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"Innovare senza ledere i diritti. Anche la Fnsi lancia l’allarme", di G.V.

«Innovare va bene,ma non sulle spalle dei lavoratori». Applausi convinti ieri per Susanna Camusso, segretario generale della Cgil al congresso nazionale della Fnsi, il sindacato nazionale unitario dei giornalisti italiani che si conclude oggi a Bergamo. E soprattutto non formali. Perché il tema della libertà e dei diritti, della lotta alla precarietà e dello sviluppo posti proprio mentre a Mirafiori si sono aperte le urne per il referendum dei lavoratori sulla Fiat, sono stati molto presenti al XXVIcongresso dei giornalisti italiani. E la nuova leader della Cgil, nei suoi otto minuti di intervento, ha tracciato con precisione il nodo del problema: la libertà , i diritti e le relazioni industriali, guardando al futuro. «È vero: il cambiamento, l’innovazione sono necessari. Innovare, sì. Ma come? In nome del cambiamento non si possono cancellare diritti che taluni ritengono da ostacolo per i loro interessi e non possono essere incompatibili con le tutele sindacali. E la rappresentatività democratica dei lavoratori oggi, con quest’accordo viene considerato un ostacolo. Il cambiamento, qualsiasi cambiamento deve essere compatibile con la democrazia. La cronaca troppo spesso prevale sul “pensiero lungo”, e oggi il pensiero lungo è scomparso. Questo è pericoloso ». Un ragionamento ripreso da molti degli interventi al congresso della Fnsi. La lotta alla precarietà è la sfida da affrontare, anche per garantire il futuro degli enti previdenziali di categoria, misurandosi con le nuove forme di comunicazione rappresentate dalla multimedialità. Se ne è parlato il primo giorno del Congresso alla tavola rotonda con gli editori Carlo De Benedetti (gruppo Espresso), Fedele Confalonieri (Mediaset) e con PiergaetanoMarchetti (Rcs). Franco Siddi, segretario generale uscente Fnsi, anche nella sua relazione, ha posto il tema di un patto per lo sviluppo e per la libertà d’informazione che abbia al centro uno statuto dell’impresa editoriale, con un sistema di regole e risorse certe anche per le imprese delle testate nonprofit, di idee, cooperative e di partito oggi a rischio dopo il decreto Milleproroghe che ne ha dimezzato i fondi. Difendere il pluralismo dell’informazione, oltre che tanti posti di lavoro, è un impegno preciso del sindacato che contro la legge Bavaglio è riuscito a portare in piazza centinaia di migliaia di cittadini. Una centralità riconosciuta nel suo saluto anche dal presidente del Senato, Renato Schifani. Ma vi sono anche le difficoltà legate alla crisi del settore. Siddi ha chiesto un impegno concreto contro la precarietà assicurando disponibilità ad affrontare la sfida delle nuove piattaforme multimediali. Accetta il confronto il vicepresidente della Fieg, Donati che ha espresso la disponibilità degli editori a impegnare risorse per la formazione dei giornalisti, riconoscendo che non funziona una politica di soli tagli. Preoccupano anche la gli attacchi alla libertà di stampa e quei “conflitti di interesse” resi possibili dagli intrecci tra carta stampata e tv previsti dalla legge Gasparri. Sul ripristino del fondo per l’Editoria dimezzato dal Milleproroghe sono intervenuti il senatore Vita (Pd) e Beppe Giulietti portavoce di Articolo 21. Entrambi hanno pure fortemente criticato la gestione del servizio pubblico televisivo del direttore generale Masi. Un giudizio più che condiviso dal presidente uscente della Fnsi, Roberto Natale che ha posto anche il tema della qualità dell’informazione e dell’attenzione alle realtà sociali “scomode”, spesso nascoste, come le morti sul lavoro. Il tema della buona informazione è stato ripresoda molti dei delegati. Forte è stata anche la denuncia per le aziende che hanno scaricato sulle redazioni i prezzi delle crisi, senza strategie per affrontarle con efficacia. Dal congresso di Bergamo è stato lanciato un appello per la libertà d’informazione in Tunisia e in Ungheria. Oggi vi sarà la replica del segretario Siddi e le votazioni per il Consiglio Nazionale.

L’Unità 14.01.11

"Bersani vince, scontro evitato: i Modem non votano", di Simone Collini

«Scusate, ma qual è la proposta alternativa? ». Bersani butta lì la frase dopootto ore di discussione a porte chiuse, dopo che ha aperto i lavori della Direzione insistendo sul «progetto per la riscossa del paese» che il Pd «vuole discutere» con le forze di sinistra e di centro, dopo essere venuto a sapere che la minoranza di Movimento democratico vuole votare contro la sua relazione, dopo aver ascoltato Fioroni minacciare le dimissioni sue e di Gentiloni (che nulla sapeva della mossa del compagno) dagli incarichi di partito perché il franceschiniano Bressa ha sollevato il problema di come si possa mantenere un incarico «in un partito di cui non condividono la linea », e dopo aver continuato a scorrere sul suo Ipad (regalatogli a Natale dai suoi collaboratori) i siti web che per tutto il pomeriggio hanno parlato di un Pd spaccato.

