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Appello del popolo Cgil alla Fiom "Non restate fuori dalla fabbrica", di Roberto Mania

Due sindacati, separati in casa: la Cgil e la Fiom. Capaci di discutere e dividersi pubblicamente come ormai non sa fare più nessun´altra organizzazione. Il mini-sondaggio di Repubblica condotto tra i rappresentanti territoriali della Cgil, che sono poi la spina dorsale della confederazione, conferma anche questo. Il referendum alla newco Fiat-Chrysler di Mirafiori lascerà dovunque le sue scorie. Nella Cgil lascerà una spaccatura radicale sul cosa fare dopo il voto dei cinquemila delle Carrozzerie. La linea del segretario generale Susanna Camusso (se vincono i sì bisogna trovare un modo perché i delegati della Fiom siano presenti in fabbrica) è largamente prevalente, perché – dicono – non ci si può affidare solo ai tribunali. Ma non è sufficiente a piegare la Fiom di Maurizio Landini che non ha firmato né lo farà mai, e che trova sponde in alcune Camere del lavoro (Brescia e Reggio Emilia, per esempio), in settori del pubblico impiego ma non nelle altre categorie dell´industria. Eppure nelle divisioni c´è un tema che non intacca minimamente l´unità della Cgil: non si possono scambiare i diritti con il lavoro. Ritorna così, con la globalizzazione che entra per la prima volta nelle relazioni industriali italiane, il “sindacato dei diritti” pensato da Bruno Trentin negli anni Novanta.

“Non possiamo fare harakiri uscendo dai luoghi di lavoro”

MANUELE MARIGOLLI, 54 anni, segretario generale della Camera del Lavoro di Prato
1) «Se vincono i sì si deve firmare l´accordo».
2) «I diritti inalienabili, come quello di sciopero, non si toccano. Dopodiché in taluni casi si possono fare arretramenti tattici. Gli scambi si fanno e si possono fare all´interno dell´organizzazione del lavoro».
3) «No, non si può fare il sindacalista solo stando fuori dai luoghi di lavoro. Si rinuncia al proprio mestiere. Non ci si può affidare solo ai magistrati. Quando un lavoratore ti sottopone un problema, che fai? Gli dici: aspetta il giudice? Non possiamo lasciare la nostra rappresentanza a Marchionne e a Cisl e Uil. Se prevarrà il sì saremo sconfitti ma non possiamo fare tutti harakiri».

Impossibile firmare, non serve un sindacato che non può negoziare”

DAMIANO GALLETTI, 54 anni, segretario generale della Camera del Lavoro di Brescia
1) «No, non si deve firmare perché i vincoli previsti dall´accordo non lasciano spazio alla contrattazione e un sindacato che non può contrattare non può nemmeno fare il suo mestiere».
2) «E´ uno scambio che non esiste. A Brescia, proprio la Fiom ha firmato nel 2010 centinaia di accordi di riorganizzazione senza mai mettere a repentaglio i diritti e soprattutto senza mettere in discussione il valore del contratto nazionale».
3) «Con il sindacato fuori, i lavoratori delle newco di Marchionne acquisiscono più forza se sanno che c´è chi si oppone a una strategia che avrà effetti su tutti. Bisogna contrastare quella strategia con il conflitto e con le proposte».

Dibattito dopo il voto altrimenti rischiamo il ritorno alla schiavitù”

DONATA CANTA, 54 anni, segretario generale della Camera del Lavoro di Torino
1) «Se vince il sì si pone un problema per la Fiom e per tutta la Cgil: come garantire a quei lavoratori una tutela. Dobbiamo discutere e decidere cosa fare».
2) «Diritti e lavoro non sono scindibili. Non c´è contrapposizione tra l´uno e gli altri: un lavoro è tale se ci sono anche i diritti. O vogliamo tornare alla schiavitù? Quando nei tessili ho contrattato i 21 turni non ho mai messo in discussioni i diritti di chi lavora. C´erano le 31 ore e mezzo pagate 40 con tre giorni di lavoro e due di riposo. Ma i diritti non sono mai stati toccati. E poi c´erano i momenti di verifica tra sindacato e aziende».
3) «La vedo molto difficile. Come si fa a ricostruire i rapporti di forza stando fuori dai processi produttivi?»

“Il ricorso al giudice non è la soluzione tempi troppo lunghi”

TERESA POTENZA, 45 anni, segretario generale della Camera del Lavoro di Napoli
1)«Noi abbiamo tutte le perplessità della Fiom sugli accordi per gli stabilimenti di Pomigliano e di Mirafiori. Ma se nel referendum dovessero vincere i sì bisogna firmare perché i nostri delegati non possono restare fuori dalle fabbriche».
2) «Non è possibile scambiare diritti per posti di lavoro. Si possono toccare le prestazioni di lavoro, non i diritti previsti dalla Costituzione».
3) «Mi pare davvero molto difficile pensare di difendere i lavoratori stando fuori dai luoghi di lavoro. Ma come si può pensare di tutelare gli operai quando sorge un problema sulla catena di montaggio? Le cause giudiziarie sono lunghe. Siamo in Italia…».

