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"Belluno se ne va e la Lega si spacca", di Luca Romano

C’è sempre qualcuno più autonomista di te: il Veneto che perde pezzi è una bomba. Ieri sera il consiglio provinciale di Belluno ha approvato quasi all’unanimità (21 favorevoli e due contrari) il via libera al referendum per l’annessione alla regione Trentino-Alto Adige.
La votazione ha sancito una spaccatura evidente nella Lega Nord, cui appartiene il presidente della giunta, Gianpaolo Bottacin, favorevole, ma anche i due contrari. Uno di questi, Gino Mondin, è il proprietario dell’hotel Stazione di Calalzo, ritrovo abituale di Bossi, Tremonti e Calderoli per le loro riunioni conviviali in Cadore. E nella sua contrarietà al referendum, infatti, oltre alla critica di rito alle spese per la consultazione – ritenute inutili – c’è anche il retropensiero della posizione nazionale e regionale, di Bossi e di Zaia, che hanno bollato l’iniziativa come una guerra tra poveri, che divide il fronte per il federalismo proprio all’ultimo miglio dalla sua realizzazione.
La posizione ufficiale della Lega Nord ha ormai caricato il federalismo fiscale di un valore miracolistico, capace di far superare d’incanto tutti i problemi dei territori. Durante la campagna elettorale per le regionali, nella primavera scorsa, Zaia lo aveva ripetuto con ostinazione: «L’obiettivo è l’autonomia e il federalismo per tutto il Veneto, quella della Provincia di Belluno non serve, verrà incorporata in quella dell’intera regione». Ma il territorio, in realtà, sta ormai esplodendo. La provincia di Belluno, interamente montana, ha completamente perso una funzione strategica sul corridoio dell’Alemagna, la sua natura “ordinaria” l’ha sfibrata nel contatto con le confinanti specialità di Trento, Bolzano e del Friuli. I promotori del referendum hanno documentato questa esasperazione da costante deprivazione sociale ed economica su basi incontrovertibili: il costo della vita, l’invecchiamento, l’esodo dei giovani, il dissesto idrogeologico, l’abbandono della montagna per ragioni economiche e logistiche: Una serie di eventi demografici «che stanno eliminando i bellunesi montanari nelle proprie basi biologiche antropologiche.
Ogni anno muoiono 800 bellunesi più di quelli che nascono. Il saldo naturale (nati meno morti) è negativo dal 1990. Non ci sono più le forze per ricambiare i 110 mila attivi (ne mancheranno circa 13-15 mila entro il 2020) e senza gente che lavora non si potrà mantenere l’attuale pil, né mantenere tutte le persone inattive che diventeranno di più degli attivi».
I promotori hanno attaccato duramente non il centralismo di Roma, ma quello di Venezia, la «cecità della regione Veneto, incapace di produrre politiche, agricole, commerciali, industriali, scolastiche e turistiche su misura della montagna. Le élite dirigenti del Veneto non hanno alcun interesse per la montagna o, meglio, non ne hanno alcuno per i montanari», come hanno scritto nel Manifesto che vuole fondare la Dolomiti regione con i vicini di Trento e Alto Adige.
Maurizio Fistarol, oggi senatore, già sindaco di Belluno e alfiere della battaglia autonomista e federalista del suo territorio, sottolinea la forte responsabilità della regione Veneto: «Di fatto questo è un referendum secessionista in cui si condensa tutto il malessere per un’attesa che aveva suscitato grandi speranze, basata su un’aspettativa, neppure estremistica, di autonomia amministrativa, regolamentare e organizzativa della parte montana della regione. Da dieci anni si discute lo statuto regionale e questa posizione autonomistica aveva trovato una collocazione che la Lega a Venezia ha cancellato, in nome di un federalismo ancora molto aleatorio, da realizzare.
E inevitabilmente con la mancanza di risposte concrete si fanno strada rivendicazioni e rancori di ispirazione fortemente identitaria». Ora la palla passa alla Cassazione.

da Europa Quotidiano 12.01.11

"Il ricordo di Lietta Tornabuoni dei grandi registi", di S. Robiony e F. Caprara

Gianni Amelio “Perdita enorme, c’era tanto bisogno del suo sguardo lucido sulla realtà”
MARCO TULLIO GIORDANA
“Guardava il progetto non il risultato finale”. «Lietta Tornabuoni – dice il regista Marco Tullio Giordana – mi piaceva come critico e come persona e non perché sia sempre stata indulgente verso di me: ma era generosa, guardava il progetto, non solo il risultato. Apprezzavo il suo rigore e i suoi modi educati e allo stesso tempo bruschi. Leggevo tutto quello che scriveva: non seguiva le mode, aveva sempre un’opinione personale. La mia prima intervista l’ho fatta con lei. Avevo 28 anni ero sorpreso che una giornalista così importante dedicasse attenzione a un debuttante. L’anno dopo presentai La caduta degli angeli ribelli: il film fu molto criticato, lei ebbe parole di conforto, mi disse che avrei avuto una lunga carriera e che l’insuccesso a volte può far bene. Fu amichevole come una sorella maggiore. Il mio film che preferiva è Pasolini, un delitto italiano. Nel 1975 si era a lungo occupata del caso e mi disse una frase molto intelligente: la morte di Pasolini è il trionfo del luogo comune. Intendeva dire che che per noi italiani l’omosessuale non può che avere una morte violenta».

PAOLO E VITTORIO TAVIANI
“Ci provocava sempre con passione”
«Proviamo un grande dolore per l’amica che oggi non troveremo più» dicono i fratelli Paolo e Vittorio Taviani, che con Lietta hanno condiviso molte esperienze cinematografiche e giornalistiche (la loro carriera è iniziata proprio con la scrittura per poi approdare al cinema nel 1960 con il documentario L’Italia non è un paese povero). «Quella di Lietta – dicono – è la perdita di un’intellettuale che con il suo lavoro critico da decenni è stata protagonista – al pari di registi sceneggiatori, creativi di film – del cammino del nostro cinema. Quando è stato grande lo ha arricchito con scienza e fantasia, quando si è impoverito lo ha provocato con passione perché ritrovasse se stesso. Anche per questo siamo in tanti ad averti amato, Lietta».

