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Il Pd si metta alla guida della riscossa del Paese o l'Italia si disgrega

Sintesi della relazione di Bersani alla Direzione del Pd
1. Nei prossimi mesi si deciderà che cosa faremo e saremo in Italia nei prossimi anni. Siamo ad un tornante storico. Per questo le proposte contenute nella relazione tengono conto di tutte le sensibilità presenti nel partito, in uno sforzo di massima unità, ma è opportuno che la direzione concluda i propri lavori con una posizione chiara e con un’assunzione chiara di responsabilità.

2. L’iniziativa politica del Pd che ha portato al voto sulla mozione di sfiducia del 14 dicembre è stata giusta. Certo, Berlusconi non è caduto, ma indiscutibilmente si è indebolito. Ne è uscita non una soluzione di vita, ma di mera sopravvivenza del governo. I problemi che si affacciano di fronte al paese Berlusconi dovrà scioglierli. Ma il presidente del Consiglio lo farà seguendo le ragioni personali non gli interessi del paese. Potrà tentare uno strappo. Noi non temiamo le elezioni anticipate. Ma non intendiamo togliergli le castagne dal fuoco: le elezioni anticipate sarebbero la dimostrazione del suo fallimento politico. In questa fase non ci impressionano i giochi tattici. Per esempio quello della Lega Nord sul federalismo: noi abbiamo la nostra proposta sul federalismo. Abbiamo le nostre discriminanti e non accetteremo un federalismo sgangherato e delle nebbie.
Naturalmente la vicenda di dicembre ha allargato ulteriormente la divaricazione tra i cittadini e la politica, confermando che la colpa più grave di Berlusconi è di aver deformato l’agenda delle cose da fare: si parla di tutto, fuorché dei problemi degli italiani.

3. E’ da questi problemi che invece deve partire il nostro ragionamento politico, che deve riguardare la proposta da fare al paese ma anche il Pd. La situazione del paese non può essere una giaculatoria, dopo la quale si parla di altro. L’analisi sulla situazione del paese è la base sulla quale poggia la nostra strategia.
La situazione del paese è grave e può essere riassunta in pochi dati, a cominciare dal fatto che nell’ultimo decennio il Sud si è drammaticamente allontanato dal Nord e però anche il Nord dell’Italia ha perso rispetto al resto dell’Europa. Basti pensare anche alla finanza pubblica: con un debito pubblico così elevato e una crescita così scarsa è chiaro che correremo rischi, che saremo esposti. La crisi italiana è di fondo, strutturale.
Il declino di un decennio, testimoniato da tutti i dati statistici, e i problemi accumulatisi negli ultimi anni nella società italiana non si rimuovono in un mese. Per rimontare ci vorranno anni di impegno.
Mettere mano a una strategia di riscossa è dunque un tema che non è ordinario. Se si pensa di essere di fronte ad un problema ordinario sia sul piano della democrazia, sia sul piano economico e sociale, è chiaro che il ragionamento può essere diverso. Oggi invece siamo di fronte ad un tornante ineludibile, profondo, di sistema, un passaggio storico per l’Italia. Il ragionamento deve essere conseguente.

4. Questa situazione viene percepita in modo molecolare nella vita comune, ma si traduce in sfiducia e disaffezione. Certo in Italia ci sono anche forze importanti, positive. Il tema è come metterle in campo. Ma l’idea che basti solo risvegliarle per risolvere il problema non tiene conto della profondità della crisi. E’ un’idea pre-crisi. Oggi le forze vitali del paese hanno bisogno di orientamento e di politiche positive, incisive. Questo sta avvenendo in tutto il mondo. E’ un portato della crisi.

5. Se tutto questo è vero e il paese si trova di fronte ad un tornante in cui sono in gioco il ruolo dell’Italia nella divisione internazionale del lavoro, il welfare, le prospettive delle nuove generazioni, è con autonomia di giudizio e capacità di assumere le proprie responsabilità, come un grande partito riformatore, che il Pd deve presentare un progetto al paese.
E’ in atto in questo periodo una campagna di attacco sulle possibilità riformiste dell’opposizione. Da un lato va respinta al mittente, perché negli ultimi quindici anni solo il centrosinistra ha mostrato di essere in grado di apportare riforme. Dall’altro va presa come uno stimolo.
La proposta sul progetto del Pd è tutto il contrario di un ragionamento politicista. Si parte da una proposta sui contenuti per affrontare i problemi del paese e lanciare una riscossa dell’Italia. E’ una proposta di sistema basata su due pilastri, una riforma repubblicana e un patto per la crescita e il lavoro.
Riforma istituzionale, una riforma delle legge elettorale (doppio turno con quote proporzionali), il federalismo secondo il Pd, una riforma della giustizia perché funzioni per i cittadini, la riduzione dei costi della politica (l’esempio dell’Emilia Romagna può essere utile), la cancellazione delle leggi ad personam e delle leggi a favore della cricca, l’approvazione delle norme sul conflitto di interesse e di nuove norme antitrust per l’informazione, civiltà dell’immigrazione, la riforma della Rai.. Ecco che cosa significa riforma repubblicana: un pacchetto di riforme democratiche, per la Repubblica, avendo come punto di riferimento l’Europa e che il posto dell’Italia è in Europa.
Stabilità, crescita e lavoro. Il lavoro nella globalizzazione: se è necessario decentrare e flessibilizzare, allora bisogna che l’Italia si dia un modello fatto di regole di partecipazione e che abbia una sponda nelle leggi del paese. Contro la precarietà, contro i sottosalari. Bisogna distribuire lo sforzo per aumentare la produttività, senza pensare che debbano farlo solo coloro che stanno alla catena di montaggio. E dunque: nuovo patto fiscale; liberalizzazioni; analisi dettagliata e intervento nella spesa pubblica corrente, cosa che il centrosinistra aveva cominciato a fare; politica industriale; economia verde; premi veri, non alla maniera del ministro Gelmini, per incentivare la ricerca; rivisitazione della politica per il Mezzogiorno, selettiva e che salti le intermediazioni amministrative, con diritti di cittadinanza, favorendo la legalità.
Su tutti questi interventi e su altri ancora il Pd ha già lavorato nei mesi scorsi. Il lavoro ora va completato mettendoci anche un forte tasso di innovazione. L’assemblea nazionale che si svolgerà il 28 e 29 gennaio a Napoli (la terza dopo quelle di Roma e di Varese) deve essere anche riassuntiva di questo lavoro.

