Milano e per le tegole che (non si mai e chi meglio di lui può saperlo) gli potrebbero piovere sul capo. Il premier ha pensato, e non è un mistero per nessuno: quei processi mi spaventano, posso obiettare che devo governare, posso dire che è il compito che mi ha assegnato il popolo sovrano e quindi che non ho tempo per i processi – ma nemmeno un pomeriggio, neanche due ore, nemmeno il sabato o la domenica: la mia agenda non ha buchi – e quelli i giudici che possono fare?
Devono rinviare l´udienza. Può bastarmi? Posso fidarmi? No che non posso. Una legge deve obbligarli, vincolarli – sì, costringerli – altrimenti corro dei rischi.
Nasce così la legge sul “legittimo impedimento” che, in attesa della sospirata immunità costituzionale, assicura al Cavaliere di non essere processato. L´arnese scelto è il più prepotente. Si può definire autocertificazione: è lo stesso capo del governo che dirà, senza alcun possibilità di essere contraddetto, di avere molto da fare. Magari per i sei mesi che vengono perché non conta soltanto l´impegno pubblico che rende legittimo l´”impedimento”, ma anche tutto il lavoro di prima e di dopo o comunque essenziale a far fronte a quell´appuntamento istituzionale. Chi può sindacare quanto tempo sia necessario? Quindi, il giudice – comanda la legge – deve prenderne atto e rinviare l´udienza perché l´arresto del processo è automatico.
Ecco, è su questo punto decisivo (chi decide se l´impedimento è legittimo?) che la Corte costituzionale cancella oggi l´abusiva “prerogativa” che il Sovrano s´era cucinato nel suo esclusivo interesse e illegittimamente perché con legge ordinaria e non costituzionale. Come ha già scritto qui Franco Cordero: eliminato l´automatismo, la legge si squaglia. La Consulta, con la sua sentenza, annulla l´autocertificazione all´impedimento del Cavaliere (l´automatismo) e restituisce al giudice il dovere di accertare, caso per caso, di volta in volta, se le ragioni che ostacolano la presenza in aula dell´imputato siano concrete o fasulle, come accade a ogni cittadino della Repubblica. Si ripristina così ciò che la legge sul legittimo impedimento ha manomesso: l´eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge (art. 3 della Costituzione).
Fin qui la notizia che rincuora, ma ce ne sono anche di pessime. Per lo meno un paio. La prima è che Berlusconi non ha alcuna intenzione di difendere la sua onorabilità nel solo luogo appropriato, l´aula del tribunale. In quel luogo – e in modo definitivo con la “sentenza Mills” – è stato documentato che egli è un corruttore, un bugiardo e uno spergiuro anche quando fa voto della «testa di figli e nipoti». Un uomo, con un´altra idea della dignità personale e della responsabilità pubblica, filerebbe in quell´aula per dimostrare la sua correttezza e onestà. Non Berlusconi che si è fatto politico per scampare – e non è un mistero – da un passato di malaffare e come corruttore, bugiardo e spergiuro pretende di essere accettato dal Paese.
Il Cavaliere avrà buon gioco – altra pessima notizia – perché i processi che lo attendono a Milano presto diventeranno cenere. Tra le leggi che il Sovrano si è acconciato per farla franca (2001, rogatorie internazionali; 2002, legittimo sospetto; 2003, legge immunitaria Schifani; 2006, inappellabilità delle sentenze di proscioglimento; 2008, legge immunitaria Alfano), tutte sterili o cancellate dalla Corte Costituzionale, la più efficace per farla franca si è rivelata la riforma dei tempi della prescrizione (2005). È questa che soffocherà i processi di Milano. Cinque dei sette giudici che lo stavano giudicando a Milano per corruzione (Mills), frode fiscale (diritti tv Mediaset), appropriazione indebita (Mediatrade) sono stati trasferiti ad altro incarico. I dibattimenti dovranno dunque ricominciare di nuovo e daccapo e la possibilità che possano arrivare al verdetto definitivo della Cassazione è concreta come l´eventualità che Berlusconi accetti di farsi processare. Nelle prossime settimane e mesi assisteremo a uno spettacolo estenuante. Gli avvocati del Sovrano andranno in aula per sfruttare tutte le possibilità che la bocciatura parziale della legge sul legittimo impedimento lascia sul tavolo. La Consulta chiede ai giudici una leale collaborazione istituzionale e di accordare le necessità della giurisdizione con il dovere di governare. Il punto di equilibrio è difficile da trovare quando i diritti della difesa sono l´occasione non per fare luce nel processo, ma per tenersi lontano dal giudizio. Anche perché – facile previsione – Berlusconi non si farà mancare gli impegni soprattutto all´estero e i suoi legali useranno quell´agenda posticcia per scardinare i tempi del processo. È molto improbabile che