GIANNI AMELIO
“C’era tanto bisogno del suo sguardo lucido”
«Per me la perdita è enorme – dice Gianni Amelio, regista e direttore del Torino Film Festival -: non è solo una perdita per la critica cinematografica ma soprattutto la perdita umana di una persona straordinaria con una mente così lucida, in un momento storico in cui ce ne sarebbe tanto bisogno. Lietta era una grandissima giornalista, mi mancherà quello che sapeva e scriveva del nostro Paese».
Amelio ricorda ancora «che una volta con me si era quasi adombrata perché le avevo detto che quasi quasi ero più ansioso di leggerla nella sua rubrica “Persone” del giovedì che nelle critiche cinematografiche. “Vuoi dire che non sono brava a scrivere di cinema?” mi chiese lei. “No – le risposi – è che sei talmente lucida su cose molto più drammatiche e molto più importanti dei film: oltre a capire il cinema tu capisci la realtà, sei una giornalista a tutto tondo”. La traccia che Lietta ha lasciato nelle nostre vite è profonda, oggi quel che resta è davvero un grande vuoto».

PUPI AVATI
“Ci ha insegnato a non desistere mai”
«Con la morte di Lietta – dice Pupi Avati – se ne va uno degli ultimi grandi critici cinematografici del nostro paese. Quando finivo un film io chiamavo Stefano Reggiani, Cosulich , Tullio Kezich e lei e lo mostravo a loro prima che agli altri. Il loro giudizio mi bastava, se ero promosso da questa commissione mi sentivo in pace con me stesso. Oggi la critica conta pochissimo e contano molto di più gli incassi, per anni è stato diverso. Per noi che abbiamo cominciato a far cinema tra la fine dei 60 e i primi 70 Lietta è stata un punto di riferimento, non ci ha mai dissuaso facendoci però capire quello che non funzionava. Ci ha insegnato a non desistere mai e questo ci ha regalato una grande forza: anche nei momenti in cui non era convinta della nostra opera, con il suo sguardo ampio e ci segnalava un percorso. Arrivava sempre mezz’ora prima alle proiezioni, mostrando quanto rispetto avesse per il nostro lavoro, ben diversamente dall’ultima generazione che ci guarda con prevenzione e strafottenza».

La Stampa 12.01.11

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“Addio alla Tornabuoni, aveva 79 anni. Firma della Stampa, ha raccontato i grandi eventi della storia mondiale e le più appassionanti vicende locali”, di LUIGI LA SPINA

Lei, camminava veloce in quel mattino romano di primavera.

Uno strano silenzio cingeva di stupore e di angoscia il cuore della città blindata e solo il rumore ritmico dei tacchi, sui sanpietrini di via di Sant’Ignazio, sembrava accompagnare i battiti dell’emozione.

Io, giovane cronista, conscio di dover affrontare un avvenimento troppo più grande della mia inesperienza, mi affrettavo a accompagnarla verso quella via Caetani dove ci aspettava il compimento di una grande tragedia di Stato e, insieme, la fine della speranza che un uomo potesse sfuggire alla sua trappola di morte. Pochi minuti prima, la radio aveva annunciato il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, ristretto dentro il baule di una Renault rossa. Le mie domande, stupide e inopportune come quelle che si affollano in un cervello sopraffatto dalla trepidazione, piovevano addosso a lei senza scalfirla minimamente. Muta, le labbre strette a mangiarsi l’immancabile rossetto, unica spia della civettuola vanità di una bella e consapevole donna, ficcava i suoi scuri e penetranti occhi sulle facce degli spettatori di quella terribile scena, sui rosati palazzi della Roma barocca che faceva da quinta a quel teatro dell’orrore. Io, concentravo l’attenzione sulla vittima, come se quel corpo martoriato potesse suggerire il significato di una vicenda assurda. Lei, registrava nella sua implacabile memoria i sentimenti di smarrimento dei poliziotti, dei politici, dei curiosi che si affollavano intorno. Finalmente, lei rispose al mio sguardo interrogativo e perplesso, quasi con un mezzo sorriso di affettuosa comprensione: «Sai, nel nostro mestiere quello che fa la differenza sono i dettagli».

Lietta, come tutti la chiamavano perché la celebrità le aveva sottratto il cognome, ha dedicato tutta la vita a questo mestiere, di cui era maestra solo con l’esempio di un morboso e gioioso attaccamento. In realtà, non aveva scelto il giornalismo, ma aveva semplicemente riconosciuto e accettato il destino di una straordinaria vocazione. Come quella di una chiamata religiosa, quella che ti sceglie perché ti dona tutte le qualità degli eletti, ma che ti chiede il sacrificio di ogni alternativa e ti preclude persino la libertà di un rifiuto.

Dai settimanali femminili, dove aveva cominciato la professione, era passata ai più grandi quotidiani del secondo dopoguerra, La Stampa e il Corriere della Sera, in virtù di una meravigliosa scrittura e di una eccezionale intelligenza e curiosità per le persone. Ecco perché, quando le fu affidata una rubrica, volle intitolarla proprio «Persone», riconoscendo nelle storie degli uomini e delle donne del suo tempo la cifra fondamentale non solo del suo giornalismo, ma del giornalismo di ogni tempo. Così, la seconda metà del secolo scorso la vide raccontare i più grandi avvenimenti della storia mondiale e le più appassionanti vicende della storia locale, con lo stesso metodo, infallibile strumento di seduzione per il lettore, quello che parte dall’umanità dei protagonisti per arrivare al significato dell’avvenimento.

Il fascino dei suoi racconti di allora, indifferentemente dedicati alla tragedia delle Olimpiadi di Monaco o del caso Moro, come ai ritratti, scolpiti nell’ironia, dei nostri politici, era legato innanzi tutto alla lettura di una lingua bellissima. Un italiano che risentiva di una aristocratica educazione e di quella calviniana leggerezza che soprattutto i toscani colti possiedono. Una lezione che nei giornali d’oggi, spesso così approssimativi e confusi nella scansione del ragionamento, dovrebbe essere materia di obbligato studio. I suoi aggettivi non sopportavano sinonimi e le sue parole erano rigorose come il suo carattere. Lietta odiava specialmente la sciatteria, la prolissità, l’imprecisione, sia nel linguaggio sia nella scrittura. Una serietà che applicava nella preparazione ossessiva dei suoi incontri di lavoro. Ore di studio sui personaggi che doveva intervistare, pagine e pagine di letture sulle storie che doveva raccontare, magari in poche righe.

