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"La fuga del sovrano", di Giuseppe D'Avanzo

Quale che sia oggi la decisione della Consulta sulla costituzionalità del «legittimo impedimento», Berlusconi può starsene tranquillo ché l´uso privatistico del Parlamento ha raggiunto il suo scopo. La prescrizione che si è acconciata da solo, azzopperà i tre processi che lo vedono imputato di corruzione (Mills), frode fiscale (diritti tv Mediaset), appropriazione indebita (Mediatrade). Intendiamoci, se fosse un imputato qualunque – «un imputato in scadenza termini», come dicono gli addetti – il tribunale stringerebbe i tempi e (per esempio) il “processo Mills”, che ha davanti un anno di tempo prima di “morire”, forse riuscirebbe a chiudersi anche in Cassazione. Così non sarà perché le intimidazioni del Sovrano, le aggressioni del sistema politico, governativo e mediatico che controlla lasciano il segno e provocano nelle toghe indecisioni e timidezze che attardano il cammino del processo più delle gimkane organizzate dagli avvocati. Dunque, il premier si salverà ancora, anche se i cinque giudici su sette che si occupano di lui, trasferiti ora ad altri incarichi, dovessero essere “applicati” (come probabilmente accadrà) fino alla fine dei processi. Da questo punto di vista, Berlusconi ha ragione ad essere, come dice, «indifferente» alla pronuncia della Corte Costituzionale. Non gliene può venire un immediato danno giudiziario (quel che più temeva), ma gli si deve chiedere: davvero il premier può essere disinteressato a quel che accadrà alla sua immagine di padre, di tycoon di talento, di uomo di governo che ambisce a concludere il ventennio della sua éra politica al Quirinale, presidente della Repubblica, capo dello Stato?
Se si guarda alla questione da questo punto di vista, i processi soffocati prima della sentenza lasciano il Cavaliere assai malconcio. Guardiamone soltanto uno, quello per la corruzione dell´avvocato David Mills che raccoglie interessanti tranches de vie e definisce quasi scandendoli gli eventi dell´avventura imprenditoriale di Silvio Berlusconi.
Come si sa la Cassazione, condannandolo a risarcire il danno, ha già concluso che David Mills è stato corrotto. La corruzione è un reato «a concorso necessario»: se Mills è stato corrotto, il presidente del consiglio (coimputato) è il corruttore. Vediamo che cosa significa questo risultato ormai scolpito nella pietra e come l´esito ferisca irrimediabilmente la reputazione di Berlusconi, la narrazione di se stesso, il suo “mito”.
La conclusione del “processo Mills” fa del Cavaliere innanzitutto uno spergiuro spietato perché fa voto – mentendo – sulla «testa dei suoi figli». Disse (lo ha ricordato anche ieri): «Non conosco David Mills, lo giuro sui miei cinque figli. Se fosse vero, mi ritirerei dalla vita politica, lascerei l´Italia», (Ansa, 20 giugno 2008). Il processo ha dimostrato che egli ha conosciuto l´avvocato. La sentenza documenta quanto Berlusconi sia un bugiardo conclamato. Disse: «Ho dichiarato pubblicamente, nella mia qualità di leader politico responsabile quindi di fronte agli elettori, che di questa All Iberian non conosco neppure l´esistenza», (Ansa, 23 novembre 1999). I processi hanno dimostrato che Mills creò All Iberian con il coinvolgimento «diretto e personale» del Cavaliere. La gestisce per conto e nell´interesse di Berlusconi e, in due occasioni (processi a Craxi e alle Fiamme Gialle corrotte), mente in aula per tener lontano il Cavaliere da quella galassia di cui l´avvocato inglese si attribuisce la paternità. Ancora. L´esito del processo Mills mostra quanto per Berlusconi siano vincolanti le pubbliche promesse. Si impegna a ritirarsi dalla politica, addirittura a lasciare l´Italia se si fosse dimostrato la sua conoscenza di Mills. L´avvocato ammette di averlo incontrato ad Arcore, Berlusconi non prepara le valigie. Quel che più conta, la sentenza Mills dimostra come la fortuna di Berlusconi, più che nel talento, ha le sue radici nel malaffare, nell´illegalità, nella corruzione della Prima Repubblica, di cui egli è il figlio più longevo. Altro che homo novus e leader outsider.
Ora, può non uno statista o un tycoon di strepitoso successo, ma semplicemente un uomo che abbia rispetto di se stesso, del suo buon nome e del suo onore accettare che la sua storia sia avvilita a questi infimi livelli se non lo ritiene corretto? E che cosa intende fare quell´uomo per ripristinare quel che egli sostiene essere “la verità”? Questa responsabilità trova Berlusconi estremamente debole, quale che sia oggi la sentenza della Consulta. Il premier preferisce confondere l´opinione pubblica più che convincerla. Minaccia, come dice a Berlino, di «spiegare agli italiani». Repertorio abituale. Lo ha già promesso in agosto: «Andrò in tv a spiegare la mia odissea giudiziaria». E due anni e mezzo prima, mentre si riposava ai Caraibi, ad Antigua, meditava di fare un discorso in Parlamento sulla giustizia italiana. Anche in quest´occasione ha alla fine taciuto e ancora lo farà oggi (a meno che non si vada a votare). Meglio così, perché c´è un solo posto dove Berlusconi può mettere in sesto la sua storia e documentare la sua «verità», se è in grado di farlo. È l´aula di un tribunale cui può chiedere di non curarsi dei tempi della prescrizione tanto più se ritiene le accuse «ridicole». Per un uomo che governa il Paese e vuole diventare capo dello Stato è un obbligo perché è una Repubblica senza futuro e in pericolo quella in cui il Presidente può essere apostrofato legittimamente da chiunque come un bugiardo, uno spergiuro, un corruttore.