“Sciopero e malattia quei due diritti non si devono toccare”

GRAZIANO GORLA, 49 anni, segretario della Camera del Lavoro di Milano
1) «Se dovessero vincere i sì, la prima questione da affrontare è come evitare che i nostri iscritti abbiano la sensazione e la prospettiva che non c´è più il loro sindacato nel posto di lavoro. Dobbiamo assolutamente aprire una discussione al nostro interno prendendo atto del risultato del voto».
2) «Non c´è scambio possibile tra diritti e lavoro. O, almeno, non è possibile lo scambio che vuole Marchionne. Una cosa è intervenire sull´organizzazione del lavoro, altra è incidere sul diritto di sciopero o sulla malattia dei lavoratori».
3) «Vedo difficile svolgere l´attività sindacale fuori dalla fabbrica. E´ il problema che abbiamo davanti perché non si risolvere tutto sul terreno della battaglia

“Se abbandoniamo l´azienda difficile recuperare i rapporti”

MARIELLA MAGGIO, 54 anni, segretario generale della Cgil Sicilia
1) «Se prevale il sì al referendum, certo non possiamo pensare di lasciare i lavoratori soli. Bisogna ricercare una soluzione perché il primo compito di un sindacalista è quello di stare con i lavoratori».
2) «E´ assolutamente impossibile scambiare i diritti con il lavoro. Questa sarebbe una strada pericolosa che verrebbe presto seguita anche da altre imprese».
3) «Se resti fuori in una fase come questa è più difficile poter recuperare nei rapporti con l´azienda. Non si può restare fuori e assistere agli effetti della globalizzazione. Bisogna stare dentro questo processo e stare dentro le fabbriche. E´ una sorta di “nuova resistenza”».

La Repubblica 12.01.11

"L´Aquila, indagati i vertici della Protezione civile", di Giuseppe Caporale

La Procura contesta il reato di frode nelle pubbliche forniture: appalto “orientato” per favorire tecnologie ancora non omologate. “Illegali i sistemi antisismici delle nuove case”. Nel mirino Calvi, padre del progetto C.a.s.e., e il capo dell´ufficio rischio sismico Dolce, I settemila isolatori sismici installati nelle 185 palazzine post-terremoto realizzate dal Governo Berlusconi sono illegali. E la Protezione Civile – che ha gestito a L´Aquila il più grande cantiere d´Europa degli ultimi anni – è sotto inchiesta. Due esponenti al vertice del Dipartimento sono stati iscritti nel registro degli indagati della Procura aquilana con l´accusa di «frode nelle pubbliche forniture». Si tratta di Gian Michele Calvi, il “padre” del Progetto C.a.s.e. – che attraverso un consorzio creato ad hoc dalla Protezione Civile ha gestito direttamente tutti gli appalti – e di Mauro Dolce, capo dell´ufficio rischio sismico del dipartimento.
Ad accusarli, un dossier del Gico (Gruppo di Investigazioni sulla Criminalità Organizzata della Guardia di Finanza) de L´Aquila, con all´interno decine di documenti sequestrati sia presso il dipartimento delle Opere Pubbliche del ministero delle Infrastrutture, sia presso la sede della Protezione Civile, sia in alcune aziende coinvolte nella vicenda.
Ma al centro dell´indagine c´è soprattutto una lettera. Una lettera d´accusa (datata luglio 2009) inviata alla presidenza del Consiglio dei Ministri da una società che ha partecipato alla gara d´appalto per gli isolatori sismici (la Tis spa). «Il prezzo di gara è stato orientato in modo da condizionare la fornitura solo sulla scelta del friction pendulum (fornito in Italia solo da due società Alga e Fip aggiudicatarie poi dell´appalto per 13 milioni di euro, ndr) – è scritto nella lettera – e ci riesce veramente difficile credere che ciò sia stato fatto senza cognizione di causa. Ciò sta a palesare una precisa volontà a forzare una tecnologia “nuova” per imporla sul mercato come unica soluzione possibile. Ci sembra dunque davvero avventato affidare l´intera iniziativa per L´Aquila ad una tecnologia che ha evidenti limiti».
La lettera continua con un elenco dettagliato di questi limiti. «È stata data pari dignità formale a tecnologie con esperienze sul campo enormemente diversa. L´isolamento in gomma è stato collocato in perfetta similitudine prestazionale con il cosiddetto friction pendulum. Ma se l´isolamento in gomma ha una validità consolidata e testata negli anni, l´isolamento con il friction pendulum è invece di recentissima acquisizione, ha una pressoché nulla sperimentazione». È stata così utilizzata «tecnologia non sperimentata» eludendo «l´interesse della collettività». E conclude così: «Prendiamo atto della consueta logica che muove le cose in questo Paese». Una tecnologia omologata in Italia solo dopo la realizzazione delle case del Governo post-sisma. Non c´erano al momento della installazione nel progetto C.a.s.e. nemmeno le prove e i test di laboratorio che ne certificassero il funzionamento e le reazioni davanti a una simulazione di terremoto. L´Aquila, quindi, sarebbe stata usata come “cavia”, accusa la Procura.