Tutti i colleghi che hanno avuto la fortuna di lavorare con Lietta ricordano, con un certo imbarazzo, i momenti dell’esame mattutino. Lei, alle sette, aveva letto tutti i giornali e il suo interrogatorio sui fatti del giorno era spietato, perché non ammetteva distrazioni notturne, debolezze antimeridiane, crolli di pressione troppo basse. Ma i rimproveri impliciti dei suoi mobilissimi occhi duravano poco e si scioglievano presto nell’espressione più bella del suo largo viso: il sorriso contagioso per l’avventura professionale che la giornata doveva riservarle.

Sì, perché il lavoro del giornalista era, per lei, soprattutto gioia, quel soprassalto di curiosità appagata che le faceva scoprire il lato meno conosciuto e magari più interessante di un protagonista dei nostri giorni o di una storia dimenticata. E il successo professionale, di cui era pure consapevole, non oscurava quel brivido di dubbio, di incertezza, di tremore che assale ognuno di noi quando affronta una pagina bianca o uno schermo vuoto. Così la sua apparente sicurezza tradiva, per chi la conosceva bene, il rovello segreto di chi sa di dover superare sempre una prova inedita, per la quale un passato pure brillantissimo non è mai garanzia di un futuro altrettanto sicuro. Ma quella sfida, che si rinnovava ogni giorno e che trovava ormai solo lei giudice inesorabile di se stessa, era ragione di vita e di consolazione per un destino privato difficile che tormentò i suoi ultimi anni.

Con una signorile e austera discrezione, infatti, Lietta affiancò alla sua attività giornalistica la cura, dolce e attenta, dei suoi cari, dal compagno Oreste del Buono al fratello, ammalato gravemente di cuore, alla sua longeva madre. Un sacrificio, sopportato con il solito ostinato senso del dovere e che riuscì a compiere senza mai compromettere il suo lavoro giornalistico. Dopo la scomparsa dei suoi affetti più forti, Lietta passò gli ultimi anni senza più persone da accudire, ma forse senza più la forza e la voglia di accudire a se stessa. Il riserbo e l’orgoglio le impedirono di manifestare in pubblico il cruccio di aver sacrificato la sua vita al giornalismo e alla sua famiglia di origine, senza aver provato la gioia della maternità. Un giorno, davanti alla culla di un neonato, figlio di un amico, scoppiò in un pianto disperato e sorprendente per un carattere riservato come il suo. Forse era il dubbio dell’ipotesi di una vita diversa. Ma anche lei sapeva che non le era stata data quella alternativa a una vocazione assoluta, alla quale si poteva solo obbedire senza rimpianti.

Cara Lietta, tutti noi, colleghi qualche volta intimiditi dal tuo esempio troppo impegnativo, qualche volta invidiosi del dono di una scrittura così lucida e brillante, qualche volta intimoriti in attesa del tuo giudizio, ti abbiamo voluto bene. Assieme ai tuoi lettori, adesso che ci manchi, vedrai che saremo capaci di volertene un po’ di più.

La Stampa 12.01.11

"La malattia della paura", di Adriano Prosperi

Dopo la Peste Nera del 1348 il bacillo non scomparve: depotenziato ma ancora attivo continuò per secoli a riaffacciarsi e a mietere vittime. Accade oggi qualcosa del genere anche col bacillo dell´antisemitismo. Perfino dopo la Shoah ci sono menti che continuano a esserne infestate. È un bacillo più antico di quello della peste. Col tempo non si è indebolito, al contrario. Il caso del lettore di Hitler e di Marx autore della strage di Tucson potrà essere sembrato a qualcuno quello di un isolato paranoico. Ma quando si scoprono liste nazi-americane di nomi del «giudaismo internazionale», compresi moltissimi italiani, quello che vediamo apparire è qualcosa di antico, che conosciamo bene.
La lista dei nomi è un ingrediente familiare. In Italia una lista di 1.650 nomi corrispondenti a circa 9.800 famiglie ebraiche fu pubblicata in appendice all´edizione 1938 dei «Protocolli dei Savi anziani di Sion». Moltissimi di quei nomi li ritroviamo nell´elenco de «Il libro della memoria» di Liliana Picciotto Fargion. Qui ciascuno di loro riguarda una persona reale ed è seguito dalle date dell´arresto, della deportazione e della morte, qualche rara volta della liberazione dai lager. La lista del ‘38, destinata a eliminare il «pericolo ebraico», come desiderano anche gli autori della lista emersa dal sito americano, aveva dunque espletato la sua funzione.
L´idea del «pericolo ebraico» è una malattia sorda, un´antica ossessione cristiana europea che l´età contemporanea ha visto mutare geneticamente e trasformarsi nella più mostruosa delle aberrazioni. Ma già il bacillo antico conteneva il dato essenziale, quello della paura di un nemico nascosto fra di noi che trama contro di noi. Una paura alimentata da poteri religiosi e politici. Per «proteggere» la maggioranza il potere aveva a disposizione strumenti facili. Gli ebrei erano anche allora «abbastanza pochi da non potersi difendere», come disse Andrew H. Jackson aprendo il processo di Norimberga. E pochi e semplici erano stati all´inizio gli strumenti dell´identificazione: il primo fu il segno sull´abito, imposto da Papa Innocenzo III nel 1215; altri ne seguirono. La barriera del battesimo svolgeva la funzione fondamentale nel distinguere chi aveva diritti e chi no. Ma quando gli ebrei si battezzarono in massa nella Spagna del 1492, la differenza da religiosa divenne di sangue: si compilarono liste di nomi per individuare chi discendeva da ebrei.
Con la svolta della Rivoluzione francese e dell´uguaglianza dei cittadini davanti alla legge la paura degli ebrei non scomparve: al contrario, si ingigantì. Ormai indistinguibili dagli altri cittadini, divennero il prototipo del nemico invisibile dalle molte facce: il capitalista affamatore del popolo, il plutocrate alleato della massoneria, l´intellettuale disgregatore della società, il segreto promotore di ogni rivoluzione, da quella francese a quella russa. Ancora una volta la leva della paura si dimostrò uno strumento capace di sollevare il mondo e di metterlo nelle mani delle nuove forme del potere politico nell´età delle masse. E gli ingredienti antichi trovarono nuovi impieghi, diventando strumenti di individuazione non più del diverso religioso ma del nemico totale, di colui che si impadroniva delle leve della ricchezza e del sapere. I capi politici dei partiti socialdemocratici e di socialismo nazionale ne fecero ampio uso.
La minaccia dell´invasione di professionisti e intellettuali ebrei in fuga dalla Germania fu usata per agire sull´opinione pubblica di paesi come la Francia e la Svizzera. A guerra finita il ministro e banchiere H. Schlacht processato a Norimberga fu capace di sostenere ancora a sua difesa che era stato necessario impedire agli ebrei di «avere una percentuale così alta nelle cariche governative e nelle posizioni culturali della Germania».