OTTO LUNGHE ORE
Bersani per tutto il tempo ascolta gli interventi dei compagni di partito, quelli a sostegno della sua linea e quei «casi isolati», per dirla con D’Alema, che la contestano, osserva Veltroni andar via a metà pomeriggio senza prendere la parola (così come prima di lui Chiamparino e Renzi), registra la distanza tra la discussione sulle colpe del governo, sui problemi del paese, sulla Fiat che si fa nel salone al terzo piano del Nazareno e l’immagine del partito che esce all’esterno.

Così nella replica finale Bersani un po’ fa delle aperture alle proposte dell’area Marino (verrà costituito un gruppo di lavoro per definire la linea del partito sulla legge per il biotestamento che si vota a febbraio e verrà organizzato un seminario sulle primarie a cui saranno invitati anche con consiglieri politici di Obamae della Clinton), un po’ disinnesca la polemica su dissenso e incarichi dei due Modem («erano in minoranza già prima, sono il segretario enon ho maiposto il problema, vedano loro»), un po’ rilancia la proposta «tutt’altro che politicista» di lavorare al progetto «per una riforma repubblicana e un patto per la crescita e il lavoro» da discutere con le altre forze dell’opposizione. Ma aggiungendo: «Non capisco quale sia la proposta alternativa alla mia, visto che per meil Pd deve stare al centro del campo delle opposizioni e nella sua autonomia lavorare a un progetto da discutere poi con gli altri. Vogliamo chiamare questo vocazione maggioritaria? Facciamolo, io non lo faccio perché non voglio un Pd da solo alle elezioni, anche se siamo gli unici in grado di tenere unito il paese».

Parole forse anche più dure di quelle pronunciate in mattinata e che avevano irritato gli esponenti di Movimentodemocratico (aveva chiesto un voto alla sua relazione per fare «chiarezza» e aveva lanciato un«richiamo » per «uno stile di discussione composto e solidale»). Ma una rapida consultazione tra quelli della minoranza rimasti al quartier generale del Pd e Veltroni è stato sufficiente per far cambiare linea: niente voto contrario, non si partecipa e basta. Così la linea di Bersani passa con 127 sì, due astenuti (gli ulivisti Zampa e Santagata, chetemono una messa in discussione delle primarie anche se Bersani ha detto che quelle in programma per le amministrative si faranno e che in generale è necessaria una «revisione» per non logorare lo strumento) e due voti contrari (le calabresi Corea e Frascà, che contestano il commissariamento del partito regionale). Dopodiché le versioni divergono.

Lasciando il Nazareno i veltroniani spiegano il cambio di linea col fatto che hanno apprezzato, della replica finale, il cambio di tono e la ripresa di alcuni passaggi di Ichino sulla Fiat. I bersaniani spiegano che sulla Fiat il segretario non ha detto niente di diverso da quanto sostenuto aprendo i lavori (rispettare l’esito del referendum, attenzione agli investimenti) e che gli esponenti di Movimento democratico hanno solo puntato a tenere alta l’attenzione su di loro in vista del “Lingotto 2” (il 22 a Torino) ma hanno temuto di andare alla conta.Comeche sia, quella siglata ieri rischia di essere solo una tregua. Bersani si dice soddisfatto, ma nona caso saluta i compagni di partito citando Papa Giovanni XXIII: «Quando tornate a casa… – si ferma e sorride rendendosi conto dell’incipit della “carezza ai vostri figli” – pensiamo a come il Pd può tirare fuori dai problemi il paese, sapendo che non si può vivere senza una visione e affetto. La visione del mondo posso aiutare a metterla, l’affettonon so come inventarlo, se non c’è non c’è».

L’Unità 14.01.11

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“Bersani incassa il via libera, i popolari litigano tra loro”, di Rudy Francesco Calvo