La Repubblica 11.01.11

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Borghezio: ”l’Abruzzo un peso morto”. C’è puzza di razzismo padano

“Questa parte del Paese non cambia mai, l’Abruzzo è un peso morto per noi come tutto il Sud. C’è bisogno di uno scatto di dignità degli abruzzesi. E’ sano realismo padano”. Lo ha affermato l’eurodeputato leghista Mario Borghezio, in un’intervista al programma televisivo in onda su You Tube KlausCondicio. Interrogato da Klaus Davi su come hanno reagito veneti e abruzzesi di fronte ai drammi dell’alluvione e del terremoto, Borghezio ha commentato dividendo buoni e cattivi: “Il comportamento di molte parti delle zone terremotate dell’Abruzzo è stato singolare, abbiamo assistito per mesi a lamentele e sceneggiate. Eccezioni ci sono dappertutto, ma complessivamente è stata un po’ una riedizione rivista e corretta dell’Irpinia: prevale sempre l’attesa degli aiuti, non ci sono importanti iniziative autonome di ripresa. Si attende sempre che arrivi qualcosa dall’alto, nonostante dall`alto arrivi molto. Mi domando quale sarebbe stata la reazione degli abruzzesi nei confronti di un comportamento `risparmioso’ da parte dello Stato, con l’invio di aiuti a gocce come è per i veneti; questo fa solo aumentare il senso di disaffezione dei veneti verso lo Stato centralista, credo che siamo ormai giunti ad un punto di rottura”. «Mi rifiuto di rispondere a tale affermazione che un esponente di un partito di governo, moralmente, non avrebbe mai dovuto fare» ci ha detto il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente. «Borghezio – ha aggiunto Cialente – all’interno del suo partito ha la licenza di spararle sempre più grosse e a volte disgustose. Inevitabilmente lo scopo è elettoralistico».
«Il governo sconfessi e chieda scusa per le deliranti dichiarazioni di Borghezio sull’Abruzzo», chiede il senatore abruzzese del Pd Luigi Lusi. «Un oltraggio insopportabile per l’Abruzzo definito un ’peso morto’ e per l’Italia, rappresentata in Europa da un simile personaggio – sottolinea Lusi – Sarebbe il caso che la maggioranza prendesse le distanze in maniera decisa da simili esternazioni che sono un offesa per una regione fiera che non si merita di essere dileggiata da questa gente».
Certo che come dice David Sassoli chi in Abruzzo ha votato per la destra ora sa chi sono gli alleati del Governo, quali sono i valori che portano avanti, cosa pensano dei cittadini abruzzesi e delle sofferenze che stanno vivendo da quasi due anni. Lo scatto di dignità – continua Sassoli- dovrebbe farlo il Presidente del Consiglio prendendo le distanze dalla Lega. Purtroppo sta zitto anche il presidente della regione e commissario per la ricostruzione, Gianni Chiodi, come ricorda Lanfranco Tenaglia, “Borghezio dovrebbe vergognarsi per quanto ha affermato e dovrebbe chiedere immediatamente scusa. Chiodi ancora una volta accetta inerte l’umiliazione del popolo abruzzese”.

Giovanni Lolli deputato aquilano invita “Borghezio a farsi un giro all’Aquila prima di parlare e di vomitare i suoi insulti. Farebbe bene ad informarsi sulle “tante” cose avute dai terremotati abruzzesi rispetto ad altri. Legga l’ultima norma appena approvata: il “mille proroghe”. Scoprirà che la sospensione del pagamento delle tasse per gli alluvionati del Veneto è stata regolarmente e giustamente provvista di copertura finanziaria mentre la sospensione per sei mesi della restituzione (e non del pagamento) di quello che non abbiamo pagato nello scorso anno non è provvista di nessuna copertura finanziaria. Tutto questo nonostante Berlusconi abbia solennemente e pubblicamente annunciato che i terremotati aquilani sarebbero stati trattati come i terremotati di Umbria, Marche e Molise e come gli alluvionati di Alessandria i quali hanno restituito le tasse non pagate dopo molti anni e con una fortissima decurtazione. Prima di pensare a noi come dei privilegiati, Borghezio si venga a fare una camminata e cerchi di verificare di persona come stiamo e come siamo stati trattati”.