6. Prima viene la predisposizione di un progetto per la riscossa del paese. Questo progetto poi il Pd lo presenterà alle forze sociali e alle forze politiche, per andare non contro Berlusconi, ma oltre Berlusconi. E questo andare oltre ha dentro anche aspetti ricostruttivi e costituenti, dopo la cura subita dall’Italia negli ultimi anni: bisogna riallestire un modello di democrazia non populista e non plebiscitaria. E sui problemi economici e sociali si vede chiara l’esigenza di mettere elementi regolativi: socialità, patto fiscale, patto sociale.
Non si ipotizza dunque un cambiamento di governo in una situazione normale, fisiologica. La proposta è di dare vita ad un cambiamento di fondo. Questa tensione costituente e ricostruttiva deve impegnare tutte le forze dell’opposizione che devono responsabilizzarsi, se vogliono oltrepassare il berlusconismo, anche forze che hanno tra loro prospettive non collimanti.
Noi vogliamo discutere questo progetto sia con le forze di sinistra e di centrosinistra interessate a una reale, stringente e non ambigua prospettiva di governo, sia con le forze di opposizione di centro e che si dichiarino di centro. Ovviamente il Pd non è interessato invece a forze impegnate nella ristrutturazione del centrodestra. Il Pd è interessato a dialogare con forze che abbiano una posizione moderata e che rifiutano la deriva plebiscitaria.
Ma attenzione, noi non siamo quelli che bussano alle porte per vedere chi ci fa entrare: la proposta è per il paese, noi diciamo quello che secondo il Pd serve al paese. Alla fine si tireranno le somme, senza venir meno, però, in ogni caso, a questa prospettiva larga e coinvolgente, perché questo tipo di impostazione corrisponde alle necessità poste dai problemi del paese: una impostazione che resterà vera anche a prescindere dalle condizioni contingenti che si verranno a creare.
Bisogna avere uno sguardo rivolto al futuro, anche al di là di ciò che accade in un determinato momento. Alle spalle abbiamo una cultura politica che questo ha saputo farlo. Basti pensare ad Aldo Moro, che ragionava sulla terza fase mentre in Italia c’era la strategia della tensione.
Il problema del cambiamento non si esaurisce nella fase contingente, è il problema del prossimo decennio. Chi si sottrae a questa responsabilità spieghi, non a noi ma al paese, che cosa altro serve. E’ pensabile per esempio condizionare Berlusconi, sapendo da subito che lui ci porterà inevitabilmente ad una drammatizzazione del bivio costituzionale? Oppure restringere il campo già nella premessa all’idea che sia meglio chiudersi nel campo dei duri e dei puri, lasciando quelli che si ritengono moderati esposti alla sirena del populismo, favorendone lo schieramento dall’altra parte? Lo spieghino al paese. I tempi stringono e bisogna essere chiari. E che bisogna essere chiari riguarda anche il Pd. Tutte le proposte sono perfezionabili e migliorabili. Se si intende contestarle, bisogna presentarne altre e che si capiscano.

7. Fiat. La scelta che avverrà in queste ore è da rispettare. Noi teniamo all’investimento per Torino e per l’Italia. L’accordo prevede condizioni nuove non semplici per l’organizzazione del lavoro, ma su queste decideranno i lavoratori.
In questa vicenda ci sono però anche riflessioni ed iniziative che toccano alla politica. A cominciare dalla solitudine estrema in cui si svolge questa scelta che rischia di coinvolgere tutti, mentre il governo o è assente o lavora per favorire soluzioni corporative e arretrate che in altri settori non contribuiscono alla produttività. Basti pensare al ministro della Giustizia che sta facendo fare la riforma delle professioni di fatto agli ordini professionali. Non è giusto che gli sforzi per l’aumento della produttività debbano gravare solo sulle spalle dei lavoratori.
Le regole che derivano da questo accordo non sono inoltre accettabili in termini sistemici. Non è solo questione di Fiat o di Marchionne, è una questione di sistema. Noi dobbiamo introdurre con urgenza nuove regole sulla rappresentanza.
Infine è una vergogna l’assenza di una politica industriale e il silenzio totale del governo: le cose non sono chiare, al di là dell’investimento di Mirafiori, su Fabbrica Italia, su quali siano le condizioni della ricerca Fiat in Italia, su quale sia l’esito di altre scelte, per esempio su Termini Imerese.
La posizione del Pd è dunque netta e chiara. Anche se il Pd non accetta di ridurre la propria linea a una questione di tifoseria. La vicenda Fiat non è il derby Milan-Inter,

