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"Fiom e Cgil restano divise ma non rompono", di Roberto Giovannini

«Nessuna spaccatura», dice Maurizio Landini. «Siamo impegnati con la Fiom per la massima riuscita dello sciopero del 28», dice Susanna Camusso. Fatto sta che è durato quasi sei ore l’incontro di ieri tra le segreterie di Cgil e di Fiom. E anche se al termine tutti i protagonisti hanno cercato di sottolineare gli elementi di unità (a cominciare dal giudizio totalmente negativo sull’accordo di Mirafiori), mettendo in secondo piano quelli su cui è palese una divergenza, resta il fatto che la Cgil continua a sostenere la necessità di votare «no» al referendum, e che il punto centrale è garantire libertà sindacale e rappresentanza in Fiat. Mentre per la Fiom il referendum è illegittimo, e l’accordo comunque non sottoscrivibile.

«Non c’è nessuna spaccatura tra Cgil e Fiom – ha detto il leader Fiom Landini – c’è stata una discussione. Rimangono delle valutazioni su quello che sarà necessario fare in futuro, ma su questo continueremo a discutere». «Si è confermato», ha proseguito Landini, «che Fiom e Cgil considerano totalmente inaccettabili gli accordi di Pomigliano e di Mirafiori e, per quel che ci riguarda, è necessario un tavolo per discutere del piano industriale Fiat». Fiom e Cgil, ha sottolineato il leader delle tute blu, «sono impegnate perché comunque vada il referendum lavoratori e lavoratrici non siano soli e ci sia il sostegno esplicito dei sindacati». L’accordo di Mirafiori «per noi non è firmabile, il referendum rimane illegittimo e quindi non è stato oggetto di discussione».

Susanna Camusso spiega poi che «il tema non è mai stato una soluzione tecnica, ma come garantire la libertà dei lavoratori di avere un sindacato e di eleggere i propri rappresentanti». Che poi è il nodo del dissenso – che chiaramente permane – con la Fiom. Il numero uno della Cgil ribadisce tutte le sue perplessità sul piano industriale Fiat, «che non conosciamo sia per quanto riguarda gli investimenti che la certezza della permanenza in Italia». Poi, attacca il governo, «che ha rivestito il ruolo di tifoso». Insomma, «è un accordo – dice Camusso – che continuiamo a giudicare negativo, a cui i lavoratori dovrebbero votare no». La Cgil sostiene a fondo lo sciopero generale della Fiom del 28, e il segretario generale parteciperà alla manifestazione regionale del 27 gennaio a Bologna, dove lei e Landini faranno il comizio finale. Restano tutte le divergenze sul dopo-referendum. La Fiom mette l’accento su un pacchetto di iniziative di lotta e di tipo giudiziario; per la Cgil la questione è politica, e il problema è come restare in fabbrica.

Sempre ieri nel corso del programma su RaiTre di Lucia Annunziata il vicepresidente di Confindustria (e membro del Cda di Fiat Industrial) Alberto Bombassei ha detto che «Marchionne finora ha fatto quello che ha detto e, se si è impegnato con investimenti, vi terrà fede». Per Bombassei, quello di Marchionne «non è un ricatto», ma sono «le condizioni minimali» per poter investire e «affrontare la concorrenza globale». Stesso discorso dal ministro del Lavoro Maurizio Sacconi: «Non si parli di ricatti – dice – perché sono le condizioni della competizione globale che impongono alcune regole». Non si pone neanche un problema di rappresentanza per i lavoratori iscritti alla Fiom, «perché lo Statuto dei Lavoratori del 1970 garantisce piena libertà di associazione, di organizzazione e di accesso al luogo di lavoro da parte di tutte le organizzazioni sindacali rappresentative. Parlare di diritti violati è veramente una bugia». Gli replica l’ex ministro Cesare Damiano, del Pd: «sono dichiarazioni sorprendenti, una semplice falsità – afferma – lo Statuto dei lavoratori è stato modificato da un referendum del ’95. Ora le rappresentanze spettano solo ai sindacati firmatari di contratti collettivi applicati nell’unità produttiva, come alla Fiat Mirafiori».

La Stampa 10.01.11

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“Fiom e Cgil: unite contro l’accordo Fiat,divise sulla strategia”, di Luigina Venturelli

Oltre sei ore di confronto serrato non sono bastate a ricomporre la distanza strategica creatasi tra Fiom e Cgil all’indomani dell’accordo separato su Mirafiori, e mantenutasi intatta in settimane di mediazioni.

STRATEGIE DIVERGENTI La confederazione di Corso d’Italia e la categoria dei metalmeccanici, al termine della riunione fiume tra le due segreterie di ieri pomeriggio, si presentano dunque unite nel condannare l’intesa separata imposta da Sergio Marchionne. E la presenza di Susanna Camusso, al fianco di Maurizio Landini, alla manifestazione di Bologna del 27 gennaio che concluderà lo sciopero generale dei metalmeccanici (anticipato in Emilia- Romagna di un giorno rispetto al resto d’Italia) è un segnale importante di come «Fiom e Cgil insieme staranno vicino ai lavoratori di Mirafiori », qualunque sarà il risultato del referendum di giovedì e venerdì prossimo. Ma restano divise sul come affrontare la vertenza Fiat all’indomani della consultazione, nell’eventualità attesa che l’esito sia favorevole all’accordo. La Cgil proponeva alla Fiom una firma a posteriori per non essere esclusa dalle rappresentanze sindacali aziendali: «Il tema non è mai stato una soluzione tecnica, ma come garantire la libertà dei lavoratori di avere un sindacato e di eleggere i propri rappresentanti» ha spiegato Camusso. Ma la confederazione ha dovuto nuovamente prendere atto della contrarietà della categoria, evitando qualsiasi forzatura. «Nessuna spaccatura» ha assicurato Landini, mail confronto sulle iniziative da intraprendere in futuro «continuerà» nei prossimi giorni, dall’assemblea di Chianciano di domani e mercoledì, al direttivo del 15 gennaio. anticipato dal confronto tv tra Maurizio Landini e il vicepresidente di Confindustria Alberto Bombassei, registrato nella mattinata di ieri per la trasmissione di Lucia Annunziata su Rai3. «In Italia la democrazia funziona e si vota solo quando lo decide Marchionne sotto ricatto» ha attaccato Landini, ricordando i tanti referendum chiesti dalla Fiom, ma che non sono mai stati organizzati per l’opposizione delle altre sigle sindacali o delle aziende (a cominciare da quello sul contratto separato dei metalmeccanici del 2009). «Il referendum non è un ricatto e non lo decide Marchionne, ma i sindacati che hanno sottoscritto l’accordo e che per questo vanno rispettati anche dalla Fiom» gli ha risposto Bombassei, recentemente nominato nel cda di Fiat Industrial, secondo il quale «quello che ha chiesto Marchionne non è un ricatto», ma sono «le condizioni minime per tenere testa alla concorrenza globale ». Ma il vicepresidente di Confindustria ha dovuto incassare il colpo sull’abbandono da parte del Lingotto di viale dell’Astronomia: «Non è corretto dire che Fiat è uscita da Confindustria, in realtà, vista la riorganizzazione, non è entrata, perché sono nate due newco. È una scelta tecnica, ci auguriamo sia temporanea e strumentale». Anche gli industriali, insomma, si stringono nell’auspicio che Marchionne mantenga le promesse fatte. Comei sindacati firmatari dell’accordo, che invitano i dipendenti Fiat a votare sì in ragione degli investimenti miliardari annunciati. E come i lavoratori del gruppo, tra cui anche gli 800 operai addetti all’Alfa Mito che stamattina torneranno al lavoro a Mirafiori dopo tre settimane di cassa integrazione. I primi a rientrare in una fabbrica che attende con il fiato sospeso il referendum del 13 e 14 gennaio.