I veltroniani non votano la relazione. AreaDem attacca sugli incarichi
Alla fine, la conta non c’è stata. La direzione del Partito democratico si è conclusa con una approvazione quasi unanime della relazione e delle conclusioni del segretario (127 favorevoli, due astenuti, i prodiani Zampa e Santagata, e due contrari, Caterina Corea e Liliana Frascà, tra gli autori di un documento a sostegno delle primarie in Calabria), grazie al fatto che l’ex terza di mozione di Ignazio Marino si è espressa per il sì e la minoranza di Movimento democratico non ha partecipato al voto (Veltroni non è nemmeno intervenuto). «Nella sua replica, Bersani ha fatto passi avanti – ha spiegato questa decisione Marco Minniti – su questioni importanti come la Fiat, la centralità del Pd in fatto di alleanze e gli incarichi interni occupati dalle minoranze». Proprio su quest’ultimo punto, infatti, si era improvvisamente acceso un confronto in direzione che fino ad allora aveva mantenuto toni sereni, nonostante le differenze di vedute (MoDem aveva anche prospettato un voto contrario).
A far scoccare la scintilla è stato Gianclaudio Bressa, fedelissimo di Franceschini, che a margine della riunione ha dichiarato ai giornalisti: «Come si può continuare a gestire importanti incarichi in un partito di cui non si condivide la linea politica?». Obiettivo della sua domanda sono Paolo Gentiloni e Beppe Fioroni, rispettivamente presidenti dei forum comunicazione e welfare del partito. La reazione di quest’ultimo è immediata e, prendendo la parola in riunione, ha rimesso provocatoriamente al segretario il mandato proprio e del collega (ignaro dell’iniziativa). A chiudere la questione, nella sua replica, è stato il leader dem, dicendo quella «parola chiara» che gli esponenti della minoranza gli avevano chiesto: «Io sono il segretario e non ho posto il problema».
Il gentlemen’s agreement tra Bersani e Veltroni, d’altra parte, era nell’aria già dalla vigilia. I rappresentanti della minoranza avevano già spiegato al leader dem che non avrebbero potuto votare una relazione che confermava una linea da loro criticata fino ad allora (soprattutto per quanto riguarda la “timidezza” sul caso Fiat e la strategia di ricercare alleanze ampie, da Vendola a Fini), ma al contempo garantivano toni bassi e confermavano l’invito per l’appuntamento al Lingotto del 22 gennaio, che molto probabilmente Bersani accetterà.
Proprio per questo, MoDem avrebbe preferito non arrivare al voto e, alla fine, non ha partecipato a quella che riteneva «una conta inutile». Il segretario, nella sua relazione, ha ribadito che «l’iniziativa politica del Pd che ha portato al voto sulla mozione di sfiducia è stata giusta» e ha quindi rilanciato il proprio progetto, basato su una «riforma repubblicana», che comprenda anche una legge elettorale basata sull’uninominale a doppio turno con correttivi proporzionali, e «un patto per la crescita e il lavoro», da discutere «sia con le forze di sinistra e di centrosinistra interessate a una reale prospettiva di governo, sia con le forze di opposizione che si dichiarino di centro e non impegnate nella ristrutturazione del centrodestra». Chi vuole contestare questa linea, è la sfida rivolta alla minoranza, deve «presentarne altre e che si capiscano». Sulla Fiat, Bersani ha ribadito la necessità di «introdurre con urgenza nuove regole sulla rappresentanza», convergendo in parte anche con le proposte di Ichino. La discussione sulle primarie, invece, è rinviata a una conferenza nazionale che sarà convocata entro il 2011. «L’idea è di riformarle per preservarle – ha garantito il segretario – lo strumento ha mostrato vitalità, ma ha anche prodotto alcuni problemi. Nessuno comunque vuole cancellarle». Infine, Bersani ha invitato tutti i suoi a comportamenti più consoni a «un anno di combattimento » e, nelle conclusioni, si è appellato all’orgoglio di partito: «Solo il Pd può tenere unito il paese. Teniamo il passo e andiamo avanti».
Tra gli interventi più duri, in direzione, c’è stato quello di Sergio Chiamparino, che ha chiesto «parole più nette e certe a sostegno del sì al referendum di Mirafiori». Dario Franceschini, dal canto suo, ha chiesto di «andare avanti sulla strada dell’allargamento del campo delle nostre possibili alleanze per battere Berlusconi», mentre Massimo D’Alema ha spiegato che sul tema «non c’è nulla da decidere oggi, non ci sono le elezioni». E Enrico Letta ha ribadito: «L’ipotesi di una nostra coalizione guidata da Vendola non è tra le opzioni possibili».

da Europa Quotidiano 14.01.11

""Ricerca, le nomine le decido io" diktat della Gelmini, rivolta al Cnr", di Elena Dusi

L´ipotesi di un ministro nomina-tutto ha fatto saltare la rabbia del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Il ministro dell´Istruzione, università e ricerca Mariastella Gelmini tenta ora l´affondo sul Cnr, il più grande ente di ricerca italiano. “Si ritiene opportuno che la nomina del Direttore Generale sia riservata al Ministro” e “i poteri di spesa non possono che far capo al Direttore Generale” sono due delle clausole che la Gelmini vuole inserire nello statuto dell´ente attualmente in discussione, insieme a quella secondo cui “è necessario esplicitare che i componenti del Consiglio di Amministrazione sono nominati dal Ministro dell´Istruzione, Università e Ricerca”. L´ipotesi di un ministro nomina-tutto ha fatto saltare la rabbia del Consiglio Nazionale delle Ricerche, un ente con quasi 8mila dipendenti di cui oltre l´80% scienziati (dei precari, stimati in 4-5mila, si è perso il conto esatto) e un bilancio che supera il miliardo. Sia mercoledì che ieri il Cda chiamato a discutere le proposte Gelmini è stato interrotto dall´irruzione dei ricercatori nella Sala Fermi. «Non vogliamo le proposte del ministro, la Costituzione protegge l´autonomia della ricerca» hanno ripetuto, rifiutando di abbandonare l´aula e costringendo i consiglieri a prendere un nuovo appuntamento per mercoledì prossimo. Ieri i ricercatori hanno occupato tutto il primo piano dell´edificio di epoca mussoliniana, gridando “Ricerca libera” dalle finestre.
Ai 12 enti di ricerca italiani è stato chiesto l´anno scorso di dotarsi di uno statuto. Ma solo il Cnr – di gran lunga il più corposo – lo scorso 7 ottobre si è visto recapitare la lettera della Gelmini con le condizioni durissime che di fatto equivalgono a un commissariamento. L´approvazione delle clausole del ministro porterebbe a un ridimensionamento dei poteri del presidente (che oggi è una “personalità scelta tra persone di alta qualificazione scientifica” sul cui nome deve pronunciarsi anche il parlamento) e alla nascita di un direttore generale dai poteri incontrastati.
«Finiremo per diventare una dépendance del ministero» prevede la ricercatrice Chiara Cavallaro. «E quand´anche riuscissimo a difenderci, la pagheremmo con il taglio dei finanziamenti. Già nel 2011 il fondo ordinario sarà ridotto del 13%». Sulla bocca dei ricercatori impegnati nella protesta c´è la libertà di ricerca scientifica sancita dall´articolo 33 della Costituzione. «Se avessero dato retta alle opinioni correnti, Marconi e Galvani non avrebbero scoperto niente» spiega Fabrizio Ricci, informatico medico.
Già il 10 gennaio il Consiglio scientifico del Cnr aveva bocciato le proposte Gelmini, che sono “orientate a garantire al governo lo stretto controllo sulle attività di ricerca dell´Ente” destando “seri dubbi sulla loro validità giuridica”. Interpellato in serata, il presidente del Cnr Luciano Maiani, uno dei più prestigiosi fisici italiani, ha espresso il convincimento che «esistono ampi margini di trattativa, sono convinto che riusciremo a ottenere un buono statuto».