La Repubblica 13.01.11

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“La Consulta verso l´incostituzionalità”, di Liana Milella

Giudici divisi, 8 a 7 per la bocciatura. Ammesso il referendum di Di Pietro. Le toghe discutono se abrogare la legge o “tagliare” tutte le protezioni del premier. Una eventuale decisione “interpretativa” ad oggi non è stata considerata

ROMA – È oggi il gran giorno. Nelle mani della Consulta l´ennesimo scudo per evitare che il Cavaliere si sobbarchi allo stillicidio delle udienze dei casi Mills, Mediaset, Mediatrade. Su cui un primo segnale negativo è già arrivato. La Corte ha ammesso il referendum abrogativo proposto da Antonio Di Pietro. Che esulta: «La resa dei conti per Silvio Berlusconi si avvicina inevitabilmente e inesorabilmente. Così dev´essere, perché siamo tutti uguali davanti alla legge». Il costituzionalista Alessandro Pace, che ha sostenuto le ragioni dell´Idv in camera di consiglio per sottoporre la legge al giudizio popolare, non ha dubbi: «Va cancellata perché va contro la Carta. Il legittimo impedimento ordinario è più che sufficiente».
Questo è il quesito per i giudici. I 15 entrano in camera di consiglio alle 9 e 30. Palazzo off limits per la stampa in tutti e cinque i piani. In strada i supporter del no raccolti nel Popolo viola. Attesa per il verdetto che, dicono i bene informati, potrebbe uscire a metà pomeriggio. Reso pubblico a tutti con un comunicato, come avvenne per i lodi Schifani e Alfano. Rinvii? Ieri sera erano esclusi. Conclusione? Una débacle per la legge. Una pronuncia di piena incostituzionalità. Norma nel cestino. Processi che riprendono a Milano dal giorno dopo. Decisione di stretta misura. Otto a sette. Al massimo nove a sei, proprio come finì per lo scudo Alfano.
In alternativa, una soluzione definita «altrettanto severa» nei confronti della legge. Una tagliola che dichiarerebbe incostituzionali, e quindi da espungere, tutti i passaggi che riguardano la “protezione” degli impegni del premier, «le attività preparatorie e consequenziali, nonché co-essenziali alle funzioni di governo». Via anche il carattere «continuativo» degli appuntamenti istituzionali, che tornerebbero a essere quello che sono per i normali cittadini, singoli incontri e meeting. Via anche il certificato della presidenza del Consiglio.
Neppure presa in considerazione una sentenza interpretativa di rigetto, cioè la bocciatura dei ricorsi di Milano con il “contentino” di salvare la legge, interpretarla, e dire che il giudice non deve rinunciare al suo potere di sindacato sull´inderogabilità degli impegni presentati. «Non esiste e non è mai esistita» dicono fonti qualificate della Corte. Anche se da più parti è stata sollecitata come una possibile mediazione.
Dopo la spaccatura per l´elezione del presidente Ugo De Siervo (un mese fa e finita otto a sette), giudici di sinistra contro giudici di destra, oggi si torna a far la conta sul legittimo impedimento. Dice la medesima fonte: «È un fatto, siamo divisi, la decisione sarà comunque presa a maggioranza, e qualcuno ci resterà male o si sentirà frustrato, ma questo non ci preoccupa, l´importante è che essa sia chiara, comprensibile, e non lasci adito a dubbi».
Ancora ieri sera i colloqui tra le alte toghe erano in pieno svolgimento: tra chi ritiene la legge del tutto o in grossa parte incostituzionale (lo stesso De Siervo, il relatore Cassese, Criscuolo, Gallo, Lattanzi, Silvestri, Tesauro, Maddalena), e chi vorrebbe a tutti i costi salvarla. Per certo Mazzella e Napolitano, i due giudici della cena con Berlusconi, Alfano e Letta. E poi Frigo, Saulle, Quaranta, con cui potrebbero alla fine schierarsi anche Finocchiaro e Grossi. La Corte si divide tra chi, nel primo gruppo, chiede una pronuncia squisitamente giuridica e mette in secondo piano gli inevitabili effetti politici, addirittura il rischio di elezioni. E chi, all´opposto, enfatizza le possibili conseguenze, quasi che la Consulta dovesse farsi carico degli equilibri della legislatura. Se prevarrà l´incostituzionalità piena, allora avranno vinto i puristi dell´interpretazione legislativa che non piega l´irreprensibilità delle norme alle esigenze sovrane della politica. Se prevarrà quella parziale sarà scritto nelle righe del comunicato il peso del compromesso.

La Repubblica 13.01.11

Wikileaks, il console Usa a Napoli: "Politici italiani non combattono la mafia"

I dispacci del diplomatico Truhn: «Come dice Saviano il tema della mafia assente dalla campagna elettorale». In un file anche un riferimento al Ponte sullo Stretto: «Senza strade, servirà a poco». Nuove rivelazioni che riguardano l’Italia su Wikileaks. Il sito di Assange ha pubblicato infatti alcuni dispacci inviati al governo americano da J. Patrick Truhn, console generale Usa a Napoli, che riguardano in particolare la lotta alla mafia e il Ponte sullo Stretto. In uno del giugno 2008, il diplomatico scrive che «miliardi di dollari stanziati dai governi dell’Unione Europea finiscono nelle mani delle organizzazioni criminali». «Anche se le associazioni imprenditoriali, i gruppi di cittadini e la Chiesa, almeno in alcune aree, stanno dimostrando promettente impegno nella lotta alla criminalità organizzata – è l’osservazione del diplomatico -, lo stesso non si può dire dei politici italiani, in particolare a livello nazionale».

SAVIANO – Nello stesso cablogramma (numero 12958), classificato come “confidenziale” e redatto il 6 giugno 2008, Truhn cita l’autore di Gomorra e parla delle elezioni e dell’assenza della lotta alla mafia tra i temi del voto. «Come ci ha ricordato Roberto Saviano – si legge su Wikileaks -, il tema (della lotta alla criminalità organizzata, ndr) è stato virtualmente assente dalla campagna elettorale di marzo-aprile» 2008. Nel dispaccio, il diplomatico suggerisce a Washington di «lavorare per fare presente al nuovo governo che la lotta al crimine organizzato è una seria priorità del governo Usa, e che i drammatici costi economici della criminalità sono un argomento convincente per una azione immediata». «Quelli che lottano contro la mafia – evidenzia poi il console Truhn – hanno bisogno di essere considerati come dei modelli reali. E Saviano può ben essere su questa strada». Il dispaccio riporta anche un incontro tra il diplomatico e lo scrittore. «Quando gli abbiamo chiesto come il governo degli Usa, al di là della cooperazione giudiziaria, potrebbe supportare al meglio la lotta al crimine organizzato, Saviano, in aprile, ha risposto: “Solo parlando della questione, le date una credibilità che il resto del mondo, italiani inclusi, non può ignorare”».

LA CHIESA – In un altro cable, il console Truhn rende conto delle critiche rivolte alla Chiesa cattolica per il fatto di «non assumere una forte posizione pubblica contro il crimine organizzato. Uno dei pochi preti che lo ha fatto, padre Luigi Merola, è ora sotto scorta, così come il vescovo di Piazza Armerina Michele Pennisi». Washington, è l’invito del diplomatico contenuto nel dispaccio, potrebbe considerare di «cercare maggiore cooperazione» del Vaticano sul fronte della lotta al crimine.