L’Unità 10.01.11

"Quando c'era il PCI", di Nello Ajello e Michele Smargiassi

Livorno 1921 – Rimini 1991. Nel doppio anniversario cronache dal primo e dall´ultimo congresso del più grande partito comunista d´Occidente.
Livorno, 15 gennaio 1921, teatro Goldoni. La destinazione del XVII Congresso del Partito socialista è un ripiego: Firenze, destinata in origine a ospitarlo, è a serio rischio di assalti fascisti. Una foto di Carlo Marx invade il fondo del palcoscenico. Fiori e piante adornano platea e palchi. Millecinquecento soldati e duemila fra guardie regie e carabinieri proteggono (o sorvegliano?) i tremila delegati. «In città l´animazione è grandissima», scrive il Corriere della sera. «I comunisti “puri” non hanno ancora designato i loro candidati, ma saranno l´avv. Terracini, relatore, l´on. Bombacci, l´ing. Bordiga e il prof. Gramsci, direttore dell´Ordine nuovo».
L´esito del congresso appare segnato: scissione. Non a caso il quotidiano milanese ha citato per prima, tra le frazioni convenute a Livorno, quella comunista “pura”. È questa a richiamare l´attenzione. L´ingegnere Amadeo Bordiga, un napoletano di trentadue anni, direttore della rivista Il Soviet, animato da una «logica rigorosa fino all´eccesso» – così lo descriverà Togliatti – ha già riscosso il consenso dell´intera sua corrente.
A partire dal gruppo torinese capeggiato da Gramsci, che assai più tardi entrerà con Bordiga in un cruciale antagonismo: per il momento è chiaro che, se si vuol dare vita al partito comunista, occorre accettare le direttive bordighiane. Ed esse ammettono solo «il dilemma fra la dittatura borghese e quella dittatura del proletariato» che vige nella «gloriosa Russia dei Soviet». In mezzo a quel bivio, niente.
L´intransigenza di Bordiga riscuote l´appoggio di Gregorij Zinoviev in nome della Terza Internazionale, detta Komintern, il cui bollettino riferisce: i comunisti italiani «affermano di avere con sé il 75-90 per cento del partito». Scissione, dunque, subito. Lo stesso Gramsci ha formulato un roseo paragone: trentamila comunisti sono bastati in Russia per fare la rivoluzione, da noi i numeri paiono assai più favorevoli. Terracini, il relatore, è d´accordo. In realtà, ecco il rapporto fra le correnti che uscirà dal Goldoni: ai massimalisti o “centristi”, raccolti intorno a Serrati, vanno novantottomila voti, a cinquantottomila ammontano i comunisti di Bordiga e quattordicimila sono i riformisti al seguito di Turati. Ma ormai è deciso: il Partito comunista italiano va creato in ogni modo.
Netta anche la scelta dei militanti della nuova generazione. La proclama dalla tribuna Secondino Tranquilli (si chiamerà poi Ignazio Silone): «La gioventù socialista chiede ai rappresentanti comunisti di bruciare qui il fantoccio dell´unità».
La scena madre più veemente trova l´interprete nell´anziano Turati. Durissimo verso i comunisti, egli prende a parlare fra grida di «Viva la Russia!» e conclude con la platea in piedi. Christo Kabakciev, delegato del Komintern, invoca, all´opposto, l´espulsione dei riformisti. Volano accuse di ogni tipo. «Pagnottisti», «stipendiati», urlano i comunisti all´indirizzo dei sindacalisti. «Voi ricevete i rubli», è la risposta. Definito «rivoluzionario da temperino» da uno dei presenti, Nicola Bombacci estrae una pistola: a fatica lo calmano Bordiga e Terracini. «Non per nulla», commenterà il Corriere della sera, «i congressi si tengono nei teatri».
Gramsci non parla. «Non esistevano altoparlanti per voci deboli come la sua», testimonierà Alfonso Leonetti. Ma Camilla Ravera riferisce che per l´amico Antonio quei giorni sono stati un supplizio: i riformisti gli hanno rivolto troppe «ingiuste parole» fra le quali, si saprà, l´assurda accusa di essere stato «un ardito di guerra» nel 1915-18. Freddo e sprezzante si mostra Bordiga. Il suo «non è un addio, è un ripudio». È lui che, la mattina del 21 gennaio, invita coloro che hanno votato la mozione comunista ad abbandonare la sala. «Sono convocati alle 11 al teatro San Marco per deliberare la costituzione del Partito comunista», appunto. Uscendo, i “convocati” cantano l´Internazionale. Gli risponde, da dentro, l´Inno dei Lavoratori.
Il San Marco è più un relitto che un teatro. Lo illumina qualche rara lampada. Non c´è una sedia. Si gela. Dal tetto piombano scrosci di pioggia. Le relazioni sono succinte. Scheletrici gli interventi. Alla fine il capo delegato della III Internazionale osserva: «Il taglio del partito è avvenuto in modo non soddisfacente». Gramsci si sfoga: è il «trionfo della reazione». Da lontano, anche Lenin parla di «successo della reazione capitalistica», in linea con gli attacchi che ha già mossi a Bordiga nell´Estremismo, malattia infantile del comunismo. Mussolini esprime la sua esultanza in due articoli sul Popolo d´Italia, 16 e 22 gennaio. «La rivoluzione», scrive, «resta sospesa per l´assenza degli attori». «Invece della rivoluzione», insiste, «la scissione. Il partito che doveva regalare il paradiso al proletariato si spezza».
Alla lacerazione congressuale tiene dietro il riflusso, proprio mentre s´aggrava l´attacco dei fascisti alle sedi operaie. Ma neppure gli eventi dell´ottobre ´22, apriranno gli occhi a chi dirige il neonato P.c.d´I (Partito comunista d´Italia). Bordiga archivierà la marcia su Roma come la normale soluzione d´una crisi di governo o al massimo come la «legalizzazione d´uno stato di fatto». Verranno respinti gli inviti dello stesso Kominform a unire socialisti e comunisti contro lo squadrismo. Il Congresso di Lione, 1926, avvierà il tramonto di Bordiga, ma «il fossato aperto nel 1920-21», sono parole dello storico Paolo Spriano, «non si colmerà neppure con l´epoca dei Fronti popolari o con la guerra antifascista o con la morte di Stalin, né tanto meno con il XX Congresso del Pcus». I decenni si sommeranno ai decenni. Che cosa si vuole che insegni la Storia?