La Repubblica 14.01.11

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qui interrogazione On. Manuela Ghizzioni n. 3731 che si occupa proprio dei rilievi mossi dal ministro allo schema di statuto del CNR

"La retorica del 5 per mille", di Silvia Giannini e Maria Cecilia Guerra

Il 5 per mille mostra sempre più la corda. Non solo è costantemente a rischio di sopravvivenza. Ma si sta rivelando anche uno strumento inadatto a sostenere il volontariato e gli enti non profit. Comporta costi rilevanti di pubblicità per i privati e di gestione per l’amministrazione pubblica. Finisce col finanziare a pioggia, e con importi modesti, enti con le finalità più disparate. La sua efficacia andrebbe confrontata con quella delle agevolazioni fiscali previste per le stesse finalità. Enti locali e finanziamenti virtuosi al terzo settore.

La rivoluzione tremontiana per finanziare il volontariato e gli enti non profit, il 5 per mille, che nelle parole del suo fondatore doveva permettere di trasferire potere dallo Stato alla società in un’ottica di “sussidiarietà fiscale”, mostra sempre più la corda. Oltre a essere costantemente a rischio di sopravvivenza, si sta rivelando uno strumento inadatto e discutibile a svolgere le funzioni per cui è stato introdotto.

FINANZIAMENTO VERO E PARTITE DI GIRO

Anche quest’anno, come ogni anno da quando è stato introdotto in via sperimentale con la legge Finanziaria per il 2006, la sopravvivenza del 5 per mille è sembrata in forse. Decurtato dai 400 milioni del 2010 a soli 100 milioni con la legge di stabilità, è nuovamente risorto nel decreto legge cosiddetto “Milleproroghe” (Dl 225/2010).
Apparentemente il comma 1 dell’articolo 2 reintegra la somma a 400 milioni (dice il Milleproroghe: “(…) le risorse complessive destinate alla liquidazione della quota del 5 per mille nell’anno 2011 sono quantificate nell’importo di euro 400.000.000”). Ma l’onere aggiuntivo sul bilancio pubblico nel 2011 è 200 milioni e non 300 come sembrerebbe logico (“al maggiore onere derivante dai precedenti periodi, pari a 200 milioni di euro per l’anno 2011”). Quasi per magia 100 milioni scompaiono: qui il Milleproroghe si fa più criptico, con buona pace dei processi di semplificazione normativa (“a valere su tale importo, una quota pari a 100 milioni di euro è destinata ad interventi in tema di sclerosi amiotrofica per ricerca e assistenza domiciliare dei malati ai sensi dell’articolo 1, comma 1264, della legge 27 dicembre 2006, n. 296. Alla determinazione delle risorse nell’ammontare indicato al precedente periodo, concorrono le risorse di cui alle voci indicate nell’elenco 1 previsto all’articolo 1, comma 40, della legge 13 dicembre 2010, n. 220, stanziate per le stesse finalità”).
In soldoni: la legge di stabilità (legge 220/2010) aveva già destinato 100 milioni a interventi a sostegno dei malati di Sla, a titolo di fondo per i non autosufficienti. Ora questi 100 milioni vengono utilizzati per garantire che una quota corrispondente del 5 per mille sia finalizzata a interventi in questo campo. In sostanza: con soli 100 milioni si può vantare di non avere cancellato il fondo per i non autosufficienti (introdotto dalla legge 296/2006), si reintegra il 5 per mille e si finanzia un po’ di sostegno ai malati di Sla. A ben vedere, invece, rispetto al 2010 il fondo per la non autosufficienza si è ridotto di 300 milioni ed è limitato a interventi per i malati di Sla e il 5 per mille è di fatto tagliato (sempre rispetto al 2010) di 100 milioni.
Non è poi chiaro cosa succederà adesso al finanziamento alla ricerca e assistenza in tema di Sla. Arriverà attraverso il meccanismo del 5 per mille, e cioè fra due anni? Verrà ripartito in proporzione alle scelte eventualmente espresse dai cittadini che vogliano destinare il proprio 5 per mille a questa finalità? Oppure, sarà ripartito indipendentemente dalle scelte dei contribuenti, violando così il principio base di sussidiarietà del 5 per mille, per ben un quarto delle sue risorse totali?