8. Anche da questo punto di vista è necessario un richiamo alla responsabilità del Partito democratico a non offrire sponde e occasioni a chi vuole descrivere il Pd come inservibile, perché diviso. Se è inservibile il Pd è un problema per tutto il paese. Chi gioca con questo tema, scherza con il fuoco. In nome del paese non dobbiamo offrire argomenti e pretesti a chi vuole azzoppare il Pd prima che la corsa cominci.
Su questo punto noi non siamo innocenti. Il problema del partito esiste. Entro il 2011 sarà opportuno organizzare una conferenza nazionale sul partito, coinvolgendo tutti i circoli, dove si discutere del partito. E non si discute partendo dalla coda, ma dalla testa, che è il tema stesso della democrazia.
Per 20-30 anni in Europa abbiamo vissuto tutti una fase di ridiscussione dei partiti di massa. Dopo di che, come per tutto il resto dei problemi, in Italia abbiamo avuto una vicenda molto particolare. In Europa i partiti hanno avuto problemi, si sono indeboliti. Ma nessuno ha mai pensato di negare la funzione costitutiva dei partiti, che è quella di unificare, di semplificare la complessità, di collegare istanze parziali a una dimensione nazionale, di garantire maggioranze che possono orientare l’azione del governo. Il problema della stabilità non è il “capo”, ma la maggioranza: qui in Italia il problema è sempre stato il venir meno della maggioranza, mica l’assenza dei capi. E dunque questa funzione se non la svolge un partito, dato che in politica il vuoto non esiste, la svolgerà una forma di populismo personalizzata, perché la società civile, per quanto nobile ed essenziale, per definizione non è in grado di offrire questa unificazione.
Noi possiamo portare dunque all’Europa una certa idea di partito: un partito molto più in comunicazione con gli elettori e i cittadini, un partito intimamente plurale, un partito trasparente, un partito aperto, ma anche un partito che non venga meno a quella funzione che serva al paese. Pd poteva significare “popolo democratico”. Noi abbiamo detto “partito democratico”. E dunque questo è il Dna. Il resto viene dopo.

9. Sulle primarie, quelle che ci sono si fanno. Nella conferenza sul partito discuteremo anche di questo. Non capisco gli appelli che ricevo a non cancellare le primarie. Non ho mai pensato una cosa del genere. L’idea è di riformarle per preservarle. Lo strumento ha mostrato una sua vitalità ma anche prodotto alcuni problemi, per esempio l’inibizione all’allargamento della coalizione o al coinvolgimento di personalità della società civile. E’ un tema che va affrontato senza sollevare bandiere e senza spirito di tifoseria. Nessuno vuole cancellare le primarie.

10. In conclusione, bisogna fare un richiamo forte ai comportamenti. Si sentono, purtroppo anche in luoghi non periferici del partito, parole non rispettose, parole che non danno l’idea minima di solidarietà, di rispetto e stima reciproca. E anche parole ambigue sulle stesse prospettive del partito. Questo non è accettabile, soprattutto se si pensa al momento che stiamo vivendo: quello che abbiamo di fronte è un anno di combattimento. Se ci si va con questo tipo di linguaggio, ci si va con le mani legate.

www.partitodemocratico.it

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Solo il Pd può tenere insieme il Paese (la sintesi delle conclusioni di Bersani).

Nella relazione di chiusura della Direzione, Bersani ha voluto ribadire il ruolo del Pd nella sua funzione ricostruttiva e costituente di una nuova Italia: “Teniamo il passo e andiamo avanti. Nella politica dell’incertezza e della nebbia dobbiamo afferrare il punto di fondo: l’Italia arretra, si sta dissociando, si sta dividendo. Questo è il vero problema e su questo dobbiamo concentrarci. Siamo tra i più forti partiti progressisti in Europa. Possiamo avere un ruolo importante perché dall’Italia possa venire una reazione dei progressisti europei. Oggi assistiamo alla deriva di un populismo che deforma il sistema e porta alla non-decisione. Dobbiamo avere una funzione ricostruttiva e costituente di una nuova Italia. Ricordiamoci bene che solo il solo il Pd può tenere insieme il Paese”.

Per quanto riguarda ancora il caso Fiat, Bersani ha ribadito come la situazione sia davvero complessa ma “mai ho visto un operaio della Fiat che chiede ai politici di pronunciarsi con un sì o con un no”.

Quindi citando “La malattia della psicoanalisi” di Charles Rycroft, Bersani ha concluso dicendo che “senza una visione del mondo e un affetto non si va avanti. Io posso dare la mia idea sulla visione ma tutti dobbiamo garantire l’affetto”.

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Votazioni finali:

Bilancio preventivo 2011 e consolidato 2009: approvati con il voto unanime favorevole.
Votazione sulla relazione di Bersani: 127 voti favorevoli, 2 negativi e 2 astenuti. Gli esponenti di Movimento democratico non hanno partecipato al voto