IL PONTE E LA CALABRIA – Nel giugno del 2009, il console americano analizza la situazione in Sicilia, dopo lo scontro politico tra Raffaele Lombardo e «il partito del premier Silvio Berlusconi». Facendo riferimento anche al Ponte sullo Stretto. «Servirà a poco – è la convinzione di Truhn – senza massicci investimenti in strade e infrastrutture in Sicilia e Calabria». Per Truhn, «la maggiore sfida allo sviluppo economico» siciliano «rimane la mafia, che potrebbe ben essere il principale beneficiario se il Ponte sullo Stretto di Messina, di cui si parla da secoli, venisse eventualmente costruito». In un dispaccio inviato il 2 dicembre 2008 che riporta anche un incontro con il governatore Agazio Loiero, il diplomatico americano scrive poi: «Se la Calabria non fosse parte dell’Italia, sarebbe uno Stato fallito. La ‘ndrangheta controlla» infatti «vaste porzioni del suo territorio e della sua economia».

ATTACCHI TALEBANI – I dispacci del console Truhn non sono gli unici dispacci resi noti in queste ore da Wikileaks che riguardano il nostro Paese. In alcuni dei 15.000 file militari Usa sull’Afghanistan ottenuti dal sito di Assange, rimasti inediti ed esaminati ora dall’Ansa si legge, per esempio, che i missili dell’Iran erano puntati nel 2007 contro obiettivi nelle province afghane di Herat e Farah sotto comando italiano. Tra i “bersagli” anche il Prt di Farah, gestito dagli americani. Dai dispacci americani emerge anche che alcuni gruppi talebani «operano sotto direttive emanate dal governo iraniano», con Teheran che aveva «dispiegato truppe al confine» per offrire supporto agli insorti. Gruppi talebani finanziati e armati dall’Iran nell’estate del 2009 lanciavano razzi contro la base italiana di Camp Arena «per dimostrare il proprio attivismo» a Teheran. Nella Repubblica islamica gli insorti venivano poi addestrati all’uso dei micidiali Ied, gli ordigni artigianali, forniti dall’Iran stesso, sempre secondo i file americani diffusi dal sito di Julian Assange.

Il Corriere della Sera 13.01.11

"Un premier irresponsabile", di Stefano Fassina

È vero che, dopo 20 anni di “Silvio”, come lo chiamano i suoi giornali, non dovremmo più stupirci di nulla. Tuttavia, colpisce la contraddizione tra le due destre ieri a Berlino. Da una parte Angela Merkel, la signora che pur illudendosi di fare da sola in Europa tenta di difendere il modello renano e mette gentilmente alla porta la Fiat quando il dott. Marchionne le presenta, per la Opel, un’offerta di acquisto viziata da pesantissimi costi sociali. Dall’altra, il nostro misero Presidente del Consiglio che sostiene la Fiat nell’ “abbandono” di Torino in caso di vittoria del “no” alle Carrozzerie di Mirafiori. Nessun Capo di Stato al mondo avrebben mai detto che «le imprese e gli imprenditori italiani avrebbero buone motivazioni per spostarsi in altri Paesi». È un’affermazione inaccettabile ed irresponsabile. Sin dall’annuncio di Fabbrica Italia, il Governo Berlusconi si è lavato le mani, invece di svolgere quella funzione di mediazione alta tra interessi economici e sociali diversi, distintiva di un governo democratico. Sin dall’inizio, ha rinunciato alla politica industriale per l’auto. Sin dall’inizio, il ministro Sacconi ha accompagnato la Fiat nell’offensiva per destrutturare il contratto nazionale, indebolire i sindacati, rompere l’organizzazione nazionale delle rappresentanze degli interessi e spostare tutto il peso della competizione globale sulle spalle del lavoro. Non deve essere così. Nel XX secolo, il lavoro ha costruito la sua soggettività nella dimensione della produzione. Attraverso lotte drammatiche, si è prima pensato, poi strutturato, come interesse autonomo dalla proprietà dell’impresa. Ha organizzato capacità di conflitto, senza ideologico antagonismo. Ha dato effettività agli ordinamenti democratici. Poi, il vento della globalizzazione ha, colpo dopo colpo, divelto gli argini nazionali costruiti dalle forze politiche e sociali riformiste per orientare la libera iniziativa economica privata verso fini sociali ed evitare danni alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana, come afferma la nostra Costituzione. È scritto nell’art. 41, lo stesso che anche ieri il ministro Tremonti ha proposto nuovamente di abbattere perché anche lui è “riformista” e anche lui ci ricorda che «nello scenario globale che si è aperto, l’Italia ha davanti a sé l’alternativa tra declino e sviluppo. Se si vuole lo sviluppo si deve cambiare». Cambiare. Cambiare. Cambiare. L’unico cambiamento possibile è dettato dai Marchionne, dai Sacconi, dai Tremonti, dai Berlusconi. Anche qualche riformista doc lo ripete: «resistere o cambiare». Anche noi vogliamo cambiare. Ma, vogliamo andare in direzione opposta. Invertire la rotta della regressione del lavoro tracciata da un quarto di secolo. Dall’altra parte dell’Oceano c’è Detroit dove si entra in Chrysler a paga dimezzata. Qui, c’è Pomigliano e Mirafiori. E poi, ci sono le vite di tanti giovani precari. Vogliamo ricostruire, oltre le gabbie nazionali, le condizioni politiche ed economiche per proiettare nel XXI secolo il lavoro come fonte di dignità e di cittadinanza democratica della persona. Vogliamo contribuire a riunire i lavoratori divisi: i padri e i figli, insieme. I Sud e i Nord, insieme. Vogliamo il lavoro. Ma, insieme, dignità.