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«La vera malattia è il rifiuto E noi siamo un Paese egoista», intervista a Stefano Zamagni di Claudio Visani

Il professor Stefano Zamagni, economista cattolico, grande esperto di scienze sociali e noprofit, presidente dell’Agenzia delle Onlus e uno dei principali collaboratori di Papa Benedetto XVI per l’Enciclica «Caritas in veritate », non si stupisce più di tanto di quel che è accaduto a Bologna: «A forza di seminare egoismo e individualismo…». Poi va subito al centro della questione: «Se ci intestardiamo a mantenere questa cultura dei servizi sociali capaci di dare solo risposte burocratiche ai bisogni drammatici di queste persone, di tragedie così ne vedremo sempre di più», dice.
Il Commissario prefettizio di Bologna ha detto che il Comune conosceva
quella situazione ma la famiglia ha rifiutato l’aiuto. Che ne pensa? «Ma sono discorsi da fare, questi? Provi lei a voler dare da mangiare a un anoressico. La malattia in questi casi è il rifiuto, lo sanno tutti. Come si fa a dire: siccome rifiutano l’aiuto, li lasciamo al loro destino?».
E qui il professore torna professore. «Negli Stati Uniti c’è stata una donna, Ayn Rand, che nella prima metà del secolo scorso ha avuto grandissima influenza. Nel 1957 scrisse un libro dal titolo significativo, “la virtù dell’egoismo”, che diede origine alla corrente dell’Oggettivismo.
Quel movimento filosofico teorizzava che la società per progredire deve fondarsi sull’individualismo e sull’egoismo razionale. Se vedi uno che chiede l’elemosina non solo non gliela devi dare, lo devi denunciare, perchè la sua è una cultura da combattere. Alla morte della Rand, all’inizio degli anni Ottanta, il leader di quella corrente divenne Alan Greenspan, che sarebbe stato, per 18 anni, capo della Federal Reserve, quindi l’autorità chiave e il principale attore della politica economica USA. Anche lui convinto che l’unico valore sia il libertalismo, il lasciar fare anche a costo della vita».
Che c’azzecca questo con il caso di
Bologna? «Ne deriva che se oggi una di queste povertà estreme rifiuta l’aiuto e si prende per buono quel rifiuto, si sposa di fatto la posizione libertalista.
È una contraddizione di termini dire in questi casi “volevamo aiutare ma hanno rifiutato l’aiuto”».
È una dura critica ai Servizi sociali italiani e bolognesi di oggi…
«Queste persone in grande difficoltà hanno perso l’autostima e non vogliono aiuti perchè non vogliono sentirsi ulteriormente umiliati.
Quindi, se li si vuole aiutare, occorre adottare una strategia tale da indurre la domanda di aiuto. Le modalità ci sono, sono note».

Cosa dovrebbero fare, quindi, i servizi sociali. Come dovrebbe cambiare l’approccio, la cultura? «Se si vuole evitare la deriva e dire basta ai danni del libertalismo bisogna riformare il sistema, perchè i servizi di oggi non sono in grado di dare una risposta adeguata. Per dare risposte efficaci, non burocratiche ai bisogni di queste povertà serve una grande alleanza tra l’Ente pubblico e il Terzo settore. Nel Terzo settore c’è questa sensibilità e capacità di avvicinarsi alle persone in difficoltà non in modo burocratico, senza ledere la dignità e suscitare il rifiuto. Se questa alleanza ci fosse stata, a Bologna questa disgrazia non sarebbe accaduta».

L’Unità 11.01.11

Bersani a Casini: "O superiamo i veti o teniamo Berlusconi altri 10 anni"

Bersani al tg3: “siamo gli unici a parlare di lavoro. Marchionne saprà prendere le misure alle auto ma alle parole no, quei venti miliardi per cosa li vuole spendere e che fine ha fatto la ricerca? Nessuno glielo chiede”
Pier Luigi Bersani, al Tg3, mette alla frusta l’Udc e Pier Ferdinando Casini, respingendo l’idea di un Pd in mezzo al guado in fatto di alleanze. “Discutiamo di cose concrete, sceglieranno loro se aprire una discussione che superi i veti reciproci con cui ci teniamo Berlusconi e un altro decennio berlusconiano, con Berlusconi presidente della Repubblica, o se intendiamo avanzare altre ipotesi. Ma vorrei sapere quali sono queste ipotesi, perché con questi traccheggiamenti non si governano i problemi che abbiamo – ha detto il segretario del Pd – mentre noi stiamo lavorando a un progetto per l’Italia che riguarda la democrazia, la crescita e il lavoro e lo vogliamo presentare a tutte forze di opposizione. Ciascuno si prenderà le sue responsabilità, poi tireremo le somme. Noi diciamo di guardare oltre Berlusconi, ci prendiamo la responsabilità di presentare proposte che riguardano gli italiani”.
Poche speranze per il governo Scilipoti-Razzi. “Il governo puo’ solo sopravvivere, non vivere e non possiamo andare avanti misurando la pressione al governo tutti i giorni, e per due anni il governo e’ andato avanti con 38 voti fiducia con 70 voti di maggioranza in Parlamento, al prossimo voto di fiducia cosa succede? -ha aggiunto il segretario del Pd- Possiamo andare avanti con la respirazione artificiale, poi ogni giorno puo’ avere il suo chiacchiericcio, ma questo e’ il problema”.