IL 5 PER MILLE: UN GIOCO PER POCHI

Al di là delle vicissitudini relative al suo finanziamento, il meccanismo del 5 per mille, a cinque anni dalla sua introduzione, richiede una riflessione critica.
Con questo meccanismo i contribuenti possono autonomamente devolvere il 5 per mille della propria Irpef a uno dei settori o dei beneficiari previsti, in appositi elenchi, nel campo della ricerca e del non profit. Il 5 per mille non è quindi un gioco per tutti. Con riferimento agli ultimi dati disponibili (dichiarazioni 2008) ben 10,7 milioni di contribuenti sono a priori esclusi, perché hanno un’imposta netta pari a zero. Inoltre, 24,8 milioni di contribuenti (il 60 per cento del totale) possono devolvere, in media, meno di 13 euro a testa.
Non meraviglia quindi che abbia indicato la propria scelta solo il 35,2 per cento dei contribuenti. Non partecipano, pur essendo ammessi, il 99 per cento dei soggetti che non sono tenuti alla presentazione della dichiarazione dei redditi (più di un terzo dei contribuenti).
La partecipazione dei soggetti che presentano il 730 e si rivolgono quindi a un Caf è molto più alta (63,9 per cento) rispetto a quella dei soggetti che compilano il modello Unico (37,4 per cento). I Caf sembrano quindi attivi nell’informare i contribuenti e aiutarli a esprimere la propria scelta. Peccato che i Caf siano anche spesso collegati a soggetti che sono potenziali beneficiari del 5 per mille.
In alternativa, ai contribuenti arriva l’informazione degli enti che possono spendere di più in pubblicità e i finanziamenti si concentrano non a caso su quelli più noti. Gli elenchi dei potenziali beneficiari sono disponibili sul sito dell’Agenzia delle entrate, ma si tratta di una miriade di enti (ben 77.015 nel 2008) di cui viene fornito solo il nome e il codice fiscale. Èallora presumibile che agiscano meccanismi di appartenenza: gli associati finanziano le proprie associazioni, i dipendenti il proprio datore di lavoro, i volontari la propria Onlus. Nel 2008, più di diecimila enti risultano scelti da meno di dieci contribuenti; 2.543 hanno addirittura ricevuto il 5 per mille di un solo contribuente.
Le perplessità sul meccanismo si accentuano se si osserva la ripartizione delle risorse. Si assiste infatti a una impressionante concentrazione del beneficio su un numero molto limitato di soggetti. Il 13 per cento dell’importo totale (54,4 milioni su 415,6 nel 2008) va a un solo ente: l’Airc. Più di un quarto, il 25,7 per cento va a soli otto enti che rappresentano lo 0,01 per cento dei potenziali beneficiari. (1) Dal lato opposto, non hanno ottenuto neanche un euro 34.500 associazioni sportive e 2.537 altri soggetti; mentre sono rispettivamente 2.652 e 2.370 quelli che hanno ricevuto meno di 100 euro.

UNA VALUTAZIONE CRITICA

Sarebbe ora di interrogarsi sul beneficio sociale di un meccanismo che comporta costi rilevanti di pubblicità per i privati e costi di gestione per l’amministrazione pubblica (compilazione degli elenchi, verifica dei requisiti, ripartizione dei fondi) e che in buona parte finisce col finanziare a pioggia, con importi modesti, enti con le finalità più disparate. (2)
L’efficacia del meccanismo andrebbe poi confrontata con quella delle agevolazioni fiscali già previste dal nostro ordinamento per le stesse finalità, nella forma di deduzioni e detrazioni. In questo caso i cittadini decidono liberamente di versare contributi a organizzazioni che considerano meritevoli, ma a differenza del 5 per mille ne sostengono in parte l’onere. La compartecipazione responsabilizza il cittadino e consente agli enti beneficiari di ottenere di più di quanto lo Stato perda di gettito.
Dal canto loro, le Onlus e le organizzazioni del volontariato dovrebbero preoccuparsi, più che della riduzione del finanziamento al 5 per mille, dei pesanti tagli ai fondi sociali riservati agli enti decentrati. Il finanziamento delle politiche sociali gestite dagli enti locali è infatti la fonte principale di un finanziamento virtuoso al terzo settore, nella logica della costruzione della rete pubblica e privata di interventi sociali auspicata dalla legge quadro sull’assistenza (legge 328 del 2000).

(1) Lo 0,02 per cento se si escludono le associazioni sportive che sono risultate in larga parte escluse in quanto non rispondenti alle finalità sociali richieste dalla normativa.
(2) Si veda ad esempio questa inchiesta dell’Espresso.

Scuola, Puglisi: "Nessuna apertura del Pd ad albi regionali per i professori"

Dichiarazione di Francesca Puglisi, responsabile scuola del Partito Democratico.
“La posizione del PD sulla scuola è nota ed è stata approvata a Varese. Ed è noto che non ci sia alcun accordo del PD nazionale con la proposta del senatore Pittoni di albi regionali per gli insegnanti. Come sempre, c’è solo tanta demagogia da parte della Lega, sul reclutamento dei docenti. Mentre parla di merito e reclutamento, infatti, approva il taglio di migliaia di cattedre e di posti di lavoro nella scuola, trovando negli insegnanti meridionali il capro espiatorio del precariato scolastico.