L’Unità 13.01.11

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“Così si rompe un sistema”, di Cesare Damiano

Non è solo questione di orario di lavoro giornaliero – quello “normale” potrà arrivare fino a dieci ore per turno, più gli straordinari – di pause più corte, di un minor numero di giorni di malattia pagati. L’accordo di Mirafiori segna una rottura senza precedenti nel sistema delle relazioni sindacali che si è venuto consolidando nel nostro paese nel corso dei decenni.
Il nuovo contratto non aderisce al sistema confindustriale e, di conseguenza, nella newco Fiat-Chrysler non è prevista l’elezione dei delegati di fabbrica e solo i sindacati firmatari potranno nominare propri rappresentanti aziendali.
Tradotto in pratica, significa che i lavoratori non avranno il diritto di scegliere, com’è avvenuto fino ad oggi, chi li rappresenta di fronte all’azienda e che la Fiom, che negli stabilimenti torinesi è tuttora il sindacato maggioritario (con il 13% delle adesioni), non potrà sedersi in futuro ad alcun tavolo di trattativa perché non ha sottoscritto l’accordo aziendale.
In questo modo viene ad essere cancellata nei fatti l’intesa interconfederale firmata nel dicembre 1993 da Confindustria e Cgil, Cisl e Uil e si fa strame delle conquiste operaie dei primi anni Settanta culminate nell’intesa Fiat del 5 agosto 1971 che ha regolato la prestazione di lavoro.
Nel testo del ’93, in particolare, si stabilivano le regole della rappresentanza sindacale nelle aziende private del nostro paese. I criteri di base per la partecipazione alle elezioni di fabbrica erano: la sottoscrizione dei contratti nazionali o la raccolta di firme tra i lavoratori per la presentazione delle liste.
La nuova norma, imposta dalla Fiat con la minaccia di dirottare all’estero gli investimenti annunciati per Mirafiori, opera un cambiamento inaccettabile nelle regole della rappresentanza. E costituisce un errore politico rilevantissimo, destinato a ritorcersi in futuro contro la stessa azienda.
La sfida del mercato globale, che nel settore automobilistico è particolarmente difficile, richiede, per essere vinta, il massimo del consenso. Spaccare il sindacato emarginando la componente più forte, oltre che ledere i principi basilari della democrazia, significa imboccare la direzione opposta. Prima che sia troppo tardi, urge una correzione.
Ha ragione il Capo dello Stato quando auspica un modo più costruttivo di discussione. E, soprattutto, quando afferma la necessità di affrontare il nodo della rappresentanza sindacale. L’appello di Napolitano va ascoltato. In parlamento alcuni esponenti del Partito Democratico hanno, da tempo, depositato proposte di legge finalizzate a recepire con una legislazione di sostegno le regole relative alla rappresentanza e alla rappresentatività del sindacato, coerenti con il documento unitario definito da Cgil, Cisl e Uil nel 2008. Per ricostruire un sistema di relazioni industriali degne di un paese moderno credo si debba ripartire da qui. Ma per far ciò bisogna tornare a tessere il filo dell’iniziativa politica e riprendere il dialogo.
In questo senso, le ultime affermazioni del ministro del Lavoro, Sacconi, non sono certo di aiuto. Dichiarare che l’accordo del ’93 sulla rappresentanza è morto perché è stato sostituito da quello del 2009, voluto dalla maggioranza delle parti sociali, va contro l’esigenza sostenuta da tutti di avere regole di rappresentanza che garantiscano ai lavoratori di poter scegliere liberamente il proprio sindacato nel luogo di lavoro.
Resta il problema dell’immediato. L’intesa sarà sottoposta al giudizio dei lavoratori questa settimana. Più che un referendum, se si sta alle parole di Marchionne, sembra un ultimatum. Ma la strada è obbligata. Non si tratta tanto di valutare l’intesa nelle sue pieghe (anche se, relazioni industriali a parte, qualche miglioramento sia pure insufficiente, rispetto ai punti più controversi dell’accordo per Pomigliano, c’è). Si tratta, di guardare all’operazione nel suo insieme.
Una vittoria del “no” farebbe saltare l’investimento, fornirebbe al Lingotto l’alibi per delocalizzare e si ritorcerebbe contro i lavoratori, contro Torino e, più in generale, contro l’industria automobilistica italiana. Nel caso di vittoria del “si” al referendum, l’apposizione di una firma tecnica o critica da parte della Fiom, come ha suggerito la Cgil, consentirebbe, invece, di riaprire la partita e, alla Fiom, di restare nel gioco. Non sarebbe, d’altra parte, la prima volta alla Fiat. Già nel 1955 la Fiom si dichiarò disponibile alla firma di un’intesa che non condivideva, motivandola con la necessità di “impedire la manovra e le finalità del padrone”. Una firma per non dividere i lavoratori e per non “escludere la Fiom per un lungo periodo di tempo da ogni forma di contrattazione aziendale”. È una pagina magistrale di storia del sindacato degli anni ’50 contenuta nel libro “Gli anni duri della Fiat” di Emilio Pugno e Sergio Garavini.
E lo stesso avvenne nel 1996, in occasione del rinnovo del contratto integrativo di gruppo, con la firma motivata attraverso “una adesione critica all’accordo” a causa del dissenso della Fiom sul meccanismo del premio di risultato. Certo, è un passo difficile. L’intesa comporta un grosso sacrificio per i lavoratori. Ma Susanna Camusso ha ragione. Se vincono i sì non esistono, a mio avviso, alternative alla firma tecnica. Autoescludersi sarebbe un errore gravissimo.

da Europa Quotidiano 13.01.11

Addio al tempo pieno nelle scuole alle medie resiste una classe su cinque", di Salvo Intravaia