Fiat Mirafiori.
“C’è una discussione nel Pd ma la nostra posizione è molto chiara – assicura il segretario – quel referendum, impegnativo difficile anche drammatico, andrà rispettato. Il problema è che lavoratori e sindacati sono stati lasciati totalmente soli, il governo è andato nella nebbia. Servono nuove regole di partecipazione perchè i contratti siano esigibili ma anche chi dissente ha diritto alla rappresentanza”. Quanto all’a.d. della Fiat Bersani aggiunge: “Marchionne saprà prendere le misure alle auto ma alle parole no, quei venti miliardi per cosa li vuole spendere e che fine ha fatto la ricerca? Nessuno glielo chiede così lavoratori e sindacati sono stati lasciati totalmente soli, il governo se ne è andato nella nebbia”.
Il rischio da evitare ora è che “tutta questa competizione e la globalizzazione non ricaschi solo su chi è alla catena di montaggio, mentre c’e’ un sacco di gente al riparo dai problemi che fa prediche” .

Ma.Lau.

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"I guai del ministro", di Concetto Vecchio

Il crollo della Schola Armaturum di Pompei, sbriciolatasi lo scorso 6 novembre, è stato l’inizio del calvario per Sandro Bondi, ministro ai Beni culturali di un Paese che ha il maggior numero al mondo di siti Unesco (44), ma che destina alla cultura appena lo 0,18 per cento del bilancio dello Stato.

Da quel giorno non ha più avuto pace: le immagini delle rovine hanno fatto il giro del globo; Napolitano ha parlato di “vergogna nazionale”; l’opposizione Pd-Idv ha presentato una mozione di sfiducia, che – è stato deciso oggi – sarà discussa a fine gennaio. Poi si sono fatte più alte le grida di dolore per i tagli del ministero: 2miliardi 851 milioni nel quinquennio 2008 – 2013, ha calcolato la segreteria nazionale Uil dei Beni Culturali. Scontenti tutti: attori; direttori di enti lirici, fondazioni culturali e biblioteche nazionali; sovrintendenti; fino alla protesta del maestro Daniel Barenboim, che prima di iniziare a dirigere la Valchiria alla prima della Scala (e Bondi, che forse sapeva dell’uscita, s’è dato assente), ha letto l’articolo 9 della Costituzione per contestare pubblicamente la sforbiciata. Siccome piove sempre sul bagnato il coordinatore Pdl s’è visto anche accusare di nepotismo per il figlio della sua compagna Manuela Repetti temporaneamente assunto al ministero, e per il premio conferito a un film semiclandestino, Goodbye Mama, girato dall’amica del premier Berlusconi, Michelle Bonev, insignito al festival di Venezia, e che la Rai ha comprato per un milione di euro. Una grandinata di guai.

I numeri, del resto, sono impietosi. La legge di stabilità ha ridotto gli interventi per i restauri dei beni a 102 milioni, erano 148 l’anno scorso, 155 milioni nel 2009. Il Fus – il fondo unico dello spettacolo – ha falciato le risorse dai 402 milioni del 2010 ai 258 del 2011: erano 550 milioni nel 2007. E lo spettacolo, in Italia, dà lavoro a 250mila persone. I 125 milioni destinati alle 14 fondazioni liriche, sono ormai quasi la metà dei 229 milioni del 2009: la stessa somma che la Francia dedica all’Opèra di Parigi, ha sottolineato Alberto Mattioli sulla Stampa. Pressappoco dimezzati i fondi agli istituti culturali. Rischiano lo strangolamento il Museo storico della Liberazione di via Tasso, la Fondazione Rosselli, l’Istituto storico per il Medioevo. Le biblioteche nazionali sono allo stremo, private di altri 21 milioni. La nazionale di Firenze rischia di ridurre l’orario di apertura. Già adesso può contare solo su 196 dipendenti, un quarto dei quali part-time, quando la sua omologa di Parigi ne ha 2500, quella di Londra 1260, perfino quella croata ne ha di più (500), come ha osservato Donatella Massai, direttrice della Robert F.Kennedy Foundation. Dove andremo a finire se già adesso – come scrive Giovanni Solimine in L’Italia che legge (Laterza) – nei 27 Paesi della Ue il 35 per cento degli abitanti entra in biblioteca almeno una volta all’anno, mentre in Italia le frequenta solo l’11 per cento?

”Non ho colpe per Pompei”, si è sempre difeso il diretto interessato. Falso, replica l’opposizione. Il sito venne commissariato nel luglio 2008 con l’ordinanza del presidente del consiglio 3682 per fronteggiare la grave situazione di pericolo; emergenza dichiarata chiusa con un’altra ordinanza, la 3884, nel giugno 2010. Sei mesi dopo la Schola crollava come una pasta di mandorla rinsecchita. Nel decreto Milleproroghe inizialmente si prevedeva il ritorno all’autonomia gestionale per Pompei, ma alla fine è rimasta sotto l’egida della sovrintendenza di Napoli: tutto come prima. “La verità è che nonostante le polemiche Bondi non ha portato a casa un euro”, denuncia Manuela Ghizzoni, prima firmataria della mozione di sfiducia. Il ministro, il 16 dicembre sul Foglio, ha scritto un’accorata lettera aperta al Pd, chiedendo di ritirare la mozione. Non ha sortito l’effetto sperato. In compenso ha fatto arrabbiare la compagna, Manuela: “Io non l’avrei scritta”.