Un serio sistema di formazione iniziale e di reclutamento nella scuola richiede investimenti sulla formazione iniziale dei docenti, il tirocinio nelle scuole e una selezione che permetta davvero di valutare in modo imparziale il merito. Alla scuola servono insegnanti che abbiano una formazione di livello europeo , non insegnanti allevati e cresciuti sotto il campanile. I cittadini di domani hanno bisogno di una scuola pubblica di qualità e di insegnanti all’altezza del compito educativo. La Lega ha votato i tagli alla scuola, leggi finanziarie in cui non sono previsti investimenti nella qualità della formazione degli insegnanti, di questo porta la responsabilità politica, che cerca di far dimenticare con proposte pasticciate, che non danno risposte alla necessità di riforme per la qualità del sistema scolastico.

Tra i punti preoccupanti del disegno di legge è che non si comprende da chi sarebbero composte le commissioni di valutazione per l’accesso all’albo regionale. Se fosse da membri espressi dalla giunta regionale come contenuto nel ddl Goisis, si darebbe spazio ad ogni forma di clintelismo. Per evitare l’esodo dei neoassunti, garantendo la continuità didattica, basta bloccare la mobilità con l’assunzione in ruolo per tre anni come sostiene il documento del PD, “La continuità didattica è un bene essenziale: salvo rare e motivate eccezioni, il personale docente dovrebbe rimanere in servizio presso la stessa scuola per non meno di 3 anni. L’accesso all’insegnamento deve avvenire in ogni caso per pubblico concorso; rimane aperto l’ambito territoriale in cui il concorso può essere effettuato, fermo restando il pari diritto di accesso per tutti i cittadini italiani (e ormai anche dell’Unione Europea, unico vincolo essendo quello della conoscenza della lingua)”.

www.partitodemocratico.it

"San Sabba, i corpi diventavano grani di riso", di Marco Rossi Doria

Piove forte. Entro nella Risiera. L’ingresso è costretto tra le due pareti grigie che si bagnano. L’acqua che cola le macchia di scuro. Non c’è nessuno. Ma non c’è ancora un vero silenzio: si odono di lontano i chiassi dallo stadio che si anima di più per l’inizio della partita. Ma la Risiera resiste a questa distrazione. È un monumento potente. Dal quale non ci si può distogliere. In fondo al corridoio costretto tra i due muraglioni si intravede l’aprirsi di un largo spazio all’aperto, un grande cortile cintato. Romano Boico (l’architetto che ha trasfomrato in museo le rovine della Rosiera, ndr) descrive con poche parole il monumento che ne ha fatto: «Il cortile cintato si identifica quale una basilica laica a cielo aperto».

La luce chiama a raggiungere il cortile. Le grida dallo stadio si allontanano. La città si allontana. È un luogo circondato dai vecchi corpi di fabbrica di mattoni e dalle mura di cemento che sembrano invadere quasi ogni scorcio, come una persecuzione. Esito ad affrontare lo spazio aperto.

Entro nei due luoghi chiusi, alla sinistra della corte. Nel secondo c’è una vasta sala dove venivano rinchiusi soprattutto i prigionieri destinati ad altri campi ma anche quelli uccisi qui. Ha una grande altezza, con il tetto sorretto da un sistema di travi a più livelli, che si incrociano, la sala detta delle croci. Le finestre in alto ci dicono che v’erano più piani. Ora non più. La cupezza del buio che sale sembra non avere fine. Sulla parete sono state ricavate alcune piccole nicchie. Dentro vi sono due paia di occhiali, un bocchino per sigarette, un portacipria, alcune posate d’argento, due orologi da tasca, due pettini, un anello, una spilla. Sono le piccole cose della vita. Razziate. Insieme a milioni e milioni di oggetti dell’esistenza di ogni giorno. Furono presi agli ebrei triestini e portati dai nazisti in fuga dalla Risiera verso la Carinzia. Trovati dalle truppe alleate dentro a delle bisacce abbandonate, questi oggetti furono inviati a Roma. E furono conservati e dimenticati in un sotterraneo del Ministero del Tesoro. Per decenni. Poi, nell’anno 2000, furono ritrovati e consegnati alla comunità ebraica di Trieste. Che li ha portati qui. Mi fermo davanti a loro. Molto a lungo. Non so perché.

Nel primo spazio coperto, che avevo superato per poi ritornarci, ci sono diciassette celle. In fila. Lasciate come erano. Minuscole. Una dietro l’altra. Sui muri di queste celle v’erano decine di graffiti di chi stava per morire. E che l’incuria, l’umidità, il tempo hanno per lo più cancellato. Poche sono state trascritte quindici o venti anni dopo o fotografate. Le celle hanno una stretta panca di legno. Le prime due erano usate per le torture, dopo aver spogliato i prigionieri di ogni documento e avere. Migliaia di carte di identità e lasciapassare croati, serbi, italiani, sloveni sono restati qui a lungo. Poi vi sono le altre quindici celle. Qui, una addossata all’altra, venivano stipate fino a sei o sette persone in ogni cella. Prima di essere uccise. Nello spazio dinanzi alle celle venivano trattenute in piedi o a terra, legate, altre persone. Spesso venivano portate poi fuori per essere uccise. Altre volte venivano uccise proprio qui. A bastonate o a colpi di pistola. E poi spesso lasciate a terra, insieme ai vivi in attesa. Insieme ai vivi le persone morte o moribonde, tenute per delle ore davanti a queste celle zeppe di altre donne e uomini, prima della cremazione. Ora a terra, dinanzi alle porte delle celle, sono poggiati piccoli vasi. Con dentro fiori di plastica.