La Repubblica 12.01.11

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Neonazisti, la lista della vergogna “Ecco i nomi degli ebrei italiani”, di Marco Pasqua

Gli elenchi pubblicati su un sito web: “Sono facce da cancellare”. La legge aggirata grazie ai server negli Usa. Ma gli autori possono essere rintracciati.
Ci sono manager, giornalisti, scrittori e personaggi del mondo dello spettacolo. Elenchi di ebrei italiani “influenti”, dall´economia ai media, ma anche nel mondo dello spettacolo. Decine di nomi e cognomi di imprenditori, artisti e giornalisti, citati in virtù delle loro (vere o presunte) origini ebraiche. Questa blacklist dell´odio antisemita compare a più riprese – con un´escalation di aggiornamenti in questi ultimi giorni – sulle pagine italiane del forum neonazista americano Stormfront, fondato nel 1995 da Don Black, ex leader del Ku Klux Klan. Da Gad Lerner a un magistrato milanese del processo Mills, gli attacchi dei neonazisti non risparmiano nessuno. Ci sono Roberto Saviano (nato, come ha spiegato lo stesso scrittore in un´intervista, da madre di origine ebraica) e Carlo De Benedetti, presidente del Gruppo L´espresso. Il sito è ospitato su un server americano, ma gli utenti che firmano molti post e si nascondono dietro a nickname di ispirazione nazionalsocialista, sono spesso italiani individuabili dalla polizia postale. Come è avvenuto nel 2008, quando un blog pubblicò una blacklist di docenti universitari ebrei: la pagina venne oscurata, e il responsabile italiano denunciato per violazione della legge sulla privacy, della legge Mancino e per diffamazione.
Gli elenchi figurano in una discussione online dal titolo “Il giudaismo internazionale”. Scopo del forum animato dagli adepti virtuali del Klan del Ventunesimo secolo, è quello di mettere in evidenza il potere che gli ebrei «hanno acquisito in campo economico, descrivendo la situazione nelle varie nazioni del mondo». Dietro a questo lavoro, spesso basato su grossolane ricerche sul web (ci si ispira anche alla lista di cognomi ebraici pubblicata dal sito Holywar, altro punto di riferimento degli antisemiti), c´è l´ossessione di scovare la cosiddetta “lobby ebraica”.
L´analisi parte dall´estero, e si concentra sui vertici di istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale e la Federal Reserve o le grandi case cinematografiche di Hollywood ma passa anche in rassegna le personalità ebraiche entrate a far parte dello staff di Barack Obama, e non risparmia i creatori di Google e il fondatore di Facebook. Molto articolata la sezione relativa agli ebrei che, in Italia, occupano posizioni sociali di rilievo. Si cita la famiglia di Alain Elkann, ma anche Antoine Bernheim, ex presidente di Assicurazioni Generali e Susanna Tamaro (cresciuta in una famiglia di origini ebraiche). Una delle liste più nutrite è quella dei giornalisti, di carta stampata e televisione. Oltre a Gad Lerner, uno dei bersagli preferiti (viene definito “faccia da cancellare”) insieme alla deputata del Pdl Fiamma Nirenstein, vi compaiono, tra gli altri, Paolo Mieli, Clemente J. Mimun, e molti giornalisti dei tg pubblici ma anche del Tg5 (fino ad una segretaria di redazione del Tg3). Una ventina sono i nomi del mondo dello spettacolo, come Joele Dix e Luca Barbareschi. I neonazisti puntano anche il dito contro gli istituti di statistica “in mano agli ebrei”: tra gli esempi riportati quello di Renato Mannheimer, a capo dell´Ispo. Un post è dedicato ai vertici di Borsa Italiana (i membri del Cda ebrei sono indicati in neretto), mentre in un altro figura la foto di un magistrato milanese. Un appello pro-Israele è il pretesto per raccogliere nomi: viene, infatti, trascritta una parte dei 500 firmatari, in prevalenza giornalisti e politici. Le firme vengono definite “interessanti e rivelatrici” delle loro origini.
La finalità di queste vere e proprie liste di proscrizione è spiegata da un utente che si firma “Stielhandgranate 24” (nome della granata da lancio del Reichswehr): «Il dovere di ogni nazionalsocialista è quello di scovare l´ebreo camuffato, partendo dal vicinato, verificarne la reale fattura giudaica incrociando dati con reali osservazioni e diffondere la notizia in maniera capillare in modo che il giudeo possa risultare in qualche modo evidenziato a vita, con l´intento di ledere la sua posizione monopolizzatrice».

La Repubblica 12.01.11

"Le false promesse del nucleare", di Mario Tozzi

Un’intensa campagna pubblicitaria, fintamente imparziale, cerca di indurre da qualche settimana nelle teste dei cittadini l’idea che sia ora di tornare all’energia nucleare. Gli italiani si erano peraltro espressi, in assoluta maggioranza, contro già nel 1987, e hanno sempre ribadito, nei sondaggi, la loro generale contrarietà all’atomo. Oggi si cerca di far pensare che il contesto sia cambiato, che è giusto cambiare idea e che Cernobil è ormai lontana. All’interno di un auspicato dibattito di idee il cui risultato, però, sembra già scritto: i tempi sono maturi perché l’Italia abbracci questa forma di energia. Nessuno di questi presupposti è, però, purtroppo vero. Purtroppo, perché chi non vorrebbe una forma di energia potentissima (un kg di uranio arricchito fornisce tutta l’energia di cui un italiano ha bisogno nella sua intera vita), sicura, priva di inquinanti o di emissioni clima-alteranti e magari inesauribile e a buon mercato?