Salverà la poltrona il ministro Bondi? I 226 deputati del Pd e i 22 dell’Idv non sono sufficienti per fare passare la mozione. La partita è nelle mani del Terzo Polo (Udc, Futuro e Libertà, Api e Mpa: 78 membri), che inizialmente sosteneva la sfiducia, un proposito che si è raffreddato nelle ultime settimane, soprattutto per i dubbi di Casini.

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Bondi, esame mozione sfiducia
nell’ultima settimana di gennaio

Lo ha stabilito la conferenza dei capigruppo di Montecitorio. La richiesta di Pd e Idv è stata contestata dal ministro della Cultura, che ha denunciato “un clima pregiudizialmente ostile” nei propri confronti. La mozione di sfiducia al ministro della Cultura Sandro Bondi, presentata a dicembre da Pd e Idv dopo il crollo della Casa dei gladiatori a Pompei 1, sarà esaminata e votata dall’Aula della Camera nell’ultima settimana di gennaio. Lo ha stabilito la conferenza dei capigruppo.

La mozione di sfiducia è stata presentata dai partiti d’opposizione nonostante Bondi avesse chiesto al Pd di non farlo 2, sostenendo che i crolli di Pompei non costituivano una ragione sufficiente e che invece si trattasse di un’acrimonia personale nei suoi confronti, un “clima pregiudizialmente ostile alla mia persona”, aveva scritto il ministro a metà dicembre.

Ma la mozione non è mai stata ritirata, tanto più che al gravissimo crollo della Casa dei gladiatori, definito dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano “una vergogna per l’Italia”, è seguito pochi giorni più tardi quello della Casa del Moralista 3,in questo caso però senza alcun danno per gli affreschi interni. Per i crolli di Pompei è in corso un’indagine della magistratura, che ha già emesso nove avvisi di garanzia 4.

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"Italia senza Forza", di Massimo Gramellini

Il nuovo partito dell’eterno Berlusconi potrebbe chiamarsi come una canzone di Mino Reitano: Italia. Bocciata «Magic Italy», che in effetti sembrava l’insegna di un motel, il sublime venditore di pacchi elettorali accarezza un’idea mai osata prima da nessun condottiero, neanche da Napoleone e Alessandro Magno nelle notti di pesantezza di stomaco: appropriarsi del logo della nazione. Una mossa geniale, secondo gli esperti di marketing. Una conseguenza logica, secondo lui, che di quel marchio – Italia – già possiede svariati beni immobili e non poche persone.

Come si chiameranno i suoi adepti? Italiani, e che gli altri si arrangino. Per i leghisti del Nord e i neoborbonici del Sud cambiare nome non sarebbe un problema, semmai un onore. Restano le minoranze: quelli che votano a sinistra nonostante la sinistra, quelli che votano Terzo Polo anche se non hanno ancora capito cos’è e quelli che non votano affatto, eppure sono nati in Italia esattamente come Cicchitto e Gasparri. In che modo ribattezzarli, nel momento in cui un partito, cioè una parte, assume su di sé la rappresentanza del tutto? Berlusconi una mezza proposta ce l’avrebbe: anti-italiani.