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Rimini, lunedì 4 febbraio 1991, ore 15. In un freddo capannone della Fiera, l´atto fondativo del partito post-comunista italiano è un bicchierino di Johnnie Walker buttato giù d´un colpo da Achille Occhetto, semplice delegato di Bologna. L´incredibile, anche se non l´impensabile, è accaduto: alla sua prima votazione, il Consiglio nazionale di un Pds ancora in fasce non ha eletto segretario il suo fondatore. Dieci voti meno del quorum di 274. Il Pds nasce decapitato, rancoroso e sconcertato. Si materializza un trafelato Walter Veltroni: «Achille, ci riconvochiamo e rivotiamo». E lui, gelido: «Cercatevi un altro segretario». Monta sull´auto blu, sparisce nell´aventino di Capalbio. Staccando i telefoni.
Nessuno canta vittoria. Non gli scissionisti di Rifondazione Comunista, che in un albergo del lungomare trepidano fondando un partito dal futuro altrettanto incerto. Non i “miglioristi”, il cui avvertimento a Occhetto è andato fuori misura, sgretolando il bersaglio. Un patatrac, uno psicodramma che sarà rappezzato solo una settimana più tardi, a Roma.
l tessitore sarà Massimo D´Alema che riuscirà a reinsediare sul trono un re ormai indebolito. Quindici mesi dopo la svolta della Bolognina, dieci mesi dopo il congresso dei pianti e degli abbracci di Bologna, la drammatica eppure emozionante eutanasia del Pci bene o male è terminata. Quando una Rimini umida e nebbiosa e perfino spruzzata di neve accoglie un migliaio di delegati del ventesimo e ultimo congresso comunista italiano i giochi sono già fatti: nel falò emotivo di 10.500 congressi di sezione il 72,3 per cento dei militanti ha scelto di sostituire la Falce-e-martello con la Quercia. Nella Perla dell´Adriatico si va per una cerimonia funebre destinata a mutarsi in un battesimo, ma liturgia e responsori sembrano già scritti. Il clima è sereno e ottimista, si vendono le spille con la Quercia, si organizzano cene di pesce e puntate in discoteca, i cronisti esibiscono la novità tecnologica del momento: i telefoni cellulari.
Ma questo è solo l´avanscena. I rapporti di potere nel nuovo partito, che aprirà alla novità scandalosa delle correnti, sono in realtà ancora fluidi, tutti da contrattare. Sulla carta Occhetto dispone di una maggioranza schiacciante: la sua mozione ha raccolto il 68,2 per cento, che la fuoriuscita di una larga parte del “fronte del no” di Cossutta e Garavini (26,5 per cento) renderà ancora più imponente, unica opposizione interna la “terza mozione” di Bassolino e Asor-Rosa col 5,2. Ma nascosti nel correntone occhettiano, al riparo da conte premature, stanno i “riformisti” di Giorgio Napolitano, stimati attorno al 15 per cento, che puntano a condizionare il segretario da destra.
Però forse nulla succederebbe senza i bagliori che vengono da Oriente. La prima Guerra del Golfo è scoppiata, le luci verdastre su Bagdad delle dirette Cnn incombono sul congresso più del fosco rosso del comunismo morente. Il 21 gennaio gli italiani hanno visto in tivù l´occhio pesto del capitano Cocciolone catturato da Saddam, i pacifisti sono in piazza e il Pds che ancora non c´è è già spaccato in due. Occhetto, che spera di trattenere Ingrao nella “Cosa” nuova, non vuole rinunciare alla richiesta di ritiro delle navi italiane e di tregua unilaterale. I miglioristi vedono in quella mozione lo spettro terribile di un Pds che nasce su un patto a sinistra, che li esclude.
Giovedì 31 gennaio Occhetto sale sul palco a tolda di nave disegnato dall´architetto De Ponte. Le scenografie sovietiche sono un ricordo, c´è molto verde-grigio e poco rosso che sfuma nell´arancio, bassa la tribuna della presidenza, la platea è un´arena. Parla per due ore e venti, «portiamo Gramsci con noi», dice «alternativa» dice «socialismo». Ma per la prima volta in un congresso del Pci non applaudono tutti. Il satirico Cuore è spietato: «Al congresso tutti d´accordo purché non si parli di politica». Il segretario Psi Bettino Craxi, seduto in tribuna accanto a Martelli e Amato, crocifigge Occhetto: «Confuso. Tina Anselmi ha più chance di lui di entrare nell´Internazionale socialista». I miglioristi sono sempre più nervosi. Venerdì il confronto ravvicinato tra Napolitano e Ingrao è epico, ma la battaglia vera non si fa sul palco. I carpentieri improvvisano nuove sale riunioni per il moltiplicarsi di riunioni riservate. «Qui fanno tutto le correnti» si allarma Paolo Flores d´Arcais, che con Massimo Cacciari guida gli “esterni”, i “cofondatori” della “sinistra diffusa” sempre più marginali.
Le tattiche si alternano ai colpi di mano: svegliato nel cuore della notte, Occhetto strappa a delegati assonnati ed esausti l´approvazione a scatola chiusa dello statuto. Dove è nascosta la trappola: un Consiglio di oltre cinquecento membri, con vincolo della maggioranza assoluta per l´elezione del segretario. Un commosso Garavini intanto annuncia l´addio dei rifondatori, ma la scissione accolta nella spoglia “Sala E” al canto di Bandiera rossa e grida di «Viva il comunismo» a questo punto è la cosa più scontata del congresso. Con lui se ne vanno Cossutta, Serri, Salvato. Ingrao, soffrendo, resta nel Pds. Con lui un sindacalista di nome Fausto Bertinotti. Il nuovo partito nasce sulle note di De Gregori, La storia siamo noi, alle sette di sera di domenica, con l´affitto degli hangar fieristici ormai scaduto, mentre gli operai smontano le scenografie. Ma è con la mozione del Golfo, sulla quale riformisti e ingraiani si astengono, che Occhetto misura la sua forza: 59,9 per cento. Esultano incauti i “quarantenni”, Mussi, Veltroni, Fassino, Petruccioli: «Siamo autosufficienti!». Incauti: il siluro di rivalsa è già puntato su un Occhetto che, lunedì mattina, pregusta tranquillo l´apoteosi in una hangar di fortuna pericolosamente decimato dalle partenze dei delegati. «Visto? Stavolta non ho pianto», scherza coi cronisti, «però, L´Unità poteva fare il titolo in rosso oggi…», «segretario della Quercia, suona imponente, no?» Poco lontano, terrea, la presidente del Congresso Giglia Tedesco ha già in mano i risultati dello scrutinio. E non sa come diglielo.

La Repubblica 09.01.11

Scuola: Ghizzoni (Pd), nostra interrogazione su mancata restituzione scatti di anzianità a docenti

“Mentre Tremonti si preoccupa del menù della cena degli ossi, agli insegnanti non lascia nemmeno l’osso”. “Desta preoccupazione la notizia che il ministro Tremonti non abbia firmato insieme al ministro Gelmini il Decreto interministeriale per restituire ai docenti gli scatti di anzianità – afferma l’on. Manuela Ghizzoni, capogruppo del Pd in commissione Cultura della Camera dei Deputati –. Ma non stupisce che il Ministro sia partito per le vacanze senza preoccuparsi del mondo della scuola e degli insegnanti: è semmai una conferma del suo pregiudizio nei confronti della filiera della conoscenza e della cultura”.
“Tremonti si è preoccupato molto della famigerata ‘cena degli ossi’ con gli amici della Lega, ma ai professori non ha lasciato nemmeno l’osso”, commenta la deputata Pd, che ricorda l’impegno assunto dal governo di superare il blocco triennale degli scatti automatici di anzianità determinato dalla manovra estiva “ai danni degli insegnanti, che guadagnano il 5 per cento in meno degli altri statali italiani e, più in generale, hanno retribuzioni ben inferiori alla media europea e Ocse”.
“Presenteremo un’interrogazione urgente alla Camera – conclude la parlamentare – per chiedere al governo di fare chiarezza e avere risposte definitive sulla restituzione degli scatti automatici di anzianità, a maggior ragione dopo il claudicante avvio del progetto sperimentale di premialità agli insegnanti”.

Così Manuela Ghizzoni, capogruppo del Pd in commissione Cultura alla Camera, interviene a proposito della mancata firma del Ministro dell’Economia al decreto che restituisce agli insegnanti gli scatti di anzianità.