Lazio, Marche ed Emilia-Romagna le Regioni più colpite. Al top Basilicata, Sardegna e Calabria. Crolla il tempo prolungato alla scuola media. In meno di cinque anni, le classi che offrono mensa e lezioni pomeridiane ai ragazzini della secondaria di primo grado sono diminuite drasticamente. E addirittura quelle che offrono 37/40 ore settimanali si sono più che dimezzate. Del resto, il calo del tempo-scuola alla media era nell´aria. E adesso i dati lo confermano. «Il ministro Gelmini non ha abolito ufficialmente il tempo prolungato – spiega Angela Nava, del Coordinamento genitori democratici – ma con una serie di provvedimenti l´ha reso nei fatti sempre più faticoso. Dal 2008, non è possibile ampliare il numero totale delle classi a tempo prolungato – continua – e per attivarlo occorre formare un corso completo: prima, seconda e terza. La scuola, inoltre, deve essere in possesso di tutte le strutture adeguate: come la mensa. Quest´ultima condizione, con le pecche degli edifici scolastici italiani è quella più condizionante». E le famiglie? «Le famiglie continuano a chiedere il servizio scolastico pomeridiano che le scuole spesso possono offrire soltanto a pagamento. Negli ultimi anni – conclude Nava – si è registrato un fiorire di cooperative che all´interno delle stesse mura scolastiche offrono servizi scolastici pomeridiani a pagamento per le famiglie».
Bastava leggere attentamente il regolamento di riforma della scuola media per intuire come sarebbero andate le cose. «Le classi a tempo prolungato – recita infatti il decreto – sono autorizzate nei limiti della dotazione organica assegnata a ciascuna provincia (…) per un orario settimanale di 36 ore. In via eccezionale, può essere autorizzato un orario settimanale fino a 40 ore solo in presenza di una richiesta maggioritaria delle famiglie». E qualche passo dopo, precisa: «Le classi funzionanti a tempo prolungato sono ricondotte all´orario normale in mancanza di servizi e strutture idonei a consentire lo svolgimento obbligatorio di attività in fasce orarie pomeridiane e nella impossibilità di garantire il funzionamenti di un corso intero a tempo prolungato».
Un mix di vincoli quasi insormontabile per i presidi. Anche perché, in appena due anni scolastici (dal 2008/2009 al 2010/2011), nonostante il numero di alunni si sia incrementato di 33 mila unità, la scuola media è stata colpita da un taglio di quasi 14 mila cattedre. Operazione possibile soltanto alleggerendo i curricula e la permanenza a scuola degli studenti. Nel 2006/2007, quando a viale Trastevere sedeva Giuseppe Fioroni, le classi con orario pomeridiano sfioravano il 29 per cento. Ma già due anni dopo, con in sella Mariastella Gelmini, la percentuale scendeva di tre punti abbondanti per attestarsi ad un 21 per cento scarso quest´anno. A fare il pieno, tre regioni meridionali: Basilicata, Sardegna e Calabria (le più colpite sono invece Lazio, Marche ed Emilia). Ma in appena due bienni, la consistenza del Tempo prolungato si è contratta di 8 punti percentuali e 6.227 classi: oltre un quarto del totale.
A chiarire come andavano le cose qualche anno fa alla media ci pensa una pubblicazione del ministero. Nel 2006/2007, oltre metà delle classi (il 51 e mezzo per cento) rimaneva a scuola per un numero di ore variabile tra 31 e 33. Il 13 per cento delle classi fruiva di 34/36 ore di lezione a settimana e 6 classi su 100 rimanevano a scuola da 37 a 40 ore settimanali. Senza troppe ristrettezze agli organici, l´autonomia scolastica consentiva infatti alle scuole di declinare il tempo-scuola in relazione alle esigenze di studenti e famiglie. Nell´era Gelmini non è possibile spaziare troppo: due soli moduli-orario di 30 o 36 ore settimanali. E solo eccezionalmente 40

La Repubblica 13.01.11

"Quando il governo offende gli operai", di Gad Lerner

Un presidente del Consiglio che trova naturale legittimare il proposito di Marchionne – cioè il dirottamento all’estero degli investimenti produttivi Fiat in caso di bocciatura dell’accordo di Mirafiori – si assume una responsabilità che oltrepassa il mero infortunio verbale. Conferma che l´economia nazionale si ritrova a fronteggiare disarmata, sguarnita della minima tutela politica, la contesa globale. Siamo di fronte alla resa vergognosa di un governo già rivelatosi incapace di pretendere da Marchionne, com´era suo dovere, le informazioni puntuali sul suo fantomatico piano industriale senza le quali mai Obama avrebbe concesso il via libera all´operazione Chrysler negli Usa. Le stesse garanzie in assenza delle quali la cancelliera tedesca Merkel pochi mesi fa stoppò l´intesa tra Fiat e Opel. Così si comportano delle istituzioni pubbliche rispettabili. Con l´aggravante che Berlusconi si genuflette di fronte all´azzardo della più grande industria del suo paese, incurante del danno arrecato agli interessi nazionali. Perché qui non è più in gioco soltanto, e non sarebbe poco, la tutela del posto di lavoro di migliaia di lavoratori, ma l´intera struttura produttiva di una economia il cui destino resta legato all´industria manifatturiera. Rispetto alla quale, il premier-tycoon si conferma geneticamente estraneo.
Di fronte all´enormità di questo misfatto antinazionale, sarebbe ingenuo sovraccaricare di significati politici o ideologici il voto che i 5.500 dipendenti di Mirafiori sono chiamati a esprimere a partire da stanotte. Un partito operaio non può certo esistere nell´Italia del 2011. Nessuno più fingerà di credere, come nel passato, alla natura di per sé rivoluzionaria di una classe sociale che liberandosi dallo sfruttamento adempierebbe a una finalità di giustizia universale. Stremati, anziani e impoveriti, i lavoratori torinesi vengono chiamati a sancire nient´altro che una deroga alle normative vigenti così evidentemente peggiorativa dello status quo che neppure la Confindustria può vidimarla; almeno fin tanto che l´associazione degli imprenditori continuerà a dichiarare valido il contratto nazionale da lei stipulato con i sindacati.
Timida, anacronistica e imbarazzata pareva dunque, ieri, la presenza ai cancelli di Mirafiori di un leader della sinistra come Vendola: perché riesce difficile perfino a lui chiedere ai dipendenti Fiat di votare no al referendum-ultimatum, di fronte a un amministratore delegato che si è detto pronto a “brindare”, oltreoceano, a Detroit, in caso di bocciatura del suo diktat.
Non a caso prima della sortita di Berlusconi, e in assenza di un´effettiva libertà di scelta, era ammutolito lo stesso Partito democratico, i cui massimi dirigenti ancora ieri si dichiaravano “né con Marchionne, né con la Fiom” (cosa vuol dire?). Rescisso il loro giovanile vincolo esistenziale con il mondo del lavoro, caduta l´illusione della classe rivoluzionaria motore del progresso, questi dirigenti non seppero promuovere neanche quando governavano il paese forme alternative di tutela del lavoro dipendente; come la cogestione aziendale alla tedesca o l´azionariato dei dipendenti all´americana. Col bel risultato che oggi neppure il sindacalismo classista residuale praticato dalla Fiom Cgil è in grado di strappare garanzie progettuali e contropartite efficaci ai sacrifici richiesti dalla Fiat, pena il dirottamento all´estero degli investimenti.
Non può più esistere un partito operaio, ma fatica a sopravvivere anche un partito degli industriali, nell´Italia a crescita zero. Lo rivela clamorosamente la bandiera bianca alzata da Berlusconi.
Così gli operai di Mirafiori si ritrovano completamente disarmati, sollecitati a cedere diritti in cambio di una promessa di lavoro incerto e a basso reddito. Sarà, la loro, domani, una drammatica somma di scelte individuali. Mentre l´establishment del paese si crogiola in miopi calcoli di convenienza: assecondare la prepotenza di Marchionne nella speranza magari di assestare un colpo definitivo alla resistenza di una Cgil isolata? Elevando addirittura il manager italo-canadese a tardivo battistrada di una inesistente rivoluzione liberale mai neppure intrapresa dal berlusconismo?
Se Marchionne avesse abbinato la denuncia delle nostre relazioni sindacali antiquate a un effettivo rilancio dell´impresa automobilistica in Italia, anziché lamentare ingratitudine per l´”osceno” trattamento ricevuto, come se la Fiat non usufruisse tuttora di milioni di ore di cassa integrazione, forse oggi le sue richieste risulterebbero più credibili. Ma dopo aver risanato i bilanci Fiat grazie al sostegno decisivo delle nostre banche, trascorsi ormai sei anni e mezzo dal suo insediamento al Lingotto, è giunto il tempo di valutarne l´operato non solo come audace finanziere, bensì come capitano d´industria.
Quali nuove quote di mercato ha conquistato? Quali nuove vetture, all´altezza di competere con quelle della concorrenza, annovera nel suo glorioso curriculum?
I suoi predecessori Valletta e Romiti sbaragliarono anch´essi la resistenza sindacale, nel 1955 e nel 1980, ma con la Seicento e la Uno poi incrementarono le vendite. Marchionne invece si è rivelato abilissimo nel sostituire gli aiuti di Stato americani agli incentivi nostrani, ha fatto schizzare in Borsa i titoli Fiat per la gioia degli azionisti e di sé medesimo, ma nel frattempo ha sguarnito la produzione intestandosi un crollo delle vendite senza precedenti. Oggi la Fiat detiene solo una quota del 6,7% del mercato europeo, un record negativo, mentre le case automobilistiche rivali stanno crescendo. Sarà forse colpa di Landini e della Fiom se in pochi anni siamo passati da novecentomila vetture prodotte in Italia a meno di seicentomila? Risultano forse ingovernabili le fabbriche in cui langue la produzione? Davvero qualcuno crede che la fabbricazione della Panda a Pomigliano e il solo montaggio di una Jeep Chrysler a Mirafiori porteranno al raddoppio (e più) delle vetture prodotte in Italia, come genericamente promesso in un piano che nessuno, tanto meno Berlusconi, ha verificato?
I sindacalisti firmatari degli accordi di Pomigliano e di Mirafiori fanno notare che sono molti, in Italia, gli operai già oggi costretti a lavorare in condizioni più gravose di quelle che hanno strappato a Marchionne. È vero, anche se la prevista esclusione del maggior sindacato metalmeccanico, la Fiom Cgil, dalla rappresentanza aziendale di questi due stabilimenti, costituisce un vulnus democratico pericoloso. E, soprattutto, il ripiegamento in un´azienda come la Fiat prelude a un peggioramento generalizzato. Per questo oggi risulta così tormentosa la scelta cui sono chiamati, uno ad uno, i dipendenti di Mirafiori. In coscienza, nessuno tra i fortunati (ma anche fra i disoccupati e i precari) che restano fuori dai cancelli può giocare con un sì o con un no al posto loro.