La Stampa 11.01.11

"Il cavaliere e la Consulta", di Andrea Manzella

E’ proprio vecchio l´anno nuovo che ricomincia con il format “Berlusconi contro la Corte costituzionale”. Per la terza volta, infatti, il nostro tribunale più alto si occuperà del “se” e del “come” sia possibile sottrarre il premier ai suoi giudici penali.
E anche questa volta il punto è se questa sospensione dei processi penali possa farsi senza cambiare o rompere la Costituzione.
Su tutto incombe una strana pre-giudiziale. Ed è quella per cui il premier è contrario all´idea stessa che un gruppo di giudici in nome e sulla base del testo della Costituzione, possa porre nel nulla una legge votata dal Parlamento. È un´idea rispettabile ma è un´idea pre-moderna. Nel senso che è stata sorpassata dal ruolo attivo che in tutto il mondo hanno oramai i giudici costituzionali. Nella prima fase della scrittura della nostra Costituzione, i comunisti erano della stessa idea berlusconiana: la sovranità parlamentare su tutto. Poi anche Togliatti si convinse che non era una “bizzarria”, come aveva detto. Costruire un “libro” in cui erano fissate ed armonizzate le garanzie per tutti – cittadini, organi costituzionali, protagonisti politici – sarebbe stata infatti una fragile costruzione senza custodi permanenti di quell´equilibrio.
Negli Usa l´avevano capito dal 1803 quando alla loro Corte Suprema fu riconosciuto il controllo di costituzionalità. In Europa ci si arrivò nel secondo dopoguerra: dopo che sanguinose dittature sorte legalmente, avevano dimostrato la necessità di porre un qualche argine di legittimità alla tirannia delle maggioranze. Ma ora i tribunali costituzionali sono ovunque attori essenziali del sistema politico, quale che sia la loro composizione. Basti verificare quante volte la Merkel, in tutti i recenti Consigli europei, ha fatto presente i paletti che i giudici costituzionali tedeschi avevano posto o potevano porre alle sue scelte di governance economica dell´Unione.
Ma si sa, il nostro premier ha le sue idee fisse. E, quando non contesta il ruolo della Corte, attribuisce terribili preferenze politiche ai suoi componenti: tutti “comunisti”, salvo i due o tre che lo invitano a cena.
La verità è, invece, che la Corte costituzionale nostra è la più debole d´Europa. E lo è proprio perché non ha un legame organico con le opposizioni parlamentari. Non è così in Francia, in Spagna, in Germania, in Austria, in Portogallo, in Polonia e nelle altre democrazie dell´Est post-1989. In tutta l´area europea, insomma, le opposizioni parlamentari hanno un accesso diretto ai tribunali costituzionali. Possono chiedere cioè un giudizio immediato sulle leggi (e, cosa importantissima, sui regolamenti delle Assemblee) quando hanno dubbi sulla loro legittimità. I tribunali costituzionali in questo modo sono diventati, qualora siano in gioco norme e principi fondamentali, la sede d´ultimo appello del confronto parlamentare. Con un aggravamento, certo, del loro lavoro e delle loro responsabilità. Ma anche con sollievo dei Capi di Stato (che si trovino a promulgare leggi con il “verme occulto”) e dei giudici ordinari (su cui ricade lo scontro tra il dovere di applicare ai loro processi quotidiani le leggi così come sono, e il loro dovere cittadino di rispettare la Costituzione).
È un punto fondamentale. E non aver rivendicato, prima di ogni altra cosa, l´introduzione di questa comune garanzia europea, spiega meglio di tutto la vacuità dei programmi istituzionali delle nostre opposizioni: programmi quasi sempre subalterni alla “ola” decisionista.
Comunque, così stando le cose, la Corte costituzionale si trova, per la terza volta, ad essere l´ultimo ostacolo a una legge ad usum del premier. Come se la caverà questa volta?
La legge che ha di fronte è una strana legge-ponte. Sospesa nel vuoto giuridico è stata pensata per congiungersi a un qualcosa che ormai non verrà più. L´attesa era quella di una legge costituzionale che avrebbe dovuto interrompere i processi penali a carico del premier. Ma la resistenza del ponte ha un termine di scadenza come i medicinali: 18 mesi. Ne sono già passati nove. Il ponte è ancora in costruzione al Senato, nella prima delle quattro fasi necessarie. Nel frattempo sono avvenute cose nella maggioranza parlamentare, rilievi sono venuti dal Quirinale, l´opposizione ha annunciato che, comunque, chiederà un referendum (la quinta “fase”). Fatto qualche conto, la legge costituzionale ad personam non nascerà.
Poco male. I giuristi più severi già avevano avvertito che neppure una legge di grado costituzionale avrebbe potuto impedire il normale corso della giustizia penale nei confronti del premier (Pace, Cordero). E questo per l´inviolabilità, in una Repubblica democratica, del principio di eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Anche il premier, quando è imputato per fatti che non hanno nulla a che vedere con le funzioni proprie della presidenza del Consiglio, è un comune cittadino.
E allora? Allora, se la Corte costituzionale potrà salvare qualcosa di quel ponte senza più appoggio, potrebbe solo accoglierne il principio. Che è quello stesso dell´impedimento a comparire dell´imputato, previsto dall´articolo 420-ter del codice di procedura penale. Una norma che si applica ogni giorno in tutti i tribunali e le corti di assise della Repubblica. Una norma “normale”, insomma. Solo che questa volta il “legittimo impedimento” sarebbe descritto puntualmente da una legge. Non legge speciale, ma specificazione del concetto generale di legittimo impedimento. Se ci sarà – come si dice – una decisione interpretativa della Corte, essa potrebbe essere dunque solo quella di “tipizzare”, nell´alluvione di attività ora previste dalla legge-ponte, le funzioni davvero essenziali di governo «rigorosamente definite e circoscritte» (lo scriveva Vittorio Grevi). E cancellare tutte le altre.
La legge così ripulita farebbe chiarezza sulla doverosa applicazione da parte dei giudici della garanzia del “sereno svolgimento delle funzioni” oggettivamente proprie della carica di presidente del consiglio (cosa ben diversa della tutela dell´ “aspetto psicologico, individuale e contingente della soggettiva serenità del singolo titolare della carica”, tutela esclusa invece dalla Corte).
Come nel racconto del vecchio pescatore, del grande scudo penale dovrebbe rimanere, dunque, solo la lisca. È quella però che, nel rispetto della Costituzione, può assicurare al cittadino premier che le sue funzioni costituzionali non potranno essere mai intaccate in un “giusto processo”. Dove valga anche per lui il principio costituzionale per cui «l´imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva» (art. 27).
Speriamo che così sia: il vecchio format è durato abbastanza e già cede il passo alla noia