"La rabbia dei giovani senza futuro", di Vittorio Emanuele Parsi

Egitto, Tunisia, Algeria: sembra che il Nord Africa rischi di saltare in aria in una miscela esplosiva di regimi più o meno brutalmente autoritari e insieme sempre più deboli. Un composto di crescenti difficoltà economiche con tassi di disoccupazione impressionanti, e di un Islam radicale che soffia sul fuoco. Per chi ha memoria della sporca guerra degli Anni 90, costata oltre 150 mila morti, il timore che il più grande dei Paesi del Maghreb possa nuovamente imboccare la via della violenza settaria rappresenta un vero e proprio incubo.

Ed è un rischio reale, visto che gli epigoni del Fis sembrano godere nuovamente di un consenso crescente tra la popolazione algerina. La legittima enfasi sugli sciacalli sempre pronti ad azzannare le società arabe nel nome della loro visione distorta e fanatica dell’Islam rischia però di farci percepire ciò che sta avvenendo sulle coste meridionali del Mediterraneo come qualcosa di eccessivamente «distante», e quindi più facilmente esorcizzabile. In realtà, i giovani disperati che ad Algeri e a Tunisi distruggono e assaltano tutto ricordano molto di più i casseurs parigini della banlieue in fiamme di sei anni fa, o gli «anarchici» greci delle settimane scorse che non i seguaci di questo o quell’imam radicale.

Ciò cui stiamo assistendo in questi giorni in Algeria e in Tunisia è l’esito di una combinazione fatta di tre elementi: regimi politici poco o per nulla inclusivi, in cui il circuito politico legale è concretamente impermeabile alla società e incapace di fornire risposte adeguate al sentimento di totale abbandono in cui essa si dibatte; una crisi occupazionale, ancor prima che economica, che vede un tasso di disoccupazione stabilmente intorno al 25% nella contemporanea assenza di meccanismi di Welfare; e una distribuzione della popolazione per fascia d’età (il 75% degli algerini ha meno di 30 anni) che fa sì che quelli che non hanno nulla da perdere a «spaccare tutto» siano tanti, tantissimi: forse abbastanza numerosi da fare una rivoluzione.

A Parigi come a Torino, a Londra come a Berlino o a Madrid, abbiamo dati sulla disoccupazione giovanile non molto diversi, e tutti i governi, di qualunque colore, sono in difficoltà nell’offrire ai giovani risposte che non siano palliativi o vuote promesse. Non è un caso che proprio i giovani siano quelli a un tempo meno protetti da ciò che resta dello Stato sociale e più alienati rispetto al sistema politico (si vedano i dati sull’astensionismo giovanile). Ma nella vecchia Europa (mai l’aggettivo è apparso più appropriato) i giovani, semplicemente, sono pochi, non abbastanza per far prendere in considerazione le proprie richieste, figuriamoci per «fare la rivoluzione».

La nostra piramide demografica è speculare rispetto a quella dei nostri dirimpettai, e questo – insieme alla maggior inclusività dei nostri sistemi politici e alla maggior solidità dei nostri sistemi di Welfare, ovviamente – è ciò che fa la vera differenza. Quel che rischia di condannare i conti dell’Inps, o per lo meno di rendere la nostra vecchiaia meno florida di quanto avessimo sperato, è anche la miglior garanzia di stabilità del sistema e spiega la sostanziale attitudine conservatrice di un Paese come l’Italia.

Oltremare è esattamente l’opposto. In maniera per molti versi analoga a quanto avvenne nel 1992, possiamo solo sperare che il regime riesca a tenere la situazione sotto controllo, ma non certo permetterci il lusso di illuderci che ciò possa minimamente coincidere con un qualche inizio di soluzione.

Se Paesi come i nostri, istituzionalmente solidi e dalla ben maggiore capacità di pressione sull’economia globale, i suoi attori e i suoi forum, non riescono a venire a capo di questa distruzione sistematica di posti di lavoro che l’economia contemporanea sembra imporre, come pensare che una simile impresa possa riuscire a sistemi ben più fragili come quelli del Maghreb?

La Stampa 09.01.11

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“La rivolta di chi non ha più niente da perdere”, di TAHAR BEN JELLOUN

Il capo dello Stato tunisino, Ben Ali, è un ex ufficiale di polizia; e a quanto pare sua moglie, Leila Trabelsi, che gioca un ruolo importante nell’ombra, ha un passato di parrucchiera. Un giorno, mentre mi trovavo in Tunisia, innervosito e a disagio per la presenza della polizia, mi lamentai con un amico di quel clima di alta sorveglianza. E lui, sorridendo, rispose: “Che altro ti aspettavi da un Paese governato da un ex poliziotto e da una ex parrucchiera?”

Ma al di là dell’aneddoto, Ben Ali, al potere dal 1987, dopo un colpo di stato “morbido”, si era dapprima lanciato in una lotta senza quartiere contro gli islamisti, per poi dedicarsi alla crescita del Paese. Non ha però mai tollerato nessun tipo di critica, né di contestazione o di opposizione politica. Ha governato il Paese col pugno di ferro, imbavagliando la stampa e tenendo i cittadini sotto sorveglianza. Ad autorizzare la sua posizione rigida, che rifiuta ogni concessione, è stato l’appoggio pressoché unanime della Francia in particolare e degli Stati europei in generale. Tutto funziona secondo la sua volontà: il commercio estero è prospero, i turisti affluiscono in massa; dunque, perché cambiare politica? E soprattutto, perché cedere ai contestatori?

C’è stato bisogno di una scintilla, di una ventata di follia, di un dramma umano per spingere la popolazione a scendere in piazza per manifestare contro questo regime poliziesco: il 17 dicembre un ambulante 26enne si è cosparso di benzina per
immolarsi sulla pubblica piazza di Sidi Bouzid, una cittadina nella zona centrale del Paese. E’ deceduto tre settimane dopo. I poliziotti avevano confiscato arbitrariamente la sua carretta di frutta e verdura; e lo sdegno lo ha spinto a farla finita. Il suo non è stato però un gesto impulsivo: da molto tempo subiva i soprusi e il disprezzo dei poliziotti. E’ contro questo disprezzo che migliaia di tunisini hanno manifestato per diversi giorni. Quattro i morti: due suicidi e due manifestanti uccisi da colpi di arma da fuoco. Il regime di Ben Ali si è così screditato, e non dovrebbe più poter contare sulla benevolenza degli europei.

Se in Algeria la situazione non è migliore, il contesto delle sommosse di questi ultimi due giorni è però diverso. L’Algeria vive in uno stato di tensione permanente da ormai vent’anni – da quando il processo elettorale che stava portando alla vittoria il partito islamista “Front Islamique du salut” fu interrotto. Seguì una guerra civile, costata oltre 100.000 morti. Il terrorismo che si richiama all’islam esiste tuttora, e non ha cessato di commettere crimini ai danni della popolazione civile. Oggi è stato il brusco aumento dei prezzi dell’olio e dello zucchero a scatenare le proteste di una popolazione che si sente depredata, umiliata e sfruttata. Non si comprende perché un Paese ricco come l’Algeria (grazie alla manna del petrolio e del gas, lo Stato dispone di ben 155 miliardi di dollari di riserve di cambio) debba avere una popolazione così povera.