i giudici del tribunale di Milano se la sentano di smascherare il gioco. Lo si è già detto. Se Berlusconi fosse un imputato qualunque, il tribunale stringerebbe i tempi e il “processo Mills”, che ha davanti un anno di tempo prima di “morire”, forse riuscirebbe a chiudersi anche in Cassazione. È il processo più sensibile e, in fondo, quello più limpido perché nei fatti si è già concluso quando anche dinanzi alla Cassazione – e quindi definitivamente – è stata accertato che l´avvocato inglese David Mills, architetto della galassia di società off-shore di Fininvest organizzata con il coinvolgimento «diretto e personale» del Cavaliere, è stato pagato per non dire la verità nei processi contro Craxi e gli ufficiali della Guardi di Finanza, corrotti dal tycoon di Arcore. La corruzione è un reato «a concorso necessario»: se Mills è stato corrotto, il presidente del consiglio (coimputato) è il corruttore. Per chiunque altro che non sia il capo del governo il processo, che ora ricomincerà a Milano, sarebbe una pura formalità. Tre e quattro udienze in primo grado. Un´udienza in appello. Un´udienza in Cassazione. Sentenza che passa in giudicato. Dodici mesi sono più che sufficienti perché nel caso degli «imputati in scadenza termini», come si dice, i tribunali hanno l´obbligo di fare presto e bene non fosse altro per garantire i diritti di chi è stato offeso dal reato. Potrebbe avvenire anche per il processo Mills? Difficile. Meglio, impossibile. Il clima di perenne aggressione all´ordine giudiziario un segno lo ha lasciato. Gli abusi del sistema politico, governativo e mediatico (un caso per tutti, l´agguato denigratorio al giudice Mesiano “colpevole” di aver indossato calzini viola) provocano nelle toghe qualche impaccio superfluo che rallenta il processo. Da questo punto di vista, la sentenza della Consulta non aiuta perché prepara ai giudici di Milano un percorso ricco di trappole e complicazioni. Per dirne una, con il costituzionalista Alessandro Pace: come si potrà «coniugare l´indifferibilità dell´impedimento con l´esistenza di un´attività preparatoria e consequenziale»? È quanto questo lavoro che predispone e segue l´impegno pubblico del capo del governo potrà essere legittimamente lungo?
A pensarci, l´annichilimento per prescrizione dei processi di Milano non è nemmeno la notizia peggiore. La nuova davvero pessima la si scorge nelle manifeste intenzioni del premier. Lo si vede già muovere i fili con attenzione. Clamorosamente fallito come uomo che governa e modernizza finalmente il Paese, il Cavaliere affida il suo destino al solo congegno che conosce e controlla: le elezioni. In queste ore, con queste mosse – ieri la sortita a Berlino contro «l´ordine giudiziario fuoriuscito dall´alveo costituzionale», oggi la catilinaria televisiva dalla tv di casa in compagnia di un dipendente – le sta preparando con cura mentre dice in pubblico – spudorato – di non volerle. Come sempre, ha bisogno di creare un «contratto emotivo» con gli elettori ricordando che la sua proposta politica è egli stesso. Che il suo destino è il destino di tutti. Che la sua persona e i suoi interessi privati sono gli interessi del Paese. È una strategia che funziona (in passato ha funzionato tre volte su cinque) quando ogni questione nazionale o espressione politica precipita in una conflittualità concreta che consente di dividere il Paese in amico e nemico. È un metodo che trasforma in una vuota astrazione ogni altro problema: il debito pubblico, il declino dell´Italia, il dramma delle giovani generazioni, il fallimento delle liberalizzazioni, lo Stato di diritto, i precetti della Carta costituzionale, la sovranità, il discredito dell´Italia nel mondo. Quel che conta è il Corpo mistico del Capo, al tempo stesso sovrano e popolo. Quel che conta è sapere qual è il nemico che minaccia il Capo e che quindi deve essere – dal popolo, dai membri del corpo mistico – contrastato e colpito. Ecco la notizia pessima: Berlusconi si prepara al voto ed è intenzionato a far rotolare il Paese in un conflitto senza confini e il nemico da distruggere sarà la magistratura. Una magistratura che il Cavaliere vorrà rappresentare come nemica del popolo, della democrazia, dell´Italia, come appunto pare si chiamerà il suo nuovo partito. Se sei contro l´Italia (partito), sei contro l´Italia (nazione). «Quando si avoca a sé la piena rappresentatività della comunità nazionale e si disconosce la legittima cittadinanza dell´altro in quanto anti-nazionale è guerra civile», sostiene Marco Rovelli. Si può anche non sapere se ci attende davvero una moderna “guerra civile”, è certo che Berlusconi sta preparando, a partire dai suoi contrasti con la giustizia, qualcosa di molto simile.