"Una maggioranza artificiale ostaggio della Lega", di Arnaldo Sciarelli

Il triangolo dialettico di Giorgio Napolitano – incontro per gli auguri di Natale, discorso di fine d’anno, intervento a Reggio Emilia – consente ai politici italiani di capire che il presidente ha le idee chiarissime su come affrontare il presente, duro e complicato, e programmare un futuro tentando di leggerne la complessità e le variabili.
Certo è che non mollerà di un centimetro la difesa dell’Unità nazionale, della Carta costituzionale e dell’interesse generale che questa maggioranza artificiale di governo, piaccia o non piaccia, non riesce a fare. Al di là delle obiettive difficoltà economiche di origine internazionale, da una parte c’è un devastante conflitto di interesse, dall’altra la presenza, inimmaginabile e volgare in uno stato di diritto, di un partito statutariamente secessionista che è purtroppo nel governo del nostro paese e che consente, quindi, per motivi numerici, il perdurare del predetto conflitto. E tutto ciò deriva, fa bene ripetere, da una legge elettorale che consente alla minoranza coesa del berlusconismo di diventare maggioranza e al 60% dell’opposizione non coesa di diventare minoranza. Ecco perché questo paese è difficilmente governabile al di là del terribile incremento dell’astensionismo che è un frullato di qualunquismo e disistima per la classe politica.
È necessario scomporre questo quadro politico e ricomporlo fra simili. Protagonisti da una parte e conservatori utilitaristi dall’altra, superando le sigle attuali. È necessario risolvere il problema della presenza della Lega; o cambia nome e statuto ed accetta la Corte costituzionale in maniera scritta o va, per evidente incostituzionalità, fuori dal governo e dal parlamento. Diventando solo una pacifica associazione, altrimenti nemmeno quella, che programma sagre critiche o referendum.
A Reggio Emilia, piaccia o non piaccia, il presidente ha posto il problema in maniera garbata, suadente, esortante ma chiara e forte. Oltre «a tenere i conti in ordine» questa presunta maggioranza gestisce il corrente senza concretizzare vantaggi reali per il paese e la gente comune. Le opposizioni hanno il dovere di affrontare il problema leghista nelle sedi competenti e di essere sempre pronti in parlamento per mandare sotto appena possibile questo governo. Visto che Tremonti parla di mostri all’orizzonte, Berlusconi di inizio di ripresa, e Bonaiuti di nessun contrasto tra il ministro dell’economia e il premier pro tempore. Visto che la disoccupazione giovanile aumenta, che l’inflazione reale mortifica i lavoratori a reddito fisso, che la forbice ricchezza povertà s’incrementa.
Visto che il problema Fiat potrebbe generare processi parapolitici infausti se non affrontato con intelligenza e capacità di mediazione vera tra interessi diversi: le imprese non possono fare sempre quello che vogliono e riversare i loro errori strategici e progettuali sul mondo del lavoro. Viste le risposte leghiste al discorso di Reggio Emilia, i richiami incolti a Cavour e Cattaneo, le ridicolaggini di Agro, le confusioni di Zaia che non ha le idee chiare sulla Costituzione o che non ha letto lo statuto del suo partito. Visti i tentativi di recupero, comunque monchi, di Cota, Calderoli e del Sindaco di Verona che si arroga il diritto di “rivalutare Napolitano”.
Visto che qualche leghista vuole nel Modenese una stele comune tra caduti partigiani e nazifascisti. Roba da brividi nel mettere insieme un ideale di libertà e un altro di sopraffazione al di là del rispetto per la morte. Visto che un consigliere regionale del Pdl ritiene illegittima la presenza delle bandiere delle brigate Garibaldi a Reggio Emilia; il buon uomo dimentica che senza i patrioti della Resistenza, dalla quale nacque la repubblica e la corte costituzionale, l’Italia non sarebbe diventata un grande paese e quest’Unità forse non ci sarebbe. Visto che il nostro Tricolore emoziona ancora, piaccia o non piaccia ai leghisti colitici e non, intere generazioni e significa libertà, fraternità, uguaglianza. Visto che si vuole tutelare l’attività politica o governativa di inquisiti, imputati e condannati.
E per concludere, visto che presunti comunisti attraverso una certa magistratura bolscevica vogliono eliminare il presidente del consiglio pro tempore – nonostante la sua amicizia con l’ex capo, certamente già comunista, del Kgb ma con diritto berlusconiano alla catarsi – è giusto evitare una simile violenza e provvederne alla rimozione democratica e più in fretta possibile in parlamento. Cosa non difficile poiché esiste solo con i voti leghisti. E Gramellini, da Fazio su Raitre, leggendo lo statuto leghista ha dimostrato agli italiani che Bossi e i suoi seguaci sono secessionisti per iscritto ed hanno come obiettivo, anch’esso scritto nel loro statuto, la costituzione di una fantomatica repubblica padana “al netto” di Lazio, Mezzogiorno e isole. Tutto ciò, partendo da questo giornale, è stato denunciato da tempo sulla stampa nazionale con un appello ai presidenti della camera e del senato da un nutrito gruppo di intellettuali e politici.
Che l’abbia chiuso in un cassetto Schifani è comprensibile, di meno Fini. Per non parlare del suo ufficio di presidenza che negò, come ho già scritto, al deputato Pisicchio dell’Api una question time sull’incostituzionalità leghista.
Speriamo che proprio questa nascente alleanza che non definirei Terzo polo, ma federazione democratica italiana, attraverso Rutelli, che non ha mai avuto contaminazioni leghiste, contribuisca a cancellare questa iattura che obbliga lo stallo della politica e impedisce il possibile sviluppo del nostro paese.

da Europa Quotidiano 13.01.11

«Liste di ebrei. L’antisemitismo continua a esistere», intervista ad Amos Luzzatto di Umberto De Giovannangeli