Il contesto non è cambiato rispetto a 25 anni fa, anzi, semmai è peggiorato rispetto alla scelta atomica. La tecnologia è ancora sostanzialmente quella, figlia del lavoro di Fermi negli Anni Quaranta: non esistono impianti nucleari di quarta generazione. È come se, entrando in un negozio di elettrodomestici, chiedeste una radio a valvole. I miglioramenti non hanno impedito incidenti come quello di Tokaimura (Giappone 1999), né che i reattori francesi siano spesso arrestati per problemi. L’Italia dipende forse di più oggi dall’estero per i combustibili fossili, ma l’uranio non evita questa dipendenza, semmai l’accentua, visto che non ne abbiamo nel sottosuolo patrio e che le riserve mondiali sono valutate in 5 miliardi di tonnellate, che basteranno, forse, per ancora mezzo secolo (se non si costruiscono nuovi impianti, altrimenti le scorte si riducono di conseguenza, tanto che si rischia di costruire impianti che non avranno più combustibile, vista la vita media di oltre 40 anni).

I costi sono addirittura, in proporzione, aumentati: una centrale necessita di 8-9 miliardi di euro (stima Areva, che costruisce i reattori Epr) che non si capisce bene quale investitore privato possa mettere in campo. Secondo il Mit il costo medio del capitale nucleare è superiore (10%) a quello delle altre fonti energetiche (7,8%). E secondo Moody’s il prezzo medio dell’energia nucleare è più elevato del gas (+26%), ma anche dell’eolico (+21%), arrivando alla media, per MWh, di 151 dollari. In realtà noi sapremmo quanto costa esattamente 1 kWh prodotto per via atomica solo quando il primo kg di uranio della prima centrale nucleare al mondo sarà reso innocuo. Cioè più o meno fra 30.000 anni. Sono le spese di smantellamento e di inertizzazione delle centrali e delle scorie, le «esternalità» nucleari, del tutto comparabili a quelle del petrolio o del carbone: costi sociali che pagano sempre i cittadini in termini di sanità e benessere.

Il problema delle scorie è irrisolto: non esiste al mondo nemmeno un sito definitivo per lo stoccaggio dei rifiuti radioattivi. Pensare che un giorno sarà disponibile una tecnologia adatta significa addossare alle prossime generazioni un fardello che nessuno ha il diritto di affibbiare. Non si sa poi bene dove costruire la prossima centrale in un Paese che è sismico, soggetto a rischio idrogeologico e vulcanico, densamente popolato e quasi privo di pianure e di grandi corsi d’acqua. Una nuova centrale Epr necessita di oltre 65 metri cubi al secondo di acqua e non si sa nemmeno se il Po possa sostentarla in eventuali periodi di secca. Resta il mare, con tutti i problemi di inurbamento residenziale che si possono immaginare.

Il ricorso al nucleare è una scelta di grossi gruppi industriali supportati dalle banche d’affari, che non tiene in nessun conto l’ambiente e le esigenze dei cittadini (in Italia la gran parte dei comuni si è dichiarata denuclearizzata). Certo, è lecito fare i soldi sul nucleare, ma li si fanno anche sulle mine antiuomo o sulle armi senza che ciò susciti cori d’entusiasmo. Efficienza energetica nella produzione e negli usi finali dell’energia, migliore coibentazione di case e palazzi (1/3 dei consumi totali, che può essere ridotto del 50-70% senza perdite di benessere, ma solo costruendo meglio e isolando termicamente), eliminazione degli sprechi, risparmio energetico, decentramento: questi sono i comandamenti da seguire oggi. Aspettando magari un nucleare senza scorie o l’idrogeno che verrà.

La Stampa 12.01.11

"Fondi, al Nord le università più meritevoli", di Alessandra Migliozzi

Sbloccati i finanziamenti: i migliori atenei costretti a cederne parte ai peggiori. Le università con le performance migliori in termini di didattica e ricerca restano quelle del Nord, mentre il Sud arranca, con la Sicilia e la Campania che fanno da fanalino di coda. È quanto emerge spulciando le tabelle relative alla distribuzione dei fondi statali destinati agli atenei per il 2010. Il ministero ha sbloccato queste cifre con enorme ritardo: solo a fine dicembre i rettori hanno saputo di quanto potevano disporre per l’anno appena trascorso, che è andato avanti con i bilanci al buio. Anche la Crui, la conferenza dei capi di ateneo, ha denunciato l’accaduto con una lettera al ministro. Il decreto che ha stanziato il fondo per le università conferma i tagli previsti: la cassa segna un meno 3,7%, nonostante qualche soldo sia stato recuperato in corsa dal governo. In tutto sono in distribuzione 6,9 miliardi, contro i 7,264 del 2009. Tagli per tutti, dunque. Anche i migliori, gli atenei più performanti, come scrive lo stesso ministero nella nota diramata per annunciare lo sblocco dei soldi, andranno in pari rispetto al 2009. Nessuno avrà un euro di più. In molti, piuttosto, hanno avuto tagli secchi, tanto netti che il ministero, per evitare che qualche università finisse a gambe all’aria, si è dovuto inventare un sistema di ”riequilibrio” che funziona così: il Miur ha previsto che nessun ateneo poteva avere decurtazioni di fondi superiore al 5,5% rispetto al 2009. Così chi è andato oltre (gli atenei, una decina, che sono migliorati meno) ha avuto l’”aiutino”: è stata rosicchiata una parte (11,5 milioni) dei fondi per il merito destinati agli altri per riequilibrare il sistema.
Risultato, il Politecnico di Torino e l’università di Trento, che sono quelle che hanno migliorato di più i loro standard, tanto da meritare un aumento di fondi per merito, hanno dovuto ”cederli” agli atenei, dieci in tutto, meno performanti. In testa a questi ultimi c’è l’università di Messina. Seguono l’università Federico II di Napoli e Palermo. Quarta la Sapienza. Dopo vengono Perugia, Cagliari, l’Iuav di Venezia, la II università di Napoli, Napoli Orientale e Bari. Atenei che non hanno migliorato abbastanza i loro standard da poter colmare le distanze in termini di fondi con l’anno 2009. La geografia della ”qualità” vede ancora una volta premiati gli standard del Nord, ma, in particolare, delle università iper-specialistiche (Politecnico Torino) e piccole (Trento). Si annunciano, dunque, nuove polemiche sui criteri adottati dal ministero, che fanno pesare soprattutto la ricerca nella distribuzione del cosiddetto fondo premiale (720milioni) passato quest’anno dal 7 al 10% del fondo per le università, ma di fatto eroso da soldi già esistenti. Per la qualità non c’è un euro in più. Lo ha scritto a chiare lettere ieri sera anche il Cun, Consiglio universitario nazionale, in una nota inviata al ministro Gelmini in cui si dicono due cose. «La prima è che ora i soldi per il 2011 vanno sbloccati subito, entro marzo – sottolinea il presidente Andrea Lenzi-. Non ci devono essere più ritardi come per il 2010. La seconda è che mantenere la quota per la premialità è un bene, ma servono risorse fresche, aggiuntive. E soprattutto va tolto questo ”calmiere” inventato perché non c’erano soldi in più per il merito che alla fine danneggia i migliori che non ottengono stanziamenti aggiuntivi. Quanto ai criteri per premiare il merito sono migliorati, ma andrebbero separate, nel distribuire i fondi, le università generaliste da quelle specialiste, i grandi atenei dai piccoli». La Sapienza, ad esempio, in termini assoluti prende 52 milioni su base meritocratica, la cifra più alta in Italia. Bologna è seconda con circa 46 milioni. Ma le loro performance non sono migliorate abbastanza per coprire il buco creato dalla differenza con i soldi ottenuti per merito nel 2009 anche per la concorrenza con atenei più piccoli e di più facile gestione.