Conferma che l´economia nazionale si ritrova a fronteggiare disarmata, sguarnita della minima tutela politica, la contesa globale. Siamo di fronte alla resa vergognosa di un governo già rivelatosi incapace di pretendere da Marchionne, com´era suo dovere, le informazioni puntuali sul suo fantomatico piano industriale senza le quali mai Obama avrebbe concesso il via libera all´operazione Chrysler negli Usa. Le stesse garanzie in assenza delle quali la cancelliera tedesca Merkel pochi mesi fa stoppò l´intesa tra Fiat e Opel. Così si comportano delle istituzioni pubbliche rispettabili. Con l´aggravante che Berlusconi si genuflette di fronte all´azzardo della più grande industria del suo paese, incurante del danno arrecato agli interessi nazionali. Perché qui non è più in gioco soltanto, e non sarebbe poco, la tutela del posto di lavoro di migliaia di lavoratori, ma l´intera struttura produttiva di una economia il cui destino resta legato all´industria manifatturiera. Rispetto alla quale, il premier-tycoon si conferma geneticamente estraneo.
Di fronte all´enormità di questo misfatto antinazionale, sarebbe ingenuo sovraccaricare di significati politici o ideologici il voto che i 5.500 dipendenti di Mirafiori sono chiamati a esprimere a partire da stanotte. Un partito operaio non può certo esistere nell´Italia del 2011. Nessuno più fingerà di credere, come nel passato, alla natura di per sé rivoluzionaria di una classe sociale che liberandosi dallo sfruttamento adempierebbe a una finalità di giustizia universale. Stremati, anziani e impoveriti, i lavoratori torinesi vengono chiamati a sancire nient´altro che una deroga alle normative vigenti così evidentemente peggiorativa dello status quo che neppure la Confindustria può vidimarla; almeno fin tanto che l´associazione degli imprenditori continuerà a dichiarare valido il contratto nazionale da lei stipulato con i sindacati.
Timida, anacronistica e imbarazzata pareva dunque, ieri, la presenza ai cancelli di Mirafiori di un leader della sinistra come Vendola: perché riesce difficile perfino a lui chiedere ai dipendenti Fiat di votare no al referendum-ultimatum, di fronte a un amministratore delegato che si è detto pronto a “brindare”, oltreoceano, a Detroit, in caso di bocciatura del suo diktat.
Non a caso prima della sortita di Berlusconi, e in assenza di un´effettiva libertà di scelta, era ammutolito lo stesso Partito democratico, i cui massimi dirigenti ancora ieri si dichiaravano “né con Marchionne, né con la Fiom” (cosa vuol dire?). Rescisso il loro giovanile vincolo esistenziale con il mondo del lavoro, caduta l´illusione della classe rivoluzionaria motore del progresso, questi dirigenti non seppero promuovere neanche quando governavano il paese forme alternative di tutela del lavoro dipendente; come la cogestione aziendale alla tedesca o l´azionariato dei dipendenti all´americana. Col bel risultato che oggi neppure il sindacalismo classista residuale praticato dalla Fiom Cgil è in grado di strappare garanzie progettuali e contropartite efficaci ai sacrifici richiesti dalla Fiat, pena il dirottamento all´estero degli investimenti.
Non può più esistere un partito operaio, ma fatica a sopravvivere anche un partito degli industriali, nell´Italia a crescita zero. Lo rivela clamorosamente la bandiera bianca alzata da Berlusconi.
Così gli operai di Mirafiori si ritrovano completamente disarmati, sollecitati a cedere diritti in cambio di una promessa di lavoro incerto e a basso reddito. Sarà, la loro, domani, una drammatica somma di scelte individuali. Mentre l´establishment del paese si crogiola in miopi calcoli di convenienza: assecondare la prepotenza di Marchionne nella speranza magari di assestare un colpo definitivo alla resistenza di una Cgil isolata? Elevando addirittura il manager italo-canadese a tardivo battistrada di una inesistente rivoluzione liberale mai neppure intrapresa dal berlusconismo?
Se Marchionne avesse abbinato la denuncia delle nostre relazioni sindacali antiquate a un effettivo rilancio dell´impresa automobilistica in Italia, anziché lamentare ingratitudine per l´”osceno” trattamento ricevuto, come se la Fiat non usufruisse tuttora di milioni di ore di cassa integrazione, forse oggi le sue richieste risulterebbero più credibili. Ma dopo aver risanato i bilanci Fiat grazie al sostegno decisivo delle nostre banche, trascorsi ormai sei anni e mezzo dal suo insediamento al Lingotto, è giunto il tempo di valutarne l´operato non solo come audace finanziere, bensì come capitano d´industria.
Quali nuove quote di mercato ha conquistato? Quali nuove vetture, all´altezza di competere con quelle della concorrenza, annovera nel suo glorioso curriculum?
I suoi predecessori Valletta e Romiti sbaragliarono anch´essi la resistenza sindacale, nel 1955 e nel 1980, ma con la Seicento e la Uno poi incrementarono le vendite. Marchionne invece si è rivelato abilissimo nel sostituire gli aiuti di Stato americani agli incentivi nostrani, ha fatto schizzare in Borsa i titoli Fiat per la gioia degli azionisti e di sé medesimo, ma nel frattempo ha sguarnito la produzione intestandosi un crollo delle vendite senza precedenti. Oggi la Fiat detiene solo una quota del 6,7% del mercato europeo, un record negativo, mentre le case automobilistiche rivali stanno crescendo. Sarà forse colpa di Landini e della Fiom se in pochi anni siamo passati da novecentomila vetture prodotte in Italia a meno di seicentomila? Risultano forse ingovernabili le fabbriche in cui langue la produzione? Davvero qualcuno crede che la fabbricazione della Panda a Pomigliano e il solo montaggio di una Jeep Chrysler a Mirafiori porteranno al raddoppio (e più) delle vetture prodotte in Italia, come genericamente promesso in un piano che nessuno, tanto meno Berlusconi, ha verificato?
I sindacalisti firmatari degli accordi di Pomigliano e di Mirafiori fanno notare che sono molti, in Italia, gli operai già oggi costretti a lavorare in condizioni più gravose di quelle che hanno strappato a Marchionne. È vero, anche se la prevista esclusione del maggior sindacato metalmeccanico, la Fiom Cgil, dalla rappresentanza aziendale di questi due stabilimenti, costituisce un vulnus democratico pericoloso. E, soprattutto, il ripiegamento in un´azienda come la Fiat prelude a un peggioramento generalizzato. Per questo oggi risulta così tormentosa la scelta cui sono chiamati, uno ad uno, i dipendenti di Mirafiori. In coscienza, nessuno tra i fortunati (ma anche fra i disoccupati e i precari) che restano fuori dai cancelli può giocare con un sì o con un no al posto loro.