L’ex presidente delle comunità ebraiche italiane:
«Provo rabbia e indignazione per i nomi sul sito neonazista ma non sorpresa. Le radici del razzismo sono ancora forti». Il monito. «Da tempo sollecito l’opinione pubblica a non considerare la Shoah come memoria di un oscuro passato». I ricordi. «Ero piccolo quando passavano le camicie brune e si diceva: in Italia non può accadere nulla di terribile». Rabbia. Dolore. Inquietudine. Tutto, tranne che sorpresa. Perché non smetterò mai di denunciare che le radici politiche, storiche e culturali dell’antisemitismo continuano ad esistere e a ramificare». Ad affermarlo è una delle figure più autorevoli e rappresentative dell’ebraismo italiano: Amos Luzzatto, già presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane. (Ucei). Professor Luzzatto, a cosa è improntata la sua prima reazione alla notizia del sito neonazista statunitense che ha pubblicato una lista di ebrei italiani?
«Rabbia. Indignazione. Inquietudine. Tutto ma non sorpresa. Da molto tempo sollecito l’opinione pubblica, in particolare in questi giorni in cui si ricorda la Shoah, a non comportarsi come se si trattasse della memoria di un oscuro passato che si è totalmente dileguato. Ritengo e ripeto che le radici politiche, storiche e culturali dell’antisemitismo continuano ad esistere e a ramificare, a volte, ma non sempre, sotto mentite sembianze. Per questo motivo, e soprattutto perché ogni ripresa di ideologie razziste rappresenta un pericolo effettivo per lo sviluppo di una democrazia di civile convivenza, mi sono permesso, anche di recente, forse con un tanto di provocazione, di affermare in pubblico che non mi dispiacerebbe di cambiare il nome della Giornata della Memoria in Giornata per la vigilanza in difesa della democrazia».
Il mondo politico si è trovato unito nel condannare questo atto. Ma bastano le parole di condanna?
«No, non possono bastare. E, a mio avviso, non bastano neppure atti estemporanei per educare i giovani a condannare queste manifestazioni. Credo invece che dobbiamo costruire assieme una cultura di convivenza fattiva fra lingue, tradizioni, religioni diverse; una convivenza che si nutra della curiosità nei confronti dell’altro, come di mondi a noi apparentati che non conosciamo sul serio e per i quali la conoscenza puntuale sarebbe certamente un arricchimento per tutti».
C’è nell’opinione pubblica una sufficiente consapevolezza di quanto da Lei denunciato? «Una consapevolezza matura e completa direi di no, anche perché in caso contrario sarebbe difficile spiegarsi questi periodici ritorni di fiamma del razzismo, dell’antisemitismo, del rifiuto delle culture altrui». Lei, per età e per l’impegno di una vita, rappresenta la memoria storica di ciò che le «liste» hanno rappresentato per il popolo ebraico. Sul piano personale, cosa ha significato per Lei, vedere di nuovo una lista di ebrei da colpire?
«In quei terribili anni ero un bambino, ma ricordo bene quando, indicando le prime camicie brune con la svastica che giravano per l’Italia, tanta gente diceva: fanno cose terribili a casa loro ma qui da noi non può succedere. E invece…».
In precedenza, Lei ha fatto riferimento all’antisemitismo mascherato in forme nuove. Qual è quella che teme di più, la più insidiosa?
«Ce ne è una che più delle altre può avere influenza. Ed è la trasformazione delle critiche al Governo israeliano che come tutti gli altri governi al mondo può essere sottoposto a critiche, come a elogi in un giudizio sostanzialmente negativo di tutti gli ebrei del mondo e di tutte le epoche, usando la polemica politica come uno strumento di attacco indiscriminato e generalizzato che trasforma la polemica politica in attacco razzistico». In precedenza, Lei ha segnalato l’importanza di un lavoro sui giovani. Cominciando da dove? «Cominciando dalla scuola e dall’ insegnamento della storia che deve unire in una sintesi gli eventi passati con la conoscenza critica e approfondita del presente, dei suoi problemi e delle sue difficoltà».
Il 27 gennaio si celebra la Giornata della Memoria. Qual è a suo avviso il modo migliore per ricordare? «Posso dirle qual è il mio modo di farlo: quando uscendo dall’Italia, nel 1939, pur adolescente, avevo la netta sensazione di lasciare un Paese dove ero nato e al quale ero legato, ma che si stava trasformando in un vulcano in eruzione. Non potevo certamente prevedere nei dettagli quello che avrebbero portato gli anni successivi. Devo aggiungere che mi trovavo a Tel Aviv alla fine dell’estate dell’anno successivo e nel momento dell’improvviso bombardamento terroristico degli aerei italiani, nel quale per poco non sono rimasto vittima, ebbi finalmente la chiara, irrevocabile certezza di essere diventato un nemico da sopprimere per il mio stesso Paese natale. Gli anni successivi furono molto peggiori. Per via indiretta, venni a sapere che buona parte dei miei familiari, tra cui due vecchie zie, erano stati deportati nei campi di sterminio nazisti. Della maggior parte di loro non ho più saputo nulla, scomparsi, come se fossero stati inghiottiti…Soltanto dopo la fine della guerra ho incontrato di nuovo i pochi superstiti, in particolare due mie prime cugine sopravvissute ad Auschwitz. Una vive a Venezia, e ho la fortuna di poter condividere con lei ciò che resta della nostra vita».