Il Messaggero 12.01.11

"In bancarotta e con l´incubo Tremonti così è fallito il sogno dei "bravi camerati"", di Curzio Maltese

In queste ore Gianni Alemanno, dopo decine di estenuanti incontri, è rimasto solo a decidere sulla nuova giunta, dopo l´azzeramento delle deleghe. Chiuso nell´ufficio del Campidoglio, affacciato sulla più suggestiva vista di Roma, la maestà dei Fori Imperiali illuminati, che ricorda a ogni sindaco come la città eterna sopravvivrà anche a lui. Roma resisterà anche al sindaco marziano e alla banda di alieni andati al potere nella Capitale tre primavere fa, fra la sorpresa generale e soprattutto di loro stessi. Gli ex ragazzi del Fronte della Gioventù degli anni Ottanta, amici di scuola, di lotta, di carcere, quindi amici di sempre. Un manipolo, una banda di quartiere, una curva di ultras della politica, cui il potere ha dato alla testa fin dal primo giorno. Quando, non sapendo come altrimenti festeggiare, nella piazza del Campidoglio hanno fatto scattare in automatico il braccio teso, come piccoli dottori Stranamore, in un saluto romano finito sulle prime pagine di mezzo mondo.
Questa è per metà la loro storia, quella di una generazione di ex ragazzi dell´estrema destra romana che realizza il sogno di una vita, strappare la Capitale ai “rossi”, e ne rimane travolta. Per l´altra metà è la cronaca della guerra finale nel centrodestra, non più fra Berlusconi e Fini, ma fra il Cavaliere e Tremonti, ormai venuto allo scoperto per la successione. Due vicende parallele, ma separate nei personaggi e nei luoghi. La prima corre frenetica, in una gozzoviglia euforica da potere, nei saloni del Campidoglio e nelle sedi delle società controllate, l´Atac, azienda dei trasporti, l´Ama dei rifiuti, l´Acea di acqua ed elettricità, Risorse per Roma. I forzieri del consenso che gli ex ragazzi del Fronte hanno occupato militarmente, circondati dai propri cari, sul modello, come dicono alcuni ex camerati schifati «di una Comunione e Liberazione de´ noantri». La partita nazionale si gioca invece nel trilatero dei palazzi della politica, Palazzo Chigi, Montecitorio e il più importante di tutti, visti i tempi, Palazzo Grazioli.
Cominciamo dalla seconda storia, la meno raccontata, la più importante per il resto d´Italia. Berlusconi e Tremonti sono alla resa dei conti e il comune di Roma è diventato in queste ore l´epicentro del conflitto. Perché Gianni Alemanno, prima ancora che di un rimpasto, di una svolta che porti fuori il comune dalla parentopoli raccontata da Giovanna Vitale su Repubblica e lui dalla caduta libera di consensi, ha bisogno anzitutto di una cosa: soldi. Tanti, maledetti e subito. In tre anni di finanza allegra il comune s´è mangiato il regalone ricevuto dal governo nell´aprile del 2008 con i decreti di Roma Capitale ed è di nuovo sull´orlo del baratro. Mancano i fondi per riparare le strade, per le mense scolastiche, l´assistenza agli anziani, la raccolta dei rifiuti che cominciano a crescere agli angoli delle vie. Il Campidoglio continua a emettere obbligazioni, che hanno ormai sfondato il tetto dei tre miliardi. E qualcuno ricorda che al comune di Milano, per aver emesso un miliardo e duecento milioni di obbligazioni, sono arrivati ventiquattro avvisi di garanzia. L´incubo del crac, del default, insomma del fallimento è alle porte. Se non arriva una pioggia di milioni dal governo nei prossimi giorni, la capitale rischia di finire come Napoli. Ma Tremonti è ben deciso a chiudere i cordoni della borsa. Sostenuto dalla Lega, da Bossi e Maroni che si sentono già in campagna elettorale e inorridiscono al pensiero di presentarsi alle genti padane dopo aver votato un altro provvedimento eccezionale a favore di Roma ladrona. Berlusconi, furibondo, ripete ogni giorno a Tremonti che «non possiamo mollare Alemanno», gli fa mandare avvertimenti dal Giornale a «non fare il Fini». Tremonti prende tempo, finge di aspettare le scelte di Alemanno. Ha fatto sapere che se il sindaco decidesse di sostituire i camerati con una squadra di tecnici, ci potrebbe ripensare. In realtà il ministro sa già che la montagna di Alemanno partorirà domani il topolino di un mini rimpasto, un valzerino di poltrone. L´azzeramento è soltanto una mossa mediatica per giocare il ruolo del sindaco onesto tradito da qualche mariuolo.