La Repubblica 13.01.11

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Mario Carraro, numero uno del gruppo che produce trattori “Il Cavaliere si impegni per trattenere qui il Lingotto”, di gi.ba.

«Il presidente del Consiglio faccia il presidente del Consiglio e non dia segnali negativi all´industria. Si preoccupi, anzi, di trattenere in Italia la più grande azienda manifatturiera del Paese». Mario Carraro, classe 1929, numero uno del gruppo che produce trattori e sistemi di trasmissione non ha dubbi: «Marchionne ha sparigliato le carte, si comporta in modo nuovo, ma Mirafiori non deve lasciare l´Italia».
Perché?
«Per approfittare delle nostre abilità. Delocalizziamo per i prodotti a basso valore aggiunto, ma concentriamo in Italia i lavori più complessi, quelli per i quali sono necessarie grandi competenze».
Quindi qual è il problema del Paese?
«Aver perso competitività nei confronti delle economie avanzate. Non possiamo pensare di fare a gara con l´Asia o con il Brasile, viaggiano a una velocità doppia della nostra, ma non possiamo perdere terreno verso i nostri vicini. Ecco Marchionne solleva una problematica fondamentale, la competitività».
Però pone anche condizioni molto dure.
«Forse, ma negli ultimi anni la concertazione è diventata sempre più difficile: è fondamentale semplificare tutti i processi. Le battaglie della Fiom sono troppo ideologiche: Landini sembra quasi un moderato rispetto al passato, ma sono tutti ancorati a situazioni che non esistono più. Le vecchie contrattazioni andavano bene anni fa, quando ancora pensavamo di poter crescere all´infinito. Quella stagione si è chiusa. Volkswagen va bene perché produce più all´estero che in Germania».
Ma lei lascerebbe l´Italia?
«No, ma dobbiamo cambiare passo. Pensare al futuro, fare progetti a lunga scadenza, altrimenti non usciremo mai dalla crisi. Pensiamo alle riforme e non mettiamo paura al Paese».

La Repubblica 13.01.11

Morti sul lavoro, la guerra nascosta d'Italia

Anche nel 2010 ci sono stati oltre 3 decessi al giorno tra i lavoratori. Fassina: “C’è la crisi ma i dati non cambiano. Intervenga urgentemente il Parlamento, il fenomeno è sottovalutato dal governo e dai media”. Quanti sono stati i morti del lavoro in Italia nel 2010? Troppi, più che nel 2009, più di 3 al giorno.

Secondo l’Osservatorio indipendente sulle morti sul lavoro di Bologna, che abbiamo interpellati sono stati 1080.
Nel 2009 erano stati 1.050 (dati Inail). Italiaora.org ne ha contati 1.246 includendo i morti in itinere (da e per il luogo di lavoro), dato che l’Inail non calcola. E l’incidenza di questi lutti sulla vita degli italiani sembra non calcolarla il governo che prima ha smantellato il testo unico sulla sicurezza sul lavoro voluto dal Governo Prodi e adesso interviene sui singoli settori, tardi e lentamente. Proprio oggi Maurizio Sacconi, ministro del lavoro ha annunciato che nei prossimi giorni sarà presentata una circolare in materia di appalti nel settore privato con riferimento al pieno ottemperamento degli obblighi di legge” su costo del lavoro, per la tutela della salute e della sicurezza, con l’obiettivo di evitare che la ”logica del massimo ribasso possa comprimere questi obblighi fondamentali”.
Nei prossimi giorni, peccato che nel 2011 siamo già a 40 morti sul lavoro.