L’Unità 13.01.11

"La passione delle armi", di Massimo Cavallini

L’abuso delle pistole è un elemento viscerale dell’America profonda. E nessuno vuole davvero affrontarlo. Miami. Sherlock Holmes usava partire, per sciogliere il mistero d’ogni omicidio, dal primo degli elementi a disposizione: l’arma del delitto. Ed assai utile (elementare Watson) è seguire questa basilare linea di condotta anche nel caso del massacro nel Tuscany Village di Tucson, Arizona. Non, ovviamente, per scoprire un assassino il cui allucinato sorriso ci fulmina da giorni dalle prime pagine dei giornali, ma per cogliere la più cruda ed essenziale tra le verità che l’attacco armato contro la deputata Gabrielle Giffords racconta dell’America ed all’America.
LE CRONACHE della strage ci hanno fin dal primo istante detto, a tal proposito, due cose. La prima: che quell’arma – la stessa usata, il 16 aprile del 2007, nel massacro del Virginia Tech, 32 morti ammazzati – era una Glock 19, pistola semiautomatica per l’occasione alimentata da uno speciale caricatore che le ha consentito – che ha consentito all’omicida – di sparare, in rapidissima successione, 31 colpi. E – seconda cosa – che quell’arma era stata dall’omicida acquistata il 30 di novembre in un negozio all’ingrosso, lo Sportsman’s Warehouse di Tucson, con la stessa facilità con cui avrebbe potuto comprare un paio di scarpe. La storia è, in fondo, tutta qui. Come, in una classica testimonianza di coda di paglia, la destra americana – indignata per i tentativi di “strumentalizzare il caso per fini politici” – va da giorni ossessivamente ripetendo, Jared Lee Loughner non era che un pazzo, uno squilibrato, una mente allucinata che già aveva dato prova del suo stato di alienazione. Indiscutibile. Così come indiscutibile è il fatto che quel pazzo, quella mente allucinata che, un anno fa, non aveva passato i test psichici per entrare nell’esercito, quello squilibrato che, mesi or sono, era stato espulso da scuola perché considerato pericoloso da professori e compagni, non ha, lungo il cammino che lo separava dalla strage del Tuscany Village, incontrato alcuna forma di istituzione, di solidarietà o di socialized medicine (come l’America conservatrice suole spregiativamente chiamare l’assistenza pubblica) in grado di curarlo o, almeno, di metterlo in condizioni di non nuocere. Ha, invece, incontrato un’arma letale (già usato in altre stragi) con la quale ha ucciso 6 persone, ferendone in modo grave altre 14, tra le quali (vero obiettivo dell’attacco) una deputata democratica della House of Representatives, un giudice federale e una bambina di 9 anni che assisteva all’incontro di Gabrielle Giffords con i suoi elettori come parte d’un corso di educazione civica (tema: come funziona la democrazia).
Welcome to the United States of America. O meglio: benvenuti nelle viscere di quell’America armata e violenta che la Nra (National Rifle Association, poderosa lobby dei fabbricanti e dei possessori di armi da fuoco, nonché riconosciuto bastione dell’ideologia conservatrice) è riuscita in questi anni a modellare a propria immagine e somiglianza. Nel 1994 la Glock 19 potenziata era stata, insieme ad altre armi da guerra, messa al bando dall’Amministrazione Clinton. Ma 10 anni dopo, alla scadenza del bando, era regolarmente tornata sul mercato, grazie soprattutto alle pressioni della Nra, all’appassionata campagna di pressoché tutta la destra americana e alla resa preventiva di tutti gli altri. Perché quella resa? I politologi sono soliti attribuirla a due fattori – la disfatta democraticanelleelezionidimezzo termine del ’94 e la sconfitta di Al Gore nel Tennessee, suo Stato d’origine, nelle presidenziali del 2000 – che hanno a loro dire inoculato, tra i democratici più “pragmatici” (Obama incluso), l’idea che la battaglia per il controllo della diffusione di armi sia (come vuole una notissima poesia di Coleridge) un mortifero albatros, una classica causa persa, una zavorra capace di affondare ogni campagna.
IL MASSACRO è, a tutti gli effetti, figlio di questa vittoria (della Nra) e di quella resa. Una resa totale che in nessun luogo è oggi più evidente che in Arizona (dove nel 2008 la nuova governatrice, la repubblicana Jan Brewer, ha aperto al libero porto d’armi anche bar, ristoranti e campus universitari). E che si è, nell’ultimo decennio, immancabilmente tradotta, pressoché ovunque, in senso comune. Nel 1994, più del 70% degli americani appoggiava una più rigida regolamentazione, a livello federale, della vendita delle armi da fuoco. Oggi – in un paese che, pure, da Colombine alla Virginia Tech, ha conosciuto decine di altre “stragi della follia” – solo il 44% crede nella necessità, o nell’efficacia, di una politica di gun control. Ed il trionfo dell’America conservatrice – della sua cultura e della sua versione di “libertà” – è misurabile, oggi, lungo tutto l’arco della storia di questa ennesima mattanza. Nessuno – in un paese dove, nel nome della libertà, la salute è considerata una merce – ha curato Loughner. E proprio perché nessuno lo ha mai curato, Jared ha potuto passare , entrato nell’emporio d’armi dello Sportsman’s Warehouse, gli ormai farseschi rimasugli dei controlli stabiliti da una legge – sempre quella approvata nel ’94, regnante Clinton – che impone la verifica dei precedenti psichici e criminali dei compratori.
LA DESTRA USA ha, dunque ragione. Il massacro di Tucson è l’opera di un pazzo perduto dietro fantasmi che nulla hanno a che fare con la battaglia delle idee. Per loro Loughner va considerato un figlio di nessuno. O, al massimo, figlio di quel “Manifesto del Partito Comunista” che – insieme al Mein Kampf, ad “Alice nel paese della meraviglie”, alle opere di Ayn Rand ed alla “Fattoria degli animali” – era, a quanto pare, nella lista delle sue letture preferite. Resta da stabilire di chi sia figlio, invece, l’annuncio con il quale il molto sano di mente Jesse Kelly – ovvero, ii candidato repubblicano (e del Tea Party) che, a novembre, per 2 soli punti perse la corsa per il seggio congressuale occupato dalla Giffords – invitò i “liberi cittadini” della Pima County all’atto finale della sua campagna elettorale. “Targeting Victory”, mirando alla vittoria, recitava l’invito. E spiegava come i partecipanti avrebbero potuto prender parte a un gara di tiro al bersaglio con il fucile mitragliatore M16. Quale bersaglio? La stessa Giffords, naturalmente, Obama, la sua riforma sanitaria, che la Giffords aveva avuto la sfrontatezza di appoggiare…
Che Dio benedica l’America.