Ritorno all’aperto, al cortile. Tutto pare sospeso sopra questo vasto spazio concluso. È davvero una basilica senza coperture. E senza speranza. Qui era il forno crematorio. Nella notte tra il 29 e il 30 di aprile 1945 l’edificio e la ciminiera furono distrutti con la dinamite dai nazisti in fuga.

I resti del forno furono rimossi dopo pochi giorni. Per l’urgenza di fare spazio ai profughi che furono riuniti nella Risiera, subito dopo la chiusura del lager, nella primavera e nell’estate di quello stesso anno e poi per molto tempo ancora. Questa corte. Prima per cinquanta anni luogo di lavoro, coi carichi che entravano e uscivano. Una foto la mostra la «pilitura triestina del riso», col mulino per il riso e quello per il frumento. Poi luogo dello sterminio. Con i suoi spazi dedicati all’orrore. Poi transito di gente in fuga dall’Istria, senza più case né averi né idea di futuro, eppure viva.

Nelle scarne sale del museo – «stringate» le definisce Boico – tra le immagini trattenute in mezzo agli scritti e agli oggetti, vi è una foto che mostra le rovine del forno crematorio ammassate al suolo. Intorno c’è una piccola folla, vista di spalle, riunita in silenzio nella primavera del 1945, prima che i detriti fossero portati via. Tra quelle pietre e travi, restate a terra dopo lo scoppio, furono rinvenute ceneri e ossa. Che furono pietosamente raccolte in tre sacchi di carta spessa, a doppio strato, di quelli che si usavano per il cemento. E fu trovata la orrenda mazza con la quale si ammazzarono centinaia di donne, ragazzi, vecchi, uomini, fracassando loro prima le ossa del corpo e poi il cranio o colpendoli alla nuca, in modo forse mortale e forse no. Ma non importava: da questa corte i corpi, vivi o morti, venivano gettati nel forno.

È il segno del forno crematorio che marca questo spazio. La sua sagoma è ancora visibile sul fabbricato centrale. E per terra c’è una lama di metallo. Scrive Boico: «Nel cortile un terribile percorso di acciaio, leggermente incassato: l’impronta del forno, del canale del fumo e della base del camino». Incassato. Perché l’impianto era interrato. Vi si accedeva scendendo una scala. Lì era il forno. Da cui partiva un canale – ora segnato dalla lastra d’acciaio – che portava alla ciminiera. Il forno della Risiera fu costruito secondo i dettami di Erwin Lambert, mastro muratore, membro del partito nazista dalla prima ora, che aveva passato gli anni a attraversare l’Europa da Nord a Sud, da Est a Ovest, per migliaia di chilometri. Per costruire camere a gas e forni crematori.

In precedenza il luogo era occupato dall’impianto per essiccare il riso. Che pure i nazisti utilizzarono – dal gennaio alla fine di marzo del 1944 – per ridurre i corpi degli uccisi nella Risiera. Alla fine di marzo il nuovo impianto, un adattamento inventato da Lambert, era pronto. Fu «inaugurato» il 4 aprile del 1944 con la cremazione di settanta persone, fucilate il giorno prima nel poligono di tiro di Opicina.

Da quel momento e fino all’ultimo giorno della guerra vennero qui cremate molte centinaia di persone. Fucilate, uccise a bastonate, impiccate. O uccise con il gas dei motori dei neri furgoni, accesi a lungo. In mancanza di una camera a gas, gli automezzi vennero appositamente modificati. Stazionavano a ore stabilite nella Risiera, nell’autorimessa delle SS o anche nel cortile. Avevano il tubo del gas di scarico che un marchingegno poteva collegare al cassone posteriore, che veniva chiuso con laminati di ferro ermeticamente sigillati. In questi camion venivano portate le persone legate e venivano asfissiate. In questo cortile ora quasi abbandonato dai suoni, rimbombavano i rumori della fabbrica di morte che coprivano le grida: il fragore dei motori accesi, gli ordini urlati, i latrati dei cani aizzati contro i prigionieri. E le musiche trasmesse dagli altoparlanti. E su questo spazio si affacciavano le finestre abitate, dove vivevano le decine di assassini, organizzati per turni. Che scendevano su è giù per le scale, per ammazzare o recarsi alla mensa sottostante, salire su di nuovo, ritornare a scendere per uccidere ancora. Le finestre ora sono fori neri che incorniciano il buio deserto dei piani alti della Risiera. E sorvegliano da sopra il suo silenzio.