La Repubblica 14.01.11

"Classi strapiene e professori decimati la Lombardia scivola sotto la sufficienza", di Franco Vanni

L´allarme trova conferma nelle cifre: ecco i settori in cui gli standard regionali risultano inferiori alla media nazionale. La scuola lombarda è stata spremuta dai tagli fino all´ultima goccia, di più non si può fare, parola del direttore scolastico regionale. Per capire basta una fotografia: quella dei 51 studenti di una prima dell´istituto industriale Giorgi, che nel settembre scorso erano costretti a fare lezione in palestra. La classe ora è stata divisa in due, ma il problema delle aule che scoppiano resta. Perché i tagli si traducono anzitutto in spazio in meno.
[IL SOVRAFFOLLAMENTO]
Se la media di alunni per classe in Italia è di 21,3, in Lombardia si arriva al 21,7. La ragione è semplice: mentre in dieci regioni italiane il numero di studenti è calato dall´anno scolastico passato, in Lombardia ci sono 12mila studenti in più, una conseguenza dell´alto numero di stranieri. Ed è un aumento enorme, se si pensa che complessivamente gli alunni in Italia sono 14mila in più rispetto all´anno scorso. Il contingente di docenti però non cresce di conseguenza, come sarebbe logico aspettarsi, ma diminuisce: in Lombardia ci sono 2.704 insegnanti in meno, quasi il 2,8 per cento. Dalla sproporzione nascono situazioni come quella del Giorgi: non ci sono insegnanti per fare due classi, allora se ne fa una. Lo stesso vale per il sostegno agli studenti con disabilità.
[I DISABILI]
A bocciare i tagli degli insegnanti di sostegno ci ha pensato il tribunale civile. Una sentenza ha stabilito che è discriminatorio ridurre le ore di aiuto agli studenti disabili, accogliendo il ricorso di trenta genitori di 17 alunni di elementari milanesi. «Non ovunque si seguono gli stessi criteri per certificare la disabilità – dice il direttore Colosio – e l´importante non è il numero di insegnanti, ma la qualità del lavoro di integrazione in classe». Sarà. Ma un conto è avere due ragazzini da accudire (ed è la media italiana), un´altra è averne tre, come spesso succede in Lombardia. In regione ci sono 1.811 alunni disabili in più rispetto al 2009, e la media sale a 2,3 studenti per docente di sostegno. E se mancano insegnanti, non va meglio con i dirigenti delle scuole
[I PRESIDI ]
Per Colosio «le reggenze sono il vero dramma della scuola lombarda». “Reggente” è quel preside che ha più di un istituto da guidare, visto che da anni non vengono fatti nuovi concorsi per dirigente scolastico. In altre regioni ce ne sono in eccesso, in Lombardia ne mancano 314, con il risultato che altrettante scuole non hanno un preside tutto loro e lo devono quindi condividere con altri istituti. I dirigenti sono così costretti a correre qua e là, da una scuola all´altra. La stessa vita che, paradossalmente, tocca ai professori senza contratto, costretti a dividersi fra più istituti e fare da supplenti tappabuchi per i colleghi assenti.
[I PRECARI]
Ieri Cgil ha riunito alla Camera del Lavoro oltre mille insegnanti senza un posto fisso. L´obiettivo per tutti è impugnare il proprio contratto entro il 23 gennaio, data ultima che la legge dello scorso novembre sul pubblico impiego consente ai precari storici per tentare di ottenere una regolarizzazione della propria posizione. O quantomeno un indennizzo. Cisl ha già raccolto e inviato 500 richieste di assunzione a tempo indeterminato fra gli insegnanti, Cgil comincia ora. I prof che avrebbero diritto all´assunzione sono almeno 15mila, e 10mila sono i bidelli e gli impiegati nella medesima situazione. «La corsa al risparmio a tutti i costi – dice Pippo Frisone, di Flc Cgil – ha creato aberrazioni che potranno essere corrette solo in anni e anni di politiche del lavoro responsabili