L’Algeria è un Paese ferito, che risente ancora dei postumi della guerra di liberazione. E benché lo Stato si confonda con l’esercito, non riesce a garantire la sicurezza dei cittadini. Gli attacchi dei sedicenti commando islamici si ripetono quasi ogni settimana. Un giovane su tre non trova lavoro. A mezzo secolo dall’indipendenza il Paese continua a soffrire, e non riesce a usare le sue immense ricchezze per avviare uno sviluppo razionale a beneficio di tutti gli strati della popolazione. Eppure l’Algeria può vantare molti intellettuali di qualità, giornalisti di grande talento e coraggio e alcuni formidabili economisti; e ha una popolazione ospitale, buona, generosa, che ama la vita. Ma le cose non funzionano; c’è il peso della storia, in uno Stato non consolidato; i grossolani appetiti di alcuni militari, la corruzione. La Kabilia (la parte berbera dell’Algeria) non ha mai cessato di contestare il potere centrale, che risponde sempre con la repressione. Manca la fiducia tra i politici e i cittadini.

E a tutto ciò si aggiunge l’avanzata dell’islamismo identitario e contestatore. E’ nata così una situazione esplosiva, illustrata dalle manifestazioni di questi ultimi giorni. Come in Egitto, come in Tunisia, la gente non ne può più di subire umiliazioni (l’ormai celebra hogra) e scende in piazza al grido di Kifaya! (“basta”).

Se in Tunisia e in Algeria il potere non accetta di essere messo in discussione, se al clamore popolare sa rispondere solo con azioni repressive e spargimento di sangue, è perché non ha compreso nulla di quanto accade ai livelli più profondi; e non si rende conto che presto o tardi sarà spazzato via dall’ira di chi non ha più nulla da perdere.
(Traduzione di Elisabetta Horvat)

La Repubblica 09.01.11

"FIOM e CGIL cercano la «quadra» su Mirafiori", di Luigina Venturelli

Ultimo tentativo per affrontare uniti la settimana sindacale più impegnativa degli ultimi mesi e, probabilmente, la più significativa dell’anno appena iniziato. Oggi pomeriggio si riuniscono a Roma le segreterie della Fiom e della Cgil, in cerca di una posizione comune tanto difficile quanto necessaria sulla vertenza Fiat. Maurizio Landini e Susanna Camusso, al momento, condividono il giudizio fortemente negativo sull’accordo separato per Mirafiori, che il 13 e 14 gennaio verrà sottoposto al referendum dei lavoratori: un’intesa dai «contenuti peggiorativi » rispetto a quella per Pomigliano per ciò che riguarda turni, pause e malattie, ed «inaccettabile » sotto il profilo della democrazia, puntando all’esclusione della fabbrica delle sigle non firmatarie. Ma sul che fare a consultazione conclusa, nel caso non scontano ma certo probabile di un responso positivo, le posizioni restano divergenti. La leader confederale propone una firma tecnica dell’accordo che prenda comunque atto della volontà espressa dagli operai e che rimedi all’esclusione dallo stabilimento del sindacato più rappresentativo. Il segretario generale delle tute blu, invece, rifiuta categoricamente l’ipotesi: «Non esistono firme tecniche » ha ribadito anche ieri, tanto meno ad un testo che sottopone i lavoratori ad un «ricatto» per mantenere il posto in fabbrica. «Abbiamo chiesto l’incontro alla Cgil perchè non siamo solo di fronte a un brutto accordo ma a una novità assoluta, alla messa in discussione dell’esistenza del sindacato confederale. È a rischio il sistema della rappresentanza democratica, questa vicendanon riguarda solo i metalmeccanici, dobbiamo decidere che cosa fare» ha affermato Landini. Ma le speranze che la segreteria unitaria Fiom-Cgil finisca con un comunicato congiunto di sintesinon sono molte. E la sua partecipazione alla trasmissione di Lucia Annunciata su Rai3, a confronto con il vicepresidente di Confindustria AlbertoBombassei, poche ore prima del vertice con Camusso, è un ulteriore segnale della decisione con cui i metalmeccanici portano avanti le proprie posizioni. Eppure un ultimo tentativo andrà fatto. In caso contrario, il sindacato di Corso d’Italia e la categoria delle tute blu saranno costrette a fare i conti e misurare le rispettive forze nel direttivo convocato per sabato prossimo.

LA FIOM ANCORA IN PIAZZA Intanto la Fiom continua la mobilitazione contro l’intesa siglata da Fim, Uilm, Ugl e Fismic lo scorso 23 dicembre. Ieri piazza Castello, il salotto buono di Torino, è stata tappezzata con centinaia di messaggi di solidarietà ai lavoratori in lotta, arrivati tramite l’appello lanciato da un gruppo di intellettuali sulla rivista Micromega(35mila le adesioni finora raccolte). «Il lavoro non è una merce e non può essere trattato comeun oggetto in saldo» hanno ripetuto i militanti del sindacato, che anche nei prossimi giorni proseguirà il volantinaggio contro l’accordo per Mirafiori (15mila gli opuscoli stampati finora). Il 12e 13 gennaio, invece, nello stabilimento di Mirafiori si svolgeranno le assemblee per spiegare ai dipendenti i contenuti del documento. Mentre mercoledì sera, alla vigilia del referendum, le tute blu della Fiom sfileranno in fiaccolata attraverso il centro di Torino: «Sarà una fiaccolata per la libertà del lavoro e per fare inmodoche i lavoratori non si sentano soli» ha spiegato il responsabile Auto nazionale, Giorgio Airaudo.

LA CAMPAGNA PER IL SÌ E si mobilitano anche le sigle formatarie dell’accordo, che oggi saranno nelle vie cittadine dello shopping affollate per i saldi per un volantinaggio a sostegno del sì: «Diamo un futuro a Mirafiori e ai nostri figli. Vota e fai votare sì. Senza lavoro non hai diritti». Poi, da domani mattina, la campagna referendaria si sposterà ai cancelli e all’interno dello storico stabilimento Fiat.

L’Unità 09.01.11

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“FIOM: un’eresia chiudere Mirafiori”, di Monica Perosino

Dal presidio Fiom in piazza Castello non si alzano slogan di protesta, né s’intonano cori. La musica, colonna sonora di mille manifestazioni, quasi non si sente.

Il lavoro dei delegati è silenzioso, volantino dopo volantino, a intercettare la «società civile», uno a uno, nelle strade affollate per i saldi.

A pochi giorni dal referendum sul futuro di Mirafiori, la Fiom è tornata ieri a occupare il centro della città. Con un obbiettivo preciso: spiegare gli effetti dell’accordo del 23 dicembre a quante più persone possibile. «Parlatene con i vostri famigliari, amici, conoscenti – ha esordito Giorgio Airaudo, responsabile auto della Fiom e segretario piemontese del sindacato – . Spiegate loro cosa significa il referendum di giovedì per il futuro di noi tutti». Alle sue spalle il «Muro della verità», alcune delle migliaia di lettere di adesione all’appello lanciato su Micromega da Andrea Camilleri, Paolo Flores d’Arcais e Margherita Hack, che in pochi giorni ha raggiunto quota 40 mila firme. «Queste lettere ricordano ai lavoratori che non sono soli – ha aggiunto Airaudo -. Comunque vada il referendum non ci arrenderemo. Marchionne deve ricordare che Mirafiori non è sua, ma di quelle migliaia di donne e uomini che con la loro fatica l’hanno costruita. I lavoratori non devono avere paura di un ricatto: dire che Mirafiori rischia di chiudere è un’eresia».

E mentre nei negozi non si placa la febbre da acquisti, i delegati Fiom tornano a ribadire che «il lavoro non è in saldo, gli operai non sono merci e non possono essere trattati come componenti meccaniche». La gente si ferma, ascolta, annuisce, se ne va con un volantino piegato in tasca. «Non tutti sanno cosa succede a Mirafiori, ma c’è molto interesse – ha detto Federico Bellono, segretario generale della Fiom torinese -, anche da parte di molti giovani, che iniziano a capire che la vicenda di Mirafiori non riguarda solo i lavoratori dello stabilimento Fiat, ma potrà coinvolgere tutti, anche chi deve ancora entrare nel mondo del lavoro». Ancora Airaudo, che strappa applausi alla piazza: «Non si capisce perché se il costo del lavoro incide dell’8% per ogni auto, si debba schiacciare questo 8% e non sul restante 92%».