Del resto, come potrebbe Gianni Alemanno darla vinta a Tremonti, che ha sempre cordialmente detestato, e mollare i suoi fedelissimi? Camerati che sbagliano, certo. Ma pur sempre camerati. E torniamo a quel giorno di primavera, alle braccia levate nel saluto. In piazza a festeggiare c´era lo stato maggiore di Alemanno, il manipolo schierato come nella formazione classica a testuggine, con in capo gli ardimentosi luogotenenti, il deputato Fabio Rampelli e il senatore Andrea Augello. Rampelli, ex responsabile del servizio d´ordine del Fronte della Gioventù, campione di nuoto e ora di risse parlamentari, capo della setta evoliana dei Gabbiani, pare ancora attiva dalle parti di Colle Oppio, dove si riuniva per inscenare riti esoterici che avrebbe fatto la gioia del Corrado Guzzanti di “Fascisti su Marte”. E´ laureato in architettura ed è un po´ l´Albert Speer di Alemanno, quello che suggerisce le sparate marinettiane tipo abbattere con la dinamite Tor Bella Monaca e il Corviale. Odia i lavori di Meyer e Renzo Piano. Non ha mai digerito la restituzione della stele di Axum agli etiopi e la sconfitta di El Alamein, che commemora ogni anno come vi avesse preso parte. Andrea Augello, un po´ meno pittoresco, ex sindacalista nero, gran motore di consensi anche per Storace prima e la Polverini poi, esperto di storia del Sacro Graal e più pragmaticamente di bilanci delle controllate. E´ l´uomo che governa l´affarone del secolo, la privatizzazione del colosso Acea, il gioiello e la cassaforte del comune, quotata in Borsa. Veltroni voleva farne una joint venture con la francese Suez. Nei tre anni di Alemanno il primo socio privato è diventato, guarda caso, il gruppo Caltagirone. Alla faccia dello slogan «basta coi poteri forti cittadini». Nella seconda fila, in rigoroso ordine gerarchico, venivano gli altri. A cominciare dal naziskin Stefano Andrini, già condannato a quattro anni e mezzo per aver ridotto in fin di vita due giovani di sinistra davanti al cinema Capranica, futuro amministratore delegato dell´Ama, la nettezza urbana. Per finire con gli adepti dell´ultima ora, come Adalberto Bertucci, ex amministratore delegato dell´Atac, l´azienda dei trasporti, dove è riuscito nell´impresa di aumentare il debito di 180 milioni in un anno solo, anche grazie al diluvio di assunzioni da scioglilingua. Sentite: il figlio, il genero, il nipote, la cognata del figlio, l´ex segretaria, suo figlio e sua nuora, la figlia della segretaria del figlio, più una ventina di parenti di assessori e consiglieri, e dulcis in fundo, la famosa cubista scovata dalle Iene.
La picaresche avventure di potere della banda prenderebbero molte pagine. Alemanno s´è difeso con il vecchio alibi dei “mariuoli”. Chi lo conosce bene dice: «Di suo, Gianni non ruberebbe mai, però ha lasciato nutrire la bestia». La corruzione certo non l´hanno inventata loro, ma stupisce che gli ex camerati, fanatici ma fondamentalmente onesti, si siano adattati così presto ai costumi della peggior politica. Che siano passati tanto in fretta dall´ideologia di Rauti ed Evola al magistero di Vittorio Sbardella. Il fascista che incontra Andreotti, rimane fascista dentro, ma si finge convertito alla democrazia per sguazzare da squalo nelle acque del sottogoverno. In questo crollo di valori, per quanto sbagliati, l´appartenenza al clan, al gruppo, alla famiglia, è rimasto l´ultimo collante identitario. Proiettato verso l´ambizione di fare il grande leader nazionale, Alemanno ha compiuto mille giravolte, da neo pagano a papalino, da fascista “sociale” e “di sinistra” a gran protettore dei poteri forti, da paladino di una destra “non berlusconiana” a berlusconiano di ferro. E ha lasciato che i camerati si consolassero con le prebende: «E´ costretto a dire bene di froci, zingari ed ebrei, ma intanto lo vedi quanti posti ha dato ai nostri?». Pensava in questo modo, il sindaco marziano, di tenerli a bada, come un eccentrico signore che giri con una pantera al guinzaglio. Ora è lui il prigioniero, nell´ufficio del Campidoglio, al cospetto di troppa grandezza e di un sogno fallito.

La Repubblica 112.01.11

"Gli incubi di Mirafiori. Il ricatto di un’epoca sulla pelle degli operai", di Rinaldo Gianola