Il Fatto Quotidiano 13.01.11

Così i tribunali suppliscono al deficit della «politica vera», di Luigi Manconi

La soluzione ideale sarebbe una legislazione prudente e non invasiva rispettosa della sfera più intima della persona ma in questo momento una simile legge è irragiungibile. Le parole di Pio XII Nel ’57 il Papa parlava di «soppressione del dolore» consentita. Il felice tempismo, se così si può dire, della sentenza del tribunale di Firenze che ha accolto la richiesta di nomina di un “amministratore di sostegno” per far rispettare le Direttive anticipate di volontà di un cittadino segnala uno dei molti paradossi italiani. Mentre il centrodestra affida al ddl sul Testamento biologico – sciaguratamente presentato come una sorta di “test sui valori” – il compito invero assai poco valoriale di puntell re il proprio traballante governo, la volontà dei cittadini va in tutt’altra direzione. E trova ascolto, provvidenzialmente, nei tribunali.
Provvidenzialmente, anche se sarebbe preferibile una diversa soluzione: ovvero una legislazione prudente e non invasiva, limitata nelle sue facoltà e non prescrittiva, rispettosa della sfera più intima della persona e del principio dell’autonomia individuale. Ma una simile legge, con gli attuali rapporti di forza parlamentari, appare irraggiungibile: ed è altamente probabile che, in sua vece, ne venga varata una totalmente opposta. Ovvero una normativa (già approvata al Senato) autoritaria e illiberale, statolatrica e, in ultima istanza, immorale, prodotto dell’ideologia di un centrodestra che si vorrebbe ironia della sorte e dell’ignoranza liberale e “cattolicissimo”. Un centrodestra, fatto di “atei devoti” e simoniaci, che piega i temi etici alle urgenze del mercato politico; e che ignora come, ad esempio, Pio XII, e già nel 1957, pronunciava parole quali queste: «La soppressione del dolore e della coscienza per mezzo dei narcotici è permessa dalla religione e dalla morale al medico e al paziente, anche all’avvicinarsi della morte e se si prevede che l’uso dei narcotici abbrevierà la vita? Se non esistono altri mezzi e se, nelle date circostanze, ciò non impedisce l’adempimento di altri doveri religiosi e morali: Sì».
Si confrontino queste parole con quelle del centrodestra e con quelle di molti “cattolici ubbidienti” e di alcuni alti prelati e si misuri la regressione intellettuale in atto. Che è anche regressione morale: e proprio perché quel Papa così controverso, in ragione anche di una personalità particolarmente tormentata, rivelava in ciascuna di quelle parole tutta la drammaticità delle scelte di “fine vita”, che i futili “atei devoti” contemporanei non riescono a cogliere. In presenza di una simile protervia di gran parte del Parlamento e di un così vistoso deficit di politica vera è inevitabile che sia l’amministrazione della giustizia a svolgere una funzione di supplenza. Tanto più che la domanda dei cittadini è particolarmente intensa e diffusa.
Un paio di anni fa le associazioni A Buon Diritto e Luca Coscioni raccolsero in poche settimane migliaia e migliaia di Testamenti biologici, compilati e inviati online. Per questo la sentenza di Firenze è così importante. E non è la sola. Recentemente, nell’ottobre del 2009, il giudice tutelare del tribunale di Cagliari ha provveduto alla nomina di una “amministratrice di sostegno” in conformità alle richieste della ricorrente. Se istanze simili si moltiplicassero, sarebbe assai difficile, anche per il più sprezzante dei parlamenti, ignorare tale giurisprudenza.

L’Unità 13.01.11

"Bersani per la conta, non per lo scontro", di Rudy Francesco Calvo

Con la direzione di oggi, il segretario del Pd Pier Luigi Bersani proseguirà la via intrapresa con la lettera pubblicata sul Messaggero la scorsa settimana: rilanciare una piattaforma autonoma del partito, da proporre a tutte le forze di opposizione, di sinistra e moderate, per preparare un fronte comune in caso di elezioni anticipate.
Un’ipotesi che per il Nazareno resta in campo, nonostante le prese di posizione di Casini e Fini in questi giorni, soprattutto se oggi la Consulta dovesse bocciare la legge sul legittimo impedimento, lasciando Berlusconi senza uno scudo giudiziario. Bersani non rinuncerà quindi alla strategia che ha portato avanti finora, ma affiancherà ad essa un impegno più deciso a favore della costruzione di un profilo chiaro del partito.
«Non faremo il giro delle sette chiese per vedere se qualcuno apre le porte – ha spiegato ieri il leader dem – per noi i problemi sono tali che serve una convergenza di forze per andare oltre il berlusconismo. Noi proporremo un progetto, ognuno poi si assumerà le proprie responsabilità».
Sono parole che, se ripetute oggi, la minoranza di Movimento democratico accoglierebbe con un cauto favore: «Sarebbe la conferma della bontà di quanto abbiamo detto finora – spiega un deputato del MoDem – adesso però la sfida si sposta sui contenuti, perché a questo progetto di cui parla Bersani bisogna dare sostanza ». Le divisioni sul caso Fiat sono emblematiche del confronto che si prospetta. È a questo scopo che la componente che fa capo a Veltroni, Gentiloni e Fioroni sta organizzando il ritorno al Lingotto, previsto per il 22 gennaio. Un appuntamento che dovrebbe vedere anche la presenza del segretario, a meno di clamorose rotture da oggi ad allora. Per il MoDem sarebbe un segnale importante in prospettiva di una «gestione condivisa» della nuova fase, incentrata sul Pd pride già proposto da Veltroni.
A spingere Bersani verso un irrigidimento dei rapporti con la minoranza è invece la componente di Area democratica che, non a caso, insiste affinché oggi in direzione si arrivi a un voto sulla sua relazione. >Franceschini ha ribadito ieri questa richiesta al segretario, il quale propende per farla sua, ma vuole comunque attendere oggi per una decisione definitiva. Sul piano dei contenuti, AreaDem insiste affinché Bersani metta mano all’organizzazione del partito, al centro come in periferia.
Ma questo tema sarà marginale all’interno della relazione del segretario di oggi. Anche sulle primarie il confronto è rinviato a un seminario che si svolgerà a febbraio, su proposta dell’area Marino, accolta da Bersani. A porre il tema in direzione sarà comunque il gruppo degli ulivisti, guidato da Parisi, che presenterà un documento per chiedere di «respingere ogni veto alle primarie posto da parte di qualche alleato, effettivo o potenziale». E mentre anche i sostenitori del segretario, circa un centinaio di parlamentari, iniziano a organizzarsi in un’area che chiede di bandire i personalismi nel Pd, tra i rottamatori è ormai rottura tra Renzi e Civati. Le divergenze di giudizio su Marchionne ne è la spia lampante, ma le punzecchiature tra i due vanno anche oltre.
«Escludo di rientrare nei ranghi – spiega il sindaco – ma anche di fare una corrente o uno spiffero». Replica Civati dalla “contro-direzione” che ha convocato ieri a Roma: «Renzi stia tranquillo, non vogliamo diventare una corrente».