Nessuno vuole sbilanciarsi sul referendum di giovedì, il «referendum della paura» per la Fiom, con il quale i lavoratori saranno chiamati a ratificare l’intesa. Nessuna previsione o stima sul risultato: «Non siamo giocatori d’azzardo – ha detto Airaudo -, vogliamo prima parlare con i lavoratori nelle assemblee. Le iniziative di questi giorni dimostrano che c’è un corpo sociale molto sensibile ai temi del lavoro, che ha compreso come ciò che viene chiesto ai lavoratori di Mirafiori riguarda tutti. Mirafiori è un modello, sia in negativo che in positivo».

Domani rientreranno in fabbrica gli ottocento lavoratori della linea Mito. Solo da mercoledì saranno presenti 5000 operai in fabbrica: «Abbiamo pochissimo tempo prima del referendum – ha detto Edi Lazzi, delegato -, ma saremo di fronte ai cancelli tutti i giorni». Oltre al presidio in piazza Castello, oggi la Fiom ha proseguito con il volantinaggio contro l’accordo per Mirafiori. Domani, intanto, a pochi metri dal presidio Fiom, anche il volantinaggio a sostegno delle ragioni dei sindacati firmatari dell’intesa per Mirafiori: lo organizza il fronte del sì alla consultazione. È prevista invece per mercoledì 12 la fiaccolata Fiom, a cui parteciperà anche Flores D’Arcais.

La Stampa 09.01.11

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“Vertice con la Fiom, la mossa di Camusso”, di Antonella Baccaro

Non sarà forse l’incontro che si terrà oggi, alle tredici, fra le segreterie di Cgil e Fiom a far emergere una linea di mediazione sul referendum circa l’accordo alla Fiat di Mirafiori. Tra la linea della confederazione, guidata da Susanna Camusso, e quella della categoria, diretta da Maurizio Landini, la distanza sembra sempre la stessa di qualche giorno fa. Camusso sarebbe favorevole a firmare l’accordo di Mirafiori, se il referendum del 13 e 14 gennaio prossimi dovesse ratificarlo. Landini, in caso di vittoria dei «sì» , l’ha ribadito anche ieri, non intende firmare l’accordo siglato da tutti gli altri sindacati, anche se questo significa automaticamente restare fuori da tutti i tavoli. «La firma tecnica non esiste -ha ribadito ieri il presidente del comitato centrale della Fiom, Giorgio Cremaschi -. Peraltro se si legge bene il testo dell’accordo per Mirafiori si capisce che tecnicamente non è praticabile» . Come se ne esce? Camusso sembrerebbe ormai orientata a aspettare l’esito del referendum, muovendosi di conseguenza. Paradossalmente se il numero dei «sì» fosse schiacciante, il leader del maggior sindacato potrebbe aver miglior gioco a far passare la sua linea della firma per adesione. Ma senza imposizioni dall’alto. L’unico modo di far cambiare idea a Landini potrebbe essere quello di non fargliela cambiare, ma piuttosto provocare un movimento che parta dal basso, dalla Fiom torinese e dalle Rsu di Mirafiori, di spinta verso la firma per adesione. Firma che, se proprio dovesse essere necessario, potrebbe apporre proprio la Fiom a livello locale o aziendale, pur di non essere costretta a restare fuori dalla fabbrica. Pura fantasia? Può darsi, ma al momento la Cgil non sembra aver altre carte da giocare prima del referendum. Piuttosto Camusso si prepara al dopo, al 15 gennaio, quando tenterà di far approvare al direttivo la sua proposta sulla rappresentanza e la democrazia, quella che dovrebbe rendere sempre vincolante l’esito dei referendum sugli accordi e non solo, come adesso, quando si tratta di questioni confederali. Anche Landini è proiettato sul dopo-referendum e nell’incontro con la Camusso vorrebbe discutere dell’eventualità di uno sciopero generale da mettere in campo dopo lo sciopero di categoria del prossimo 28 gennaio. Intanto gli opposti schieramenti si preparano al referendum: il fronte del «sì» ha organizzato un volantinaggio nel centro di Torino. Landini invece oggi si confronterà nella trasmissione «In 1/2ora» , su Rai3, con il vicepresidente di Confindustria e membro del consiglio d’amministrazione della nuova Fiat, Alberto Bombassei. Proprio la presenza di Landini sulla tv pubblica ha suscitato la reazione degli altri sindacati, che hanno chiesto la possibilità di un contraddittorio. A Lucia Annunziata, conduttrice della trasmissione, il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella, ha attribuito «una particolare simpatia per le ragioni della Fiom, ma -ha avvertito -deve ricordarsi che lavora per il servizio pubblico» .

Il Corriere della Sera 09.01.11

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“La strategia di Marchionne impoverisce la democrazia e aumenta le disuguaglianze”
Peter Olney: negli Usa subito lo stesso ricatto”, di Federico Rampini