Gli autobus si fermano davanti alla porta 2 di Mirafiori, gli operai scendono e si avviano velocemente verso i cancelli per iniziare il secondo turno. Pochi hanno voglia di parlare. Ci sono televisioni, giornalisti, delegati e sindacalisti. «Ci siete tutti, mancano solo gli osservatori dell’Onu, poi tra qualche giorno non ci sarà più nessuno e saremo di nuovi soli…», osserva amaramente Antonio, quarantenne, uno dei più giovani qui dentro. Sul piazzale i sostenitori del sì e il comitato del no si scambiano qualche insulto mentre distribuiscono i volantini. Volano spintoni, accuse, poi torna la calma. Sono momenti difficili, anche drammatici. Di lato, quasi a cercare rifugio, un vecchio operaio si asciuga le lacrime con un fazzoletto a quadrotti. Ha il volto scavato, un berrettino calcato sulla testa e la tristezza infinita di una umanità sofferente che ne ha viste di tutti i colori in fabbrica e ancora non ha finito di subire ricatti, offese dal potente di turno. «Mi chiamo Agostino Antonio, sono pensionato, ho 73 anni. Sono venuto per solidarietà con gli operai, ogni tanto torno qui a incontrare i lavoratori, a scambiare due parole. Ma ora li vedo litigare e mi viene una tristezza… che brutto vedere i sindacati divisi». Attorno si forma un capannello di lavoratori, gli operatori tv e i fotografi si fiondano a riprendere Agostino. «Ho passato 30 anni in Fiat: 17 a Rivalta e 13 alle Carrozzerie di Mirafiori. Sono della Calabria, vivo vicino a Torino da 42 anni. Porto sempre con me la tessera della Fiom. Ma oggi non so cosa farei: se voto no per difendere quello che ho conquistato in tanti anni di lotte Marchionne dice che se ne va, capisco chi vota sì perché l’operaio deve mantenere la famiglia, deve mangiare, ci sono i figli». Mirafiori non è più la cattedrale dei metalmeccanici, oggi è solo la tappa di una processione dolorosa della sopravvivenza operaia. C’è stata Pomigliano, oggi tocca a Torino, poi sarà la volta di Cassino, Melfi, Avellino. Termini Imerese no, perché Sergio Marchionne ha già deciso di chiuderla. Mirafiori è il paradigma più chiaro di cosa è diventato questo paese, dove l’arroganza di un manager da 200 milioni di euro di stock options viene scambiata per modernità, dove si ricattano migliaia di famiglie offrendo un pezzo di pane in cambio di diritti, regole e contratti. E tutti quanti, probabilmente anche quelli che spingono per bocciare le proposte di Marchionne, sperano che vinca il sì, almeno per alimentare un simulacro di speranza nel futuro. Lo scandalo di Mirafiori, a ben vedere, non sta nella divisione del sindacato, nell’ultimatum di Marchionne, nemmeno nel silenzio complice e inetto degli eredi Agnelli, nella subalternità culturale, per non dire di peggio, di certa politica agli interessi dell’impresa. No, non è questo. La vera «porcata » di Mirafiori sta nel fatto che la grande impresa, il governo, i partiti, i sindacati, le istituzioni scaricano su 5400 lavoratori la responsabilità di decidere su qualche cosa che va ben oltre il confine della loro fabbrica, il loro posto, il loro salario. Si gioca il futuro delle relazioni tra capitale e lavoro, tra impresa e dipendenti, si altera il tessuto faticosamente costruito e difeso per tenere assieme, democraticamente, le ragioni dell’impresa accanto alle aspirazioni dei lavoratori. Eil motore di questa «modernizzazione » non è il parlamento, non è il governo, non è Confindustria. No, tutti aspettano che siano gli operai di Mirafiori, dopo quelli di Pomigliano, a decidere la svolta, a togliere le castagne dal fuoco, attraverso un referendum imposto in fretta e furia da Marchionne che, come ha ben scritto ieri Stefano Rodotà su Repubblica, prevede un solo esito:il successo del sì altrimenti il manager dei due mondi se ne va. La realtà di Mirafiori è questa, non si scappa. «I lavoratori delle Carrozzerie hanno fatto in media 22 settimane di cassa integrazione nel 2010, gli operai prendono 850-900 euro al mese e 1200-1300 quando lavorano sempre,con i turni. Se vince il sì passeremo tutto il 2011 in cassa integrazione in attesa che l’anno prossimo partano le nuove produzioni promesse. Ma in un anno, con gli operai a casa, può succedere di tutto», osserva Nina Leone, delegata Fiom, 47 anni, pugliese, «assunta in Fiat nel 1988 perché speravo di avere un lavoro sicuro». Poco distante un’altra donna forte e decisa, con la giacca verde della Fiat, distribuisce i volantini del “sì”: «L’accordo è duro ma dobbiamo approvarlo, se vince il no mi metto davanti alla Fiom, mi devono dare da mangiare». La dichiarazione più bella e coraggiosa la fa un operaio davanti alla tv: «Questo accordo mi fa schifo, ma ho un figlio e devo pagare il mutuo cosa posso fare? Voto sì, e poi vedremo». Gli operai inizieranno a votare domani sera e finiranno il pomeriggio di venerdì. Poi i risultati. C’è un problema di trasparenza del voto e dello scrutinio. Il comitato del no creato da 118 tra lavoratori e iscritti alla Fiom vorrebbe essere presente allo spoglio delle schede. Anche su questo punto non mancano le tensioni e addirittura sono circolate voci di un possibile rinvio del referendum. Come mai? La commissione elettorale delle Rsu si è riunita ieri per decidere le modalità del voto. Fim e Ugl, a sorpresa, hanno proposto un rinvio, mentre Fismic e Uilm hanno difeso le date del 13 e 14 gennaio. La Fiom si è astenuta. Anche questa ipotesi di rinvio per motivi “tecnici” alimenta dubbi e incertezza non solo sul testo del documento, ma anche sulle condizioni del referendum. Inizialmente i sindacati, compresa la Fiom, avevano concordato il voto per il 19 gennaio, così ci sarebbe stata una settimana di tempo per fare le assemblee e spiegare le ragioni del sì e del no, considerato che solo oggi rientreranno in fabbrica tutti i lavoratori dopo un periodo di cassa integrazione iniziato il 23 dicembre. Ma è stata la Fiat a stringere i tempi, a richiamare i sindacati firmatari per fare presto. Marchionne, con i suoi ultimatum, prima in Borsa, poi a Detroit sta facendo la campagna elettorale. Tornerà questa sera dall’America per seguire il voto e c’è da attendersi qualche altro show. Perché anche Marchionne rischia: se il voto non sarà un trionfo per la Fiat, se il successo sarà modesto come a Pomigliano per l’amministratore delegato potrebbero aprirsi delle difficoltà con gli azionisti. Previsioni? Il segretario locale della Uilm Peverati si è presentato in pubblico con una felpa Fiat annunciando la vittoria del sì con l’80%. Quelli della Cisl, molto più saggi, hanno detto che basta il 51%. Giorgio Airaudo, vecchia volpe della Fiom, è reduce da due giorni a Roma, ha visto ministri, segretari di partito ed è stato pure a Porta a Porta. Dice:«In condizioni normali l’ accordo sarebbe bocciato alla grande, ma qui c’è il ricatto. I partiti e gli industriali sono terrorizzati dalla vittoria del no, non sanno cosa fare. L’altra sera la Marcegaglia mi ha preso per il braccio e mi ha detto: fate qualcosa, dite sì, Marchionne non mi dà retta». Nella notte le statue nelle piazze di Torino sono state vestite con magliette di protesta, rispettate i lavoratori, la Fiat resti a Torino. Domani è un altro giorno.

L’Unità 12.01.11