Da Europa Quotidiano 13.01.11

"Basta opacità. Il Pd deve scegliere da che parte stare", di Cesare Damiano

Sulla Fiat i democratici hanno discusso, come deve avvenire in un partito aperto. Ma poi bisogna arrivare a sintesi chiare e condivise su questi che sono i veri contenuti, altro che alleanze. Oggi e domani si svolge a Torino il referendum tra i lavoratori Fiat sull’accordo di Mirafiori. Nel Pd, attorno a quest’intesa, si è sviluppato un dibattito forte che ha visto emergere un arco di posizioni, alcune delle quali contrapposte.
In un partito democratico è normale che questo avvenga. Non è normale, invece, che non si arrivi ad una posizione di sintesi riconosciuta.
Su questo tema la direzione del partito si deve esprimere. Definendo il proprio giudizio sui contenuti dell’intesa, sul rispetto dell’esito del referendum e, soprattutto, delineando un indirizzo chiaro su temi come la rappresentanza sindacale messa in discussione nell’accordo di Mirafiori e sul diritto di sciopero, a proposito del quale vanno chiarite tutte le possibili ambiguità interpretative: il suo esercizio non può essere impedito al singolo lavoratore. Al di là della questione Fiat, il punto è che il Pd si trova oggi in una posizione di difficoltà – confermata dai sondaggi che non lo vedono decollare nonostante il fallimento del centrodestra e di Berlusconi – perché sconta, a mio avviso, un grave errore dall’inizio, quando ci siamo cullati nella convinzione che l’unità interna potesse essere raggiunta cancellando le identità di partenza. Abbiamo fatto arbitrariamente coincidere il richiamo alle radici con la volontà di ritornare al passato, mentre nessuno lo propone.
Sarebbe un’idea anacronistica. Ciò che accade, come conseguenza di quella scelta, è sotto gli occhi di tutti. Ciascun esponente del partito si sente autorizzato a esprimere le proprie opinioni al di fuori delle sedi appropriate, dimenticando la necessità di trovare, sempre e comunque, una sintesi. In queste ultime settimane abbiamo assistito alle più svariate prese di posizione: una richiesta di congresso anticipato, poi smentita; la convocazione di una direzione parallela promossa dai cosiddetti “rottamatori”; l’annuncio preventivo di un voto di dissenso rispetto al partito sul tema del biotestamento; la candidatura a sindaco di Torino di Roberto Tricarico con primarie “fai da te”, nonostante una decisione sulle regole assunta dal PD provinciale.
E potremmo continuare. Avanti così e siamo alla frutta. La sintesi è essenziale per l’azione politica di un partito pluralista, ma richiede la disponibilità al confronto. Il Pd non lo deve temere, anzi lo deve ricercare anche quando è duro ed esplicito. Lo scontro è benefico se porta a una sintesi di maggioranza riconosciuta da tutti come vincolante.
Il nemico è l’ambiguità, l’indeterminatezza, la fumosità delle schermaglie di schieramento. In sintesi, l’opacità del nostro profilo. In quest’ottica si deve anche prendere
atto che, dall’ultimo congresso, si sono rimescolati gli equilibri a livello nazionale e territoriale. È giunto il tempo di ridefinire un nuovo patto unitario tra le diverse sensibilità politiche per uscire dall’impasse.
Per perseguire quest’obiettivo il partito deve impegnarsi in una riflessione che abbia al centro non formule astratte ma temi concreti. Prima della discussione sulle alleanze è necessaria quella sui contenuti. Le priorità da affrontare si chiamano occupazione, rilancio dell’economia, fisco, politica industriale, sostenibilità del welfare, diritti. Il Pd, però, non possiede ancora la bussola necessaria per orientare il proprio cammino.
C’è una crisi economica, ancora non risolta, da fronteggiare. Dobbiamo sciogliere il nodo delle relazioni industriali nell’era della globalizzazione e acquisire competitività. Ma quali sono i nostri riferimenti? Io guardo con interesse alla (controversa) riscoperta di Keynes e non amo gli economisti liberisti della scuola di Chicago. Sostengo Crouch, il teorico della concertazione, e non condivido Olson che ha fornito negli anni Ottanta, su questo tema, l’argomento intellettuale a sostegno del liberismo e della deregolazione.
Che idee abbiamo per la ricomposizione del conflitto capitale- lavoro? Di questo vorrei discutere. Anche gli strumenti di cui finora il Pd si è avvalso – come le primarie – rischiano di degenerare diventando
sempre più un fine utile soltanto per l’affermazione individuale anziché strumento di democrazia e di iniziativa politica. Su tutti questi temi urgono risposte e decisioni, anche perchè il tempo stringe.

L’Unità 13.01.11