La localizzazione degli stabilimenti dipende anche dalla politica industriale: la Cina la fa, l´Occidente non più. «Sergio Marchionne recita in Italia un copione già scritto qui negli Stati Uniti. Alla Fiat si riproduce l´attacco ai sindacati che da anni è in atto nelle imprese americane. Guai a sottovalutarne la gravità: la rappresentanza dei lavoratori, l´organizzazione sindacale, sono l´ultimo baluardo contro l´imbarbarimento della società e l´impoverimento della democrazia. Anche i referendum di fabbrica sotto un clima d´intimidazione, li conosciamo bene». Peter Olney è uno dei maggiori leader sindacali americani. Dirige la Unione più potente della West Coast, Ilwu, organizza categorie che vanno dai portuali ai dipendenti dei trasporti e della logistica. E´ anche un teorico con una visione globale, una sorta di Bruno Trentin americano: da giovane studiò anche Scienze politiche all´università di Firenze e ha insegnato all´università di Berkeley. La posta in gioco nel caso Fiat gli è familiare.
In Italia Marchionne sembra a suo modo un “rivoluzionario”, che osa sfidare tabù consolidati, lei invece lo considera come “déjà vu”?
«Il chief executive di Fiat-Chrysler non fa che ripetere tutte le mosse dei top manager di General Motors, Ford. Il ricatto ai lavoratori usa un linguaggio a cui siamo abituati: gli operai vengono descritti come dinosauri, relitti di un´era al tramonto, costretti ad accettare i diktat dall´alto perché altrimenti poco competitivi, quindi condannati a perdere il posto. In quanto ai referendum sotto ricatto, di recente se n´è tenuto uno alla fabbrica della Nissan nel Tennessee, per decidere proprio sulla questione della rappresentanza sindacale. Dopo una campagna di pressioni, minacce, intimidazioni da parte dell´azienda, i lavoratori hanno finito per piegare la testa e votare contro il sindacato. Oggi il sindacato americano riparte proprio da questo: vogliamo imporre un codice di condotta, che impedisca alle aziende di impaurire i lavoratori manipolando le consultazioni referendarie».
Tra i metalmeccanici americani il sindacato ha perso terreno paurosamente. In che misura paga l´effetto delle delocalizzazioni?
«Noi le delocalizzazioni le abbiamo addirittura in casa. La minaccia più concreta non è il trasferimento di fabbriche all´estero, ma in quegli Stati Usa del Sud dove viene impiegata solo manodopera non sindacalizzata, a condizioni nettamente peggiori. Tra il 1993 e il 2008 il Michigan, culla storica dell´industria automobilistica, ha perso 83.000 metalmeccanici. Nello stesso periodo il Tennessee ne ha guadagnati 91.000. Toyota, Hyundai, Volkswagen hanno scelto gli Stati della “cintura nera meridionale”, South Carolina, Mississippi, Tennessee, per tagliar fuori il sindacato. United Auto Workers, la confederazione dei metalmeccanici, è scesa da un milione di iscritti 30 anni fa a 400.000 oggi. Nell´ultima recessione l´Uaw ha dovuto accettare salari dimezzati, da 30 a 14 dollari orari per i nuovi assunti. E´ il modello che Marchionne sta importando da voi».
Ma la dottrina Marchionne ha dalla sua una sorta di ineluttabilità. Con la globalizzazione, è insostenibile la sopravvivenza di fabbriche che non reggono i confronti internazionali. Chi fa l´interesse degli azionisti prima o poi dovrà chiuderle e trasferire la produzione altrove.
«Se io ho studiato nelle stesse Business School dei top manager, è anche perché ero stanco di subire l´egemonia culturale di queste analisi. Le decisioni sulla localizzazione degli stabilimenti sono nella realtà più complesse di quanto vogliano farci credere. Soprattutto in settori ad alta intensità di capitale, con tecnologie sempre più sofisticate, i differenziali salariali non sono il criterio decisivo. Entrano in gioco altri fattori: l´accesso ai mercati nazionali, la disponibilità di infrastrutture, la qualità dei centri di ricerca e design. Infine una parola passata di moda: le politiche industriali dei governi. In Occidente parlarne oggi sembra una follìa? Però il governo cinese la politica industriale la fa, eccome».
Al di là del settore metalmeccanico, quanto è grave il declino del sindacato in America? Con quali conseguenze politiche?
«Nel 1955 le Unions organizzavano il 35% della manodopera delle imprese private, oggi siamo appena al 7%. I sindacati sono anzitutto un fattore di redistribuzione, così è caduto ogni argine alle diseguaglianze sociali. Nel 1955 un chief executive guadagnava 25 volte più del suo operaio, oggi guadagna 450 volte il salario operaio. Conseguenze politiche: nel 2008 Barack Obama ha avuto uno scarto del 18% in più tra i lavoratori sindacalizzati. L´appartenenza sindacale, con quel che significa in termini di diritti di cittadinanza, porta con sé una visione del mondo, un sistema di valori. Senza sindacato la società diventa una clessidra: in alto si concentra il potere, in basso c´è un vasto esercito di lavoratori impoveriti e impotenti, viene a mancare un centro».

La Repubblica 09.01.11

"Bersani, appello all´unità delle opposizioni", di Giovanna Casadio

“Destra nel caos, chi alza la testa come Fini e Tremonti viene bombardato”. Messaggio alla Lega: pronti a discutere sul federalismo ma basta diversivi. Bersani batte di nuovo sul tasto dell´unità di tutte le opposizioni. «Il centrodestra non ha prospettive, è nella confusione – denuncia il segretario del Pd – Da dieci anni siamo indietro in tutte le classifiche. Le opposizioni si devono organizzare perché è ora di guardare oltre Berlusconi e i progressisti e i moderati devono incontrarsi per aprire una fase nuova». È l´appello a Casini e Fini per un «patto repubblicano», fatto nei giorni scorsi e rilanciato ieri al Tg2.
E poi, lo stile del personalismo populista berlusconiano è quello delle campagne contro Fini o Tremonti. Sono vicende che «insegnano un paio di cosucce» sul Pdl – osserva Bersani – prima fra tutte che «chi alza la testa lì muore, viene bombardato». Ancora più indispensabile è quindi che le forze d´opposizione «facciano una riflessione sulle responsabilità che hanno». Parole dure. Provocano un fuoco di fila di reazioni nel centrodestra. Il ministro Bondi – sulla cui testa pende la mozione di sfiducia – liquida l´appello del leader democratico come «slogan senza fondamento nella realtà». Per Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl a Montecitorio, Bersani è «truculento» e teme «di essere sconfitto da Vendola». Ma il pressing del segretario Pd non tralascia nessuna delle contraddizioni in cui si dibatte la maggioranza. Proprio su quelle i Democratici puntano per accelerare l´implosione del governo. A cominciare dal federalismo su cui la Lega gioca il tutto per tutto. «Noi abbiamo una nostra idea di federalismo quindi siamo pronti a discutere, ma Bossi la deve smetterla con i diversivi e spiegare perché la Lega ha votato tutte le leggi della cricca che sono il record del centralismo e del malaffare». Ai lumbàrd chiede poi come mai, nonostante tanto parlare di federalismo, i Comuni non sono mai stati peggio. La strategia di Bersani, di alleanza con il Terzo Polo, scommette sulla distanza irrecuperabile di Casini e di Fini da Berlusconi. In particolare sul leader Udc – sospettato di tornare prima o poi a flirtare con il governo – il segretario Pd ha fiducia: «Casini ha fatto le sue scelte da tempo e mi parrebbe davvero improbabile che tornasse indietro in modo radicale». Tuttavia avverte: «Da quel lato c´è l´illusione che Berlusconi sia condizionabile. Ma Berlusconi non tratta, compra».
È nella direzione di giovedì prossimo che il Pd dovrà sancire questa strategia. Riunione non facile. Sulla linea e l´identità del partito le posizioni di Bersani e quelle di Veltroni sono distanti con un ultimo scontro su un eventuale congresso straordinario – a tempo debito – se non ci sono elezioni anticipate. Tuttavia il segretario conferma che andrà al “Lingotto 2” la convention di Veltroni il 22 gennaio a Torino: «Se sono gradito…». A fare da cartina al tornasole delle tensioni è la questione primarie, di cui Bersani parlerà in direzione. Sulle primarie sono state raccolte le firme in una petizione online lanciata tra gli altri dai “rottamatori” di Renzi e Civati. Ma già domani il leader Pd deve cercare di sbrogliare il “caso Sicilia”. Il Pd di Caltagirone è stato commissariato, per decisione del segretario regionale Giuseppe Lupo. Lupo finora aveva sempre mediato, ma ha ritenuto provocatorio il referendum contro l´appoggio Pd al governatore Lombardo. Enzo Bianco si indigna; giudica grave il commissariamento e chiede a Bersani di intervenire. Il Pd in Sicilia su Lombardo è spaccato. Da Caltagirone fanno sapere che il referendum oggi lo faranno comunque. Di Pietro critica le alleanze siciliane del Pd. Però rompere con il “terzopolista” Lombardo, sarebbe per il Bersani come smentire nei fatti la linea cercata a livello nazionale. Altro fronte caldo nel Pd è sul testamento biologico.

La Repubblica 09.01.11

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«Ma quale federalismo? Con
loro i comuni mai stati peggio» di A.C.