La Repubblica 11.01.11

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“Legittimo impedimento, Consulta alla conta”, di Claudia Fusani

Il conto alla rovescia per la sopravvivenza della legislatura comincia stamani. Non in Parlamento, come è spesso successo nell’era Berlusconi, bensì al secondo piano del palazzo della Consulta dove alle 9 e 30 i quindici giudici guardiani delle leggi decideranno sulla legittimità dello scudo processuale per il premier. Sul tormentone che dal 2004, dai tempi di quello che allora si chiamava lodo Schifani e che poi nel 2008 ha cambiato nome in lodo Alfano (entrambi bocciati), affligge l’agenda politica del paese: fare in modo che Silvio Berlusconi premier non debba “perdere tempo” con quella “noia” che sono i processi in cui è imputato. La faccenda, una volta di più, s’intreccia con la sopravvivenza della legislatura.

Il Cavaliere lo ha detto e ripetuto in queste settimane: se la Consulta, “covo di comunisti”, mi leverà lo scudo, andremo al voto. Perchè non c’è dubbio che tornando a fare l’imputato sarà più difficile avere la forza contrattuale per racimolare i voti di quei “responsabili” che dovrebbero consentire l’approvazione, la prossima settimana, dei decreti sul federalismo pretesi dalla Lega per evitare il voto anticipato. Il clima da conto alla rovescia è tangibile a palazzo della Consulta: ingresso vietato ai giornalisti, giudici che non ricevono e se rispondono al telefono ti liquidano gentilmente con un secco no comment, ingressi contingentati anche per i fornitori e accesi vietati al secondo piano dove si trovano gli studi dei giudici costituzionali e dei loro assistenti.

E’ stata diramata una circolare apposita, «per evitare intralci» si spiega. Per limitare il più possibile le indiscrezioni che nei giorni scorsi hanno irritato il neo presidente Ugo De Siervo. Il relatore Sabino Cassese ha distribuito una settimana fa la sua scheda riassuntiva delle circa diecimila paginerelative al “caso” della legge 7 aprile 2010. Tutti gli altri quattordici giudici hanno elaborato e poi condiviso in analoghe schede la loro posizione. Il loro punto di vista sulla costituzionalità della legge voluta circa un anno fa dall’Udc di Casini e Vietti come “ponte” provvisorio per arrivare poi una volta per tutte allo scudo costituzionale al premier.

La legge “ponte” è entrata in vigore, lo scudo costituzionale s’è fermato al Senato con la crisi di governo. Nelle schede riassuntive finali è possibile intravedere gli orientamenti dei singoli giudici.Una situazione di quasi pareggio che, semplificando, vede 8 membri della Consulta contrari alle legge che prevede un’automatismo sulle ragioni del legittimo impedimento «inconciliabile» con la Carta e sette favorevoli. Un quasi pareggio che si risolverà solo nella camera di consiglio di giovedì quando si arriverà alla conta finale.

Un’indecisione che spiega perchè sia stato fatto il possibile – come dividere l’udienza pubblica di stamani dalla camera di consiglio di giovedì – pur di garantire la presenza di tutti i quindici giudici. Se la bociatura dello scudo è nei fatti l’ipotesi più condivisa in linea di principio daalmeno otto giudici, il clima politico suggerisce di puntare su decisioni meno traumatiche. Il compromesso massimo parte dal presupposto che l’automatismo della legge (il premier è scudato a prescindere in quanto tale) vada abolito perchè incostituzionale.

A questo punto il ricorso dei giudici di Milano può essere rigettato e la norma sul legittimo impedimento “interpretata” con una sentenza che spiega a quali condizioni la legge del 7 aprile è e resta valida. Oppure interpretato con una sentenza “addittiva” che invece esce dal solco della legge del 7 aprile e prevede punto per punto quando può essere applicato il legittimo impedimento. Unasentenza, questa, che indicherebbe esattamente la strada che il Parlamento dovrebbe percorrere per una legge costituzionale questa volta inattaccabile. In entrambe queste due opzioni, il destino processuale di Berlusconi tornerebbe nelle mani dei singoli Tribunali che dovranno ogni volta decidere sulla legittimità dell’impedimento presentato. E il compromessocosì faticosamente raggiunto dalla Consulta sarebbe in ogni caso, alla fine, unasconfitta per il premier. A cui può andare bene solo la conferma dello scudo. Un’opzione su cui oggi è difficile scommettere anche un centesimo.

L’Unità 11.01.11