La Repubblica 14.01.11

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Tempo pieno a rischio in tutta la Puglia
Stellacci: “Probabile ridimensionamento”. Sasso: “Tagli, meno qualità”, di Flavio Di Giuseppe

La Flc: “Barrare le caselle delle 40 ore per mettere il ministero di fronte al suo fallimento”. Niente occupazioni o flashmob. Stavolta la forma di protesta ideata dalla Cgil passa dalle schede ufficiali per l´iscrizione al prossimo anno scolastico: «Invitiamo i genitori che compileranno la richiesta per i propri figli a barrare solo la casella delle 40 ore – spiega Claudio Menga, della Flc Cgil – senza ulteriori opzioni o alternative al tempo pieno. Solo così si metterà il Ministero davanti al suo stesso fallimento: la proposta di un´offerta scolastica senza essere in grado di rispettarla».
All´indomani dell´avvio delle iscrizioni al prossimo anno scolastico anche in Puglia è già allarme per le classi a tempo pieno, che rischiano di essere ridimensionate dopo che nella sola provincia di Bari per l´anno in corso «circa mille e 175 famiglie non sono state accontentate». Attualmente nel Barese su circa 82mila alunni della scuola primaria, il 9,5 per cento è impegnato col tempo pieno, mentre il numero delle classi è di 323 su 3mila 632. Tra tagli e riduzione degli organici previsti dalla riforma Gelmini, il timore è che la percentuale sia destinata a scendere per le prime classi. Dai provveditorati, però, non arriva alcuna stima ufficiale. «È presto – spiega Giovanni Lacoppola, dell´Ufficio scolastico provinciale barese – bisogna attendere l´entità dei tagli. Gli istituti, al momento, sono comunque tenuti a ricevere le istanze a tempo pieno».
Attendono “con le mani legate” anche dalla Regione. «È evidente che se si governa la scuola solo coi numeri – sottolinea Alba Sasso, assessore al Diritto allo studio – i ragazzi avranno meno qualità e minori risultati». L´opzione delle 24 ore a settimana, intanto, continua a non attecchire: alle elementari se l´anno scorso solo il 3 per cento dei genitori ha iscritto i figli a tempo ridotto, quest´anno in pratica non ci sono state richieste. «Nella migliore delle ipotesi, per il tempo pieno confermeremo i dati di quest´anno ma c´è un evidente rischio di ridimensionamento» ammette anche Lucrezia Stellacci, direttrice dell´Ufficio scolastico regionale. «La situazione però è più complessa di quanto possa apparire. Anche gli enti locali non sono in grado di assicurare i servizi necessari per rendere il tempo pieno efficace: senza trasporti adeguati o mense, non si va da nessuna parte».

La Repubblica 14.01.11