Bersani alla Lega Noi federalisti ma i Comuni non sono mai stati peggio. «Progressisti e moderati si uniscano per uscire dal populismo». Tensione
nel Pd sul biotestamento. Fioroni:
voterò in modo diverso. Dopo le polemiche sui 150 anni dell’Unità d’Italia, Pierluigi Bersani manda un messaggio secco a Umberto Bossi: «Noi abbiamo la nostra idea di federalismo e quindi siamo sempre pronti a discutere, ma Bossi la deve smettere con i diversivi. E poi spieghi: perché se è per il federalismo i Comuni non sono mai stati peggio? E perchè ha votato tutte le leggi per la cricca che sono la vittoria del centralismo e del malaffare?». Il leader Pd è ancora più duro nel giudizio sul Pdl e sul governo, a partire dal dualismo Berlusconi- Tremonti e dagli attacchi del Giornale di famiglia al ministro dell’Economia: «Come con Fini, chi alza la testa lì muore, viene bombardato. Il centrodestra non ha prospettive, è in confusione, dopo 10 anni siamo indietro in tutte le classifiche, devono fare una riflessione sulle loro responsabilità», spiega al Tg2. E rilancia l’appello alle opposizioni: «Si devono organizzare perché è ora di guardare oltre Berlusconi ed i progressisti e i moderati devono incontrarsi per aprire una fase nuova. Serve
una riforma repubblicana che ci faccia uscire dalla personalizzazione populista». E Casini? «Ha fatto le sue scelte da tempo ed è difficile che torni indietro in modo radicale», assicura Bersani, che non rinuncia a un “messaggino” al leader Udc: «Capisco che possa coltivare l’illusione che il premier sia condizionabile, ma Berlusconi lo si è visto: non tratta, compra».
Furiose le reazioni del Pdl. Fabrizio Cicchitto, che forse non ha ascoltato l’intervista, parla di «linguaggio truculento» contro Berlusconi e accusa il leader Pd di essere in preda «alla disperazione politica, per le divisioni nel Pd e per l’angoscia di essere battuto alle primarie da Vendola ». «Usa solo slogan senza fondamento» rincara Sandro Bondi. E Davide Zoggia, della segreteria Pd, controreplica: «Le reazioni della maggioranza alle critiche oggettive
espresse da Bersani sull’inconcludenza del governo non sono altro che la conferma della loro debolezza». «Sul tema del federalismo – dice Zoggia- voglio ricordare che senza il Pd non è possibile approvare alcune riforme. Mancano i numeri in Commissione bicamerale e mancano le
proposte». A largo del Nazareno è stata accolta con grande favore l’intervista con cui il leader Cisl Raffaele Bonanni ha accolto l’appello del leader Pd alle opposizioni e alle forze sociali per una «riscossa democratica». «Siamo molto interessati, ci vuole uno schieramento davvero ampio per risolvere i problemi che nessuno da solo riuscirebbe a risolvere», dice Bonanni. E Stefano Fassina, responsabile economico del Pd, incassa: «C’è nel Paese un ampio arco di forze pronte a convergere intorno a un patto per una stagione di riforme strutturali».

BIOTESTAMENTO: STRAPPO DI FIORONI
Nel Pd, però, in vista della direzione
di giovedì, restano parecchie spine.
La più insidiosa è rappresentata dal biotestamento, tema che sarà calendarizzato alla Camera nella capigruppo di martedì 11. Ieri Beppe Fioroni ha lanciato il sasso: «Il mio voto non sarà uguale a quello del Pd», ha annunciato. «Rappresento l’orientamento “non prevalente” nel Pd e rivendico libertà di coscienza. Se venisse leso il bene della libertà di coscienza, allora potrebbe prefigurarsi una rottura». Silenzio dei veltroniani, con Fioroni si schiera una pattuglia di deputati ex Ppi, guidati da Enrico Gasbarra, che rivendica «la libertà di coscienza come un valore aggiunto
del Pd». Dura replica del fronte laico guidato da Ignazio Marino, che invita Bersani a «indicare con chiarezza come votare o, in alternativa, indire un referendum tra gli iscritti secondo statuto». «Se non lo farà Bersani, il referendum lo promuoveremo noi
alla prossima assemblea nazionale di fine gennaio a Napoli », avverte Marino, che ricorda come «al termine del congresso io, Bersani e Franceschini eravamo tutti
d’accordo sul testamento biologico, e il segretario ha ripetuto quella posizione alla festa di Torino e in tv da Fazio». Il referendum terrorizza
l’ala integralista:«Noncredo che Marino voglia imporre sui temi della vita prove di forza imbarazzanti per il dna del Pd», dice Gasbarra. In Lombardia sono state raccolte 250 firme in calce a un appello che chiede a Bersani di non toccare le primarie. E lui dice: «In direzione ne parlerò, ma mi occuperò soprattutto dell’Italia. Al Lingotto di Veltroni? Se gradito, certamente ci andrò».

L’Unità 09.01.11

Un’altra beffa per i professori Tremonti non restituisce i soldi

Il ministro non firma, resta il blocco degli scatti di anzianità
La firma era attesa per il 28 dicembre. Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti avrebbe dovuto scrivere il suo nome accanto a quello del ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini sotto il decreto interministeriale che restituisce ai professori gli scatti di anzianità e poi partire per le vacanze di fine anno. Invece, a quanto pare, il ministro è partito ma la firma sotto il decreto non c’è ancora. E ora il mondo della scuola è in allarme. Anche perché lo stesso giorno dal ministero dell’Economia partiva una nota che confermava la preoccupazione. Era il messaggio 181 che chiariva: «L’articolo 9, comma 23, stabilisce che per il personale docente, Amministrativo, Tecnico ed Ausiliario (A.T.A.) della Scuola, gli anni 2010, 2011 e 2012 non sono utili ai fini della maturazione delle posizioni stipendiali e dei relativi incrementi economici previsti dalle disposizioni contrattuali vigenti». Nella nota si precisa che «per gli anni 2011 e 2012 si è proceduto alla proroga per 2 anni delle classi e degli scatti che maturino con decorrenza successiva al 1˚ gennaio 2011». In altre parole per il 2010 si è in attesa di capire che cosa farà la Ragioneria mentre per chi scatta negli anni 2011/12 il congelamento è prorogato per due anni.

Eppure la cancellazione del blocco triennale degli scatti automatici di anzianità introdotto con la finanziaria di fine maggio era stata una delle battaglie che il ministro Gelmini aveva annunciato di aver vinto col ministro dell’Economia. Per garantirli sarebbero stati destinati oltre 300 milioni di euro ricavati dai tagli ed inizialmente destinati al premiare il merito.

Che cosa è successo? Una dimenticanza? Un atto voluto? La settimana prossima si capirà qualcosa di più. Nel frattempo al ministero dell’Istruzione preferiscono non commentar per non alimentare polemiche e restano in attesa. E i sindacati lanciano l’allarme. «E’ stato messo in piedi un pateracchio, un pasticcio con conseguenze disastrose – accusa Domenico Pantaleo, segretario generale della Flc-Cgil – Chi ha già ricevuto gli anticipi nella seconda metà del 2010 ora dovrebbe anche restituirli».

Più cauta ma non meno preoccupata la Cisl scuola che spiega di essere consapevole che la pubblicazione del decreto è stata «probabilmente rallentata anche per la concomitanza delle festività natalizie», ma «deve comunque avvenire in tempi rapidi, anche per fugare gli allarmismi suscitati dalla recente nota tecnica del Mef, nota che per la verità conferma implicitamente la regolare attivazione degli scatti da inserire in busta paga nel mese di gennaio 2011».

La Uil scuola prova a dare una sua interpretazione delle parole del ministero guidato da Tremonti. «Il Ministero dell’Economia, con una circolare del 29 dicembre, non interviene sul blocco degli scatti maturati al 1 gennaio 2011. Di conseguenza, coloro per i quali è previsto il pagamento dello scatto al 1 gennaio – spiega la Uil – dovranno avere regolarmente l’aumento dello stipendio. Per i periodi successivi, per i quali la stessa circolare congela la progressione, si tratta probabilmente del mancato perfezionamento del decreto o di carenza di comunicazione interna».

La Stampa 09.01.11