Stefano Fassina, responsabile Economia e Lavoro nella Segreteria PD, attacca: “I dati del 2010 sulle morti sul lavoro sono, anche quest’anno, drammatici. La media di 3 decessi al giorno non si riduce, nonostante l’attività economica sia ancora fiacca, in particolare nel settore dell’edilizia, uno dei più rischiosi per incidenti mortali. Le politiche per la sicurezza non sono tra le priorità del Governo e del Ministro Sacconi, anzi alcune scelte, come l’eliminazione della responsabilità in solido dell’appaltatore con il subappaltatore o la cancellazione dell’obbligo di comunicazione all’Inps prima dell’inizio del lavoro, vanno in direzione opposta alla prevenzione. I dati del 2009 richiedono l’iniziativa urgente del Parlamento al fine di individuare le aree prioritarie di intervento per ridimensionare un fenomeno sottovalutato e oggetto di una inaccettabile assuefazione politica e mediatica”.

Secondo l’Osservatorio le categorie con più vittime sono l’edilizia e l’agricoltura. Il settore della cantieristica ha superato quest’anno l’agricoltura e ha registrato il 28,4% sul totale (167 morti), l’agricoltura con il 28,1% (165 morti) ha registrato comunque un incremento superiore al 4% e l’industria con il 12,5% (73 morti).
Tra le vittime gli stranieri sono stati il 10,1%. Per il 41% sono romeni; nella fascia d’età compresa tra i 19 e i 39 anni la percentuale raggiunge il 15%* ìsul totale degli stranieri.

I morti per infortuni sui luoghi di lavoro nelle regioni.
Tra le regioni con il maggior incremento di vittime ci sono state Calabria +95%, Sardegna + 35% e Veneto + 31,5%. Calano del 50% le vittime in Umbria, del 35% nelle Marche e del 27% in Emilia Romagna

Età delle vittime:
dai 16 ai 19 anni 3 (0,55%)
dai 20 ai 29 anni 53 ( 8,9%)
dai 30 ai 39 98 (16,8%)
dai 40 ai 49 113 (19,3%)
dai 49 ai 59 116 (19,8%)
dai 59 ai 69 87 (14,4%)
dai 70 ai 79 37 (3,7%)
dagli 80 ai 90 13 (1,8%)

Carlo ed Elena Soricelli che hanno analizzato i dati provincia per provincia rivelano come i lavoratori deceduti esclusivamente a causa di infortuni sui luoghi di lavoro non calano, ma aumentano. Per loro il calo complessivo delle vittime registrato in questi ultimi anni non è imputabile alla prevenzione messa in campo nelle aziende, ma è dovuto alla diminuzione dei decessi che si registra in itinere o più genericamente “sulle strade. Le ragioni di questo calo derivano soprattutto dall’acquisto da parte dei lavoratori di automobili nuove più sicure, dopo la rottamazione delle vecchie. Questo fa pensare che ci sia una maggiore attenzione verso il fenomeno degli infortuni sul lavoro soprattutto da parte delle imprese, purtroppo non è così”. Al contrario, come sostiene anche Fassina la crisi ha fatto aumentare i morti sui luoghi di lavoro perchè nel clima generale di difficoltà la “Sicurezza” viene messa in secondo piano. La realtà, tragica, è che pur di evitare il fallimento le aziende accettano commesse a prezzi più bassi e i lavoratori per non perdere il lavoro aumentano i ritmi e accettano senza contestazioni condizioni di maggior rischio.
Così la popolazione di un intero comune ogni anno nel nostro paese scompare senza clamore.

Marco Laudonio

www.partitodemocratico.it

"Sul fine vita fermiamo il tifo da stadio", di Ignazio Marino

Caro direttore, dopo molti mesi di silenzio, a febbraio il Parlamento esaminerà il disegno di legge sul testamento biologico. Purtroppo è prevedibile che il dibattito sarà affrontato in un clima da stadio, con tifoserie contrapposte, con l’idea di dover vincere su un avversario, con il Pdl che tenterà la resa dei conti con Futuro e libertà, puntando sulla divisione del cosiddetto terzo polo. Come se una legge per definire le scelte relative alla fine della vita riguardasse solo il ristretto cerchio della politica, con le sue assurde dinamiche e i suoi squilibri, e non, invece, tutte le persone che prima o poi con la fine della propria vita dovranno fare i conti. Temo che non sfuggiremo allo scontro ideologico, alle offese e agli insulti in Parlamento, sui giornali e in televisione e non vi sarà alcun confronto pacato su una legge che, al contrario, dovrebbe essere rispettosa di ogni sensibilità. Partendo da questi funesti presupposti, ho letto ieri con interesse la posizione di Umberto Veronesi e, nonostante mi sia impegnato con molta determinazione per fare sì che l’Italia abbia finalmente una legge sul testamento biologico, mi ritrovo a dire che probabilmente Veronesi ha ragione: piuttosto che approvare una legge che impedisce la libertà, forse sarebbe meno dannoso lasciare le cose come stanno e non votare alcuna legge. Meglio lasciare la questione nel limbo attuale in cui ogni giorno all’interno degli ospedali, i medici decidono da soli se proseguire o interrompere le terapie seguendo le indicazioni della medicina e della propria coscienza o parlando in maniera informale con i familiari dei pazienti che non hanno più la capacità di esprimersi e di decidere da soli. Con ogni probabilità Veronesi non sarà ascoltato, perché quella sul testamento biologico è una legge simbolo per la destra e perché in Parlamento si respira l’aria di regolamento di conti. Tuttavia, penso valga la pena fare ancora uno sforzo e cercare, con senso di responsabilità, una soluzione che sia nell’interesse delle persone e di tutti i pazienti. Mettendo da parte ogni arroccamento pretestuoso, si discuta di una legge che rifletta due principi: libertà e rispetto. Basta un emendamento per sostituire interamente la legge attuale e scriverne una più semplice, di un solo articolo. Una legge che dia alle persone la libertà di indicare fino a che punto si intende essere sottoposti alle terapie, nel caso si perda la coscienza e la capacità di esprimersi senza una ragionevole speranza di recupero. E sul punto più delicato, quello che riguarda la nutrizione e l’idratazione artificiale, quel prolungamento per legge di una vita artificiale, come la definisce Umberto Veronesi, perché non scrivere che queste terapie debbano essere sempre offerte e garantite a tutti coloro che non le rifiutino esplicitamente nelle dichiarazioni anticipate di trattamento? Per me, lo ammetto, questa non sarebbe la legge ideale, ma la ritengo una proposta su cui si potrebbe trovare l’accordo di tutti. Il Parlamento abbia il coraggio e la responsabilità di fare un passo indietro per far compiere un passo avanti al Paese. senatore pd e presidente Commissione parlamentare d’inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale

Il Corriere della Sera 12.01.11