E’ in uscita da Giuntina Parole Chiare. Luoghi della memoria in Italia, 1938-2010 (a cura di Lia Tagliacozzo e Sira Fatucci, pp. 157, e16). Sette autori (Fulvio Abbate, Eraldo Affinati, Marco Rossi-Doria, Gianfranco Goretti, Ettore Mo, Elena Stancanelli e Emanuele Trevi) e un fotografo (Luigi Baldelli) raccontano nell’Italia di oggi alcuni luoghi legati alla persecuzione e allo sterminio degli ebrei durante il fascismo. Pubblichiamo un brano dal racconto Parole chiare di Rossi-Doria, dedicato alla Risiera di San Sabba, nei pressi di Trieste. Rossi-Doria, insegnante e pedagogista, è tra i fondatori dell’Associazione 27 gennaio, impegnata sui temi della Shoah.

da LA STAMPA del 13 gennaio 2011

Legittimo impedimento bocciato in parte a decidere dovranno essere i giudici

Sentenza sostanzialmente sfavorevole a Berlusconi da parte della Consulta sulla legge pensata per mettere il premier al riparo dai processi che lo vedono imputato. In particolare viene affidato ai magistrati giudicanti di valutare le ragioni che secondo la difesa impedirebbero la presenza in aula. Parziale bocciatura. E’ questo il verdetto della Consulta al termine della lunga camera di consiglio per valutare la costituzionalità della legge sul legittimi impedimento.

Stando a quanto riferisce l’Ansa, la decisione dell’Alta Corte ha preso una decisione che in parte boccia e in parte interpreta alcune norme sul ‘legittimo impedimento’. La Corte Costituzionale avrebbe infatti posto diversi paletti alla legge nata per mettere temporaneamente al riparo il premier Berlusconi dalla ripresa dei suoi tre processi (Mills, Mediaset e Mediatrade). In particolare, la Consulta avrebbe bocciato la certificazione di Palazzo Chigi sull’impedimento e l’obbligo per il giudice di rinviare l’udienza fino a sei mesi, dichiarando illegittimo il comma 4 dell’art.1 della legge 51 del 2010. E avrebbe bocciato in parte il comma 3, affidando al giudice la valutazione del ‘legittimo impedimento’.

La Consulta – apprende sempre l’Ansa – avrebbe inoltre fornito una interpretazione del comma 1, ritenendolo legittimo solo se, nell’ambito dell’elenco di attività indicate come impedimento per premier e ministri, il giudice possa valutare l’indifferibilità della concomitanza dell’impegno con l’udienza, nell’ottica di un ragionevole bilanciamento tra esigenze della giurisdizione, esercizio del diritto di difesa e tutela della funzione di governo, oltre che secondo un principio di leale collaborazione tra poteri.

Bocciato invece per “irragionevole sproporzione tra diritto di difesa ed esigenze della giurisdizione”
(art. 3 della Costituzione) il comma 4 dell’art. 1 che prevede nello specifico quanto segue: “Ove la Presidenza del Consiglio dei ministri attesti che l’impedimento è continuativo e correlato allo svolgimento delle funzioni di cui alla presente legge, il giudice rinvia il processo a udienza successiva al periodo indicato, che non può essere superiore a sei mesi”.

Il comma 3, rispetto al quale la Corte sarebbe intervenuta con una pronuncia ‘additiva’ , prevede che “il giudice, su richiesta di parte, quando ricorrono le ipotesi di cui ai commi precedenti, rinvia il processo ad altra udienza”.

Il comma 1, di cui la Consulta ha invece dato una interpretazione conforme alla Costituzione, prevede che per premier e ministri, chiamati a comparire in udienza in veste di imputati, costituisce legittimo impedimento “il concomitante esercizio di una o più delle attribuzioni previste dalle leggi o dai regolamenti”. A seguire, sempre il primo comma, elenca i riferimenti normativi riguardanti specifiche attività tra le quali, ad esempio, il consiglio dei ministri, la conferenza Stato-Regioni, impegni internazionali etc. Dopo questo elenco minuzioso, il comma 1 prevede che sono oggetto di legittimo impedimento le “relative attività preparatorie e consequenziali, nonché ogni attività comunque coessenziale alla funzioni di governo”.

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Consulta smonta impianto legge e ne dimostra inutilità

“Le anticipazioni sulle motivazioni della Corte smontano sostanzialmente l’impianto della legge e confermano che non c’era alcun bisogno di un intervento legislativo sul legittimo impedimento. Il parlamento è stato quindi impegnato inutilmente per troppi mesi”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Giustizia della Camera Donatella Ferranti risponde ai cronisti che la interpellano sulla decisione della Corte costituzionale. “Da quanto si apprende – prosegue – tutto viene riportato nell’alveo dei principi costituzionali riattribuendo ai giudici la valutazione concreta del legittimo impedimento anche per chi ricopre incarichi di governo e bocciando il meccanismo di automatico di rinvio che era stato introdotto con questa legge e che mascherava forme di insostenibile immunità. E’ l’ennesimo colpo a quel modo di legiferare ad personam che ha caratterizzato questa legislatura ed è la conferma che i motivi della nostra opposizione erano fondati, ragionevoli e costruttivi. Se la maggioranza avesse tenuto conto delle argomentazioni che avevamo inserito nella pregiudiziale di costituzionalità alla Camera si sarebbe evitata questa brutta figura”.

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